padre Renato Kizito Sesana
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Io sono un nuba. Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire
Renato Kizito Sesana
In libreria dal 5 ottobre 2004 il nuovo libro di padre Renato Kizito Sesana: Io sono un nuba. Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire, curato da Pier Maria Mazzola.
L’ex direttore di Nigrizia racconta il popolo nuba e la sua lotta per la sopravvivenza, analizzando aspetti sociali, etnologici ma anche politici.
Renato Kizito Sesana Io sono un nuba. Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire a cura di Pier Maria Mazzola Sperling & Kupfer,
pp. 287 + 20 di inserto fotografico e cartine,
€ 15,00
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Michael Franti, musicista e artista hip-hop, è in viaggio con una carovana di pace attraverso il Medio Oriente. L’emittente radiofonica Democracy Now ! lo ha raggiunto e ha parlato con lui mentre era a Rafah dove l’esercito di Israele ha recentemente demolito centinaia di abitazioni palestinesi. Pubblichiamo una parte dell’intervista trascritta.
AMY GOODMAN: Abbiamo registrato questa intervista con Michael Franti che pochi giorni fa era a Gaza quando abbiamo parlato con lui. La settimana prima, quando lo abbiamo sentito, era a Bagdad dove stava facendo il suo giro in Medio Oriente.
MICHAEL FRANTI: Bene, vedo soltanto case che sono state appena distrutte, una qui vicino, distrutta letteralmente dal fuoco di armi leggere. Case colpite così tante volte, che cadono soltanto per i fori delle pallottole. Ho visto case sbriciolate da quello che all’apparenza sembrava un missile Tomahawk sparato dagli elicotteri Apache, un foro gigante ha squarciato l’intera facciata di un edificio. Sapete, oggi abbiamo visto un blocco di abitazioni. Ho parlato a una donna che ci è entrata quando i soldati israeliani hanno radunato tutta la gente e l’hanno ammassata in una stanza. A questo punto, hanno buttato giù otto edifici con i bulldozer. Il blocco è stato semplicemente distrutto.
Voglio dire, sto guardandomi intorno, sto guidando e vedo una parete con il foro di un’esplosione, un muro di mattoni che è stato appena buttato giù e i bambini per la strada, ognuno di loro cerca di afferrarmi e mi tira, vuole che suoni la chitarra e per un po’ canto delle canzoni, poi dobbiamo passare e allora i bambini ci dicono che non possiamo andare avanti perché lì c’è troppa tensione, perché la gente è disperata e povera e nelle vicinanze c’è in corso un combattimento tra due fazioni. É semplicemente – è soltanto e veramente – una scena orribile. Soltanto questa mattina, abbiamo lasciato Betlemme e siamo andati a Gerusalemme e lungo la strada abbiamo visto bellissimi insediamenti in un piacevole stile mediterraneo, case nuovissime, dove puoi vedere le piscine e i posti sotto il controllo degli israeliani. Poi vedi Gaza e ti sembra una prigione gigante.
AMY GOODMAN: Cosa puoi dirmi delle demolizioni delle case ?
MICHAEL FRANTI:Guarda, la demolizione delle abitazioni è la cosa più irragionevole che ho mai visto. Io ho soltanto la speranza che la gente in America cominci veramente a capire, che – come abbiamo cominciato a denunciare davanti a tutto il mondo quello che succedeva in Sudafrica – adesso la gente cominci a denunciare davanti a tutto il mondo questo regime militare di segregazione, che arriva in un quartiere e ordina alla gente di impacchettare la sua roba e di andarsene entro 10 minuti. E poi torna, con un gigantesco bulldozer per demolire le loro case.
Buttano giù frutteti e alberi di ulivo che sono rimasti lì per 700 anni e che rappresentano una fonte di reddito dando da mangiare e da vivere alla comunità. Il muro che stanno costruendo, il muro della segregazione che è stato costruito intorno alle città, non è soltanto un “muro” che separa la gente, che separa i membri della comunità l’uno dall’altro, alcuni tratti del muro sono stati messi là soltanto per impedire e ostacolare l’economia dei palestinesi. Così la gente nella comunità vive una realtà degradata e, sperano loro, finalmente sarà spinta a lasciare il paese, che è il vero obiettivo dell’occupazione.
Succede lo stesso alla gente che è riuscita a far crescere qualcosa dentro al campo profughi e vuole provare a venderla dall’altra parte, ma al check point si sentira’ dire dai soldati israeliani che deve utilizzare un altro veicolo, dall’altro lato, e allora, sempre sotto un sole che cuoce le pietre, deve scaricare tutte queste casse e caricarle una alla volta su un altro veicolo, che attende dall’altro lato del check point, per portarle al mercato.
Tutto questo sta semplicemente distruggendo la comunità. La gente viene separata dai campi agricoli. Magari ha vissuto in un posto per generazioni e, non appena è dall’altro lato della recinzione, i suoi campi vengono distrutti e viene alzata una barriera, in modo che non può neppure tornare dove normalmente lavora la terra. Gli hanno detto, ok, potreste fare domanda e ottenere una specie di visto di passaggio. Occorrono molti mesi per ottenere questi visti e nessuno li ha mai ottenuti. Alla fine, è solo una specie di sciarada, durano soltanto sei mesi, poi dovete rinnovarlo e rifare da capo tutta la trafila e aspettare un altro anno.
Ieri abbiamo visitato il memoriale dell’ Olocausto a Gerusalemme e sono stato colpito dalle somiglianze. I check point, le pareti, i muri, il ghetto. E tutte le cose successe durante i primi cinque anni dell’Olocausto. E quando ho lasciato il Museo dell’ Olocausto, mi sono veramente sentito come se “quella cosa” non avrebbe mai più dovuto succedere, in nessun posto al mondo. E, sai, l’ho sentito veramente, ho percepito un senso di dolore e di empatia e allora sono tornato al villaggio e quando ho visto che di nuovo si sta ripetendo “quella cosa” ho capito che questa occupazione deve finire adesso.
AMY GOODMAN: Michael Franti ci parla dal campo profughi di Rafah Refugee Camp, a Gaza nei Territori Occupati, proveniente da Baghdad dove ha viaggiato al seguito di una delegazione di operatori pacifisti, musicisti, artisti e film maker per raccogliere testimonianze di prima mano sugli effetti della guerra e dell’occupazione. Su Democracy Now!
Michael Franti: Gaza e ti sembra una prigione gigante. Leggi l'articolo »
Le donne cecene vittime di violenze sessuali da parte dei soldati russi reagiscono spesso votandosi al martirio in nome della causa indipendentista
Grozny (Cecenia, Fed. Russa) 4 dicembre 2003 – La famiglia Kugayev viveva alla periferia del villaggio di Tangi-Chu. Quella notte, come ogni altra, Visa e Rosa avevano messo a letto i loro cinque figli vestiti di tutto punto, pronti per fuggire rapidamente in caso di pericolo. E quella notte il pericolo si materializzò intorno all’una, quando il silenzio del villaggio che dormiva fu spezzato dal rombo dei motori di tre camion militari russi e dalle secche raffiche di fucili mitragliatori. Così i soldati russi annunciano solitamente il loro arrivo.
I coniugi Kugayev si svegliarono di soprassalto. Visa corse a svegliare la figlia maggiore, Elsa, di diciotto anni, dicendole di svegliare i suoi fratelli e sorelle minori e di scappare. Ma non fecero a tempo. Quattro soldati della 160esima divisione corazzata dell’esercito russo sfondarono la porta e fecero irruzione in casa. Tutti si aspettavano il solito comportamento, la solita perquisizione in cerca di guerriglieri fuggiaschi o di armi, condita da urla, insulti, minacce, botte e distruzione delle povere suppellettili della casa. Invece no.
Quella notte i militari entrarono in silenzio, puntarono dritti verso la camera dei figli e presero Khava, la sorella mezzana di tredici anni. Ma subito mollarono la presa accorgendosi della presenza di Elsa, la maggiore. La presero e la portarono via, mentre lei urlava chiedendo aiuto ai familiari, che non potevano fare nulla sotto la minaccia dei kalashnikov puntati addosso. Usciti dalla casa i militari, Adlan, il fratello più piccolo, corse fuori dalla porta per inseguire la sorella, ma un soldato lo colpì alla testa col calcio del fucile facendolo svenire.
Elsa venne portata in una caserma, violentata ripetutamente e infine strangolata. I Kugayev sono fuggiti in Inguscezia, da dove hanno lottato per chiedere giustizia. E dopo tre anni hanno vinto. Il colonnello Yuri Budanov, che quella notte del 26 marzo 2003 guidava l’operazione dal cassone di un camion, dopo essere stato assolto in primo grado, è stato condannato in appello a dieci anni di prigione per rapimento, omicidio e stupro. Purtroppo Budanov è uno dei pochi ufficiali russi ad aver pagato per le proprie azioni: la giustizia russa tende ad insabbiare ogni caso che riesca ad arrivare fino in tribunale.
I casi di violenza sessuale su ragazze cecene da parte di militari russi sono all’ordine del giorno. E costituiscono, oltre che una tragedia e un’ingiustizia che pesano come macigni sull’immagine del Cremlino, la principale causa di un fenomeno triste e inquietante. Gli stupri sono la causa principale di conversione delle donne alla lotta armata, o meglio al terrorismo suicida. Le vittime delle violenze, che nella società cecena subiscono il biasimo e l’emarginazione da parte della collettività, si chiudono in loro stesse e spesso si votano alla morte diventando shaheed, martiri.
E’ stato, ad esempio, il caso delle sorelle Ganiyevys, due kamikaze del commando ceceno che il 23 ottobre 2002 parteciparono alla famosa azione al teatro Dubrovka di Mosca. Tutto si risolse con un blitz delle forze speciali russe che, facendo uso di gas letali, uccisero 118 persone tra ostaggi e sequestratori. Aminat e Khadizhat, nel 2001 erano state rapite dai soldati russi come Elsa, e come lei violentate dai militari. Vennero rilasciate. Tornate al loro villaggio non parlarono più con nessuno. In quel silenzio di vergogna e rancore maturarono la loro decisione di sacrificare le loro vite per la causa dell’indipendenza cecena.
