2005
israele in africa
Il mistero dei 46 tecnici evacuati dai parà italiani dall’hotel Ivoire, gestori del sistema di intercettazioni telefoniche per conto del presidente. Armi e aerei venduti dal trafficante d’armi israeliano Rothschild. Gruppi finanziari ebraici a sostegno dell’esecutivo ivoriano. Ombre israeliane nei fatti di Abidjan.
Novembre 2004, aeroporto di Abidjan. Un aereo inviato da Roma imbarca diversi componenti della comunità italiana in Costa d’Avorio, in fuga dalle violenze che stanno sconvolgendo il paese africano. Tra di loro vi sono anche alcuni cittadini israeliani, che non sono cooperanti umanitari, né missionari, né turisti.
Fino a poche ore prima, infatti, queste persone erano tra i 46 tecnici di nazionalità israeliana che gestivano, per conto del presidente Laurent Gbagbo, il centro di ascolto telefonico installato al ventunesimo piano dell’Hotel Ivoire, a nemmeno un chilometro dal palazzo presidenziale.
Quando le truppe francesi s’impadroniscono dell’albergo, l’ambasciata israeliana non lesina alcuno sforzo per fare espatriare, sul volo italiano, gli operatori del centro di ascolto, senza passare per la caserma dell’esercito francese di Abidjan, dove qualcuno, forse, potrebbe rivolgere domande “indiscrete”. Almeno 4 tecnici, armati di pistola, sono però rimasti sul posto, trasferendosi in un altro albergo della città.
L’episodio testimonia, tra l’altro, l’ottimo stato delle relazioni tra Italia e Israele, anche su una materia “delicata” come lo spionaggio. Ufficialmente, i tecnici israeliani erano dipendenti di una azienda privata e non avevano nulla a che fare con i servizi segreti israeliani.
Tel Aviv ha risposto con sollecitudine alla richiesta di Parigi di aderire all’embargo sulle forniture militari alla Costa d’Avorio, ancor prima che le Nazioni Unite lo dichiarassero ufficialmente. Questa decisione può essere messa in relazione con le rivelazioni della stampa francese sul coinvolgimento israeliano in Costa d’Avorio.
Le Monde, infatti, rivela che i militari francesi avevano sequestrato alcuni aerei senza pilota da ricognizione (“drone”), di fabbricazione israeliana. Dall’analisi delle registrazioni video delle telecamere degli aerei, i soldati di Parigi hanno scoperto che questi sono stati utilizzati per dirigere il tiro contro obiettivi francesi, tra cui il liceo Descartes.
La rete televisiva TF1 va oltre, e afferma che l’attacco aereo contro la base francese di Bouaké, che ha provocato la morte di 9 soldati francesi e di un civile americano, è stato pianificato con l’aiuto di mercenari israeliani.
Fonti israeliane ribattono che non vi è alcun coinvolgimento di enti o società statali legate al governo, ma solo di aziende private. Si cita, in particolare, l’Aeronautics Defense Systems, che ha fornito i “drone” ed equipaggiamenti antisommossa, e il trafficante d’armi Moshe Rothschild, che ha venduto all’esercito ivoriano armi e munizioni provenienti dall’Europa orientale.
Quest’ultimo era socio di Montesinos (il sulfureo capo del controspionaggio peruviano, al tempo di Fujimori) nell’acquisto di una partita di aerei da combattimento della Bielorussia, destinati all’aviazione del Perù.
Ora in Costa d’Avorio è buon amico di Simone Gbagbo, la moglie del presidente ivoriano, che ha curato l’acquisto dei “drone” in Israele.
Rothschild è anche coinvolto nella trasformazione della Caisse autonome d’amortissement (Caa) in un banca vera e propria, la Banque nationale pour l’investissement (Bni). A curare l’operazione è stato chiamato il Lev Mendel Group, un misterioso gruppo finanziario israeliano. Il che ha fatto sorgere il sospetto al quotidiano ivoriano L’Événement che «il Lev Mendel Group, attraverso la sua filiale Lev Côte d’Ivoire, potrà beneficiare di vantaggi fiscali e si trasformerà di colpo in un riciclatore di denaro proveniente da Israele e dall’ex Urss».
Altre forniture israeliane riguardavano l’aggiornamento degli elicotteri “Puma” da parte della Elbit e un sistema di spionaggio elettronico, messo a punto dalla Verint Systems, che non sarebbe, però, stato ancora consegnato.
Il coinvolgimento israeliano nella crisi ivoriana è solo l’ultimo esempio del ruolo di Israele in Africa, dove interessi pubblici e privati, strategia e affari, si mescolano in una trama complessa, nella quale non è sempre facile distinguere il ruolo dei singoli attori. Non è credibile, per esempio, che lo stato israeliano non sapesse nulla dei 46 tecnici che gestivano il sistema di intercettazioni telefoniche di Gbagbo. Tecnici privati, ma che hanno seguito un’apposita formazione durante il loro servizio militare (probabilmente nell’Unità 8200, che si occupa dello spionaggio elettronico).
È difficile pensare che queste persone non abbiano mantenuto contatti con l’unità di appartenenza. Del resto, gli interessi israeliani in Costa d’Avorio non sono una novità, dato che Houphouët-Boigny fu il primo capo di stato africano a recarsi in visita in Israele, nei primi anni ’60.
Ciò che è successo ad Abidjan, con la presenza di mercenari israeliani, potrebbe anche significare, secondo alcuni analisti, un’alleanza sempre più stretta israelo-americana in Africa per il controllo della rotte del petrolio, specie nell’Africa occidentale, abituale terreno di caccia della Francia.
Amici di (ora) di Dos Santos
Dopo aver, per decenni, fornito assistenza all’Unita, il movimento guerrigliero anticomunista guidato da Jonas Savimbi – nella foto – (i primi missili terra aria SAM7 dell’Unita erano armi catturate agli eserciti arabi da quello israeliano), Israele ha stabilito buone relazioni con il governo dell’Mpla in Angola. Esperti israeliani avrebbero intercettato Savimbi, permettendo ai militari angolani di ucciderlo (22 febbraio 2002).
Nello stesso anno, un’alta delegazione del ministero della difesa israeliano si recò a Luanda. «Un esplicito riconoscimento del valore strategico per Israele dell’Angola, ricca di diamanti, petrolio, uranio, oro e legno», scrisse all’epoca la stampa israeliana.
La società L.R. Avionics di Herzliya ha fornito, tra l’altro, un Boeing attrezzato per la guerra elettronica, mentre il gruppo Leviev, che ha enormi interessi nell’industria diamantifera, ha avuto un ruolo determinante nella svolta del governo israeliano a favore del regime di Eduardo dos Santos. Un altro cittadino israeliano di origine russa che ha interessi in Angola è Arcadi Gaydamak, coinvolto in Francia nello scandalo di un traffico d’armi a favore dell’Angola (il cosiddetto Angolagate).
Basi in Etiopia ed Eritrea
Tel Aviv, che ha sostenuto prima Hailé Selassié e poi Menghistu nella guerra contro l’indipendenza eritrea (1962-91), ha stabilito un buon rapporto con l’Eritrea (indipendente dal 1993), rafforzando allo stesso tempo i legami con l’Etiopia. Nel corso della guerra etiopico-eritrea (1998-2000), Israele, che forniva assistenza militare a entrambi i paesi, aveva ufficialmente dichiarato di aver cessato ogni invio di armi ai combattenti.
Nel giugno 2004, Etiopia e Israele hanno firmato un accordo commerciale che, secondo la stessa stampa israeliana, favorisce soprattutto i trafficanti d’armi israeliani che operano in Africa. Israele dispone di un’importante centrale spionistica ad Addis Abeba (usata anche per lo spionaggio elettronico) e, secondo fonti britanniche, di almeno 3 basi in Eritrea: Isole Dahlak, per controllare Arabia Saudita e Yemen, Isole Hanish, per controllare lo Stretto di Bab el Mandeb, e una terza sulle montagne Amahil Ghar da dove partono gli aiuti ai ribelli sudanesi, compresi – secondo il governo di Khartoum – quelli che agiscono in Darfur.
Le Isole Dahlak sarebbero anche un’importante base strategica, perché usate come punto d’appoggio dai sottomarini israeliani armati di missili nucleari da usare contro l’Iran.
Félix Houphouët-Boigny, ex presidente della Costa d’Avorio, il primo capo di stato africano a recarsi in Israele negli anni ’60.
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armati di pistole giocattolo, uccisi
Territori occupati: ucciso tredicenne palestinese
Jenin, 20 gennaio – Un ragazzino palestinese di tredici anni è stato ucciso dai soldati delle forze di occupazione a Tubas, nei pressi di Jenin, in Cisgiordania. I militari hanno aperto il fuoco su un gruppo di bambini che lanciava pietre verso di loro. Alcuni piccoli pare che avessero in mano armi giocattolo ricevuti in regalo in questi giorni. Il tredicenne Salah al din Abu Muhsin è stato colpito mortalmente alla schiena
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DALITS: la sad legge delle caste non risparmiata dalla tragedia
Gli “intoccabili” indiani raccolgono i morti dello tsunami
di Terry FrielSono gli “intoccabili”, gli ultimi degli ultimi nell’antico sistema indiano delle Caste. Per loro, nessun lavoro è troppo sporco o troppo nauseante, e sono loro appunto che stanno raccogliendo i corpi in decomposizione delle vittime dello tsunami.
La stragrande maggioranza dei circa 1.000 uomini che stanno lavorando nel caldo tropicale per ripulire la cittadina di Nagapattinam, un piccolo centro di pescatori nel sud dell’India, sono i “Dalits”, i membri delle caste più basse dei villaggi vicini.
Gli altri abitanti sopravvissuti, troppo spaventati dalle malattie e nauseati dal puzzo, si rifiutano di partecipare al macabro compito di scavare fra le rovine per portare alla luce amici e vicini di casa dalla sabbia e dai detriti. Questi stanno a guardare i Dalits che lavorano.
Sebbene sia passata ormai una settimana dal disastro dello tsunami e la distruzione sia stata limitata a una striscia molto piccola della spiaggia e del porto, la devastazione è stata di tale entità e violenza che parecchi corpi – individuati dal fetore e dalle mosche – continuano a essere scoperti ogni giorno.
“Sto facendo soltanto ciò che farei per la mia moglie e i miei figli”, dice M. Mohan, un Dalit pulitore municipale, durante una pausa per togliersi di dosso il sudiciume di una giornata di lavoro.“E’ il nostro dovere. Se un cane muore, o una persona muore , noi dobbiamo rimuoverli”.
