2004

skull and bones…no comment

Dei candidati presidenziali, i quattro più importanti: George W. Bush, John F. Kerry, Joseph Lieberman e Howard Dean, sono membri attivi della più potente ed elitaria setta segreta d’America, la «Skull and Bones» («Teschio e Ossa», o «Teschio e Tibie») con sede all’università di Yale. Semplice coincidenza o prova provante che il Presidente degli Stati Uniti d’America, non viene eletto dal popolo ma bensì «scelto» dal potere occulto? Se è vera, come è vera quest’ultima ipotesi, l’eventuale e molto probabile vittoria di John F. Kerry (JFK!) sul “fratello” W. Bush, significherebbe un altro passo avanti del Nuovo Ordine Mondiale…

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Teschio & Ossa

Il segreto che unisce Bush e Kerry

 

Di Maurizio Molinari tratto da «La Stampa» 06/02/2004

 

Possibili rivali nelle urne il prossimo 2 novembre, George W. Bush e John F. Kerry hanno differenti vite alle spalle e opposte visioni della società americana, ma ciò che li accomuna è l’essere entrambi dei «Bonesmen», ovvero membri della elitaria setta segreta «Skull & Bones» (Teschio ed Ossa) nella quale vennero cooptati durante i rispettivi periodi di studio passati all’Università di Yale.Fondata 172 anni fa sul modello di analoghe associazioni segrete tedesche e con sede in un edificio di Yale denominato «The tomb» (la Tomba), la setta è fra le più esclusive, potenti e meno conosciute degli interi Stati Uniti. Per decenni ha ammesso solo i figli dell’aristocrazia «wasp» (bianca anglosassone e protestante) capaci di dimostrare di avere tre doti: pedigree famigliare e scolastico al di sopra di ogni sospetto, passione per l’avventura alle frontiere della natura e abilità nell’arte militare.

 

Nulla da sorprendersi, dunque, se la «Tomba» è diventata un’anticamera del potere americano: da qui sono passate tre generazioni di Bush, l’ex presidente William Howard Taft, l’ex ambasciatore americano nella Mosca di Stalin, Averell Harriman, il fondatore del settimanale «Time» Henry Luce, capi della Cia come James Woolsey, neoconservatori come il sottosegretario agli armamenti John Bolton e il braccio destro di Cheney, Lewis Libby, nonché schiere di 007, giudici della Corte Suprema, deputati, senatori e diplomatici inclusi Paul Bremer III, attuale capo dell’amministrazione militare alleata in Iraq, e democratici come John Kerry.
Quando si tratto di designare il nuovo capo della Sec (la Consob d’America) per far fronte agli scandali finanziari che hanno scosso Wall Street, George W. ha scelto William Donaldson, «Bonesmen» classe 1953. A Prescott Bush, nonno dell’attuale presidente, la tradizione attribuisce la guida del raid notturno per impossessarsi del teschio del capo indiano Geronimo che viene utilizzato nel rito di iniziazione come poggiapiedi del novizio, mentre è di pochi mesi fa lo «scoop» del giornale universitario secondo il quale l’ultima generazione di «Bonesmen» sarebbe riuscita a far di meglio, impossessandosi del teschio del comandante ribelle messicano Pancho Villa.

 

Ron Rosenbaum, editorialista del «New York Observer», ha dedicato trent’anni di lavoro a penetrare i segreti della setta spartana e fra le pratiche iniziatorie sulle quali ha raccolto testimonianze vi sono la lotta libera a corpo totalmente nudo e il dovere di confessare ogni dettaglio della passata vita sessuale stando stesi nudi dentro una bara, circondati dagli altri membri della setta seduti su dei panni in rituale silenzio, in una sala gelida e a luci basse.
«Riti e rituali di questa setta sono una via di mezzo fra Harry Potter e il conte Dracula – ha raccontato alla tv Cbs Alexandra Robbins, autrice del libro «Secret of the Tomb» – con alterni ruoli per personaggi come il Diavolo, il Papa e Don Chisciotte, che nomina “cavaliere di Euloga” il nuovo entrato posandogli una spada sulla spalla sinistra». Secondo alcune testimonianze raccolte, e rigorosamente anonime, al fine di impressionare le reclute uno dei primi «passaggi» è osservare una donna assatanata che pone un coltello insanguinato alla gola di un giovane.

 

Ogni anno vengono ammessi appena quindici nuovi membri: vengono selezionati dai loro compagni di corso più anziani e l’esito della scelta viene comunicato a sorpresa nella notte a ognuno di loro separatamente. Il rituale inizia con un rintocco alla porta della propria stanza. Così accadde anche nel caso di George W., che fu svegliato nel sonno e quando aprì si trovò di fronte il padre, George H. W. Bush, che senza neanche salutarlo e parlando con voce chiara e forte gli chiese di «fare la cosa giusta, entrare a far parte di “Skull & Bones” e diventare una brava persona».Essendo Kerry della classe 1966 e George W. di quella 1968, non si può escludere che i due si siano incrociati durante i rituali nella «Tomba». Il governatore repubblicano di New York George Pataki, altro «Bonesmen» e classe 1967, si è limitato a rilasciare in proposito al «New York Times» una dichiarazione bipartisan: «L’appartenenza di entrambi a “Skull & Bones” dimostra che tutti e due godevano del rispetto dei compagni».

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La ritualità è mirata a creare un legame indissolubile fra chi appartiene alla setta. Gli adepti sono vincolati al segreto perenne su quanto avviene nella «Tomba», ed è questo che determina una fratellanza inscindibile fra coloro che fanno parte della setta, che sarà messa a dura prova in caso di un’eventuale sfida Bush-Kerry.

 


Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sono caduti uno dopo l’altro i veti nei confronti di ebrei, afroamericani, omosessuali e – solo negli ultimi anni – donne, ma basta scorrere l’elenco dei circa 800 membri attuali per accorgersi che la grande maggioranza sono ancora soprattutto «wasp», legati da vincoli di parentela e amicizia.

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non votare kerry

Perché non voterò per Kerry

di Gabriel Ash

La scorsa estate ero a Nablus durante uno di quei regolari raid israeliani che distruggono ogni parvenza di vita normale in città. Centinaia di persone irate e coraggiose si erano radunate nel pomeriggio per affrontare i carri armati che avevano preso possesso della strada principale. La folla avanzava in circoli ampi e furiosi, migliorava la sua posizione, cercava riparo o attaccava, scansando le jeep della polizia di frontiera che imperversavano nelle strade, distribuendo granate assordanti e lacrimogeni.

Mentre correvamo – tutti correvano – nella strada del mercato, in cui alcuni banchetti erano stati dati alle fiamme, un giovane, con tra le mani  pezzi di cemento armato che intendeva lanciare contro i carri armati, corse di fianco a noi e rallentò un po’, seguendo il nostro passo, essendosi accorti che non eravamo del luogo. Ci chiese: “Vi piace Bush?”. In quel particolare momento, si trattava di una domanda paurosa. Pieno di adrenalina, risposi senza esitare: “Bush e’ un pazzo”. Il giovane corse verso i carri armati, lasciandosi noi alle spalle.

 
Che lanciare sassi contro i carri armati sia un gesto futile, e’ un cliché giornalistico. Errato. Certo, e’ un gesto simbolico, ma non futile. Ci vuole molto coraggio per affrontare con semplici pietre  un mostro d’acciaio di 60 tonnellate; l’impotenza del sasso nel fermare il carro armato sottolinea solo l’impotenza del carro armato nel fare ciò che e’ suo obiettivo fare: terrorizzare la gente.

Paragonato a ciò, gettare nell’urna una scheda elettorale per le elezioni presidenziali del novembre 2004 richiede molto meno coraggio personale ed e’ molto più futile. Eppure, il lanciatore di pietre mi sfidò a proposito delle mie scelte elettorali. Come rispondo?
Per me, il giovane di Nablus rappresenta i miliardi di diseredati, gente il cui destino, e spesso la cui stessa vita e morte, viene decisa a Washington dal presidente degli Stati Uniti e che non ha alcun modo di scegliere quel presidente.

Alcuni di quei diseredati sono americani – prigionieri, ex detenuti e gente in libertà condizionale, ad esempio. Ci sono anche i cento milioni di americani che hanno deciso di rinunciare al voto. Tuttavia, la grande maggioranza di diseredati non sono cittadini americani. Se gli USA si facessero i fatti loro, non ci sarebbe alcun bisogno di essere preoccupati sulle preferenze presidenziali da parte dei non-cittadini. Ma il governo USA ritiene che sia un suo diritto concesso da Dio quello di determinare il destino degli abitanti di luoghi come Nablus. Dalle città sci’ite dell’Iraq del sud ai villaggi indigeni della Bolivia, gli USA ritengono di poter determinare chi vivrà, chi morirà, chi sarà represso e chi governerà e, in particolar modo, in quale direzione fluirà il denaro. Il presidente USA e’ l’imperatore non eletto del pianeta.

E allora, nel momento in cui compio il gesto simbolico del voto, qual e’ la mia responsabilità verso queste persone? Quando esercito il mio diritto di voto, in quale modo prendo in considerazione gli interessi ed i desideri di coloro che non hanno questo privilegio?

Come membro della classe dei consumatori americani, mi e’ chiaro che John Kerry sarebbe un presidente migliore di George Bush, per me e per tutti coloro che conosco personalmente. Non che questa sia una sfida – il pomo della mia porta di casa sarebbe un presidente migliore di George Bush.
Ma la presidenza di John Kerry non ridurrà l’amarezza della vita a Nablus. I carri armati israeliani continueranno a rullarvi, sostenuti dal supporto finanziario e protetti dall’immunità diplomatica USA. Nablus continuerà a morire di morte lenta e soffocante, secondo i piani guida dei “ripulitori etnici” israeliani approvati dagli USA. Con Kerry alla Casa Bianca, gli iracheni continueranno a morire per il diritto di liberarsi dall’occupazione straniera. La guerra contro i contadini sud-americani si intensificherà,  combattuta  con le leggi del “Libero Commercio”, con i fondi della “guerra alla droga” o con intervento militare diretto.

Io non posso fermare i carri armati, ma, ala mia prossima visita a Nablus, non voglio dover mentire sul mio voto. Non voglio dover spiegare che non condivido il supporto di Kerry per la pulizia etnica, nonostante abbia votato per lui. Suonerebbe come una scusa che non sta in piedi, ed in effetti lo e’. Non voglio essere costretto ad ammettere ad i miei ospiti che ho votato per Kerry per la sua politica pensionistica e della sicurezza personale, dimenticandomi di Nablus e di ciò che i suoi abitanti subiscono. Il giorno delle elezioni, invece, io non dimenticherò Nablus e non voterò per Kerry.

So che molti lo considereranno un tradimento. C’e’ un silenzio assordante su Kerry tra la leadership progressista, un silenzio vergognoso che intende nascondere la familiare discussione:  e’ giunto il momento, oggi più che mai,  di votare strategicamente per il male minore. Bush sta distruggendo l’America e fermarlo deve essere la priorità assoluta. Questa argomentazione sarebbe più convincente se non fosse spolverata e dispiegata ogni quattro anni.

