I desaparacidos di Oxapampa
La testimonianza di Raquel Martin. Ha visto un gruppo di militari sequestrare il marito, poi ritrovato morto, ed è stata stuprata dal capo del commando. Il fatto risale al 1989, nel pieno del ventennio di terrore in Perù. Adesso, la Commissione della Verità e della Riconciliazione sta facendo luce sulle migliaia di desaparacidos nel Paese andino
30 dicembre 2003 – “Erano le 11 della notte ed eravamo appena andati a dormire. Fummo svegliati da forti colpi tirati al portone di casa, che si aprì. Sentimmo grida ingiuriose Dov’è Mejia il terrorista!. Mio marito si alzò di colpo, si vestì col suo pigiama beige e senza avere nemmeno il tempo di mettersi le scarpe corse in salotto. Accesa la luce, fu colpito violentemente con il manico di una mitraglietta”.
A raccontarlo è Raquel Martin, moglie dell’avvocato Fernando Mejia Egoheaga. Una pattuglia dell’esercito irruppe violentemente nella loro casa. L’avvocato fu sequestrato e tre giorni dopo fu ritrovato morto e con evidenti segni di tortura. Al cadavere mancavano le unghie delle dita della mano e uno degli occhi era stato strappato con un ago appuntito.
Era il 15 giugno del 1989 e mancavano pochi mesi alla fine del governo di Alan Garcia Pérez. I Peruviani si sentivano sollevati per l’imminente fine di un regime che aveva portato all’estremo la miseria e la repressione nel Paese. Si stavano avvicinando le elezioni presidenziali del 1990 e i nuovi candidati, tra cui spiccava uno sconosciuto dal nome Fujimori, pubblicizzavano le loro migliori proposte per accaparrarsi la poltrona presidenziale.
La notizia dell’omicidio corse dal distretto di Oxapampa a quello di Pasco.
Questa regione, fin dal 1985, era stata dichiarata in “stato di emergenza terrorismo” e posta sotto il controllo politico e militare delle forze armate. Raquel Martin fu molto più che una testimone oculare di questo sequestro sfociato in omicidio. Fu violentata ripetutamente dall’ufficiale che dirigeva la pattuglia criminale. La sua testimonianza è un documento d’accusa eccezionale dei crimini, dei sequestri, delle torture e delle violazioni commesse anche dalle forze armate fin dal 1980 contro i cittadini peruviani.
“Le grida e i rumori dei colpi mi dettero la certezza che a mio marito stava succedendo qualcosa di molto brutto”, racconta Raquel. “Impaurita, mi misi i pantaloni e mi precipitai in salotto. Vidi un gruppo di militari che stava ripetutamente colpendolo. Uno lo teneva e un altro lo colpiva con la parte bassa del fucile. Un altro ancora lo aveva afferrato per i capelli e gridava: “te cagastes terruco de mierda, ahora te vamos a liquidar”. Urlai di lasciarlo stare, ma uno dei due militari mi prese per il collo e mi tappò la bocca con la mano. Erano in sei, tutti armati e coperti con passamontagna neri. Avevano abiti neri e maglioni a collo alto. Quattro di loro mi bloccarono sulla porta della sala e io, a quel punto, potei solo intravedere quello che stava subendo il mio Fernando. Il comandante era un uomo alto più o meno 1.85 e di costituzione robusta. Era l’unico che continuava a parlare e a gridare contro mio marito. I soldati, ognuno con un fucile, scaraventarono mio marito in strada, con violenza – ricorda con estrema lucidità – Vicino alla veranda, era parcheggiata la camionetta ufficiale del progetto Pichispalcazu. Sopra, altri quattro militari vestiti di nero e coperti da un cappuccio nero. Non mi permisero di uscire. Mi costrinsero a rimanere in salotto. Gridai tante volte, pregandoli che non lo portassero via. Urlai di lasciarlo, che non aveva fatto niente di male. Mio marito fu fatto salire con la forza nel retro della camionetta, che partì rapidamente”.
“Nel frattempo – spiega – era rientrato l’uomo alto che comandava il gruppo. Spense la luce della sala. Balbettava e il suo alito puzzava di alcool. Era ubriaco e sembrava drogato. Mi dette un pugno in piena faccia e mi spogliò con violenza. Mi costrinse, mi picchiò con follia. Mi obbligò a entrare in camera da letto e mi violentò nella medesima stanza dove stavo dormendo con mio marito prima che lo portassero via. Poi se ne andò. Io mi accasciai in un angolo della camera senza sapere cosa fare. Ero in stato di shock e non potevo pensare coerentemente. Nella mia mente solo le immagini di mio marito picchiato a morte. Non avevo il telefono né familiari vicini da cui rifugiarmi. Pensavo alla mia bambina che dormiva nella stanza accanto e che fortunatamente non sentì nulla. E non volevo, comunque, lasciare la mia casa in caso che mio marito tornasse. Desideravo soltanto vederlo tornare”.