Mohan e altri operatori ecologici provenienti dalle municipalità vicine lavorano 24 ore su 24 per ripulire Nagapattinam, e per questo percepiscono un extra di 50 centesimi di dollaro al giorno e un pasto.
L’odore della morte ancora ristagna pesantemente, mescolando la brezza del mare e il quasi rinfrescante odore antisettico della calce che è stata sparsa nelle vie in cui sono stati ritrovati dei cadaveri, in un macabro intreccio di bianchi percorsi .
Più di 5.525 persone – circa il 40 per cento del totale delle vittime dell’India stimate in 14.488 – sono morte lungo questo piccolo tratto di pura spiaggia bianca, dove le capanne dei poveri pescatori erano costruite sulla sabbia, nella parte alta della stessa spiaggia
Lavori sporchi
Il sistema delle caste svolge ancora oggi un ruolo importante per la maggior parte della società Indiana.
In India, oltre il 16 % di oltre un miliardo di persone sono dalits. Malgrado le leggi che vietano la discriminazione di casta, essi sono normalmente soggette ad abusi, maltrattamenti e vengono perfino uccisi.
I dalits fanno i lavori che altri non fanno perché ritenuti impuri e inquinanti: puliscono le latrine, raccolgono i rifiuti, scuoiano le mucche, rimuovono dalle strade i cadaveri e gli animali morti.
Per Mohan, analfabeta e senza altre conoscenze, appartenente a una casta bassa, la sola via per ottenere un lavoro dal governo, e la sicurezza e la pensione ad esso collegati, è quella di fare l’operatore ecologico o netturbino.Alcuni indiani considerano gli “intoccabili” al di sotto della specie umana.
Appena due anni fa, cinque dalits furono linciati vicino a New Delhi perchè, secondo una voce fatta circolare, avevano ucciso e scuoiato una mucca, ritenuta sacra in India.
L’autopsia sulla mucca – non su dalits – che confermò la storia che questi e i loro amici avevano raccontato : la mucca era morta per altre cause e loro la stavano soltanto scuoiando legalmente.
Nelle prime ore dopo il disastro dello tsunami, Mohan e i suoi colleghi hanno lavorato febbrilmente per raccogliere le migliaia di corpi, senza guanti, senza mascherine e, in alcuni casi, persino senza scarpe.
Ora sono meglio equipaggiati. Ma nessuna mascherina può arrestare il fetore nauseante della carne umana in decomposizione, che diventa quasi insopportabile quando il corpo è lasciato all’aperto, e si insinua in profondità e ristagna in qualche parte della bocca.
Ogni nuovo cadavere scoperto viene scrupolosamente ripulito, quasi esclusivamente a mano, dalla sabbia bagnata, dalla paglia delle palme e da altri detriti.
E’ un lavoro faticoso e massacrante. La sabbia bagnata e il pietrisco si sono attaccati saldamente al corpo e sono difficili da rimuovere. Deve essere fatto lentamente, con attenzione e pazienza e con un delicato rispetto per la vittima.
Ma qui non vi è dignità.
Il corpo quasi irriconoscibile di una donna nuda, un piede ancora sorprendentemente bagnato, pulito e bianco come se fosse appena uscito dall’acqua e avesse camminato fin lì su una stuoia stesa sulla spiaggia.
Più in là, un piccolo falò alimentato da un pneumatico e da alcune palme cadute, le fiamme si sollevano in alto. Un’altra stuoia fornisce un tentativo pietoso di modestia. Fumi acri e neri vanno alla deriva nel cielo.
Nessuno sa chi era. Con il timore di una epidemia non c’è tempo per scoprirlo.
Fonte: Reuters.com – Malaysia News
di Mario Cicchelli
Il governo Indiano, all’indomani del disastro dello tsunami che ha colpito una parte del suo territorio e causato un numero rilevante di vittime, ha dichiarato in diverse occasioni di avere mezzi e risorse sufficienti e di essere in grado di far fronte, senza l’aiuto della comunità internazionale, a questa emergenza.
Dalle testimonianze che ci giungono dai luoghi della tragedia appare invece evidente come il potere e la burocrazia indiana siano perfettamente in grado, come nel caso del sistema castale, di nascondere i problemi negandone l’esistenza piuttosto che di affrontarli con interventi risolutivi.
Corrispondenti dalle località colpite hanno riferito dei molti casi in cui è stato impedito l’accesso agli operatori di ONG di altri paesi venuti per prestare soccorso alle popolazioni vittime dello tsunami e, ancora oggi, a distanza di alcuni giorni, il conteggio delle vittime realizzato dalle autorità locali appare a molti osservatori internazionali eccessivamente prudente rispetto alle dimensioni reali del disastro.
Alcuni giornalisti hanno riferito di uno stato diffuso di estrema miseria e di persone sopravvissute rassegnate a non avere un futuro, impotenti. Persona che non hanno la forza per modificare una realtà che è loro ostile da sempre; persone che non sanno dei sussidi in denaro e degli altri aiuti disposti dal loro governo, persone che pur avendone notizia non li richiedono per non doverli consegnare a quelli che nel villaggio li taglieggiano e li opprimono. Storie di famiglie che per costruire la loro casa sulla spiaggia pagano da sempre un “affitto” alle persone influenti del posto e, ora che la casa è andata distrutta o il capofamiglia è morto, non sanno come fare per ripagare questo debito.
L’India viene considerata la più grande democrazia del mondo ma senza la consapevolezza dei propri diritti ‘democrazia’ è una parola vuota. Qui, il sistema delle caste, la burocrazia e la corruzione uccidono i poveri e gli emarginati
I governi di destra si alternano a quelli di sinistra, ma tutti cercano di non essere meno liberali dell’avversario che li ha preceduti, anzi si sforzano di esserlo di più: il mercato prima di ogni altra cosa!
La stessa Sonia Gandhi ha sempre parlato contro la povertà, ma raramente contro l’elitarismo e le caste che la controllano; Singh, l’attuale primo ministro , dopo la nomina, ha tenuto immediatamente a mettere in chiaro che non si sarebbero fatti passi indietro per quanto riguarda il “libero mercato”.
WAKE UP INDIA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Desta la grande spiritualità del tuo popolo in favore della Giustizia,
in onore del tuo passato di dei benevoli ed eroi in carne ossa che hanno insegnato al mondo tutto
i valori di libertà e uguaglianza.
“la violenza semina violenza”
diceva appunto quel Cristo
di Gandhi,
“il razzismo delle caste è un seminatore di quella violenza”
diciamo noi stessi oggi.
Guerrilla Radio
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dopo tsunami; INDIA, preghiere e lacrime
il pasto nudo
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Intervista a Marwan Barghouti, successore di Arafat
BARGHOUTI: “CARO ABU MAZEN, ASCOLTAMI”
di Stella Pende
19/01/2005
La Palestina va ad Abu Mazen. Le voci volano da Ramallah alla terra di Gaza. Di certo nel cuore e nei desideri dei palestinesi, che abbiano votato o no, c’è un uomo solo, prigioniero, amato, padrino dell’intifada, ma anche padrino di tregue. Passionale e ghiacciato, forte e romantico: Marwan Barghouti.
Il «Mandela di Ramallah», come lo chiamano qui, è sempre stato zitto. Oggi dalla sua cella, un buco minuscolo, Marwan Barghouti rompe il suo silenzio.
E dalle sue allusioni e dalle parole si capisce chi è il vero successore di Yasser Arafat.
Abu Mazen ha vinto. Come vede Marwan Barghouti il passaggio della leadership palestinese a «Mahmoud Abbas»?
Come il passaggio del testimone da un atleta, campione imbattibile, al suo sostituto. Un passaggio dovuto alla legge dei palestinesi: Abu Mazen era il primo successore in ordine. Dopo la morte di Arafat la sua elezione era anche il modo più democratico e più civile per dare il segno e il senso della continuità. É la dimostrazione che il popolo della Palestina è capace di rispettare la sua costituzione esattamente come accadrebbe nella vostra democratica Europa.
Ma Abu Mazen potrà fare, come promette, i miracoli che Arafat non ha potuto compiere?
Israele mente. Soprattutto quando dice che Arafat è stato il muro davanti alla pace. Il vero ostacolo oggi è l’occupazione israeliana. Sono i carri armati, i nostri bambini morti, le case fatte scoppiare con i missili. L’ostacolo è la nostra disperazione. È la nostra solitudine e la realtà che non abbiamo un vero partner per dividere il nostro desiderio di pace.
Oggi con Abu Mazen si parla di una nuova via alla tregua.
Ecco, si parla. Noi valuteremo e vedremo. Se ci sarà a breve un serio progetto in questo senso, capiremo. Allora aiuterò Abu Mazen.
Abu Mazen però ha detto basta alla lotta armata. Barghouti cosa dice?
Barghouti ha già detto nella prima settimana dell’intifada che la lotta è cominciata per desiderio e per volere del popolo. E solo per volere del popolo si fermerà.
Si possono dire molte cose, ma l’intifada non finirà finché non avrà raggiunto il suo scopo. In sette anni Israele ha costruito 23 mila case sulla nostra terra. Ricordo al mondo che siamo stati costretti a usare le armi per difendere libertà e dignità. A nessuno di noi piace versare sangue di innocenti, israeliani o palestinesi che siano. Che cosa avreste fatto voi, che cosa avrebbero fatto i popoli di qualunque parte del mondo per soccorrere la propria gente ammazzata, torturata, umiliata, assetata? Ricordatelo: abbiamo pagato un prezzo molto alto, doloroso. Ma era l’unico che poteva convincere oggi Sharon a ritirarsi dalla striscia di Gaza.
La sua candidatura è stata un’odissea. Prima sì, poi no, poi ancora forse. Ha cambiato idea cento volte. Perché?
Ho deciso una volta di candidarmi alle elezioni e una volta sola ho deciso di ritirarmi. La confusione è nata solo dal fatto che sono chiuso in una cella minuscola. In realtà non volevo arrivare alla fine di questa storia: la mia candidatura sarebbe stata un buono strumento di lotta. Avrebbe rinforzato l’intifada e ricordato al mondo l’esistenza di 7 mila prigionieri che marciscono nelle carceri degli israeliani. L’avrebbe ricordato soprattutto all’autorità palestinese, impedendo forse di fare errori già commessi nelle vecchie trattative.
