ogni anno la stessa storia, usa insolventi
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Onu in rosso per 2 mld di dollari: Usa insolventiIl bilancio delle Nazioni Unite è fortemente in rosso a causa dei mancati versamenti da parte di alcuni Stati membri. Lo ha denunciato il segretario generale Kofi Annan sottolineando che il pesante deficit che affligge l’organizzazione rischia di compromettere i programmi in Kosovo, Timor est, Sierra Leone e Congo. In particolare gli Stati Uniti non pagano da due anni, e se non verseranno almeno un acconto di 350 milioni di dollari su un totale di un miliardo e 600 milioni, perderanno il diritto di voto in seno all’assemblea.
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Mio caro Principe,
come sia potuta sfuggirmi questa tua ultima simpatica trovata, davvero non saprei. Speravi che non venissi a saperlo, vero? Ma per tua sfortuna, cucciolo reale, agli amichetti di Guerrilla non sfugge quasi nulla.
Principino, sai bene quanto il tuo paese abbia fatto per me e quante persone illuminate io abbia avuto la fortuna di incontrarvi; così, nel suo nome, sento il dovere di raccontarti una piccola storiella personale.
Listen carefully, MyLord.
Sono nata nella stessa città che diede i natali a un uomo, defunto due volte, di nome Primo Levi. Sono nata e vissuta a pochi isolati da casa sua. Moltissimi anni ci separavano, io ero una bambina e lui già anziano, ma fin da piccola avevo saputo tutto di quel signore con la barba bianca e lo sguardo vispo e triste che incontravamo ogni tanto a comprare il giornale o a prendere il caffè. Lo vedevo parlottare con mio padre, qualche volta, poche parole.
Ero al liceo quando ebbi l’occasione di passare un intero pomeriggio a casa sua; avevamo deciso di fare un lavoro di ricerca sull’Olocausto, a scuola, e mi chiesero, sapendo che lo conoscevo (anche se superficialmente), di chiedergli ‘udienza’.
Mio caro principe già senza speranza,
ricordo come fosse ieri la testimonianza straziante che quell’uomo ci diede quel pomeriggio.
Ricordo la sua dignità ma anche il terrore, che a distanza di decenni, ancora gli velava gli occhi.
Ricordo che mi tremavano le mani a ogni sua parola, parole che conoscevo bene perché le avevo lette, le avevo immaginate, le avevo studiate. Ma ti assicuro, principe del vuoto, che toccare i numeri tatuati sulla sua pelle e vedere gli occhi di quel signore elegante inumidirsi di fronte a una ragazzina che prendeva appunti fu, forse, una delle esperienze più toccanti e strazianti della mia vita.
Mi sorrise dicendo ‘Ti ho proprio vista crescere, sono felice di averti potuto aiutare. Il lavoro finito vorrei vederlo.’
Non ce ne fu il tempo, poco dopo si suicidò.
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.”
[Se questo è un uomo, Einaudi, 1958]
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ANDATE A PORTARE UN FIORE ALLA STREGA
LETTERA DI STREGA AL PRINCIPE HARRY Leggi l'articolo »
Il principe Harry si presenta ad una festa vestito da nazista?
compliments…
per noi è lo scemo del villaggio,
del resto, abbiamo sempre pensato che avere del sangue blu creasse qualche scompenso alla circolazione, specie al cervello.
Se poi questo nobile teppistello ha avuto la poco onorevole sorte di essere figlio
di un madre come Diana (santificata come padre pio ma con più la folla che fra i materassi di una maitresse di amsterdam)
e un papà come Charles (davvero no comment!)
proponiamo consiglio da parte di guerrilla, giacchè mancano realmente figure formative in quella vergognosa famiglia,
una fugace visita nel campo disterminio di Auschwitz, e una serie di incontri con i sopravvissuti al genocidio
previo controllo abbigliamento da indossare per l’occasione…
guerrilla radio
Harry the nazi, un piccolo nazista alla corte del re inglese Leggi l'articolo »
Il Senegal ha abolito la pena di morte per tutti i reati,
diventando il quarto paese dell’Africa occidentale a
rinunciare alla pena capitale. Il Senegal faceva parte del
gruppo di 32 paesi ‘abolizionisti di fatto’, dove la pena
capitale e’ prevista dal codice ma in pratica non viene
quasi piu’ applicata. Africa batte Usa 1 a 0.
Il Senegal abolisce la pena di morte Leggi l'articolo »
-Federico Garcia Lorca
Ho chiuso la mia finestra
perché non voglio udire il pianto,
ma dietro i grigi muri
altro non s’ode che il pianto.
Vi sono pochissimi angeli che cantano,
pochissimi cani che abbaiano;
mille violini entrano nella palma della mia mano.
Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime imbavagliano il vento.
e altro non s’ode che il pianto
spaciba
to
Mariposa
(che guerrilla senza posa)
dedicato a tutte le vittime di ogni pianto Leggi l'articolo »
Il malcontento tra i soldati americani, per quello che
succede in Iraq, cresce e aumentano i disertori.
Il programma 60 minutes della Cbs ha rivelato che,
dall’inizio della guerra, oltre 5.000 soldati hanno
disertato. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, la
Guardia Nazionale non e’ riuscita a raggiungere il
numero di arruolati sufficienti: cercava 56.000 uomini ne
ha trovati 51.000. Le richieste di congedo tra i riservisti,
erano 15 nel 2001, sono salite a 370 tra l’ottobre 2003 e
il settembre 2004.
L’Esercito ha dovuto richiamare in servizio 5.600 ex
soldati, ri-arruolabili solo in caso di emergenza
nazionale
cresIl malcontento tra i soldati americanice il Leggi l'articolo »
Ha vinto il vincitore logico,
successore designato del Rais non per natura ma per calcolo politico.
