2004

300 volte coi pompieri!

New York: tradisce 300 volte il marito, andando solo
con pompieri.
Secondo i medici e’ ossessionata dai Vigili del Fuoco
dopo l’11 settembre 2001. Lo scandalo ha portato al
licenziamento di numerosi vigili, soprattutto della
Caserma “Animal House” (giuro!).
Il marito invita la stampa e l’opinione pubblica a non
ridere, sua moglie e’ una donna malata!

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lettera di Sandro Baldoni (fratello di Enzo) a Vittorio Zucconi

Lettera di Sandro Baldoni

“Caro direttore,
felici questi giorni anche per noi Baldoni, contenti di rivedere le facce belle, pulite e sorridenti di Simona Pari e Simona Torretta, e di stringerci idealmente in un abbraccio ai loro familiari. Ma permetteteci, da cittadini qualsiasi di questo stato, di farci e fare pacatamente qualche domanda molto diretta.

Perché nel caso di Enzo il governo italiano ha sonnecchiato così a lungo e si è dimostrato così freddamente distaccato da una tragedia che anche in quel caso non aveva coinvolto solo una persona, ma un’intera nazione?

Perché le opposizioni non sono riuscite ad andare oltre la polemica spicciola, invece di sollecitare l’immediata azione di tutte le altre forze politiche per una soluzione rapida del sequestro?

Perché i servizi segreti hanno perso giorni preziosi minimizzando subito la questione della sparizione di Enzo, addirittura dando notizie infondate su una sua presunta irresponsabile uscita dal convoglio della Croce Rossa, quando lui era stato evidentemente catturato mentre era di ritorno a Bagdad assieme ai medici e agli infermieri con cui era andato a curare un gruppo di feriti iracheni?

Perché dopo tutto questo tempo non si riesce ad avere il benché minimo indizio su che fine abbia fatto il corpo di un occidentale clamorosamente rapito e ucciso nella non immensa periferia di Bagdad?

Insomma, abbiamo due governi, uno efficientissimo e uno completamente inaffidabile, così come abbiamo due opposizioni e due servizi segreti?
Pensiamo siano cose che molti altri italiani si chiedono, confusi anche da questa improvvisa e un po’ sguaiata gara della nostra classe politica ad attribuirsi meriti e medaglie, mentre un mese fa era tutto un correre a nascondersi nei coni d’ombra disegnati dalle poltrone.

Qualcuno può rispondere? Grazie.
Sandro Baldoni “

www.repubblica.it

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merci a Strega

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negroponte nuovo saddam???

In Iraq un nuovo Saddam?di Prof. Patrick Boylan*

– tratto da www.boylan.it

 

Pesanti ombre si allungano sulla domanda di chi stia dietro e per conto di chi agisca il sedicente «esercito islamico», quello che ha ucciso Enzo Baldoni e che ha rapito prima i due giornalisti francesi ed ora (lo stile è identico) le due coraggiose operatrici di pace italiane. Molti elementi inducono a pensare, infatti, che non si tratti dei cosiddetti «fanatici islamici» bensì degli «squadroni della morte» che, secondo «The Guardian» (9.12.03), da mesi la CIA sta allenando in Israele. Questi ultimi tristi eventi potrebbero significare che ora i famigerati squadroni sono entrati in azione, secondo un copione più volte sperimentato dalla CIA in America Latina (e non solo), per aiutare il Primo Ministro iracheno Allawi a diventare il nuovo Saddam.

 


Fantapolitica? Secondo il Chicago Sun-Times (25.7.04) l’ambasciatore americano in Iraq, Negroponte, ha creato e diretto gli squadroni della morte in Honduras ed altrove per spianare la strada al dittatore di turno. Il giornale americano aggiunge: «E Allawi sta seguendo il copione sudamericano in puro stile Negroponte». Allawi è del resto, secondo il Guardian Weekly (23.7.04) e la BBC Web News (25.5.04), da lungo tempo un collaboratore della CIA e prima ancora dei Servizi segreti britannici – proprio come Saddam. Ora sembra stia facendo esattamente quello che faceva l’ex dittatore iracheno quando prese il potere 40 anni fa con la sponsorizzazione di Washington. 

 

 

Allawi ha ripristinato la pena di morte, ha istituito il coprifuoco e ora potrebbe apprestarsi ad usare gli squadroni della morte per eliminare fisicamente l’opposizione in vista delle elezioni di gennaio prossimo (se non slitteranno). Solo che non ci devono essere testimoni oculari del regno di terrore che sta per iniziare. Non ci devono essere pacifisti ficcanaso, giornalisti non allineati, ONG incontrollate, gente che potrebbe scattare delle foto. Quindi occorre spaventarli, allontanarli, come ha fatto il primo Saddam e come hanno fatto i dittatori latinoamericani portati al potere dalla CIA. (Ricordate quei film sui giovani volontari americani in Honduras o in Cile, eliminati insieme a preti e a suore e allo stesso Mons. Romero da misteriosi squadroni di rapitori/assassini che volevano poter agire contro la popolazione con le mani libere?)