E’ un’argomentazione che sembra compiacere i demografi progressisti chiave. Il terrore palpabile che Bush evoca nel cuore di molti americani e’ ben fondato. Bush e’ una minaccia diretta per le finanze ed il benessere della classe media. Per quello che concerne i nostri problemi interni, vi e’ una differenza reale tra Bush e Kerry.
Tuttavia, più ci allontaniamo da casa, più le differenze si accorciano. Per il 50% degli americani, la differenza e’ probabilmente troppo piccola per giustificare la corsa alle urne. Per le vittime dell’imperialismo americano, non vi e’ alcuna differenza. Si tratta di scegliere tra due differenti impegni a bombardarle per ridurle alla sottomissione. La prossima elezione non sarà un referendum sull’impero americano, ma una gara sull’abilità di gestirlo. Kerry dichiara che lui sarebbe un amministratore migliore dell’impero. Pacificherebbe meglio l’Iraq, imporrebbe meglio le soluzioni USA al Medio Oriente, sottometterebbe meglio il mondo alla volontà americana. Forse e’ vero, ma perché dovremmo aiutarlo? Qual e’ la nostra posta nel migliorare la qualità della gestione dell’impero? Molti di noi hanno una posta in gioco, e questo può essere il problema.

L’argomentazione “tutti tranne Bush” e’ oggi un mezzo per proteggere gli interessi personalifingendo un alto senso di responsabilità. Quando si dice che tutti sono meglio di Bush, non si dice che anche noi abbiamo una posta in palio nel successo del dominio mondiale degli USA. In questo contesto, la cattiva gestione di Bush rappresenta un pericolo per noi perché minaccia di distruggere l’impero e, con esso, lo stile di vita relativamente sicuro di coloro che riescono a vivere bene all’interno del mostro.

Ma possiamo onestamente dire che un imperialismo americano meglio gestito renda il mondo un posto migliore anche per gli altri? Il fatto che la maggior parte del bilancio versato per la ricerca alle università americane abbia a che fare con lo sviluppo di modi sempre più efficaci per infliggere la morte, aiuterà i popoli della terra? L’eventuale vittoria americana in Iraq beneficerà quegli americani che non possono permettersi le cure mediche?

Il giorno delle elezioni, abbiamo una scelta. Possiamo votare o la nostra complicità con l’imperialismo o la nostra solidarietà verso le sue vittime. 
Io non discuto sul fatto che “peggio e’, meglio e'”. Se lo facessi, invocherei il voto a favore di Bush. Ciò che voglio dire e’ che non so quale presidenza – Bush o Kerry – sia migliore per coloro che non hanno diritti. Non lo so in parte perché questo non e’ un argomento da campagna elettorale. Entrambi i contendenti si sono impegnati ad estendere e rafforzare la potenza finanziaria e militare USA, senza alcuna considerazione per le sue vittime, in patria ed all’estero.

Il “voto strategico”, dunque, si limita a ciò che e’ “strategico dal punto di vista dei miei interessi ristretti”. Il conflitto sulla opportunità di votare “per il male minore” e’ (mal) rappresentato come un conflitto tra  pragmatismo e idealismo  – “qualcosa e’ meglio di niente” contro il “tutto o niente”. E’ invece un conflitto tra la morale ed il ristretto interesse personale

Lasciamo a coloro che supportano l’imperialismo il dibattito su come gestire al meglio l’impero. La cosa giusta da fare e’ usare il nostro potere per votare, simbolicamente, il nostro rifiuto a contribuire ad una conversazione civica sulla qualità della gestione e del dominio imperiale. E’ un gesto quasi futile, ma non completamente; e’ un atto di solidarietà con i diseredati.

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TOLSTOJ sulla guerra

“Ogni guerra, anche la più mite, con tutte le consuete conseguenze, la distruzione, le rivolte, i saccheggi, le rapine, gli stravizi, le uccisioni, con le scuse della necessità e della legittimità, con l’esaltazione delle gesta militari, con l’amore della bandiera e della patria, con le finte premure pei feriti, perverte in un solo anno più gente che non migliaia di saccheggi, d’incendi, di omicidi commessi durante un secolo da persone isolate spinte dalle passioni”

-LEV TOLSTOJ-

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Pearl Jam contro Bush: Vote For Change tour

Parte stasera da Filadelfia una settimana di concerti
Le grandi star americane in piazza per sostenere Kerry   Il rock in viaggio contro Bush
   Springsteen guida la carovana       dal nostro inviato ALBERTO FLORES D’ARCAIS

 

MIAMI – Undici Stati, trentatrè città, più di venti grandi artisti del rock, decine di concerti. Il “Vote For Change Tour” parte stasera da Filadelfia e altre cinque città della Pennsylvania e per una settimana porterà in giro per gli States alcune delle più grosse rockstar accomunati da un unico scopo: quello di far perdere le elezioni a George W. Bush.

Un’idea nata quasi per gioco prima dell’estate, buttata lì in qualche chiacchiera al bar o dietro un palcoscenico e che ha subito entusiasmato gente del calibro di Bruce Springsteen, Pearl Jam, Dixie Chicks, R. E. M e tanti altri. A tessere le fila due organizzazioni, “America Coming Together” e “MoveOn. org” che stanno mobilitando i giovani perché vadano in massa alle urne (o votino per posta) il 2 novembre nella speranza che la nuova generazione dia una spallata decisiva al presidente repubblicano.

Più che “per Kerry” i “rocking rebels”, come li ha definiti il quindicinale Rolling Stone, sono “contro Bush”. A quello che è uno dei principali leit-motiv di questa campagna elettorale, una sorta di “turatevi il naso” all’americana, i giovani sono ancora più sensibili e visto che ai giovani è più facile parlare con la musica che con gli slogan politici non ci è voluto molto a musicisti convinti della necessità di cambiare l’inquilino alla Casa Bianca e abituati a “dialogare” con decine di migliaia di ragazzi quale fosse la cosa migliore da fare: mettersi insieme e girare l’America.

Il risultato è la più grande serie di concerti rock a fine elettorale che ci siano mai stati in America e nel mondo intero. Perché se è vero che l’impegno dei rockers su questioni umanitarie, ecologiche e sociali data da lungo tempo per trovare delle analogie con il “Vote For Change” bisogna risalire agli anni Sessanta (per quanto riguarda l’America) o al periodo della Thatcher per i gruppi inglesi. Bisogna tornare a quella “convention” democratica del 1968, in piena guerra del Vietnam, quando a Chicago vennero organizzati diversi concerti per sostenere una candidatura “pacifista”. Si sa come andò a finire quella volta, con la convention e la città sconvolte dalle manifestazioni e dalla violenza della polizia e con quello che diventò un grande inno rock immortalato da Crosby, Stills, Nash e Young nella celebre “Chicago”.

 

Questa volta l’organizzazione ha pensato in grande: battere per una settimana tutti i “battleground states”, gli Stati in bilico dove anche poche decine di migliaia di voti (il pubblico di un concerto) possono far girare le fortune dalla parte di una candidato “registrando” e convincendo il più alto numero di giovani “potenziali” elettori. Il fine è ben dichiarato, chi compra i biglietti appoggia di fatto il partito democratico, anche se lo scopo è quello di raccogliere fondi “per educare gli elettori, mobilitarli, fare del porta a porta e aiutarli ad andare alle urne” e se nessuno dei protagonisti manifesta un amore spassionato per John Kerry.
Gli artisti hanno risposto altrettanto in grande, basta guardare l’elenco di chi ha aderito all’iniziativa: Pearl Jam, Bruce Springsteen, R. E. M., Dave Matthews Band, Jurassic 5, Dixie Chicks, Death Cab for Cutie, James Taylor, Ben Harper, My Morning Jacket, Jackson Browne, Bonnie Raitt, John Fogerty, Keb’ Mo’, Bright Eyes, John Mellencamp, Kenny ?Babyfacè Edmonds, John Prine, Tracy Chapman.

Il piatto forte della “prima” di stasera è quello in programma al Wachovia Center di Filadelfia, la città dei “padri fondatori” e della Costituzione americana che secondo gli organizzatori e i cantanti George W, Bush ha “tradito”. Sul palco accanto a “The Boss” suoneranno la fedelissima E Street Band e i R. E. M ed è prevista anche la presenza dell’amato ex Creedence Clearwater Revival, John Fogerty. Un concerto che segue di 24 ore il primo dibattito presidenziale di Miami, considerato la cartina di tornasole per capire se Kerry – indietro in tutti i sondaggi – avrà la forza per rimontare. Alla vigilia anche un uomo poco incline ai discorsi pubblici come Bruce Springsteen ha voluto dare un consiglio al candidato democratico, accusato da una buona fetta del suo stesso partito di aver fatto una campagna elettorale finora troppo “morbida”: “la corsa alla Casa Bianca è come il campionato del mondo dei pesi massimi: nessuno ti dà il titolo, bisogna
prenderselo”.

Anche per il “Boss” che in passato ha evitato prese di posizione politiche troppo nette è arrivato il momento di agire: “Sulla guerra in Iraq penso che siamo stati fuorviati. Penso che siano i nostri governanti stati fondamentalmente disonesti e abbiano spaventato e manipolato il popolo americano per mandarlo in guerra. Io credo che la dottrina di Bush sull’intervento preventivo sia stata una politica estera pericolosa e non credo che abbia reso gli Stati Uniti più sicuri”. Gran finale a Washington, l’11 ottobre, tutti insieme.

www.repubblica.it

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ucciso un italiano iracheno

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Ucciso un iracheno che viveva in Italia

 

Si tratta di Ayad Anwer Wali, iracheno residente a Castelfranco Veneto dal 1980. Morto anche un turco. «Erano due spie», dice il commando terrorista nel video recapitato all’agenzia AFP

 
Sono stati stati uccisi a colpi di kalashnikov l’italiano di origine irachena Ayad Anwar Wali, 44 anni e il turco Yalmaz Dabja, di 33 anni. Il video della loro eliminazione, datato 2 ottobre e recapitato all’agenzia di stampa AFP, dura poco più di un minuto e mostra i due ostaggi inginocchiati e con gli occhi bendati davanti a cinque uomini armati e incappucciati che si autodefiniscono combattenti di Allah.

I terroristi, dopo aver proceduto alla lettura di un comunicato in cui i due vengono definiti spie al soldo dei servizi segreti «turchi, iraniani, israEliani», li uccidono con alcuni colpi di fucile mitragliatore sparati sulla nuca.

LA «CONFESSIONE»
Prima di morire, Wali, definito dai rapitori «un italiano di origine turcomanna irachena», confessa «di essere rientrato in Iraq dopo la guerra» e di aver stabilito contatti con i servizi segreti «israeliani che volevano acquistare uranio e mercurio rosso», con quelli turchi, «che mi hanno chiesto di uccidere Jalal Talabani» (il leader dell’Unione patriottica del Kudistan, ndr) e con quelli «iraniani».
Anche l’ostaggio turco procede alla confessione estorta sotto l’occhio della telecamera: gli «007 turchi mi hanno offerto dieci milioni di dollari» mentre quelli israeliani, dice, «30 milioni di dollari» per avere mercurio rosso.