La pesante eredità del compianto Arafat,
ora nelle mani di Abu Mazen.
Ha vinto l’uomo simbolo di niente,
senza carisma
senza abbastanza intelligenza
furbizia, arguzia, trascinante simpatia
ma sopra ogni cosa
ha vinto
l’uomo che non ha vissuto la stessa sofferenza, il dolore,
l’esilio del suo popolo a differenza diuomini come il Rais deceduto
o Marwan Barghouti che marcisce in galera.
La mia speranza,
e ci sono molto buoni segni a proposito
ch dietro ad Abu Mazen ci sia un gran cerchio di nuove motivazioni,
soprattutto molti giovani,
e ogni decisione sia il frutto di una larga collettività che democraticamente si esprime.
Ci sono molte voci che devono farsi ancora sentire in Palestina
e
molti i cervelli e i cuori che pulsano per questa nuova ventata di speranza,
inshallah che tutto ciò per cui Arafat ha dato la vita venga ora onorato dalla nuova presidenza.
inshallah.
guerrilla radio
trasferendo il nostro augurio per una leadership illuminata Leggi l'articolo »
Schiacciante vittoria alle elezioni del candidato di Al Fatah
Bush accoglie con favore l’esito del voto palestinese
Gli exit-poll lo accreditano di una percentuale tra il 66 e il 70%
RAMALLAH – Con la schiacciante vittoria al capo dell’Olp Abu Mazen, i palestinesi hanno voltato pagina e aperto l’era del dopo-Arafat. Poco dopo la pubblicazione degli exit poll, Abu Mazen, si è proclamato vincitore, ed ha dedicato il successo al “fratello martire Yasser Arafat e al popolo palestinese”.
Il nuovo presidente dell’Anp ha anche promesso di lavorare per “porre fine alla sofferenza del popolo palestinese”.
Lo scrutinio si è svolto sotto gli occhi di centinaia di osservatori internazionali e di oltre 1.000 giornalisti stranieri, nonostante le difficoltà dovute alla presenza nei Territori delle truppe israeliane. Non sono stati registrati incidenti seri.
Stando agli exit poll, Abu Mazen, nome di battaglia di Mahmud Abbas, 69 anni, ha ottenuto fra il 66 e il 70% dei voti espressi. Il suo concorrente, l’indipendente di sinistra Mustafa Barghouti, non avrebbe superato il 20-24%. Nessuno degli altri cinque candidati ha ottenuto più del 4%. I risultati ufficiali saranno resi noti domani, al termine dello spoglio delle schede.
Appena conosciuti i dati dei primi exit poll, centinaia di militanti di Al Fatah si sono riversati nelle strade in diversi centri palestinesi ed hanno festeggiato sparando per aria. Molti palestinesi sperano che il nuovo leader riesca a fare uscire i Territori dalla situazione di anarchia e di povertà nella quale sono sprofondati negli anni dell’Intifada dei kamikaze, ed a raggiungere un accordo di pace giusto con Israele.
Il movimento di resistenza islamico Hamas, considerato la seconda forza politica palestinese dopo Al Fatah – che appoggiava Abu Mazen – ha boicottato il voto. C’era quindi forte attesa anche per i dati della partecipazione degli elettori al voto. Stando al presidente della Commissione elettorale palestinese Hana Nasser, la partecipazione degli iscritti è stata invece del 70% circa. Gli iscritti erano circa 1,7 milioni. Un risultato, se sarà confermato definitivamente domani, positivo per Abu Mazen che vede cosi rafforzata la propria autorità di fronte a Hamas.
Abu Mazen conquista cosi, meno di due mesi dopo la morte in Francia di Yasser Arafat, la poltrona di ‘rais’, dopo essersi chiaramente dichiarato durante la campagna elettorale contro la violenza, per la fine della “militarizzazione” della Intifada e per una ripresa di trattative di pace con lo Stato ebraico. Abu Mazen si è detto pure “ottimista” circa la possibilità di raggiungere un accordo con i gruppi armati, che ponga fine alla violenza.
Un incontro a breve con il primo ministro israeliano Ariel Sharon viene ritenuto molto probabile. Stando al ministro degli esteri palestinese Nabil Shaath, inoltre, non è escluso anche un vertice a tre con George W. Bush.
Il presidente americano George Bush si è detto “incoraggiato” dal voto dell’Anp aggiungendo di essere pronto ad aiutare i palestinesi affinchè realizzino le loro aspirazioni e a lavorare con il loro presidente nella prospettiva che Israele e la Palestina vivano fianco a fianco, in pace e sicurezza”.
Fra le prime decisioni del nuovo presidente ci sarà la scelta del primo ministro. Venerdì Abu Mazen ha già indicato che confermerà nell’incarico l’attuale premier Abu Ala (Ahmed Qrei), che con lui ha pilotato il perodo di transizione senza traumi scattato dopo la morte di Arafat, l’11 novembre. Il rinnovamento delle istituzioni palestinesi del dopo Arafat sarà completato il 17 luglio prossimo, quando si svolgeranno le elezioni politiche.
Per una coincidenza di date, la proclamazione ufficiale della vittoria di Abu Mazen, domani, interverrà proprio nel giorno in cui sarà formalmente presentato al Parlamento di Gerusalemme il nuovo governo di unità nazionale israeliano, formato dal premier Sharon e dal capo del partito laburista Shimon Peres. Un governo cui i laburisti hanno aderito proprio per realizzare il ritiro da Gaza e rilanciare il negoziato con la nuova dirigenza palestinese.
www.repubblica.it
Abu Mazen eletto presidente Leggi l'articolo »
di Stefano Benni
George Bush.
