da far impallidire Orwell: echelon sotto i nostri mari

AFRICA E MEDIO ORIENTE NEL MIRINO DI ECHELON
Alessandro Marescotti

Il Mediterraneo è sempre più un laboratorio militare per una nuova guerra basata sul controllo totale dell’informazione. Tanto che i cavi telefonici che collegano l’Europa all’Africa possono essere spiati dai sottomarini Usa. Taranto diventa la più grande base navale del Mediterraneo, ma il parlamento italiano non ne sa nulla.

 


Il Mediterraneo è sempre più un laboratorio militare per una nuova guerra basata sul controllo totale dell’informazione. Tanto che i cavi telefonici che collegano l’Europa all’Africa possono essere spiati dai sottomarini Usa. A questo scopo, Taranto da base della Marina militare italiana diventa la più grande base navale Nato del Mediterraneo, si appresta ad ospitare la Us Navy e cambia il suo status militare.

 

Ma il parlamento italiano non ne sa nulla. Eppure i navigatori su Internet possono saperlo consultando questo indirizzo web del Pentagono (in formato pdf). 

 

Risulta che dall’ottobre del 2002 Taranto è diventata un “HQ HRF NATO” a disposizione della Us Navy, ossia un “Headquarter” (Quartier Generale) per operazioni “High Readiness Force” (forza di alta prontezza). L’interesse di questo documento sta nel fatto che esso disegna la mappa dei nuovi comandi Nato in Europa, di cui Taranto costituisce solo l’ultima novità. A ciò si aggiunge, come scrive Saverio Zuccotti, “il trasferimento del comando delle forze navali Usa in Europa dalla Gran Bretagna all’Italia, dal Tamigi al Vesuvio, da Londra a Napoli.

 

Allo stesso tempo, la Sesta Flotta non dovrebbe muoversi dall’Italia”. Per la precisione, il comando della Sesta Flotta si trasferirebbe da Gaeta a Taranto. Ma fra le cose che gli italiani non devono sapere c’è il trasferimento del “grande orecchio” di Echelon da San Vito dei Normanni a Taranto, già sede del più importante nodo del sistema di spionaggio americano C4i.

 

Non è comprensibile la ragione per cui gli Stati Uniti continuino a mantenere nel Mediterraneo i loro sommergibili a propulsione nucleare, se non vi è alcuna minaccia militare navale. Nel 2004 a Taranto sono giunte delle navi militari libiche per esercitazioni congiunte, inaugurando una stagione inedita di collaborazione della Nato con Gheddafi.

Quali sono, dunque, i motivi per cui i sottomarini americani gironzolano ancora nel Mediterraneo in assenza di “nemici”? Perché rientrano nel quadro della progressiva conversione dei sottomarini Usa in strumenti di spionaggio che completano, dalla profondità degli abissi, quell’opera che Echelon compie dall’alto dei satelliti. Il Mediterraneo è un bacino fondamentale per il controllo dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente.

 

Nel giugno del 2001 il sottomarino spia americano NR-1 è finito contro un peschereccio pugliese nel mare di Brindisi, mentre il 25 ottobre 2003 l’Uss Hartford ha inspiegabilmente sbattuto sui fondali dell’isola di Caprera. Perché questi strani incidenti? Secondo il giornalista scozzese Duncan Campbell, autore del documentato libro-denuncia Surveillance electronique planetaire, l’orecchio subacqueo di Echelon sarebbe in grado di intercettare le informazioni che corrono sui cavi a fibre ottiche.

 

E di questi cavi, posati sui fondali del Mediterraneo, ve ne sono tantissimi. Decine di migliaia di chilometri di cavi subacquei, infatti, uniscono l’Europa al Nord Africa e al Medio Oriente. Sono in gran parte gestiti dalla Flag Telecom Holding Ltd, che tuttavia smentisce che si possano effettuare tali intercettazioni.

 

Il colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, direttore del progetto Network & Computer Security dell’Aipa (Autorità per l’informatica nella pubblica amministrazione), ha invece dichiarato che le intercettazioni sui cavi a fibra ottica non sono impossibili, citando Michael Hayden, ossia lo stesso direttore della Nsa, la National Security Agency che gestisce Echelon. Origliare in fondo al mare le telefonate, sbirciare le e-mail e i fax che sfuggono ai satelliti di Echelon: qui forse va cercato il rinnovato interesse militare per il Mediterraneo, mare di cerniera e di scambio per i flussi informativi delle nazioni africane e mediorientali.

 

L’orecchio di Echelon è formato, si presume, da 120 satelliti e da svariate strutture camuffate lì dove gli Usa hanno le lori basi militari. Con l’aggiunta dell’intercettazione su supporti fisici, come i cavi ottici, tramite i sottomarini, Echelon diventa veramente un sistema completo: 180 milioni di messaggi intercettati ogni ora.

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le missioni militari italiane sono autentiche missioni di pace?

LA MILITARIZZAZIONE DELL’AIUTO UMANITARIO


L’editoriale del numero di ottobre di Nigrizia pone l’accento sul ruolo della cooperazione internazionale in contesti di conflitto. Fondamentale, per la vita stessa degli operatori, la netta distinzione tra chi aiuta i civili e chi invece è nel paese per difendere con le armi interessi politici.
Il sequestro anomalo delle due volontarie italiane, Simona Torretta e Simona Pari, impegnate in un progetto, in collaborazione con l’Unicef, per l’istruzione e la partecipazione scolastica dei bambini di Bagdad e Bassora, ha riportato in primo piano il dibattito sulla neutralità degli interventi umanitari e sul ruolo della cooperazione internazionale in contesti di conflitto.

Pensiamo che questo sequestro consenta di capire come può essere percepito il personale umanitario in certe situazioni e perché ciò avvenga. Vediamo.

Il 9 settembre, a Trieste, salutando i nostri soldati di ritorno dall’Iraq, il ministro della difesa Antonio Martino ha detto che le missioni militari italiane “sono autentiche missioni di pace, perché i nostri soldati vanno all’estero per aiutare, alleviare, consigliare, proteggere. Oggi i nostri militari sono operatori di pace. Neanche uno dei nostri uomini in divisa è all’estero per “prendere”: è lì per “dare””.

Dunque, la macchina militare si è impadronita del linguaggio e dei metodi del mondo del volontariato. I militari stanno sempre più interferendo con le attività umanitarie. In questo modo, risultano minati alla base i principi di neutralità, indipendenza e imparzialità, che dovrebbero essere le caratteristiche legittime di ogni intervento umanitario.

Perfino la decisione di difendere con personale militare un progetto umanitario stona agli occhi di chi riceve l’aiuto. Come dimostra anche il caso della Croce Rossa italiana in Iraq.

Gli interventi “umanitari” dei militari si basano su considerazioni politiche interne e esterne e non sul senso del servizio e della gratuità. I militari perseguono obbiettivi politici chiari e il loro coinvolgimento nelle crisi umanitarie è sottoposto agli interessi particolari dei propri governi, interessi che non sempre coincidono con quelli delle vittime.

Le conseguenze sono tragicamente chiare. Coloro che sono oggetto dell’intervento – le vittime, insomma – non sanno più bene con chi hanno a che fare. Ciò crea confusione e presa di distanza, e il tasso di pericolo aumenta.