Purtroppo, la risposta di Mosca a questo fenomeno nuovo delle donne kamikaze è stata la peggiore possibile. Dopo la tragedia del teatro il Cremlino ha avviato un’operazione militare in Cecenia mirata a colpire le donne cecene sospettate di partecipare alla lotta armata separatista. L’operazione “Fatima”, questo il suo nome in codice, è stata ovviamente pretesto di nuove violenze contro le donne. E produrrà nuove martiri e nuovi martirii.
thanx to Mariposa
le ragioni del terrorismo Leggi l'articolo »
L’insonnia genera brutti scherzi,
pensavo che libero fosse un giornale utile solo per incartarci il pesce fresco…
ma in questo articolo ritrovo invece molto dei miei pensieri sulle prossime elezioni usa.
Se fossi statunitense, non tentennerei un attimo nel votare Kerry che sicuramente propone uno progetto di stato assistenziale molto più vicino ai bisogni della gente di quanto progetta george.
Ma in fatto di politica estera, i due la pensano in maniera poco diversa, si tratta di sfumature.
Kerry stanotte ha parlato di “uccidere i terroristi ovunque si trovino”,
di aumentare le truppe, di vincere in Iraq, di coivolgere la Francia, la Germania, di tirar dentro sotto al guida americana quanti stati più possibile.
Cosa si trova non belligenrante in un candidato che fa il saluto della pace alla fine di ogni suo dibattito???
Allora credo che tiferemo per bush,
che qualcosa di buono ha fatto durante il suo mandato…
è riuscito difatti involontariamente ha generare il più grande movimento pacifista della storia dell’uomo,
che è scaturito nelle più grandi manifestazioni che mai si erano viste,
ha risvegliato dal torpore le giovani generazioni che necessitavano di un fine pregevole per indirizzare le loro forze, per mobilitarsi, per informarsi, per educarsi ai giusti vaolri una volta messi innanzi agli orrori odierni.
Inoltre, la politica di bush ha spaccato in due il mondo, di là chi crede nella guerra preventiva, di qua chi pensa che il dialogo civile sia la migliore soluzione possibile come risposta agli eventi tragici di violenza.
Tiferemo allora bush, temendo che che un kerry tradizionalmente più diplomatico (conosciamo il passato di molti bellicosi “democratici”) possa convincere alla sua politica imperialista quei governi che sino ad ora si sono battuti fortemente contro.
bush è un bambino, tutto quel che di terribile cova in mente lo pone in atto sotto la luce del sole,
kerry è più stratega, sarebbe in grado di compiere lo stesso celandolo a tutti sotto l’arma della diplomazia. (ricordando clinton come abilmete anch’esso inizio una guerra senza il consenso ONU)
In attesa, se il non finisce il mondo prima, che la vera cultura liberal e democratica degli stati uniti estragga dal cilindro un candidato che sia realmente un antibush, e non un sua copia sbiadita. (e ci sono fior fior di intellettuali che ci lavorano, già pensano alle prossime elezioni, non ha queste, ritenute ormai perse).
Alla fine non voteremmo comuque bush, aggregandoci alla metà della popolazione usa che già non si reca alle urne, ci asteremmo, anche consci che il nostro voto non sarebbe decisivo, come ripetiamo nel sondaggio, bush vincerà facile perchè rappresenta in questo momento lo statunitense medio, la maggioranza che va a votare.
E questa è una triste realtà che dobbiamo accettare.
Guerrilla radio
elezioni usa, guerrilla radio si schiera, forza bush! Leggi l'articolo »
Dei candidati presidenziali, i quattro più importanti: George W. Bush, John F. Kerry, Joseph Lieberman e Howard Dean, sono membri attivi della più potente ed elitaria setta segreta d’America, la «Skull and Bones» («Teschio e Ossa», o «Teschio e Tibie») con sede all’università di Yale. Semplice coincidenza o prova provante che il Presidente degli Stati Uniti d’America, non viene eletto dal popolo ma bensì «scelto» dal potere occulto? Se è vera, come è vera quest’ultima ipotesi, l’eventuale e molto probabile vittoria di John F. Kerry (JFK!) sul “fratello” W. Bush, significherebbe un altro passo avanti del Nuovo Ordine Mondiale…
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Il segreto che unisce Bush e Kerry
Di Maurizio Molinari tratto da «La Stampa» 06/02/2004
Possibili rivali nelle urne il prossimo 2 novembre, George W. Bush e John F. Kerry hanno differenti vite alle spalle e opposte visioni della società americana, ma ciò che li accomuna è l’essere entrambi dei «Bonesmen», ovvero membri della elitaria setta segreta «Skull & Bones» (Teschio ed Ossa) nella quale vennero cooptati durante i rispettivi periodi di studio passati all’Università di Yale.Fondata 172 anni fa sul modello di analoghe associazioni segrete tedesche e con sede in un edificio di Yale denominato «The tomb» (la Tomba), la setta è fra le più esclusive, potenti e meno conosciute degli interi Stati Uniti. Per decenni ha ammesso solo i figli dell’aristocrazia «wasp» (bianca anglosassone e protestante) capaci di dimostrare di avere tre doti: pedigree famigliare e scolastico al di sopra di ogni sospetto, passione per l’avventura alle frontiere della natura e abilità nell’arte militare.
Nulla da sorprendersi, dunque, se la «Tomba» è diventata un’anticamera del potere americano: da qui sono passate tre generazioni di Bush, l’ex presidente William Howard Taft, l’ex ambasciatore americano nella Mosca di Stalin, Averell Harriman, il fondatore del settimanale «Time» Henry Luce, capi della Cia come James Woolsey, neoconservatori come il sottosegretario agli armamenti John Bolton e il braccio destro di Cheney, Lewis Libby, nonché schiere di 007, giudici della Corte Suprema, deputati, senatori e diplomatici inclusi Paul Bremer III, attuale capo dell’amministrazione militare alleata in Iraq, e democratici come John Kerry.
Quando si tratto di designare il nuovo capo della Sec (la Consob d’America) per far fronte agli scandali finanziari che hanno scosso Wall Street, George W. ha scelto William Donaldson, «Bonesmen» classe 1953. A Prescott Bush, nonno dell’attuale presidente, la tradizione attribuisce la guida del raid notturno per impossessarsi del teschio del capo indiano Geronimo che viene utilizzato nel rito di iniziazione come poggiapiedi del novizio, mentre è di pochi mesi fa lo «scoop» del giornale universitario secondo il quale l’ultima generazione di «Bonesmen» sarebbe riuscita a far di meglio, impossessandosi del teschio del comandante ribelle messicano Pancho Villa.
Ron Rosenbaum, editorialista del «New York Observer», ha dedicato trent’anni di lavoro a penetrare i segreti della setta spartana e fra le pratiche iniziatorie sulle quali ha raccolto testimonianze vi sono la lotta libera a corpo totalmente nudo e il dovere di confessare ogni dettaglio della passata vita sessuale stando stesi nudi dentro una bara, circondati dagli altri membri della setta seduti su dei panni in rituale silenzio, in una sala gelida e a luci basse.
«Riti e rituali di questa setta sono una via di mezzo fra Harry Potter e il conte Dracula – ha raccontato alla tv Cbs Alexandra Robbins, autrice del libro «Secret of the Tomb» – con alterni ruoli per personaggi come il Diavolo, il Papa e Don Chisciotte, che nomina “cavaliere di Euloga” il nuovo entrato posandogli una spada sulla spalla sinistra». Secondo alcune testimonianze raccolte, e rigorosamente anonime, al fine di impressionare le reclute uno dei primi «passaggi» è osservare una donna assatanata che pone un coltello insanguinato alla gola di un giovane.
Ogni anno vengono ammessi appena quindici nuovi membri: vengono selezionati dai loro compagni di corso più anziani e l’esito della scelta viene comunicato a sorpresa nella notte a ognuno di loro separatamente. Il rituale inizia con un rintocco alla porta della propria stanza. Così accadde anche nel caso di George W., che fu svegliato nel sonno e quando aprì si trovò di fronte il padre, George H. W. Bush, che senza neanche salutarlo e parlando con voce chiara e forte gli chiese di «fare la cosa giusta, entrare a far parte di “Skull & Bones” e diventare una brava persona».Essendo Kerry della classe 1966 e George W. di quella 1968, non si può escludere che i due si siano incrociati durante i rituali nella «Tomba». Il governatore repubblicano di New York George Pataki, altro «Bonesmen» e classe 1967, si è limitato a rilasciare in proposito al «New York Times» una dichiarazione bipartisan: «L’appartenenza di entrambi a “Skull & Bones” dimostra che tutti e due godevano del rispetto dei compagni».
www.lastampa.it
La ritualità è mirata a creare un legame indissolubile fra chi appartiene alla setta. Gli adepti sono vincolati al segreto perenne su quanto avviene nella «Tomba», ed è questo che determina una fratellanza inscindibile fra coloro che fanno parte della setta, che sarà messa a dura prova in caso di un’eventuale sfida Bush-Kerry.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sono caduti uno dopo l’altro i veti nei confronti di ebrei, afroamericani, omosessuali e – solo negli ultimi anni – donne, ma basta scorrere l’elenco dei circa 800 membri attuali per accorgersi che la grande maggioranza sono ancora soprattutto «wasp», legati da vincoli di parentela e amicizia.
skull and bones…no comment Leggi l'articolo »
di Gabriel Ash
La scorsa estate ero a Nablus durante uno di quei regolari raid israeliani che distruggono ogni parvenza di vita normale in città. Centinaia di persone irate e coraggiose si erano radunate nel pomeriggio per affrontare i carri armati che avevano preso possesso della strada principale. La folla avanzava in circoli ampi e furiosi, migliorava la sua posizione, cercava riparo o attaccava, scansando le jeep della polizia di frontiera che imperversavano nelle strade, distribuendo granate assordanti e lacrimogeni.