 


Ora, dopo i recenti rapimenti, «la maggior parte del personale delle ONG internazionali si appresta a lasciare l’Iraq» scrive Televideo (8.9.04). E’ fantapolitica, dunque, pensare che questo è proprio ciò che si auguravano Allawi e, dietro le quinte, Negroponte? 

 

Alla luce di ciò si comprende perché i guerriglieri iracheni indipendentisti non vogliano deporre le armi: semplicemente perché non vogliono fare la fine di Enzo Baldoni. Sanno che senza armi per difendersi saranno arrestati dalla polizia (se il governo riesce a trovare accuse) oppure, nel caso contrario, rapiti dagli squadroni della morte. Proprio come avviene non solo in America Latina ma anche, in questi ultimi anni, in Algeria e altrove.

 


Coprifuoco di sangue, dunque. Eliminazione dell’intera opposizione non allineata dietro gli USA. 


Poi il governo indice le “elezioni libere” e… indovinate chi vince.
Perché sto parlando di tutto ciò in un momento così terribile come questo?

 


Perché dobbiamo sì chiedere la restituzione delle due coraggiose italiane rapite, ma a chi di dovere, senza farci abbindolare.
Non dobbiamo fare appelli a presunti «guerriglieri islamici» finché sussistono dubbi sulla loro reale identità. Non dobbiamo interrogarci sul perché i rapitori non abbiano pietà di due ragazze che tanto hanno fatto per aiutare gli iracheni a svilupparsi, per potersi gestire come popolo indipendente, perché è proprio QUESTO il loro torto (per chi le ha fatto rapire).

 

 

Se invece, malauguratamente, dovessimo accettare di usare gli schemi razzisti proposti dai mass media («gli islamici non hanno pietà per nessuno, nemmeno i pacifisti, nemmeno le donne»), non faremmo altro che avvalorare il mito di una mente islamica deviata.


E ciò è proprio quello che vogliono le menti davvero deviate che potrebbero aver commissionato questo rapimento, menti al 100% cristiane e che si trovano non a Saddam City ma nei palazzi del potere occidentale.

 


Le manifestazioni di solidarietà vanno benissimo. E’ giusto che ci riuniamo davanti alla sede di “Un Ponte per…” E’ giusto che esprimiamo il nostro dolore ai familiari ed ai colleghi.
Ma  per dire “no!” ai sequestri e “si!” alla restituzione dei volontari rapiti, per dire che questi eventi non ci disorientano e non ci intimoriscono, per dire che, anzi, questa svolta non fa che avvalorare gli indizi appena elencati, organizziamoci per chiedere la liberazione degli ostaggi a chi di competenza: davanti a Palazzo Chigi e davanti all’ambasciata degli Stati Uniti credo che sarebbe una buona scelta. 

 

*Patrick Boylan, (titoli di studio: Università della California di Berkeley e Università di Parigi Sorbonne), insegna linguistica inglese all’Università di Roma III

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Sesso libero nei bagni dei pub

La decisione di un giudice di Como: assolta coppia di svizzeri
Fare sesso nella toilette del bar non è reato
Non si tratta di «atti osceni in luogo pubblico» perché i due «erano appartati e nessuno li vedeva».
COMO – Sesso libero nei bagni dei pub e dei bar. Basta che nessuno vi veda. Così ha stabilito un giudice di Como. La coppia che consuma sesso nella toilette di un bar non commette atti osceni in luogo pubblico, perché il luogo è comunque appartato. Così si legge nella sentenza del giudice monocratico di Como Luciano Storaci, che ha assolto due svizzeri del Canton Ticino 33 anni lui, 32 lei, sorpresi un anno fa in intimità nel bagno di un pub del centro di Como. La coppia era stata scoperta dal titolare del locale, che era andato a cercarli venti minuti dopo averli visti andare in bagno: «Se il barista mi avesse dato il tempo di rivestirmi non sarebbe successo nulla», si è difesa la donna davanti al giudice.
Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a sei mesi per l’uomo e a cinque per la donna, per atti osceni in luogo pubblico. Secondo il difensore, invece, il comune senso del pudore non era stato violato, perché i due erano appartati e nessuno li vedeva. Alla fine il giudice ha assolto gli imputati dall’imputazione principale, ma ha condannato l’uomo al pagamento di 200 euro per avere rotto la serratura del bagno. A parte, lo svizzero ha poi patteggiato tre mesi per resistenza a pubblico ufficiale, per via della reazione inconsulta avuta all’ intervento della polizia subito dopo il «fattacccio».
www.corriere.it

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liberi da Copyright

Bastian contrari
Teoricamente in Italia dovrebbe essere la Sinistra a
“premere” sull’affermazione dei software liberi da
Copyright.
Praticamente invece il sito internet di Forza Italia è
alimentato da Linux, mentre quelli dei democratici di
sinistra e Rifondazione sono serviti da IIS/Windows.
In America invece il sito di Kerry “gira” su Linux,
mentre Bush è “powered by Microsoft”.

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un modo umano per le anatre

Paté? No, grazie.
Entro il 2012, grazie a una norma approvata dal
governatore Arnold Schwarzenegger, la California porrà
fine alla nutrizione forzata di oche e anatre allevate per
produrre “foie gras”. E non ne consentirà la vendita, a
meno che i produttori non trovino “un modo umano per far
consumare alle anatre grano sufficiente ad aumentare la
misura del loro fegato”.
Certe notizie fanno bene anche al nostro, di fegato.