Anche le organizzazioni non governative che fanno cooperazione internazionale e interventi umanitari hanno le loro responsabilità. In Africa – ma vale anche per altri continenti – spesso i volontari hanno stretti contatti con funzionari delle ambasciate del loro paese. E i funzionari sanno che i volontari possono essere fonti privilegiate per conoscere le dinamiche sociali e politiche sul terreno. Frequentazioni e “piccoli favori” sono all’ordine del giorno. La gente del posto vede, osserva, parla e tira le proprie conclusioni.

Come missionari, sappiamo che cosa significa vivere in zone ad alto rischio. E sappiamo che, se si è riusciti a stabilire un rapporto di fiducia, è la gente stessa che t’informa di eventuali pericoli e ti protegge. Al contrario, il rischio aumenta, se il volontario confonde, anche in buona fede, la propria immagine e il proprio ruolo con quello dei militari o dei funzionari d’ambasciata.

Come ong, si è credibili quando si condivide un’esperienza di sofferenza stando in mezzo alla gente con mezzi semplici e, soprattutto, senza la cornice della forza militare. Senza dimenticare che riciclarsi in manager del settore della sicurezza, come hanno fatto alcuni elementi di spicco di ong, non giova alla credibilità del volontariato e delle cooperazione…

Per queste ragioni, il sequestro delle volontarie italiane deve far riflettere sulla presenza delle ong in situazioni a rischio.

Bisogna scongiurare a tutti i costi la militarizzazione del lavoro delle ong. Una delle cose da fare per riuscire in questo intento è metter mano alla cooperazione allo sviluppo, oggi al lumicino, ridefinendone il ruolo strategico anche in chiave europea, sottraendola al controllo del ministero degli esteri (che la sta piegando, non da oggi, alle proprie logiche geopolitiche e militari) e dotandola di autonomia anche gestionale.

Ma per farlo è necessario che il parlamento cambi una legge: la 49. E per stimolare il parlamento serve la mobilitazione di ampi settori della società civile.

Siamo capaci di prenderci questo impegno?

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intervista a Teresa Sarti moglie di Gino Strada

TERESA SARTI
alla guerra si dice “no”

 

.Dieci anni di Emergency narrati dalla sua presidente

 

Occhi azzurri e sorriso appena accennato, capelli rosso carota a incorniciarle il volto, cinquantotto anni tranquillamente dichiarati e un’attività frenetica che non può e non accenna a ridimensionarsi. Stiamo parlando di Teresa Sarti, presidentessa di Emergency, l’organizzazione nata a Milano dieci anni fa con lo scopo di portare aiuto medico-chirurgico alle vittime delle guerre nel mondo.

Di Teresa invece si sa poco o nulla. Di Teresa che ne è l’anima e che ha dedicato e dedica la sua vita ai più sfortunati dei nostri simili. «Ma non sono mica da sola!», esclama lei emergendo a fatica da dietro la scrivania: montagne di carte, lettere, libri, blocchi di appunti, agende. «La nostra grande famiglia è aumentata a dismisura tanto che oggi i volontari che ci danno una mano sono 4 mila. Né sarebbe altrimenti spiegabile come sia stato possibile che un milione di persone ferite o malate si siano rivolte a noi per avere un aiuto. E l’hanno ottenuto. Alle vittime delle guerre, nostro primo e principale campo d’azione, si sono via via aggiunte quelle della povertà e delle ingiustizie, vittime spesso date per scontate e per questo maggiormente trascurate».

Nella Grifoni

 

Che cosa può spingere una donna tranquillamente sposata a un medico chirurgo, a sua volta proiettato in una carriera di tutto prestigio, a condividere le scelte estreme di un marito che a un certo punto della vita decide di diventare chirurgo di guerra e di rischiare quotidianamente la pelle nelle zone più disastrate del pianeta? «Il fatto che io e mio marito abbiamo sempre condiviso tutto. Le sue scelte sono anche le mie, siamo uniti dai medesimi ideali. Di certo non è stato facile soprattutto con Cecilia, nostra figlia, che all’epoca aveva solo nove anni e alla quale ho dovuto fare da madre e da padre. È stata di fatto lei a permetterci di vincere questa scommessa esagerata. Lei che, pur così piccola, non ha mai creato problemi e ha sempre capito. Per quanto mi riguarda questa esperienza mi ha molto cambiata, in meglio naturalmente: l’unico legame tra la Tere di una volta, studiosa, timida, anzi timidissima, precisa e programmata (da sempre sapevo che avrei fatto l’insegnante), dotata di pochissima fantasia, e la Tere di oggi, è stato l’impegno nel volontariato cattolico. Questa attenzione agli altri, che mi viene da una formazione profondamente cattolica, l’avevo fin da allora. Per il resto: irriconoscibile. Mi sono ritrovata una fantasia sfrenata nell’escogitare tutte le possibili strategie per raccogliere il denaro per finanziare i nostri progetti. Ho buttato la timidezza dietro le spalle al punto che mi sono ritrovata a parlare in pubblico. Ma che dico: nelle piazze e addirittura dal pulpito del Duomo di Lucca e di Amalfi».

 

Sono cambiate anche le amicizie: artisti e uomini della cultura e della politica si sono in questi anni avvicinati con ammirazione a questa donna eccezionale, che però non ha mai mutato il suo stile di vita. Teresa ha continuato a insegnare fino al conseguimento della pensione, vale a dire fino a oggi, dividendo tutto il suo tempo tra la scuola e l’associazione. All’inizio sono stati quindici anni di durissimo tirocinio in una media molto difficile nell’estrema periferia milanese. Poi il passaggio alle superiori e infine, gli ultimi due anni, a Emergency, su comando del Ministero della Pubblica istruzione, per la messa a punto di un progetto didattico per le scuole.

«Ogni sei mesi mandavo le relazioni del mio lavoro in Provveditorato. Io credo fermamente nella promozione di una cultura di pace. È importante non stancarsi mai di parlare degli orrori della guerra ed è fondamentale partire dalla scuola elementare fino alle medie superiori. Il valore della comunicazione di Emergency è dato dalla sua esperienza, dalle testimonianze. Le nostre storie, che hanno sempre un volto e un nome, spesso mostrano una realtà di sofferenza ma concludiamo sempre e comunque con un messaggio di collaborazione, di pace, di possibilità di fare qualcosa. Perché ognuno di noi possa e debba fare qualcosa».