Mentre correvamo – tutti correvano – nella strada del mercato, in cui alcuni banchetti erano stati dati alle fiamme, un giovane, con tra le mani pezzi di cemento armato che intendeva lanciare contro i carri armati, corse di fianco a noi e rallentò un po’, seguendo il nostro passo, essendosi accorti che non eravamo del luogo. Ci chiese: “Vi piace Bush?”. In quel particolare momento, si trattava di una domanda paurosa. Pieno di adrenalina, risposi senza esitare: “Bush e’ un pazzo”. Il giovane corse verso i carri armati, lasciandosi noi alle spalle.
Che lanciare sassi contro i carri armati sia un gesto futile, e’ un cliché giornalistico. Errato. Certo, e’ un gesto simbolico, ma non futile. Ci vuole molto coraggio per affrontare con semplici pietre un mostro d’acciaio di 60 tonnellate; l’impotenza del sasso nel fermare il carro armato sottolinea solo l’impotenza del carro armato nel fare ciò che e’ suo obiettivo fare: terrorizzare la gente.
Paragonato a ciò, gettare nell’urna una scheda elettorale per le elezioni presidenziali del novembre 2004 richiede molto meno coraggio personale ed e’ molto più futile. Eppure, il lanciatore di pietre mi sfidò a proposito delle mie scelte elettorali. Come rispondo?
Per me, il giovane di Nablus rappresenta i miliardi di diseredati, gente il cui destino, e spesso la cui stessa vita e morte, viene decisa a Washington dal presidente degli Stati Uniti e che non ha alcun modo di scegliere quel presidente.
Alcuni di quei diseredati sono americani – prigionieri, ex detenuti e gente in libertà condizionale, ad esempio. Ci sono anche i cento milioni di americani che hanno deciso di rinunciare al voto. Tuttavia, la grande maggioranza di diseredati non sono cittadini americani. Se gli USA si facessero i fatti loro, non ci sarebbe alcun bisogno di essere preoccupati sulle preferenze presidenziali da parte dei non-cittadini. Ma il governo USA ritiene che sia un suo diritto concesso da Dio quello di determinare il destino degli abitanti di luoghi come Nablus. Dalle città sci’ite dell’Iraq del sud ai villaggi indigeni della Bolivia, gli USA ritengono di poter determinare chi vivrà, chi morirà, chi sarà represso e chi governerà e, in particolar modo, in quale direzione fluirà il denaro. Il presidente USA e’ l’imperatore non eletto del pianeta.
E allora, nel momento in cui compio il gesto simbolico del voto, qual e’ la mia responsabilità verso queste persone? Quando esercito il mio diritto di voto, in quale modo prendo in considerazione gli interessi ed i desideri di coloro che non hanno questo privilegio?
Come membro della classe dei consumatori americani, mi e’ chiaro che John Kerry sarebbe un presidente migliore di George Bush, per me e per tutti coloro che conosco personalmente. Non che questa sia una sfida – il pomo della mia porta di casa sarebbe un presidente migliore di George Bush.
Ma la presidenza di John Kerry non ridurrà l’amarezza della vita a Nablus. I carri armati israeliani continueranno a rullarvi, sostenuti dal supporto finanziario e protetti dall’immunità diplomatica USA. Nablus continuerà a morire di morte lenta e soffocante, secondo i piani guida dei “ripulitori etnici” israeliani approvati dagli USA. Con Kerry alla Casa Bianca, gli iracheni continueranno a morire per il diritto di liberarsi dall’occupazione straniera. La guerra contro i contadini sud-americani si intensificherà, combattuta con le leggi del “Libero Commercio”, con i fondi della “guerra alla droga” o con intervento militare diretto.
Io non posso fermare i carri armati, ma, ala mia prossima visita a Nablus, non voglio dover mentire sul mio voto. Non voglio dover spiegare che non condivido il supporto di Kerry per la pulizia etnica, nonostante abbia votato per lui. Suonerebbe come una scusa che non sta in piedi, ed in effetti lo e’. Non voglio essere costretto ad ammettere ad i miei ospiti che ho votato per Kerry per la sua politica pensionistica e della sicurezza personale, dimenticandomi di Nablus e di ciò che i suoi abitanti subiscono. Il giorno delle elezioni, invece, io non dimenticherò Nablus e non voterò per Kerry.
So che molti lo considereranno un tradimento. C’e’ un silenzio assordante su Kerry tra la leadership progressista, un silenzio vergognoso che intende nascondere la familiare discussione: e’ giunto il momento, oggi più che mai, di votare strategicamente per il male minore. Bush sta distruggendo l’America e fermarlo deve essere la priorità assoluta. Questa argomentazione sarebbe più convincente se non fosse spolverata e dispiegata ogni quattro anni.
E’ un’argomentazione che sembra compiacere i demografi progressisti chiave. Il terrore palpabile che Bush evoca nel cuore di molti americani e’ ben fondato. Bush e’ una minaccia diretta per le finanze ed il benessere della classe media. Per quello che concerne i nostri problemi interni, vi e’ una differenza reale tra Bush e Kerry.
Tuttavia, più ci allontaniamo da casa, più le differenze si accorciano. Per il 50% degli americani, la differenza e’ probabilmente troppo piccola per giustificare la corsa alle urne. Per le vittime dell’imperialismo americano, non vi e’ alcuna differenza. Si tratta di scegliere tra due differenti impegni a bombardarle per ridurle alla sottomissione. La prossima elezione non sarà un referendum sull’impero americano, ma una gara sull’abilità di gestirlo. Kerry dichiara che lui sarebbe un amministratore migliore dell’impero. Pacificherebbe meglio l’Iraq, imporrebbe meglio le soluzioni USA al Medio Oriente, sottometterebbe meglio il mondo alla volontà americana. Forse e’ vero, ma perché dovremmo aiutarlo? Qual e’ la nostra posta nel migliorare la qualità della gestione dell’impero? Molti di noi hanno una posta in gioco, e questo può essere il problema.
L’argomentazione “tutti tranne Bush” e’ oggi un mezzo per proteggere gli interessi personalifingendo un alto senso di responsabilità. Quando si dice che tutti sono meglio di Bush, non si dice che anche noi abbiamo una posta in palio nel successo del dominio mondiale degli USA. In questo contesto, la cattiva gestione di Bush rappresenta un pericolo per noi perché minaccia di distruggere l’impero e, con esso, lo stile di vita relativamente sicuro di coloro che riescono a vivere bene all’interno del mostro.
Ma possiamo onestamente dire che un imperialismo americano meglio gestito renda il mondo un posto migliore anche per gli altri? Il fatto che la maggior parte del bilancio versato per la ricerca alle università americane abbia a che fare con lo sviluppo di modi sempre più efficaci per infliggere la morte, aiuterà i popoli della terra? L’eventuale vittoria americana in Iraq beneficerà quegli americani che non possono permettersi le cure mediche?
Il giorno delle elezioni, abbiamo una scelta. Possiamo votare o la nostra complicità con l’imperialismo o la nostra solidarietà verso le sue vittime.
Io non discuto sul fatto che “peggio e’, meglio e'”. Se lo facessi, invocherei il voto a favore di Bush. Ciò che voglio dire e’ che non so quale presidenza – Bush o Kerry – sia migliore per coloro che non hanno diritti. Non lo so in parte perché questo non e’ un argomento da campagna elettorale. Entrambi i contendenti si sono impegnati ad estendere e rafforzare la potenza finanziaria e militare USA, senza alcuna considerazione per le sue vittime, in patria ed all’estero.
Il “voto strategico”, dunque, si limita a ciò che e’ “strategico dal punto di vista dei miei interessi ristretti”. Il conflitto sulla opportunità di votare “per il male minore” e’ (mal) rappresentato come un conflitto tra pragmatismo e idealismo – “qualcosa e’ meglio di niente” contro il “tutto o niente”. E’ invece un conflitto tra la morale ed il ristretto interesse personale
Lasciamo a coloro che supportano l’imperialismo il dibattito su come gestire al meglio l’impero. La cosa giusta da fare e’ usare il nostro potere per votare, simbolicamente, il nostro rifiuto a contribuire ad una conversazione civica sulla qualità della gestione e del dominio imperiale. E’ un gesto quasi futile, ma non completamente; e’ un atto di solidarietà con i diseredati.
non votare kerry Leggi l'articolo »
“Ogni guerra, anche la più mite, con tutte le consuete conseguenze, la distruzione, le rivolte, i saccheggi, le rapine, gli stravizi, le uccisioni, con le scuse della necessità e della legittimità, con l’esaltazione delle gesta militari, con l’amore della bandiera e della patria, con le finte premure pei feriti, perverte in un solo anno più gente che non migliaia di saccheggi, d’incendi, di omicidi commessi durante un secolo da persone isolate spinte dalle passioni”
-LEV TOLSTOJ-
TOLSTOJ sulla guerra Leggi l'articolo »
Parte stasera da Filadelfia una settimana di concerti
Le grandi star americane in piazza per sostenere Kerry Il rock in viaggio contro Bush
Springsteen guida la carovana dal nostro inviato ALBERTO FLORES D’ARCAIS
MIAMI – Undici Stati, trentatrè città, più di venti grandi artisti del rock, decine di concerti. Il “Vote For Change Tour” parte stasera da Filadelfia e altre cinque città della Pennsylvania e per una settimana porterà in giro per gli States alcune delle più grosse rockstar accomunati da un unico scopo: quello di far perdere le elezioni a George W. Bush.
