Aleida Guevara March
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Il Che e’ tornato!
Non proprio lui di persona, ma la figlia, Aleida Guevara March. Insieme all’organizzazione non governativa Movimiento Mexicano de Solidaridad con Cuba, ha lanciato una campagna per la liberazione di 5 cubani detenuti negli Usa. Arrestati nel 1998, sono accusati di spionaggio e condannati a pene da 15 anni all’ergastolo.
“Sono piu’ di 45 anni che a Cuba siamo vittime del terrorismo di Stato degli Usa” ha detto la figlia del Che, ma “non ci arrenderemo”.
Hasta la victoria siempre!
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Francisco “Chico” Mendes, fondatore del movimento ecologista, assassinato il 22 dicembre 1988 per essersi opposto alla devastazione dell’Amazzonia, e’ stato iscritto nell’albo degli Eroi della Patria brasiliani.
I suoi assassini, due proprietari terrieri, sono in carcere, condannati a 19 anni di prigione.
chico eroe della patria Leggi l'articolo »
Il 71% dei britannici vuole che il premier Tony Blair fissi
una data per il ritiro delle truppe dall’Iraq. E’ quanto
risulta da un sondaggio del Guardian. Il 45% degli
interpellati giudica il conflitto “ingiustificato”.
sondaggio GB Leggi l'articolo »
La prima vittoria italiana in Iraq di Antonio Padellaro
La liberazione di Simona Torretta e Simona Pari è la prima vittoria italiana in Iraq. Perciò, all’immensa gioia per il ritorno a casa delle due coraggiose ragazze di pace, sane e salve, si deve accompagnare l’apprezzamento per chi ha reso possibile questo successo. Il giorno del rapimento, in un clima plumbeo e tra pensieri foschi, questo giornale si augurava di dover tessere, quanto prima, le lodi del governo poiché ciò avrebbe significato che tutto si era concluso per il meglio. Siamo qui a tener fede volentieri al nostro impegno. Il governo è stato attivo, tempestivo, efficace. Quando Berlusconi dice che il merito principale della trattativa è di Gianni Letta, per una volta siamo d’accordo con lui. Il sottosegretario di Palazzo Chigi è stato il terminale di tutti i fili politici, diplomatici e operativi. Senza dimenticare il lavoro svolto nelle capitali mediorientali dal ministro degli Esteri Frattini e il ruolo del presidente della Croce Rossa Scelli a cui le due italiane sono state riconsegnate nei pressi di una moschea illuminata.
Eravamo sul punto di dire bravo anche a Berlusconi (la gioia può fare di questi scherzi), ma ci siamo trattenuti quando lo abbiamo ascoltato in Parlamento mentre approfittava del momento per lanciare uno spot a favore della riforma che sfascia l’Italia. Al governo si deve anche la richiesta di collaborazione rivolta all’opposizione, e che l’opposizione ha immediatamente accettato, firmando con grande senso di responsabilità una sorta di garanzia in bianco.
Apertura di credito che subito qualcuno ha voluto chiamare unità nazionale, definizione che alla luce di quanto accaduto in questi ventuno giorni di attesa andrà meglio precisata.
Unità nazionale ha significato, innanzitutto, la condivisione di un profondo rispetto per ciò che le due Simone sono e rappresentano. I loro ideali di pace, le loro scelte di vita così votate al rischio e alla generosità, il loro mondo di riferimento: quello del volontariato, dei medici senza frontiere, dei ponti per. Rispetto che nei confronti di persone del genere sarebbe considerato dovuto in qualsiasi paese civile ma non in Italia dove esistono giornali che possono definire le due Simone delle stupidotte in cerca di emozioni annunciandone perfino la decapitazione avvenuta, tanto per togliersi il problema. Probabilmente un maggiore rispetto, una maggiore attenzione, una maggiore tempestività nell’intervento diplomatico avrebbe potuto salvare anche la vita di Enzo Baldoni.