Si alza e cammina leggera con un vestitino a fiorellini che le scende fino ai piedi, scarpe rigorosamente basse, come unico ornamento un ciondolo afgano. In perfetto stile sessantottino si direbbe. «E invece io il Sessantotto non l’ho vissuto proprio, occupata com’ero a studiare e a mandare avanti la famiglia dopo la morte di mia madre. Il mio, il nostro, essere apolitici e apartitici ci ha sempre accomunato con i movimenti cattolici impegnati sullo stesso fronte. È significativo il fatto che i Tre dell’Ave Maria, come ormai vengono chiamati, sono Gino Strada, padre Alex Zanottelli e don Luigi Ciotti, compagni meravigliosi di tante battaglie. Il cosiddetto mondo di sinistra ci ha scoperto nel 2001, con la guerra in Afghanistan, dove già da tempo operavamo. Guerra che ha segnato un punto di rottura, avendo ricevuto dei consensi sull’onda dell’emotività dell’11 settembre. Noi invece abbiamo detto “no” anche a questa guerra, come a quella in Kosovo. Più facile è stata la condanna alla guerra in Iraq. Ma opporsi non basta. Bisogna anche denunciare. Dire. Spiegare. E così è stato sempre, circondati da un affetto crescente e unanime. Poi sono cominciati gli attacchi, con l’accusa di essere dei pericolosi estremisti. Fate il vostro lavoro, ci è stato detto da più parti. Cucite, tagliate, curate… e zitti. Ma noi zitti non stiamo. Anzi gridiamo sempre più forte la nostra indignazione. Il massimo dei consensi lo abbiamo ottenuto il 10 dicembre del 2002 organizzando le fiaccolate per la pace in 270 città italiane. In piazza sono scesi tutti, anche quelli che in vita loro non avevano mai partecipato a una manifestazione. Il giorno dopo, non a caso, siamo stati ricevuti dal Papa che, pure lui, zitto non è mai stato: un incontro che ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

«Al Papa, che il giorno prima aveva ascoltato il salmo di dolore di Geremia (“…il silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo quasi disgustato dall’agire dell’umanità…”), quasi a farlo suo, e che più di ogni altro si è battuto contro la guerra, abbiamo portato in dono lo straccetto di pace di Emergency. Mentre ne parlo mi viene un dubbio: che anche il Papa sia un pericoloso estremista?»

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Stragi italiane impunite: al Petrolchimico di Marghera

Stragi italiane impunite” ed è di
Gabriella Canova.

 

Tribunale di Venezia, 2 novembre 2001:

“VISTO L’ART. 530 CODICE DI PROCEDURA
PENALE ASSOLVE TUTTI GLI IMPUTATI DI CUI AL
CAPO PRIMO DI IMPUTAZIONE DAI REATI DI
LESIONI PERSONALI COLPOSE E DI OMICIDIO
COLPOSO RIFERITI ALLE ULTERIORI PERSONE
OFFESE
“. VISTO L’ARTICOLO 531 DEL CODICE DI
PROCEDURA PENALE DICHIARA DI NON DOVERSI
PROVEDERE NEI CONFRONTI DI CEFIS EUGENIO”
“VISTO L’ARTICOLO 530 DI PROCEDURA PENALE,
ASSOLVE I PRESENTI IMPUTATI PERCHE’ IL
FATTO NON COSTITUISCE REATO”
“ASSOLVE I PREDETTI IMPUTATI DAI REATI DI
OMICIDIO COLPOSO PER ANGIOSARCOMA
EPATICO PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE
REATO”
“VISTO L’ARTICOLO 530 DI PROCEDURA PENALE,
ASSOLVE I PREDETTI IMPUTATI DAL REATO DI
DISASTRO INNOMINATO COLPOSO PER
CONDOTTE TENUTE FINO A TUTTO L’ANNO 1973,
PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE REATO”
“VISTO L’ART. 530 CODICE DI PROCEDURA
PENALE ASSOLVE TUTTI GLI IMPUTATI DI CUI AL
CAPO PRIMO DI IMPUTAZIONE DAI REATI DI
LESIONI PERSONALI COLPOSE E DI OMICIDIO
COLPOSO PER CONDOTTE TENUTE IN EPOCA
SUCCESSIVA ALL’ANNO 1973 PERCHE’ IL FATTO
NON SUSSISTE”

Cloruro di vinile: storie e fatti

Negli anni ’50 a Porto Marghera (area industriale dal
1917) si insedia il petrolchimico, costruito sugli scarti
inquinanti delle altre industrie. Tutto è legale, tutto è
autorizzato.

Negli anni della ricostruzione e del boom industriale non
si sta a guardare troppo per il sottile e a due passi da
Venezia, la città più bella e più turistica del mondo, si
erige un terrapieno di due metri, utilizzando i rifiuti
inquinanti. Sopra sorgerà il Petrolchimico, che si chiamerà
prima Sicerison, poi Montedison, Montefibre, Enimont ed
Enichem.

Alla fine degli anni ’50 lavorano nell’area industriale di
Marghera più di 30.000 operai.

Nel 1962 viene approvato il piano regolatore di Venezia,
dove si legge testualmente: “si autorizza a Marghera la
costruzione di impianti che diffondono polvere o
esalazioni dannose alla vita umana e che scaricano in
acqua sostanze velenose”. Proprio così, senza mezzi
termini.

A Marghera sembra andare tutto a gonfie vele, c’è lavoro e
benessere, ma una ventina d’anni dopo la musica cambia
tragicamente. La gente comincia a morire di cancro al
fegato, ai polmoni, al cervello.

Cosa si produce al Petrolchimico di Marghera

Tra le altre cose, si produce il cloruro di vinile, meglio
conosciuto come PVC.

Il PVC (cloruro di polivinile) è un polimero plastico
costituito da una catena di tante unità di CVM (cloruro di
vinile monomero), formate dall’unione dell’etilene (che si
estrae dal petrolio) con il cloro (ottenuto rompendo le
molecole di cloruro di sodio presente nel sale marino).1

Il CVM è un lattice bianco e, negli anni ’50, il sistema di
lavorazione produceva un gas tossico. Lo si sapeva già da
10 anni, ma ne venivano informati solo i dirigenti, che
quel lattice bianco non lo toccavano manco per sbaglio.
Quello stesso gas veniva portato mediante compressione
allo stato liquido e quindi pompato con le autoclavi di
polimerizzazione dove un apposito dispositivo di
agitazione permetteva di disperderlo in piccolissime
goccioline, nella massa dell’acqua stessa. Le molecole di
cloruro di vinile si uniscono in catena, trasformando così
ogni goccia di liquido in una particella solida.

Ogni 100 tonnellate di cvm si producono 85 tonnellate di
PVC. Delle altre 15 tonnellate che mancano, 5 sono
recuperate con il degasaggio alla fine della
polimerizzazione e le altre 10 vanno disperse con l’aria,
attraverso i camini dell’essiccamento.

Gas, polvere. Gli operai ne erano immersi ogni giorno. E
altro fuoriusciva dalle ciminiere. E altri rifiuti ancora
andavano nei fiumi e nella laguna.

E gli operai iniziano a stare male. Specialmente gli addetti
a insaccare il PVC e chi si occupava di pulire le autoclavi.
In questo ultimo caso la morte è rapida: uomini sani e forti
in pochi mesi muoiono di una strana forma di cancro al
fegato, chiamata angiosarcoma epatico. Altri fanno in
tempo ad andare in pensione, prima che il cancro li
stronchi.

La prima ricerca scientifica relativa alla cancerogenicità
del cloruro di vinile la effettua Pier Luigi Viola, medico
della Solvay di Rosignano nel 1967, e altre ricerche
vengono pubblicate negli anni successivi. Nel 1970 è la
stessa Montedison ad affidare all’oncologo Cesare Maltoni
il compito di verificare i dati e determinare gli effetti del
CVM e del PVC sull’uomo. Nel 1971 l’Istituto Regina
Elena informa il Ministero della Sanità che il cloruro di
vinile è un agente fortemente cancerogeno. Nei ratti
un’esposizione di cloruro di vinile di 250 parti per milione
provoca il cancro al fegato e ai reni.