Un’idea nata quasi per gioco prima dell’estate, buttata lì in qualche chiacchiera al bar o dietro un palcoscenico e che ha subito entusiasmato gente del calibro di Bruce Springsteen, Pearl Jam, Dixie Chicks, R. E. M e tanti altri. A tessere le fila due organizzazioni, “America Coming Together” e “MoveOn. org” che stanno mobilitando i giovani perché vadano in massa alle urne (o votino per posta) il 2 novembre nella speranza che la nuova generazione dia una spallata decisiva al presidente repubblicano.
Più che “per Kerry” i “rocking rebels”, come li ha definiti il quindicinale Rolling Stone, sono “contro Bush”. A quello che è uno dei principali leit-motiv di questa campagna elettorale, una sorta di “turatevi il naso” all’americana, i giovani sono ancora più sensibili e visto che ai giovani è più facile parlare con la musica che con gli slogan politici non ci è voluto molto a musicisti convinti della necessità di cambiare l’inquilino alla Casa Bianca e abituati a “dialogare” con decine di migliaia di ragazzi quale fosse la cosa migliore da fare: mettersi insieme e girare l’America.
Il risultato è la più grande serie di concerti rock a fine elettorale che ci siano mai stati in America e nel mondo intero. Perché se è vero che l’impegno dei rockers su questioni umanitarie, ecologiche e sociali data da lungo tempo per trovare delle analogie con il “Vote For Change” bisogna risalire agli anni Sessanta (per quanto riguarda l’America) o al periodo della Thatcher per i gruppi inglesi. Bisogna tornare a quella “convention” democratica del 1968, in piena guerra del Vietnam, quando a Chicago vennero organizzati diversi concerti per sostenere una candidatura “pacifista”. Si sa come andò a finire quella volta, con la convention e la città sconvolte dalle manifestazioni e dalla violenza della polizia e con quello che diventò un grande inno rock immortalato da Crosby, Stills, Nash e Young nella celebre “Chicago”.
Questa volta l’organizzazione ha pensato in grande: battere per una settimana tutti i “battleground states”, gli Stati in bilico dove anche poche decine di migliaia di voti (il pubblico di un concerto) possono far girare le fortune dalla parte di una candidato “registrando” e convincendo il più alto numero di giovani “potenziali” elettori. Il fine è ben dichiarato, chi compra i biglietti appoggia di fatto il partito democratico, anche se lo scopo è quello di raccogliere fondi “per educare gli elettori, mobilitarli, fare del porta a porta e aiutarli ad andare alle urne” e se nessuno dei protagonisti manifesta un amore spassionato per John Kerry.
Gli artisti hanno risposto altrettanto in grande, basta guardare l’elenco di chi ha aderito all’iniziativa: Pearl Jam, Bruce Springsteen, R. E. M., Dave Matthews Band, Jurassic 5, Dixie Chicks, Death Cab for Cutie, James Taylor, Ben Harper, My Morning Jacket, Jackson Browne, Bonnie Raitt, John Fogerty, Keb’ Mo’, Bright Eyes, John Mellencamp, Kenny ?Babyfacè Edmonds, John Prine, Tracy Chapman.
Il piatto forte della “prima” di stasera è quello in programma al Wachovia Center di Filadelfia, la città dei “padri fondatori” e della Costituzione americana che secondo gli organizzatori e i cantanti George W, Bush ha “tradito”. Sul palco accanto a “The Boss” suoneranno la fedelissima E Street Band e i R. E. M ed è prevista anche la presenza dell’amato ex Creedence Clearwater Revival, John Fogerty. Un concerto che segue di 24 ore il primo dibattito presidenziale di Miami, considerato la cartina di tornasole per capire se Kerry – indietro in tutti i sondaggi – avrà la forza per rimontare. Alla vigilia anche un uomo poco incline ai discorsi pubblici come Bruce Springsteen ha voluto dare un consiglio al candidato democratico, accusato da una buona fetta del suo stesso partito di aver fatto una campagna elettorale finora troppo “morbida”: “la corsa alla Casa Bianca è come il campionato del mondo dei pesi massimi: nessuno ti dà il titolo, bisogna
prenderselo”.
Anche per il “Boss” che in passato ha evitato prese di posizione politiche troppo nette è arrivato il momento di agire: “Sulla guerra in Iraq penso che siamo stati fuorviati. Penso che siano i nostri governanti stati fondamentalmente disonesti e abbiano spaventato e manipolato il popolo americano per mandarlo in guerra. Io credo che la dottrina di Bush sull’intervento preventivo sia stata una politica estera pericolosa e non credo che abbia reso gli Stati Uniti più sicuri”. Gran finale a Washington, l’11 ottobre, tutti insieme.
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Si tratta di Ayad Anwer Wali, iracheno residente a Castelfranco Veneto dal 1980. Morto anche un turco. «Erano due spie», dice il commando terrorista nel video recapitato all’agenzia AFP
Sono stati stati uccisi a colpi di kalashnikov l’italiano di origine irachena Ayad Anwar Wali, 44 anni e il turco Yalmaz Dabja, di 33 anni. Il video della loro eliminazione, datato 2 ottobre e recapitato all’agenzia di stampa AFP, dura poco più di un minuto e mostra i due ostaggi inginocchiati e con gli occhi bendati davanti a cinque uomini armati e incappucciati che si autodefiniscono combattenti di Allah.
I terroristi, dopo aver proceduto alla lettura di un comunicato in cui i due vengono definiti spie al soldo dei servizi segreti «turchi, iraniani, israEliani», li uccidono con alcuni colpi di fucile mitragliatore sparati sulla nuca.
LA «CONFESSIONE»
Prima di morire, Wali, definito dai rapitori «un italiano di origine turcomanna irachena», confessa «di essere rientrato in Iraq dopo la guerra» e di aver stabilito contatti con i servizi segreti «israeliani che volevano acquistare uranio e mercurio rosso», con quelli turchi, «che mi hanno chiesto di uccidere Jalal Talabani» (il leader dell’Unione patriottica del Kudistan, ndr) e con quelli «iraniani».
Anche l’ostaggio turco procede alla confessione estorta sotto l’occhio della telecamera: gli «007 turchi mi hanno offerto dieci milioni di dollari» mentre quelli israeliani, dice, «30 milioni di dollari» per avere mercurio rosso.
VIVE A CASTEL FRANCO VENETO
Ajad Anwar Wali, del quale aveva parlato il ministro degli Esteri Frattini dopo la liberazione delle due Simone, era stato rapito il 31 agosto.
Nato in Iraq, viveva e lavorava a Castelfranco Veneto dal 1980, dove aveva aperto uno studio per la sua attività, ma non aveva la cittadinanza italiana. Tempo fa aveva avviato, a Baghdad, un ufficio per la promozione di prodotti italiani nel mondo arabo.
Nel gennaio 2004 il fratello Emad lo aveva raggiunto da Treviso per portargli cataloghi e listini delle ditte con cui lavorano, ed era subito ripartito per il Veneto. I due fratelli si erano sentiti per telefono fino a quel drammatico 31 agosto, giorno del sequestro. Da allora nessuno aveva avuto alcuna notizia dell’italo-iracheno. Tuttavia, non passava giorno che la sorella di Ajad, che risiede a Baghdad, non si recasse alla centrale di polizia per cercare di avere notizie del fratello.
LA DISPERAZIONE DELLA FAMIGLIA
Il fratello di Ayad Anwar Wali, che lavorava con lui nel settore dell’arredamento, ha ricevuto dalla Farnesina la conferma dell’uccisione. «E’ stato ucciso perchè era italiano, ma il governo non ha mai mosso un dito» ha commentato tra le lacrime Emad Wali
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MEMBRI DEL CHRISTIAN PACEMAKER TEAM ATTACCATI E FERITI GRAVEMENTE DA COLONI SULLE COLLINE A SUD DI HEBRON
29 settembre 2004
Alle 7.15 circa della mattina di mercoledì 29 settembre 2004 alcuni coloni hanno attaccato i membri del CPT (1)Chris Brown e Kim Lamberty mentre accompagnavano bambini a scuola. I bambini, del villaggio di Tuba, avevano subito in passato molestie da parte dei coloni mentre si recavano a scuola nel villaggio di al-Tuwani.
I cinque coloni, vestiti di nero e mascherati, arrivavano da un avamposto del vicino insediamento di Ma’on e hanno attaccato Brown e Lamberty muniti di una catena e una mazza. Tutti i bambini sono riusciti a salvarsi scappando verso le loro abitazioni.
I coloni hanno spinto a terra Brown, lo hanno frustato con una catena e colpito alle costole che hanno perforato un polmone. Hanno colpito e percosso le gambe di Kimberly. Ora non è in grado di camminare a causa di una ferita al ginocchio e ha un braccio fratturato. I coloni hanno anche rubato il marsupio di Lamberty che conteneva il suo passaporto, denaro e il cellulare.
Lamberty e Brown sono stati trasportati dall’ambulanza all’ospedale di Soroka a Beer Sheva per le cure. Rich Meyer, referente del team di supporto di Hebron, ha riportato che i due membri del CPT gli hanno riferito di avere ricevuto un trattamento eccellente da parte dei dottori israeliani.
I bambini di quattro piccoli villaggi palestinesi devono recarsi a piedi a scuola nel villaggio di al-Tuwani. Poiché i coloni hanno infastidito i bambini sin dall’inizio della scuola a settembre e la polizia israeliana non interviene per evitare gli attacchi, gli abitanti hanno chiesto la protezione degli internazionali. Una coalizione comprendente il Christian Pacemaker Team, il gruppo israeliano Tayush e alcuni membri di Operazione Colomba (2), una organizzazione italiana cristiana che svolge un lavoro di accompagnamento simile a quello del CPT, dal 12 settembre hanno stabilito una presenza nel villaggio di al-Tuwani. I tre gruppi si sono inizialmente impegnati ad accompagnare i bambini per un periodo di sei settimane, dopo che i membri di queste organizzazioni, ogni volta che hanno perlustrato l’area, sono stati testimoni di attacchi da parte dei coloni sui bambini.
