shoah: voi che siete sicuri
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”
P. L.
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NON GRIDATE PIU’
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
(Giuseppe Unghretti)
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“L’Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei”. Sono le deliranti parole di Domenico Gramazio, ex parlamentare di Alleanza Nazionale ed attuale presidente dell’Agenzia sanitaria della Regione Lazio. L’ex deputato, forse sulla scia di quanto affermato qualche tempo fa dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (“Mussolini non ha mai ammazzato nessuno”), ha ribadito che “l’Italia fascista non condivise” le leggi razziali.
Dichiarazioni, quelle che l’ex missino ha pronunciato proprio in Israele e proprio al memoriale della Shoah, che hanno scatenato un vespaio di polemiche.
La comunità ebraica di Roma, dopo aver protestato con il numero uno di An Gianfranco Fini, ha ricordato che “Mussolini e la Repubblica di Salò collaborarono alle deportazioni degli ottomila ebrei italiani che sono scomparsi ad Auschwitz e negli altri lager nazisti”.
Il Verde Angelo Bonelli ha chiesto di “cacciare Gramazio dalla carica di presidente dell’Agenzia regionale sanitaria”, mentre per Salvatore Bonadonna, di Rifondazione Comunista, “la madre del razzismo e del fascismo è sempre incinta”.
“Le affermazioni rilasciate da Gramazio a Gerusalemme – ha sottolineato Piero Marrazzo, candidato Governatore del centrosinistra nella Regione Lazio – che assolvono il fascismo su pagine nere e terribili come l’emanazione delle leggi razziali durante il ventennio e tragedie di un intero popolo come la Shoah, dimostrano l’importanza di ricordare ed i pericoli di far calare l’oblio”.
Molto duro anche il diessino Carlo Leoni, secondo il quale, “proprio in occasione del giorno della memoria, l’Italia di Berlusconi fa l’ennesima pessima figura di fronte al mondo intero e alle coscienze democratiche del nostro Paese”.
Si dissociano dall’ex parlamentare anche diversi esponenti del centrodestra, tra i quali il Governatore del Lazio Francesco Storace, tirato in ballo proprio da Gramazio (“Storace la pensa come me”).
“Non sarà Gramazio a farmi cambiare idea – ha spiegato il presidente della Regione – che l’Italia negli anni del fascismo abbia conosciuto la vergogna delle leggi razziali e delle deportazioni è indubitabile”.
L’Olocausto? Mussolini esente da colpe Leggi l'articolo »
di red
Proprio mentre la situazione israelo-palestinese sembrava distendersi, e’ stata uccisa questa mattina una bimba palestinese di soli tre anni. La piccola e’ morta per un colpo alla testa mentre si trovava in casa, a Deir el-Balah, nel centro della striscia di Gaza.
La bimba, Rahma Abu Chams, e’ morta subito, hanno detto i medici. La sua famiglia afferma che lo sparo proveniva da una colonia ebraica vicina. L’esercito israeliano ha detto di non essere informato riguardo all’incidente, ma ha precisato che alcuni Palestinesi nella zona avevano tirato alcuni razzi sul settore israeliano e che l’esercito aveva risposto a sua volta.
Il premier israeliano, Ariel Sharon, aveva appena deciso di affidare al suo piu’ stretto collaboratore, Dov Weisglass, la ripresa del dialogo con l’ANP, interrotto il 14 dicembre dopo l’attacco contro una colonia nella Striscia di Gaza che produsse sei vittime israeliane.
Inoltre l’incontro fra Moussa Arafat, capo della sicurezza nazionale palestinese a Gaza, e Avi Kochavi al valico di Eretz, ha generato l’assenso israeliano ad una piu’ massiccia presenza di truppe palestinesi a Khan Younis ed a Rafah per prevenireattacchi di razzi contro obiettivi israeliani.
Gia’ ieri sera le forze di sicurezza palestinesi avrebbero impedito ad un gruppo di militanti armati di sparare colpi di mortaio verso il territorio israeliano, sequestrando loro le armi.
Rahma Abu Chams: Palestina : uccisa bimba di tre anni a Gaza Leggi l'articolo »
L’accordo a condizione che rilasci i detenuti palestinesi, metta fine alle operazioni militari, restituisca i corpi dei militanti e si ritiri dai Territori
Gerusalemme, 25 gen. –
Hamas ”vede con favore” un accordo per porre fine agli attacchi contro Israele, a condizione che lo Stato ebraico rilasci i detenuti palestinesi, metta fine alle operazioni militari, restituisca i corpi dei militanti e si ritiri dai Territori. Lo ha riferito stamattina la radio israeliana, citata sul sito di Ha’aretz.
”Per la prima volta sono stati raggiunti progressi sostanziali e i negoziati hanno prodotto reali risultati, che saranno presto resi noti”, ha detto Hassan Yousuf, alto esponente di Hamas, l’organizzazione islamista responsabile di diversi attentati suicidi, sottolineando però che l’accordo dipende dall’atteggiamento israeliano. Le sue dichiarazioni giungono dopo che, la scorsa notte, i vertici di Hamas hanno discusso del cessate il fuoco col presidente dell’Anp, Abu Mazen.
Già ieri il negoziatore dell’Autorità, Ziad Abu Amr, aveva riferito che i gruppi armati avevano promesso la sospensione degli attacchi anti-israeliani, in attesa di verificare se lo Stato ebraico intende venire incontro alle loro richieste per una tregua.
Hamas si è detto inoltre pronto a entrare a far parte dell’Olp, ma non prenderà parte al governo palestinese. Lo ha dichiarato Khaled Meshaal, capo dell’ufficio politico del gruppo islamista, in un’intervista al quotidiano arabo al Hayat.
”Uno dei principali argomenti di discussione è stato proprio questo”, ha detto Meshaal, riferendosi alle trattative fra Hamas e Abu Mazen. ”Avevamo chiesto l’instaurazione di un’alta autorità palestinese e va bene se si tratta dell’Olp”.
L’Organizzazione per la liberazione della Palestina, oggi guidata dal presidente dell’Anp Abu Mazen, riunisce i gruppi nazionalisti palestinesi ed è dominata da Fatah, la fazione che faceva capo al defunto Yasser Arafat.
Operai palestinesi protetti da 200 agenti di polizia intanto hanno iniziato oggi ad abbattere bar e chioschi costruiti abusivamente sulla spiaggia della città di Gaza. L’ordine di demolizione è stato emanato da Abu Mazen, impegnato a restaurare legge e ordine nei Territori. ”Stiamo iniziando una nuova era in cui la legge dev’essere rispettata e tutte le terre del governo restituite”, ha dichiarato il comandante della polizia Mussa Elaian, secondo il quale le demolizioni continueranno nei prossimi giorni.
Hassan Yousuf: hamas pronta alla tregua Leggi l'articolo »
Ho letto con grande interesse, da un treno all’altro, da un incontro all’altro e nei pochi momenti liberi che ho a Napoli, questo libro. Io lo definirei un libro di protesta, ho sentito che è stato scritto con rabbia, capisco questa rabbia e penso sia giusto oggi scrivere con rabbia. Per me questo libro è un grido di allarme, forte, chiaro. Almeno Claudia potrà dire, davanti alla sua coscienza e al suo Dio, di avere gridato la verità in faccia alla società, potrà dire di aver messo in guardia la gente da quello che sta avvenendo. La gente non vuole scoprire tutto questo, non ne vuol sapere, eppure è importante che persone come Claudia vadano avanti a dire queste cose, perché purtroppo sono ormai pochi coloro che le dicono. Quello di Claudia è un grido forte contro la manipolazione che sta trasformando questo tipo di società, soprattutto da parte dei poteri forti, delle case farmaceutiche, della casta medica che, volente o nolente, insieme alle grandi multinazionali, è parte integrante di quello che sta avvenendo. Questo libro mi ha ricordato un altro libro che mi ha fatto molta impressione; lo avevo letto negli anni ’70 quando era appena uscito. Allora era un libro che “tirava”, che andava di moda, oggi non se ne parla quasi più: è il libro di Ivan Illich, il titolo è “Nemesi medica”. Ivan Illich, uno dei più notevoli pensatori di quegli anni e prete cattolico che conosceva molto bene i problemi del Sud America e del Sud del mondo, aveva sferrato un attacco durissimo a tutto quello che era la medicina occidentale e a quello a cui ci avrebbe portato.