Sono arrabbiato per le reazioni isteriche del mondo a un evento naturale quale il maremoto asiatico. Questo inconveniente non deve farci dimenticare le gerarchie di importanza. Il vero problema del mondo, la prima e unica cosa di cui avere paura è il terrorismo. Ci ho messo anni a inventare questa balla americocentrica, e adesso non venitemi a dire che c’è qualcosa di molto più pericoloso e urgente. La catastrofe ecologica non fa rieleggere i presidenti e ostacola l’economia mondiale. Ci hanno subito accusato di essere tirchi, di essere capaci solo di invadere e sfruttare, non di aiutare. Ci hanno subdolamente chiesto: perché i mille satelliti che monitorano il pianeta metro per metro non sono serviti in un caso come questo? Rispondo: perché i satelliti li usiamo per motivi militari, e spiano i talebani, non gli tsunami. Va bene, ci sono state centoventimila vittime, ma questo è ricattatorio e poco elegante, noi non diamo mai i numeri dei morti nelle nostre guerre. In quanto al sud-est asiatico, non mi è simpatico, ci abbiamo già perso una guerra. Ho chiesto ai miei sponsor petroliferi, e mi hanno confermato che lì c’è poco petrolio e comunque le industrie estrattive sono rimaste intatte.
A chi ci accusa di spendere 1000 volte di più per gli armamenti che per le ricerche sui danni all’ecosistema io rispondo: sono eletto dai produttori di armi, non dai pescatori. E gli americani vanno in vacanza alle Hawai, dove il sistema di allarme tsunami c’è da anni. E’ ora di far tacere gli ecoterroristi aizzati da psudoscienziati e traditori come Rifkin, una banda di gufi predicenti che dovremo affrontare nuovi eventi catastrofici, come lo scioglimento della banchisa e il marasma alluvionale. Paroloni a vanvera. Preferisco il vecchio Bin Laden, che almeno parla di cose che conosco. Perciò continueremo a non firmare il protocollo di Tokyo, a trivellare l’Alaska, a abbattere foreste, a far girare per il mondo sottomarini nucleari, satelliti elettromagnetici e superpetroliere col buco. Ma non è vero che siamo tirchi, la faremo vedere a quei pezzenti dell’Onu. Ho preparato una grande coalizione umanitaria: purtroppo ultimamente ho speso troppo in bombe e manco di contanti, ma presto manderemo in Asia aerei pieni di dollari, bibite, tavole da surf e marines. Cacceremo fuori i soldi, basta che la smettiate di rompere col maremoto e che si ristabilisca una sana gerarchia dei media. La catastrofe climatica deve tornare al 26º posto, la paura del terrorismo al primo, le Borse al secondo e il calcio al terzo. E in quanto alla teppaglia dell’Onu, perché nessuno ammette che il maremoto è la prova della giustezza della mia guerra in Iraq? Saddam possedeva armi di massa, e ha pensato di liberarsene scaricandole in mare. Me l’ha detto Rumsfeld, e lui non dice mai bugie. Qualcuno ha lanciato l’allarme che ci saranno altri tsunami, forse anche sulle coste Usa. Impossibile, perché Dio è con noi. Ma se decidesse di attaccarci, non ci lasceremo intimidire.
Vladimir PutinQuale presidente del paese autore di alcune delle catastrofi ecologiche del secolo, da Cernobyl alla morte del lago d’Aral, devo dire che il sistema russo è migliore del vostro. Sia noi che voi ci rendiamo conto del disastro solo quando è avvenuto. Ma voi ne parlate un’ora dopo, noi diamo la notizia un anno dopo.
Silvio Berlusconi.Mi dispiace per le vittime ma non bisogna esagerare. In fondo le mia ville in Sardegna sono salve, e io i soldi in banca alle Cayman. Non è vero che le associazioni non governative si sono mosse molto più in fretta di noi. Siamo stati prontissimi. Fini ha imparato a memoria il prefisso dell’Indonesia in meno di un’ora. Abbiamo già avviato tutta una serie di iniziative preventive. Alzeremo di dieci metri il progetto del ponte di Messina. Ho mandato il mio euro di offerta attraverso Telecom. Ho detto a Emilio Fede che gli rimborserò personalmente il set di valigie e il baule delle tinture. Ma non dimentichiamo che i problemi dell’Italia sono ben altri: bisogna salvare l’economia, Dell’Utri e Previti, e soprattutto truccare le elezioni. Certo, centoventimila morti sono un bel problema, ma avete mai provato a spartire venti viceministri e sottosegretari? Inoltre ho dovuto lasciare il Milan per colpa di una legge ingiusta e bolscevica. Obiettivamente parlando, il Milan in diciotto anni ha vinto tutto, che cosa ha vinto la Thailandia? Comunque seguiamo la situazione ora per ora, e stiamo cercando l’efficiente Matteoli, che ancora non sa cos’è successo.
Giancarlo FiniSì, c’è stata un po’ di confusione, ma sono nuovo del mestiere. Noi di An siamo bravissimi a occupare i posti in consolati e ambasciate, molto meno a fornirli di fondi e farli funzionare. Ma non esageriamo. In fondo Gianni Morandi, Maldini, Inzaghi e Zambrotta si sono salvati. Non possiamo farci niente se la gente va in spiaggia senza documenti o si scorda di caricare il telefonino. Comunque ricordo a tutti di non partire per le Maldive, specialmente i pensionati che lì pullulano.