VIVE A CASTEL FRANCO VENETO
Ajad Anwar Wali, del quale aveva parlato il ministro degli Esteri Frattini dopo la liberazione delle due Simone, era stato rapito il 31 agosto.
Nato in Iraq, viveva e lavorava a Castelfranco Veneto dal 1980, dove aveva aperto uno studio per la sua attività, ma non aveva la cittadinanza italiana. Tempo fa aveva avviato, a Baghdad, un ufficio per la promozione di prodotti italiani nel mondo arabo.
Nel gennaio 2004 il fratello Emad lo aveva raggiunto da Treviso per portargli cataloghi e listini delle ditte con cui lavorano, ed era subito ripartito per il Veneto. I due fratelli si erano sentiti per telefono fino a quel drammatico 31 agosto, giorno del sequestro. Da allora nessuno aveva avuto alcuna notizia dell’italo-iracheno. Tuttavia, non passava giorno che la sorella di Ajad, che risiede a Baghdad, non si recasse alla centrale di polizia per cercare di avere notizie del fratello.

LA DISPERAZIONE DELLA FAMIGLIA
Il fratello di Ayad Anwar Wali, che lavorava con lui nel settore dell’arredamento, ha ricevuto dalla Farnesina la conferma dell’uccisione. «E’ stato ucciso perchè era italiano, ma il governo non ha mai mosso un dito» ha commentato tra le lacrime Emad Wali

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coloni israeliani attaccano volontari pacifisti

Palestina: coloni israeliani aggrediscono due volontari internazionali 


MEMBRI DEL CHRISTIAN PACEMAKER TEAM ATTACCATI E FERITI GRAVEMENTE DA COLONI SULLE COLLINE A SUD DI HEBRON

 

29 settembre 2004

Alle 7.15 circa della mattina di mercoledì 29 settembre 2004 alcuni coloni hanno attaccato i membri del CPT (1)Chris Brown e Kim Lamberty mentre accompagnavano bambini a scuola. I bambini, del villaggio di Tuba, avevano subito in passato molestie da parte dei coloni mentre si recavano a scuola nel villaggio di al-Tuwani.

I cinque coloni, vestiti di nero e mascherati, arrivavano da un avamposto del vicino insediamento di Ma’on e hanno attaccato Brown e Lamberty muniti di una catena e una mazza. Tutti i bambini sono riusciti a salvarsi scappando verso le loro abitazioni.

I coloni hanno spinto a terra Brown, lo hanno frustato con una catena e colpito alle costole che hanno perforato un polmone. Hanno colpito e percosso le gambe di Kimberly. Ora non è in grado di camminare a causa di una ferita al ginocchio e ha un braccio fratturato. I coloni hanno anche rubato il marsupio di Lamberty che conteneva il suo passaporto, denaro e il cellulare.

Lamberty e Brown sono stati trasportati dall’ambulanza all’ospedale di Soroka a Beer Sheva per le cure. Rich Meyer, referente del team di supporto di Hebron, ha riportato che i due membri del CPT gli hanno riferito di avere ricevuto un trattamento eccellente da parte dei dottori israeliani.

I bambini di quattro piccoli villaggi palestinesi devono recarsi a piedi a scuola nel villaggio di al-Tuwani. Poiché i coloni hanno infastidito i bambini sin dall’inizio della scuola a settembre e la polizia israeliana non interviene per evitare gli attacchi, gli abitanti hanno chiesto la protezione degli internazionali. Una coalizione comprendente il Christian Pacemaker Team, il gruppo israeliano Tayush e alcuni membri di Operazione Colomba (2), una organizzazione italiana cristiana che svolge un lavoro di accompagnamento simile a quello del CPT, dal 12 settembre hanno stabilito una presenza nel villaggio di al-Tuwani. I tre gruppi si sono inizialmente impegnati ad accompagnare i bambini per un periodo di sei settimane, dopo che i membri di queste organizzazioni, ogni volta che hanno perlustrato l’area, sono stati testimoni di attacchi da parte dei coloni sui bambini.

Il Christian Pacemaker Team, Operazione Colomba e Tayush prevedono di continuare ad accompagnare i bambini a scuola ad al-Tuwani.

I giornalisti che desiderassero avere maggiori informazioni possono contattare il referente del team di supporto di Hebron: Rich Meyer 574-202 3920.

(1) Il Christian Pacemaker Team (CPT) è un’iniziativa ecumenica per sostenere chi si sforza di ridurre la violenza in tutto il mondo.

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kofi annan: salvate i civili palestinesi

Palestina : Kofi Annan , Israele rispetti le vite dei civili

di Rico Guillermo

 

L’intensificarsi delle violenze in Medio Oriente con le recenti morti di civili durante i combattimenti, hanno indotto il segretario generale dell’ONU Kofi Annan a richiamare Israele perche’ assicuri la salvezza dei Palestinesi innocenti.

Il portavoce di Annan, Fred Eckhard, ha detto che “il segretario generale ed i suoi rappresentanti nella regione hanno ripetutamente chiamato il governo di Israele a rispettare l’inviolabilita’ delle istituzioni ed installazioni dell’ONU ed in particolare ad astenersi da ogni azione a danno della vita e della salute” specialmente dei bambini.

Annan ha deplorato la crescita di violenze nei territori palestinesi occupati ed in Israele. Ha ricordato una bimba di 10 anni, Raghda Adnan al-Assar, morta il 22 settembre dopo essere stata ferita alla testa da un proiettile mentre era seduta nel suo banco nella scuola elementare allestita dall’agenzia per i rifugiati dell’ONU di Khan Younis due settimane prima.

Il 27 settembre e’ stato invece ucciso un uomo in un’altra installazione ONU, mentre un consulente dell’ONU e’ stato seriamente ferito da uno sparo mentre lavorava a Rafah. Gli edifici dell’ONU e delle sue agenzie dovrebbero essere protetti dalle leggi internazionali.

Nel suo intervento di ieri sera all’assemblea generale dell’ONU, il presidente della delegazione di osservatori palestinesi Farouk Kaddoumi ha ringraziato Kofi Annan per gli sforzi fatti per armonizzare le relazioni internazionali ed assicurare il rispetto dei principi della Carta e delle leggi con lo sguardo alla pace e sicurezza internazionale.

Il rappresentante della Palestina – dopo aver ricordato le cause infondate della guerra in Iraq che a suo dire ha aggiunto un “danno alla gia’ esistente grave situazione” del Medio Oriente – ha chiesto che la sovranita’ e l’autodeterminazione del Paese mesopotamico vengano rispristinate.

Kaddoumi ha ricordato che Israele e’ “l’unica potenza nucleare in Medio Oriente”, puo’ contare sull’appoggio degli USA e possiede un esercito organizzato con armi sofisticate ma non guarda troppo ai diritti umani ed alla vita altrui, danneggiandola con impunita’. L’inviato dell’Autorita’ nazionale palestinese ha citato “gli assalti quotidiani alle pacifiche citta’ ed ai villaggi, la demolizione delle case…. la distruzione di antichi frutteti, oliveti e cedri, le uccisioni” e le limitazioni imposte.

La sproporzione della potenza di fuoco, secondo Kaddoumi , e’ alla base delle 3200 morti e delle migliaia di ferimenti che sono a tutti noti. Circa 8000 Palestinesi sono detenuti senza processo in condizioni pietose.

Il diplomatico palestinese ha ricordato la decisione assunta all’unanimita’ dal consiglio di sicurezza dell’ONU sulla Roadmap e mai applicata, chiedendo che la sua realizzazione sia finalmente presa a cuore dai grandi del mondo.

Kaddoumi ha citato la lettera di assicurazioni del 14 aprile inviata da George Bush ad Ariel Sharon, nella quale si dice che “gli Stati Uniti supportano lo stabilirsi di uno Stato Palestinese che sia percorribile, contiguo, sovrano e indipendente cosicche’ il popolo palestinese possa costruire il suo futuro in accordo con la visione della Road Map”. Bush aggiungeva che Israele dovrebbe avere confini sicuri e riconosciuti, ma ne’ Bush ne’ Sharon identificano topograficamente tali frontiere.

Il presidente USA aggiungeva nella lettera che “gli Stati Uniti sono fortemente interessati alla sicurezza di Israele ed a realizzare uno stato ebraico”. Il delegato palestinese ha osservato che Bush sembra dimenticare che il 20% della popolazione di Israele non e’ ebraica, e rileva che Tel Aviv non ha ancora chiarito cosa ritenga ebraico. Tale concezione, a giudizio di Kaddoumi, rischia di produrre inevitabilmente la creazione di una societa’ razzista.

Kaddoumi ha ricordato anche l’impegno preso dall’alto commissario UE Javier Solana il 15 aprile 2004 per la costituzione di uno stato palestinese sovrano e indipendente. Anche il giudizio della Corte di Giustizia de L’Aja e’ stato menzionato nell’intervento, unitamente alla risoluzione ONU.

La parola passa ora ad Israele, ha concluso Kaddoumi, sottolineando che Tel Aviv deve mostrare il suo impegno nel rispondere alle sollecitazioni della comunita’ internazionale.

http://www.osservatoriosullalegalita.org/societa/globe/globe.htm

http://www.osservatoriosullalegalita.org/

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strage a gaza

Israele : continuano combattimenti nella striscia di Gaza di red

L’esercito israeliano ha preso il controllo di una fascia di nove chilometri in prossimita’ del campo di rifugiati palestinesi di Jabaliya nel nord della striscia di Gaza. Lo scopo e’ prevenire il lancio di missili da parte dei militanti palestinesi nella citta’ israeliana di Sderot.

Piu’ di 50 Palestinesi, incluso molti civili, sono stati uccisi dagli Israeliani in una operazione della durata di tre giorni. Ieri il primo ministro Ariel Sharon aveva dato ordine per un’espansione dell’operazione a Gaza nonostante gli inviti di Kofi Annan e della Casa Bianca a moderare i mezzi ed a risparmiare le vite dei civili.

L’operazione era iniziata dopo l’uccisione di due bambini per missili lanciati su Sderot. La violenza e’ continuata ieri. Cinque Israeliani , inclusi alcuni civili, sono stati uccisi durante i raid. Due militanti della Jihad Islamica sono stati uccisi a Jabaliya, secondo testimoni.

Due ben noti esponenti di medio livello del gruppo militante Hamas sono stati uccisi in un’esplosione nella citta’ di Gaza ieri sera. Fonti di Hamasa li hanno identificati come Mehdi Mushtaha e Khaled Amreet. Hamas ha dichiarato che non ci saranno interuzioni nei suoi tentativi di lanciare missili a Gaza.

Jabaliya e’ il campo rifugiati piu’ grande del mondo e la situazione ha spinto l’Autorita’ Nazionale Palestinese a chiedere una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati ha espresso la sua preoccupazione.

Israele e’ presente nella zona con 2000 uomini e 200 carrarmati.

www.unità.it

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Gaza: l’arroganza di israele diviene massacro in Palestina

03.10.2004 Sharon: «Non fermeremo i raid a Gaza».

 Ma la Lega Araba protesta. Umberto De Giovannangeli «La lotta è molto complessa. Ho dato istruzione alle forze armate di intraprendere qualsiasi mossa di rimuovere la minaccia di razzi Qassam. Le nostre forze si comportano bene, e non abbiamo imposto loro alcun limite di tempo». Ariel Sharon non fa marcia indietro. La morsa d’acciaio di Tsahal attorno a Jabaliya, Bei Hanoun, Khan Yunis non solo non verrà allentata ma se possibile ulteriormente rafforzata.