La realtà, pensate, oggi è ancora peggiore di quanto Illich avesse potuto prevedere. Ecco perché ritengo importante questo grido di ribellione contro un mondo che ci viene imposto, dove non si è più liberi. Un mondo dove tutto è retto dall’impero del denaro, dove l’unico motivo di tutto è semplicemente il profitto e per il denaro vendiamo tutto e ci vendiamo tutti. Penso che gli ambiti dove tutto ciò si manifesta di più siano proprio quello medico, quello farmaceutico, quello psichiatrico. Siamo arrivati ormai alla dittatura delle multinazionali farmaceutiche, poche, potentissime multinazionali che hanno legami strettissimi con il mondo dei dottori, il mondo dei legislatori; incredibile quanto queste multinazionali spendano per assicurarsi la simpatia dei medici, degli psichiatri, perché poi così essi prescrivano le loro medicine. Incredibile quanti soldi stiano spendendo in grandi convegni e congressi; un esempio per tutti è proprio il convegno nazionale degli psicopatologi tenutosi a Roma che viene citato nel libro. Basterebbe leggere quello che il professor Camillo Valgimigli sostiene per farsene un’idea compiuta.
Cito dal testo del capitolo 11: «In una cornice faraonica all’interno dell’hotel Hilton Cavalieri di Roma (uno dei più lussuosi e costosi per vip della capitale) dove tutte le multinazionali che producono psicofarmaci hanno comprato enormi spazi per propagandare i loro prodotti agli psichiatri presenti, si è svolto il nono congresso della Società italiana di psicopatologia, una vera e propria fiera mercato. Tremila psichiatri con una spesa di iscrizione di circa 800mila vecchie lire cadauno (nell’80% dei casi completamente pagati dalle aziende produttrici) hanno partecipato accumulando crediti formativi, in un contesto condotto da cattedratici universitari specialisti di una psichiatria erede di Lombroso [quello che aveva fatto internare nei manicomi moltissimi anarchici, sostenendo che chi non tollerava lo Stato non poteva che essere pazzo, N.d.A.], che hanno presentato dati epidemiologici alla stessa maniera dei maghi delle varie televendite, al punto che qualcuno, ancora in grado di fare ironia in un contesto siffatto, li ha definiti le “Vanna Marchi della psichiatria”. Purtroppo in una cornice di questo tipo, in cui ben 17 simposi sono stati letteralmente condotti (spesso con colazioni di lavoro) dalle diverse case farmaceutiche, anche i principali mass media sono caduti nella trappola della presunta scientificità dei dati». Basterebbe un commento come questo per capire quello che sta avvenendo.
E in quel convegno i dati presentati sono incredibili, diffusi appositamente per propagandare certe cose, presentati e spacciati per dati scientifici. Per esempio, si è detto che la depressione in Italia colpisce una donna su 4 e un uomo su 10 almeno una volta nella vita, per cui circa dieci milioni di italiani, il 18% della popolazione adulta del nostro Paese, potrebbero essere affetti da questa “malattia”. A quel convegno è stato detto anche che una donna su 10 in gravidanza è depressa e che il 50% dei bimbi che nascono va incontro a disturbi di tipo psicopatologico. Da qui il salto è poi facilissimo; se questa è la situazione, la soluzione è rappresentata dagli psicofarmaci, anche ai bambini. Tutto ciò è di una gravità estrema e fa bene Claudia a reagire in questo libro con rabbia. Perché tutto questo minaccia la nostra stessa società civile, la nostra convivenza sociale, il nostro essere uomini e donne. C’è qualcosa di profondamente demoniaco in tutto ciò, e non parlo di demoni con le corna, ma di demoni che conosciamo ormai molto bene in questa nostra società. E la proposta di legge avanzata da Burani Procaccini e Naro rende un favore molto grande, come dice bene il libro, alle lobby farmaceutiche perché lascia intendere chiaramente che la scelta è quella di premere al massimo per l’utilizzo massiccio degli psicofarmaci e di diffondere un allarmismo assolutamente eccessivo, facendo passare il diffuso disagio esistenziale odierno per malattia mentale. E qui davvero secondo me si tocca un altro aspetto fondamentale; un passaggio del libro è cruciale, quello dove si afferma che «in questo modo lo psicofarmaco si trasforma in un diritto, da imporre se necessario in nome del bene del singolo e della collettività.
Ed è proprio qui che si scopre il gioco, che il meccanismo diventa chiaro, è questo il business: psicofarmaci gratuiti per una schiera sempre più vasta di malati, ma in verità a carico di tutti i contribuenti per la gioia delle case farmaceutiche che li producono». Tutto questo pone dei problemi enormi a tutti quanti. Verso che tipo di società stiamo andando? Siamo forse manipolati dalla nascita alla morte? Siamo ancora uomini e donne? Come fare a parlare di diritti umani o di libertà davanti a cose come queste? E tutto in nome del profitto. E’ questo che rende particolarmente importante il grido di Claudia, perché parla a nome di tutti gli emarginati, a nome di tutta la gente disprezzata del Nord del mondo, lo fa in nome di tanti cittadini letteralmente presi in giro. E qui mi ricollego a questo grido allargandolo. Ringrazio Claudia per la passione con cui sta lottando, ma penso che a queste ragioni debbano essere aggiunte ragioni ancora più profonde. Se Claudia non può accettare un mondo così assurdo come quello che abbiamo fra le mani e i cui frutti vediamo nel cuore stesso dell’impero, può capire quanto io ancor meno possa accettare un mondo dove la gente non ha neanche il minimo per sopravvivere. Il mio è il grido di milioni, miliardi di esseri umani; non posso accettare un sistema che permette a pochi di avere quasi tutto. Non posso accettare questo sistema dove il 20% del mondo possiede l’80% delle risorse di questo pianeta.
Non posso accettare un sistema dove metà della popolazione mondiale, tre miliardi di persone, è costretta a vivere con meno di 2 euro al giorno, mentre le “vacche” europee ingrassano con 2 euro e mezzo al giorno, ogni vacca americana ha 5 euro al giorno, ogni vacca giapponese ha 7 curo al giorno. Non posso accettare un mondo dove dai 40 ai 60 milioni di persone all’anno vengono uccise dalla fame. Non posso accettare un mondo che va verso la privatizzazione e le privatizzazioni significano nuovi genocidi per i poveri di questo mondo. Non posso accettare un mondo che si avvia a ritenere l’acqua una merce in mano alle multinazionali. Come farà un miliardo di persone, costretto a vivere con meno di 1 euro al giorno, a comprarsi l’acqua di marca che costa una follia? Noi ci troviamo di fronte oggi ad un sistema che crea l’assurdo nel mondo e Claudia l’ha dimostrato e lo sta dimostrando. Si tratta di un sistema che mina tutto, ma dove alla fine a pagare sono soprattutto i poveri. Non posso accettare un sistema dove quel 20% che utilizza e possiede l’80% delle risorse, per mantenere il proprio stile di vita, deve armarsi fino ai denti. Per combattere e acquistare armi, solo gli Stati Uniti nel 2003 hanno speso 100 miliardi di dollari; tutto questo sarà pagato da questo unico mondo che abbiamo. Gli scienziati ormai ci ammoniscono che il tempo che abbiamo è breve, stiamo distruggendo l’ecosistema. Ecco allora che al grido di Claudia deve essere aggiunto il grido più globale, il grido dei poveri, di chi muore per guerra, di questo ecosistema distrutto, un grido a nome di tutta la gente emarginata, la gente di cui anche nel libro si parla e di cui si prendono le difese. E’ a nome di questi che noi diciamo che non possiamo accettare un sistema di questo tipo che ammazza, esclude, emargina, manipola. Ecco il cuore della contestazione.
Mi sembra poi utile e interessante ricordare, come avviene nel libro, una grande figura di questo Paese che è l’Italia, figura che molto spesso tendiamo a dimenticare: Franco Basaglia. Ricordiamo quest’uomo come colui che ha dato il nome alla famosa legge che ha chiuso i manicomi. Ma giustamente, come si legge nelle pagine a venire, la chiusura dei manicomi non era lo scopo finale dell’operazione di Basaglia, ma il mezzo attraverso cui la società potesse fare i conti con le figure del disagio che la attraversano. Nel secondo capitolo si legge come Basaglia abbia dato due definizioni di follia. La prima: «La follia è diversità, oppure avere paura della diversità». La seconda: «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla». Ecco il problema di fondo; è il problema che Basaglia ha posto chiudendo i manicomi, ma quello era solo l’inizio. Noi dobbiamo avere il coraggio, se vogliamo davvero che l’uomo abbia un futuro, di ripensare radicalmente il nostro sistema. C’è bisogno della nascita di un nuovo uomo, abbiamo bisogno della nascita di quello che padre Balducci chiama l’uomo planetario, cioè un uomo capace di fare un salto antropologico.