Se fossi stato candidato non ci sarebbero stati accordi senza prendere in considerazione la causa dei prigionieri. E ribadisco: non si tratta solo di biechi terroristi, ma anche di leader amati e stimati. E molto ascoltati dal loro popolo, mi creda.
E la ragione che l’ha spinta a rinunciare? Si dice che al Fatah, cioè Abu Mazen, abbia detto: Marwan Barghouti no.
Anche se sono convinto che il popolo mi avrebbe appoggiato e votato, come peraltro era previsto da tutti i sondaggi, non volevo dare agli israeliani e agli americani l’alibi troppo comodo che era stato Marwan Barghouti ad ammazzare il processo di pace.
Lei dice di credere nell’idea e nella vita di due stati diversi: quello palestinese e quello israeliano. Ma gli israeliani credono che Barghouti sia un terrorista. Come pensa di convincerli a far la pace con lei?
Sì, terrorista. Ma chi ha mediato l’ultima «hudna», cioè la tregua tra Hamas e Jihad con Israele? Qual è il leader che ha difeso la pace nelle città, nei campi profughi e nei villaggi? Certo, io sono un combattente. Non per la pace degli israeliani però: per quella dei palestinesi.
Abu Mazen ha detto che bisogna trovare una soluzione per i profughi.
Sì, ma non ha precisato davvero quando e come torneranno in Palestina. La risoluzione 194 dell’Onu, che dà ai profughi ìl diritto di ritorno, dev’essere oggi la base di qualunque trattativa e di qualunque decisione. Ho fatto avere ad Abu Mazen 13 punti, 13 richieste: una di queste riguarda i profughi.
Rimane che, se con Abu Mazen abbiamo idee differenti e forse progetti diversi, io ripongo la mia fiducia in lui.
I maligni dicono che è un leader vecchio, incapace di portare linfa e benefici autentici ai palestinesi.
Vedremo. Io credo invece che Abu Mazen farà l’atteso sesto convegno, quello che eleggerà i giovani e nuovi leader di al-Fatah e che Arafat non ha mai potuto fare. Sono certo che darà alle nuove generazioni ruoli e occasioni importanti: lui sa bene che questi giovani non chiederanno permessi, né a lui né ad altri.
Si è parlato molto della sua prigionia ma nessuno, nemmeno Marwan Barghouti ha raccontato mai la vita della sua cella.
Potrebbero parlare per me i topi, gli scarafaggi e gli insetti che mi fanno compagnia. La mia vita, fino a oggi, è una vera tortura: mi controllano quattro volte al giorno, in ogni maniera. Posso uscire solo un’ora. Ma con le mani e le gambe legate in una piccola piazza deserta. Non posso incontrare mia moglie. Me l’hanno fatta vedere attraverso un vetro solo quando ho rinunciato alle elezioni. Non posso stringere i miei figli.
Si dice che l’unica medicina del suo carcere siano i libri.
Sì, ma non posso avere giornali arabi. La Croce rossa mi manda otto libri al mese. Anche quelli di scrittori americani e israeliani. L’ebraico l’ho imparato in carcere. Ho appena letto il libro di Bill Clinton, ma mi è piaciuto molto quello di Denis Ross.
Il titolo?
La pace perduta.
Non meno utile dell’intervista a Barghuti, un servizio – che compare sempre su Panorama – sui sostenitori del leader prigioniero.
“Per Marwan potrei morire. Per Abu Mazen non voglio vivere neppure un secondo”.
Rania, 20 anni di riccioli neri, ride nella pasticceria di Ramallah e forse nella sua bocca sta la verità della Palestina. Abu Mazen ha vinto, ma Marwan Barghouti fa battere il cuore dei palestinesi. Si dice che é Arafat l’ombra lunga dell’anziano vincitore. Ma Arafat non c’è più. E oggi quello che qui chiamano «il Mandela di Ramallah» è l’ossessione di cui Mahmoud Abbas non potrà liberarsi. Barghouti non ha potuto fare il presidente dal carcere. Ma la sua galera rischia dì diventare la campagna elettorale migliore per un grande leader del domani.
E in quella cella dove è condannato a passare cinque vite c’è il segreto delle future trattative con Israele. I suoi tifosi sono di ogni razza: giovani e professori universitari, ricchi signori e martiri delle brigate al-Aqsa.
Non dimentichiamo: una corte di tre giudici israeliani, Sarah Sùot, Amùam Beniamini e Avraham Tal lo ha condannato a cinque ergastoli per gli omicidi di Yula Hen, Yosef Havi, Elyahu Dahan, Selim Barichat. E per quello di un prete ortodosso. Per gli israeliani, e non solo per loro, è un assassino.
Ma il sondaggio del Centro di ricerche e di polìtica palestinesi dice che se Barghouti si fosse candidato avrebbe raccolto il 43 per cento dei voti contro il 39 di Abu Mazen. Marwan sarà
libero? È una delle promesse, si dice, pagate da Mahmoud Abbas per correre da solo. Ma aspettando Marwan il suo clan cresce, lavora, i suoi uomini e le sue donne diventano celebrità. Nella stanza del comitato per la sua liberazione (50 impiegati a libro paga e 3 mila volontari pronti per la piazza) il signor Sad Nimr sventola il manifesto già pronto per le elezioni del suo santo. Sullo sfondo con le nuvole c’è Arafat che, guarda caso, alza incantato una foto di Barghouti: «Avevamo già 50 mila firme che lo volevano eletto. Hanno avuto paura. Lui è una leggenda e le leggende non perdono mai».
Anche a casa della signora Fadwa, sua sposa da 20 anni, l’atmosfera è quella del tempio. Foto come santini: lui che alza le manette al cielo come ali. Lui col padrepadrone Arafat. Lui con la signora quando aveva la bocca rossa e una taglia massima. Oggi Fadwa, avvocato e consigliere del marito, ha abbandonato rossetti e cotonature. È dimagrita. Stivali neri da uomo, golf grigio, gioielli mansueti. «Ero solo un avvocato, ma lui mi ha educato alla politica» dice. «Oggi lo rappresento. Lui mi ha visto in tv. Era soddisfatto di me». Fadwa si siede nel divanetto dietro tende di velluto rosso. Non ha sposato un uomo ma un’idea: quella della libertà del suo paese. «Marwan non c’è mai stato. Era in prigione quando ha chiesto la mia mano a 18 anni. Ancora prigioniero quando è nato al-Qassam, che oggi è in carcere anche lui». Occhi rossi. «Ho avuto Ruba ed era ricercato, con Sharaf e Arab era in esilio ad Amman. Ma lui ha fatto della sua assenza una nostalgia potente».
Telefoni che trillano: la signora è ricercata, nel senso migliore, e i leader politici che contano la ossequiano: «E venuto Abu Mazen per una lunga visita. Voleva ringraziare Marwan per essersi ritirato. Mi ha parlato della sua politica futura… Abbiamo da sempre un buon rapporto con lui». Ma Fadwa è stata anche al parlamento europeo e poi in Siria, ricevuta da ministri e personalità. Infine al Cairo, dove ha incontrato il segretario generale della Lega araba, Amr Moussa. «Si ricordi: gli israeliani non lasceranno Gaza, ma noi sappiamo aspettare»: è la voce di suo marito.
Fuori, il putiferio sui muri di Ramallah: foto di martiri con kalashnikov insieme ai cartelloni elettorali di Abu Mazen che bacia Arafat. Il megafono urla vecchie canzoni guerrigliere anni 60. L’avvocato di Barghouti, Kader Shkirat, invece lavora nel presente. Accoglie nel ristorante del più bell’albergo di Gerusalemme est: l’American Colony. È uomo bello e di successo. «Ci rifiutiamo di difenderlo tradizionalmente. Il tribunale israeliano non può giudicare un parlamentare della Cisgiordania». Kader è così travolto dal caso Barghouti da diventarne prigioniero anche lui: «Non ho respiro da quando l’hanno arrestato: vado da lui tre volte a settimana: può vedere solo me» racconta. E poi lancia la notizia: «Lo libereranno vedrà: senza la sua firma nessun accordo con gli israeliani può essere fatto». L’avvocato va. I camerieri dell’albergo si inchinano. «Dimenticavo: se ci saranno elezioni in maggio per il parlamento io sarò uno dei candidati! ».
È chiaro: oggi Barghouti è il Mida della politica palestinese: chiunque si avvicina a lui brilla d’oro. E brillerà molto. Tanto che perfino un principe del foro israeliano, Shamai Leibowitz, lo ha difeso paragonandolo a Mosè: secondo lui, lottava con il Faraone come Marwan lotta con Sharon. A proposito di lottatori non ce n’è uno più irriducibile e appassionato di Ahmad Agnim, leader dei tanzim.
È lui l’amico del cuore e di lotta: è lui quello che ha diviso con Marwan latitanze, arresti, notti di terrore, ma soprattutto sogni. «Il sacrificio di Marwan serve a far cadere due maschere: quella degli americani con Israele e l’altra dell’autorità palestinese. Parlano di democrazia e la uccidono». Il combattente affila gli occhi da volpe: «No, i palestinesi non sono liberi di avere l’unico leader che volevano. Hanno minacciato: vi diamo soldi e aiuto solo se lui non ci sarà». Nessun veto di candidature è arrivato a un uomo della stessa famiglia, Mustafa Barghouti. Come mai? «Mustafa si è infilato nel bisogno di nuovo dei palestinesi, stanchi di
scegliere tra il vecchio Abu Mazen e le bombe di Hamas. Marwan è un leader. Da solo. Da sempre». Hamad racconta di come Marwan non si fermi davanti a nulla: «L’ho visto tirare pietre con i ragazzi di 15 anni fino alle porte del carcere. E poi sfidare i carri armati di notte per andare ad abbracciare i suoi figli. L’ho visto piangere quando gli hanno ammazzato un amico, Raed el Karmí. Gli danno del terrorista? Ha sostenuto come pochi gli accordi di Oslo. Perfino davanti al cadavere del compagno di lotta Thabet ripeteva che voleva la pace. Certo, gli possono chiedere la sicurezza per Israele. Non quella per 1`occupazione».
