TERESA SARTI
alla guerra si dice “no”
.Dieci anni di Emergency narrati dalla sua presidente
Occhi azzurri e sorriso appena accennato, capelli rosso carota a incorniciarle il volto, cinquantotto anni tranquillamente dichiarati e un’attività frenetica che non può e non accenna a ridimensionarsi. Stiamo parlando di Teresa Sarti, presidentessa di Emergency, l’organizzazione nata a Milano dieci anni fa con lo scopo di portare aiuto medico-chirurgico alle vittime delle guerre nel mondo.
Di Teresa invece si sa poco o nulla. Di Teresa che ne è l’anima e che ha dedicato e dedica la sua vita ai più sfortunati dei nostri simili. «Ma non sono mica da sola!», esclama lei emergendo a fatica da dietro la scrivania: montagne di carte, lettere, libri, blocchi di appunti, agende. «La nostra grande famiglia è aumentata a dismisura tanto che oggi i volontari che ci danno una mano sono 4 mila. Né sarebbe altrimenti spiegabile come sia stato possibile che un milione di persone ferite o malate si siano rivolte a noi per avere un aiuto. E l’hanno ottenuto. Alle vittime delle guerre, nostro primo e principale campo d’azione, si sono via via aggiunte quelle della povertà e delle ingiustizie, vittime spesso date per scontate e per questo maggiormente trascurate».
Nella Grifoni
Che cosa può spingere una donna tranquillamente sposata a un medico chirurgo, a sua volta proiettato in una carriera di tutto prestigio, a condividere le scelte estreme di un marito che a un certo punto della vita decide di diventare chirurgo di guerra e di rischiare quotidianamente la pelle nelle zone più disastrate del pianeta? «Il fatto che io e mio marito abbiamo sempre condiviso tutto. Le sue scelte sono anche le mie, siamo uniti dai medesimi ideali. Di certo non è stato facile soprattutto con Cecilia, nostra figlia, che all’epoca aveva solo nove anni e alla quale ho dovuto fare da madre e da padre. È stata di fatto lei a permetterci di vincere questa scommessa esagerata. Lei che, pur così piccola, non ha mai creato problemi e ha sempre capito. Per quanto mi riguarda questa esperienza mi ha molto cambiata, in meglio naturalmente: l’unico legame tra la Tere di una volta, studiosa, timida, anzi timidissima, precisa e programmata (da sempre sapevo che avrei fatto l’insegnante), dotata di pochissima fantasia, e la Tere di oggi, è stato l’impegno nel volontariato cattolico. Questa attenzione agli altri, che mi viene da una formazione profondamente cattolica, l’avevo fin da allora. Per il resto: irriconoscibile. Mi sono ritrovata una fantasia sfrenata nell’escogitare tutte le possibili strategie per raccogliere il denaro per finanziare i nostri progetti. Ho buttato la timidezza dietro le spalle al punto che mi sono ritrovata a parlare in pubblico. Ma che dico: nelle piazze e addirittura dal pulpito del Duomo di Lucca e di Amalfi».
Sono cambiate anche le amicizie: artisti e uomini della cultura e della politica si sono in questi anni avvicinati con ammirazione a questa donna eccezionale, che però non ha mai mutato il suo stile di vita. Teresa ha continuato a insegnare fino al conseguimento della pensione, vale a dire fino a oggi, dividendo tutto il suo tempo tra la scuola e l’associazione. All’inizio sono stati quindici anni di durissimo tirocinio in una media molto difficile nell’estrema periferia milanese. Poi il passaggio alle superiori e infine, gli ultimi due anni, a Emergency, su comando del Ministero della Pubblica istruzione, per la messa a punto di un progetto didattico per le scuole.
«Ogni sei mesi mandavo le relazioni del mio lavoro in Provveditorato. Io credo fermamente nella promozione di una cultura di pace. È importante non stancarsi mai di parlare degli orrori della guerra ed è fondamentale partire dalla scuola elementare fino alle medie superiori. Il valore della comunicazione di Emergency è dato dalla sua esperienza, dalle testimonianze. Le nostre storie, che hanno sempre un volto e un nome, spesso mostrano una realtà di sofferenza ma concludiamo sempre e comunque con un messaggio di collaborazione, di pace, di possibilità di fare qualcosa. Perché ognuno di noi possa e debba fare qualcosa».
Si alza e cammina leggera con un vestitino a fiorellini che le scende fino ai piedi, scarpe rigorosamente basse, come unico ornamento un ciondolo afgano. In perfetto stile sessantottino si direbbe. «E invece io il Sessantotto non l’ho vissuto proprio, occupata com’ero a studiare e a mandare avanti la famiglia dopo la morte di mia madre. Il mio, il nostro, essere apolitici e apartitici ci ha sempre accomunato con i movimenti cattolici impegnati sullo stesso fronte. È significativo il fatto che i Tre dell’Ave Maria, come ormai vengono chiamati, sono Gino Strada, padre Alex Zanottelli e don Luigi Ciotti, compagni meravigliosi di tante battaglie. Il cosiddetto mondo di sinistra ci ha scoperto nel 2001, con la guerra in Afghanistan, dove già da tempo operavamo. Guerra che ha segnato un punto di rottura, avendo ricevuto dei consensi sull’onda dell’emotività dell’11 settembre. Noi invece abbiamo detto “no” anche a questa guerra, come a quella in Kosovo. Più facile è stata la condanna alla guerra in Iraq. Ma opporsi non basta. Bisogna anche denunciare. Dire. Spiegare. E così è stato sempre, circondati da un affetto crescente e unanime. Poi sono cominciati gli attacchi, con l’accusa di essere dei pericolosi estremisti. Fate il vostro lavoro, ci è stato detto da più parti. Cucite, tagliate, curate… e zitti. Ma noi zitti non stiamo. Anzi gridiamo sempre più forte la nostra indignazione. Il massimo dei consensi lo abbiamo ottenuto il 10 dicembre del 2002 organizzando le fiaccolate per la pace in 270 città italiane. In piazza sono scesi tutti, anche quelli che in vita loro non avevano mai partecipato a una manifestazione. Il giorno dopo, non a caso, siamo stati ricevuti dal Papa che, pure lui, zitto non è mai stato: un incontro che ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.
«Al Papa, che il giorno prima aveva ascoltato il salmo di dolore di Geremia (“…il silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo quasi disgustato dall’agire dell’umanità…”), quasi a farlo suo, e che più di ogni altro si è battuto contro la guerra, abbiamo portato in dono lo straccetto di pace di Emergency. Mentre ne parlo mi viene un dubbio: che anche il Papa sia un pericoloso estremista?»
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