Mio caro Principe,
come sia potuta sfuggirmi questa tua ultima simpatica trovata, davvero non saprei. Speravi che non venissi a saperlo, vero? Ma per tua sfortuna, cucciolo reale, agli amichetti di Guerrilla non sfugge quasi nulla.
Principino, sai bene quanto il tuo paese abbia fatto per me e quante persone illuminate io abbia avuto la fortuna di incontrarvi; così, nel suo nome, sento il dovere di raccontarti una piccola storiella personale.
Listen carefully, MyLord.
Sono nata nella stessa città che diede i natali a un uomo, defunto due volte, di nome Primo Levi. Sono nata e vissuta a pochi isolati da casa sua. Moltissimi anni ci separavano, io ero una bambina e lui già anziano, ma fin da piccola avevo saputo tutto di quel signore con la barba bianca e lo sguardo vispo e triste che incontravamo ogni tanto a comprare il giornale o a prendere il caffè. Lo vedevo parlottare con mio padre, qualche volta, poche parole.
Ero al liceo quando ebbi l’occasione di passare un intero pomeriggio a casa sua; avevamo deciso di fare un lavoro di ricerca sull’Olocausto, a scuola, e mi chiesero, sapendo che lo conoscevo (anche se superficialmente), di chiedergli ‘udienza’.
Mio caro principe già senza speranza,
ricordo come fosse ieri la testimonianza straziante che quell’uomo ci diede quel pomeriggio.
Ricordo la sua dignità ma anche il terrore, che a distanza di decenni, ancora gli velava gli occhi.
Ricordo che mi tremavano le mani a ogni sua parola, parole che conoscevo bene perché le avevo lette, le avevo immaginate, le avevo studiate. Ma ti assicuro, principe del vuoto, che toccare i numeri tatuati sulla sua pelle e vedere gli occhi di quel signore elegante inumidirsi di fronte a una ragazzina che prendeva appunti fu, forse, una delle esperienze più toccanti e strazianti della mia vita.
Mi sorrise dicendo ‘Ti ho proprio vista crescere, sono felice di averti potuto aiutare. Il lavoro finito vorrei vederlo.’
Non ce ne fu il tempo, poco dopo si suicidò.
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.”
[Se questo è un uomo, Einaudi, 1958]
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