In quanto al competente Matteoli, l’ho trovato. Era al parco nazionale d’Abruzzo a vendere abeti natalizi. L’ho avvisato dello tsunami. Ci è rimasto molto male, e questa è la prova della sua serietà.
Attila MatteoliSono il competente ed efficiente Matteoli e so tutto sullo tsunami. E’ uno sport violento ma non credevo che potesse fare tanti morti. In quanto al maremoto, come dice il nome stesso, colpisce le case in riva al mare. Perciò bisognerà subito vendere la costa amalfitana e la riviera ligure perché così, se ci sarà un maremoto, non colpirà gli interessi italiani. Ho subito formato un pool di esperti formato da Rubbia, Zichichi, Milly Carlucci, Veneziani ed Albertazzi. Dopo una proficua riunione abbiamo stabilito che: a- l’asse terrestre si è spostato di dieci centimetri ma questo non avrà conseguenza sugli equilibri del governo
b- Sumatra si è spostata di trenta metri ma di questo passo si scontrerà con la Sicilia solo tra due milioni di anni.
c- l’Himalaia si è innalzata ma tanto non ci va quasi nessuno.
d- non firmeremo il protocollo di Kyoto perché Bush dopo Pearl Harbour non si fida dei giapponesi.
Abbiamo già posto in atto severe misure per difendere le nostre coste. Sull’Adriatico. Le sedie dei bagnini saranno alzate di un metro per poter avvistare onde anomale in anticipo.
Francesco RutelliNoi della sinistra abbiamo da tempo una visione globale e non locale della politica. Sappiamo bene che il problema del crollo dell’ecosistema pende su tutti noi ed è urgente attivarsi. Per questo chiedo a Mastella di recedere dal suo proposito di scissione. Stiamo preparando una commissione che elencherà i venti punti di maggior pericolo del mondo. Quando avremo deciso chi sarà il presidente e quando Parisi Prodi e Bertinotti la smetteranno di impuntarsi, potremo dare una svolta globale ed epocale alla ricerca. E ora preghiamo.
Roberto CalderoliSappiamo che tra i dispersi ci sono dei lombardi. Ebbene, ho letto da qualche parte che questa è la vendetta di un certo Poseidone. Sappia questo signore, il cui nome evidenza chiare origini meridionali, che abbiamo posto una taglia sulla sua testa, e che nessuno può toccare un padano, neanche in vacanza. Se qualcuno dice che siamo bravi a far propaganda, mentre per il Po c’è un piano anti-alluvione insufficiente e antiquato, rispondiamo: il Po, come la Lega, è esuberante e non può essere ingabbiato. Mi chiedo inoltre: perché da tre giorni non appaio più sui titoli del telegiornale? Conto forse meno di un cingalese?
Pierflavio CattaneoChiedo scusa se la televisione italiana ha dovuto rivoluzionare un poco i suoi schemi, sembrando per un attimo una televisione vera. Anche io sono d’accordo che una semplice onda anomala non può sconvolgere i nostri programmi. I miei padroni mi hanno già sgridato e torneremo in pochi giorni ai nostri palinsesti di rassicurante merda. Ma non resteremo certo immobili davanti alla sciagura. Abbiamo già pronte tre maratone televisive di raccolta fondi. E in quanto al problema che assilla tutti, posso rassicurarvi: l’Isola dei famosi non sarà sospesa, anzi si prevede un aumento di audience. Adesso però basta fango e sismologi, tra un mese dovremo aver scordato tutto.
Wall Street JournalBasta con le voci che mettono a repentaglio l’equilibrio dell’economia. Confermiamo che le Borse asiatiche reggono, non essendo fatte di paglia. Ricostruiremo i villaggi turistici ancora più belli di prima, sopraelevati e robusti. Consigliamo ai risparmiatori di investire in industrie farmaceutiche, potabilizzatori di acqua, e aree edificabili in montagna. Non c’è catastrofe su cui non si possa guadagnare in borsa, come l’undici settembre ha dimostrato.
PropostaModesta proposta del gruppo Lupo. Perché il manifesto non organizza in Italia una grande conferenza, una settimana di incontri sul disastro ambientale annunciato e vissuto? Chi può organizzarlo meglio di voi? Inoltre abbiamo deciso di versare aiuti soltanto su base comunale o regionale, a gruppi non governativi di cui si possano conoscere bene scopi e bisogni. Niente telefonini. Ci piacerebbe anche discutere su una nuova legge che renda meno lenta e difficile l’adozione degli orfani di guerra e di calamità.
DioIn ordine alle accuse di accanimento e strabismo pervenute a questa alta sede, si ricorda: A- agli atei che io non esisto e B- ai credenti che Mosè ce la fece grazie a un maremoto. Sul fatto invece che l’umanità non abbia mai inferto ferite così grandi alla terra e la stia mettendo in pericolo, sono d’accordo, ma non posso farci nulla. Per gli atei, vale la motivazione precedente A. Per i credenti: perché allora continuate a credere in quelli che la distruggono?
passata di qua da sister
strega
Il maremoto e i politici – stefano benni Leggi l'articolo »
4 gennaio 2005
I logisti di Emergency che si sono recati a Colombo per verificare le caratteristiche di un intervento di tipo sanitario a favore della popolazione colpita dal maremoto, stanno valutando, con il supporto del Dipartimento della Protezione Civile, incaricato del coordinamento delle operazioni, la tipologia del nostro intervento.
Nei prossimi giorni il personale di Emergency si recherà sulla costa est dell’isola, per un sopralluogo operativo e per definire una strategia di intervento efficace che permetta di offrire un servizio veramente utile alla popolazione, non solo nella fase di emergenza ma anche in seguito, se necessario. Nelle intenzioni di Emergency infatti, oltre a far fronte alla situazione sanitaria di oggi, c’è la volontà di creare un progetto che possa offrire assistenza anche nel lungo termine.