“Avevo perduto il senso del tempo. – continua Raquel – Sentii bussare alla porta, di nuovo. L’orologio della camera segnava le 11.45. Mi precipitai alla porta sperando fosse Fernando. Era il militare che mi aveva appena violentata. Mi disse che mio marito sarebbe stato portato a Lima il giorno seguente in elicottero. Mi obbligò di nuovo a spogliarmi. Minacciandomi di morte, mi violentò un’altra volta. Non seppi che tacere. Poi mi alzai e mi sedetti in salotto. Ero terrorizzata”.
La tragedia di Raquel non finì la notte del 15 giugno. Il giorno seguente cominciò la ricerca di suo marito. Andò nei quartieri della polizia e in quelli militari. Nessuno seppe darle informazioni. I militari le dissero che sicuramente il marito se n’era andato con i terroristi. Tra i militari che la ricevettero in caserma riconobbe colui che le aveva tappato la bocca durante il sequestro. Cercò di denunciarlo, raccontando l’accaduto. Ma non aveva prove né per sostenere il sequestro né tanto meno per incolpare i militari. Visitò tutte le caserme. Non trovò aiuto. Né risposte. Si rivolse al parroco della chiesa affinché la aiutasse, ma questi le suggerì che era meglio non mettersi contro i militari.
Tre giorni dopo il sequestro, il 18 giugno, Raquel sentì che qualcuno aveva visto due cadaveri sulla spiaggia del rio Santa Clara. Stravolta, ma con la speranza che non si trattasse del marito, la donna corse nel luogo segnalato. Era mezzogiorno. La giornata era magnifica. Il cielo era di un blu turchese e il vento primaverile soffiava lento. “Mi vennero in mente tutte le volte che ero stata con mio marito sulle rive del rio per ascoltare la melodia delle acque contro le pietre e la sabbia – racconta -. Poi il ritorno alla realtà. I due uomini morti erano davanti a me. Erano rivolti a pancia sotto, nella sabbia umida”.
Lentamente si avvicinò a uno dei due cadaveri e con sforzo ne voltò uno. Era lui. Era suo marito. L’altro era il professor Aladino Malgarejo, sequestrato nella stessa notte. Chiari i segni della tortura. Raquel Martin fu costretta a non fare niente. Le permisero giusto di sotterrarlo. Niente di più. Le venne detto che per sopravvivere avrebbe dovuto dimenticare il sequestro e la violenza carnale. Le autorità non vollero parlarle. Non le permisero di sporgere denuncia contro i militari. Non le rimase che trasferirsi a Lima. Qualcuno le telefonò minacciandola di morte se non avesse tenuta la bocca chiusa. Anche lei rischiava la stessa sorte di suo marito e lo stupro sarebbe toccato alla sua piccola bambina.
Nell’agosto dello stesso anno, dovette scappare in Svezia con la bambina, dove ottenne lo status di rifugiata politica. Nel 1992, il Servizio di Intelligenza Nazionale del Perù (Sin) allora in mano a Vladimiro Montesinos, la dichiarò militante di Sendero Luminoso e la catalogò come “ambasciatrice del terrore”. I tribunali militari e i giudici della dittatura la accusarono di terrorismo e tradimento della patria e la condannarono a 20 anni di prigione. Gli stessi giudici stabilirono che suo marito, Fernando Mejia, era un militante del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (Mrta) e che la sua morte avvenne durante un scontro con l’esercito.
Al fine di far luce sui migliaia di “desaparacidos” peruviani dell’ultimo ventennio è stata recentemente costituita la Commissione della Verità e Riconciliazione (CVR). Il documento ufficiale definitivo, frutto delle ricerche e delle indagini, accusa principalmente la guerriglia maoista “Sendero Luminoso”, il movimento guerrigliero “Tupac Amaru” (MRTA) e l’Esercito governativo. Indica anche la responsabilità politica degli ex Presidenti Fernando Belaúnde (1980-1985) e Alan García (1985- 1990) e la responsabilità penale di Alberto Fujimori (1990-2000). Quest’analisi della violenza nel Paese andino stima ben 69.280 morti o desaparacidos, vittime del terrorismo politico e della repressione statale. Tre su quattro parlano quechua, e sono rappresentanti della popolazioni contadine ed indigene.
Ste. Spi.
FONTI El Diario Internacional. Inchiesta “Lucha social, crímenes del Estado y corrupción política”.