I lavoratori della Montedison hanno subito l’esposizione a
una dose di cinquecento parti per milione. Ma è un dato
sottostimato perché fornito dalla società stessa, che non ha
mai permesso verifiche sul campo.

Maltoni continua i suoi studi e nel 1973 comunica i dati
definitivi: il CVM provoca il cancro. E il cancro compare
a un’esposizione di 10 parti per milione. Gli operai di
Marghera e dello stabilimento di Ferrara sono esposti a
ben altre dosi. Gli addetti all’autoclave nel 1973 si
beccavano 8000 parti per milione e per questo prendevano
una paga base di 80.000 lire al mese, un indennizzo
nocività di 2000 lire.

La legge che avrebbe obbligato le aziende ad abbassare le
esposizioni a 3 parti per milione sarebbe arrivata solo nel
1983. E, visto che il periodo di latenza del cancro è 15/30
anni, ancora oggi si continua a morire di CVM.

Se non bastasse tutto questo, Montedison prima ed
Enichem poi hanno sempre gettato gli scarti delle
lavorazioni in laguna, malgrado ci siano delle leggi
speciali per Venezia, una del ’36 e una del ’63 che dicono
esplicitamente “è vietato scaricare in qualsiasi modo,
rifiuti o sostanze che possano inquinare le acque della
laguna”. Ma le due leggi vengono semplicemente ignorate.

Solo nel ’73 la legge Merli impone nuove regole agli scarti
nocivi, ma per pressioni delle aziende la legge entrerà in
vigore solo 9 anni dopo, nel 1982. E i primi controlli
saranno effettuati nel 1989. Ma i dirigenti del
petrolchimico non si preoccupano molto né della legge né
dei controlli. Dal 1992 al 1998, su 1648 controlli a
campione risultano 2213 superamenti dei limiti.

Fino al 1989 le emissioni in atmosfera di CVM si sono
aggirate sulle 800 tonnellate all’anno, si sono ridotte a 3
nel 1993.

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300 volte coi pompieri!

New York: tradisce 300 volte il marito, andando solo
con pompieri.
Secondo i medici e’ ossessionata dai Vigili del Fuoco
dopo l’11 settembre 2001. Lo scandalo ha portato al
licenziamento di numerosi vigili, soprattutto della
Caserma “Animal House” (giuro!).
Il marito invita la stampa e l’opinione pubblica a non
ridere, sua moglie e’ una donna malata!

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lettera di Sandro Baldoni (fratello di Enzo) a Vittorio Zucconi

Lettera di Sandro Baldoni

“Caro direttore,
felici questi giorni anche per noi Baldoni, contenti di rivedere le facce belle, pulite e sorridenti di Simona Pari e Simona Torretta, e di stringerci idealmente in un abbraccio ai loro familiari. Ma permetteteci, da cittadini qualsiasi di questo stato, di farci e fare pacatamente qualche domanda molto diretta.

Perché nel caso di Enzo il governo italiano ha sonnecchiato così a lungo e si è dimostrato così freddamente distaccato da una tragedia che anche in quel caso non aveva coinvolto solo una persona, ma un’intera nazione?

Perché le opposizioni non sono riuscite ad andare oltre la polemica spicciola, invece di sollecitare l’immediata azione di tutte le altre forze politiche per una soluzione rapida del sequestro?

Perché i servizi segreti hanno perso giorni preziosi minimizzando subito la questione della sparizione di Enzo, addirittura dando notizie infondate su una sua presunta irresponsabile uscita dal convoglio della Croce Rossa, quando lui era stato evidentemente catturato mentre era di ritorno a Bagdad assieme ai medici e agli infermieri con cui era andato a curare un gruppo di feriti iracheni?

Perché dopo tutto questo tempo non si riesce ad avere il benché minimo indizio su che fine abbia fatto il corpo di un occidentale clamorosamente rapito e ucciso nella non immensa periferia di Bagdad?

Insomma, abbiamo due governi, uno efficientissimo e uno completamente inaffidabile, così come abbiamo due opposizioni e due servizi segreti?
Pensiamo siano cose che molti altri italiani si chiedono, confusi anche da questa improvvisa e un po’ sguaiata gara della nostra classe politica ad attribuirsi meriti e medaglie, mentre un mese fa era tutto un correre a nascondersi nei coni d’ombra disegnati dalle poltrone.

Qualcuno può rispondere? Grazie.
Sandro Baldoni “

www.repubblica.it

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merci a Strega

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negroponte nuovo saddam???

In Iraq un nuovo Saddam?di Prof. Patrick Boylan*

– tratto da www.boylan.it

 

Pesanti ombre si allungano sulla domanda di chi stia dietro e per conto di chi agisca il sedicente «esercito islamico», quello che ha ucciso Enzo Baldoni e che ha rapito prima i due giornalisti francesi ed ora (lo stile è identico) le due coraggiose operatrici di pace italiane. Molti elementi inducono a pensare, infatti, che non si tratti dei cosiddetti «fanatici islamici» bensì degli «squadroni della morte» che, secondo «The Guardian» (9.12.03), da mesi la CIA sta allenando in Israele. Questi ultimi tristi eventi potrebbero significare che ora i famigerati squadroni sono entrati in azione, secondo un copione più volte sperimentato dalla CIA in America Latina (e non solo), per aiutare il Primo Ministro iracheno Allawi a diventare il nuovo Saddam.

 


Fantapolitica? Secondo il Chicago Sun-Times (25.7.04) l’ambasciatore americano in Iraq, Negroponte, ha creato e diretto gli squadroni della morte in Honduras ed altrove per spianare la strada al dittatore di turno. Il giornale americano aggiunge: «E Allawi sta seguendo il copione sudamericano in puro stile Negroponte». Allawi è del resto, secondo il Guardian Weekly (23.7.04) e la BBC Web News (25.5.04), da lungo tempo un collaboratore della CIA e prima ancora dei Servizi segreti britannici – proprio come Saddam. Ora sembra stia facendo esattamente quello che faceva l’ex dittatore iracheno quando prese il potere 40 anni fa con la sponsorizzazione di Washington. 

 

 

Allawi ha ripristinato la pena di morte, ha istituito il coprifuoco e ora potrebbe apprestarsi ad usare gli squadroni della morte per eliminare fisicamente l’opposizione in vista delle elezioni di gennaio prossimo (se non slitteranno). Solo che non ci devono essere testimoni oculari del regno di terrore che sta per iniziare. Non ci devono essere pacifisti ficcanaso, giornalisti non allineati, ONG incontrollate, gente che potrebbe scattare delle foto. Quindi occorre spaventarli, allontanarli, come ha fatto il primo Saddam e come hanno fatto i dittatori latinoamericani portati al potere dalla CIA. (Ricordate quei film sui giovani volontari americani in Honduras o in Cile, eliminati insieme a preti e a suore e allo stesso Mons. Romero da misteriosi squadroni di rapitori/assassini che volevano poter agire contro la popolazione con le mani libere?)