Unità nazionale ha voluto dire una riconsiderazione in chiave umanitaria della cosiddetta politica della fermezza. La scelta, pretesa dal centrosinistra, di non lasciare nulla d’intentato per le due Simone ha generato un circolo virtuoso di iniziative internazionali, contatti riallacciati, mondi riavvicinati. I viaggi di Frattini hanno riattivato i canali con la Siria, la Giordania e i paesi del Golfo. In una regione, cioè, nella quale l’Italia un tempo svolgeva un ruolo poi sciaguratamente rinnegato.
Affidata al Sismi la strategia del negoziato ha dato i frutti sperati dimostrando che i nostri Servizi, messi nella condizione di operare senza incertezze o sovrapposizioni compiono le missioni. L’unica via d’uscita era quella di pagare un riscatto, di un milione di dollari si dice. Se è andata così, mai soldi sono stati spesi meglio. Chi adesso obietterà che è stato finanziato il terrorismo preferisce evidentemente dare spazio alla politica delle teste tagliate. Infine, dopo il prodigarsi del mondo islamico più vasto e rappresentativo (associazioni, intellettuali, esponenti religiosi) vedremo chi avrà il coraggio di parlare ancora di scontro di civiltà.
Unità nazionale è stata poi la fine della discriminazione continuata violenta e faziosa della maggioranza verso l’opposizione. Un presidente del Consiglio che per tre anni e mezzo mai si era voltato verso i banchi del centrosinistra, se non per irridere e lanciare accuse di inaffidabilità, ha dovuto cambiare atteggiamento. Incassando un indubbio successo d’immagine ma dimostrando che in un paese normale l’opposizione va rispettata e ascoltata. La prima volta che lo ha fatto il risultato ha unificato il paese.
Unità nazionale non è e non può essere nulla che non sia dettato da situazioni straordinarie in cui è richiesto lo sforzo comune. Non è inciucio o trattativa sottobanco. Non è ricerca di nuovi modelli di potere o di equilibri più avanzati. Per questo domani mentre continueremo a festeggiare Simona e Simona, l’opposizione tornerà a chiedere il ritiro del contingente italiano dal terreno di una guerra insensata. Sarebbe di nuovo unità nazionale se il governo accettasse di discutere l’uscita dall’incubo. Che non vuol dire abbandonare l’Iraq al suo destino. Ma che significa tornarci nel quadro della legalità internazionale e con lo spirito di solidarietà dimostrato da Simona Torretta e Simona Pari.
www.unità.it
l’importanza dell’unità Leggi l'articolo »
“Vai, al link. >>> Scendi un po’, ci sono due signori che si stringono la mano… uno è chiaramente Saddam…. l’altro è Rumsfeld (anno 1983), c’è pure il video”. Alberto S.
Didascalia del video: : “Shaking Hands with Saddam Hussein,” Iraqi President Saddam Hussein greets Donald Rumsfeld, then special envoy of President Ronald Reagan, in Baghdad on December 20, 1983”.
Dunque, l’attuale ministro della difesa americano in visita (affettuosa) a Saddam come inviato del presidente Reagan. Poi, negli anni, qualcosa si e’ guastato. Molto guastato. Problemi di feeling? O di petrolio?
Allora leggetevi tutta la storia, basata sui documenti diplomatici del National Security Archive.
c’eravamo tanto amati Leggi l'articolo »
Quando Saddam Hussein fu nominato cittadino onorario della città di Detroit.
Il prete americano Jacob consegnò allora le chiavi della città quale ringraziamento per i soldi versati dal dittatore alla chiesa locale.
Saddam Hussein: Honorary citizen of Detroit, Michigan
Saddam is third from the left
Posted: 03/26/2003 04:09 pm
Years before Saddam Hussein became an enemy to the United States, he was reportedly seen as a friend and made an honorary Detroit citizen.