A seguito degli incontri con le autorità sanitarie locali si potrà valutare anche la composizione del team medico da inviare nello Sri Lanka.
Pur in una situazione di emergenza, riteniamo che solo una attenta e ponderata pianificazione degli aiuti e un coordinamento continuo con le altre attività presenti possano garantire la qualità dell’intervento e la buona gestione dei fondi ricevuti dai nostri sostenitori.
www.emergency.it
Sri lanka, l’emergenza chiama, emergency risponde Leggi l'articolo »
Non e’ la guerra né la fame né le malattie il vero dramma di questa epoca: la vera tragedia e’ l’indifferenza, che consente a tanta parte dell’umanità di restare insensibile di fronte alle sofferenze altrui. Nelle immagini, i turisti tornano a divertirsi sulle spiagge ridotte a cimiteri dalla catastrofe che ha colpito il sud-est dell’Asia il 26 dicembre scorso
turismi del cinismo tornano in asia Leggi l'articolo »
di redazione
09 Jan 2005
Il quotidiano saudita “Al Watan”, in un articolo di Fakhriya Ahmade, e il quotidiano iraniano “Jomhouri-ye Islami” [1] rivelano che alcuni rapporti militari segreti accusano l’esercito statunitense di stanza in Iraq di vendere organi umani espiantati dagli insorti iracheni uccisi durante le operazioni anti-guerriglia. Pubblichiamo ampi stralci dei reportages [2] “Rapporti segreti dell’intelligence militare europea mostrano che la missione umanitaria americana in Iraq si è trasformata in un redditizio commercio, sul mercato americano, attraverso l’espianto di organi umani da cadaveri e da feriti, prima che siano messi a morte, per la vendita a centri medici negli Stati Uniti”.
“Un squadra segreta di medici americani segue le truppe durante gli attacchi ad armati iracheni per garantire rapidi interventi per estrarre alcuni organi e trasferirli a sale operatorie private prima che vengano trasportati in America per essere messi in vendita”.
“I rapporti confermano il ritrovamento di decine di cadaveri mutilati o parti mancanti di cadaveri: se ne trovarono alcuni senza testa. Il comando militare americano non ha saputo offrire spiegazioni per lo sconcerto per le parti mancanti, e ha avanzato l’ipotesi che ciò sia dovuto alla penetrazione di proiettili nelle parti mancanti. Scuse insostenibili dal punto di vista medico”.
“I rapporti hanno confermato anche che i corpi venivano deliberatamente bruciati per nascondere il crimine dell’espianto di organi. E inoltre indicano che le squadre mediche americane hanno compiuto passi concreti e sospetti in Iraq per reclutare degli iracheni che li portassero dove c’erano morti e feriti gravi per procedere all’espianto di organi. Queste squadre offrono 40 dollari per ogni rene utilizzabile e 25 dollari per un occhio”.
“I rapporti confermano il ritrovamento di corpi mutilati a Falluja e indicano che i cadaveri vengono resi sterili in furgoni speciali per prevenire il diffondersi della peste fino a che i corpi non vengano seppelliti dai parenti. I rapporti hanno indicato che su un certo numero di prigionieri uccisi ad Abu Ghraib e in altre prigioni vennero eseguiti interventi per estrarne organi. Dopo queste mutilazioni ci si sbarazzava dei corpi che venivano abbandonati lontano dalla prigione per nascondere i fatti”.
“I rapporti hanno rivelato che le forze americane limitavano a forza l’accesso ai mezzi di informazione per impedire loro di avvicinarsi alla scena e di registrare gli eventi. Ma i congiunti degli iracheni li conoscono bene questi fatti”.
“I rapporti hanno anche indicato che le forze militari degli alleati europei hanno notato che mancavano organi nei cadaveri di cui si occupavano gli americani e ne hanno riferito agli alti comandi: questi a loro volta hanno dato loro istruzioni di mantenere il silenzio su questo punto e di evitare di parlarne data la sua gravità, mentre gli alti comandi militari e di intelligence hanno scritto rapporti segreti su quanto veniva rilevato dalle loro forze e li hanno inviati ai ministri europei della difesa per loro informazione”.
Note
[1] Jomhouri-ye Islami (Iran), 19 dicembre 2004. http://wwwjomhourieslami.com/1383/13830929/index.html.
[2] Al Watan (Arabia Saudita), 18 dicembre 2004.
Middle East Media Research Institute (MEMRI)
l’esercito Usa di espianta organi dai prigionieri e da vittime Leggi l'articolo »
L’altro tsunami – John Pilger racconta le apocalissi dimenticate
Le crociate dell’Occidente, Stati Uniti e Gran Bretagna, stanno portando alle vittime dello tsunami, aiuti inferiori al costo di un singolo bombardiere Stealth o di un mese di sanguinosa occupazione dell’Iraq. Il conto della festa di incoronazione di Gorge Bush, pagherebbe la ricostruzione di gran parte della costa dello Sri Lanka. Bush e Blair hanno incrementato la loro prima offerta d’aiuto solo quando è apparso chiaro che gente in ogni angolo del mondo stava spontaneamente offrendo milioni e che si sarebbe sollevato un problema di pubbliche relazioni. L’attuale “generoso” contributo del governo Blair corrisponde ad un sedicesimo degli 800 milioni di sterline spesi per bombardare l’Iraq prima dell’invasione ed appena ad un dodicesimo del bilione di sterline donate all’esercito indonesiano affinché potesse acquistare bombardieri Hawk.