 

Per il quinto giorno consecutivo, l’epicentro degli scontri resta ancora il campo profughi di Jabaliya dove nelle ultime ventiquattr’ore i morti sono stati dieci tra i quali sette miliziani: quattro di Hamas, due della Jihad islamica, uno di al-Fatah. In serata nella corsia di un ospedale, sono deceduti tre adolescenti palestinesi. Le scorte di sangue ormai scarseggiano. Secondo stime raccolte dagli ospedali di Gaza, almeno 66 palestinesi sono stati uccisi e 250 feriti nel contesto della operazione «Giorni di Pentimento» lanciata cinque giorni fa da Israele.

L’operazione andrà avanti, ribadisce il ministro della difesa Shaul Mofaz. Israele potrebbe restare anche settimane nella zona occupata a Nord di Gaza, conferma in serata il capo di stato maggiore generale Moshe Yaalon. Finora, secondo i dati in suo possesso, sono circa 60 i palestinesi rimasti uccisi nei combattimenti: «per la maggior parte terroristi». In tutto, sottolinea ancora Yaalon, gli elicotteri e i carri armati israeliani hanno annientato «sette cellule di lanciatori di razzi Qassam». Ma la lotta contro il terrorismo – avverte il generale – ha tempi lunghi: «Siamo organizzati a proseguire per giorni, anche per settimane». Yaalon esclude che Israele abbandoni il nord della Striscia prima che la minaccia dei razzi Qassam sia stata rimossa. Per far ciò Israele ha ritagliato a Nord di Gaza un rettangolo lungo nove chilometri (quasi un quarto della Striscia) che include il valico di Erez, le cittadine di Beit Hanoun e di Beit Lahya e il rione orientale del campo profughi di Jabaliya. Memori della «Fascia di sicurezza» costituita in Libano, i responsabili militari israeliani affermano di voler piuttosto creare a Nord di Gaza un «ambiente di separazione». Si tratta di una zona cuscinetto da frapporre fra le cellule dell’Intifada e gli insediamenti israeliani.

La resistenza più accesa, ammette lo stesso Yaalon, le forze israeliane la stanno incontrando a Jabaliya dove sono attive le cellule dei diversi gruppi dell’Intifada: Brigate Ezzedn al Qassam (Hamas), Brigate al Quds (Jihad islamica), Brigate martiri di al Aqsa (al Fatah) e i Comitati di resistenza popolare (composti da militanti di varia estrazione, fra cui ex agenti palestinesi). Gli strali del capo di stato maggiore si indirizzano anche contro le Nazioni Unite accusate di cooperare sul terreno con i gruppi armati palestinesi. «Più di una volta abbiamo visto mezzi dell’Onu utilizzati per trasportare uomini armati e mezzi di combattimento», denuncia Yaalon, secondo cui i gruppi armati dell’Intifada «si fanno sistematicamente scudo della popolazione civile». La Tv di stato israeliana ha mandato in onda nei giorni scorsi immagini riprese da un aereo spia militare che sembrano indicare che una delle ambulanze delle Nazioni Unite sia stata usata nel nord della Striscia per trasportare uno dei razzi Qassam con i quali Hamas bombarda il sud dello Stato ebraico.

Un’accusa rigettata dal capo dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, il danese Peter Hansen, il quale ha ipotizzato che l’oggetto fotografato fosse in realtà una barella ripiegata. Le dichiarazioni di Hansen non hanno però attenuato la polemica. Per Gideon Meir, alto dirigente del ministero degli esteri, il capo dell’Unrwa altro non è che un «bugiardo incorreggibile».

Nella Striscia insanguinata, Hamas soffia sul fuoco della esasperazione popolare. Ieri a Gaza gli islamici hanno organizzato una campagna per la donazione di sangue, da far pervenire ai 250 feriti che affollano le corsie degli ospedali. Ma un portavoce islamico, Mushir al Masri, ha anche chiesto ad alta voce come mai in prima linea, nella difesa della popolazione di Jabaliya, «non si vedano le divise di migliaia di agenti degli apparati di sicurezza palestinesi». Da Ramallah, il presidente Yasser Arafat e il premier Abu Ala cercano comunque di organizzare gli aiuti alla popolazione colpita. Anche il Parlamento di Ramallah ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria, malgrado fosse paralizzato da settimane per divergenze di idee con l’esecutivo. Fra i dirigenti palestinesi cresce il malumore nei confronti della comunità internazionale. Hassan Abu Libdeh, un consigliere di Abu Ala, sostiene che finora le pressioni diplomatiche non hanno avuto alcun effetto sul governo di Ariel Sharon. «L’amministrazione Bush, che dovrebbe avere ascendente su Israele – aggiunge il consigliere del premier palestinese – è impegnata nelle elezioni presidenziali e non dedica attenzione ai massacri dei palestinesi».

Massacri stigmatizzati da re Abdallah II di Giordania. Il giovane sovrano hashemita ha condannato con forza quella che definisce «l’arroganza» di Israele nella Striscia di Gaza. «L’arroganza di Israele e il proseguimento della sua politica di assassini di massa di civili palestinesi, così come la distruzione di edifici e di infrastrutture nei Territori – denuncia il monarca giordano – non sono utili al processo di pace ma al contrario non fanno che alimentare
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Saharawi: divisi da casa da un muro

Un muro nel deserto
 

Nel 1975 il Marocco ha occupato il Sahara Occidentale. Ha eretto una serie di barriere nel deserto. Ancora oggi il popolo Saharawi aspetta di poter tornare a casa.  

 

26 dicembre 2003 – Il colonialismo ha segnato in maniera indelebile la storia del continente africano e, ancora oggi, continua a far sentire i suoi effetti. Guardando su un atlante la costa nord-occidentale dell’Africa, subito sotto il Marocco, c’è un paese caratterizzato da confini squadrati che sembrano disegnati da un bambino. E’ il Sahara Occidentale, la terra del popolo saharawi che, dietro un nome esotico e affascinante, nasconde una tragedia che dura da venticinque anni.

Quei confini sono stati tracciati dalle potenze coloniali che, al Congresso di Berlino nel 1885, avevano cercato e trovato un accordo per spartirsi i territori coloniali senza combattere tra loro. In quest’area si dovevano accordare la Francia e la Spagna che, con il trattato di Madrid del 1912, sancirono la sovranità di Parigi sull’odierno Marocco e di Madrid sul territorio saharawi.

I Saharawi, eredi delle tribù berbere Sanhadja, travolti dall’arrivo degli arabi nel XIII secolo, sono l’insieme di circa 40 tribù nomadi frutto di secolari fusioni tra l’anima berbera e quella araba, riunite in una confederazione molto elastica con al vertice un Consiglio dei Quaranta che si riuniva solo di fronte a minacce esterne, per risolvere le controversie interne e per importanti cerimonie collettive. Compito fondamentale del Consiglio era l’assegnazione dei pascoli, essendo la pastorizia la principale fonte di sostentamento per questa popolazione nomade. I marocchini hanno sempre ritenuto il territorio saharawi parte della loro nazione, ma il colonialismo congelò queste mire espansioniste del nazionalismo di Rabat (il mito del “Grande Marocco”). La dominazione spagnola, peraltro molto leggera fino alla scoperta dei giacimenti di fosfati in territorio saharawi, produsse un processo di progressivo abbandono del nomadismo per una sedentarizzazione favorita anche dalla sempre più grave siccità della zona.

Negli anni ’70, in tutto il continente africano, si radicava un forte spirito anti-coloniale e i Saharawi non ne furono immuni: nel 1969 nasceva il Movimento di Liberazione del Sahara (MLS) che guidò una serie di manifestazioni anti-spagnole a El Aaiun, capitale del Sahara Occidentale. La repressione fu durissima e il MLS fu costretto a sciogliersi. Il suo messaggio d’indipendenza fu raccolto da tanti studenti saharawi che, il 10 maggio 1973, fondarono il Fronte Popolare di Liberazione del Saguia al Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario) dal nome dei due distretti coloniali spagnoli, presto simbolo dei Saharawi, che diede vita a una resistenza armata contro gli spagnoli. Mentre la comunità internazionale faceva pressioni sulla Spagna per l’autodeterminazionze dei Saharawi, la monarchia marocchina si trovava in un momento difficile della sua storia.

Re Hassan II doveva fronteggiare le trame dell’esercito che, a causa della gravissima crisi del Marocco, volevano rovesciare la monarchia. Il sovrano decise di usare il nazionalismo per compattare la situazione interna e cominciò a rivendicare lo storico diritto dei marocchini sulle terre saharawi in caso di decolonizzazione. Nel maggio del 1975 la Spagna si dichiara disposta mettere fine alla sua presenza nel Sahara Occidentale. Per Hassan II è giunto il momento di agire: il 6 novembre 1975, 350mila sudditi marocchini, attraversano il 27°parallelo, confine coloniale tra Marocco e Sahara Occidentale. Era la “marcia verde”.

La Spagna, pochi giorni dopo, firma un accordo con Marocco e Mauritania, in cui cede il Sahara Occidentale in aministrazione temporanea, ai due paesi africani. I Saharawi riuscirono a bloccare l’avanzata delle truppe di Rabat che, non riuscendo a piegare la resistenza, adottarono la strategia dei muri, costruendo un’insieme di sei barriere di sabbia per una lunghezza di 2500 chilometri per respingere la guerriglia saharawi, annettendo di fatto la zona più ricca di risorse di tutto il Sahara Occidentale. Contemporaneamente anche la Mauritania, anche lei con mire espansionistiche, attacca il territorio saharawi, ma si ritira nel 1979.

Il Fronte Polisario, nel gennaio 1976, proclama la Repubblica Araba  Saharawi Democratica (RASD) in esilio. Quasi 400mila saharawi sono stati costretti dai bombardamenti, in cui l’esercito marocchino ha utilizzato anche il napalm, alla fuga e a rifugiarsi in territorio algerino nella regione desertica di Tindouf, dove costituiscono un modello comunitario unico e dove vivono ancora, aspettando di tornare a casa. Migliaia i civili uccisi dai bombardamenti. Sono 850 i saharawi arrestati dalle forze di occupazione scomparsi nel nulla. Il conflitto si trascina da allora.

Nel 1990 l’Onu, che con la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO) ha tentato di garantire il rispetto dei diritti umani nella zona occupata, propose un piano di pace: un referendum (previsto per il gennaio 1992) avrebbe sancito la volontà della popolazione della regione che avrebbe scelto tra la sovranità marocchina e l’indipendenza, ma non si é mai risolta la controversia su chi ha diritto al voto e chi no, soprattutto da quando il Marocco ha cominciato una emigrazione di massa (nota come seconda “marcia verde”) verso i territori occupati per garantirsi la vittoria della consultazione.

Gli ultimi incontri tra Marocco e Fronte Polisario, nel 2000, non hanno portato ad alcun risultato, comela mediazione di James Baker III, nuovo inviato Onu per il Sahara Occidentale. Tantissimi profughi aspettano di tornare a casa e di abbattere quelle barriere che, un popolo di origine nomade, abituato da secoli a muoversi libero nel deserto, non riesce proprio ad accettare.

