Un muro nel deserto
Nel 1975 il Marocco ha occupato il Sahara Occidentale. Ha eretto una serie di barriere nel deserto. Ancora oggi il popolo Saharawi aspetta di poter tornare a casa.
26 dicembre 2003 – Il colonialismo ha segnato in maniera indelebile la storia del continente africano e, ancora oggi, continua a far sentire i suoi effetti. Guardando su un atlante la costa nord-occidentale dell’Africa, subito sotto il Marocco, c’è un paese caratterizzato da confini squadrati che sembrano disegnati da un bambino. E’ il Sahara Occidentale, la terra del popolo saharawi che, dietro un nome esotico e affascinante, nasconde una tragedia che dura da venticinque anni.
Quei confini sono stati tracciati dalle potenze coloniali che, al Congresso di Berlino nel 1885, avevano cercato e trovato un accordo per spartirsi i territori coloniali senza combattere tra loro. In quest’area si dovevano accordare la Francia e la Spagna che, con il trattato di Madrid del 1912, sancirono la sovranità di Parigi sull’odierno Marocco e di Madrid sul territorio saharawi.
I Saharawi, eredi delle tribù berbere Sanhadja, travolti dall’arrivo degli arabi nel XIII secolo, sono l’insieme di circa 40 tribù nomadi frutto di secolari fusioni tra l’anima berbera e quella araba, riunite in una confederazione molto elastica con al vertice un Consiglio dei Quaranta che si riuniva solo di fronte a minacce esterne, per risolvere le controversie interne e per importanti cerimonie collettive. Compito fondamentale del Consiglio era l’assegnazione dei pascoli, essendo la pastorizia la principale fonte di sostentamento per questa popolazione nomade. I marocchini hanno sempre ritenuto il territorio saharawi parte della loro nazione, ma il colonialismo congelò queste mire espansioniste del nazionalismo di Rabat (il mito del “Grande Marocco”). La dominazione spagnola, peraltro molto leggera fino alla scoperta dei giacimenti di fosfati in territorio saharawi, produsse un processo di progressivo abbandono del nomadismo per una sedentarizzazione favorita anche dalla sempre più grave siccità della zona.
Negli anni ’70, in tutto il continente africano, si radicava un forte spirito anti-coloniale e i Saharawi non ne furono immuni: nel 1969 nasceva il Movimento di Liberazione del Sahara (MLS) che guidò una serie di manifestazioni anti-spagnole a El Aaiun, capitale del Sahara Occidentale. La repressione fu durissima e il MLS fu costretto a sciogliersi. Il suo messaggio d’indipendenza fu raccolto da tanti studenti saharawi che, il 10 maggio 1973, fondarono il Fronte Popolare di Liberazione del Saguia al Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario) dal nome dei due distretti coloniali spagnoli, presto simbolo dei Saharawi, che diede vita a una resistenza armata contro gli spagnoli. Mentre la comunità internazionale faceva pressioni sulla Spagna per l’autodeterminazionze dei Saharawi, la monarchia marocchina si trovava in un momento difficile della sua storia.
Re Hassan II doveva fronteggiare le trame dell’esercito che, a causa della gravissima crisi del Marocco, volevano rovesciare la monarchia. Il sovrano decise di usare il nazionalismo per compattare la situazione interna e cominciò a rivendicare lo storico diritto dei marocchini sulle terre saharawi in caso di decolonizzazione. Nel maggio del 1975 la Spagna si dichiara disposta mettere fine alla sua presenza nel Sahara Occidentale. Per Hassan II è giunto il momento di agire: il 6 novembre 1975, 350mila sudditi marocchini, attraversano il 27°parallelo, confine coloniale tra Marocco e Sahara Occidentale. Era la “marcia verde”.
La Spagna, pochi giorni dopo, firma un accordo con Marocco e Mauritania, in cui cede il Sahara Occidentale in aministrazione temporanea, ai due paesi africani. I Saharawi riuscirono a bloccare l’avanzata delle truppe di Rabat che, non riuscendo a piegare la resistenza, adottarono la strategia dei muri, costruendo un’insieme di sei barriere di sabbia per una lunghezza di 2500 chilometri per respingere la guerriglia saharawi, annettendo di fatto la zona più ricca di risorse di tutto il Sahara Occidentale. Contemporaneamente anche la Mauritania, anche lei con mire espansionistiche, attacca il territorio saharawi, ma si ritira nel 1979.
Il Fronte Polisario, nel gennaio 1976, proclama la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) in esilio. Quasi 400mila saharawi sono stati costretti dai bombardamenti, in cui l’esercito marocchino ha utilizzato anche il napalm, alla fuga e a rifugiarsi in territorio algerino nella regione desertica di Tindouf, dove costituiscono un modello comunitario unico e dove vivono ancora, aspettando di tornare a casa. Migliaia i civili uccisi dai bombardamenti. Sono 850 i saharawi arrestati dalle forze di occupazione scomparsi nel nulla. Il conflitto si trascina da allora.
Nel 1990 l’Onu, che con la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO) ha tentato di garantire il rispetto dei diritti umani nella zona occupata, propose un piano di pace: un referendum (previsto per il gennaio 1992) avrebbe sancito la volontà della popolazione della regione che avrebbe scelto tra la sovranità marocchina e l’indipendenza, ma non si é mai risolta la controversia su chi ha diritto al voto e chi no, soprattutto da quando il Marocco ha cominciato una emigrazione di massa (nota come seconda “marcia verde”) verso i territori occupati per garantirsi la vittoria della consultazione.
Gli ultimi incontri tra Marocco e Fronte Polisario, nel 2000, non hanno portato ad alcun risultato, comela mediazione di James Baker III, nuovo inviato Onu per il Sahara Occidentale. Tantissimi profughi aspettano di tornare a casa e di abbattere quelle barriere che, un popolo di origine nomade, abituato da secoli a muoversi libero nel deserto, non riesce proprio ad accettare.