E di Abu Mazen gli uomini di Barghouti che cosa pensano? Ride: «Nessuno è contro di lui; anche se non dice la verità è incapace di mentire». Su Abu Mazen politici e grandi analisti arabi non hanno dubbi: è onesto, ma presidente debole. «La comunità internazionale ha magnificato queste elezioni: in realtà sono state solo un passaggio obbligato» il dottor Riad Malki, direttore di Panorama, importante centro di politica e di sondaggi in Palestina, sorride sotto i baffi candidi: «Nonostante la percentuale alta Mahmoud non avrà potere vero, ma solo quello di negoziare. E nelle trattative Barghouti è per lui fondamentale. Del resto molti hanno disertato le elezioni: il risultato era già scontato, non c’era pathos. Così Hamas si prenderà tutti i meriti per averle boicottate. Diventerà forte, più forte. Ma anche con Hamas Barghouti è l’unico che può essere ascoltato», Hamas parla poco. I suoi sceicchi stanno nascosti. Aspettano. Non fermano minacce e lotte. Ma quando si tratta di Barghauti escono dalle loro tane, «Non siamo contro nessuno, neanche contro Abu Mazen, che stimiamo. Stiamo a vedere. Se restituirà i diritti, la dignità e le giuste riforme al suo popolo…» lo sceicco Hassan Yussef ha occhi davvero neri: «Abu Mazen ha detto che i martiri devono finire. No. Noi sappiamo che i sacrifici non sono finiti: i sassi erano un messaggio, í martiri sono un’arma che ha funzionato».
Il terrorismo ha condannato a morte il vostro popolo, sceicco. «Terroristi? Non pretendiamo certo il certificato di buoni. Vogliamo liberare il nostro popolo. Abu Mazen può dire quello che vuole». E Marwan Barghouti? «Lui è un fratello che è in carcere per tutti noi».
Intervista a Marwan Barghouti, successore di Arafat Leggi l'articolo »
Pino Scaccia e i tesori di Babilonia
I tesori di Babilonia
Ingenti danni sono stati provocati dai militari statunitensi al sito archeologico dell’antica citta’ di Babilonia, nei pressi di Baghdad. A rivelarlo uno studio condotto dal British Museum anticipato dal giornale britannico The Guardian. Secondo John Curtis, responsabile del Dipartimento Antichita’ del Vicino Oriente, i soldati Usa e quelli polacchi avrebbero usato negli ultimi due anni il sito come deposito militare, “E’ come fissare un campo militare attorno alla Grande Piramide d’Egitto oppure attorno a Stonehenge nel Regno Unito”, si legge nel rapporto.
-Questa foto la scattai di nascosto, molto di nascosto, con il tele. Ricordo che fu la mia prima tappa irakena, per cosi’ dire, da turista. Come potevo resistere al fascino di Babilonia? Munito di accrediti vari, tentai con i miei amici di entrare nell’insediamento. Ma niente, gli americani ci bloccarono l’ingresso. Anzi, quando cominciammo ad insistere, spianarono i fucili mitragliatori. C’erano tre ingressi, provammo da tutti, ma senza risultato. Ci spiegarono: “Questo e’ un patrimonio dell’umanita’, va difeso”. Infatti. –
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Censura, sotto tiro Report che parla di ‘mafia che non spara’
Il centrodestra si scaglia contro la puntata di Report andata in onda sabato alle 21. «La mafia che non spara»: un tema che agli esponenti della Casa delle Libertà non piace. Soprattutto a quelli che governano la Sicilia. E soprattutto se, fra le altre cose, si parla degli intrecci fra malavita e politica.
La prima denuncia è di Renato Schifani siciliano e presidente dei senatori forzisti: «La trasmissione di ieri, infatti, ha prodotto un ulteriore gravissimo danno alla Sicilia – aggiunge – poiché ha descritto con una prospettiva unicamente mafiosa una regione che invece è assai complessa e le cui caratteristiche non sono frazionabili».
La mafia come aspetto marginale della realtà siciliana. O forse la mafia come totem e tabù. Il ministro La Loggia, anche lui siciliano e forzista è addirittura minaccioso: «Da siciliano esprimo amarezza e indignazione. Sentimenti che aumentano quando constato che, da parte dei parlamentari, politici ed amministratori siciliani di opposizione non è venuta analoga reazione. Un fatto che la dice lunga sul livello di attaccamento alla loro terra!».
Difendere l’onorabilità della terra a ogni costo, anche a costo di nascondere la sua realtà. Il presidente della giunta siciliana Totò Cuffaro ha pronta la soluzione: «La prossima settimana Raidue manderà in onda una trasmissione riparatrice delle falsità dette a Report».
I vertici Rai si preparano ad obbedire all’ordine che arriva da Palermo. Il compito di difendere l’orgoglio siciliano sarà probabilmente affidato a Punto e a capo, la trasmissione del giovedì condotta da Daniela Vergara e Giovanni Masotti.
Una dura replica alla censura postuma del programma di Milena Gabianelli giunge dalla Federazione della Stampa:«Mi indigna l’indignazione di esponenti politici siciliani e nazionali nei confronti della puntata di Report», afferma Paolo Serventi Longhi, osservando: «Si è trattato a mio avviso di un reportage giustamente e fortemente impegnato ad analizzare la recente evoluzione del fenomeno mafioso in Sicilia».
Anche per il direttore di Raitre Paolo Ruffini, «Report ha acceso i riflettori su un problema reale. Se qualcuno crede che basti non parlare di mafia per sconfiggerla, si sbaglia».
Molte le voci del centrosinistra in difesa della trasmissione. Duro il Ds Lumia, membro della commissione antimafia: «In queste ore si sta scatenando una vera e propria aggressione all’informazione libera e critica. Magari ci fosse la stessa veemenza linguistica ed operativa contro Cosa Nostra ed il suo sistema di collusione con la politica e l’economia. Parliamoci chiaro, con questo attacco emerge il volto di una politica che non condividiamo per niente».
E Rosario Crocetta, sindaco diessino di Gela, afferma: «La Sicilia non viene offesa dalle denunce del fenomeno mafioso, ma viene calpestata da una criminalità organizzata che impedisce alle imprese pulite di operare liberamente».
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LIBERO monsignor Basile Georges Casmoussa.: usa GO HOME!
Liberato il vescovo: «Gli Usa via dall’Iraq»
di Toni Fontana Ha preso un taxi ed ha raggiunto la sede dell’arcivescovado. Il rapimento di monsignor Basile Georges Casmoussa, il prelato che guida la piccola minoranza siro-cattolica dell’Iraq, si è concluso in 24 ore. La vicenda è tuttavia destinata a lasciare tracce nelle cronache dell’Iraq e molti interrogativi restano aperti. Martedì mattina vi era stata un’improvvisa e drammatica svolta. I rapitori, utilizzando il telefono cellulare del prelato, hanno chiamato padre Tetrus Mosei, vicario generale della diocesi siro-cattolica di Mosul. Pretendevano 200mila dollari i cambio della liberazione dell’ostaggio. Contattato dall’agenzia missionaria Misna l’altro vescovo cattolico di Mosul, il caldeo Paulos Faraj Rahho, ha spiegato che «la diocesi sta cercando di raccogliere il denaro necessario che entro oggi potrebbe essere consegnato ai sequestratori». Poche ore dopo monsignor Casmoussa è stato trasportato nel centro della città dell’Iraq settentrionale e liberato dai misteriosi rapitori.
Non appena tornato nella sede dell’arcivescovado il prelato ha cercato di sdrammatizzare la vicenda che lo aveva visto protagonista dicendo di essere stato trattato bene, che era probabilmente avvenuto uno «scambio di persona». Nessun accenno al riscatto. Successivamente monsignor Cosmoussa ha parlato anche della situazione generale in Iraq affermando che «occorre far comprendere agli Usa che deve esserci un piano di ritiro dall’Iraq e deve essere data agli iracheni la possibilità di governare il loro paese». Il prelato si è espresso anche per il rinvio delle elezioni di fine mese.
In Vaticano la notizia della liberazione dell’arcivescovo è stata accolta con «grande soddisfazione» dal Papa. Dalla sala stampa vaticana è poi giunto un secco commento di Navarro Valls: non è stato pagato alcun riscatto. Molti tuttavia i lati oscuri della vicenda; non è azzardato ritenere che le autorità religiose di Mosul abbiano voluto chiudere in fretta una vicenda che rischiava di trasformarsi in una miccia. Migliaia di cristiani, caldei e siro-cattolici, stanno fuggendo verso la Siria e la Giordania. Le elezioni del 30 gennaio potrebbero coincidere con l’inizio della «pulizia etnica» a spese delle minoranze che non saranno rappresentate nel parlamento dominato dagli sciiti. Fonti cattoliche di Mosul hanno osservato ieri che in città «non si vede un poliziotto da due mesi».
Come ha fatto notare ieri il Nunzio apostolico a Baghdad, monsignor Fernando Filoni, il rapimento di Mosul «rappresenta il culmine di una strategia contro la chiesa caldea e siro-cattolica». I terroristi stanno insomma cercando di scatenare la guerra di religione. Anche nel governo cresce la preoccupazione per quel che potrebbe accadere dopo il 30 gennaio. Per la terza volta in pochi giorni il premier Allawi ha parlato al telefono con Bush. Non si sa che cosa si sono detti; è tuttavia noto che anche Allawi vorrebbe rinviare il voto, ma su questo Bush e Blair sono apparsi irremovibili. Il problema prioritario è l’esclusione dei sunniti e ieri il ministro dell’Interno Falah Naqib ha lanciato oscure minacce dicendo che «non partecipare al voto equivale ad un tradimento». Noquib, che appartiene alla pattuglia di sunniti che si è schierata con Allawi, si è detto convinto che se questa comunità non prenderà parte al voto «ci sarà la guerra civile».
La situazione insomma sta precipitando mentre la regia del terrore dimostra una sempre maggiore capacità di colpire. Martedì si è saputo (Al Jazira ha trasmesso l’ennesimo video) che otto operai cinesi dipendenti di una ditta di Pechino che sta costruendo una centrale elettrica vicino a Baghdad sono stati rapiti. Nel filmato si vedono gli otto ostaggi circondati da uomini in armi. I terroristi pretendono che la Cina «prenda posizione» sulle situazione irachena salvando in tal modo la vita degli ostaggi. I diplomatici cinesi, per prima cosa, hanno preso contatto con gli Ulema sunniti di Baghdad. Nella capitale vi è stato anche un altro attacco suicida. Un kamikaze ha tentato di farsi esplodere davanti alla sede del partito sciita, attaccata innumerevoli volte. Individuato dalle guardie si è allontanato ed è tornato a bordo di un’autobomba che, esplodendo, ha ucciso almeno tre persone.