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la donna e l’islam

La mezzaluna rosa


23/09 storie e reportage, ISLAM: Le donne e l’Islam. Un rapporto intenso e conflittuale, ma molto più ricco e complesso di quello che lasciano credere i media occidentali


23 settembre 2004 – “Non è cattivo, è la sua natura. Non penso di poter impedire questo comportamento ricorrendo alla magistratura. L’unica cosa che chiedo è che mi picchi solo una volta la settimana”. Questo il contenuto della deposizione che Mariam J., una donna iraniana di Teheran, ha rilasciato agli esterrefatti giudici di una corte locale. La sua storia è riportata dal quotidiano iraniano Aftab ed è stata ripresa dalle agenzie stampa di tutto il mondo.

La donna ha fatto causa al marito, ma non per ottenere il divorzio o per l’arresto del coniuge violento, bensì perché il tribunale dia cadenza settimanale alle percosse subite. Il marito, al momento della sua deposizione, ha dichiarato che “una volta ogni tanto questo trattamento è necessario, perché una donna deve avere sempre paura del marito per ubbidirgli”. Per la cronaca il tribunale di Teheran ha fatto firmare al marito di Mariam un impegno ufficiale a non picchiare più la moglie.

Le donne e il mondo islamico, un rapporto intenso e difficile. Nella cultura islamica, la donna ha un ruolo assolutamente fondamentale. A lei viene lasciato il compito della cura dei figli e della casa, dell’educazione dei ragazzi e della loro formazione alla fede, almeno nei primi anni di vita. Secondo criteri occidentali, questo corrisponde a un ruolo marginale e coatto. Non sempre è così. Problema diverso è quando vengono violati diritti fondamentali di ogni essere umano. La contraddizione tra rispetto e sottomissione della donna che caratterizza il mondo dell’Islam è fatto di storie come quella di Mariam J., ma anche di storie di donne di grande coraggio e qualità.

Per restare in Iran, come non parlare di Azar Nafisi? Il suo primo libro, ‘Leggere Lolita a Teheran’, è un caso editoriale in tutto il mondo. La scrittrice insegnava letteratura inglese all’università di Teheran dove, dopo la rivoluzione khomeinista, diventava ogni giorno più duro parlare della cultura di quell’Occidente simbolo di tutti i mali. Nel 1995 Azar si arrende e si ritira, ma non smette di credere nella forza delle pagine scritte da grandi autori stranieri. Come non smettono di crederci sette delle sue studentesse. Da quel momento, ogni giovedì mattina, le ragazze vanno a trovare Azar Nafisi a casa sua. Per  leggere assieme, per parlare di letteratura, confrontarsi e arricchirsi.

Un gruppo di lettura clandestina insomma, come i protagonisti dell’Attimo fuggente, film di culto di qualche anno fa. Nel 1997 il loro segreto viene scoperto e, per il bene suo e delle ragazze, Azar interrompe le sue letture e accetta una cattedra di letteratura inglese all’università John Hopkins negli Stati Uniti. Della sua storia ha fatto un libro, che ha appassionato milioni di lettori. “Non credo al cambiamento imposto con la forza”, ha dichiarato recentemente Azar Nafisi, “credo al mito di Shahrazàd, la protagonista delle Mille e una notte che ha cambiato il sovrano malvagio con la forza del racconto, della pazienza, dell’intelligenza. La donna ha capito che non è la violenza a cambiare il mondo, ma la cultura”.

Anche Houda Saleh Medhi Amache e Rihab Rashid Taha sono due donne islamiche. Sono nate e cresciute in Iraq. I loro nomi ai più non diranno molto, perché sono molto più conosciute con i loro nomi di battaglia: dottoressa Antrace e dottoressa Germe. Houda e Rihab erano due tra i personaggi più temuti in Iraq, due ascoltate consigliere di Saddam Hussein. Le uniche donne che hanno meritato un posto nel mazzo di carte fatto stampare dalle forze della Coalizione con i volti dei gerarchi ricercati del regime saddamita.

“Le due donne sono in custodia legale e fisica della forza multinazionale”, ha commentato ieri un portavoce del Pentagono interrogato sulle voci di un imminente rilascio delle due. “Nessuna delle due sarà rilasciata a breve termine”. Houda e Rihab hanno studiato chimica e biologia, risultando tra le menti più brillanti del loro paese, ma hanno deciso di mettere la propria competenza al servizio dei piani di Saddam. Certo le famose armi di distruzione di massa non sono mai state trovate, ma questo non ha messo in dubbio la triste fama di queste due donne, che nel mondo islamico si sono fatte rispettare, anche se in maniera discutibile.

Arwa Shanti-Boxall vive negli Emirati Arabi Uniti. Arwa è la proprietaria del negozio ‘Petzone’, a Dubai. Il suo negozio di animali è uno dei più conosciuti del Paese ed è stato aperto grazie ai finanziamenti che il governo degli Emirati ha stanziato per l’imprenditorialità femminile. Di suo, Arwa ha colmato con le sue capacità il fossato che esiste nel suo Paese tra il ricevere un incentivo economico e la considerazione sociale di una donna che lavora. Lei lo ha fatto con eccellenti risultati e il suo esempio è stato seguito da molte altre donne di uno dei Paesi più ricchi del mondo.

Come Rula Hannoun, che lavora in banca ricoprendo un ru olo di responsabilità. “A volte incontro uomini che hanno difficoltà a relazionarsi e a fare affari con me”, ha raccontato Rula alla Bbc in una recente intervista, “ma alla fine si pensa solo a lavorare. Le cose sono profondamente cambiate a Dubai, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono sempre di più le donne che si vedono nei posti di lavoro e sempre meno gli uomini che perdono tempo a rompere le scatole”.

L’esempio viene da una cooperativa di donne sole che, per mantenersi in una società dove se non sei una moglie, una figlia o una sorella di qualcuno praticamente non esisti, ha deciso di guadagnarsi la vita con i propri mezzi. Allora è nata una delle principali fabbriche per la produzione di un simbolo dell’Islam, guardato con sospetto in Occidente quanto amato dalle donne islamiche: il velo. Ne producono di tutti i tipi e di tutti i colori, per non rinunciare ad essere belle nel rispetto della propria cultura.

Gli Emirati Arabi Uniti confinano con l’Arabia Saudita, un Paese dove la condizione femminile è molto differente. Alle donne è proibito anche guidare, figurarsi intraprendere un’attività da sole. Questo non sembra preoccupare Nadia Bakhurji. Un mese fa il governo saudita ha indetto per febbraio del 2005 le prime consultazioni elettorali della storia del Paese. Nadia, un architetto di 37 anni, ha deciso che se il momento è storico va vissuto fino in fondo. E si è candidata.

“Spero che tante donne non ritengano assurdo il mio gesto”, ha dichiarato Nadia in un’intervista, “sono una donna e sono una patriota. Voglio servire la mia comunità e il mio Paese”. L’Arabia Saudita vive il periodo più difficile della sua storia. La monarchia degli Saud è schiacciata tra le derive fondamentaliste dell’Islam e la richiesta di riforme che proviene dalla società civile. Il terrorismo ha causato centinaia di vittime in diversi attentati negli ultimi anni, eppure Nadia ha voglia di lottare per aiutare l’Arabia Saudita a cambiare.

“A volte ho paura, ma voglio provare. Non tornerò indietro”, ha concluso Nadia. Per avere la percezione del coraggio di questa donna, basti pensare che non è stato ancora chiarito dal governo di Riad se le donne saranno chiamate a votare. Esiste però un movimento di cui fa parte Nadia assieme a tante altre donne che ha deciso di battersi per ottenere il diritto di voto e per partecipare sempre più alla vita pubblica.

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myanmar (ex Birmania): farsi arrestare per partorire

Parto fuorilegge


Storie di disperazione al confine. Ogni giorno gruppi di donne karen alla fine della gravidanza passano la frontiera tra Myanmar e Thailandia con un po’ di droga nelle tasche. Lo fanno di proposito, per farsi arrestare e poter partorire con un minimo di assistenza in carcere.

30 gennaio 2004 – “Sono molto povera. Mi sono fatta dare qualche pillola di metanfetamina, le ho messe in tasca e ho passato il confine. Qui, in Thailandia, ho iniziato a spacciarle per strada. La polizia mi ha arrestata e ora mi trovo in questa prigione”, racconta tranquilla una donna Karen venuta dal Myanmar (ex Birmania) all’ottavo mese di gravidanza. Quando le si chiede se lo ha fatto per poter partorire in un ospedale thailandese, assistita dai medici e senza dover pagare, sorride, butta un occhio a una delle guardie e abbassa lo sguardo. Da un mese numerose donne in stato avanzato di gravidanza o con neonati in braccio, venivano lasciate quotidianamente davanti al centro di detenzione di Mae Sot (al confine tra Thailandia e Myanmar) dalla camionetta della polizia.

Venire a partorire negli ospedali distrettuali della vicina Thailandia, è un drammatico stratagemma molto diffuso tra le donne delle minoranze che vivono in territorio birmano. Passato il confine, cominciano a lavorare nelle fabbriche thailandesi dove la manodopera birmana è molto richiesta. I lavoratori sono pagati molto poco e sfruttati parecchio. Vicine al parto, si danno alla microcriminalità. Commettono furtarelli nei negozi, spacciano piccoli quantitativi di droga. Tutto questo per essere arrestate. Sanno che al centro di detenzione femminile ci sono infermiere che le possono seguire e aiutare e che saranno portate all’ospedale al momento del travaglio. Sanno anche, però, che dovranno scontare da sei mesi a un anno di carcere per poi essere rimpatriate. Molte di loro, preferirebbero restare in prigione più a lungo perché non hanno la certezza di trovare il modo di nutrire i figli nel loro paese. Nelle galere thailandesi, almeno per un po’, i bambini hanno cibo, acqua e assistenza.

“I travagli sono spesso molto lunghi. In assenza di assistenza medica perdono la vita madre e bambino”, spiega Aung San Lin, medico del Back Pack Health Work Team, un gruppo che opera illegalmente nella giungla dove vivono i deportati dell’ex Birmania. E di questo le madri sono consapevoli. Il governo birmano, guidato dai militari, non riconosce a queste donne, soprattutto di popolazione Karen, Shan e Hmong, la  cittadinanza birmana e, di conseguenza, l’accesso agli ospedali statali. Naturalmente non possono permettersi di andare in cliniche private. Le strutture sanitarie pubbliche negli stati da cui provengono, dove la guerriglia è ancora infuocata, sono quasi inesistenti. La maggior parte, inoltre, viene da villaggi improvvisati nella giungla, che hanno dovuto costruire dopo che i soldati governativi le hanno cacciate dai luoghi d’origine. Nel Myanmar gli scontri tra i guerriglieri delle minoranze e l’esercito governativo durano da mezzo secolo.

