«Quelle del 30 non sono vere elezioni» Intervista a Wadmidh Nadhmi, professore all’università di Baghdad, portavoce dei settori laici e religiosi «nazionalisti e moderati». Che volevano il voto ma non quello imposto dagli Usa e che chiamano a boicottarlo. Spiegando perché
Il Manifesto, 22 gennaio 2005
L’amministrazione Usa e i media «presentano l’Iraq come una popolazione di primitivi divisi in sette e tribù, con due soli soggetti: le forze della democrazia a favore delle elezioni e gli estremisti alla Zarqawi che non le vogliono. Non è affatto così. Al contrario sono proprio gli occupanti, prima con l’introduzione del criterio confessionale ed etnico nella scelta del Consiglio di governo, e ora rifiutando una gestione unitaria e democratica delle elezioni, a cercare di spingerci allo scontro fratricida per poterci dominare meglio. Noi democratici e progressisti arabi ci siamo orientati verso il boicottaggio solamente quando è stato chiaro che le elezioni servivano solo a legalizzare l’occupazione». Con questo duro giudizio sulla consultazione del prossimo 30 gennaio, Wamidh Nadhmi, rettore del Dipartimento di scienze politiche dell’università di Baghdad nonché esponente della corrente «nazionalista araba moderata» e portavoce del Congresso per la Fondazione nazionale dell’Iraq, ci introduce in quel vasto mondo di movimenti, partiti, intellettuali, esponenti religiosi e laici che hanno deciso di unire le forze per creare un’alternativa ai partiti filo-occupazione al governo e evitare che il paese scivoli verso una deriva etnica e confessionale.
Resistenza legittima
Ci riceve nella sua casa anni sessanta, dal giardino dolcemente degradante verso il Tigri, in un tranquillo salotto borghese con alle pareti i vari titoli accademici, le foto di figli e nipoti e, sulla parete sopra il divano damascato, un vecchio ritratto di Nasser.
Wamidh Nadhmi rappresenta un settore della società civile e politica baghdadiana, sopravvissuta alle mille sanguinose vicende del paese, che sin dal 2003 sta lavorando per cercare di dare una risposta «nazionale» all’occupazione e una rappresentanza politica a coloro che le resistono. Per quanto riguarda la resistenza agli occupanti l’oppositore iracheno e il suo movimento ne sostengono la piena legittimità ma condannano senza esitazioni quelle azioni dei gruppi alla al Qaeda che la isolano sia dalla popolazione sia a livello internazionale.
Il lento ma progressivo rafforzarsi di questa tendenza, totalmente ignorata sia dagli occupanti che dai media, è legato senza dubbio all’autorità e al prestigio dei suoi leader, noti per la loro opposizione o indipendenza dal passato regime.
Tra le componenti principali di quest’area politica in via di aggregazione, ci dice Wamidh Nadhmi, possiamo annoverare: la scuola sciita di Khadimyia dello sheik Jawad al Khalisi, primo focolare della rivolta antibritannica del 1920, la corrente nazionalista araba, lo sheik Hareth al Dari leader dell’Associazione degli ulema musulmani (che rappresenta circa 3000 moschee sunnite del paese), il Partito per le riforme democratiche costituito da ex membri del Baath perseguitati dal regime, un primo nucleo del nuovo Partito democratico-cristiano, alcuni intellettuali progressisti e marxisti che non condividono la subalternità del Partito comunista all’occupazione americana, oltre a rappresentanti delle varie nazionalità.
Dopo aver ricordato il suo rifiuto nel 2003 ad entrare a far parte del Consiglio di governo provvisorio – «perché sono stato sempre contro l’embargo e contro la guerra e perché non credo alla democrazia imposta con le baionette soprattutto se americane e britanniche» -, l’esponente nazionalista arabo torna a parlare delle ragioni del boicottaggio: «Noi siamo per le elezioni. Però queste devono essere parte di un processo che non legittimi l’occupazione ma che al contrario ne prepari il superamento. Com’è possibile fare delle elezioni senza neppure un censimento? Con le truppe straniere che pattugliano o bombardano le nostre città? Con delle liste delle quali conosciamo solo i primi due, tre nomi e tutti gli altri sono segreti? Con una commissione elettorale nominata dall’ex proconsole americano Bremer la quale ha il potere di impedire la partecipazione alle elezioni di qualunque lista o candidato? Con un solo collegio unico nazionale che taglia fuori tutte le minoranze locali?».
L’esponente dell’opposizione irachena si sofferma poi sulle richieste del suo movimento per arrivare a delle elezioni minimamente credibili: «Noi abbiamo proposto all’ambasciata Usa e all’Onu, che le elezioni si tenessero dopo una vasta consultazione, la formazione di un governo di garanzia, o almeno sotto un organismo internazionale composto da figure come Jimmy Carter, Nelson Mandela, Joshka Fisher, Amr Moussa. Per quanto riguarda la commissione elettorale ci siamo limitati a chiedere che ai membri voluti da Bremer fossero affiancati alcuni giuristi iracheni di fama. Per realizzare questo processo abbiamo poi chiesto un rinvio di alcuni mesi delle elezioni, un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe d’occupazione al di fuori delle città. O almeno un calendario per il ritiro». Le proposte dei democratici iracheni avrebbero avuto, continua Nadhmi, un’eco molto positiva anche sulla stampa internazionale ma la risposta Usa, pochi giorni dopo, l’8 novembre, sarebbe venuta con il via libera all’assalto finale a Falluja. A questo punto, l’Iraqi National Foundation Congress, con altri 75 gruppi, partiti e associazioni di vario orientamento, ha proposto il boicottaggio «lasciando però liberi i cittadini di votare o no senza cadere nella trappola di uno scontro politico sanguinoso tra iracheni».
«Dall’attacco a Falluja -continua – la situazione è precipitata e gli Usa hanno gettato la maschera. Un estremo tentativo di mediazione, per uno spostamento del voto di qualche mese in grado di coinvolgere tutte le forze del paese nel processo elettorale, tentato da un gruppo di autorevoli e noti esponenti politici, anche del partito del premier Allawi, tra i quali diversi ministri, riunitisi a casa di Adnan Pachachi (già alla guida del disciolto Consiglio di governo) aveva portato ad un accordo ma quella sera stessa una dichiarazione del presidente Bush ha bloccato tutto e chiuso la porta a qualsiasi dialogo».