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Beppe Grillo e la censura RAI ( “REGIME” di Marco Travaglio)
Tratto dal libro “REGIME” di Marco Travaglio e Peter Gomez
Beppe Grillo e la censura RAI
“Mi tennero lontano dalla Rai per diversi anni, dal 1986 al 1993, per due battute che anticipavano Tangentopoli. In una, ammiccando allo spot che facevo per uno yogurt bussando alle porte della gente per offrire un assaggio, raccontai di aver bussato a casa Craxi”.
Beppe Grillo
7 gennaio 2005
“Quando lavoravo alla Rai, ogni sabato sera, prima di andare in onda, mi
chiamava il direttore generale Biagio Agnes: «Con la stima che ci lega,
signor Grillo, si ricordi che lei si rivolge alle famiglie». Io regolarmente
rispondevo: «Non c’è nessuna stima, signor Agnes, fra me e la sua famiglia
… ». Poi, subito dopo la sigla, avvertivo il pubblico: «Pochi minuti fa
mi ha telefonato il direttore generale e ha cercato di corrompermi». La
censura della Rai democristiana non era brutale e intimidatoria, violenta
e ottusa come quella di oggi. Non cercava di annientarti, di rovinarti con
le denunce. Era più bonaria, famigliare, melliflua. Si presentava col volto
del vecchio zio burbero benefico, che ti dà buoni consigli per il tuo bene.
E tu, con un po’ di astuzia, la potevi aggirare. Per esempio: era vietato
parlare di P2, allora io una sera andai in scena con una lavagna e fornii
una complicata ma persuasiva dimostrazione matematica dell’esistenza di
Pietro Longo. Alla fine usciva il suo faccione in un triangolo, il simbolo
massonico. Successe un casino. Pippo Baudo si arrabattava poi a rimediare
con le sue arti democristiane. Anche a lui ricordavo la differenza fra la
mia famiglia e le «famiglie» delle sue parti, Catania e dintorni. Ecco,
quella censura metteva alla prova la creatività del censurato, quasi lo
sfidava ad aggirare l’ostacolo.
Poi arrivò Craxi e cambiò tutto. Mi tennero lontano dalla Rai per diversi
anni, dal 1986 al 1993, per due battute che anticipavano Tangentopoli. In
una, ammiccando allo spot che facevo per uno yogurt bussando alle porte
della gente per offrire un assaggio, raccontai di aver bussato a casa Craxi.
Bettino apriva e faceva per richiudere l’uscio: «No, grazie, non mangio
yogurt». E io: «Ma non sono qui per quello. E’ che mi hanno fregato il
motorino, e pensavo che lei ne sapesse qualcosa».
Nell’altra, parlavo della mitica missione in Cina del premier socialista,
che s’era portato dietro un codazzo di parenti, famigli, amici, portaborse,
damazze, contesse, fidanzate. Giunto a Pechino, l’avevano avvertito: «Sa,
presidente, qui siamo tutti socialisti». E lui aveva risposto: «Ma allora
a chi rubate?».
Poi, nel ’92-’93, li portarono tutti in galera. Nel ’93, dopo lunga
quarantena, si rifece viva con me la Rai dei «professori»: tutte brave persone, che non capivano un tubo di televisione. Feci due serate in diretta, poi cominciarono a capire qualcosa di televisione e decisero che bastava così. Nel ’94 mi richiamò la Moratti. Stessa manfrina di sempre: «Grillo, lei potrà fare e dire quello che le pare. Ha carta bianca». Conoscendo i miei polli, li
misi con le spalle al muro: «Guardate, io vi mando una cassetta del mio
spettacolo, e voi potete tagliare qualsiasi cosa, quello che volete».
Risposero:
«Ma noi non vogliamo tagliare niente». Tagliarono tutto, nel senso che la
cassetta non andò mai in onda. Non era quel che dicevo, il problema. Il
problema ero io, quel che rappresentavo con le mie battute e le mie denunce
sulle case automobilistiche, la ricerca fasulla, i consumi, le pubblicità,
i Nobel comprati, il petrolio e l’idrogeno, gli spazzolini inquinanti. Perché
in Italia puoi dire peste e corna del presidente della Repubblica, ma se
tocchi un formaggino ti fulminano. Dì quel che vuoi, ma non sfiorare i
fatturati.
E’ così anche nell’Italia berlusconiana. Il Cavaliere mica s’incazza se
si fa satira sociale, sulle pensioni, sulle riforme, sulle ville, sulla
statura, sulla pelata. S’incazza se parli dei suoi processi e del suo
monopolio, che poi sono le vere ragioni per cui fa politica: in una parola, i guadagni di Mediaset. Quello è il tabù. Per questo sono saltati Biagi, Santoro, Luttazzi,la Guzzanti, Fini, Rossi e tutti gli altri. Perché lo toccavano negli affetti più cari: i fatturati. E lui, quando gli toccano i fatturati, va fuori di testa. Parla di «uso criminoso della televisione», lui che la usa criminosamente da vent’anni. E così trasforma in eroi e in martiri dei professionisti che si limitavano a fare onestamente il loro mestiere di giornalisti o di artisti.
Niente di rivoluzionario: solo il loro mestiere, anche se è vero che in
Italia solo i veri rivoluzionari fanno ancora il loro mestiere.
Ecco, lo stile è lo stesso di Craxi. Anche se Craxi non possedeva tutte
le tv d’Italia: gli sarebbe piaciuto fare quel che fa oggi Berlusconi, ma
non poteva. Aveva il 13% dei voti o giù di lì. All’inizio credevo anch’io
che fosse uno statista. Poi capii che era un ometto. Me ne accorsi quando,
con mio grande stupore, lo sentii – lui, il presidente del Consiglio –
pronunciare il nome di un comico genovese: il mio. «Chi si crede di essere Grillo?»,
disse. Solo un ometto poteva scomodarsi per me, abbassarsi a tanto. Fosse
stato intelligente, avrebbe detto: «C’è un birichino di Genova che mi prende
in giro, ma io mi diverto moltissimo». E mi avrebbe ucciso per sempre.
Rovinato.
Invece fece di me un eroe, un martire. Da quel giorno non ebbi più fans,
ma parenti. Fratelli. I grandi personaggi, anche nel male, ti fanno i
complimenti
in pubblico e poi te lo mettono in quel posto in privato, a tempo debito.
A freddo. Sono i mediocri, gli ometti che cadono nella trappola delle
epurazioni, delle censure sfacciate e brutali, addirittura preannunciate dalla Bulgaria.
Sono i poveracci, che si sentono deboli e insicuri. I «grandi comunicatori»
che, alla terza volta che vanno in televisione, fanno scappare la gente
perché non ne può più. Lasciamoli fare, si stanno autoeliminando da soli
(dopodiché bisognerà occuparsi dello smaltimento delle scorie che lasceranno
… ).
E noi, intanto? Protestiamo, certo, contro il regime mediatico. Cerchiamo
di perforarlo con le notizie che nessuno dà, e che sono il miglior antidoto.
Ma facciamo pure tesoro della censura per sviluppare la creatività, aguzzare
l’ingegno, imparare nuovi sistemi per aggirarla. Certo, bisogna rinunciare
a qualcosa per poter dire ancora quel che si vuol dire. Certo, ora che la
censura s’è fatta più brutale e scientifica, aggirarla è più difficile di
prima. Anche perché la censura riesce a occultare pure la censura stessa.
Ed è difficile far capire alla gente che, in questa overdose di informazione,
nessuno ci informa davvero. Era molto più facile nella Russia di Brezney,
quando c’era solo la «Pravda» e infatti il giornale più letto era il
«Washington Post»: tutti sapevano di vivere nel regime della menzogna, e tutti andavano a cercarsi le notizie vere. Oggi siamo pieni di «Pravde» e le scambiamo per tanti «Washington Post». Ci manca l’informazione, ma non lo sappiamo.
Per questo, nel prossimo spettacolo, ho deciso di fare politica anch’io.
Senza candidarmi. Senza dare nell’occhio. Di nascosto. L’ ho fatto per tanti
anni nei teatri. Ora voglio abbinare i teatri e la rete, cioè Internet.
Per fare politica senza intermediari, senza politici: quelli non servono
più, sono obsoleti, superflui, cadaveri ambulanti. Non rappresentano più
nessuno, nemmeno se stessi. Lancio un movimento politico che, tanto per
cominciare, punta a smuovere un milione di persone. A tirar fuori il furore
che c’ è in loro. Lo chiameremo “A furor di popolo”. Voglio un pò vedere
come potranno ignorarlo. E, soprattutto, come faranno a censurarlo”.
Note:
Il testo è tratto da una postfazione di Beppe Grillo presente nel libro “REGIME” di Marco Travaglio e Peter Gomez
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Berito Cobaira: In Italia i figli della terra: gli U’wa
La redazione di
Latinoamerica
La Geografia della Speranza
In Italia i figli della terra: gli U’wa. Questo millenario popolo indigeno da anni combatte nel nord est della Colombia per impedire la distruzione del proprio territorio e della propria cultura ad opera delle multinazionali petrolifere e della guerra in corso nel paese da ormai oltre cinquanta anni..
Berito Cobaria, il portavoce della comunità, Shukara Cristancho, la rappresentante delle donne e Cesar Aranguen, responsabile della comunicazione, saranno in Italia tra il 9 e il 24 gennaio per incontrare i movimenti, le forze sociali e gli enti locali in dieci città.
Gli U’wa sono uno dei simboli di lotta e di resistenza per tutto il movimento internazionale che si oppone alla guerra e ad un modello di sviluppo inumano ed insostenibile. I loro incontri in Italia hanno come obiettivo quello di denunciare il genocidio in corso in Colombia ed in tutta l’America Latina delle popolazioni native a causa della guerra per l’accaparramento delle risorse energetiche strategiche, che hanno come conseguenza un conflitto permanente tra nord e sud del mondo.
La guerra, la distruzione dell’ambiente, catastrofiche variazioni climatiche, diffusione di epidemie tra gli uomini e gli animali, riduzione della biodiversità e con essa la scomparsa di colture e culture di grande valore, sono le principali conseguenze prodotte dalle attività portate avanti dalle multinazionali occidentali e dalle politiche economiche promosse dalla BM, dal FMI e dall’OMC.
Per questo nel corso delle iniziative A SUD presenterà il libro “Capovolgere il Debito: per un’economia dei diritti” in cui sono raccolte, tra le altre, le riflessioni di Vandana Shiva, Aurora Donoso, Alain Soumon, Alex Zanotelli, Marco Calabria e Giuseppe De Marzo, con l’intento di dare un contributo alla campagna mondiale sul Debito Ecologico lanciata dai movimenti e le associazioni di oltre sessantatre paesi del sud del mondo nel ’99. Tema che vedrà A SUD tra i promotori della campagna internazionale per il riconoscimento del debito ecologico al prossimo World Social Forum di Porto Alegre.