Deve accadere se vogliamo sopravvivere. Noi non contestiamo soltanto un sistema; stiamo chiedendo che l’umanità abbia il coraggio di fare un salto di qualità e incominci a ripensare la società umana in maniera radicalmente nuova. E’ questa la grande sfida che ci attende; ecco perché non si tratta soltanto di contestazione della società, ma si tratta di ripensare un altro tipo di società. Si tratta soprattutto di invitare ognuno di noi ad una conversione radicale, ad un salto profondamente umano, un salto antropologico per diventare veramente non più un cittadino di ieri ma un cittadino planetario capace di vivere in maniera “altra” da quella in cui viviamo. Ecco la sfida enorme che il libro di Claudia pone e a cui siamo di fronte. Dobbiamo avere il coraggio davvero di mettere l’uomo al centro, non l’uomo bianco, non l’uomo intelligente; ma l’uomo e la donna e basta. Sono loro il cuore del mondo, non ci sono normale e anormale, dobbiamo davvero convincerci che o ci accogliamo tutti così come siamo e ci rispettiamo e ci troviamo ricchi delle nostre differenze religiose e culturali, o non ci sarà nessun futuro. Aveva ragione il grande vescovo ucciso nel 1996 in Algeria, Pierre Clavery, a dire: non c’è umanità se non al plurale. In fondo la battaglia che Claudia sta portando avanti in questo libro è la battaglia globale che dobbiamo portare avanti nel mondo. Deve nascere un mondo “altro”, un altro uomo; soltanto un’umanità “plurale” permetterà davvero al mondo di continuare a vivere. Grazie per quello che Claudia fa attraverso questo libro, grazie per l’impegno e grazie a tutti coloro che si impegnano; siamo pochi ma ritengo che sia importante aiutare tutti a capire la gravità del momento. E poi diamoci tutti una mano, impegniamoci a cambiare e trasformare questo mondo perché davvero la vita vinca.
Sanità obbligata” di Claudia Benatti, Prefazione Alex Zanotelli Leggi l'articolo »
il pasto nudo
Falat Eddin Al-Khoury, ragazzo palestinese handicappato ucciso dai soldati israeliani.
GAZA- 24 january 2005
Falat Eddin Al-Khoury, in memory Leggi l'articolo »
«Quelle del 30 non sono vere elezioni» Intervista a Wadmidh Nadhmi, professore all’università di Baghdad, portavoce dei settori laici e religiosi «nazionalisti e moderati». Che volevano il voto ma non quello imposto dagli Usa e che chiamano a boicottarlo. Spiegando perché
Il Manifesto, 22 gennaio 2005
L’amministrazione Usa e i media «presentano l’Iraq come una popolazione di primitivi divisi in sette e tribù, con due soli soggetti: le forze della democrazia a favore delle elezioni e gli estremisti alla Zarqawi che non le vogliono. Non è affatto così. Al contrario sono proprio gli occupanti, prima con l’introduzione del criterio confessionale ed etnico nella scelta del Consiglio di governo, e ora rifiutando una gestione unitaria e democratica delle elezioni, a cercare di spingerci allo scontro fratricida per poterci dominare meglio. Noi democratici e progressisti arabi ci siamo orientati verso il boicottaggio solamente quando è stato chiaro che le elezioni servivano solo a legalizzare l’occupazione». Con questo duro giudizio sulla consultazione del prossimo 30 gennaio, Wamidh Nadhmi, rettore del Dipartimento di scienze politiche dell’università di Baghdad nonché esponente della corrente «nazionalista araba moderata» e portavoce del Congresso per la Fondazione nazionale dell’Iraq, ci introduce in quel vasto mondo di movimenti, partiti, intellettuali, esponenti religiosi e laici che hanno deciso di unire le forze per creare un’alternativa ai partiti filo-occupazione al governo e evitare che il paese scivoli verso una deriva etnica e confessionale.
Resistenza legittima
Ci riceve nella sua casa anni sessanta, dal giardino dolcemente degradante verso il Tigri, in un tranquillo salotto borghese con alle pareti i vari titoli accademici, le foto di figli e nipoti e, sulla parete sopra il divano damascato, un vecchio ritratto di Nasser.
Wamidh Nadhmi rappresenta un settore della società civile e politica baghdadiana, sopravvissuta alle mille sanguinose vicende del paese, che sin dal 2003 sta lavorando per cercare di dare una risposta «nazionale» all’occupazione e una rappresentanza politica a coloro che le resistono. Per quanto riguarda la resistenza agli occupanti l’oppositore iracheno e il suo movimento ne sostengono la piena legittimità ma condannano senza esitazioni quelle azioni dei gruppi alla al Qaeda che la isolano sia dalla popolazione sia a livello internazionale.
Il lento ma progressivo rafforzarsi di questa tendenza, totalmente ignorata sia dagli occupanti che dai media, è legato senza dubbio all’autorità e al prestigio dei suoi leader, noti per la loro opposizione o indipendenza dal passato regime.
Tra le componenti principali di quest’area politica in via di aggregazione, ci dice Wamidh Nadhmi, possiamo annoverare: la scuola sciita di Khadimyia dello sheik Jawad al Khalisi, primo focolare della rivolta antibritannica del 1920, la corrente nazionalista araba, lo sheik Hareth al Dari leader dell’Associazione degli ulema musulmani (che rappresenta circa 3000 moschee sunnite del paese), il Partito per le riforme democratiche costituito da ex membri del Baath perseguitati dal regime, un primo nucleo del nuovo Partito democratico-cristiano, alcuni intellettuali progressisti e marxisti che non condividono la subalternità del Partito comunista all’occupazione americana, oltre a rappresentanti delle varie nazionalità.
Dopo aver ricordato il suo rifiuto nel 2003 ad entrare a far parte del Consiglio di governo provvisorio – «perché sono stato sempre contro l’embargo e contro la guerra e perché non credo alla democrazia imposta con le baionette soprattutto se americane e britanniche» -, l’esponente nazionalista arabo torna a parlare delle ragioni del boicottaggio: «Noi siamo per le elezioni. Però queste devono essere parte di un processo che non legittimi l’occupazione ma che al contrario ne prepari il superamento. Com’è possibile fare delle elezioni senza neppure un censimento? Con le truppe straniere che pattugliano o bombardano le nostre città? Con delle liste delle quali conosciamo solo i primi due, tre nomi e tutti gli altri sono segreti? Con una commissione elettorale nominata dall’ex proconsole americano Bremer la quale ha il potere di impedire la partecipazione alle elezioni di qualunque lista o candidato? Con un solo collegio unico nazionale che taglia fuori tutte le minoranze locali?».
L’esponente dell’opposizione irachena si sofferma poi sulle richieste del suo movimento per arrivare a delle elezioni minimamente credibili: «Noi abbiamo proposto all’ambasciata Usa e all’Onu, che le elezioni si tenessero dopo una vasta consultazione, la formazione di un governo di garanzia, o almeno sotto un organismo internazionale composto da figure come Jimmy Carter, Nelson Mandela, Joshka Fisher, Amr Moussa. Per quanto riguarda la commissione elettorale ci siamo limitati a chiedere che ai membri voluti da Bremer fossero affiancati alcuni giuristi iracheni di fama. Per realizzare questo processo abbiamo poi chiesto un rinvio di alcuni mesi delle elezioni, un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe d’occupazione al di fuori delle città. O almeno un calendario per il ritiro». Le proposte dei democratici iracheni avrebbero avuto, continua Nadhmi, un’eco molto positiva anche sulla stampa internazionale ma la risposta Usa, pochi giorni dopo, l’8 novembre, sarebbe venuta con il via libera all’assalto finale a Falluja. A questo punto, l’Iraqi National Foundation Congress, con altri 75 gruppi, partiti e associazioni di vario orientamento, ha proposto il boicottaggio «lasciando però liberi i cittadini di votare o no senza cadere nella trappola di uno scontro politico sanguinoso tra iracheni».
«Dall’attacco a Falluja -continua – la situazione è precipitata e gli Usa hanno gettato la maschera. Un estremo tentativo di mediazione, per uno spostamento del voto di qualche mese in grado di coinvolgere tutte le forze del paese nel processo elettorale, tentato da un gruppo di autorevoli e noti esponenti politici, anche del partito del premier Allawi, tra i quali diversi ministri, riunitisi a casa di Adnan Pachachi (già alla guida del disciolto Consiglio di governo) aveva portato ad un accordo ma quella sera stessa una dichiarazione del presidente Bush ha bloccato tutto e chiuso la porta a qualsiasi dialogo».
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Elezioni Iraq. Votano gli israeliani di origine irachena
La portavoce dell’Organizzazione internazionale per gli emigrati di Baghdad, Sarah Tosch ha annunciato che tutti gli israeliani di origine irachena potranno partecipare alle elezioni di fine mese. Chiunque abbia un certificato originale di nascita in Iraq, avrà consenso al voto mostrando o un passaporto o un documento di identità, o quant’altro dimostri che il possessore sia stato cittadino iracheno. Al voto sono ammessi anche i figli di padre iracheno mentre rispetto ai figli di madre irachena la legislazione del 1957 – in base alla quale la trasmissione di cittadinanza è garantita solo da parte del padre – impedirà di poter accedere alle urne. Le operazioni di registrazione si svolgeranno dal 17 al 23 gennaio, e le elezioni dal 28 al 30 del mese
“Non ci sono restrizioni per gli iracheni in base a religione, razza o sesso. Questo include definitivamente coloro che oggi sono cittadini israeliani”, ha precisato Tosh.