In 1980 when Saddam Hussein was on good terms with America, he was quite the giver. Hussein donated money to help several churches in the motor city, Detroit.
There are pictures of a meeting between a Detroit priest and Saddam Hussein when he accepted the donation.
Father Jacob Yasso of the Sacred Heart Chaldean Church says, “He said, ‘We hear you have a debt on your church’. I said, ‘Yes Mr. President’. He said, ‘How much?’. I said ‘$170,000’. He said, ‘I’ll pay it off for you’.”
Father Yasso returned the favor at that same meeting 23 years ago. He gave Hussein a key to the city of Detroit making him an honorary citizen.
quando eravamo amici Leggi l'articolo »
Giuseppe Zaccaria , inviato de La Stampa
Esplodono bombe, cadono granate, si decapitano ostaggi ed ogni giorno almeno cinquanta persone muoiono in sparatorie, rapine o incidenti, lo sterminato obitorio iracheno continua a riempirsi di cadaveri e «l’industria della morte lavora a pieno regime». Qualche giorno fa l’idea di indagare in un angolo buio mai esplorato prima era nata da una frase del genere, sentita ripetere chissà quante volte in un programma televisivo, poi quell’angolo buio ha svelato una storia terrificante.
Chi parlava di «industria della morte» forse non si rendeva conto di quanto vicino fosse ad una realtà che sposta ancora e sempre più avanti i confini dell’orrore, da molti mesi in Iraq si vende la sola materia prima di cui in Paese sia diventato ricco, ovvero i corpi umani.
Cadaveri interi, organi per i trapianti, teste mozzate che finiranno nelle scuole per giovani dentisti vengono caricate ogni giorno su camion frigoriferi che partono verso il Kuwait ed iL confine iraniano, per poi disperdersi verso ospedali e centri clinici australiani, giapponesi, svizzeri. Il traffico muove miliardi di dollari e dispensa tangenti enormi, travolge ogni regola morale e remora religiosa, riafferma le regole selvagge di un mercato in nome dei quale si organizzano circuiti sempre più simili a un sabba diabolico.
Le prime tracce del traffico sono emerse qualche settimana fa proprio da un trasporto bloccato nel villaggio di Al Qaime, al confine con la Siria: dietro un carico di carne bovina erano occultati resti umani, l’autista ha provato a corrompere i poliziotti che evidentemente appartenevano ad un gruppo non ancora sufficientemente «oliato», ci sono state lunghe discussioni ed infine per colmo di atrocità quei resti sono stati dispersi nel deserto, non si sapeva cos’altro farne, nella zona non esistevano celle frigorifere nè si conosceva la provenienza dei reperti.
Quest’atroce storia sembrava una sceneggiatura da film dell’orrore anche a chi oggi ve la sta raccontando, poi qualche giorno fa una visita alla «morgue» della capitale e gli incontri con alcuni medici e qualche poliziotto hanno rivelato quanto sia autentica, e fino a che punto il traffico si riveli fitto e organizzato. All’ospedale di Tebe Al Adli, dove ha sede l’istituto di medicina legale, un medico che si chiama Selim Abbas ha raccontato come da mesi molti dei corpi portati all’obitorio mostrino strane mutilazioni.
«Abbiamo cominciato ad accorgercene durante lo scorso inverno quanto le auto-bomba hanno preso a moltiplicarsi e dunque anche i corpi di vittine civili arrivavano a frotte. Alcuni risultavano scempiati dall’esplosione altri dal bisturi: era evidente, e sempre più lo è stato nei mesi successivi, che qualcuno caricava i corpi delle vittime solo per condurli in ospedali o studi privati nei quali venivano espiantati con grande rapidità cuore, reni e fegato congelando subito gli organi e facendo poi giungere a noi quel che restava».
