Liberato il vescovo: «Gli Usa via dall’Iraq»
di Toni Fontana Ha preso un taxi ed ha raggiunto la sede dell’arcivescovado. Il rapimento di monsignor Basile Georges Casmoussa, il prelato che guida la piccola minoranza siro-cattolica dell’Iraq, si è concluso in 24 ore. La vicenda è tuttavia destinata a lasciare tracce nelle cronache dell’Iraq e molti interrogativi restano aperti. Martedì mattina vi era stata un’improvvisa e drammatica svolta. I rapitori, utilizzando il telefono cellulare del prelato, hanno chiamato padre Tetrus Mosei, vicario generale della diocesi siro-cattolica di Mosul. Pretendevano 200mila dollari i cambio della liberazione dell’ostaggio. Contattato dall’agenzia missionaria Misna l’altro vescovo cattolico di Mosul, il caldeo Paulos Faraj Rahho, ha spiegato che «la diocesi sta cercando di raccogliere il denaro necessario che entro oggi potrebbe essere consegnato ai sequestratori». Poche ore dopo monsignor Casmoussa è stato trasportato nel centro della città dell’Iraq settentrionale e liberato dai misteriosi rapitori.
Non appena tornato nella sede dell’arcivescovado il prelato ha cercato di sdrammatizzare la vicenda che lo aveva visto protagonista dicendo di essere stato trattato bene, che era probabilmente avvenuto uno «scambio di persona». Nessun accenno al riscatto. Successivamente monsignor Cosmoussa ha parlato anche della situazione generale in Iraq affermando che «occorre far comprendere agli Usa che deve esserci un piano di ritiro dall’Iraq e deve essere data agli iracheni la possibilità di governare il loro paese». Il prelato si è espresso anche per il rinvio delle elezioni di fine mese.
In Vaticano la notizia della liberazione dell’arcivescovo è stata accolta con «grande soddisfazione» dal Papa. Dalla sala stampa vaticana è poi giunto un secco commento di Navarro Valls: non è stato pagato alcun riscatto. Molti tuttavia i lati oscuri della vicenda; non è azzardato ritenere che le autorità religiose di Mosul abbiano voluto chiudere in fretta una vicenda che rischiava di trasformarsi in una miccia. Migliaia di cristiani, caldei e siro-cattolici, stanno fuggendo verso la Siria e la Giordania. Le elezioni del 30 gennaio potrebbero coincidere con l’inizio della «pulizia etnica» a spese delle minoranze che non saranno rappresentate nel parlamento dominato dagli sciiti. Fonti cattoliche di Mosul hanno osservato ieri che in città «non si vede un poliziotto da due mesi».
Come ha fatto notare ieri il Nunzio apostolico a Baghdad, monsignor Fernando Filoni, il rapimento di Mosul «rappresenta il culmine di una strategia contro la chiesa caldea e siro-cattolica». I terroristi stanno insomma cercando di scatenare la guerra di religione. Anche nel governo cresce la preoccupazione per quel che potrebbe accadere dopo il 30 gennaio. Per la terza volta in pochi giorni il premier Allawi ha parlato al telefono con Bush. Non si sa che cosa si sono detti; è tuttavia noto che anche Allawi vorrebbe rinviare il voto, ma su questo Bush e Blair sono apparsi irremovibili. Il problema prioritario è l’esclusione dei sunniti e ieri il ministro dell’Interno Falah Naqib ha lanciato oscure minacce dicendo che «non partecipare al voto equivale ad un tradimento». Noquib, che appartiene alla pattuglia di sunniti che si è schierata con Allawi, si è detto convinto che se questa comunità non prenderà parte al voto «ci sarà la guerra civile».
La situazione insomma sta precipitando mentre la regia del terrore dimostra una sempre maggiore capacità di colpire. Martedì si è saputo (Al Jazira ha trasmesso l’ennesimo video) che otto operai cinesi dipendenti di una ditta di Pechino che sta costruendo una centrale elettrica vicino a Baghdad sono stati rapiti. Nel filmato si vedono gli otto ostaggi circondati da uomini in armi. I terroristi pretendono che la Cina «prenda posizione» sulle situazione irachena salvando in tal modo la vita degli ostaggi. I diplomatici cinesi, per prima cosa, hanno preso contatto con gli Ulema sunniti di Baghdad. Nella capitale vi è stato anche un altro attacco suicida. Un kamikaze ha tentato di farsi esplodere davanti alla sede del partito sciita, attaccata innumerevoli volte. Individuato dalle guardie si è allontanato ed è tornato a bordo di un’autobomba che, esplodendo, ha ucciso almeno tre persone.