Benjamin Ben Eliezer, ex ministro della Difesa, immigrato in Israele dall’Iraq, ha replicato dichiarando che “gli israeliani non parteciperanno al voto, perché chiunque consideri Israele come suo Paese non voterà alle elezioni irachene”. Dalla costituzione dello Stato di Israele circa centotrentamila ebrei sono emigrati dall’Iraq, mettendo fine ad una delle più cospicue comunità ebraiche del mondo
gli israeliani non parteciperanno al voto Leggi l'articolo »
di alessia lai
Esclusivamente ad appannaggio di Allawi in Iraq
Manovrata dalla NDA nel resto del mondo
La data delle elezioni irachene è sempre più vicina, e quelli che separano gli aspiranti elettori dalle urne sono giorni di propaganda a tappeto. Ma non in Iraq. Mentre i media internazionali -ad uso e consumo delle coscienze annichilite sparse per il globo- da mesi descrivono le prossime consultazioni come la svolta epocale per il Paese, sul territorio interessato regna un’assoluta mancanza d’informazione.
Nessun dibattito pubblico, nessun opuscolo elettorale per aiutare a scegliere tra i 7.471 candidati nelle 111 liste presentate. L’Assemblea nazionale che dovrà
scrivere la nuova Costituzione del Paese verrà eletta alla cieca. La giustificazione di questa mancanza di indicazioni è che i nomi dei candidati vengono tenuti nascosti per il timore di assassinii mirati.
Le sedi dei partiti sono blindate, la campagna elettorale è ‘sotterranea’. Nessun discorso, nessun programma elettorale, qualche slogan in tv e strade
invase da manifesti oscuri quanto colorati. Il centro di Baghdad è tappezzato da manifesti che puntano a evocare le speranze di un Paese ancora in guerra. “Sicurezza” e “Pace” si affiancano quindi a un più pragmatico “Elettricità”. Il tutto affiancato da versetti coranici e foto di leader religiosi in abito da cerimonia, da generali o da discendenti della famiglia reale che sognano di ripristinare la monarchia.
Oltre a questi pochi richiami murali nulla aiuta gli iracheni che decideranno di assecondare la politica voluta dalla Casa Bianca per il loro Paese. In questo deserto informativo il primo ministro interinale Ayad Allawi e gli sciiti sono gli unici a far sentire la propria presenza.
Alleanza irachena unita, la lista principale sciita ha basato la sua campagna elettorale sulla sola immagine del grande Ayatollah Ali al Sistani, l’autorevole leader che – pur non concorrendo – ha ‘benedetto’ i candidati sciiti e mobilitato le moschee. La pratica di affiancare simboli religiosi ai candidati è stata però condannata da molti esponenti della comunità sunnita e dal partito dell’Accordo Nazionale Iracheno, quello del premier Ayad Allawi. L’uomo di
Washington è prevedibilmente il favorito, e forte della sua posizione politica la sta sfruttando per intensificare le apparizioni televisive e la pubblicità sui giornali allineati, gli unici in questo Iraq ‘liberato’. Una
pratica, anche questa, denunciata dai candidati dei partiti minori, che protestano contro l’utilizzo dei media da parte dei membri del governo transitorio quando lo stesso spazio non è garantito ai gruppi politici minori.
Nell’Italietta democratica ci si scanna per la ‘par condicio’, si calcolano le frazioni di secondo in più o in meno che un candidato ha a disposizione in tv. Nell’Iraq post-tirannia si è superato il problema: la propaganda la fanno solo i graditi agli atlantici. Anche se ciò non fosse, comunque, l’esito di questa consultazione è scontato come era scontato quello afgano. Baghdad avrà il suo Karzai, e sarà l’attuale premier allevato negli States a pane e Cia.
La vera propaganda elettorale è quella che i media occidentali fanno nel resto del mondo, imbeccati ad arte dalle fabbriche di consenso. Secondo un sondaggio diramato dalle agenzie di stampa più importanti, la stragrande maggioranza degli iracheni, addirittura l’80 %, dice che si recherà probabilmente a votare il 30 gennaio, “malgrado le violenze”. Il 64%
del campione ha afferma che voterà ”molto probabilmente”, con un calo di sette punti rispetto ad un analogo rilevamento a novembre. Sono saliti
invece di cinque punti coloro che intendono ”probabilmente votare”.
Il rilevamento, realizzato a cavallo fra dicembre e gennaio, è stato curato dall’International Republican Institute (Iri), un’organizzazione satellite del National endowment for democracy. Della NED quindi, organizzazione finanziata dal Congresso e dal Dipartimento di Stato Usa. Una struttura che in sintesi continua le azioni segrete della CIA con altri mezzi: precisamente con 6.000 organizzazioni politiche e sociali sparse in tutto il mondo. ‘Solidarnosc’ in Polonia e ‘Otpor’ in Serbia, i movimenti artefici del ‘passaggio alla democrazia’ dei due Paesi; ‘Pora’ il movimento liberal che ha provocato la recentissima ‘rivoluzione arancione’ filoatlantica in
Ucraina, un vero e proprio colpo di Stato ‘politicamente corretto’. Le strutture, come l’Iri, affiliate al National endowment for democracy si
qualificano “unicamente per offrire assistenza tecnica agli aspiranti alla democrazia nel mondo” . E’ così che questo autorevole istituto di sondaggi diffonde per il globo la notizia che gli iracheni sarebbero ansiosi di
esprimere il loro anelito di libertà recandosi in massa alle urne.
Gli aspiranti alla democrazia irachena, che non stanno certo in Iraq, hanno un alleato in più.
Rinascita, 22 gennaio 2005
elezioni Iraq: propaganda a senso unico Leggi l'articolo »
di Salamandra
Qual è la situazione della sicurezza per i giornalisti italiani in Iraq? C’è spazio per poter raccontare le prime elezioni libere del “dopo-Saddam” nella martoriata terra dell’antica Babilonia?
Oppure, lo stato di allarme è talmente elevato che è più salutare tenere lontani da quella realtà qualsiasi mezzo di comunicazione?
Ad appena dieci giorni dalla data delle elezioni, il nostro paese rischia di restare senza informazioni puntuali, dirette e a largo raggio su quanto sta accadendo in Iraq. Stando, infatti, a quanto risulta ad Articolo21, l’aereo dell’Esercito italiano che doveva partire il 26 gennaio prossimo dall’aeroporto militare di Pisa alla volta di Nassirya (dove si trova il grosso del nostro contingente, stipato nella superfortezza di Camp Mittica, a 8 kilometri dalla città irachena), non decollerà più con il suo carico di giornalisti, operatori e tecnici di RAI, Mediaset e altre testate della carta stampata.
I motivi addotti sono come sempre quelli della mancanza di sicurezza e, quindi, degli alti rischi per la vita dei giornalisti, una volta arrivati in Iraq.
A Nassirya, così, resteranno solo gli inviati di guerra del Corriere della Sera e di Repubblica, mentre il pulmino satellitare della RAI attrezzato per riversare i servizi e per collegarsi in diretta con l’Italia rimarrà chiuso e inattivo.
Certo, non è che Nassirya sia la base migliore per raccontare cosa sta succedendo in questi tempi in Iraq, e come quel popolo si appresta ad assaporare il ritorno alla democrazia elettorale, visti gli strettissimi controlli cui sono sottoposti i nostri inviati, i quali, sempre per motivi di sicurezza, si muovono e lavorano con appresso i militari del contingente italiani appiccicati come “francobolli”.
Motivi di sicurezza, certo sacrosanti, ma la scarsa agibilità determina molto il loro libero lavoro di reportage.
Le sorti dell’informazione RAI saranno rette, così, dagli inviati a Baghdad ( Ferdinando Pellegrini per la radio, Monica Maggioni per il TG1 e, fra pochi giorni, anche da Giovanna Botteri del TG3 e Fabio cacchione del TG2 ( questi ultimi due arriveranno nella capitale irachena con volo di linea, probabilmente più sicuri di quelli militari!).
Ma allora, nonostante tutte le raccomandazioni, è più pericolosa Nassirya che Baghdad? Eppure la maggioranza degli attentati terroristici avviene nella capitale irachena. A meno che il governo italiano abbia qualche segretuccio diplomatico da coprire in quel di Nassyria.
Elezioni in Iraq, vietato guardare – Leggi l'articolo »
Sei mesi di carcere – per un omicidio volontario. Questa si chiama giustizia, no? Cioè, se la vittima e’ irachena e gli assassini sono quattro militari americani. Ecco cosa ha recentemente deliberato un tribunale militare, ed e’ un verdetto che ci dice tutto ciò che dobbiamo sapere sulla “liberazione” dell’ Iraq.
3 gennaio 2004 – Due giovani iracheni, Zaydun al-Samarrai e Marwan Hassoun, stavano trasportando forniture da bagno nel loro furgone quando esso andò in panne, e il loro viaggio verso casa subì un ritardo. Mentre erano fermi sul ciglio della strada, alle 10.45 pm, 15 minuti prima dell’imposizione del coprifuoco americano su Samarra, una pattuglia americana li vide – e lì cominciarono i dolori.