 


Ora, dopo i recenti rapimenti, «la maggior parte del personale delle ONG internazionali si appresta a lasciare l’Iraq» scrive Televideo (8.9.04). E’ fantapolitica, dunque, pensare che questo è proprio ciò che si auguravano Allawi e, dietro le quinte, Negroponte? 

 

Alla luce di ciò si comprende perché i guerriglieri iracheni indipendentisti non vogliano deporre le armi: semplicemente perché non vogliono fare la fine di Enzo Baldoni. Sanno che senza armi per difendersi saranno arrestati dalla polizia (se il governo riesce a trovare accuse) oppure, nel caso contrario, rapiti dagli squadroni della morte. Proprio come avviene non solo in America Latina ma anche, in questi ultimi anni, in Algeria e altrove.

 


Coprifuoco di sangue, dunque. Eliminazione dell’intera opposizione non allineata dietro gli USA. 


Poi il governo indice le “elezioni libere” e… indovinate chi vince.
Perché sto parlando di tutto ciò in un momento così terribile come questo?

 


Perché dobbiamo sì chiedere la restituzione delle due coraggiose italiane rapite, ma a chi di dovere, senza farci abbindolare.
Non dobbiamo fare appelli a presunti «guerriglieri islamici» finché sussistono dubbi sulla loro reale identità. Non dobbiamo interrogarci sul perché i rapitori non abbiano pietà di due ragazze che tanto hanno fatto per aiutare gli iracheni a svilupparsi, per potersi gestire come popolo indipendente, perché è proprio QUESTO il loro torto (per chi le ha fatto rapire).

 

 

Se invece, malauguratamente, dovessimo accettare di usare gli schemi razzisti proposti dai mass media («gli islamici non hanno pietà per nessuno, nemmeno i pacifisti, nemmeno le donne»), non faremmo altro che avvalorare il mito di una mente islamica deviata.


E ciò è proprio quello che vogliono le menti davvero deviate che potrebbero aver commissionato questo rapimento, menti al 100% cristiane e che si trovano non a Saddam City ma nei palazzi del potere occidentale.

 


Le manifestazioni di solidarietà vanno benissimo. E’ giusto che ci riuniamo davanti alla sede di “Un Ponte per…” E’ giusto che esprimiamo il nostro dolore ai familiari ed ai colleghi.
Ma  per dire “no!” ai sequestri e “si!” alla restituzione dei volontari rapiti, per dire che questi eventi non ci disorientano e non ci intimoriscono, per dire che, anzi, questa svolta non fa che avvalorare gli indizi appena elencati, organizziamoci per chiedere la liberazione degli ostaggi a chi di competenza: davanti a Palazzo Chigi e davanti all’ambasciata degli Stati Uniti credo che sarebbe una buona scelta. 

 

*Patrick Boylan, (titoli di studio: Università della California di Berkeley e Università di Parigi Sorbonne), insegna linguistica inglese all’Università di Roma III

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Sesso libero nei bagni dei pub

La decisione di un giudice di Como: assolta coppia di svizzeri
Fare sesso nella toilette del bar non è reato
Non si tratta di «atti osceni in luogo pubblico» perché i due «erano appartati e nessuno li vedeva».
COMO – Sesso libero nei bagni dei pub e dei bar. Basta che nessuno vi veda. Così ha stabilito un giudice di Como. La coppia che consuma sesso nella toilette di un bar non commette atti osceni in luogo pubblico, perché il luogo è comunque appartato. Così si legge nella sentenza del giudice monocratico di Como Luciano Storaci, che ha assolto due svizzeri del Canton Ticino 33 anni lui, 32 lei, sorpresi un anno fa in intimità nel bagno di un pub del centro di Como. La coppia era stata scoperta dal titolare del locale, che era andato a cercarli venti minuti dopo averli visti andare in bagno: «Se il barista mi avesse dato il tempo di rivestirmi non sarebbe successo nulla», si è difesa la donna davanti al giudice.
Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a sei mesi per l’uomo e a cinque per la donna, per atti osceni in luogo pubblico. Secondo il difensore, invece, il comune senso del pudore non era stato violato, perché i due erano appartati e nessuno li vedeva. Alla fine il giudice ha assolto gli imputati dall’imputazione principale, ma ha condannato l’uomo al pagamento di 200 euro per avere rotto la serratura del bagno. A parte, lo svizzero ha poi patteggiato tre mesi per resistenza a pubblico ufficiale, per via della reazione inconsulta avuta all’ intervento della polizia subito dopo il «fattacccio».
www.corriere.it

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liberi da Copyright

Bastian contrari
Teoricamente in Italia dovrebbe essere la Sinistra a
“premere” sull’affermazione dei software liberi da
Copyright.
Praticamente invece il sito internet di Forza Italia è
alimentato da Linux, mentre quelli dei democratici di
sinistra e Rifondazione sono serviti da IIS/Windows.
In America invece il sito di Kerry “gira” su Linux,
mentre Bush è “powered by Microsoft”.

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un modo umano per le anatre

Paté? No, grazie.
Entro il 2012, grazie a una norma approvata dal
governatore Arnold Schwarzenegger, la California porrà
fine alla nutrizione forzata di oche e anatre allevate per
produrre “foie gras”. E non ne consentirà la vendita, a
meno che i produttori non trovino “un modo umano per far
consumare alle anatre grano sufficiente ad aumentare la
misura del loro fegato”.
Certe notizie fanno bene anche al nostro, di fegato.

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circhi senza animali

A Torino si puo’ frequentare un master in circo
contemporaneo. Il corso biennale di alta specializzazione
prevede 1.200 ore di studio con frequenza obbligatoria e a
garanzia della volonta’ di formare artisti preparati e validi
e’ stata costituita un’equipe pedagogica internazionale di
livello professionale. Il ‘nuovo circo’ e’ una nuova forma di
teatro-circo senza alcun animale in scena.
(Fonte: Ansa)

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Negroponte, ambasciatore usa in Iraq a capo di squadroni della.

L’anima nera: un Negroponte per Baghdad
di Noam Chomsky – «Il Manifesto» 15 settembre 2004

Un principio morale che non deve provocare controversie è quello dell’universalità: dobbiamo applicare a noi gli stessi standard che applichiamo agli altri. E, sicuramente, con più zelo. In generale, se gli stati hanno il potere di agire con impunità, rifiutano i principi morali, dato che sono loro che stabiliscono le regole. Questo è un nostro diritto se ci consideriamo esenti dal principio di universalità. E lo facciamo costantemente. Tutti i giorni sorgono nuovi esempi. Soltanto il mese scorso, John Negroponte (nella foto Ap) è arrivato a Baghdad come ambasciatore degli Stati uniti in Iraq, per guidare la missione diplomatica più grande del mondo. La sua intenzione era consegnare la sovranità agli iracheni al fine di mettere in pratica la «missione messianica» di George W. Bush di istaurare la democrazia in Medio Oriente e nel mondo. Al meno è quello che ci è stato solennemente detto.