Il 24 di novembre, un mese prima che lo tsunami colpisse, il governo Blair dava il proprio appoggio a una fiera delle armi a Jakarta, “volta ad incontrare l’urgente esigenza per le forze armate indonesiane di rinnovare le proprie capacità di difesa” – riportava il Jakarta Post. L’esercito indonesiano, responsabile per il genocidio di Timor Est, ha sterminato più di 20 mila civili e “insorgenti” ad Aceh. Tra gli espositori alla fiera spiccava la Rolls-Royce, che produce i motori degli Hawks, i quali, insieme ai veicoli Scorpion, alle mitragliatrici ed alle munizioni, fornite dai britannici, uccidevano e terrorizzavano la gente di Aceh, fino al giorno in cui lo tsunami ha devastato la provincia.
Il governo australiano, che attualmente si gloria della propria modesta risposta alla catastrofe che ha colpito i vicini asiatici, ha recentemente addestrato le forze speciali indonesiane Kopassus, le cui atrocità commesse ad Aceh sono ampiamente documentate. Questo è in linea con il quarantennale supporto dell’Australia al regime Indonesiano del dittatore Suharto, mentre le sue truppe macellavano un terzo della popolazione di Timor Est. Il governo di John Howard – noto per gli imprigionamenti di bambini in cerca d’asilo – sta al momento trasgredendo la legge delle acque internazionali, negando a Timor Est i propri diritti sulle royalties di petrolio e gas, per un valore di circa 8 miliardi di dollari. Senza questa entrata Timor, il paese più povero del mondo, non può costruire scuole, ospedali, strade o dare lavoro ai sui giovani, il 90 per cento dei quali è disoccupato.
L’ipocrisia, il narcisismo e la propaganda dei dominatori del mondo e dei loro tirapiedi sono al massimo. I superlativi abbondano a proposito delle loro azioni umanitarie, mentre l’informazione è dominata dalla distinzione tra vittime importanti e vittime che non contano nulla. Le vittime di una grande catastrofe naturale sono importanti (anche se non si sa per quanto) mentre le vittime prodotte da un disastro imperiale fatto dall’uomo, non contano e spesso neppure si menzionano. I reporter non possono raccontare cosa stava succedendo ad Aceh, con il sostegno dei nostri governi. Questa morale a senso unico ci consente di ignorare una catena della distruzione e del massacro che rappresenta un altro tsunami.
Consideriamo l’Afghanistan, dove non c’è acqua pulita e la morte alla nascita è frequente. Alla conferenza laburista del 2001, Tony Blair annunciò la sua famosa crociata per “riordinare il mondo” con la promessa: “Al popolo afgano noi facciamo questa promessa… non ce ne andremo… lavoreremo con voi per assicurare che si trovi una via per uscire dalla miseria…”. Il governo Blair stava allora per prendere parte a quella conquista dell’Afghanistan che avrebbe portato la morte di 25 mila civili. Durante quella grande crisi umanitaria nessun paese sofferse di più e nessuno ricevette meno aiuti. Solo il 3 per cento degli aiuti internazionali spesi in Afghanistan servì alla ricostruzione, mentre l’84 per cento era destinato alla coalizione militare guidata dagli USA e il resto delle briciole destinata all’emergenza. Quello che spesso è presentato come fondo per la ricostruzione è in realtà investimento private, come il 35 milioni di dollari che finanzieranno gli hotel a 5 stelle per stranieri. Un consulente del ministero per le politiche agricole di Kabul racconta che il suo governo ha ricevuto meno del 20 per cento degli aiuti promessi all’Afghanistan. “Non abbiamo neppure abbastanza soldi per pagare gli stipendi, figuriamoci il piano di ricostruzione”.
La ragione taciuta è che le vittime dell’Afghanistan sono quelle che contano meno di tutte.
Quando gli elicotteri americani hanno ripetutamente mitragliato un remoto villaggio di pastori, uccidendo 993 civili, un funzionario del Pentagono ha dichiarato: ” quella gente è morta perché noi la volevamo morta”.
Mi sono resto conto di questo altro tsunami quando raccontavo della Cambogia, nel 1979. Dopo un decennio di bombardamenti americani e delle barbarie di Pol Pot, la Cambogia era colpita come lo è oggi Aceh. Epidemie, carestia e la popolazione che soffriva di un trauma collettivo che in pochi sapevano spiegare. Tuttavia per nove mesi dopo la caduta del regime degli Khmer Rossi, nessun efficace aiuto arrivò dai governi occidentali. Al contrario venne imposto dall’ONU, su iniziativa di Occidente e Cina, un embargo che negava l’intero meccanismo di ricrescita ed assistenza. Il problema per i cambogiani era che i loro liberatori, i vietnamiti, stavano dalla parte sbagliata della guerra fredda, avendo da poco cacciato gli americani dal loro Paese. Questo li rese vittime che non contano.
Un simile e in gran parte non raccontato assedio è quello dell’Iraq durante gli anni Novanta ed intensificatosi durante la “liberazione” anglo-americana. Lo scorso settembre l’Unicef ha riportato che i casi di malnutrizione fra i bambini iracheni sono raddoppiati durante l’occupazione. La mortalità infantile è ora al livello del Burundi e più alta che ad Haiti ed in Uganda. La povertà cresce e c’è una costante mancanza di medicine. I casi di cancro stanno rapidamente aumentando, specialmente i tumori al seno, l’inquinamento radioattivo è diffuso. Più di 700 scuole sono state danneggiate dai bombardamenti. Dei miliardi che si dice siano stati stanziati per la ricostruzione dell’Iraq, solo 29 milioni di dollari sono stati spesi, la maggior parte dei quali per assoldare mercenari per proteggere gli stranieri.