Erano già stati fermati e perquisiti ad un checkpoint gestito dalla polizia irachena, ma gli americani li fecero scendere dal furgone, ispezionarono il carico e controllarono i loro documenti d’identità. Marwan ricorda che un soldato li apostrofò allegramente in arabo, quasi amichevolmente, poi disse loro che erano liberi di andare. Ma, appena i due giovani salirono sul furgone, gli americani ebbero un repentino ripensamento: i due furono fatti scendere, furono legati e spinti in uno dei quattro veicoli da combattimento Bradley che componevano la pattuglia.
Il 19enne Zaydun era terrorizzato, e sussurrò a Marwan: “Che succede?”
Lo avrebbe scoperto ben presto.
Il Bradley si fermò presso un ponte che sovrasta il Tigri, un ponte che regola anche il flusso dell’acqua del fiume e che e’ noto come la diga dei Tartari. Zaydun e Marwan furono spinti nel vialetto, slegati e fu loro ordinato di saltare nell’acqua che rumoreggiava al di sotto.
“Perché? Perché?”
L’urlo disperato di Marwan non venne recepito dall’orecchio sordo dei suoi sequestratori, che ridevano e ammiccavano. Anche mentre urlava contro l’illogicità di un mondo impazzito, in cui i “liberati” sono torturati dai loro “liberatori”, la sua angoscia era ridicolizzata dalle loro risate, mentre lo spingevano nel fiume sotto la minaccia di un fucile.
Poi vide che spingevano Zaydun – che non sapeva nuotare – oltre il parapetto nonostante si aggrappasse ai suoi tormentatori, implorandoli. Gli americani non si lasciavano commuovere:
“Zitto! Chiudi quella f****ta bocca!”
Marwan cercò di salvare il suo giovane cugino, ma Zaydun scivolò dalla sua presa a causa della forte corrente. Marwan racconta:
“Gridava: Marwan, aiutami! Ed io gli urlavo: cerca di tenerti a galla, cerca di tenerti a galla”, ma lui andò sotto di nuovo e finì così. Sentivo i soldati ridere. Sembrava stessero guardando una commedia in teatro”.
Una generazione cresciuta con la televisione americana, con la “musica” criminale e con video-games che enfatizzano il sadismo va in guerra: non dobbiamo meravigliarci né scandalizzarci che per essi sia una sorta di intrattenimento.
Marwan si aggrappò ad un mucchio di sterpaglie e riuscì ad uscire dll’acqua, mentre Zaydun fu sospinto dalla corrente: il suo corpo fu recuperato qualche giorno dopo.
Questo assassinio sarebbe rimasto sconosciuto tranne che all’immediata famiglia della vittima se non fosse stato per un blogger di nome Zeyad, un iracheno che ha attirato molta attenzione nella “blogosfera”, specie tra gli elementi pro-guerra, che citano costantemente il supporto di Zeyad verso l’occupazione. Zeyad era il cugino di Zeydun.
Questo rimarchevole post pubblicato sul sito di Zeyad, “Curare l’Iraq”, che include una lettera aperta da parte della famiglia indirizzata a Bush ed altri leaders mondiali, ha suscitato una tempesta di controversie nella “blogosfera”. Un rumore persistente, assordante, simile a quello prodotto dai veicoli Bradley mentre sfasciavano il furgone di suo cugino, metteva l’ideologia neo-con dinanzi alla terrificante realtà dell’occupazione. Queste amare parole di Zeyad colpivano i nostri allegri bombardieri laddove fa più male:
“Questo e’ stato commesso nel nome del vostro paese dai militari del vostro esercito. Non e’ stato un incidente, né un errore, ma un’azione deliberata. Non conosco i dettagli esatti dell’evento o di cosa Zeydun e suo cugino siano stati accusati, ma ciò e’ irrilevante, perché neppure un criminale avrebbe meritato un simile trattamento. Non si tratta solo di Zaydun, ma dell’Iraq, la stessa cosa potrebbe accadere a me, a chiunque. Ma per il momento terrò la mia opinione da parte, poiché nessuna parola può descrivere la mia frustrazione …
“La famiglia ha incontrato un ufficiale americano per chiedergli un’investigazione, lui li ha rimproverati ed ha cominciato una lezione sulla disciplina dei militari americani, alla fine non ha promesso loro nulla. Il corpo di Zaydun deve essere ancora recuperato e la famiglia e’ distrutta. Zaydun era un mio parente e dunque mi sono offerto di tradurre la lettera ed esporre questo criminale comportamento ad un pubblico il più vasto possibile, poiché non può non essere raccontato. La lettera e’ già stata inviata a vari giornali iracheni e agli uffici di media arabi a Baghdad. Ne parlerò ancora, nei prossimi giorni, così da chiedere ai miei lettori di scrivere ai loro senatori, ai media occidentali, e a chiunque possa fare qualcosa. Ho bisogno che la lettera venga tradotta in altre lingue. Ciò naturalmente se avete a cuore l’Iraq e gli iracheni”.
Con una rapidità che e’ un tributo al potere liberatorio della tecnologia, le autorità militari americane invertirono la loro precedente indifferenza verso le suppliche della famiglia ed annunciarono che era stata aperta un’inchiesta. Glenn Reynolds, di Instapundit, dichiarò che questa era la dimostrazione di quanto nobili fossero gli americani e giurò di seguire la storia. Se vi capita di leggere i commenti al post di Zeyad, tuttavia, potrete vedere il vero spirito dei “bloggers” neo-con e la loro scervellata apologia guerresca espressi nell’ira, nello zelante diniego e nell’odio diretto a Zeyad per aver “mollato” i suoi “liberatori”. E’ un induttore di vomito assicurato.
Non meno, ovviamente, della farsa dell’investigazione e del processo militare. Mesi dopo l’incidente, Zeyad scrisse nel suo blog:
“Alla fine, i quattro soldati che spinsero mio cugino nel fiume sono stati “RIMPROVERATI”. Insistono ancora che non c’e’ stato nessun morto, nonostante il cadavere di Zaydun sia stato recuperato dal fiume. Ciò mi fa chiedere: se nessuno e’ morto, perché offrire una consistente somma di denaro alla famiglia in cambio del suo silenzio? E perché il comandante menzionato impedisce l’investigazione e mente agli investigatori dell’esercito? La puzza di insabbiamento e’ asfissiante. Un altro crimine che passerà impunito”.
Impunito?
Ci vollero sei mesi, ma alla fine il Sgt. 1° Classe Tracy E. Perkins, 33 anni; 1° Lt. Jack M. Saville, 24; e il Sgt. Reggie Martinez, 24, furono accusati dell’omicidio involontario di Zaydun. LO Spc. Terry Bowman, 21, fu accusato di semplice assalto per aver spinto Marwan nel fiume. Il Col. Nathan Sassaman, il Mag. Robert Gwinner ed il Cap. Matthew Cunningham – gli ufficiali responsabili – saranno trattati secondo l’Art.15 del codice legale militare, che permette procedimenti disciplinari segreti. Sassaman in seguito ammise di aver ordinato ai suoi soldati di mentire.
Le accuse contro Bowman e Martinez sono state lasciate cadere a metà settembre, ed ora vediamo che Perkins sta per avere un buffetto sul polso – sei mesi e la riduzione di un grado militare. Saville, sospettato di aver dato l’ordine che portò alla morte di Zaydun, sarà processato tra breve.
Ciò che e’ interessante e’ la difesa molto efficace montata dagli avvocati degli accusati, i quali hanno negato che si sia verificata una morte. Come ha riportato il Rocky Mountain News quando sono state lasciate cadere le accuse contro Bowman e Martinez:
“Gli investigatori dell’esercito hanno testimoniato di non aver mai visto il corpo di Hassoun e non hanno alcuna prova che confermi l’esistenza di un corpo, se si esclude il racconto del cugino di Hassoun e la videocassetta di un cadavere durante la preparazione di un funerale presso la famiglia Hassoun.
“Altri membri del plotone hanno testimoniato di aver visto i due uomini in piedi sulla riva del fiume ed hanno ritenuto che i due fossero entrambi salvi fuori dell’acqua. Le testimonianze dei soldati, assieme alla mancanza del cadavere hanno indotto l’ufficiale incaricato dell’audizione, Cap. Robert Ayers, a considerare decadute le accuse di assassinio …”
L’avvocato di Perkins ha proseguito secondo questa linea: la famiglia, ha avvertito, stava probabilmente mentendo. Zaydun era forse nascosto da qualche parte, aspettando di poter mettere le mani sulla sua porzione dei soldi del risarcimento. Alcuni testimoni si sono premurati di asserire che gli iracheni spesso denunciano false morti per creare “problemi alle truppe”.