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circhi senza animali

A Torino si puo’ frequentare un master in circo
contemporaneo. Il corso biennale di alta specializzazione
prevede 1.200 ore di studio con frequenza obbligatoria e a
garanzia della volonta’ di formare artisti preparati e validi
e’ stata costituita un’equipe pedagogica internazionale di
livello professionale. Il ‘nuovo circo’ e’ una nuova forma di
teatro-circo senza alcun animale in scena.
(Fonte: Ansa)

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Negroponte, ambasciatore usa in Iraq a capo di squadroni della.

L’anima nera: un Negroponte per Baghdad
di Noam Chomsky – «Il Manifesto» 15 settembre 2004

Un principio morale che non deve provocare controversie è quello dell’universalità: dobbiamo applicare a noi gli stessi standard che applichiamo agli altri. E, sicuramente, con più zelo. In generale, se gli stati hanno il potere di agire con impunità, rifiutano i principi morali, dato che sono loro che stabiliscono le regole. Questo è un nostro diritto se ci consideriamo esenti dal principio di universalità. E lo facciamo costantemente. Tutti i giorni sorgono nuovi esempi. Soltanto il mese scorso, John Negroponte (nella foto Ap) è arrivato a Baghdad come ambasciatore degli Stati uniti in Iraq, per guidare la missione diplomatica più grande del mondo. La sua intenzione era consegnare la sovranità agli iracheni al fine di mettere in pratica la «missione messianica» di George W. Bush di istaurare la democrazia in Medio Oriente e nel mondo. Al meno è quello che ci è stato solennemente detto.

 

Nessuno però può trascurare un orribile precedente: Negroponte imparò il suo mestiere di ambasciatore degli Stati uniti nell’Honduras degli anni `80, durante la prima guerra contro il terrorismo che i sostenitori di Ronald Reagan dichiararono in Centramerica e in Medio Oriente.
In aprile, Carla Anne Robbins, del Wall Street Journal, ha scritto un articolo sulla nomina di Negroponte in Iraq, dal titolo «Un proconsole moderno». In Honduras, Negroponte era conosciuto come «el procónsul», titolo dato ai potenti governanti dell’epoca coloniale. Là era a capo della seconda ambasciata più grande dell’America latina, dov’era insediata anche la più grossa sede al mondo, in quell’epoca, della Cia. E non era perché l’Honduras fosse il centro del potere mondiale.Robbins ha sottolineato che Negroponte era stato criticato da attivisti di organismi di difesa dei diritti umani per avere «coperto gli abusi dell’esercito honduregno», eufemismo per riferirsi al terrorismo di Stato su grande scala, al fine di «assicurare il flusso degli aiuti statunitensi» a quel paese vitale in quanto «base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua».

 

 

La guerra occulta fu scatenata dopo che la rivoluzione sandinista prese il controllo del Nicaragua. Il timore di Washington era che nel paese centramericano potesse nascere una seconda Cuba. In Honduras, il compito del proconsole Negroponte era di curarsi delle basi in cui un’esercito di mercenari terroristi, i contras, veniva addestrato, armato e inviato a sconfiggere i sandinisti. Nel 1984, il Nicaragua rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: portò il caso contro gli Stati uniti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.
La corte ordinò agli Stati uniti di smettere con «l’uso illegale della forza», oppure, per dirla in parole chiare, con il terrorismo internazionale contro il Nicaragua , e di pagargli sostanziosi risarcimenti. Ma Washington ignorò la Corte e poi pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite nelle quali si appoggiava la decisione e si esigeva che tutti gli stati rispettassero la legge internazionale.

 

Il consulente legale del Dipartimento di Stato, Abraham Sofaer, spiegò la logica della Casa bianca. Dal momento che la maggior parte del mondo «non condivide il nostro punto di vista», dobbiamo «riservarci il potere di decidere» come agiremo e quali problemi «spettino essenzialmente alla giurisdizione degli Stati uniti, così come decidano gli stessi Stati uniti». In questo caso, le operazioni in Nicaragua condannate dalla Corte.

 

Carothers scrive dal punto di vista di conoscitore profondo, oltre che erudito, dato che lavorò al Dipartimento di Stato nell’epoca di Reagan durante il programma di «rafforzamento della democrazia» in America centrale.I programmi dell’era di Reagan sono stati «sinceri», anche se «fallirono», secondo Carothers, dato che Washington poteva tollerare soltanto «cambiamenti democratici molto limitati e dal alto verso il basso, al fine di non mettere in pericolo le strutture tradizionali del potere con cui gli Stati uniti erano alleati da molto tempo». Si tratta di una familiare inibizione storica nella ricerca di miraggi di democrazia, che gli iracheni sembrano capire anche se noi non lo facciamo.
Attualmente il Nicaragua è il secondo paese più povero dell’emisfero (prima di Haiti, altro principale obiettivo degli interventi militari statunitensi durante il secolo XX).