 

Nessuno però può trascurare un orribile precedente: Negroponte imparò il suo mestiere di ambasciatore degli Stati uniti nell’Honduras degli anni `80, durante la prima guerra contro il terrorismo che i sostenitori di Ronald Reagan dichiararono in Centramerica e in Medio Oriente.
In aprile, Carla Anne Robbins, del Wall Street Journal, ha scritto un articolo sulla nomina di Negroponte in Iraq, dal titolo «Un proconsole moderno». In Honduras, Negroponte era conosciuto come «el procónsul», titolo dato ai potenti governanti dell’epoca coloniale. Là era a capo della seconda ambasciata più grande dell’America latina, dov’era insediata anche la più grossa sede al mondo, in quell’epoca, della Cia. E non era perché l’Honduras fosse il centro del potere mondiale.Robbins ha sottolineato che Negroponte era stato criticato da attivisti di organismi di difesa dei diritti umani per avere «coperto gli abusi dell’esercito honduregno», eufemismo per riferirsi al terrorismo di Stato su grande scala, al fine di «assicurare il flusso degli aiuti statunitensi» a quel paese vitale in quanto «base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua».

 

 

La guerra occulta fu scatenata dopo che la rivoluzione sandinista prese il controllo del Nicaragua. Il timore di Washington era che nel paese centramericano potesse nascere una seconda Cuba. In Honduras, il compito del proconsole Negroponte era di curarsi delle basi in cui un’esercito di mercenari terroristi, i contras, veniva addestrato, armato e inviato a sconfiggere i sandinisti. Nel 1984, il Nicaragua rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: portò il caso contro gli Stati uniti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.
La corte ordinò agli Stati uniti di smettere con «l’uso illegale della forza», oppure, per dirla in parole chiare, con il terrorismo internazionale contro il Nicaragua , e di pagargli sostanziosi risarcimenti. Ma Washington ignorò la Corte e poi pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite nelle quali si appoggiava la decisione e si esigeva che tutti gli stati rispettassero la legge internazionale.

 

Il consulente legale del Dipartimento di Stato, Abraham Sofaer, spiegò la logica della Casa bianca. Dal momento che la maggior parte del mondo «non condivide il nostro punto di vista», dobbiamo «riservarci il potere di decidere» come agiremo e quali problemi «spettino essenzialmente alla giurisdizione degli Stati uniti, così come decidano gli stessi Stati uniti». In questo caso, le operazioni in Nicaragua condannate dalla Corte.

 

Carothers scrive dal punto di vista di conoscitore profondo, oltre che erudito, dato che lavorò al Dipartimento di Stato nell’epoca di Reagan durante il programma di «rafforzamento della democrazia» in America centrale.I programmi dell’era di Reagan sono stati «sinceri», anche se «fallirono», secondo Carothers, dato che Washington poteva tollerare soltanto «cambiamenti democratici molto limitati e dal alto verso il basso, al fine di non mettere in pericolo le strutture tradizionali del potere con cui gli Stati uniti erano alleati da molto tempo». Si tratta di una familiare inibizione storica nella ricerca di miraggi di democrazia, che gli iracheni sembrano capire anche se noi non lo facciamo.
Attualmente il Nicaragua è il secondo paese più povero dell’emisfero (prima di Haiti, altro principale obiettivo degli interventi militari statunitensi durante il secolo XX).

 

 

Circa il 60% dei bambini nicaraguensi al di sotto dei due anni sono affetti da anemia a causa della denutrizione. Uno dei più cupi indicatori di quella che si considera una vittoria della democrazia.Durante le sedute per la conferma di Negroponte, la campagna terroristica internazionale in Nicaragua è stata ricordata solo di passaggio, ma non è stata considerata di particolare importanza, grazie al fatto, sembra, che noi siamo gloriosamente esenti dal principio di universalità.
Diversi giorni dopo la designazione di Negroponte, l’Honduras ha ritirato il suo piccolo contingente militare dall’Iraq. Sarà stata una coincidenza. O forse gli honduregni si sono ricordati di qualcosa del periodo nel quale Negroponte lavorò lì. Qualcosa che noi preferiamo dimenticare.

 

www.ilmanifesto.it

 

 

 

 


Il governo di George W. Bush assicura di voler portare la democrazia in Iraq, utilizzando lo stesso esperto funzionario che utilizzò in Centramerica.

 

 


Il disprezzo di Washington per il verdetto della Corte e la sua arroganza verso la comunità internazionale sono forse rilevanti in relazione all’attuale situazione in Iraq.


La campagna nel Nicaragua lasciò una democrazia succube a un prezzo incalcolabile. Le morti dei civili sono state calcolate in decine di migliaia. Secondo Thomas Carothers, importante storico specializzato nei processi di democratizzazione in America latina, il numero dei morti «è in proporzione molto più alto del numero di statunitensi morti durante la guerra civile negli Stati uniti e in tutte le guerre del XX° secolo messe assieme».

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simona torretta: penso a quelli che ho lasciato lì, i bambini

IL RACCONTO “Pensavo tanto a mio nipotino
lui mi ha salvata dalla paura” di CONCITA DE GREGORIO

Simona Torretta

CERTO che ha avuto paura. Di morire, sì. “Paura che finisse così. Mi sembrava presto. Sarà banale ma è questo che pensi quando credi che non ti resti altro tempo. Pensi: è troppo presto”. Poi pensi a quelli che lasci, “perché se tu muori è un momento, ma gli altri restano, e come fanno a sopportare il dolore?”. Ci sono stati momenti difficili, proprio difficili, “però meno male che c’era Simona. Ci siamo fatte tanto coraggio, siamo state sempre insieme, sempre. Quando una sembrava che non ce la facesse c’era l’altra ad abbracciarla, a parlare piano, a tenerle la mano. Anche solo stare insieme in silenzio. Va bene anche quello”.

Simona Torretta parla lentamente e pensa ogni parola come se prima di dire rivedesse un film. È stanca, però ride. È gentile, e a tratti non è qui. È ancora in quella stanza, nella sua prigione: dopo ventuno giorni con la paura che ciascuno sia l’ultimo non se ne esce in una notte, chissà quanto ci vorrà e se basterà il tempo. Ora c’è sua madre che le tiene la mano, non l’altra Simona. “Però lei mi manca”. C’è una piazza imbandierata di colori arcobaleno e la gente che grida il suo nome. “Però penso a quelli che ho lasciato lì, ai bambini, alle madri”. C’è il sindaco di Roma che la fa sedere su una poltrona di raso e di stucchi davanti a una finestra sul Foro romano, e che prova a farla ridere, anche. “Però l’Iraq è bellissimo”.

Porta al collo una sciarpa marrone con dei ricami gialli. “Me l’hanno regalata loro”. Loro, gli iracheni. Ora che i rumori di fuori arrivano ovattati, ora che è da sola in questa stanza i ricordi arrivano a onde. “I sequestratori non li ho mai visti, non li abbiamo mai visti. Con loro parlavamo in inglese. Eravamo sempre a capo coperto tranne quando stavamo da sole. Il primo giorno ci hanno dato quegli abiti con cui siamo arrivate a Ciampino. Belli, vero? No, non sono abiti da cerimonia, sono da casa. Bellissimi, con quei colori avorio e rosa, e i ricami. Lo terrò per sempre. Gli uomini che ci hanno tenute prigioniere – tutti uomini, sì – pregavano molto, passavano davvero tanto tempo a pregare. Io parlo un po’ di arabo, l’ho studiato qui a Roma, e qualcosa di tanto in tanto capivo. È stato importante, molte volte capirli mi ha tranquillizzata”.
 