Il Christian Pacemaker Team, Operazione Colomba e Tayush prevedono di continuare ad accompagnare i bambini a scuola ad al-Tuwani.
I giornalisti che desiderassero avere maggiori informazioni possono contattare il referente del team di supporto di Hebron: Rich Meyer 574-202 3920.
(1) Il Christian Pacemaker Team (CPT) è un’iniziativa ecumenica per sostenere chi si sforza di ridurre la violenza in tutto il mondo.
coloni israeliani attaccano volontari pacifisti Leggi l'articolo »
di Rico Guillermo
L’intensificarsi delle violenze in Medio Oriente con le recenti morti di civili durante i combattimenti, hanno indotto il segretario generale dell’ONU Kofi Annan a richiamare Israele perche’ assicuri la salvezza dei Palestinesi innocenti.
Il portavoce di Annan, Fred Eckhard, ha detto che “il segretario generale ed i suoi rappresentanti nella regione hanno ripetutamente chiamato il governo di Israele a rispettare l’inviolabilita’ delle istituzioni ed installazioni dell’ONU ed in particolare ad astenersi da ogni azione a danno della vita e della salute” specialmente dei bambini.
Annan ha deplorato la crescita di violenze nei territori palestinesi occupati ed in Israele. Ha ricordato una bimba di 10 anni, Raghda Adnan al-Assar, morta il 22 settembre dopo essere stata ferita alla testa da un proiettile mentre era seduta nel suo banco nella scuola elementare allestita dall’agenzia per i rifugiati dell’ONU di Khan Younis due settimane prima.
Il 27 settembre e’ stato invece ucciso un uomo in un’altra installazione ONU, mentre un consulente dell’ONU e’ stato seriamente ferito da uno sparo mentre lavorava a Rafah. Gli edifici dell’ONU e delle sue agenzie dovrebbero essere protetti dalle leggi internazionali.
Nel suo intervento di ieri sera all’assemblea generale dell’ONU, il presidente della delegazione di osservatori palestinesi Farouk Kaddoumi ha ringraziato Kofi Annan per gli sforzi fatti per armonizzare le relazioni internazionali ed assicurare il rispetto dei principi della Carta e delle leggi con lo sguardo alla pace e sicurezza internazionale.
Il rappresentante della Palestina – dopo aver ricordato le cause infondate della guerra in Iraq che a suo dire ha aggiunto un “danno alla gia’ esistente grave situazione” del Medio Oriente – ha chiesto che la sovranita’ e l’autodeterminazione del Paese mesopotamico vengano rispristinate.
Kaddoumi ha ricordato che Israele e’ “l’unica potenza nucleare in Medio Oriente”, puo’ contare sull’appoggio degli USA e possiede un esercito organizzato con armi sofisticate ma non guarda troppo ai diritti umani ed alla vita altrui, danneggiandola con impunita’. L’inviato dell’Autorita’ nazionale palestinese ha citato “gli assalti quotidiani alle pacifiche citta’ ed ai villaggi, la demolizione delle case…. la distruzione di antichi frutteti, oliveti e cedri, le uccisioni” e le limitazioni imposte.
La sproporzione della potenza di fuoco, secondo Kaddoumi , e’ alla base delle 3200 morti e delle migliaia di ferimenti che sono a tutti noti. Circa 8000 Palestinesi sono detenuti senza processo in condizioni pietose.
Il diplomatico palestinese ha ricordato la decisione assunta all’unanimita’ dal consiglio di sicurezza dell’ONU sulla Roadmap e mai applicata, chiedendo che la sua realizzazione sia finalmente presa a cuore dai grandi del mondo.
Kaddoumi ha citato la lettera di assicurazioni del 14 aprile inviata da George Bush ad Ariel Sharon, nella quale si dice che “gli Stati Uniti supportano lo stabilirsi di uno Stato Palestinese che sia percorribile, contiguo, sovrano e indipendente cosicche’ il popolo palestinese possa costruire il suo futuro in accordo con la visione della Road Map”. Bush aggiungeva che Israele dovrebbe avere confini sicuri e riconosciuti, ma ne’ Bush ne’ Sharon identificano topograficamente tali frontiere.
Il presidente USA aggiungeva nella lettera che “gli Stati Uniti sono fortemente interessati alla sicurezza di Israele ed a realizzare uno stato ebraico”. Il delegato palestinese ha osservato che Bush sembra dimenticare che il 20% della popolazione di Israele non e’ ebraica, e rileva che Tel Aviv non ha ancora chiarito cosa ritenga ebraico. Tale concezione, a giudizio di Kaddoumi, rischia di produrre inevitabilmente la creazione di una societa’ razzista.
Kaddoumi ha ricordato anche l’impegno preso dall’alto commissario UE Javier Solana il 15 aprile 2004 per la costituzione di uno stato palestinese sovrano e indipendente. Anche il giudizio della Corte di Giustizia de L’Aja e’ stato menzionato nell’intervento, unitamente alla risoluzione ONU.
La parola passa ora ad Israele, ha concluso Kaddoumi, sottolineando che Tel Aviv deve mostrare il suo impegno nel rispondere alle sollecitazioni della comunita’ internazionale.
http://www.osservatoriosullalegalita.org/societa/globe/globe.htm
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kofi annan: salvate i civili palestinesi Leggi l'articolo »
Israele : continuano combattimenti nella striscia di Gaza di red
L’esercito israeliano ha preso il controllo di una fascia di nove chilometri in prossimita’ del campo di rifugiati palestinesi di Jabaliya nel nord della striscia di Gaza. Lo scopo e’ prevenire il lancio di missili da parte dei militanti palestinesi nella citta’ israeliana di Sderot.
Piu’ di 50 Palestinesi, incluso molti civili, sono stati uccisi dagli Israeliani in una operazione della durata di tre giorni. Ieri il primo ministro Ariel Sharon aveva dato ordine per un’espansione dell’operazione a Gaza nonostante gli inviti di Kofi Annan e della Casa Bianca a moderare i mezzi ed a risparmiare le vite dei civili.
L’operazione era iniziata dopo l’uccisione di due bambini per missili lanciati su Sderot. La violenza e’ continuata ieri. Cinque Israeliani , inclusi alcuni civili, sono stati uccisi durante i raid. Due militanti della Jihad Islamica sono stati uccisi a Jabaliya, secondo testimoni.
Due ben noti esponenti di medio livello del gruppo militante Hamas sono stati uccisi in un’esplosione nella citta’ di Gaza ieri sera. Fonti di Hamasa li hanno identificati come Mehdi Mushtaha e Khaled Amreet. Hamas ha dichiarato che non ci saranno interuzioni nei suoi tentativi di lanciare missili a Gaza.
Jabaliya e’ il campo rifugiati piu’ grande del mondo e la situazione ha spinto l’Autorita’ Nazionale Palestinese a chiedere una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati ha espresso la sua preoccupazione.
Israele e’ presente nella zona con 2000 uomini e 200 carrarmati.
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strage a gaza Leggi l'articolo »
03.10.2004 Sharon: «Non fermeremo i raid a Gaza».
Ma la Lega Araba protesta. Umberto De Giovannangeli «La lotta è molto complessa. Ho dato istruzione alle forze armate di intraprendere qualsiasi mossa di rimuovere la minaccia di razzi Qassam. Le nostre forze si comportano bene, e non abbiamo imposto loro alcun limite di tempo». Ariel Sharon non fa marcia indietro. La morsa d’acciaio di Tsahal attorno a Jabaliya, Bei Hanoun, Khan Yunis non solo non verrà allentata ma se possibile ulteriormente rafforzata.
Per il quinto giorno consecutivo, l’epicentro degli scontri resta ancora il campo profughi di Jabaliya dove nelle ultime ventiquattr’ore i morti sono stati dieci tra i quali sette miliziani: quattro di Hamas, due della Jihad islamica, uno di al-Fatah. In serata nella corsia di un ospedale, sono deceduti tre adolescenti palestinesi. Le scorte di sangue ormai scarseggiano. Secondo stime raccolte dagli ospedali di Gaza, almeno 66 palestinesi sono stati uccisi e 250 feriti nel contesto della operazione «Giorni di Pentimento» lanciata cinque giorni fa da Israele.
L’operazione andrà avanti, ribadisce il ministro della difesa Shaul Mofaz. Israele potrebbe restare anche settimane nella zona occupata a Nord di Gaza, conferma in serata il capo di stato maggiore generale Moshe Yaalon. Finora, secondo i dati in suo possesso, sono circa 60 i palestinesi rimasti uccisi nei combattimenti: «per la maggior parte terroristi». In tutto, sottolinea ancora Yaalon, gli elicotteri e i carri armati israeliani hanno annientato «sette cellule di lanciatori di razzi Qassam». Ma la lotta contro il terrorismo – avverte il generale – ha tempi lunghi: «Siamo organizzati a proseguire per giorni, anche per settimane». Yaalon esclude che Israele abbandoni il nord della Striscia prima che la minaccia dei razzi Qassam sia stata rimossa. Per far ciò Israele ha ritagliato a Nord di Gaza un rettangolo lungo nove chilometri (quasi un quarto della Striscia) che include il valico di Erez, le cittadine di Beit Hanoun e di Beit Lahya e il rione orientale del campo profughi di Jabaliya. Memori della «Fascia di sicurezza» costituita in Libano, i responsabili militari israeliani affermano di voler piuttosto creare a Nord di Gaza un «ambiente di separazione». Si tratta di una zona cuscinetto da frapporre fra le cellule dell’Intifada e gli insediamenti israeliani.