 

 

Circa il 60% dei bambini nicaraguensi al di sotto dei due anni sono affetti da anemia a causa della denutrizione. Uno dei più cupi indicatori di quella che si considera una vittoria della democrazia.Durante le sedute per la conferma di Negroponte, la campagna terroristica internazionale in Nicaragua è stata ricordata solo di passaggio, ma non è stata considerata di particolare importanza, grazie al fatto, sembra, che noi siamo gloriosamente esenti dal principio di universalità.
Diversi giorni dopo la designazione di Negroponte, l’Honduras ha ritirato il suo piccolo contingente militare dall’Iraq. Sarà stata una coincidenza. O forse gli honduregni si sono ricordati di qualcosa del periodo nel quale Negroponte lavorò lì. Qualcosa che noi preferiamo dimenticare.

 

www.ilmanifesto.it

 

 

 

 


Il governo di George W. Bush assicura di voler portare la democrazia in Iraq, utilizzando lo stesso esperto funzionario che utilizzò in Centramerica.

 

 


Il disprezzo di Washington per il verdetto della Corte e la sua arroganza verso la comunità internazionale sono forse rilevanti in relazione all’attuale situazione in Iraq.


La campagna nel Nicaragua lasciò una democrazia succube a un prezzo incalcolabile. Le morti dei civili sono state calcolate in decine di migliaia. Secondo Thomas Carothers, importante storico specializzato nei processi di democratizzazione in America latina, il numero dei morti «è in proporzione molto più alto del numero di statunitensi morti durante la guerra civile negli Stati uniti e in tutte le guerre del XX° secolo messe assieme».

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simona torretta: penso a quelli che ho lasciato lì, i bambini

IL RACCONTO “Pensavo tanto a mio nipotino
lui mi ha salvata dalla paura” di CONCITA DE GREGORIO

Simona Torretta

CERTO che ha avuto paura. Di morire, sì. “Paura che finisse così. Mi sembrava presto. Sarà banale ma è questo che pensi quando credi che non ti resti altro tempo. Pensi: è troppo presto”. Poi pensi a quelli che lasci, “perché se tu muori è un momento, ma gli altri restano, e come fanno a sopportare il dolore?”. Ci sono stati momenti difficili, proprio difficili, “però meno male che c’era Simona. Ci siamo fatte tanto coraggio, siamo state sempre insieme, sempre. Quando una sembrava che non ce la facesse c’era l’altra ad abbracciarla, a parlare piano, a tenerle la mano. Anche solo stare insieme in silenzio. Va bene anche quello”.

Simona Torretta parla lentamente e pensa ogni parola come se prima di dire rivedesse un film. È stanca, però ride. È gentile, e a tratti non è qui. È ancora in quella stanza, nella sua prigione: dopo ventuno giorni con la paura che ciascuno sia l’ultimo non se ne esce in una notte, chissà quanto ci vorrà e se basterà il tempo. Ora c’è sua madre che le tiene la mano, non l’altra Simona. “Però lei mi manca”. C’è una piazza imbandierata di colori arcobaleno e la gente che grida il suo nome. “Però penso a quelli che ho lasciato lì, ai bambini, alle madri”. C’è il sindaco di Roma che la fa sedere su una poltrona di raso e di stucchi davanti a una finestra sul Foro romano, e che prova a farla ridere, anche. “Però l’Iraq è bellissimo”.

Porta al collo una sciarpa marrone con dei ricami gialli. “Me l’hanno regalata loro”. Loro, gli iracheni. Ora che i rumori di fuori arrivano ovattati, ora che è da sola in questa stanza i ricordi arrivano a onde. “I sequestratori non li ho mai visti, non li abbiamo mai visti. Con loro parlavamo in inglese. Eravamo sempre a capo coperto tranne quando stavamo da sole. Il primo giorno ci hanno dato quegli abiti con cui siamo arrivate a Ciampino. Belli, vero? No, non sono abiti da cerimonia, sono da casa. Bellissimi, con quei colori avorio e rosa, e i ricami. Lo terrò per sempre. Gli uomini che ci hanno tenute prigioniere – tutti uomini, sì – pregavano molto, passavano davvero tanto tempo a pregare. Io parlo un po’ di arabo, l’ho studiato qui a Roma, e qualcosa di tanto in tanto capivo. È stato importante, molte volte capirli mi ha tranquillizzata”.
 

Chiamano al telefono di continuo. Arrivano amici. Più tardi, mentre è al balcone che saluta la piazza del Campidoglio telefona Simona Pari. “Simo, Simo. Vedessi, è bellissimo. Ti aspetto, Simo. Dai sì, ti aspetto”. Adesso però ancora un po’ di quiete, un bicchier d’acqua. Ancora il film di quei giorni. I sequestratori, voci senza volti. “Mi sono fatta l’idea, nelle settimane, che fossero un gruppo sunnita molto religioso della resistenza irachena. Di certo non delinquenti comuni, questo proprio no. Erano assai ben organizzati, pregavano, seguivano un progetto. Molto rispettosi, con noi. Non avrebbero mai toccato una donna, quando era necessario ci toccavano solo la manica della tunica. Mi hanno dato delle medicine quando sono stata malata. Ci hanno dato dei libri da leggere, in inglese, fin dai primi giorni. Hanno capito che tipo di lavoro stavamo facendo nel loro paese, e ci hanno rispettate per questo. Quando ci hanno rilasciate ci hanno chiesto scusa”. Scusa? “Sì, in una forma che vuol dire più o meno: ci dispiace per il disagio. Ci hanno regalato dolci e caramelle per il viaggio, e il Corano”. Era in quella scatola che tenevi in mano al momento del rilascio, quella scatola di cartone? “Sì, era lì. Dieci volumi, in inglese. Da leggere a casa, mi hanno detto”. A Roma, quando è scesa a Ciampino, la busta di plastica dove li aveva trasferiti si è rotta. Li ha raccolti qualcuno fra le autorità, c’è stato un momento di stupore. Dieci volumi, molto pesanti. “Ho già cominciato a leggerli”.