Date degli incontri:
10 gennaio Roma
11-12 gennaio Bari
13 gennaio Ferrara
14 gennaio Padova
15 gennaio Feltre
16 gennaio Belluno
17 gennaio Trieste
18-19 gennaio Firenze
20 gennaio Roma
21 gennaio Torino
22 gennaio Massa
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Jack Dalton: e i bambini dell’Iraq???
CHE MI DITE DEI BAMBINI DELL’IRAQ ?
di Jack Dalton
Perché i “grandi del mondo” che promuovono la solidarietà verso le popolazioni dell’Asia di sud-est non sono credibili…
La settimana appena trascorsa ha mostrato come le persone di varie religioni, nazionalità, etnie possono unirsi insieme per aiutarsi – nel caso in questione le vittime dello Tsunami.
Adesso decine di migliaia di bambini sono rimasti orfani e centinaia di migliaia, se non milioni, sono i profughi. Il conto dei morti, oltre 156.000, sta ancora crescendo. Nessuno sa come sarà alla fine, ma una cosa è certa, sarà un numero enorme. E’ bello vedere lo sforzo che tutta la gente del mondo sta facendo per aiutare le vittime dello Tsumani. La mia domanda è semplicemente questa: dove sta la preoccupazione del mondo per le decine di migliaia di bambini iracheni morti a seguito dell’invasione delle forze statunitensi e dalla successiva occupazione dell’Iraq?
Nei 12 anni di sanzioni Usa verso l’Iraq precedenti l’invasione, oltre 500.000 bambini sono morti – come diretto risultato di queste sanzioni. Dove è stata l’attenzione e l’apprensione del mondo? Dove è stata la “tradizionale compassione” degli Stati Uniti? Oops! L’avevo dimenticato, loro sono i soli che supportano la guerra in Iraq.
Attualmente in Iraq oltre 100.000 iracheni (ed il numero sta crecendo rapidamente) sono stati uccisi dalle bombe USA, bombe “intelligenti” – che continuano ad andare all’indirizzo sbagliato uccidendo sempre più bambini. E’ stato stimato che oltre la metà di questo numero fossero adoloscenti. Il “danno collaterale” cui gli Usa continuano a far riferimento riguarda in larga parte i bambini iracheni. Dove sta la compassione per loro? Oppure meritano di morire solo per il fatto di essere bambini dell’Iraq?
Le sanzioni applicate all’Iraq ed in seguito l’invasione sono le cause, direttamente, dell’indiscriminato massacro dei bambini iracheni. Il tasso di mortalità infantile è adesso piu’ alto di quello di 40 anni fa. Questo è il risultato diretto dell’azione statunitense in Iraq. Poi ci sono i bambini che moriranno di morte lenta, con il tempo, dovuta all’esposizione all’uranio impoverito – oltre 4.000 tonnellate fino ad oggi – che ha contaminato tutto il territorio dell’Iraq. Questa è stata una pura e semplice guerra nucleare. Ancora odio vedere o sentire notizie dai mass-media americani, dalla Casa Bianca, dal Dipartimento della difesa, o dal Pentagono sui bambini iracheni uccisi a centinaia di migliaia dalle “ politiche” dell’amministrazione Bush e dalla sua guerra in Iraq.
Cio’ che si sente venire da Washington è “bombardateli tutti in nome del Signore”. Non molto tempo fa fu chiesto a Madeline Albright, “ Sapendo che le sanzioni sono state responsabili della morte di oltre 500.000 bambini iracheni, ne e’ valsa davvero la pena ?”. Si prese circa dieci secondi per pensare e poi disse, “Si, ne è valsa la pena”. Questa affermazione dice tutto.
Cosi’ mentre Bush & Co. stanno gestendo la politicizzazione dell’orribile disastro causato dallo Tsunami, il massacro indiscriminato di bambini continuerà anche dopo l’invasione dell’Iraq; sono i bambini dell’Iraq che devono e dovranno pagare l’ultimo e il più alto prezzo delle loro vite.
Per concludere, il mese prossimo Bush chiederà ai membri repubblicani del congresso 100 miliardi di dollari in più, così da poter continuare il massacro in Iraq per un altro anno. La sua guerra sponsorizzata dalle corporations produrrà i suoi profitti, mentre tutti gli altri pagheranno il costo, specialmente i bambini iracheni che continueranno ad essere i destinatari delle bombe “intelligenti” Usa ricavate da uranio impoverito.
Jack Dalton ( veterano disabile del Vietman )
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ascolta la voce di Titano
Ecco la faccia di Titano: e puoi sentire anche la sua voce
Un grande silenzio profondo e assoluto, simile a quello della Terra in epoche antichissime, e poi suoni simili a tuoni: dopo le immagini, anche la voce di Titano, la più grande luna di Saturno, ha raggiunto la Terra, registrata da uno strumento italiano. La registrazione, ha reso noto l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) dal centro di controllo Esoc in Germania, a Darmstadt, è stata elaborata sulla base dei dati inviati ieri dalla sonda europea Hugens alla sonda-madre Cassini, durante la sua storica discesa sulla superficie di Titano.
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250 mila iracheni morti
250mila iracheni uccisi
250.000 iracheni sono stati uccisi con la più totale impunità e davanti all’indifferenza del mondo.
Intervista a Iman Ahmad Jamàs, a cura di Alberto Gil.
Iman Ahmad Jamàs, ex direttrice dell’Osservatorio per l’Occupazione a Bagdad, viaggia in tutto il mondo raccontando quello che il popolo iracheno vive; desidera aprire gli occhi e le coscienze dell’Occidente ed esige dar volto alle gelide cifre dei morti. Racconta una sola storia, quella di qualsiasi iracheno, incentrata sulla distruzione di un mondo e nello sconvolgimento della propria vita.
L’intervista:
Se le venisse chiesto di riassumere in poche parole la situazione del suo paese, che cosa sottolinerebbe?
Che le persone vengono uccise in maniera sistematica e quotidiana dalle truppe statunitensi. Vengono massacrate dalle esplosioni dei loro missili, dai colpi di carro armato, dalle incursioni aeree… e la cosa peggiore è che tutto questo accade con la più totale impunità e davanti agli occhi indifferenti del mondo.
Sappiamo che il numero di soldati occidentali caduti in Iraq è di circa 1200, ma conosciamo il numero di iracheni morti?
Prima dell’offensiva di Falluja, un giornale inglese stimava che i morti iracheni negli ultimi due anni fossero circa 100.000. Tuttavia, il numero reale è molto più grande. Noi, dall’Osservatorio di Bagdad, calcoliamo che, dall’inizio della guerra e dell’occupazione, il numero di vittime irachene è di circa 250.000. Stimiamo che nella sola offensiva di Falluja gli americani abbiano ucciso fra le 60 e le 90 mila persone nei due attacchi che hanno preparato. Nell’ultima settimana di attacchi la Croce Rossa ha registrato, proprio in questa città, più di 6.000 morti. La cosa più sconcertante è che, nonostante i nostri timori, non possiamo verificare queste cifre perché né le autorità statunitensi né le marionette irachene che hanno preso il comando del paese hanno permesso che si facesse un secondo conteggio affidabile delle vittime della guerra e dell’occupazione. Tutti conoscono il numero dei soldati alleati che sono caduti in Iraq, ma non possiamo sapere con certezza quanti nostri compatrioti sono morti, ed impedire questo nuovo calcolo è già, di per sé, un crimine.
Di questa cifra, qual è la percentuale di civili uccisi?
La maggior parte delle vittime non facevano parte dei combattenti. Dei 250.000 morti di questa occupazione, circa la metà sono donne o bambini, mentre fra gli uomini la maggior parte erano civili. Tutte le famiglie del mio paese hanno una storia cruenta da raccontare, e anche la mia è fra loro: gli americani hanno ucciso cinque membri della mia famiglia, mentre in quella di mio marito tre. Il più piccolo aveva 13 anni quando fu ucciso, e il più anziano era un medico di 60 anni. Ai marines non importò niente, spararono e basta…
Immagino che in questo contesto, e sopportando questa realtà, la gente appoggerà la resistenza…
La maggior parte degli iracheni e i partiti politici lo fanno. Tutti applaudono l’azione della resistenza e appoggiano questa lotta e quello che significa poiché dà dignità al nostro popolo. Tuttavia deve essere chiaro che sostenere la lotta della resistenza non implica essere attivisti, anche se i soldati degli Stati Uniti trattano tutti nello stesso modo, cosa che finisce per accrescere l’odio che si nutre verso di loro.
Come si comportano?
In maniera umiliante, brutale, crudele e razzista. Questa è un’occupazione militare, e i soldati che vi partecipano odiano stare qui, si sentono frustrati, sono spaventati, e tutto questo sfocia nell’ira. Siamo noi civili che alla fine paghiamo le conseguenze della loro ira e della loro paura. Il loro comportamento è brutale: prima sparano e poi domandano. Il loro compito è terrorizzare i cittadini, e lo fanno fino in fondo. Quando entrano in una casa, la prima cosa che fanno è sparare a qualcuno, e poi umiliano gli altri.
Questo comportamento, sebbene in occidente non sveli tutta la sua crudeltà, cerca di trovare una giustificazione nelle immagini brutali che vengono mostrate, come quelle delle decapitazioni, che vengono messe in relazione alla resistenza. Come vengono percepiti in Iraq questi atti?
Oggi in Iraq ci sono due gruppi differenti di omicidi politici. Il primo è quello che coinvolge i collaboratori per convinzione o necessità, ovverosia quelli che collaborano con gli americani perché li considerano una forza di liberazione, sia quelli che, per vivere, hanno accettato lavori da servente.
Questi morti, in molti casi, vengono percepiti soprattutto come omicidi, sebbene non abbiano l’appoggio del popolo iracheno. L’altro gruppo di persone uccise sono occidentali che sono venuti in Iraq per aiutare il popolo, e la cui morte brutale, come quella dell’inglese Margareth Robertson, è quella che viene esportata.
Questo rifiuto tassativo che lei rivela, mostra una realtà molto differente da quella che ci viene venduta in occidente…
Che ci siano stranieri uccisi in Iraq è un fatto reale, ma quello che si dovrebbe chiedere la gente in questi paesi è: “Chi li uccide, la resistenza?”.