Chiamano al telefono di continuo. Arrivano amici. Più tardi, mentre è al balcone che saluta la piazza del Campidoglio telefona Simona Pari. “Simo, Simo. Vedessi, è bellissimo. Ti aspetto, Simo. Dai sì, ti aspetto”. Adesso però ancora un po’ di quiete, un bicchier d’acqua. Ancora il film di quei giorni. I sequestratori, voci senza volti. “Mi sono fatta l’idea, nelle settimane, che fossero un gruppo sunnita molto religioso della resistenza irachena. Di certo non delinquenti comuni, questo proprio no. Erano assai ben organizzati, pregavano, seguivano un progetto. Molto rispettosi, con noi. Non avrebbero mai toccato una donna, quando era necessario ci toccavano solo la manica della tunica. Mi hanno dato delle medicine quando sono stata malata. Ci hanno dato dei libri da leggere, in inglese, fin dai primi giorni. Hanno capito che tipo di lavoro stavamo facendo nel loro paese, e ci hanno rispettate per questo. Quando ci hanno rilasciate ci hanno chiesto scusa”. Scusa? “Sì, in una forma che vuol dire più o meno: ci dispiace per il disagio. Ci hanno regalato dolci e caramelle per il viaggio, e il Corano”. Era in quella scatola che tenevi in mano al momento del rilascio, quella scatola di cartone? “Sì, era lì. Dieci volumi, in inglese. Da leggere a casa, mi hanno detto”. A Roma, quando è scesa a Ciampino, la busta di plastica dove li aveva trasferiti si è rotta. Li ha raccolti qualcuno fra le autorità, c’è stato un momento di stupore. Dieci volumi, molto pesanti. “Ho già cominciato a leggerli”.

Arrivano in Campidoglio Fassino e Gasbarra, Achille Serra e i vertici dei Carabinieri. La famiglia Torretta è tutta da Veltroni, quindici persone almeno, forse venti. Gli zii, le cugine, i nipoti: gente silenziosa, sorridente. Un bambino di due mesi e mezzo nel marsupio della madre, Valerio. Il battesimo sarà domenica. “Ho pensato tanto a Valerio, davvero, quando avevo paura. Cercavo dentro di me le cose belle, i pensieri a cui legare la speranza. Valerio, che è così piccolo e non sa niente, è stato il più grande di tutti. Me lo immaginavo e stavo meglio. Poi cercavo di mettermi in comunicazione col pensiero con mia madre. Volevo comunicarle tutta l’energia positiva, farle sapere che stavo bene. Lo so che è successo. Lo so che lei mi ha sentita come io sentivo lei. Non si meritava questo dolore. È stata fortissima, me lo dicono tutti. Sono fiera di lei”.

Qualcuno si avvicina, le racconta del “comizio” della madre durante la Notte bianca, in Campidoglio. La madre è qui. Simona ride, la stringe. “Un comizio, mamma? Veramente incredibile”. “Ma no, che comizio, due parole. Parlavo con te”. Altri ricordi, altre onde. “La mattina che sono venuti a prenderci non avevano nessuna lista di nomi. Almeno, non mi è proprio sembrato. Ci hanno portati tutti fuori, ci hanno chiesto di dire i nostri nomi. Li abbiamo detti, ci hanno prese. Fino a quel momento non avevamo mai avuto paura di essere rapite, mai. Non ce lo aspettavamo davvero. I primi tre giorni sono stati i più duri. Poi siamo entrati in comunicazione, abbiamo visto come ci trattavano, ci hanno ascoltate. Dopo è stato meglio”. Fabio Alberti, il presidente di “Un ponte per…” la accudisce e la segue ogni istante: le tiene un braccio, la accompagna, rilegge il testo che Simona ha scritto per il discorso.
Lei lo cerca continuamente con lo sguardo, chiede approvazione, lo chiama quando si allontana anche di poco. “Vorrei scendere in piazza”, dice la ragazza. “Il suo posto è fra la gente”, insiste Alberti. La sicurezza le spiega che è meglio di no. Il foglietto che ha scritto nei venti minuti di tempo che ha chiesto per restare da sola e pensare non le serve, adesso. Parla a braccio, ripete penso al popolo iracheno, “non lo dobbiamo dimenticare perché quella gente sta soffrendo”. Prende la mano di sua madre. Parla con una cantilena dolorosa che ricorda quella di Rosaria Schifani in cattedrale a Palermo. Lei vorrebbe la pace, vorrebbe “il ritiro delle truppe dall’Iraq”. Ringrazia, in pubblico, “la comunità musulmana di tutto il mondo”. Ancora un momento da sola. Prima di uscire fuori di nuovo deve stare un po’ tranquilla, si raccomanda Alberti. La madre la segue con lo sguardo, si stringe alle altre figlie. Simona si stringe nel golfino rosa, si accarezza la sciarpa che le hanno regalato laggiù. “Non lascerò il mio lavoro. L’ho saputo subito, questo. Non lo lascerò perché è la mia vita. Non è certo il momento di parlarne adesso, ma sicuro che se potessi tornerei in Iraq. Adesso mi devo occupare della mia famiglia e far dimenticare anche a loro tutta la sofferenza. Però è così: non posso pensare di abbandonare quei bambini, quella gente”. Ne ha parlato con Simona a lungo, nei giorni della prigionia facevano progetti per farsi forza: “Quando usciremo abbiamo ancora da fare questo, ti ricordi?, e poi quest’altro – ci dicevamo. Ci facevamo l’elenco delle questioni sospese. Anche in aereo, mentre stavamo tornando: “Dunque, cosa ci resta da fare?”, ci dicevamo ridendo, ma in fondo sul serio”. Le hanno raccontato, in volo, delle manifestazioni, delle folle di popolo, degli appelli dei paesi islamici, del lavoro dei politici. “Sono contenta che la nostra storia sia servita a far ritrovare l’armonia politica”, ride.

“Quando dall’aereo sopra Roma abbiamo visto il Colosseo illuminato e ci hanno detto: “Quello è per voi”, non ci potevo credere. Non siamo mica così importanti”. Il Colosseo si illumina ogni volta che una condanna a morte viene annullata, le ha spiegato poco fa Veltroni. Certo: una condanna a morte. Certo: annullata. La madre Annamaria si fa più vicina. “Vieni Simona, ora andiamo a casa. È tutto passato”. Simona sorride, non dice nulla. È molto stanca, molto. Chiede: “Adesso cosa dobbiamo fare?”. Non devi fare niente, Simo, devi fare quello che ti senti. “Allora possiamo tornare a casa?”. Certo, sì. Fuori c’è Valerio, minuscolo, che dorme nel suo marsupio. C’è la piazza piena di bandiere della pace, la luce rosa di Roma al tramonto. Si ferma un momento: “Che meraviglia”. Una ragazza piena di ricci biondi la abbraccia strettissimo e piange. “Non piangere, grazie, non piangere”. Poi stringe la sciarpa come un amuleto, con tutte e due le mani, e se ne va.