Arrivano in Campidoglio Fassino e Gasbarra, Achille Serra e i vertici dei Carabinieri. La famiglia Torretta è tutta da Veltroni, quindici persone almeno, forse venti. Gli zii, le cugine, i nipoti: gente silenziosa, sorridente. Un bambino di due mesi e mezzo nel marsupio della madre, Valerio. Il battesimo sarà domenica. “Ho pensato tanto a Valerio, davvero, quando avevo paura. Cercavo dentro di me le cose belle, i pensieri a cui legare la speranza. Valerio, che è così piccolo e non sa niente, è stato il più grande di tutti. Me lo immaginavo e stavo meglio. Poi cercavo di mettermi in comunicazione col pensiero con mia madre. Volevo comunicarle tutta l’energia positiva, farle sapere che stavo bene. Lo so che è successo. Lo so che lei mi ha sentita come io sentivo lei. Non si meritava questo dolore. È stata fortissima, me lo dicono tutti. Sono fiera di lei”.

Qualcuno si avvicina, le racconta del “comizio” della madre durante la Notte bianca, in Campidoglio. La madre è qui. Simona ride, la stringe. “Un comizio, mamma? Veramente incredibile”. “Ma no, che comizio, due parole. Parlavo con te”. Altri ricordi, altre onde. “La mattina che sono venuti a prenderci non avevano nessuna lista di nomi. Almeno, non mi è proprio sembrato. Ci hanno portati tutti fuori, ci hanno chiesto di dire i nostri nomi. Li abbiamo detti, ci hanno prese. Fino a quel momento non avevamo mai avuto paura di essere rapite, mai. Non ce lo aspettavamo davvero. I primi tre giorni sono stati i più duri. Poi siamo entrati in comunicazione, abbiamo visto come ci trattavano, ci hanno ascoltate. Dopo è stato meglio”. Fabio Alberti, il presidente di “Un ponte per…” la accudisce e la segue ogni istante: le tiene un braccio, la accompagna, rilegge il testo che Simona ha scritto per il discorso.
Lei lo cerca continuamente con lo sguardo, chiede approvazione, lo chiama quando si allontana anche di poco. “Vorrei scendere in piazza”, dice la ragazza. “Il suo posto è fra la gente”, insiste Alberti. La sicurezza le spiega che è meglio di no. Il foglietto che ha scritto nei venti minuti di tempo che ha chiesto per restare da sola e pensare non le serve, adesso. Parla a braccio, ripete penso al popolo iracheno, “non lo dobbiamo dimenticare perché quella gente sta soffrendo”. Prende la mano di sua madre. Parla con una cantilena dolorosa che ricorda quella di Rosaria Schifani in cattedrale a Palermo. Lei vorrebbe la pace, vorrebbe “il ritiro delle truppe dall’Iraq”. Ringrazia, in pubblico, “la comunità musulmana di tutto il mondo”. Ancora un momento da sola. Prima di uscire fuori di nuovo deve stare un po’ tranquilla, si raccomanda Alberti. La madre la segue con lo sguardo, si stringe alle altre figlie. Simona si stringe nel golfino rosa, si accarezza la sciarpa che le hanno regalato laggiù. “Non lascerò il mio lavoro. L’ho saputo subito, questo. Non lo lascerò perché è la mia vita. Non è certo il momento di parlarne adesso, ma sicuro che se potessi tornerei in Iraq. Adesso mi devo occupare della mia famiglia e far dimenticare anche a loro tutta la sofferenza. Però è così: non posso pensare di abbandonare quei bambini, quella gente”. Ne ha parlato con Simona a lungo, nei giorni della prigionia facevano progetti per farsi forza: “Quando usciremo abbiamo ancora da fare questo, ti ricordi?, e poi quest’altro – ci dicevamo. Ci facevamo l’elenco delle questioni sospese. Anche in aereo, mentre stavamo tornando: “Dunque, cosa ci resta da fare?”, ci dicevamo ridendo, ma in fondo sul serio”. Le hanno raccontato, in volo, delle manifestazioni, delle folle di popolo, degli appelli dei paesi islamici, del lavoro dei politici. “Sono contenta che la nostra storia sia servita a far ritrovare l’armonia politica”, ride.