La risposta è no. Coloro che lottano nella resistenza non considerano logico questo tipo di esecuzione perché va contro la loro immagine all’estero e limita i loro appoggi all’interno del paese. E se non sono loro, la seconda domanda che dovrebbero farsi gli occidentali è quella che anche noi ci facciamo: “Perché non si cerca di capire chi siano gli autori di queste morti che stanno danneggiando così tanto il popolo iracheno? Perché gli Stati Uniti, la forza d’occupazione, non si fa carico di queste indagini? Io credo che chi stia dietro a queste morti è chi ne trae vantaggio…
Seguendo il suo ragionamento, un’immagine negativa della resistenza beneficerebbe solo le forze occupanti…
Lo ha detto. Il fatto è che in Iraq tutto è possibile per gli Stati Uniti; basta vedere quello che hanno fatto a Falluja senza che nessuno contestasse… 6.000 morti in una sola settimana…
Visto che le cose stanno così, che cosa ci si può aspettare dalle prossime elezioni?
Solo altri problemi, prima di tutto perché molti pensano che le elezioni sotto un’occupazione straniera siano illegali, e secondo perché buona parte dei partiti più rappresentativi le boicotteranno davanti al clima di insicurezza che si respira. Ci sono già stati attentati contro i collegi elettorali, e diversi candidati sono stati uccisi. Ma c’è anche un’altra cosa da prendere in considerazione: le elezioni stanno aggravando i problemi etnici e religiosi minacciando di provocare scontri interni che potrebbero sfociare in una guerra civile.
Secondo lei è questo che gli Stati Uniti stanno cercando?
Assolutamente, e fin dal primo giorno. Vogliono un Iraq debole diviso in tre zone per i Curdi, gli Sciiti e i Sunniti; inoltre alimentano gli scontri fra loro per indebolirli e stabilire il loro dominio.
Che cosa si aspetta dalla gente alla quale si rivolge?
Che aprano gli occhi e sappiano quello che sta succedendo in realtà; che chiedano giustizia e rivendichino anche qui la fine dell’occupazione.
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Le 7 notizie piu’ assurde del 2004
Sono state selezionate dal sito essentialnews.it
tra le notizie di cronaca battute dalle agenzia di stampa di
tutto il mondo. Purtroppo verissime.
1) La rivista francese l’Economiste: “Un magistrato della
Procura di Bayonne e’ stato preso in un bordello tedesco
mentre tentava di pagare con una carta di credito rubata ad
una collega. Era in Germania per tenere un convegno sui
principi fondamentali dell’etica dei magistrati inquirenti”
2) Agence France-Presse (Francia): “Il paese di Mauguio,
nel sudest della Francia, da anni viene periodicamente
investito da piogge di feci. Gli abitanti sono finalmente
riusciti a interessare le autorita’ al problema ora che
un’analisi della sostanza conferma la sua origine
mammifera”
3) L’agenzia di stampa Reuters: “Un uomo e’ entrato nel
recinto dei leoni allo zoo di Taipei con lo scopo di
convertire gli animali al cristianesimo. Gridando che
Gesu’ li avrebbe salvati, ha sfidato i leoni a morderlo.
Avevano mangiato da poco ed e’ stato accontentato una
sola volta”.
4) South African Press Association (Sud Africa): “Un
uomo, accusato di cannibalismo dopo avere consumato
parti dei corpi di due donne da lui ammazzate e macellate,
e’ morto a sua volta di gastroenterite. Il fatto e’ avvenuto
nel KwaZulu-Natal”.
5) The New York Post (USA): “Incidente bizzarro a New
York, dove un ascensore, per motivi ancora da spiegare,
sarebbe caduto all’insu’ – anziche’ giu’ – causando la morte
dell’operatore, schiacciato contro il soffitto”
6) CNN (USA): “Le autorita’ di Nyahururu Town, Kenya,
hanno ordinato lo sterminio di 500 maiali perche’ si
accoppiavano con i cani, un’attivita’, secondo il Sindaco,
contraria alle leggi della natura e causa di inutile
commozione”
7) Interfax (Russia): «Capelli umani – una fonte eccellente
di proteina – sarebbero stati impiegati in una fabbrica
cinese per la produzione della salsa di soia. Si era notato
che gli operai della fabbrica preferivano altre marche. Il
governo cinese indaga”
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Simona Torretta in politica?
– 13 GENNAIO 2005 Simona Torretta in politica?
Destra scatenata REDAZIONE
Simona Torretta, la volontaria dell’organizzazione “Un Ponte per” sequestrata in Iraq dai terroristi lo scorso settembre insieme alla collega Simona Pari e liberata dopo 21 giorni di prigionia, potrebbe candidarsi nel Lazio alle elezioni Regionali con Rifondazione Comunista. Lo ha annunciato l’agenzia di stampa Adnkronos, una notizia che non ha però al momento trovato delle conferme definitive.
“Ho la massima stima per Simona Torretta, ma al momento non c’è stata nessuna interlocuzione in questo senso – ha peraltro commentato Maria Cristina Perugia, segretaria del partito di Fausto Bertinotti a Roma – il gruppo dirigente non ha avanzato proposte in tal senso, tuttavia non mi sento di escludere niente e se si dovesse giungere a una cosa del genere ne sarei più che onorata pur rifuggendo la popolarità legata ad un fatto drammatico”.
Senza alcun bisogno di attendere una conferma, la destra è già scesa sul piede di guerra. Il numero uno di Alternativa sociale Alessandra Mussolini si è limitata ad osservare che questa candidatura “era già nell’aria”.
“Quando sono ritornate si è visto subito questo poco attaccamento per l’Italia e la poca gratitudine per quanto hanno fatto Governo e opposizione per riportarle a casa – ha aggiunto la nipote del dittatore – questo è il risultato”.
Il Governatore del Lazio Francesco Storace si è invece affidato, come suo solito, sulla pungente ironia.
“Magari la presenza di Simona Torretta in Consiglio regionale farà stare più tranquilla la famiglia – ha affermato – comunque ogni partito candida chi crede”.
Molto più contrariata Giorgia Meloni, presidente nazionale di Azione Giovani, che non potuto nascondere la propria indignazione.
“Nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Questa si che è una sorpresa – ha affermato – le volontarie facciano le volontarie, aiutando chi ha bisogno e non solo chi la pensa come loro”.
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forza hugo!!! /dedicato alla lega nord!
Si chiama Hugo il primo bambino nato in Italia (a Milano)
nel 2005. Figlio di una coppia brasiliana Hugo e’ venuto
alla luce un secondo dopo la mezzanotte
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SPLAM LORD RESISTANCE ARMY KAMPALA E CASAMANCE
AfricaTre paesi africani hanno firmato accordi di pace. In Sudan
il governo e i ribelli dello SPLAM hanno ratificato un
cessate il fuoco permanente, concordando un piano per
mettere fine a 21 anni di guerra civile.
Stessa procedura tra i ribelli ugandesi della Lord
Resistance Army e il governo di Kampala. La guerra
civile si combatte da 18 anni. Purtroppo le ultime notizie
riferiscono di nuovi scontri.
In Senegal infine e’ stato firmato un accordo di pace tra il
governo e i ribelli separatisti, impegnati da 22 anni in un
conflitto nella regione di Casamance
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‘L’intelligence ordinava le torture’- processo abu ghraib
Un testimone e un’ex spia raccontano: agenti dei servizi imponevano all’imputato Graner le violenze contro i detenuti’L’intelligence ordinava le torture’
svolta nel processo-Abu Ghraib
DAL nostro inviato CARLO BONINI
FORTHOOD (TEXAS) – Il morto ha deciso di afferrare i vivi. Lo “specialista” Charles A. Graner junior, il sadico con la faccia da bambino, rovescia il tavolo delle responsabilità. Lascia che la vergogna di un esercito intero tracimi, travolgendone le gerarchie. Forse perché non ha altra scelta. Forse, se hanno ragione i suoi avvocati, il tenente colonnello dei marines a riposo Guy Womack e il capitano Jay Heath, perché “la verità è una sola”. Che nella notte di Abu Ghraib, il bastone della violenza aveva padroni e manovali.
Ufficiali dell’intelligence militare, i primi. Riservisti di provincia, i secondi. Che l’ordine, “implicito e talvolta esplicito” era “ammorbidire i prigionieri”, “spezzarne la resistenza”. Compulsando un block notes giallo, Womack chiede che ancora una volta si faccia buio nell’aula della Corte Marziale. Che torni a illuminarsi il grande schermo con le immagini e le voci dell’orrore. Appare un uomo lontano, seduto nella luce di Bagdad.
Il capitano Jay Heath si alza dal banco della difesa. “Può dirci il suo nome e raccontarci quando è stato arrestato?”. “Mi chiamo Walid Mohanded Juma.
Sono stato arrestato il 26 ottobre del 2003 a Bagdad da uomini della prima divisione e quindi trasferito ad Abu Ghraib”. “Come fa a conoscere così bene le nostre unità, signor Juma?”. “Perché fino a quel giorno ho lavorato per l’esercito degli Stati Uniti”.
Walid è stato una spia. Per denaro aveva deciso di tradire i compagni nelle cui formazioni si era infiltrato. Riferiva a un tale “John” “dell’intelligence americana”. “John the chief”, John il “capo”. Il maggiore Michael Holley è una molla impazzita sullo scranno dell’accusa.
“Così si rischia di mettere a repentaglio operazioni classificate!”. Il capitano sorride, perché sa dove porta la storia di Walid. Rassicura l’uomo di Bagdad, lo invita a proseguire. A spiegare perché diavolo una “fonte” dell’intelligence americana sia finito ad Abu Ghraib. Per un “pasticcio di comunicazioni”, dice lui.
Ad Abu Ghraib, nel braccio “1 Alfa”, Walid è una vittima di Graner. “Sono stato interrogato e pestato 45 volte in due mesi e mezzo. Ho raccolto il mio cibo nella tazza del cesso in cui Graner lo aveva scaraventato”. “Ci interrogavano nei bagni, ma venivamo puniti nelle nostre celle. Accadeva durante il turno di notte, che era poi il turno di Graner. Almeno una volta, pensai di essere vicino alla fine. Durante il Ramadan, Graner e uno dei suoi uomini presero a picchiarmi con una sedia. E non smisero finché non andò in pezzi. Caddi svenuto nel mio sangue e l’ultimo ricordo che ho è di Graner che scatta una fotografia. Mi risvegliai ancora in terra, per il dolore dei calci con cui il caporale aveva ripreso a massacrarmi”.