Gruppi di donne camminano per giorni cercando di raggiungere un centro abitato, per poi scoprire che anche lì non possono essere assistite. E’ in quel momento che disperazione e paura le spingono verso la Thailandia. Ma qui, nelle piccole città di confine “le carceri sono sovraffollate. La maggior parte dei detenuti viene dai territori birmani. Il denaro stanziato dal governo per la gestione delle prigioni non è sufficiente a coprire tutti i costi”, spiega Aye Aye Mar, responsabile dell’organizzazione Social Action for Women, che da anni assiste donne birmane vittime di abusi. Poi aggiunge “la direzione responsabile delle carceri costringe al rimpatrio immediato anche i detenuti che devono finire di scontare la pena pur di liberare le celle e far quadrare i conti”.
Ai piccoli nuclei famigliari karen si prospetta un futuro di abbandono. Le madri sacrificano le loro vite in cella per dare alla luce i loro figli. E i bambini nasceranno senza nazionalità: sia il governo tailandese che quello birmano rifiutano di riconoscerli.

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desaparacidos peruviani

I desaparacidos di Oxapampa


La testimonianza di Raquel Martin. Ha visto un gruppo di militari sequestrare il marito, poi ritrovato morto, ed è stata stuprata dal capo del commando. Il fatto risale al 1989, nel pieno del ventennio di terrore in Perù. Adesso, la Commissione della Verità e della Riconciliazione sta facendo luce sulle migliaia di desaparacidos nel Paese andino

 

30 dicembre 2003 – “Erano le 11 della notte ed eravamo appena andati a dormire. Fummo svegliati da forti colpi tirati al portone di casa, che si aprì. Sentimmo grida ingiuriose Dov’è Mejia il terrorista!. Mio marito si alzò di colpo, si vestì col suo pigiama beige e senza avere nemmeno il tempo di mettersi le scarpe corse in salotto. Accesa la luce, fu colpito violentemente con il manico di una mitraglietta”.

A raccontarlo è Raquel Martin, moglie dell’avvocato Fernando Mejia Egoheaga. Una pattuglia dell’esercito irruppe violentemente nella loro casa. L’avvocato fu sequestrato e tre giorni dopo fu ritrovato morto e con evidenti segni di tortura. Al cadavere mancavano le unghie delle dita della mano e uno degli occhi era stato strappato con un ago appuntito.

Era il 15 giugno del 1989 e mancavano pochi mesi alla fine del governo di Alan Garcia Pérez. I Peruviani si sentivano sollevati per l’imminente fine di un regime che aveva portato all’estremo la miseria e la repressione nel Paese. Si stavano avvicinando le elezioni presidenziali del 1990 e i nuovi candidati, tra cui spiccava uno sconosciuto dal nome Fujimori, pubblicizzavano le loro migliori proposte per accaparrarsi la poltrona presidenziale.

La notizia dell’omicidio corse dal distretto di Oxapampa a quello di Pasco.

Questa regione, fin dal 1985, era stata dichiarata in “stato di emergenza terrorismo” e posta sotto il controllo politico e militare delle forze armate. Raquel Martin fu molto più che una testimone oculare di questo sequestro sfociato in omicidio. Fu violentata ripetutamente dall’ufficiale che dirigeva la pattuglia criminale. La sua testimonianza è un documento d’accusa eccezionale dei crimini, dei sequestri, delle torture e delle violazioni commesse anche dalle forze armate fin dal 1980 contro i cittadini peruviani.

“Le grida e i rumori dei colpi mi dettero la certezza che a mio marito stava succedendo qualcosa di molto brutto”, racconta Raquel. “Impaurita, mi misi i pantaloni e mi precipitai in salotto. Vidi un gruppo di militari che stava ripetutamente colpendolo. Uno lo teneva e un altro lo colpiva con la parte bassa del fucile. Un altro ancora lo aveva afferrato per i capelli e  gridava: “te cagastes terruco de mierda, ahora te vamos a liquidar”. Urlai di lasciarlo stare, ma uno dei due militari mi prese per il collo e mi tappò la bocca con la mano. Erano in sei, tutti armati e coperti con passamontagna neri. Avevano abiti neri e maglioni a collo alto. Quattro di loro mi bloccarono sulla porta della sala e io, a quel punto, potei solo intravedere quello che stava subendo il mio Fernando. Il comandante era un uomo alto più o meno 1.85 e di costituzione robusta. Era l’unico che continuava a parlare e a gridare contro mio marito. I soldati, ognuno con un fucile, scaraventarono mio marito in strada, con violenza – ricorda con estrema lucidità – Vicino alla veranda, era parcheggiata la camionetta ufficiale del progetto Pichispalcazu. Sopra, altri quattro militari vestiti di nero e coperti da un cappuccio nero. Non mi permisero di uscire. Mi costrinsero a rimanere in salotto. Gridai tante volte, pregandoli che non lo portassero via. Urlai di lasciarlo, che non aveva fatto niente di male. Mio marito fu fatto salire con la forza nel retro della camionetta, che partì rapidamente”.

“Nel frattempo – spiega – era rientrato l’uomo alto che comandava il  gruppo. Spense la luce della sala. Balbettava e il suo alito puzzava di alcool. Era ubriaco e sembrava drogato. Mi dette un pugno in piena faccia e mi spogliò con violenza. Mi costrinse, mi picchiò con follia. Mi obbligò a entrare in camera da letto e mi violentò nella medesima stanza dove stavo dormendo con mio marito prima che lo portassero via. Poi se ne andò. Io mi accasciai in un angolo della camera senza sapere cosa fare. Ero in stato di shock e non potevo pensare coerentemente. Nella mia mente solo le immagini di mio marito picchiato a morte. Non avevo il telefono né familiari vicini da cui rifugiarmi. Pensavo alla mia bambina che dormiva nella stanza accanto e che fortunatamente non sentì nulla. E non volevo, comunque, lasciare la mia casa in caso che mio marito tornasse. Desideravo soltanto vederlo tornare”.

“Avevo perduto il senso del tempo. – continua Raquel – Sentii bussare alla porta, di nuovo. L’orologio della camera segnava le 11.45. Mi precipitai alla porta sperando fosse Fernando. Era il militare che mi aveva appena violentata. Mi disse che mio marito sarebbe stato portato a Lima il giorno seguente in elicottero. Mi obbligò di nuovo a spogliarmi. Minacciandomi di morte, mi violentò un’altra volta. Non seppi che tacere. Poi mi alzai e mi sedetti in salotto. Ero terrorizzata”.

La tragedia di Raquel non finì la notte del 15 giugno. Il giorno seguente cominciò la ricerca di suo marito. Andò nei quartieri della polizia e in quelli militari. Nessuno seppe darle informazioni. I militari le dissero che sicuramente il marito se n’era andato con i terroristi. Tra i militari che la ricevettero in caserma riconobbe colui che le aveva tappato la bocca durante il sequestro. Cercò di denunciarlo, raccontando l’accaduto. Ma non aveva prove né per sostenere il sequestro né tanto meno per incolpare i militari. Visitò tutte le caserme. Non trovò aiuto. Né risposte. Si rivolse al parroco della chiesa affinché la aiutasse, ma questi le suggerì che era meglio non mettersi contro i militari.

Tre giorni dopo il sequestro, il 18 giugno, Raquel sentì che qualcuno aveva visto due cadaveri sulla spiaggia del rio Santa Clara. Stravolta, ma con la speranza che non si trattasse del marito, la donna corse nel luogo segnalato. Era mezzogiorno. La giornata era magnifica. Il cielo era di un blu turchese e il vento primaverile soffiava lento. “Mi vennero in mente tutte le volte che ero stata con mio marito sulle rive del rio per ascoltare la melodia delle acque contro le pietre e la sabbia – racconta -. Poi il ritorno alla realtà. I due uomini morti erano davanti a me. Erano rivolti a pancia sotto, nella sabbia umida”.

Lentamente si avvicinò a uno dei due cadaveri e con sforzo ne voltò uno.  Era lui. Era suo marito. L’altro era il professor Aladino Malgarejo, sequestrato nella stessa notte. Chiari i segni della tortura. Raquel Martin fu costretta a non fare niente. Le permisero giusto di sotterrarlo. Niente di più. Le venne detto che per sopravvivere avrebbe dovuto dimenticare il sequestro e la violenza carnale. Le autorità non vollero parlarle. Non le permisero di sporgere denuncia contro i militari. Non le rimase che trasferirsi a Lima. Qualcuno le telefonò minacciandola di morte se non avesse tenuta la bocca chiusa. Anche lei rischiava la stessa sorte di suo marito e lo stupro sarebbe toccato alla sua piccola bambina.

Nell’agosto dello stesso anno, dovette scappare in Svezia con la bambina, dove ottenne lo status di rifugiata politica. Nel 1992, il Servizio di Intelligenza Nazionale del Perù (Sin) allora in mano a Vladimiro Montesinos, la dichiarò militante di Sendero Luminoso e la catalogò come “ambasciatrice del terrore”. I tribunali militari e i giudici della dittatura la accusarono di terrorismo e tradimento della patria e la condannarono a 20 anni di prigione. Gli stessi giudici stabilirono che suo marito, Fernando Mejia, era un militante del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (Mrta) e che la sua morte avvenne durante un scontro con l’esercito.

Al fine di far luce sui migliaia di “desaparacidos” peruviani dell’ultimo ventennio è stata recentemente costituita la Commissione della Verità e Riconciliazione (CVR). Il documento ufficiale definitivo, frutto delle ricerche e delle indagini, accusa principalmente la guerriglia maoista “Sendero Luminoso”, il movimento guerrigliero “Tupac Amaru” (MRTA) e l’Esercito governativo. Indica anche la responsabilità politica degli ex Presidenti Fernando Belaúnde (1980-1985) e Alan García (1985- 1990) e la responsabilità penale di Alberto Fujimori (1990-2000). Quest’analisi della violenza nel Paese andino stima ben 69.280 morti o desaparacidos, vittime del terrorismo politico e della repressione statale. Tre su quattro parlano quechua, e sono rappresentanti della popolazioni contadine ed indigene.

 

Ste. Spi.

 

FONTI El Diario Internacional. Inchiesta “Lucha social, crímenes del Estado y corrupción política”.

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da far impallidire Orwell: echelon sotto i nostri mari

AFRICA E MEDIO ORIENTE NEL MIRINO DI ECHELON
Alessandro Marescotti

Il Mediterraneo è sempre più un laboratorio militare per una nuova guerra basata sul controllo totale dell’informazione. Tanto che i cavi telefonici che collegano l’Europa all’Africa possono essere spiati dai sottomarini Usa. Taranto diventa la più grande base navale del Mediterraneo, ma il parlamento italiano non ne sa nulla.

 


Il Mediterraneo è sempre più un laboratorio militare per una nuova guerra basata sul controllo totale dell’informazione. Tanto che i cavi telefonici che collegano l’Europa all’Africa possono essere spiati dai sottomarini Usa. A questo scopo, Taranto da base della Marina militare italiana diventa la più grande base navale Nato del Mediterraneo, si appresta ad ospitare la Us Navy e cambia il suo status militare.

 

Ma il parlamento italiano non ne sa nulla. Eppure i navigatori su Internet possono saperlo consultando questo indirizzo web del Pentagono (in formato pdf). 