“Quando dall’aereo sopra Roma abbiamo visto il Colosseo illuminato e ci hanno detto: “Quello è per voi”, non ci potevo credere. Non siamo mica così importanti”. Il Colosseo si illumina ogni volta che una condanna a morte viene annullata, le ha spiegato poco fa Veltroni. Certo: una condanna a morte. Certo: annullata. La madre Annamaria si fa più vicina. “Vieni Simona, ora andiamo a casa. È tutto passato”. Simona sorride, non dice nulla. È molto stanca, molto. Chiede: “Adesso cosa dobbiamo fare?”. Non devi fare niente, Simo, devi fare quello che ti senti. “Allora possiamo tornare a casa?”. Certo, sì. Fuori c’è Valerio, minuscolo, che dorme nel suo marsupio. C’è la piazza piena di bandiere della pace, la luce rosa di Roma al tramonto. Si ferma un momento: “Che meraviglia”. Una ragazza piena di ricci biondi la abbraccia strettissimo e piange. “Non piangere, grazie, non piangere”. Poi stringe la sciarpa come un amuleto, con tutte e due le mani, e se ne va.

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«Processate i poliziotti della Diaz»

Udienza preliminare a Genova, i pm concludono per il rinvio a giudizio di 28 tra dirigenti e capisquadra per il blitz del 21 luglio 2001. Verdi e Prc: il governo li sospenda

di A. MAN.

di Red

Picchiarono i no global a Genova, chiesto rinvio a giudizio per 28 poliziotti. Lo hanno chiesto i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardone Albini, in riferimento alla sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz, avvenuta il 21 luglio del 2001. Si tratta di rinvio a giudizio per 28 tra poliziotti, tra dirigenti, capisquadra e agenti. La richiesta è stata fatta durante il processo, al termine della requisitoria del pubblico ministero Cardona Albini, che ha anche depositato i numerosi filmati provenienti da varie fonti, anche amatoriali.

La scorsa udienza i pubblici ministeri avevano depositato una lunga memoria di 261 pagine con le motivazioni dei vari capi d’ accusa. Le accuse di cui dovranno rispondere nel caso il gup Daniela Faraggi accogliesse la richiesta sono falso, calunnia, arresti illegali, lesioni. Intanto nella prossima udienza del 2 ottobre cominceranno gli interrogatori di alcuni imputati su richiesta dei difensori tra cui l’ex vice questore della Digos di Genova, Carlo Di Sarro, un altro agente ora in servizio a Rapallo e quattro capisquadra. Sul blitz alla scuola Diaz è stata stralciata la posizione di un agente, Di Bernardini, in gravi condizioni a seguito di un incidente stradale.

Il 21 luglio 2001, durante il G8, 200 agenti delle forze dell’ordine, irruppero nelle due scuole Diaz e Pertini, conclesse dal Comune per ospitare i membri del Genoa Social Forum. Furono arrestate tutte le persone trovate all’interno dell’edificio, 93 no global, per i quali è stata poi decisa l’archiviazione. Le indagini della Procura sull’irruzione nella scuola Diaz presero avvio dalle denunce dei gip, insospettiti che durante la convalida dei 93 arresti, tutti i manifestanti, su cui erano ancora visibili i segni delle percosse, raccontassero la stessa storia di pestaggi subiti a freddo all’interno dell’istituto.

«Dall’ iniziativa dei giudici – è scritto nella memoria dei pm Zucca e Cardona Albini – era tuttavia già posta in maniera esplicita l’ipotesi che alla base dell’eccezionale “debacle” sul piano giudiziario di una operazione (l’irruzione nella scuola Diaz, ndr) avvenuta sotto la luce dei riflettori vi fosse un’inquietante e tuttavia semplice risposta: “I poliziotti dovevano aver mentito”».

Successivamente alle denunce dei giudici, le indagini cominciarono a puntare i riflettori sull’eccesso di reazione da parte della polizia rispetto ad una presunta resistenza di no global con lanci di sassi e di oggetti. Le dichiarazioni dei poliziotti – sottolineano i pm – sono di una «assoluta genericita» in quanto nessuno dice o scrive chi ha fatto cosa. I pm prendono quindi in esame i reati di falso e di calunnia contestati agli imputati. «È stato difficile – hanno commentato i pm – anche decifrare le firme poste sui verbali di sequestro o di arresto, tanto che una è rimasta ignota. Nessuno si è fatto avanti per dire cosa aveva fatto o a che cosa aveva partecipato».

I poliziotti più alti in grado hanno sostenuto negli interrogatori che non erano ufficiali giudiziari, per cui non dovevano né partecipare a questi atti né firmarli. Su questo punto i magistrati hanno contestato che essendo i più alti in grado e essendo gerarchica la linea di comando era impossibile che non avessero partecipato alla redazione di quegli atti.

I pm hanno quindi illustrato i vari episodi contestati, tra cui l’ episodio delle due bottiglie molotov e l’accoltellamento dell’agente romano Massimo Nucera, per cui i poliziotti sono imputati di falso e calunnia. È stato poi ricostruito l’episodio dell’irruzione nella scuola Pascoli, liquidato dalla polizia come «un errore». Secondo i magistrati questa giustificazione non regge perché non si capisce perché i poliziotti «entrati per errore» abbiano poi spaccato tutto e si siano portati via cassette video e hard-disk.