La resistenza più accesa, ammette lo stesso Yaalon, le forze israeliane la stanno incontrando a Jabaliya dove sono attive le cellule dei diversi gruppi dell’Intifada: Brigate Ezzedn al Qassam (Hamas), Brigate al Quds (Jihad islamica), Brigate martiri di al Aqsa (al Fatah) e i Comitati di resistenza popolare (composti da militanti di varia estrazione, fra cui ex agenti palestinesi). Gli strali del capo di stato maggiore si indirizzano anche contro le Nazioni Unite accusate di cooperare sul terreno con i gruppi armati palestinesi. «Più di una volta abbiamo visto mezzi dell’Onu utilizzati per trasportare uomini armati e mezzi di combattimento», denuncia Yaalon, secondo cui i gruppi armati dell’Intifada «si fanno sistematicamente scudo della popolazione civile». La Tv di stato israeliana ha mandato in onda nei giorni scorsi immagini riprese da un aereo spia militare che sembrano indicare che una delle ambulanze delle Nazioni Unite sia stata usata nel nord della Striscia per trasportare uno dei razzi Qassam con i quali Hamas bombarda il sud dello Stato ebraico.
Un’accusa rigettata dal capo dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, il danese Peter Hansen, il quale ha ipotizzato che l’oggetto fotografato fosse in realtà una barella ripiegata. Le dichiarazioni di Hansen non hanno però attenuato la polemica. Per Gideon Meir, alto dirigente del ministero degli esteri, il capo dell’Unrwa altro non è che un «bugiardo incorreggibile».
Nella Striscia insanguinata, Hamas soffia sul fuoco della esasperazione popolare. Ieri a Gaza gli islamici hanno organizzato una campagna per la donazione di sangue, da far pervenire ai 250 feriti che affollano le corsie degli ospedali. Ma un portavoce islamico, Mushir al Masri, ha anche chiesto ad alta voce come mai in prima linea, nella difesa della popolazione di Jabaliya, «non si vedano le divise di migliaia di agenti degli apparati di sicurezza palestinesi». Da Ramallah, il presidente Yasser Arafat e il premier Abu Ala cercano comunque di organizzare gli aiuti alla popolazione colpita. Anche il Parlamento di Ramallah ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria, malgrado fosse paralizzato da settimane per divergenze di idee con l’esecutivo. Fra i dirigenti palestinesi cresce il malumore nei confronti della comunità internazionale. Hassan Abu Libdeh, un consigliere di Abu Ala, sostiene che finora le pressioni diplomatiche non hanno avuto alcun effetto sul governo di Ariel Sharon. «L’amministrazione Bush, che dovrebbe avere ascendente su Israele – aggiunge il consigliere del premier palestinese – è impegnata nelle elezioni presidenziali e non dedica attenzione ai massacri dei palestinesi».
Massacri stigmatizzati da re Abdallah II di Giordania. Il giovane sovrano hashemita ha condannato con forza quella che definisce «l’arroganza» di Israele nella Striscia di Gaza. «L’arroganza di Israele e il proseguimento della sua politica di assassini di massa di civili palestinesi, così come la distruzione di edifici e di infrastrutture nei Territori – denuncia il monarca giordano – non sono utili al processo di pace ma al contrario non fanno che alimentare
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Gaza: l’arroganza di israele diviene massacro in Palestina Leggi l'articolo »
Nel 1975 il Marocco ha occupato il Sahara Occidentale. Ha eretto una serie di barriere nel deserto. Ancora oggi il popolo Saharawi aspetta di poter tornare a casa.
26 dicembre 2003 – Il colonialismo ha segnato in maniera indelebile la storia del continente africano e, ancora oggi, continua a far sentire i suoi effetti. Guardando su un atlante la costa nord-occidentale dell’Africa, subito sotto il Marocco, c’è un paese caratterizzato da confini squadrati che sembrano disegnati da un bambino. E’ il Sahara Occidentale, la terra del popolo saharawi che, dietro un nome esotico e affascinante, nasconde una tragedia che dura da venticinque anni.
Quei confini sono stati tracciati dalle potenze coloniali che, al Congresso di Berlino nel 1885, avevano cercato e trovato un accordo per spartirsi i territori coloniali senza combattere tra loro. In quest’area si dovevano accordare la Francia e la Spagna che, con il trattato di Madrid del 1912, sancirono la sovranità di Parigi sull’odierno Marocco e di Madrid sul territorio saharawi.
I Saharawi, eredi delle tribù berbere Sanhadja, travolti dall’arrivo degli arabi nel XIII secolo, sono l’insieme di circa 40 tribù nomadi frutto di secolari fusioni tra l’anima berbera e quella araba, riunite in una confederazione molto elastica con al vertice un Consiglio dei Quaranta che si riuniva solo di fronte a minacce esterne, per risolvere le controversie interne e per importanti cerimonie collettive. Compito fondamentale del Consiglio era l’assegnazione dei pascoli, essendo la pastorizia la principale fonte di sostentamento per questa popolazione nomade. I marocchini hanno sempre ritenuto il territorio saharawi parte della loro nazione, ma il colonialismo congelò queste mire espansioniste del nazionalismo di Rabat (il mito del “Grande Marocco”). La dominazione spagnola, peraltro molto leggera fino alla scoperta dei giacimenti di fosfati in territorio saharawi, produsse un processo di progressivo abbandono del nomadismo per una sedentarizzazione favorita anche dalla sempre più grave siccità della zona.
Negli anni ’70, in tutto il continente africano, si radicava un forte spirito anti-coloniale e i Saharawi non ne furono immuni: nel 1969 nasceva il Movimento di Liberazione del Sahara (MLS) che guidò una serie di manifestazioni anti-spagnole a El Aaiun, capitale del Sahara Occidentale. La repressione fu durissima e il MLS fu costretto a sciogliersi. Il suo messaggio d’indipendenza fu raccolto da tanti studenti saharawi che, il 10 maggio 1973, fondarono il Fronte Popolare di Liberazione del Saguia al Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario) dal nome dei due distretti coloniali spagnoli, presto simbolo dei Saharawi, che diede vita a una resistenza armata contro gli spagnoli. Mentre la comunità internazionale faceva pressioni sulla Spagna per l’autodeterminazionze dei Saharawi, la monarchia marocchina si trovava in un momento difficile della sua storia.
Re Hassan II doveva fronteggiare le trame dell’esercito che, a causa della gravissima crisi del Marocco, volevano rovesciare la monarchia. Il sovrano decise di usare il nazionalismo per compattare la situazione interna e cominciò a rivendicare lo storico diritto dei marocchini sulle terre saharawi in caso di decolonizzazione. Nel maggio del 1975 la Spagna si dichiara disposta mettere fine alla sua presenza nel Sahara Occidentale. Per Hassan II è giunto il momento di agire: il 6 novembre 1975, 350mila sudditi marocchini, attraversano il 27°parallelo, confine coloniale tra Marocco e Sahara Occidentale. Era la “marcia verde”.
La Spagna, pochi giorni dopo, firma un accordo con Marocco e Mauritania, in cui cede il Sahara Occidentale in aministrazione temporanea, ai due paesi africani. I Saharawi riuscirono a bloccare l’avanzata delle truppe di Rabat che, non riuscendo a piegare la resistenza, adottarono la strategia dei muri, costruendo un’insieme di sei barriere di sabbia per una lunghezza di 2500 chilometri per respingere la guerriglia saharawi, annettendo di fatto la zona più ricca di risorse di tutto il Sahara Occidentale. Contemporaneamente anche la Mauritania, anche lei con mire espansionistiche, attacca il territorio saharawi, ma si ritira nel 1979.
Il Fronte Polisario, nel gennaio 1976, proclama la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) in esilio. Quasi 400mila saharawi sono stati costretti dai bombardamenti, in cui l’esercito marocchino ha utilizzato anche il napalm, alla fuga e a rifugiarsi in territorio algerino nella regione desertica di Tindouf, dove costituiscono un modello comunitario unico e dove vivono ancora, aspettando di tornare a casa. Migliaia i civili uccisi dai bombardamenti. Sono 850 i saharawi arrestati dalle forze di occupazione scomparsi nel nulla. Il conflitto si trascina da allora.
Nel 1990 l’Onu, che con la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO) ha tentato di garantire il rispetto dei diritti umani nella zona occupata, propose un piano di pace: un referendum (previsto per il gennaio 1992) avrebbe sancito la volontà della popolazione della regione che avrebbe scelto tra la sovranità marocchina e l’indipendenza, ma non si é mai risolta la controversia su chi ha diritto al voto e chi no, soprattutto da quando il Marocco ha cominciato una emigrazione di massa (nota come seconda “marcia verde”) verso i territori occupati per garantirsi la vittoria della consultazione.
Gli ultimi incontri tra Marocco e Fronte Polisario, nel 2000, non hanno portato ad alcun risultato, comela mediazione di James Baker III, nuovo inviato Onu per il Sahara Occidentale. Tantissimi profughi aspettano di tornare a casa e di abbattere quelle barriere che, un popolo di origine nomade, abituato da secoli a muoversi libero nel deserto, non riesce proprio ad accettare.
Saharawi: divisi da casa da un muro Leggi l'articolo »
23/09 storie e reportage, ISLAM: Le donne e l’Islam. Un rapporto intenso e conflittuale, ma molto più ricco e complesso di quello che lasciano credere i media occidentali
23 settembre 2004 – “Non è cattivo, è la sua natura. Non penso di poter impedire questo comportamento ricorrendo alla magistratura. L’unica cosa che chiedo è che mi picchi solo una volta la settimana”. Questo il contenuto della deposizione che Mariam J., una donna iraniana di Teheran, ha rilasciato agli esterrefatti giudici di una corte locale. La sua storia è riportata dal quotidiano iraniano Aftab ed è stata ripresa dalle agenzie stampa di tutto il mondo.
La donna ha fatto causa al marito, ma non per ottenere il divorzio o per l’arresto del coniuge violento, bensì perché il tribunale dia cadenza settimanale alle percosse subite. Il marito, al momento della sua deposizione, ha dichiarato che “una volta ogni tanto questo trattamento è necessario, perché una donna deve avere sempre paura del marito per ubbidirgli”. Per la cronaca il tribunale di Teheran ha fatto firmare al marito di Mariam un impegno ufficiale a non picchiare più la moglie.