Negare e’ la tattica preferita dal Partito della Guerra e da questa amministrazione. Mentre ogni giustificazione per questa guerra va in frantumi, negano persino di aver mai saputo la verità sulle fantomatiche “armi di distruzione di massa”. Mentre comincia a profilarsi la realtà che stiamo perdendo questa guerra, persino per coloro che avevano predetto che gli iracheni ci avrebbero festeggiati per strada, questa amministrazione ed i suoi superfalchi negano ogni cosa. Non stiamo guardando “le buone notizie dall’Iraq”, ci avvertono, ed il Wall Street Journal impiega sempre qualcuno che mantenga in vita questa allucinazione. Dunque perché gli avvocati difensori dei criminali di guerra americani non dovrebbero adottare una simile tattica negazionista? Ed i paralleli tra ciò che e’ accaduto in quell’aula di tribunale e ciò che accade nel tribunale della pubblica opinione mondiale non terminano qui.
La difesa ha usato le stesse giustificazioni adottate qui, sul fronte interno, dai nostri neo-con che promuovono la tortura e gli squadroni della morte:
“L’avvocato della difesa Cap. Josh Norris ha dichiarato che le ostilità in Iraq richiedono che i soldati trovino modi non letali per prevenire il crimine e ristabilire le regole. “Questi ragazzi hanno oltrepassato la linea? Conoscevano i limiti della destra e della sinistra? Questa guerra e’ in tale area grigia per il più delle volte”, ha dichiarato Norris. “E’ stata una buona idea [l’incidente del fiume] ? Forse no … ma e’ stato un crimine, considerate tutte le circostanze?”.
Dobbiamo mostrare loro chi e’ il capo. Dobbiamo metterli al loro posto. Dobbiamo “vincere” la guerra contro gli insorti – anche se dovessimo torturare la metà dei maschi iracheni adulti nrl Triangolo Sunnita (naturalmente, utilizzando sempre mezzi “non letali”). La tortura e’ causare grandi sofferenze corporali che potranno portare direttamente a collassi di organi vitali – oppure e’ far saltare in un fiume dalla corrente impetuosa un giovane 19enne che non sa nuotare?
Discutiamone. Quanti torturatori possono danzare in cima ad un Bradley? Che il dibattito cominci. Ogni ulteriore prova della degenerazione morale dell’America e’ superflua. […]
L’assassinio di Zaydun, ed il successivo insabbiamento, e’ l’ultimo tradimento. L’intera investigazione e la farsa legale che ne e’ scaturita sono una metafora dell’invasione e dell’occupazione. Lanciata come una nobile crociata per esportare “libertà” e “democrazia”, la “liberazione” dell’Iraq e’ una frode – un odioso crimine di guerra ammantato degli abiti logori di un “idealismo” esaltato.
L’occupazione dell’Iraq deve finire: e’ tempo di trovare una via d’uscita. L’alternativa e’ continuare questo mostruoso tradimento di tutto ciò che l’America ha rappresentato, e propagare i semi di una corruzione morale che non tarderà a colpirci. Mentre Alberto Gonzales – l’ideologo della tortura “sistematica” come “tattica” da utilizzare nella “guerra al terrorismo” – assume l’incarico di ministro della difesa in questa amministrazione folle di guerra, gli USA stanno considerando l’ipotesi di addestrare “squadroni della morte” in Iraq simili a quelli che imperversavano in America Centrale durante gli anni ’80. L’insabbiamento dell’assassinio di Zaydun e’ emblematico della nostra discesa nella barbarie. Questa e’ una delle lezioni di questo caso.
Giustizia, libertà, democrazia – tutte le ampollose nozioni che animano i politicanti che tirano le fila dell’amministrazione sono solo rumori che si passano gli uni gli altri. E che – per Zeyad e gli altri iracheni che hanno preso per buona la propaganda USA – e’ la lezione più amara di tutte.
“Non sono a favore della pace”, ha scritto recentemente un prominente “ideologo” del Cato Institute, “sono a favore degli altri”. Questo isterico neo-con si riferiva, tra gli altri, ad Antiwar.com, ma il martirio di Zaydun e il successivo insabbiamento mostrano con chiarezza a favore di chi dovrebbe essere ogni persona decente per ciò che concerne l’Iraq – e cioè dalla parte di Zaydun, della sua famiglia e anche di Zeyad, il blogger filo-americano che ha portato alla luce la vergogna dell’America.
E, mentre gli squadroni della morte sono sguinzagliati in Iraq, io so da che parte stare. Voi?
zaydun-perkins: Gli squadroni della morte americani Leggi l'articolo »
M.C.G. (moglie chirurgicamente modificata)
Jian Feng, 38 anni, di Pechino si è infuriato con la sua bella moglie
quando lei ha partorito un figlio che lui giudica molto brutto.
Per respingere l’accusa di adulterio la donna ha dovuto confessare di
essersi sottoposta a un intervento di chirurgia plastica prima di
conoscere il marito. Feng ha chiesto e ottenuto il divorzio e un
risarcimento danni
Jian Feng, figlio troppo brutto Leggi l'articolo »
Nassiriya : per morte maresciallo Cola cordoglio e polemiche
di red
Il presidente Ciampi ha espresso “profonda tristezza e dolore” nel messaggio inviato alla moglie del maresciallo Simone Cola, il militare ucciso in Iraq da un proiettile mentre era a bordo di un elicottero lungo l’Eufrate, a Nassiriya. Il Capo dello Stato ha espresso anche cordoglio a nome di tutti gli italiani.
Il maresciallo Simone Cola, in servizio presso il 1° Reggimento ‘Idra’ dell’Aviazione militare, lascia la moglie e una figlia di 5 mesi. La salma sara’ rimpatriata domenica a bordo di un velivolo militare.
Tutto il mondo politico ha gia’ espresso il suo cordoglio, ma l’opposizione chiede anche che il governo riferisca alle Commissioni congiunte Esteri-Difesa e parte di esso chiede il ritiro immediato delle nostre truppe.
Il ministro degli esteri Gianfranco Fini si e’ detto addolorato, ma ha aggiunto che, in merito alla permanenza in Iraq, “l’orientamento del governo non cambia, anche se in questo momento saranno molti quelli che cercheranno di cogliere l’occasione di questa tragedia per fare valutazioni polemiche”.
Il Ministero della Difesa Antonio Martino aveva affermato pochi giorni fa che il contingente italiano restera’ in Iraq anche dopo le elezioni del 30 gennaio.
Sembra che gia’ questa mattina vi fosse tensione a Nassiriya: una pattuglia portoghese dell’Unità specializzata multinazionale guidata dai Carabinieri, sarebbe stata fatta oggetto di alcuni colpi di arma da fuoco mentre passava nel centro della citta’. Alcuni spari hanno colpito in seguito l’elicottero con a bordo il maresciallo Cola.
Con la sua morte, salgono a 20 i militari italiani morti nella missione Antica Babilonia a Nassiriya. A questi vanno aggiunti 5 civili.
Nassiriya : per morte maresciallo Cola cordoglio e polemiche Leggi l'articolo »
Ci sono cinquanta piante d’appartamento che, secondo l’Istituto di
biometeorologia del Cnr di Bologna, sono in grado di assorbire le
sostanze tossiche presenti negli arredi casalinghi (formaldeide ad
esempio).
Le più efficaci sono: dracena, filodendro, spatifillo, aloe, begonia,
gerbera e stella di Natale
dracena, filodendro, spatifillo,…piantiamole Leggi l'articolo »
Andrew Fisher: vi affitto la fronte Leggi l'articolo »
Basta litigare ci state sfiancando!di Franca Rame
Questo articolo l’ho scritto il 24 dicembre 2004 e inviato ad un importante giornale della sinistra, chiedendone la pubblicazione. Non e’ uscito. Va
detto che erano giorni di vacanza e puo’ essere sfuggito. Lo dico sinceramente, senza ironia. Non ho osato ritelefonare e chiedere chiarificazioni. Mi sentivo imbarazzata. E se non fosse piaciuto, se non fosse all’altezza? – mi dicevo. L’ho riletto a distanza di tempo. Puo’ non brillare, ma e’ quello che penso.
Vogliamo ragionarci sopra insieme?
ALLA DIRIGENZA DELLA “COSIDDETTA SINISTRA”:
“BASTA LITIGARE CI STATE SFIANCANDO!”
oppure
O la piantate di litigare o in tanti vi saluteremo e resterete soli
Dopo aver letto l’editoriale del direttore de l’Unita’ Fuorio Colombo di qualche giorno fa che commentava dispiaciuto le liti nel centrosinistra, mi e’ indispensabile buttar giu’ quello che penso.
Brutte giornate, amare, per chi accarezzava la speranza che questo centrosinistra fosse in grado di liberarci dal degrado culturale, politico, sociale e morale in cui e’ precipitato il Paese da quando il quarto uomo piu’ ricco del mondo se l’e’ comprato.