Il capitano Heath ha infilato il racconto nell’antro che l’accusa voleva non si aprisse. Ora chiede che Walid la spia, ne illumini l’interno. “Garner dunque la picchiava. E se non era lui, ci pensava qualcun altro?”. “Per un periodo me le diede un sottufficiale nero che si faceva chiamare “problema”. Entrava nelle celle e diceva: “E’ arrivato il problema”. E giù botte”.
“Bene. Vuole spiegarci, ora, chi vi interrogava nei bagni di Abu Ghraib?”. “Ricordo una donna e degli assistenti dal volto asiatico. Gente dell’Intelligence militare…”. “Immagino vi promettessero una ricompensa in caso di collaborazione, o sbaglio?”.
“No. Ci dicevano che se non avessimo collaborato, saremmo stati torturati. Da Graner e dai suoi uomini”.
“Quegli ufficiali la minacciarono mai sessualmente?”.
“Una volta mi dissero che se non mi decidevo a parlare avrebbero fatto salire i cani e avrei visto e sofferto cose inimmaginabili”. “Qualcun altro osservava cosa accadeva nei bagni?”. “Il sovraintendente della prigione. Nascosto dietro una finestra”.
Heath ha in mano il gioco. Graner non è più il motore autosufficiente dell’orrore, ma un suo consapevole ingranaggio. “Ha mai sentito parlare di un certo Steve?”. “Steve il “grosso”. E’ un ufficiale dell’intelligence militare. Alto, con la barba. Non portava mai la divisa. Indicava a Graner chi doveva essere picchiato”. Almeno altri due testimoni confermano la presenza e il ruolo degli uomini dell’intelligence militare nel braccio “1 Alfa”. Megan M.
Ambhul, che di Graner è stata la compagna di soprusi e di letto. Il sergente Kenneth A. Davis. “La notte del 24 ottobre 2003 – racconta Davis – vidi Graner prendere ordini da tre sottoufficiali dell’intelligence militare”. Ne fa i nomi, li indica in tre fotografie: “Si chiamano Rivera, Cruise e Kroll”. “Chiesero ridendo: “Che facciamo, superiamo il confine?”. Incatenarono tra loro tre prigionieri nudi. Li fecero strisciare sul pavimento infradiciato con acqua gelida. Cruise gridava: “Confessate che avete violentato un ragazzino!”. Kroll invece si divertiva a colpire la testa dei tre con un pallone da football”. Graner appare sollevato. “Ascoltando Megan Ambhul ho quasi pianto”, dice.
La difesa rinuncia ad altri testi. “Perché abbiamo dimostrato che Graner obbediva a degli ordini”, dice Womack. Il dibattimento è chiuso. Graner non deporrà. Ora, l’ultima parola ad accusa e difesa. Poi, la sentenza.
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Il nuovo anno giudiziario italiano comincia tra le contestazioni
La Grande Malata
La giustizia italiana sta sempre più male. Il nuovo anno giudiziario italiano comincia tra le contestazioni e le proteste.
Inizia in un clima di contestazione il nuovo anno giudiziario. Domani nel capoluogo siciliano ci sarà la cerimonia di inaugurazione, una cerimonia che verrà disertata dai magistrati del distretto di Corte d’appello di Palermo. Le toghe palermitane, infatti, hanno deciso di non presentarsi alla cerimonia ordinaria ha cui parteciperà il ministro della Giustizia Roberto Castelli, e indire in contemporanea una contromanifestazione.
”I magistrati del distretto di Palermo – si legge in una nota diffusa da giudici e pm -, ad eccezione di quelli della corte d’Appello che, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, dovranno assicurare la regolarità formale dell’Udienza di apertura dell’Anno Giudiziario, si ritroveranno a Palermo, in piazza della Memoria, alle ore 9.00”. ”L’iniziativa proseguirà – scrivono i magistrati palermitani – nell’aula magna del nuovo Palazzo di Giustizia, dove, in una assemblea aperta a cittadini, esponenti di forze politiche e sociali e all’avvocatura, si confronteranno sull’assoluta inadeguatezza, rispetto alle vere cause del disservizio e dell’inefficienza dell’amministrazione della giustizia, dei progetti di riforma e sui loro evidenti limiti costituzionali”.
Il Guardasigilli leghista, Roberto Castelli, non si scompone davanti alla chiara contestazione delle toghe palermitane. ”Se non ci sarà nessuno – ha detto il ministro Castelli -, allora sarà chiaro chi non vuole il dialogo”.
Palermo è stata scelta dal ministro della Giustizia per l’inaugurazione, dove a conclusione della cerimonia in Cassazione, parlerà della riforma dell’ordinamento giudiziario. A chi ha fatto notare, però, che per protesta i magistrati non saranno presenti e faranno una propria contromanifestazione, il Guardasigilli ha replicato: ”Ognuno si prende le responsabilità delle proprie azioni. Sarà chiaro chi rifiuta di dialogare e chi no”.
Anche la Cisl Sicilia parteciperà nella mattinata di domani, con una delegazione guidata dal segretario generale Paolo Mezzio, alla manifestazione organizzata dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) a Palermo. ”I mali della giustizia – sostiene il sindacato – richiedono una strategia lungimirante e una riorganizzazione del settore costruita su basi di concordia. Rifuggendo dalle suggestioni di certo neo-cesarismo”. Invece, la riforma firmata dal governo appare ”insufficiente nel metodo e nel merito”. Da qui la partecipazione al sit-in a piazza della Memoria e, a seguire, all’assemblea aperta nell’aula magna del Palazzo di Giustizia.
Ma il malcontento e l’esigenza di protestare non è un’esclusiva dei magistrati e dei giudici di Palermo, è infatti allarmante lo stato della giustizia italiana che con otto milioni e mezzo di processi e una lentezza esasperante, richiede prioritariamente delle riforme che siano però condivise da tutti. Tale richiesta è stata fatta presente martedì scorso dal procuratore generale Francesco Favara, durante il discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario alla presenza del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.
Come prima accennato, lo stato della giustizia italiana è tale da potersi definire una giustizia malata: sono otto milioni e mezzo i processi civili e penali che schiacciano 9.500 magistrati ed esasperano centinaia di migliaia di cittadini. Un processo penale dura in media più di mille giorni, uno civile può arrivare anche fino a 1.500.
In un anno le toghe riescono a smaltire quasi due milioni di processi civili e circa sei milioni di cause penali. In Cassazione la produttività aumenta sia nel civile che nel penale ma questo non basta a far quadrare i conti della giustizia, che continuano a segnare rosso fisso visto che in dodici mesi piovono sui tavoli di giudici e pubblici ministeri quasi due milioni di procedimenti civili e sei milioni di penali.
Sono questi dati dell’ ”ultimora”, aggiornati dall’ufficio statistica di via Arenula a fine novembre.
La contestazione era già nell’aria martedì scorso, e l’astensione a qualsiasi forma di protesta è stata per rispetto verso il presidente della Repubblicai. Come già detto la protesta prenderà corpo domani a Palermo durante le cerimonie nelle corti d’appello dei 26 distretti.
Le toghe nere, la Costituzione in mano, il libro bianco sulle inefficienze della macchina sono state giudicate iniziative ormai obsolete, superate dalla gravità di una riforma come quella dell’ordinamento che, a giudizio dei magistrati palermitani, si risolve in uno schiaffo e in un tentativo di sottomissione dell’intero ordine giudiziario all’esecutivo.
Ad agitare le acque i dati sulla giustizia e la relazione del pg Favara, che negli ultimi tre anni non ha mai mancato di usare toni duri contro le linee di politica giudiziaria del governo.
L’anno scorso Favara aveva anticipato i dubbi di costituzionalità poi confermati da Ciampi. Quest’anno potrà argomentare come quella riforma non serve per garantire l’efficienza della giustizia. La “grande malata”, come Favara l’ha chiamata in più occasioni, non mostra significativi segni di miglioramento.
I detenuti aumentano di un migliaio e superano i 57mila, l’indultino si è rivelato un flop e solo una piccolissima percentuale di detenuti ne ha approfittato. In compenso calano i detenuti in attesa di giudizio: erano il 25% nel ’98, sono il 18% adesso, a riprova che i magistrati lavorano nonostante le accuse del centrodestra.
Le parole di Favara mancano inoltre la grande necessità che i cambiamenti siano condivisi: “Se Parlamento e Governo daranno al Paese riforme giuste e condivise, leggi moderne che possano delineare un sistema di giustizia efficace e tempestiva e strutture adeguate, il risultato non potrà mancare. Sono convinto che i magistrati risponderanno alle aspettative del paese, assicurando, come sempre, massimo impegno e assoluta imparzialità nell’applicazione della legge”.
Favara ha sottolineato che “al Legislatore è affidato il difficile compito di trovare un nuovo punto di equilibrio tra le due esigenze apparentemente contrapposte: garanzia ed efficienza. Ciò anche al fine di porre termine ad una situazione ormai insostenibile che, a livello europeo, ci vede permanentemente sotto preoccupata osservazione”.
Pesante il giudizio sull’insufficienza e l’abuso del processo penale italiano: “Nel campo penale, si è voluto estendere, oltre ogni ragionevole misura, le fattispecie criminose e le garanzie processuali (sovente prive di effettivo contenuto sostanziale), senza tener conto del progressivo allungamento del processo. Con la conseguenza che si assiste ad una sostanziale vanificazione del processo penale, il quale, quando non è ‘fulminato’ dalla prescrizione (e c’è il rischio che ciò accada anche più di frequente), produce o una pena che può apparire come una tardiva vendetta dello Stato nei confronti di una persona ormai mutata negli anni, oppure una assoluzione che non ripaga dei danni economici ed esistenziali sofferti in conseguenza del processo”.
Favara ha toccato anche lo scomodo tema dei rapporti con la politica: “L’autonomia e l’indipendenza di cui gode, secondo la Costituzione, la magistratura, formata da giudici e pubblici ministeri, deve essere sempre rispettata come ha più volte ribadito il Capo dello Stato”, osserva il procuratore generale che poi non risparmia un accenno agli attacchi fatti ai giudici.
“Alla magistratura deve essere restituita la fiducia dei cittadini. – ha detto infine Favara – La fiducia implica anche il rispetto per le sentenze e per la funzione giurisdizionale, che attraverso esse si esprime. Le sentenze e più in generale, le attività dell’autorità giudiziaria possono essere certamente giudicate. Non però contestate o strumentalizzate per fini diversi”.
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