Le donne e il mondo islamico, un rapporto intenso e difficile. Nella cultura islamica, la donna ha un ruolo assolutamente fondamentale. A lei viene lasciato il compito della cura dei figli e della casa, dell’educazione dei ragazzi e della loro formazione alla fede, almeno nei primi anni di vita. Secondo criteri occidentali, questo corrisponde a un ruolo marginale e coatto. Non sempre è così. Problema diverso è quando vengono violati diritti fondamentali di ogni essere umano. La contraddizione tra rispetto e sottomissione della donna che caratterizza il mondo dell’Islam è fatto di storie come quella di Mariam J., ma anche di storie di donne di grande coraggio e qualità.
Per restare in Iran, come non parlare di Azar Nafisi? Il suo primo libro, ‘Leggere Lolita a Teheran’, è un caso editoriale in tutto il mondo. La scrittrice insegnava letteratura inglese all’università di Teheran dove, dopo la rivoluzione khomeinista, diventava ogni giorno più duro parlare della cultura di quell’Occidente simbolo di tutti i mali. Nel 1995 Azar si arrende e si ritira, ma non smette di credere nella forza delle pagine scritte da grandi autori stranieri. Come non smettono di crederci sette delle sue studentesse. Da quel momento, ogni giovedì mattina, le ragazze vanno a trovare Azar Nafisi a casa sua. Per leggere assieme, per parlare di letteratura, confrontarsi e arricchirsi.
Un gruppo di lettura clandestina insomma, come i protagonisti dell’Attimo fuggente, film di culto di qualche anno fa. Nel 1997 il loro segreto viene scoperto e, per il bene suo e delle ragazze, Azar interrompe le sue letture e accetta una cattedra di letteratura inglese all’università John Hopkins negli Stati Uniti. Della sua storia ha fatto un libro, che ha appassionato milioni di lettori. “Non credo al cambiamento imposto con la forza”, ha dichiarato recentemente Azar Nafisi, “credo al mito di Shahrazàd, la protagonista delle Mille e una notte che ha cambiato il sovrano malvagio con la forza del racconto, della pazienza, dell’intelligenza. La donna ha capito che non è la violenza a cambiare il mondo, ma la cultura”.
Anche Houda Saleh Medhi Amache e Rihab Rashid Taha sono due donne islamiche. Sono nate e cresciute in Iraq. I loro nomi ai più non diranno molto, perché sono molto più conosciute con i loro nomi di battaglia: dottoressa Antrace e dottoressa Germe. Houda e Rihab erano due tra i personaggi più temuti in Iraq, due ascoltate consigliere di Saddam Hussein. Le uniche donne che hanno meritato un posto nel mazzo di carte fatto stampare dalle forze della Coalizione con i volti dei gerarchi ricercati del regime saddamita.
“Le due donne sono in custodia legale e fisica della forza multinazionale”, ha commentato ieri un portavoce del Pentagono interrogato sulle voci di un imminente rilascio delle due. “Nessuna delle due sarà rilasciata a breve termine”. Houda e Rihab hanno studiato chimica e biologia, risultando tra le menti più brillanti del loro paese, ma hanno deciso di mettere la propria competenza al servizio dei piani di Saddam. Certo le famose armi di distruzione di massa non sono mai state trovate, ma questo non ha messo in dubbio la triste fama di queste due donne, che nel mondo islamico si sono fatte rispettare, anche se in maniera discutibile.
Arwa Shanti-Boxall vive negli Emirati Arabi Uniti. Arwa è la proprietaria del negozio ‘Petzone’, a Dubai. Il suo negozio di animali è uno dei più conosciuti del Paese ed è stato aperto grazie ai finanziamenti che il governo degli Emirati ha stanziato per l’imprenditorialità femminile. Di suo, Arwa ha colmato con le sue capacità il fossato che esiste nel suo Paese tra il ricevere un incentivo economico e la considerazione sociale di una donna che lavora. Lei lo ha fatto con eccellenti risultati e il suo esempio è stato seguito da molte altre donne di uno dei Paesi più ricchi del mondo.
Come Rula Hannoun, che lavora in banca ricoprendo un ru olo di responsabilità. “A volte incontro uomini che hanno difficoltà a relazionarsi e a fare affari con me”, ha raccontato Rula alla Bbc in una recente intervista, “ma alla fine si pensa solo a lavorare. Le cose sono profondamente cambiate a Dubai, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono sempre di più le donne che si vedono nei posti di lavoro e sempre meno gli uomini che perdono tempo a rompere le scatole”.
L’esempio viene da una cooperativa di donne sole che, per mantenersi in una società dove se non sei una moglie, una figlia o una sorella di qualcuno praticamente non esisti, ha deciso di guadagnarsi la vita con i propri mezzi. Allora è nata una delle principali fabbriche per la produzione di un simbolo dell’Islam, guardato con sospetto in Occidente quanto amato dalle donne islamiche: il velo. Ne producono di tutti i tipi e di tutti i colori, per non rinunciare ad essere belle nel rispetto della propria cultura.
Gli Emirati Arabi Uniti confinano con l’Arabia Saudita, un Paese dove la condizione femminile è molto differente. Alle donne è proibito anche guidare, figurarsi intraprendere un’attività da sole. Questo non sembra preoccupare Nadia Bakhurji. Un mese fa il governo saudita ha indetto per febbraio del 2005 le prime consultazioni elettorali della storia del Paese. Nadia, un architetto di 37 anni, ha deciso che se il momento è storico va vissuto fino in fondo. E si è candidata.
“Spero che tante donne non ritengano assurdo il mio gesto”, ha dichiarato Nadia in un’intervista, “sono una donna e sono una patriota. Voglio servire la mia comunità e il mio Paese”. L’Arabia Saudita vive il periodo più difficile della sua storia. La monarchia degli Saud è schiacciata tra le derive fondamentaliste dell’Islam e la richiesta di riforme che proviene dalla società civile. Il terrorismo ha causato centinaia di vittime in diversi attentati negli ultimi anni, eppure Nadia ha voglia di lottare per aiutare l’Arabia Saudita a cambiare.
“A volte ho paura, ma voglio provare. Non tornerò indietro”, ha concluso Nadia. Per avere la percezione del coraggio di questa donna, basti pensare che non è stato ancora chiarito dal governo di Riad se le donne saranno chiamate a votare. Esiste però un movimento di cui fa parte Nadia assieme a tante altre donne che ha deciso di battersi per ottenere il diritto di voto e per partecipare sempre più alla vita pubblica.
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Storie di disperazione al confine. Ogni giorno gruppi di donne karen alla fine della gravidanza passano la frontiera tra Myanmar e Thailandia con un po’ di droga nelle tasche. Lo fanno di proposito, per farsi arrestare e poter partorire con un minimo di assistenza in carcere.
30 gennaio 2004 – “Sono molto povera. Mi sono fatta dare qualche pillola di metanfetamina, le ho messe in tasca e ho passato il confine. Qui, in Thailandia, ho iniziato a spacciarle per strada. La polizia mi ha arrestata e ora mi trovo in questa prigione”, racconta tranquilla una donna Karen venuta dal Myanmar (ex Birmania) all’ottavo mese di gravidanza. Quando le si chiede se lo ha fatto per poter partorire in un ospedale thailandese, assistita dai medici e senza dover pagare, sorride, butta un occhio a una delle guardie e abbassa lo sguardo. Da un mese numerose donne in stato avanzato di gravidanza o con neonati in braccio, venivano lasciate quotidianamente davanti al centro di detenzione di Mae Sot (al confine tra Thailandia e Myanmar) dalla camionetta della polizia.
Venire a partorire negli ospedali distrettuali della vicina Thailandia, è un drammatico stratagemma molto diffuso tra le donne delle minoranze che vivono in territorio birmano. Passato il confine, cominciano a lavorare nelle fabbriche thailandesi dove la manodopera birmana è molto richiesta. I lavoratori sono pagati molto poco e sfruttati parecchio. Vicine al parto, si danno alla microcriminalità. Commettono furtarelli nei negozi, spacciano piccoli quantitativi di droga. Tutto questo per essere arrestate. Sanno che al centro di detenzione femminile ci sono infermiere che le possono seguire e aiutare e che saranno portate all’ospedale al momento del travaglio. Sanno anche, però, che dovranno scontare da sei mesi a un anno di carcere per poi essere rimpatriate. Molte di loro, preferirebbero restare in prigione più a lungo perché non hanno la certezza di trovare il modo di nutrire i figli nel loro paese. Nelle galere thailandesi, almeno per un po’, i bambini hanno cibo, acqua e assistenza.
“I travagli sono spesso molto lunghi. In assenza di assistenza medica perdono la vita madre e bambino”, spiega Aung San Lin, medico del Back Pack Health Work Team, un gruppo che opera illegalmente nella giungla dove vivono i deportati dell’ex Birmania. E di questo le madri sono consapevoli. Il governo birmano, guidato dai militari, non riconosce a queste donne, soprattutto di popolazione Karen, Shan e Hmong, la cittadinanza birmana e, di conseguenza, l’accesso agli ospedali statali. Naturalmente non possono permettersi di andare in cliniche private. Le strutture sanitarie pubbliche negli stati da cui provengono, dove la guerriglia è ancora infuocata, sono quasi inesistenti. La maggior parte, inoltre, viene da villaggi improvvisati nella giungla, che hanno dovuto costruire dopo che i soldati governativi le hanno cacciate dai luoghi d’origine. Nel Myanmar gli scontri tra i guerriglieri delle minoranze e l’esercito governativo durano da mezzo secolo.