Dalla memoria emerge una valutazione severa sulla qualità e modalità con cui è stata fatta l’operazione della polizia e soprattutto sul risultato ottenuto. Il preludio di questa operazione – hanno sottolineato ancora i pm – è dato dal pestaggio di cui fu vittima il giornalista inglese Mark Covell, avvenuto davanti alla scuola, poco prima dell’irruzione

www.unità.it

www.bellaciao.org

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referendum procreazione assistita: Grane Vittoria!

Pannella sul bus scoperto verso piazza Cavour

Procreazione assistita. Oggi in Cassazione le firme per i referendum

30 settembre 2004
Tra poche ore – alle 16 – tutti i comitati referendari che hanno promosso i 5 quesiti di abrogazione (parziale o totale) della legge sulla procreazione assistita consegneranno alla Corte di Cassazione gli scatoloni con le firme necessarie per la tenuta dei referendum. «Un’altra conquista civile dell’Italia rappresentata dall’ormai imminente successo della campagna referendaria», commenta il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone, che parla di «risultato straordinario, storico», con oltre un milione di firme per il primo quesito, quello di abrogazione totale.

Ieri i Radicali italiani e l’Associazione Luca Coscioni hanno organizzato una «marcia festosa», accompagnata da una jazz band, da Porta Pia alla sede della Cassazione, in piazza Cavour, dove in attesa del giorno della consegna si è svolta fino a tarda sera una veglia, alla quale sono intervenuti cantanti, attori, personalità politiche. Questa sera, infine, subito dopo la consegna delle firme – con Luca Coscioni, Emma Bonino, Marco Pannella, Daniele Capezzone, Marco Cappato e Rita Bernardini – i festeggiamenti proseguiranno a Campo de’ Fiori dalle 19 alle 24, con personaggi del mondo dello spettacolo, dell’arte, della scienza.

Si parla di circa 700 mila firme, ma c’è ancora cautela, spiega Marco Pannella: «I numeri li avremo in modo serio e puntuale domani. E’ una questione tecnica dovuta ai due distinti centri di raccolta, uno per il referendum per l’abrogazione totale, l’altro per i cinque singoli quesiti. Aspettiamo questa notte, ma con i previsti, ultimi arrivi di firme non dovrebbero esserci problemi». Riguardo la possibilità che la legge 40 venga modificata in Parlamento allo scopo di evitare il voto dei cittadini, Capezzone avverte: «E’ solo un pasticcio, e tanto più cercano di fare pasticci, tanto più andremo avanti per difendere il diritto degli italiani a potersi esprimere attraverso il referendum». «Se questo Parlamento, che ha approvato questa vergogna e questo schifo, si smentisce su tutto, allora saremo i primi ad applaudire», aggiunge Pannella.

Nel fine settimana si svolgerà il Comitato nazionale di Radicali Italiani, chiamato all’analisi politica degli eventi dell’ultimo trimestre, a partire dagli esiti della campagna referendaria. Sono invitati tutti i militanti che hanno partecipato alla raccolta delle firme.

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contro le violazioni dei diritti umani

Agli inizi di settembre, migliaia di Indiani provenienti da ogni regione della Colombia si sono messi in marcia per protestare contro l’uccisione dei loro leader da parte di tutte le fazioni coinvolte nella guerra civile che insanguina il paese. Oltre 40.000 indigeni appartenenti ai Paez, ai Guambiano e a molte altre tribù, hanno raggiunto pacificamente la città di Cali, nella parte sud occidentale della nazione. Nei primi 8 mesi di quest’anno sono già stati assassinati oltre 50 leader indiani per mano dei paramilitari di destra e dei guerriglieri di sinistra, mentre 4.500 persone sono state costrette a trovare rifugio in altri paesi. Il portavoce dell’organizzazione nazionale indiana ha dichiarato: “Stiamo protestando contro la guerra e le violazioni dei diritti umani dei nostri popoli, da qualunque parte vengano”

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qui nessun antenato

I Boscimani Gana e Gwi stanno lottando in ogni modo per la loro sopravvivenza. Il prossimo 29 settembre, i loro portavoce Roy Sesana e Jumanda Gakelebone arriveranno a Londra, ospiti di Survival, per raccontare al pubblico la storia della loro deportazione e della loro disperata battaglia per ritornare nella terra degli antenati: “Gli antenati non hanno nessun legame con noi qui [nei campi di reinsediamento]. Qui non riusciamo nemmeno a fare la danza della trance perché gli antenati non ci sono”. Nel frattempo, con l’aiuto della sezione americana di Amnesty International, i Boscimani stanno percorrendo gli Stati Uniti da costa a costa per sensibilizzare l’opinione pubblica del paese, che rappresenta il mercato più importante per i diamanti del Botswana. Tra i numerosi incontri sono da segnalare quelli con alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti, con il cantante-compositore Jackson Browne e le comunità degli Indiani Hopi e Navajo. Prima di rientrare nel Kalahari, i Boscimani visiteranno anche il Parlamento dei Sami in Norvegia, accompagnati da Survival. Il processo in corso presso l’Alta Corte del Botswana è stato nuovamente sospeso per aggiornamenti e riprenderà il 3 novembre prossimo. Nel frattempo, Survival International ha lanciato una nuova, massiccia campagna pubblicitaria in tutta Europa per aiutare i Boscimani a difendere il loro diritto alla terra e alla vita.