Voi, che dovreste rappresentare l’altra faccia dell’Italia e le speranze del popolo della sinistra, ma anche piu’ semplicemente della gente perbene, nelle incomprensibili riunioni di questi giorni non avete trovato il modo di accordarvi su nulla.
E bravi!
Avete gia’ archiviato quel barlume di unita’ che avevate mostrato alle elezioni europee e che aveva coinciso con la sconfitta di Berlusconi.
Che ne dite? Meglio non ripetere l’esperienza alle prossime regionali? Rischiereste di sconfiggerlo un’altra volta e forse definitivamente… e non vi pare il caso?
Vi siete gia’ scordati che cosa gridava la gente al Palalido con Prodi?
“Unita! Unita’! Unita’!”.
E voi lo ripetevate con loro?
Ma ancora una volta interessi personali, di corrente, di schieramento, strategia, nuovi spazi di “potere” hanno prevalso sui veri vantaggi di classe, vi hanno tolto il residuo senso della realta’, vi hanno allontanati dalla coscienza e dalla memoria di quel che sta accadendo nel nostro Paese.
Dove ci volete portare?
E che pensate: che continueremo a venirvi appresso alla cieca perche’ di la’ c’e’ Berlusconi?
Intanto, mentre voi sproloquiate di Fed e di Gad, lui, l’ometto pigliatutto s’arrocca dentro la fortezza dell’intoccabile da gran signore, con i tacchi alti, il lifting franante, il crapino con la peluria da neonato, senza alcun senso del ridicolo. E ancora, di prescrizione in prescrizione, con molte attenuanti (generiche) ma senza vergogna, gaffeggiando di qua e di la’, contornato dalle nobili schiene curve della sua servitu’ tenuta insieme dai miliardi, dai ricatti e dalle minacce, continuera’, grazie alle vostre bizze insensate, a rappresentarci in tutto il mondo.
Grazie alla vostra cecita’ politica (speriamo transitoria), potra’ continuare a lavorare alla rovina del Paese e al salvataggio della sua FAMIGLIA e dei FAMIGLI, dal fratello Paolo detto “testa di legno” a Previti detto testa d’ariete e a Dell’Utri detto testa di ponte, carichi di reati e condanne e pure senatori.
Questo inizio polemico non e’ gratuito: scaturisce da un enorme, incolmabile senso di disagio e non e’ certo soltanto mio. Quando dico “cosiddetta sinistra” penso ai Mastella e ai Cirino Pomicino (con le sue due belle condanne sulle spalle vi ricordo, cari dirigenti della sinistra, che le CONDANNE, non sono riconoscimenti civili e non lo sono nemmeno le assoluzioni per prescrizione di reato. Cos’e’? Vi eravate distratti?).
Va bene la “golosia” di voti, il desiderio di vincere, ma persone che conosciamo politicamente oneste come molti di voi, avrebbero dovuto mettere al primo posto la decenza.
Dite che non bisogna sprecare nemmeno un voto: ma quanta gente non vi ha piu’
votati a causa di queste scelte? Li avete contati? Non ha fatto un bell’effetto, non e’ piaciuto a molti, trovarseli ancora tra i piedi.
Ma e’ possibile che Rutelli provi soddisfazione ad essere alleato di questi vetusti e ibridi personaggi di cattiva memoria?
Una volta per tutte bisogna dirlo anche se addolora parlarne: nel 2001, appena perse le elezioni che ci hanno ributtato all’opposizione, anziche’ litigare per futili motivi poltrone, poltroncione, poltroncine, strapuntini, e lamentarvi a Porta a Porta che aumenta l’audience grazie ai litigi a squarciagola tra destra e sinistra – avreste dovuto darvi cazzotti dalla mattina alla sera, battere la testa contro il muro, dormire su un
letto chiodato per non aver saputo imporre a D’Alema, invece di furbeggiare con la Bicamerale, di tirar fuori uno straccio di legge sul conflitto d’interessi, quando ne aveva la possibilita’ come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO.
Quante volte il popolo della sinistra si e’ chiesto sbigottito: “Perche’ non l’ha fatto?” Provate a indire un referendum solo tra la nostra gente: i risultati vi spaventerebbero.
E la silurata di Prodi in combutta con Cossiga, Mastella e Buttiglione, chi ce l’ha sulla coscienza? E a Bertinotti, il puro, l’intransigente per antonomasia, che non ha messo in movimento il suo pur pregevole cervello ostinandosi a rifiutare l’alleanza con i Ds e aiutandoci a perdere le elezioni del 2001, cosa si deve dire? Buon anno nuovo, compagno?
A compimento di questo procurato disastro, di fatto, e’ stato offerto il Paese su un piatto d’oro al Signore degli Anelli. E ora la scena tende a ripetersi, con qualche variante: ora tocca a Rutelli silurare Prodi?
Il Professore e’ l’unico candidato del centrosinistra che, in questi dieci anni, abbia battuto Berlusconi e dunque potrebbe ribatterlo.
Infatti il signore di Arcore e la corte dei suoi servi e killer non fanno altro che massacrarlo da dieci anni.
Avete intenzione di dar loro una mano?
Che dobbiamo inventare per farvi ritrovare la ragione?
Io credo che tutto il centrosinistra o una gran parte di esso chieda come dono all’anno nuovo, di veder davvero rinascere nello schieramento democratico riformista la ragione e che ognuno fra i responsabili dei vari schieramenti raccolga per una volta la sollecitazione di qualche milione di italiani a realizzare una straordinaria unita’ di intenti, davvero al solo vantaggio della dignita’, della democrazia e di una ripresa economica e sociale degna del sogno che ha determinato la nascita di questa Repubblica.
Forza Fassino! Non sei solo.
Questo mio sfogo col groppo in gola, vuol essere una spinta per tutti quelli
che lo condividono a muoversi, a esprimersi, a chiedere, a pretendere!
Franca Rame
franca rame: Basta litigare ci state sfiancando! Leggi l'articolo »
Finanziava le lotte di liberazione e addestrava i movimenti ribelli, che vedevano in Tel Aviv una sponda contro le potenze europee. Il legame speciale con il Sudafrica e l’Etiopia. Ora gli interessi nell’area sono tutelati da uomini d’affari allettati da diamanti, petrolio e uranio.
Israele è presente in Africa fin dagli anni ’50, quando le colonie europee si stavano preparando all’indipendenza. Di fronte alla rivalità ideologica dei due blocchi, «Israele scoprì i vantaggi di presentarsi come modello non ideologico di sviluppo», afferma Vittorio Dan Segre, nel suo libro Il Bottone di Molotov.
Secondo l’autore, già diplomatico israeliano in Madagascar e responsabile dei rapporti con i paesi africani al ministero degli esteri di Tel Aviv, si trattava comunque di «un’ipotesi errata, perché le istituzioni economiche e sociali sviluppate dal movimento sionista non erano esportabili fuori dal contesto israeliano». Comunque, una generazione di cooperanti israeliani, animati dalle migliori intenzioni, diede vita a una serie di progetti di sviluppo, per lo più agricolo, in diversi paesi dell’Africa nera.
Segre li descrive come giovani entusiasti che, «con il loro esempio personale, con la semplicità del loro comportamento, diedero vita a una specie di missionariato laico e tecnico che – dal Ghana alla Costa d’Avorio, dal Ciad al Kenya, dalla Tanzania al Congo – promosse l’immagine di “bianchi non coloniali”».
Questi “missionari laici”, in modo forse inconsapevole, prepararono il terreno a ben altro tipo di rapporti. I vertici di Israele si rendevano conto, infatti, che i nuovi stati africani potevano essere il bersaglio dell’azione diplomatica e propagandistica dei paesi arabi. L’esclusione di Israele dalla Conferenza di Bandung del 1955, a causa delle pressioni arabe, era un segnale che rafforzava le preoccupazioni di Israele di trovarsi isolata nei confronti dei futuri stati indipendenti dell’Africa e dell’Asia.
Il Mossad, cioè la Cia
Per questo motivo, la dirigenza laburista dell’epoca, che condivideva la stessa ideologia di diversi movimenti di liberazione africani, decise di appoggiare la causa della lotta anticolonialista. La partecipazione dell’establishment laburista israeliano all’Internazionale socialista favoriva, d’altronde, i contatti con i futuri dirigenti africani.
Nei primi anni ’60, per esempio, l’ufficio di Accra (Ghana) del Fronte nazionale della Rhodesia del sud, di Robert Mugabe, fu finanziato dalla locale ambasciata israeliana. A dirigere l’ufficio vi era Sally, una ragazza ghaneana che, in seguito, sposò Mugabe e divenne la first lady dello Zimbabwe.
A Dar-es-Salaam, il Mossad creò una scuola d’intelligence, che formò i membri di diversi movimenti dell’Africa centrale e meridionale. Gli agenti israeliani si mettevano, così, in concorrenza con quelli di Egitto, Cina, Jugoslavia e dei paesi dell’est Europa, che appoggiavano gli stessi movimenti.