La vicenda parrebbe ancora incredibile se a confermala ulteriormente non fossero le parole di Safa Adnan, generale e responsabile del reparto di polizia criminale, un uomo di mezza età che sembra averle viste tutte e spiega come traffici di questo tipo avessero avuto origine già ai tempi di Saddam.
«Purtroppo – racconta con mesta ironia – in questo Paese i morti non sono mai mancati e già alcuni anni fa accadde che un ladro, entrato di soppiatto in una grande villa di Al Mansour con l’idea di rubare, invece di arredi preziosi trovasse all’interno una serie di refrigeratori con resti unami. Il bandito fuggì subito ma poi segnalò la cosa alla polizia, ci furono irruzioni e arresti, i giornali di Saddam ne parlarono molto, s’era scoperto un traffico di membra umane fra l’Iraq e gli Emirati con destinazione Occidente. Sa, a voi occidentali i musulmani potranno anche non piacere però forse a pezzi sono più appetibili, possiedono cuore e fegato come tutti…».
Il traffico iniziatosi negli anni scorsi trovava base nella corruzione di alcuni funzionari del regime e nei disastrosi effetti economici dell’embargo. E’ perfino troppo logico che dopo la guerra sia ripreso in forme centuplicate a causa del semplice e terribile fatto che la povertà continua a dilagare mentre la materia prima si è resa molto più disponibile. «In certi giorni, quando si perpetrano le stragi più sanguinose le quotazioni scendono, un cuore appena espiantato può valere appena duecento dollari».
«Quando riusciamo ad arrestare i trafficanti siamo inflessibili, gente simile merita solo la morte», continua Adnan. «Teniamo gli occhi particolarmente aperti, adesso registriamo subito qualsiasi arrivo all’obitorio, fotografiamo le vittime e identifichiamo chi ha trasportato il corpo però il fenomeno è troppo esteso per poterlo affrontare compiutamente. Un paio di mesi fa abbiamo arrestato trafficanti appartenenti a bande diverse però erano i pesci più piccoli, per così dire i barellieri mentre ogni organizzazione dispone di “sciacalli”, espiantatori nascosti fra i medici e semplici trasportatori. Qualcun’altra invece arruola rapitori professionisti che prendono gente per sezionarla, soprattutto bambini».
Di queste ultime cosche parleremo fra breve, adesso cerchiamo di capire come funziona il saccheggio dei corpi. A spiegarcelo meglio è la dottoressa Tahrid Mohammned, ginecologa alla clinica Al Beyah: «Nella classe medica di Baghdad si discute molto di questo fenomeno perchè si è fatto sfacciatamente evidente, esistono almeno quattro organizzazioni che il città raggruppano gli “sciacalli», sono munite di furgoni e ambulanze oppure ricattano gli autisti degli ospedali. Dovunque si verifichi una strage questi criminali arrivano, scelgono le vittime con occhio esperto (i più giovani, i meno devastati, quelli che magari respirano ancora) e le trascinano via. Quando i resti giungeranno agli istituti di medicina legale, ai parenti verrà detto che il corpo era irriconoscibile ed è stato subito inumato, così decine o forse centinaia di iracheni si trasformano in merce per il mercato mondiale del trapianto».
Già, il mercato mondiale. Duemila dinari per un rene (circa millecinquecento dollari), mille per un fegato in buone condizioni, appena cinquanta dollari per una testa che nelle scuole odontotecniche d’Occidente servirà alle esercitazioni degli allievi sono prezzi incredibilmente allettanti, circa un decimo di quel che si pagherebbe in Europa rivolgendosi, come di solito avviene, ad ospizi oppure ospedali.
«Si conoscono bene anche i nomi dei grandi trafficanti», racconta un altro medico all’ospedale «Al Hayal», che in questo caso converrà lasciare anonimo. «I più famosi sono un cittadino turco ed un iraniano, li conoscono tutti, come si sa benissimo che gran parte dei trasporti all’estero passa per il villaggio di Shalanga a Sud di Bassora. Lì pare che le tangenti tocchino anche a funzionari occidentali». Nell’ambiente si dice che lo scorso giugno il mercante turco associato ad un cingalese avrebbe esportato reperti umani per 4 milioni di dollari.