Poco di tutto questo diventa notizia in Occidente.
L’altro tsunami causa nel mondo 24 mila morti ogni giorno, per povertà, per il debito, per i dividendi che sono il prodotto di quel superculto chiamato neoliberismo. Questo è stato dichiarato dalle Nazioni Unite nel 1990, quando fu indetta a Parigi una conferenza dei paesi ricchi allo scopo di implementare un “piano d’azione” per salvare i paesi poveri. Dieci anni più tardi, praticamente tutte le promesse fatte dai governi occidentali sono state infrante, rendendo le chiacchiere di Gordon Brown a proposito del G8 che condivide il “sogno britannico” di porre fine alla povertà, niente più che questo: chiacchiere. Pochissimi fra i governi occidentali hanno onorato la linea dell’ONU, allocando un misero 0,7 per cento del PIL per gli aiuti. La Gran Bretagna dà solo lo 0,34 per cento, facendo del proprio Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale una macabra barzelletta. Gli USA danno lo 0,14 per cento, la quota più bassa fra tutti i paesi industrializzati.
In gran parte all’insaputa ed al di là dell’immaginazione degli occidentali, milioni di persone sanno che le loro vite sono state dichiarate spendibili. Quando le tariffe, il cibo e i sussidi energetici sono eliminati sotto il diktat del FMI, i piccoli coltivatori e i senza terra sanno che si trovano davanti alla catastrofe, che è la ragione per cui i suicidi fra gli agricoltori sono un’epidemia. Solo i ricchi, dice il WTO, hanno il permesso di proteggere le proprie case, le proprie aziende e la propria agricoltura; solo loro hanno diritto ai sussidi per l’esportazione di cane, frumento, zucchero per scaricarli nei paesi poveri a prezzi artificialmente stracciati, così da distruggere . Only the rich, says the World Trade Organisation, are allowed to protect their home industries and agriculture; only they have the right to subsidise exports of meat, grain and sugar and dump them in poor countries at artificially low prices, thereby destroying mezzi di sussistenza e vite.
L’Indonesia, un tempo descritta dalla Banca Mondiale come “un modello per l’economia globale”, è un caso esemplare. Molti di quelli che sono stati travolti dall’onda erano stati espropriati dal FMI. L’Indonesia ha un debito insaldabile di 110 bilioni di dollari. Il World Resources Institute sostiene che questo tsunami fatto dall’uomo causa la morte di 13-18 milioni di bambini nel mondo ogni anno; 12 milioni di bambini sotto i 5 anni, secondo il Rapporto sullo Sviluppo dell’ONU. “Se in 100 milioni sono stati uccisi nel corso delle guerre formali del ventesimo secolo,” ha scritto il sociologo australiano Michael McKinley, “perché questi devono avere una visibilità privilegiata rispetto al bilancio annuale delle morti di bambini da parte dei programmi di aggiustamento strutturale a partire dal 1982?”.
Che il sistema che causa tutto questo abbia la democrazia come proprio grido di guerra è una presa in giro sempre più evidente alla popolazione del mondo intero. E questa consapevolezza crescente, offre qualcosa di più che una semplice speranza. Da quando i crociati di Washington e Londra hanno dissipato la simpatia per le vittime dell’11 settembre, per accelerare la propria campagna di dominazione, un’intelligenza collettiva pubblica ha cominciato a svegliarsi e a vedere Blair e Bush come bugiardi e le loro azioni come crimini. L’attuale flusso di aiuti per le vittime dello tsunami che parte dalla gente comune è uno spettacolare reclamo di politiche di comunità, moralità ed internazionalismo, negate dai loro governi e dalla propaganda delle multinazionali. Ascoltando i turisti tornati dai paesi colpiti, pieni di gratitudine per la gentilezza e la generosità con cui i più poveri fra i poveri hanno offerto loro rifugio e si sono presi cura di loro, si ha la percezione dell’antitesi con le politiche che si prendono cura solo degli avidi.
“La più formidabile dimostrazione di moralità pubblica che il mondo abbia mai visto”, la scrittrice Arundhati Roy ha descritto la rabbia contro la guerra che è esplosa nel mondo due anni fa. Uno studio francese stima che quel febbraio furono 35 milioni le persone che dimostrarono contro la guerra, una cosa mai successa in passato; ed era solo l’inizio.
Questa non è retorica; il rinnovamento umano non è un fenomeno, piuttosto la continuazione di una battaglia che in alcuni momenti può sembrare congelata, ma che è come un seme sotto la neve. Prendiamo l’america Latina, a lungo dichiarata dall’Ovest invisibile e rinunciabile. “I latinoamericani sono stati addestrati all’impotenza”, ha scritto Eduardo Galeano. “Una pedagogia discesa dalla colonizzazione, insegnata da soldati violenti, maestri timorosi e fragili fatalisti; ha radicato nei nostri spiriti l’idea che la realtà è talmente immutabile che tutto ciò che ci è dato di fare è ingoiare in silenzio le sofferenze che ogni giorno porta”.
Galeano (qualche giorno fa) stava celebrando la rinascita di una democrazia reale nella sua madrepatria, l’Uruguay, dove la gente ha votato “contro la paura”, contro la privatizzazione e le sue indecenze. In Venezuela, le elezioni municipali in Ottobre hanno aggiudicato la nona vittoria democratica all’unico governo nel mondo che divide la ricchezza del petrolio con la popolazione più povera. In Cile, gli ultimi gerarchi fascisti sostenuti dai governi occidentali, in particolare dalla signora Thatcher, vengono processati da rivitalizzate forze democratiche.
