03.10.2004 Sharon: «Non fermeremo i raid a Gaza».
Ma la Lega Araba protesta. Umberto De Giovannangeli «La lotta è molto complessa. Ho dato istruzione alle forze armate di intraprendere qualsiasi mossa di rimuovere la minaccia di razzi Qassam. Le nostre forze si comportano bene, e non abbiamo imposto loro alcun limite di tempo». Ariel Sharon non fa marcia indietro. La morsa d’acciaio di Tsahal attorno a Jabaliya, Bei Hanoun, Khan Yunis non solo non verrà allentata ma se possibile ulteriormente rafforzata.
Per il quinto giorno consecutivo, l’epicentro degli scontri resta ancora il campo profughi di Jabaliya dove nelle ultime ventiquattr’ore i morti sono stati dieci tra i quali sette miliziani: quattro di Hamas, due della Jihad islamica, uno di al-Fatah. In serata nella corsia di un ospedale, sono deceduti tre adolescenti palestinesi. Le scorte di sangue ormai scarseggiano. Secondo stime raccolte dagli ospedali di Gaza, almeno 66 palestinesi sono stati uccisi e 250 feriti nel contesto della operazione «Giorni di Pentimento» lanciata cinque giorni fa da Israele.
L’operazione andrà avanti, ribadisce il ministro della difesa Shaul Mofaz. Israele potrebbe restare anche settimane nella zona occupata a Nord di Gaza, conferma in serata il capo di stato maggiore generale Moshe Yaalon. Finora, secondo i dati in suo possesso, sono circa 60 i palestinesi rimasti uccisi nei combattimenti: «per la maggior parte terroristi». In tutto, sottolinea ancora Yaalon, gli elicotteri e i carri armati israeliani hanno annientato «sette cellule di lanciatori di razzi Qassam». Ma la lotta contro il terrorismo – avverte il generale – ha tempi lunghi: «Siamo organizzati a proseguire per giorni, anche per settimane». Yaalon esclude che Israele abbandoni il nord della Striscia prima che la minaccia dei razzi Qassam sia stata rimossa. Per far ciò Israele ha ritagliato a Nord di Gaza un rettangolo lungo nove chilometri (quasi un quarto della Striscia) che include il valico di Erez, le cittadine di Beit Hanoun e di Beit Lahya e il rione orientale del campo profughi di Jabaliya. Memori della «Fascia di sicurezza» costituita in Libano, i responsabili militari israeliani affermano di voler piuttosto creare a Nord di Gaza un «ambiente di separazione». Si tratta di una zona cuscinetto da frapporre fra le cellule dell’Intifada e gli insediamenti israeliani.
La resistenza più accesa, ammette lo stesso Yaalon, le forze israeliane la stanno incontrando a Jabaliya dove sono attive le cellule dei diversi gruppi dell’Intifada: Brigate Ezzedn al Qassam (Hamas), Brigate al Quds (Jihad islamica), Brigate martiri di al Aqsa (al Fatah) e i Comitati di resistenza popolare (composti da militanti di varia estrazione, fra cui ex agenti palestinesi). Gli strali del capo di stato maggiore si indirizzano anche contro le Nazioni Unite accusate di cooperare sul terreno con i gruppi armati palestinesi. «Più di una volta abbiamo visto mezzi dell’Onu utilizzati per trasportare uomini armati e mezzi di combattimento», denuncia Yaalon, secondo cui i gruppi armati dell’Intifada «si fanno sistematicamente scudo della popolazione civile». La Tv di stato israeliana ha mandato in onda nei giorni scorsi immagini riprese da un aereo spia militare che sembrano indicare che una delle ambulanze delle Nazioni Unite sia stata usata nel nord della Striscia per trasportare uno dei razzi Qassam con i quali Hamas bombarda il sud dello Stato ebraico.
Un’accusa rigettata dal capo dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, il danese Peter Hansen, il quale ha ipotizzato che l’oggetto fotografato fosse in realtà una barella ripiegata. Le dichiarazioni di Hansen non hanno però attenuato la polemica. Per Gideon Meir, alto dirigente del ministero degli esteri, il capo dell’Unrwa altro non è che un «bugiardo incorreggibile».
Nella Striscia insanguinata, Hamas soffia sul fuoco della esasperazione popolare. Ieri a Gaza gli islamici hanno organizzato una campagna per la donazione di sangue, da far pervenire ai 250 feriti che affollano le corsie degli ospedali. Ma un portavoce islamico, Mushir al Masri, ha anche chiesto ad alta voce come mai in prima linea, nella difesa della popolazione di Jabaliya, «non si vedano le divise di migliaia di agenti degli apparati di sicurezza palestinesi». Da Ramallah, il presidente Yasser Arafat e il premier Abu Ala cercano comunque di organizzare gli aiuti alla popolazione colpita. Anche il Parlamento di Ramallah ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria, malgrado fosse paralizzato da settimane per divergenze di idee con l’esecutivo. Fra i dirigenti palestinesi cresce il malumore nei confronti della comunità internazionale. Hassan Abu Libdeh, un consigliere di Abu Ala, sostiene che finora le pressioni diplomatiche non hanno avuto alcun effetto sul governo di Ariel Sharon. «L’amministrazione Bush, che dovrebbe avere ascendente su Israele – aggiunge il consigliere del premier palestinese – è impegnata nelle elezioni presidenziali e non dedica attenzione ai massacri dei palestinesi».
Massacri stigmatizzati da re Abdallah II di Giordania. Il giovane sovrano hashemita ha condannato con forza quella che definisce «l’arroganza» di Israele nella Striscia di Gaza. «L’arroganza di Israele e il proseguimento della sua politica di assassini di massa di civili palestinesi, così come la distruzione di edifici e di infrastrutture nei Territori – denuncia il monarca giordano – non sono utili al processo di pace ma al contrario non fanno che alimentare
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