In fondo però non c’è troppo da stupirsi, le dure leggi di un Paese trasformato in palestra e tempio dell’iperliberismo vogliono che si esporti la materia prima di cui si dispone in abbondanza. «Purtroppo – aggiunge il generale di polizia, questa volta senza ironia alcuna – temiamo da mesi che bande di delinquenti esportino anche bambini, rapiti per il medesimo scopo». Ma questo è troppo anche per chi si è abituato all’orrore quotidiano di questa fabbrica di morti.
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17 ottobre Sleepout, la notte dei senza fissa dimora
Lo Sleepout e’ una manifestazione che si svolge la notte del 17 ottobre, per celebrare la giornata mondiale Onu contro la povertà. La manifestazione, aperta a tutti, consiste nell’invito di certo provocatorio a dormire in una piazza della propria città per solidarietà con le persone senza dimora che per strada vivono tutto l’anno. La Notte è coordinata da “Terre di mezzo” ed è organizzata nelle varie città dai giornali di strada e dai volontari che si occupano di senza dimora. La Notte vuole essere pacifica e impegnata: dentro c’è spazio per l’informazione (durante la serata vengono diffusi i dati aggiornati sulle persone senza dimora in Italia), per la denuncia (vengono additate eventuali mancanze nell’assistenza ai senza dimora), per la partecipazione (dormire in strada è uno speciale gesto di condivisione) e per la festa (prima di mettere giù il sacco a pelo, cibo e bevande calde ma anche musica e danze per scaldarsi). Le passate edizioni
La Notte dei senza dimora si ispira all'”Euro-sleep out”, manifestazione svoltasi a Bologna negli anni ’90. L'”Euro-sleep out”, meeting per addetti ai lavori nel campo dei senza dimora, culminava con una notte all’addiaccio, per provare direttamente cosa significasse vivere in strada.
Il 17 ottobre, giornata mondiale Onu contro la povertà, per tutti i giornali di strada del mondo (www.street-papers.org) è da sempre la giornata più importante dell’anno. Ogni giornale, per sensibilizzare sul problema della povertà, la celebra a suo modo, con convegni, manifestazioni, numeri speciali. “Terre di mezzo”, dal canto suo, ha proposto già nel 2000 la prima edizione della “Notte dei senza dimora”.
Il primo anno si svolse solo a Milano, con la collaborazione del giornale di strada “Scarp de’ tenis” e l’affluenza di ben 124 saccoapelisti solidali.
Nel 2001 la Notte si è allargata, svolgendosi a Milano e a Roma. Nel 2002 la manifestazione è stata celebrata in ben 11 città diverse (Milano, Roma, Genova, Firenze, Venezia, Verona, Vicenza, Viareggio, Lecco, Pavia e Trento) con ben 403 persone disposte a dormire fuori.
Obiettivi della Notte in piazza
La Notte dei senza dimora non si pone certo l’obiettivo di eliminare la povertà con raccolte di soldi o collette. Invece è un’occasione importante per informare, denunciare, avvicinare e condividere.
Informare: i senza dimora sono troppo spesso giudicati secondo stereotipi. Durante la Notte le associazioni e i giornali di strada distribuiscono materiale e dati aggiornati sui senza dimora. E i mass-media hanno dimostrato da sempre grande attenzione all’evento.
Denuciare: alla Notte vengono sempre invitati gli amministratori pubblici perché diano conto delle loro politiche a favore dei senza dimora. A Firenze lo scorso anno è venuto in piazza il vice-sindaco; a Venezia, Roma, Pavia e Genova gli assessori all’assistenza sociale. In occasione della Notte (che essendo ad ottobre è alla vigilia della cosiddetta “emergenza freddo” invernale) gli organizzatori denunciano mancanze e problemi nell’assistenza e i politici prendono impegni importanti.