Queste forze sono parte di un movimento contro la disuguaglianza, la povertà e la guerra che è cresciuto negli ultimi sei anni ed è più diversificato, più intraprendente e più tollerante che mai. È un movimento non soverchiato dal liberalismo occidentale che crede di rappresentare una forma superiore di vita. I più saggi sanno che questo è il colonialismo sotto un altro nome. I più saggi sanno anche che la conquista dell’Iraq si sta sciogliendo, così anche l’intero sistema di dominio e impoverimento può essere sciolta.
John Pilger (tratto da The New Statesman)
traduzione di Anna Marchi– Megachip
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Il New York Times dice che lo tsunami uccide pure I bianchi!
Le immagini dello tsunami ci opprimono. Il costo incalcolabile in vite umane è salito e oltrepassa gli ottantamila morti. Circa un terzo delle vittime erano bambini, incapaci di sostenere la forza delle onde mostruose che hanno colpito senza preavviso. Nel mezzo di questa carneficina, alcuni dei principali media che hanno risonanza negli Stati Uniti hanno rivolto un’attenzione eccessiva al fatto che alcuni occidentali sono morti alla stessa maniera di migliaia di asiatici.
“Molti turisti sono stati uccisi” documenta il sottotitolo sulla prima pagina dell’edizione del New York Times di martedì (il suo titolo principale richiamava l’attenzione sull’alta percentuale di bambini che erano morti). “A parte rispetto all’immenso numero dei morti” riportava Seth Mydans per il Times “c’è stata la presenza d’un consistente numero di turisti stranieri che ha distinto questo disastro dai tanti tifoni e dalle inondazioni che ogni anno fanno molti morti nella regione”.
Avrebbe fatto bene se avesse semplicemente detto: anche i ricchi bianchi muoiono, così come ha elencato le varie nazioni europee che hanno perso connazionali. A suo onore va detto che è stato veloce ad aggiungere che “quelle cifre tuttavia sono esigue se paragonate con la devastazione sofferta principalmente da poveri pescatori, coltivatori e lavoratori che popolano le basse coste di queste nazioni del sud e del sud est dell’Asia”.
Il mercoledì, il Times ha insistito sulla stessa solfa con una storia in prima pagina di Craig Smith intitolata “Una tragedia nell’Asia condiziona tutti gli angoli d’un mondo più vicino”. Sebbene questa particolare ode alla globalizzazione ammettesse la “vera e propria calamità in Asia”, essa era riferita alle migliaia di turisti, la maggior parte europei, che ancora mancavano all’appello. “Finora è stata confermata la morte di solo cento europei” diceva, con i dispersi che erano circa tremila.
Ma questo dato impallidisce, se potessi usare la parola, rispetto agli asiatici che sono morti o scomparsi. Il Times non era il solo. La CNN ha dedicato spazio sulla sua homepage due giorni di fila a una modella in costume da bagno di Sport Illustrated che era riuscita a sopravvivere
. Ora, io so che alla gente piacciono storie di coinvolgimento umano. Ma focalizzare l’attenzione su quelle che riguardano persone con la pelle bianca suggerisce che alcune vite abbiano più valore di altre.
di Matthew Rothschild (traduzione di Pietro Andrea Annicelli)
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Sopravvissuto dopo undici giorni
Miracolo in Indonesia. Muhammad Zaini, un uomo di 70 anni è riuscito a sopravvivere per undici giorni sotto le macerie prima di essere estratto dai resti della sua abitazione distrutta dal terremoto e dal maremoto del 26 dicembre a Punta Alam, nella provincia di Banda Aceh, nell’isola di Sumatra. Il ritrovamento risale a giovedì, ma la stampa indonesiana lo ha reso noto solo sabato. L’uomo è ritrovato in stato di estrema debolezza con lesioni alla cassa toracica ma ancora vivo ed è stato ricoverato in un ospedale militare. Nel terremoto ha perso la moglie e sei figli. «I muri si sono sbriciolati e l’acqua mi ha portato via subito prima che una parete mi crollasse addosso», ha raccontato ai giornalisti. «Non so come, ma sono sopravvissuto. Non ho potuto fare altro che bere l’acqua di una pozza vicina perché non potevo muovere il corpo». Inoltre ha detto di aver perso conoscenza più volte e di aver avuto la sensazione di esser nutrito dagli uccelli.
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GERUSALEMME – “Le elezioni palestinesi non stanno procedendo bene a Gerusalemme Est”. Lo ha affermato l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, che sta monitorando l’affluenza nel seggio principale di questa città dove si vota negli uffici postali.
Secondo la rete televisiva Bbc, soldati israeliani starebbero impedendo a molti palestines si recarsi nelle urne a Gerusalemme Est, pur avendo i documenti in regola e la registrazione del comitato centrale elettorale palestinese. Stando a un osservatore indipendente, a oltre 500 palestinesi sarebbe stato impedito di
Gaza. L’esercito israeliano sta impedendo lo svolgimento regolare delle elezioni presidenziali in alcune zone dei territori. Lo ha dichiarato Mohammed Dahlan, ex ministro per la sicurezze interna palestinese molto vicino al candidato presidenziale Abu Mazen, denunciando il fatto che truppe israeliane ancora bloccano il passaggio con check point lungo la strada per Khan Yunis. Lo stesso Dahlan, che ha rilasciato la sua dichiarazione dopo aver votato nella cittadina della Striscia di Gaza, e’ stato bloccato al posto di blocco
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Jimmy Carter: elezioni palestinesi rese non regolari da Israele Leggi l'articolo »