In questa fase, erano tre le istituzioni israeliane che curavano le relazioni con l’Africa nera: il sindacato Histadrut, che manteneva i rapporti con attivisti e organizzazioni sindacali in Africa; il Mashav, l’ufficio per la cooperazione e lo sviluppo del ministero degli esteri; il Mossad. Quest’ultimo passò ben presto dall’aiutare i movimenti di liberazione a forgiare i servizi di sicurezza e di intelligence dei regimi nati con la decolonizzazione.
Israele godeva ancora dello status di “nazione non coloniale” e, quindi, molti stati di recente indipendenza preferivano rivolgersi ai servizi israeliani per addestrare i propri agenti, invece di chiedere l’assistenza delle ex potenze coloniali.
I dirigenti del Mossad crearono stretti legami personali con i capi di stato africani. È il caso del ghaneano Kwame Nkrumah che, pur essendosi impegnato in un’alleanza formale con l’Egitto, riceveva dal direttore del Mossad per l’Africa informazioni sulla politica di Nasser, del quale diffidava.
Ancora più importante fu la relazione con il futuro dittatore zairese Mobutu, iniziata nel 1963, quando quest’ultimo, in veste di capo di stato maggiore, accompagnò 250 soldati congolesi in Israele per essere addestrati nei centri di formazione dell’esercito israeliano. Quando Mobutu prese il potere nel 1965, un agente del Mossad, Meir Meyouhas, divenne uno dei suoi più fidati consiglieri, e istruttori israeliani addestrarono la sua guardia pretoriana e i servizi segreti zairesi.
In questo periodo, alcuni paesi africani erano visti come un retroterra strategico, tant’è vero che, alla fine degli anni ’60, Israele poteva contare su 4 basi in Ciad, utilizzate per appoggiare la guerriglia nel Sud Sudan.
I contatti e la grande capacità operativa e di raccolta di informazioni del Mossad in Africa furono messi a disposizione della Cia attraverso il programma “Kk Mountain”, nome in codice delle operazioni condotte dal Mossad, per conto del servizio americano, nei paesi del terzo mondo.
Negli anni ’60 la Cia pagava al Mossad dai 10 ai 20 milioni di dollari all’anno (una somma consistente, se si pensa che il budget totale della Cia era all’epoca di 650 milioni di dollari) per condurre operazioni clandestine nel terzo mondo. Il Mossad agiva, sempre dietro compenso, anche per conto di alcuni servizi segreti europei, anche se non ricevevano lo stesso livello di informazioni. Il legame Cia-Mossad non si è affatto interrotto e non si può escludere che ancora oggi alcune operazioni israeliane siano condotte per conto di Washington.
I “voltafaccia” africani
Nel 1973, subito dopo la guerra dello Yom Kippur, a seguito delle pressioni arabe, tutti gli stati africani ruppero le relazioni diplomatiche con lo stato ebraico, ad eccezione di quattro: Malawi, Lesotho, Swaziland e Maurizio.
Uno degli esempi più eclatanti del “voltafaccia” degli “amici africani” di Israele è rappresentato dal dittatore ugandese Idi Amin Dada, che nel 1976 protesse, di fatto, il commando terroristico che aveva dirottato il volo Tel Aviv-Parigi della Air France. L’esercito israeliano compì un audace raid, che portò alla liberazione della maggior parte degli ostaggi.
I precedenti rapporti con Kampala si rivelarono, comunque, utilissimi per la pianificazione del blitz. Israele conosceva benissimo, infatti, l’aeroporto di Entebbe, perché l’ex pilota personale di Amin era l’israeliano Moshe Bedichi, e una ditta israeliana aveva ristrutturato l’aeroporto.
Il Kenya si rivelò una base logistica fondamentale per l’operazione, grazie anche all’aiuto di Bruce MacKenzie, un agente britannico che aveva connessioni con il Mossad. Pur avendo interrotto le relazioni diplomatiche, il governo israeliano continuava, infatti, a beneficiare dei contatti intessuti dal Mossad e da una serie di imprenditori che avevano interessi in Africa.
Non pochi presidenti africani, tra i quali l’ivoriano Houphouët-Boigny, il senegalese Senghor e i keniani Kenyatta e Daniel arap Moi, mantennero relazioni personali con la dirigenza israeliana. Nigeria, Kenya, Etiopia, Zaire (oggi Rd Congo), Liberia, Ghana, Costa d’Avorio e diversi altri paesi continuano a essere il fulcro dell’attività in Africa sia del Mossad, sia di uomini di affari israeliani.
Negli anni ’70, fino alla fine della guerra fredda, il Mossad sostenne, insieme ad altri servizi occidentali, alcuni movimenti di guerriglia filo-occidentali: dall’Unita angolana all’Spla sudanese, fino ai cosiddetti “contras libici”, un gruppo di soldati libici catturati in Ciad e organizzati da Cia e Mossad in un movimento di guerriglia, per rovesciare Gheddafi.
Sudafrica ed Etiopia, gli amici
I rapporti più intensi erano, tuttavia, con il Sudafrica dell’apartheid e con l’Etiopia di Menghistu. Con il primo, dopo la rottura delle relazioni con la maggior parte dell’Africa nera, Israele creò una vera e propria alleanza strategica nel settore militare, missilistico e nucleare, dell’intelligence e delle operazioni clandestine, estesa non solo all’Africa, ma anche al resto del mondo.
Le relazioni con l’Etiopia erano, invece, iniziate alla fine degli anni ’50, nel quadro di una strategia di alleanza con i paesi che erano alla “periferia” del mondo arabo: Etiopia, Iran, Turchia. Dopo la rivoluzione che sostituì Selassié con Menghistu, Israele continuò ad appoggiare militarmente l’Etiopia, fornendo armi (tra cui bombe a grappolo) e mercenari (compresi piloti per i velivoli di fabbricazione americana), affiancandosi a Unione Sovietica, Cuba e altri paesi dell’Est. Negli anni ’80 e nei primi ’90, Addis Abeba, inoltre, permise l’emigrazione in Israele di gran parte degli ebrei etiopici.
A partire dagli anni ’80, la maggior parte dei paesi africani ha ripreso le relazioni diplomatiche con Israele, ma la “luna di miele” degli anni ’60 è finita. Lo stato ebraico è visto dagli africani come uno dei possibili partner commerciali con il quale allacciare rapporti, ma non è più un modello di riferimento.
Prevalgono, ora, gli interessi economici di uomini d’affari, come il russo israeliano Lev Leviev, che ha rotto il monopolio commerciale della De Beers sudafricana, acquisendo diritti di sfruttamento diamantiferi in Angola e Namibia. Il Sudafrica è in mano agli uomini dell’Anc e, dopo un periodo di gelo, Pretoria e Tel Aviv cercano di creare un nuovo rapporto fondato sui commerci. Esiste, però, un paese che guarda a Israele come a un modello: è il Ruanda del dopo genocidio, che si sente accomunato allo stato ebraico da un destino simile.
Oltre ai diamanti, materie prime strategiche, come l’uranio e il petrolio, sono al centro degli interessi israeliani in Africa. Il Mossad è affiancato da società di mercenari, come la Levdan, che ha operato, per esempio, in Congo Brazzaville. È anche probabile una nuova alleanza israelo-americana in Africa per il controllo della rotte del petrolio.
Congo e Grandi Laghi, miniere e diamanti
Il commerciante israeliano Dov Riger ha ottenuto una licenza di prospezione diamantifera nel Congo, al confine con la Repubblica democratica del Congo. In quest’ultimo paese, l’International diamond industries (Idi), di Dan Gertler, aveva ottenuto il monopolio della commercializzazione dei diamanti da parte di Kabila padre, rompendo il monopolio della De Beers. Kabila figlio, succeduto al padre nel gennaio 2001, ha però revocato l’accordo.
Gertler mantiene, comunque, importanti interessi nel paese e ha aiutato la compagnia di stato mineraria congolese Miba ad aprire un ufficio presso la borsa dei diamanti di Tel Aviv. Ruanda e Uganda mantengono legami militari con Israele. La visita del presidente ugandese Museveni in Israele (gennaio 2003), è stata organizzata dal mercante d’armi Amos Golan, che rappresenta le maggiori industrie belliche israeliane in Uganda.
In Mauritania i rifiuti nucleari
Dai primi anni ’60 Israele intrattiene una stretta e discreta relazione con il Marocco. Dopo aver favorito l’emigrazione di buona parte della comunità ebraica locale in Israele, re Hassan II concesse al Mossad di aprire una stazione sul suolo marocchino. In cambio, istruttori israeliani formarono e addestrarono i servizi di sicurezza marocchini.
La Mauritania ha stabilito relazioni diplomatiche con Israele nel 1999. Israele fornisce assistenza sanitaria (nel campo oftalmico e della cura del cancro) e agricola. Fonti arabe affermano che il paese ha un accordo con Israele per lo stoccaggio di rifiuti nucleari e per la sperimentazione in Mauritania di missili prodotti dall’industria israeliana.
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