Gruppi di donne camminano per giorni cercando di raggiungere un centro abitato, per poi scoprire che anche lì non possono essere assistite. E’ in quel momento che disperazione e paura le spingono verso la Thailandia. Ma qui, nelle piccole città di confine “le carceri sono sovraffollate. La maggior parte dei detenuti viene dai territori birmani. Il denaro stanziato dal governo per la gestione delle prigioni non è sufficiente a coprire tutti i costi”, spiega Aye Aye Mar, responsabile dell’organizzazione Social Action for Women, che da anni assiste donne birmane vittime di abusi. Poi aggiunge “la direzione responsabile delle carceri costringe al rimpatrio immediato anche i detenuti che devono finire di scontare la pena pur di liberare le celle e far quadrare i conti”.
Ai piccoli nuclei famigliari karen si prospetta un futuro di abbandono. Le madri sacrificano le loro vite in cella per dare alla luce i loro figli. E i bambini nasceranno senza nazionalità: sia il governo tailandese che quello birmano rifiutano di riconoscerli.
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La testimonianza di Raquel Martin. Ha visto un gruppo di militari sequestrare il marito, poi ritrovato morto, ed è stata stuprata dal capo del commando. Il fatto risale al 1989, nel pieno del ventennio di terrore in Perù. Adesso, la Commissione della Verità e della Riconciliazione sta facendo luce sulle migliaia di desaparacidos nel Paese andino
30 dicembre 2003 – “Erano le 11 della notte ed eravamo appena andati a dormire. Fummo svegliati da forti colpi tirati al portone di casa, che si aprì. Sentimmo grida ingiuriose Dov’è Mejia il terrorista!. Mio marito si alzò di colpo, si vestì col suo pigiama beige e senza avere nemmeno il tempo di mettersi le scarpe corse in salotto. Accesa la luce, fu colpito violentemente con il manico di una mitraglietta”.
A raccontarlo è Raquel Martin, moglie dell’avvocato Fernando Mejia Egoheaga. Una pattuglia dell’esercito irruppe violentemente nella loro casa. L’avvocato fu sequestrato e tre giorni dopo fu ritrovato morto e con evidenti segni di tortura. Al cadavere mancavano le unghie delle dita della mano e uno degli occhi era stato strappato con un ago appuntito.
Era il 15 giugno del 1989 e mancavano pochi mesi alla fine del governo di Alan Garcia Pérez. I Peruviani si sentivano sollevati per l’imminente fine di un regime che aveva portato all’estremo la miseria e la repressione nel Paese. Si stavano avvicinando le elezioni presidenziali del 1990 e i nuovi candidati, tra cui spiccava uno sconosciuto dal nome Fujimori, pubblicizzavano le loro migliori proposte per accaparrarsi la poltrona presidenziale.
La notizia dell’omicidio corse dal distretto di Oxapampa a quello di Pasco.
Questa regione, fin dal 1985, era stata dichiarata in “stato di emergenza terrorismo” e posta sotto il controllo politico e militare delle forze armate. Raquel Martin fu molto più che una testimone oculare di questo sequestro sfociato in omicidio. Fu violentata ripetutamente dall’ufficiale che dirigeva la pattuglia criminale. La sua testimonianza è un documento d’accusa eccezionale dei crimini, dei sequestri, delle torture e delle violazioni commesse anche dalle forze armate fin dal 1980 contro i cittadini peruviani.
“Le grida e i rumori dei colpi mi dettero la certezza che a mio marito stava succedendo qualcosa di molto brutto”, racconta Raquel. “Impaurita, mi misi i pantaloni e mi precipitai in salotto. Vidi un gruppo di militari che stava ripetutamente colpendolo. Uno lo teneva e un altro lo colpiva con la parte bassa del fucile. Un altro ancora lo aveva afferrato per i capelli e gridava: “te cagastes terruco de mierda, ahora te vamos a liquidar”. Urlai di lasciarlo stare, ma uno dei due militari mi prese per il collo e mi tappò la bocca con la mano. Erano in sei, tutti armati e coperti con passamontagna neri. Avevano abiti neri e maglioni a collo alto. Quattro di loro mi bloccarono sulla porta della sala e io, a quel punto, potei solo intravedere quello che stava subendo il mio Fernando. Il comandante era un uomo alto più o meno 1.85 e di costituzione robusta. Era l’unico che continuava a parlare e a gridare contro mio marito. I soldati, ognuno con un fucile, scaraventarono mio marito in strada, con violenza – ricorda con estrema lucidità – Vicino alla veranda, era parcheggiata la camionetta ufficiale del progetto Pichispalcazu. Sopra, altri quattro militari vestiti di nero e coperti da un cappuccio nero. Non mi permisero di uscire. Mi costrinsero a rimanere in salotto. Gridai tante volte, pregandoli che non lo portassero via. Urlai di lasciarlo, che non aveva fatto niente di male. Mio marito fu fatto salire con la forza nel retro della camionetta, che partì rapidamente”.
“Nel frattempo – spiega – era rientrato l’uomo alto che comandava il gruppo. Spense la luce della sala. Balbettava e il suo alito puzzava di alcool. Era ubriaco e sembrava drogato. Mi dette un pugno in piena faccia e mi spogliò con violenza. Mi costrinse, mi picchiò con follia. Mi obbligò a entrare in camera da letto e mi violentò nella medesima stanza dove stavo dormendo con mio marito prima che lo portassero via. Poi se ne andò. Io mi accasciai in un angolo della camera senza sapere cosa fare. Ero in stato di shock e non potevo pensare coerentemente. Nella mia mente solo le immagini di mio marito picchiato a morte. Non avevo il telefono né familiari vicini da cui rifugiarmi. Pensavo alla mia bambina che dormiva nella stanza accanto e che fortunatamente non sentì nulla. E non volevo, comunque, lasciare la mia casa in caso che mio marito tornasse. Desideravo soltanto vederlo tornare”.
“Avevo perduto il senso del tempo. – continua Raquel – Sentii bussare alla porta, di nuovo. L’orologio della camera segnava le 11.45. Mi precipitai alla porta sperando fosse Fernando. Era il militare che mi aveva appena violentata. Mi disse che mio marito sarebbe stato portato a Lima il giorno seguente in elicottero. Mi obbligò di nuovo a spogliarmi. Minacciandomi di morte, mi violentò un’altra volta. Non seppi che tacere. Poi mi alzai e mi sedetti in salotto. Ero terrorizzata”.
La tragedia di Raquel non finì la notte del 15 giugno. Il giorno seguente cominciò la ricerca di suo marito. Andò nei quartieri della polizia e in quelli militari. Nessuno seppe darle informazioni. I militari le dissero che sicuramente il marito se n’era andato con i terroristi. Tra i militari che la ricevettero in caserma riconobbe colui che le aveva tappato la bocca durante il sequestro. Cercò di denunciarlo, raccontando l’accaduto. Ma non aveva prove né per sostenere il sequestro né tanto meno per incolpare i militari. Visitò tutte le caserme. Non trovò aiuto. Né risposte. Si rivolse al parroco della chiesa affinché la aiutasse, ma questi le suggerì che era meglio non mettersi contro i militari.
Tre giorni dopo il sequestro, il 18 giugno, Raquel sentì che qualcuno aveva visto due cadaveri sulla spiaggia del rio Santa Clara. Stravolta, ma con la speranza che non si trattasse del marito, la donna corse nel luogo segnalato. Era mezzogiorno. La giornata era magnifica. Il cielo era di un blu turchese e il vento primaverile soffiava lento. “Mi vennero in mente tutte le volte che ero stata con mio marito sulle rive del rio per ascoltare la melodia delle acque contro le pietre e la sabbia – racconta -. Poi il ritorno alla realtà. I due uomini morti erano davanti a me. Erano rivolti a pancia sotto, nella sabbia umida”.
Lentamente si avvicinò a uno dei due cadaveri e con sforzo ne voltò uno. Era lui. Era suo marito. L’altro era il professor Aladino Malgarejo, sequestrato nella stessa notte. Chiari i segni della tortura. Raquel Martin fu costretta a non fare niente. Le permisero giusto di sotterrarlo. Niente di più. Le venne detto che per sopravvivere avrebbe dovuto dimenticare il sequestro e la violenza carnale. Le autorità non vollero parlarle. Non le permisero di sporgere denuncia contro i militari. Non le rimase che trasferirsi a Lima. Qualcuno le telefonò minacciandola di morte se non avesse tenuta la bocca chiusa. Anche lei rischiava la stessa sorte di suo marito e lo stupro sarebbe toccato alla sua piccola bambina.
Nell’agosto dello stesso anno, dovette scappare in Svezia con la bambina, dove ottenne lo status di rifugiata politica. Nel 1992, il Servizio di Intelligenza Nazionale del Perù (Sin) allora in mano a Vladimiro Montesinos, la dichiarò militante di Sendero Luminoso e la catalogò come “ambasciatrice del terrore”. I tribunali militari e i giudici della dittatura la accusarono di terrorismo e tradimento della patria e la condannarono a 20 anni di prigione. Gli stessi giudici stabilirono che suo marito, Fernando Mejia, era un militante del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (Mrta) e che la sua morte avvenne durante un scontro con l’esercito.
Al fine di far luce sui migliaia di “desaparacidos” peruviani dell’ultimo ventennio è stata recentemente costituita la Commissione della Verità e Riconciliazione (CVR). Il documento ufficiale definitivo, frutto delle ricerche e delle indagini, accusa principalmente la guerriglia maoista “Sendero Luminoso”, il movimento guerrigliero “Tupac Amaru” (MRTA) e l’Esercito governativo. Indica anche la responsabilità politica degli ex Presidenti Fernando Belaúnde (1980-1985) e Alan García (1985- 1990) e la responsabilità penale di Alberto Fujimori (1990-2000). Quest’analisi della violenza nel Paese andino stima ben 69.280 morti o desaparacidos, vittime del terrorismo politico e della repressione statale. Tre su quattro parlano quechua, e sono rappresentanti della popolazioni contadine ed indigene.
Ste. Spi.
FONTI El Diario Internacional. Inchiesta “Lucha social, crímenes del Estado y corrupción política”.
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