Avvicinare e condividere: la Notte, con il gesto concreto della dormita in piazza, serve ad avvicinare chi partecipa alla condizione delle persone senza dimora. Dormendo per terra si prova una nuova prospettiva e, anche se solo per una notte, ci si mette nei panni dei senza dimora, valido ed intelligente esercizio per capire per chi sta peggio
shukran a STREGA
bentornata fra noi…
una dormita di solidarietà Leggi l'articolo »
La “Regina degli scorpioni”: cosi’ e’ chiamata Nur Malena
Hassen, una giovane malese di ventisette anni che e’ stata
rinchiusa per ben 36 giorni in una teca di vetro di 4 metri
per 3, contenente 6000 scorpioni vivi.
Questione di gusti, e’ stato il commento di molti. Vero,
c’e’ anche chi sceglie di vivere tutta la vita a fianco di
Gasparri
www.tgcom.it
ahahah strane convivenze, fascisti o scorpioni??? Leggi l'articolo »
I Vedda dello Sri Lanka si sono appellati al governo del loro paese chiedendo di poter fare ritorno alle loro terre. “Quando vivevamo nella foresta, avevamo tutto quello che ci serviva” ha raccontato recentemente un uomo Vedda a Survival; “Nei villaggi, invece, non troviamo nulla. Vogliamo tornare nella nostra giungla”. I Vedda hanno vissuto nelle foreste dello Sri Lanka orientale fino al 1983; erano autosufficienti e vivevano di caccia, raccolta e agricoltura a rotazione su piccola scala. Sono stati costretti a lasciare le loro terre quando il governo le ha destinate ad area protetta istituendo il Parco Nazionale Maduru Oya. Oggi vivono in campi allestiti dal governo fuori dai confini del parco, e gli sono state proibite sia la caccia sia la raccolta di sussistenza. Spesso vengono arrestati e multati perché sorpresi a cacciare nei loro territori.
http://survival-international.org
vogliamo tornare nella giungla Leggi l'articolo »
Gli antidepressivi ai bambini fanno male
E’ la conclusione a cui e’ giunta la Food and Drug
Administration, massima istituzione medico-
farmacologica americana, dopo circa 8 mesi di studi.
Gli esperti dell’Agenzia hanno concluso che tra il 2 ed il
3% dei bambini sottoposti a trattamenti con gli
antidepressivi, in particolare inibitori della ricaptazione
della serotonina, manifestano tendenze suicide.
Attualmente negli Usa solo il Prozac e’ stato autorizzato
per la somministrazione ai bambini ma di fatto anche tutti
gli altri depressivi vengono prescritti ai minori.
Si stanno studiando misure per fermare il fenomeno.
bambini ridotti a tossici Leggi l'articolo »
Il Consiglio comunale di Firenze ha approvato una
mozione che impedisce all’amministrazione di avere
rapporti economici con banche coinvolte nel commercio di
armamenti, le cosiddette banche armate.
Su http://www.banchearmate.it c’e’ la lista.
Fonte: www.Vita.it
boicottaggio comunale Leggi l'articolo »
E’ bello che le due Simone e i loro colleghi iracheni possano finalmente tornare a casa.
E’ bello che siano libere, che possano riabbracciare i loro cari, i loro amici. Un abbraccio lo mandiamo anche noi, alle due Simone, ai loro collaboratori, ai loro colleghi.
E’ bello. Ma soprattutto è giusto.
Perché Un ponte per, le due Simone e i loro colleghi iracheni si sono sempre detti per la pace. E contro la presenza di truppe occupanti.
Forse anche questa volta non sapremo mai come è andata questa vicenda. Forse non sapremo mai come è andata la trattativa.