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«Processate i poliziotti della Diaz»

Udienza preliminare a Genova, i pm concludono per il rinvio a giudizio di 28 tra dirigenti e capisquadra per il blitz del 21 luglio 2001. Verdi e Prc: il governo li sospenda

di A. MAN.

di Red

Picchiarono i no global a Genova, chiesto rinvio a giudizio per 28 poliziotti. Lo hanno chiesto i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardone Albini, in riferimento alla sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz, avvenuta il 21 luglio del 2001. Si tratta di rinvio a giudizio per 28 tra poliziotti, tra dirigenti, capisquadra e agenti. La richiesta è stata fatta durante il processo, al termine della requisitoria del pubblico ministero Cardona Albini, che ha anche depositato i numerosi filmati provenienti da varie fonti, anche amatoriali.

La scorsa udienza i pubblici ministeri avevano depositato una lunga memoria di 261 pagine con le motivazioni dei vari capi d’ accusa. Le accuse di cui dovranno rispondere nel caso il gup Daniela Faraggi accogliesse la richiesta sono falso, calunnia, arresti illegali, lesioni. Intanto nella prossima udienza del 2 ottobre cominceranno gli interrogatori di alcuni imputati su richiesta dei difensori tra cui l’ex vice questore della Digos di Genova, Carlo Di Sarro, un altro agente ora in servizio a Rapallo e quattro capisquadra. Sul blitz alla scuola Diaz è stata stralciata la posizione di un agente, Di Bernardini, in gravi condizioni a seguito di un incidente stradale.

Il 21 luglio 2001, durante il G8, 200 agenti delle forze dell’ordine, irruppero nelle due scuole Diaz e Pertini, conclesse dal Comune per ospitare i membri del Genoa Social Forum. Furono arrestate tutte le persone trovate all’interno dell’edificio, 93 no global, per i quali è stata poi decisa l’archiviazione. Le indagini della Procura sull’irruzione nella scuola Diaz presero avvio dalle denunce dei gip, insospettiti che durante la convalida dei 93 arresti, tutti i manifestanti, su cui erano ancora visibili i segni delle percosse, raccontassero la stessa storia di pestaggi subiti a freddo all’interno dell’istituto.

«Dall’ iniziativa dei giudici – è scritto nella memoria dei pm Zucca e Cardona Albini – era tuttavia già posta in maniera esplicita l’ipotesi che alla base dell’eccezionale “debacle” sul piano giudiziario di una operazione (l’irruzione nella scuola Diaz, ndr) avvenuta sotto la luce dei riflettori vi fosse un’inquietante e tuttavia semplice risposta: “I poliziotti dovevano aver mentito”».

Successivamente alle denunce dei giudici, le indagini cominciarono a puntare i riflettori sull’eccesso di reazione da parte della polizia rispetto ad una presunta resistenza di no global con lanci di sassi e di oggetti. Le dichiarazioni dei poliziotti – sottolineano i pm – sono di una «assoluta genericita» in quanto nessuno dice o scrive chi ha fatto cosa. I pm prendono quindi in esame i reati di falso e di calunnia contestati agli imputati. «È stato difficile – hanno commentato i pm – anche decifrare le firme poste sui verbali di sequestro o di arresto, tanto che una è rimasta ignota. Nessuno si è fatto avanti per dire cosa aveva fatto o a che cosa aveva partecipato».

I poliziotti più alti in grado hanno sostenuto negli interrogatori che non erano ufficiali giudiziari, per cui non dovevano né partecipare a questi atti né firmarli. Su questo punto i magistrati hanno contestato che essendo i più alti in grado e essendo gerarchica la linea di comando era impossibile che non avessero partecipato alla redazione di quegli atti.

I pm hanno quindi illustrato i vari episodi contestati, tra cui l’ episodio delle due bottiglie molotov e l’accoltellamento dell’agente romano Massimo Nucera, per cui i poliziotti sono imputati di falso e calunnia. È stato poi ricostruito l’episodio dell’irruzione nella scuola Pascoli, liquidato dalla polizia come «un errore». Secondo i magistrati questa giustificazione non regge perché non si capisce perché i poliziotti «entrati per errore» abbiano poi spaccato tutto e si siano portati via cassette video e hard-disk.

Dalla memoria emerge una valutazione severa sulla qualità e modalità con cui è stata fatta l’operazione della polizia e soprattutto sul risultato ottenuto. Il preludio di questa operazione – hanno sottolineato ancora i pm – è dato dal pestaggio di cui fu vittima il giornalista inglese Mark Covell, avvenuto davanti alla scuola, poco prima dell’irruzione

www.unità.it

www.bellaciao.org

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referendum procreazione assistita: Grane Vittoria!

Pannella sul bus scoperto verso piazza Cavour

Procreazione assistita. Oggi in Cassazione le firme per i referendum

30 settembre 2004
Tra poche ore – alle 16 – tutti i comitati referendari che hanno promosso i 5 quesiti di abrogazione (parziale o totale) della legge sulla procreazione assistita consegneranno alla Corte di Cassazione gli scatoloni con le firme necessarie per la tenuta dei referendum. «Un’altra conquista civile dell’Italia rappresentata dall’ormai imminente successo della campagna referendaria», commenta il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone, che parla di «risultato straordinario, storico», con oltre un milione di firme per il primo quesito, quello di abrogazione totale.

Ieri i Radicali italiani e l’Associazione Luca Coscioni hanno organizzato una «marcia festosa», accompagnata da una jazz band, da Porta Pia alla sede della Cassazione, in piazza Cavour, dove in attesa del giorno della consegna si è svolta fino a tarda sera una veglia, alla quale sono intervenuti cantanti, attori, personalità politiche. Questa sera, infine, subito dopo la consegna delle firme – con Luca Coscioni, Emma Bonino, Marco Pannella, Daniele Capezzone, Marco Cappato e Rita Bernardini – i festeggiamenti proseguiranno a Campo de’ Fiori dalle 19 alle 24, con personaggi del mondo dello spettacolo, dell’arte, della scienza.

Si parla di circa 700 mila firme, ma c’è ancora cautela, spiega Marco Pannella: «I numeri li avremo in modo serio e puntuale domani. E’ una questione tecnica dovuta ai due distinti centri di raccolta, uno per il referendum per l’abrogazione totale, l’altro per i cinque singoli quesiti. Aspettiamo questa notte, ma con i previsti, ultimi arrivi di firme non dovrebbero esserci problemi». Riguardo la possibilità che la legge 40 venga modificata in Parlamento allo scopo di evitare il voto dei cittadini, Capezzone avverte: «E’ solo un pasticcio, e tanto più cercano di fare pasticci, tanto più andremo avanti per difendere il diritto degli italiani a potersi esprimere attraverso il referendum». «Se questo Parlamento, che ha approvato questa vergogna e questo schifo, si smentisce su tutto, allora saremo i primi ad applaudire», aggiunge Pannella.

Nel fine settimana si svolgerà il Comitato nazionale di Radicali Italiani, chiamato all’analisi politica degli eventi dell’ultimo trimestre, a partire dagli esiti della campagna referendaria. Sono invitati tutti i militanti che hanno partecipato alla raccolta delle firme.

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