 

Risulta che dall’ottobre del 2002 Taranto è diventata un “HQ HRF NATO” a disposizione della Us Navy, ossia un “Headquarter” (Quartier Generale) per operazioni “High Readiness Force” (forza di alta prontezza). L’interesse di questo documento sta nel fatto che esso disegna la mappa dei nuovi comandi Nato in Europa, di cui Taranto costituisce solo l’ultima novità. A ciò si aggiunge, come scrive Saverio Zuccotti, “il trasferimento del comando delle forze navali Usa in Europa dalla Gran Bretagna all’Italia, dal Tamigi al Vesuvio, da Londra a Napoli.

 

Allo stesso tempo, la Sesta Flotta non dovrebbe muoversi dall’Italia”. Per la precisione, il comando della Sesta Flotta si trasferirebbe da Gaeta a Taranto. Ma fra le cose che gli italiani non devono sapere c’è il trasferimento del “grande orecchio” di Echelon da San Vito dei Normanni a Taranto, già sede del più importante nodo del sistema di spionaggio americano C4i.

 

Non è comprensibile la ragione per cui gli Stati Uniti continuino a mantenere nel Mediterraneo i loro sommergibili a propulsione nucleare, se non vi è alcuna minaccia militare navale. Nel 2004 a Taranto sono giunte delle navi militari libiche per esercitazioni congiunte, inaugurando una stagione inedita di collaborazione della Nato con Gheddafi.

Quali sono, dunque, i motivi per cui i sottomarini americani gironzolano ancora nel Mediterraneo in assenza di “nemici”? Perché rientrano nel quadro della progressiva conversione dei sottomarini Usa in strumenti di spionaggio che completano, dalla profondità degli abissi, quell’opera che Echelon compie dall’alto dei satelliti. Il Mediterraneo è un bacino fondamentale per il controllo dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente.

 

Nel giugno del 2001 il sottomarino spia americano NR-1 è finito contro un peschereccio pugliese nel mare di Brindisi, mentre il 25 ottobre 2003 l’Uss Hartford ha inspiegabilmente sbattuto sui fondali dell’isola di Caprera. Perché questi strani incidenti? Secondo il giornalista scozzese Duncan Campbell, autore del documentato libro-denuncia Surveillance electronique planetaire, l’orecchio subacqueo di Echelon sarebbe in grado di intercettare le informazioni che corrono sui cavi a fibre ottiche.

 

E di questi cavi, posati sui fondali del Mediterraneo, ve ne sono tantissimi. Decine di migliaia di chilometri di cavi subacquei, infatti, uniscono l’Europa al Nord Africa e al Medio Oriente. Sono in gran parte gestiti dalla Flag Telecom Holding Ltd, che tuttavia smentisce che si possano effettuare tali intercettazioni.

 

Il colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, direttore del progetto Network & Computer Security dell’Aipa (Autorità per l’informatica nella pubblica amministrazione), ha invece dichiarato che le intercettazioni sui cavi a fibra ottica non sono impossibili, citando Michael Hayden, ossia lo stesso direttore della Nsa, la National Security Agency che gestisce Echelon. Origliare in fondo al mare le telefonate, sbirciare le e-mail e i fax che sfuggono ai satelliti di Echelon: qui forse va cercato il rinnovato interesse militare per il Mediterraneo, mare di cerniera e di scambio per i flussi informativi delle nazioni africane e mediorientali.

 

L’orecchio di Echelon è formato, si presume, da 120 satelliti e da svariate strutture camuffate lì dove gli Usa hanno le lori basi militari. Con l’aggiunta dell’intercettazione su supporti fisici, come i cavi ottici, tramite i sottomarini, Echelon diventa veramente un sistema completo: 180 milioni di messaggi intercettati ogni ora.

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le missioni militari italiane sono autentiche missioni di pace?

LA MILITARIZZAZIONE DELL’AIUTO UMANITARIO


L’editoriale del numero di ottobre di Nigrizia pone l’accento sul ruolo della cooperazione internazionale in contesti di conflitto. Fondamentale, per la vita stessa degli operatori, la netta distinzione tra chi aiuta i civili e chi invece è nel paese per difendere con le armi interessi politici.
Il sequestro anomalo delle due volontarie italiane, Simona Torretta e Simona Pari, impegnate in un progetto, in collaborazione con l’Unicef, per l’istruzione e la partecipazione scolastica dei bambini di Bagdad e Bassora, ha riportato in primo piano il dibattito sulla neutralità degli interventi umanitari e sul ruolo della cooperazione internazionale in contesti di conflitto.

Pensiamo che questo sequestro consenta di capire come può essere percepito il personale umanitario in certe situazioni e perché ciò avvenga. Vediamo.

Il 9 settembre, a Trieste, salutando i nostri soldati di ritorno dall’Iraq, il ministro della difesa Antonio Martino ha detto che le missioni militari italiane “sono autentiche missioni di pace, perché i nostri soldati vanno all’estero per aiutare, alleviare, consigliare, proteggere. Oggi i nostri militari sono operatori di pace. Neanche uno dei nostri uomini in divisa è all’estero per “prendere”: è lì per “dare””.

Dunque, la macchina militare si è impadronita del linguaggio e dei metodi del mondo del volontariato. I militari stanno sempre più interferendo con le attività umanitarie. In questo modo, risultano minati alla base i principi di neutralità, indipendenza e imparzialità, che dovrebbero essere le caratteristiche legittime di ogni intervento umanitario.

Perfino la decisione di difendere con personale militare un progetto umanitario stona agli occhi di chi riceve l’aiuto. Come dimostra anche il caso della Croce Rossa italiana in Iraq.

Gli interventi “umanitari” dei militari si basano su considerazioni politiche interne e esterne e non sul senso del servizio e della gratuità. I militari perseguono obbiettivi politici chiari e il loro coinvolgimento nelle crisi umanitarie è sottoposto agli interessi particolari dei propri governi, interessi che non sempre coincidono con quelli delle vittime.

Le conseguenze sono tragicamente chiare. Coloro che sono oggetto dell’intervento – le vittime, insomma – non sanno più bene con chi hanno a che fare. Ciò crea confusione e presa di distanza, e il tasso di pericolo aumenta.

Anche le organizzazioni non governative che fanno cooperazione internazionale e interventi umanitari hanno le loro responsabilità. In Africa – ma vale anche per altri continenti – spesso i volontari hanno stretti contatti con funzionari delle ambasciate del loro paese. E i funzionari sanno che i volontari possono essere fonti privilegiate per conoscere le dinamiche sociali e politiche sul terreno. Frequentazioni e “piccoli favori” sono all’ordine del giorno. La gente del posto vede, osserva, parla e tira le proprie conclusioni.

Come missionari, sappiamo che cosa significa vivere in zone ad alto rischio. E sappiamo che, se si è riusciti a stabilire un rapporto di fiducia, è la gente stessa che t’informa di eventuali pericoli e ti protegge. Al contrario, il rischio aumenta, se il volontario confonde, anche in buona fede, la propria immagine e il proprio ruolo con quello dei militari o dei funzionari d’ambasciata.

Come ong, si è credibili quando si condivide un’esperienza di sofferenza stando in mezzo alla gente con mezzi semplici e, soprattutto, senza la cornice della forza militare. Senza dimenticare che riciclarsi in manager del settore della sicurezza, come hanno fatto alcuni elementi di spicco di ong, non giova alla credibilità del volontariato e delle cooperazione…

Per queste ragioni, il sequestro delle volontarie italiane deve far riflettere sulla presenza delle ong in situazioni a rischio.

Bisogna scongiurare a tutti i costi la militarizzazione del lavoro delle ong. Una delle cose da fare per riuscire in questo intento è metter mano alla cooperazione allo sviluppo, oggi al lumicino, ridefinendone il ruolo strategico anche in chiave europea, sottraendola al controllo del ministero degli esteri (che la sta piegando, non da oggi, alle proprie logiche geopolitiche e militari) e dotandola di autonomia anche gestionale.

Ma per farlo è necessario che il parlamento cambi una legge: la 49. E per stimolare il parlamento serve la mobilitazione di ampi settori della società civile.

Siamo capaci di prenderci questo impegno?

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intervista a Teresa Sarti moglie di Gino Strada

TERESA SARTI
alla guerra si dice “no”

 

.Dieci anni di Emergency narrati dalla sua presidente

 

Occhi azzurri e sorriso appena accennato, capelli rosso carota a incorniciarle il volto, cinquantotto anni tranquillamente dichiarati e un’attività frenetica che non può e non accenna a ridimensionarsi. Stiamo parlando di Teresa Sarti, presidentessa di Emergency, l’organizzazione nata a Milano dieci anni fa con lo scopo di portare aiuto medico-chirurgico alle vittime delle guerre nel mondo.

Di Teresa invece si sa poco o nulla. Di Teresa che ne è l’anima e che ha dedicato e dedica la sua vita ai più sfortunati dei nostri simili. «Ma non sono mica da sola!», esclama lei emergendo a fatica da dietro la scrivania: montagne di carte, lettere, libri, blocchi di appunti, agende. «La nostra grande famiglia è aumentata a dismisura tanto che oggi i volontari che ci danno una mano sono 4 mila. Né sarebbe altrimenti spiegabile come sia stato possibile che un milione di persone ferite o malate si siano rivolte a noi per avere un aiuto. E l’hanno ottenuto. Alle vittime delle guerre, nostro primo e principale campo d’azione, si sono via via aggiunte quelle della povertà e delle ingiustizie, vittime spesso date per scontate e per questo maggiormente trascurate».

Nella Grifoni

 

Che cosa può spingere una donna tranquillamente sposata a un medico chirurgo, a sua volta proiettato in una carriera di tutto prestigio, a condividere le scelte estreme di un marito che a un certo punto della vita decide di diventare chirurgo di guerra e di rischiare quotidianamente la pelle nelle zone più disastrate del pianeta? «Il fatto che io e mio marito abbiamo sempre condiviso tutto. Le sue scelte sono anche le mie, siamo uniti dai medesimi ideali. Di certo non è stato facile soprattutto con Cecilia, nostra figlia, che all’epoca aveva solo nove anni e alla quale ho dovuto fare da madre e da padre. È stata di fatto lei a permetterci di vincere questa scommessa esagerata. Lei che, pur così piccola, non ha mai creato problemi e ha sempre capito. Per quanto mi riguarda questa esperienza mi ha molto cambiata, in meglio naturalmente: l’unico legame tra la Tere di una volta, studiosa, timida, anzi timidissima, precisa e programmata (da sempre sapevo che avrei fatto l’insegnante), dotata di pochissima fantasia, e la Tere di oggi, è stato l’impegno nel volontariato cattolico. Questa attenzione agli altri, che mi viene da una formazione profondamente cattolica, l’avevo fin da allora. Per il resto: irriconoscibile. Mi sono ritrovata una fantasia sfrenata nell’escogitare tutte le possibili strategie per raccogliere il denaro per finanziare i nostri progetti. Ho buttato la timidezza dietro le spalle al punto che mi sono ritrovata a parlare in pubblico. Ma che dico: nelle piazze e addirittura dal pulpito del Duomo di Lucca e di Amalfi».