 

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ci hanno trattato con molto rispetto

29.09.2004
«I rapitori pensavano fossimo spie». Scelli: «Non parlate di riscatto»
di red Sono sbarcate alle undici e un quarto di sera a Ciampino, spiate dalle telecamera di Bruno Vespa in diretta tv. Alle 23.22 dalla scaletta dell’aereo appare il sorriso di Simona Pari, subito dopo Simona Torretta. Sono vestite di bianco, sorridenti, senza più il velo, si tengono per mano. A salutarle nel piccolo aereo che le ha portate a casa, un corteo di autorità, da Letta a Berlusconi, dal prefetto di Roma Serra, al sindaco Veltroni, da Fini a Rutelli. Vespa annuncia le prime parole di Simona Torretta: «È andata bene, ci hanno trattato con molto rispetto». Appena arrivate sono state portate, a bordo di un elicottero dei carabinieri, a Piazzale Clodio per essere interrogate dal pm romano Ionta sui loro 21 giorni nelle mani dei rapitori.

 

Alle 4.20, Simona Pari arriva finalmente di fronte al suo appartamento a Rimini. «Sto bene, grazie mille. Scusate ma sono molto stanca», si limita a dire, sorridendo, ancora una volta ai giornalisti. «È andato tutto bene, benissimo» aggiunge la madre Donatella. «Io adesso non c’entro più nulla, adesso avete lei» sottolinea il padre Luciano entrando nel portone di casa.

«I nostri rapitori pensavano fossimo spie»

Finisce così una notte frenetica. Da Baghdad a Ciampino, da Ciampino alla stanza del procuratore Ionta, dagli uffici del tribunale finalmente a casa. Simona Torretta è già tornata, ma non da molto, nel suo appartamento romano, a Cinecittà. «Rifarei tutto con tutte le conseguenze – afferma sicura – anche se mi dispiace per la sofferenza fatta provare a mia madre e il dispiacere che non si merita, però fa parte della vita». Tornerai in Iraq? Le chiede qualcuno: «Vedremo – risponde – probabilmente sì, ora devo stare vicino alla mia famiglia».

Ma come sono stati i ventuno lunghissimi giorni del sequestro? Come sono state trattate Simona e Simona? E chi erano i rapitori? «Religiosi che ci hanno insegnato i principi dell’Islam e alla fine si sono anche scusati e ci hanno chiesto perdono», dice Simona Torretta, che nel racconto del terrore non perde il sorriso: «Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto paura di morire – prosegue – In altri momenti ridevamo tra di noi».

I particolari del sequestro stanno nell’interrogatorio secretato dal pm Ionta, che ha ascoltato anche il commissario della Croce Rossa Scelli e il suo collaboratore iracheno Navar. «Non sapevano nulla di quello che succedeva all’esterno – ha raccontato ancora Simona Torretta al termine dell’interrogatorio – avevamo poche notizie. Sappiamo della solidarietà del popolo iracheno nei nostri confronti». Ma come resistere a 21 giorni di prigionia? «Con la fede. Abbiamo avuto tantissima fede e la forza interiore che ci ha sostenuto anche perché potevamo sostenerci solo da sole». Le due ragazze hanno raccontato ai magistrati di aver fatto un solo veloce spostamento dopo essere state portate via dalla palazzina di Un ponte per…. e di essere rimaste solo per qualche giorno con i due collaboratori iracheni. Tranne che negli ultimi giorni hanno sempre avuto gli occhi bendati e sono rimaste chiuse in una stanza, sdraiate. «I nostri sequestratori erano convinti che fossimo delle spie e che eravamo a Baghdad, tra la popolazione civile, non per aiutarli a per carpire informazioni», hanno detto ai magistrati. L’atteggiamento dei rapitori, inizialmente duro, sarebbe cambiato dopo aver constatato che le due ragazze sono davvero operatrici umanitarie. Poche parole da Simona Pari: «Siamo state trattate bene con calore e solidarietà»

«Nessun riscatto, ma…»

Il commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli, partito il giorno prima da Roma per Baghdad, è stato il primo ad accogliere Simona e Simona dopo la liberazione: «Sono stato otto ore in una stanza ad attendere i quattro ostaggi. Con me c’era il mediatore». Ma prima di loro era arrivato sul posto il cameraman della tv Al Jazira.

Tornato in Italia, Scelli ha ammonito: «Non voglio sentire parlare di riscatto. Questo discorso mi mette in condizione di perdere la neutralità. È un discorso che non voglio sia toccato perchè è un attentato alla vita di 25 persone che stanno curando 300 persone al giorno, oltre che alla mia persona».

«La Cri – ha aggiunto- è un ente pubblico ed è neutrale, non può permettersi di dare 100 lire che non siano documentate». Ma se il pagamento fosse stato fatto da altri? «Scusate – ha risposto Scelli – e chi le ha portate a casa le ragazze?». Insomma nessun riscatto, questa la sua versione. Oggi, comunque, arriveranno in Italia 15 bambini iracheni, garvemente malati. A portarli un aereo della Croce Rossa, che provvederà alla loro smistamazione in base alle loro patologie e alle disponibilità dei centri medici delle varie regioni. La notizia era stata diffusa ieri subito dopo la liberazione degli ostaggi

www.unità.it

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