 

Sono cambiate anche le amicizie: artisti e uomini della cultura e della politica si sono in questi anni avvicinati con ammirazione a questa donna eccezionale, che però non ha mai mutato il suo stile di vita. Teresa ha continuato a insegnare fino al conseguimento della pensione, vale a dire fino a oggi, dividendo tutto il suo tempo tra la scuola e l’associazione. All’inizio sono stati quindici anni di durissimo tirocinio in una media molto difficile nell’estrema periferia milanese. Poi il passaggio alle superiori e infine, gli ultimi due anni, a Emergency, su comando del Ministero della Pubblica istruzione, per la messa a punto di un progetto didattico per le scuole.

«Ogni sei mesi mandavo le relazioni del mio lavoro in Provveditorato. Io credo fermamente nella promozione di una cultura di pace. È importante non stancarsi mai di parlare degli orrori della guerra ed è fondamentale partire dalla scuola elementare fino alle medie superiori. Il valore della comunicazione di Emergency è dato dalla sua esperienza, dalle testimonianze. Le nostre storie, che hanno sempre un volto e un nome, spesso mostrano una realtà di sofferenza ma concludiamo sempre e comunque con un messaggio di collaborazione, di pace, di possibilità di fare qualcosa. Perché ognuno di noi possa e debba fare qualcosa».

Si alza e cammina leggera con un vestitino a fiorellini che le scende fino ai piedi, scarpe rigorosamente basse, come unico ornamento un ciondolo afgano. In perfetto stile sessantottino si direbbe. «E invece io il Sessantotto non l’ho vissuto proprio, occupata com’ero a studiare e a mandare avanti la famiglia dopo la morte di mia madre. Il mio, il nostro, essere apolitici e apartitici ci ha sempre accomunato con i movimenti cattolici impegnati sullo stesso fronte. È significativo il fatto che i Tre dell’Ave Maria, come ormai vengono chiamati, sono Gino Strada, padre Alex Zanottelli e don Luigi Ciotti, compagni meravigliosi di tante battaglie. Il cosiddetto mondo di sinistra ci ha scoperto nel 2001, con la guerra in Afghanistan, dove già da tempo operavamo. Guerra che ha segnato un punto di rottura, avendo ricevuto dei consensi sull’onda dell’emotività dell’11 settembre. Noi invece abbiamo detto “no” anche a questa guerra, come a quella in Kosovo. Più facile è stata la condanna alla guerra in Iraq. Ma opporsi non basta. Bisogna anche denunciare. Dire. Spiegare. E così è stato sempre, circondati da un affetto crescente e unanime. Poi sono cominciati gli attacchi, con l’accusa di essere dei pericolosi estremisti. Fate il vostro lavoro, ci è stato detto da più parti. Cucite, tagliate, curate… e zitti. Ma noi zitti non stiamo. Anzi gridiamo sempre più forte la nostra indignazione. Il massimo dei consensi lo abbiamo ottenuto il 10 dicembre del 2002 organizzando le fiaccolate per la pace in 270 città italiane. In piazza sono scesi tutti, anche quelli che in vita loro non avevano mai partecipato a una manifestazione. Il giorno dopo, non a caso, siamo stati ricevuti dal Papa che, pure lui, zitto non è mai stato: un incontro che ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

«Al Papa, che il giorno prima aveva ascoltato il salmo di dolore di Geremia (“…il silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo quasi disgustato dall’agire dell’umanità…”), quasi a farlo suo, e che più di ogni altro si è battuto contro la guerra, abbiamo portato in dono lo straccetto di pace di Emergency. Mentre ne parlo mi viene un dubbio: che anche il Papa sia un pericoloso estremista?»

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Stragi italiane impunite: al Petrolchimico di Marghera

Stragi italiane impunite” ed è di
Gabriella Canova.

 

Tribunale di Venezia, 2 novembre 2001:

“VISTO L’ART. 530 CODICE DI PROCEDURA
PENALE ASSOLVE TUTTI GLI IMPUTATI DI CUI AL
CAPO PRIMO DI IMPUTAZIONE DAI REATI DI
LESIONI PERSONALI COLPOSE E DI OMICIDIO
COLPOSO RIFERITI ALLE ULTERIORI PERSONE
OFFESE
“. VISTO L’ARTICOLO 531 DEL CODICE DI
PROCEDURA PENALE DICHIARA DI NON DOVERSI
PROVEDERE NEI CONFRONTI DI CEFIS EUGENIO”
“VISTO L’ARTICOLO 530 DI PROCEDURA PENALE,
ASSOLVE I PRESENTI IMPUTATI PERCHE’ IL
FATTO NON COSTITUISCE REATO”
“ASSOLVE I PREDETTI IMPUTATI DAI REATI DI
OMICIDIO COLPOSO PER ANGIOSARCOMA
EPATICO PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE
REATO”
“VISTO L’ARTICOLO 530 DI PROCEDURA PENALE,
ASSOLVE I PREDETTI IMPUTATI DAL REATO DI
DISASTRO INNOMINATO COLPOSO PER
CONDOTTE TENUTE FINO A TUTTO L’ANNO 1973,
PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE REATO”
“VISTO L’ART. 530 CODICE DI PROCEDURA
PENALE ASSOLVE TUTTI GLI IMPUTATI DI CUI AL
CAPO PRIMO DI IMPUTAZIONE DAI REATI DI
LESIONI PERSONALI COLPOSE E DI OMICIDIO
COLPOSO PER CONDOTTE TENUTE IN EPOCA
SUCCESSIVA ALL’ANNO 1973 PERCHE’ IL FATTO
NON SUSSISTE”

Cloruro di vinile: storie e fatti

Negli anni ’50 a Porto Marghera (area industriale dal
1917) si insedia il petrolchimico, costruito sugli scarti
inquinanti delle altre industrie. Tutto è legale, tutto è
autorizzato.

Negli anni della ricostruzione e del boom industriale non
si sta a guardare troppo per il sottile e a due passi da
Venezia, la città più bella e più turistica del mondo, si
erige un terrapieno di due metri, utilizzando i rifiuti
inquinanti. Sopra sorgerà il Petrolchimico, che si chiamerà
prima Sicerison, poi Montedison, Montefibre, Enimont ed
Enichem.

Alla fine degli anni ’50 lavorano nell’area industriale di
Marghera più di 30.000 operai.

Nel 1962 viene approvato il piano regolatore di Venezia,
dove si legge testualmente: “si autorizza a Marghera la
costruzione di impianti che diffondono polvere o
esalazioni dannose alla vita umana e che scaricano in
acqua sostanze velenose”. Proprio così, senza mezzi
termini.

A Marghera sembra andare tutto a gonfie vele, c’è lavoro e
benessere, ma una ventina d’anni dopo la musica cambia
tragicamente. La gente comincia a morire di cancro al
fegato, ai polmoni, al cervello.

Cosa si produce al Petrolchimico di Marghera

Tra le altre cose, si produce il cloruro di vinile, meglio
conosciuto come PVC.

Il PVC (cloruro di polivinile) è un polimero plastico
costituito da una catena di tante unità di CVM (cloruro di
vinile monomero), formate dall’unione dell’etilene (che si
estrae dal petrolio) con il cloro (ottenuto rompendo le
molecole di cloruro di sodio presente nel sale marino).1

Il CVM è un lattice bianco e, negli anni ’50, il sistema di
lavorazione produceva un gas tossico. Lo si sapeva già da
10 anni, ma ne venivano informati solo i dirigenti, che
quel lattice bianco non lo toccavano manco per sbaglio.
Quello stesso gas veniva portato mediante compressione
allo stato liquido e quindi pompato con le autoclavi di
polimerizzazione dove un apposito dispositivo di
agitazione permetteva di disperderlo in piccolissime
goccioline, nella massa dell’acqua stessa. Le molecole di
cloruro di vinile si uniscono in catena, trasformando così
ogni goccia di liquido in una particella solida.

Ogni 100 tonnellate di cvm si producono 85 tonnellate di
PVC. Delle altre 15 tonnellate che mancano, 5 sono
recuperate con il degasaggio alla fine della
polimerizzazione e le altre 10 vanno disperse con l’aria,
attraverso i camini dell’essiccamento.

Gas, polvere. Gli operai ne erano immersi ogni giorno. E
altro fuoriusciva dalle ciminiere. E altri rifiuti ancora
andavano nei fiumi e nella laguna.

E gli operai iniziano a stare male. Specialmente gli addetti
a insaccare il PVC e chi si occupava di pulire le autoclavi.
In questo ultimo caso la morte è rapida: uomini sani e forti
in pochi mesi muoiono di una strana forma di cancro al
fegato, chiamata angiosarcoma epatico. Altri fanno in
tempo ad andare in pensione, prima che il cancro li
stronchi.

La prima ricerca scientifica relativa alla cancerogenicità
del cloruro di vinile la effettua Pier Luigi Viola, medico
della Solvay di Rosignano nel 1967, e altre ricerche
vengono pubblicate negli anni successivi. Nel 1970 è la
stessa Montedison ad affidare all’oncologo Cesare Maltoni
il compito di verificare i dati e determinare gli effetti del
CVM e del PVC sull’uomo. Nel 1971 l’Istituto Regina
Elena informa il Ministero della Sanità che il cloruro di
vinile è un agente fortemente cancerogeno. Nei ratti
un’esposizione di cloruro di vinile di 250 parti per milione
provoca il cancro al fegato e ai reni.

I lavoratori della Montedison hanno subito l’esposizione a
una dose di cinquecento parti per milione. Ma è un dato
sottostimato perché fornito dalla società stessa, che non ha
mai permesso verifiche sul campo.

Maltoni continua i suoi studi e nel 1973 comunica i dati
definitivi: il CVM provoca il cancro. E il cancro compare
a un’esposizione di 10 parti per milione. Gli operai di
Marghera e dello stabilimento di Ferrara sono esposti a
ben altre dosi. Gli addetti all’autoclave nel 1973 si
beccavano 8000 parti per milione e per questo prendevano
una paga base di 80.000 lire al mese, un indennizzo
nocività di 2000 lire.

La legge che avrebbe obbligato le aziende ad abbassare le
esposizioni a 3 parti per milione sarebbe arrivata solo nel
1983. E, visto che il periodo di latenza del cancro è 15/30
anni, ancora oggi si continua a morire di CVM.

Se non bastasse tutto questo, Montedison prima ed
Enichem poi hanno sempre gettato gli scarti delle
lavorazioni in laguna, malgrado ci siano delle leggi
speciali per Venezia, una del ’36 e una del ’63 che dicono
esplicitamente “è vietato scaricare in qualsiasi modo,
rifiuti o sostanze che possano inquinare le acque della
laguna”. Ma le due leggi vengono semplicemente ignorate.

Solo nel ’73 la legge Merli impone nuove regole agli scarti
nocivi, ma per pressioni delle aziende la legge entrerà in
vigore solo 9 anni dopo, nel 1982. E i primi controlli
saranno effettuati nel 1989. Ma i dirigenti del
petrolchimico non si preoccupano molto né della legge né
dei controlli. Dal 1992 al 1998, su 1648 controlli a
campione risultano 2213 superamenti dei limiti.

Fino al 1989 le emissioni in atmosfera di CVM si sono
aggirate sulle 800 tonnellate all’anno, si sono ridotte a 3
nel 1993.

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