Ma indipendentemente da chi si metterà la medaglia per questa vicenda, rimane il fatto che si è conclusa nel modo giusto.
Adesso, non resta che fare l’unica altra cosa giusta possibile. Ritirare le truppe da quel Paese.
Maso Notarianni
ritirare le truppe da quel paese Leggi l'articolo »
La Francia chiede il ritiro delle truppe Usa
di Gabriel Bertinetto
Fu la Francia per prima, già nell’autunno scorso, a proporre una conferenza internazionale sull’Iraq. Ed ora che l’iniziativa viene rilanciata dagli Stati Uniti, Parigi si dice d’accordo. Ma pone condizioni, che a suo giudizio vanno rispettate se si vuole che la conferenza abbia successo.
In primo luogo, si deve inserire all’ordine del giorno il ritiro delle truppe straniere. Secondariamente, devono essere invitati anche i gruppi che si oppongono con le armi alla presenza statunitense. Infine, i lavori devono svolgersi a New York sotto egida dell’Onu, che in quella città ha il suo quartier generale.
Tre condizioni, indicate con chiarezza dal ministro degli Esteri Michel Barnier in un’intervista radiofonica all’emittente «France Inter». Tre punti sui quali la divergenza di opinioni con Washington al momento pare difficilmente colmabile.
Per Barnier la questione dello sgombero dei 160mila soldati della Coalizione (in stragrande maggioranza americani) deve essere messa in agenda, «se si vuole che la conferenza abbia luogo».
Del resto, aggiunge il capo della diplomazia francese, «la questione è già posta dalla situazione stessa» dell’Iraq, che è paragonabile ad un «buco nero». Nel paese regnano il caos ed «un’insicurezza generalizzata, persino nella zona verde», cioè l’area di Baghdad in cui si trovano gli edifici del governo ad interim e l’ambasciata degli Stati Uniti. «Bisogna uscire da questo buco nero, da questa spirale di violenza, e avviare negoziati e processi politici».
La conferenza internazionale può essere uno strumento per Barnier, purché si discuta del ritiro e siano ammesse a parteciparvi «l’insieme delle forze politiche irachene, comprese quelle che hanno scelto la via della resistenza armata». Quali? Barnier non lo dice. Si tratta di un nodo intricato, perché occorrerebbe ovviamente distinguere fra milizie guerrigliere che combattono contro gli eserciti occupanti e bande terroristiche che rapiscono e sgozzano i civili.
Non basta. Secondo il governo francese è necessario che l’assise abbia il marchio Onu. Infatti «ci troviamo all’interno di un processo inquadrato da una risoluzione delle Nazioni Unite, la 1546», afferma Barnier riferendosi al testo votato dal Consiglio di sicurezza lo scorso luglio, nel quale si fissano i punti chiave del percorso politico che l’Iraq dovrebbe seguire verso la democrazia e la piena sovranità. Nella risoluzione si auspica tra l’altro lo svolgimento di una conferenza internazionale.
Anche la scelta della sede deve essere coerente con il carattere dell’iniziativa. Dunque non la capitale di qualche paese arabo, ad esempio Amman o Il Cairo, come suggerisce Colin Powell, ma New York, dove si trova il Palazzo di vetro delle Nazioni Unite.
Barnier non solleva problemi invece sui tempi in cui riunirsi. Powell, spalleggiato dal premier ad interim di Baghdad, Iyad Allawi, aveva affermato che «ciò potrebbe avvenire in ottobre, come noi speriamo, oppure all’inizio di novembre». Il segretario di Stato americano aveva aggiunto che «l’importante è avere una conferenza ben organizzata, qualunque sia la data prescelta».
Con quelle connotazioni temporali, così a ridosso delle elezioni presidenziali statunitensi, la proposta americana appare sospetta. Come se Bush volesse rimediare alla sconfitta militare, che matura giorno dopo giorno sul campo in Iraq, con l’apparenza di una vittoria politica e diplomatica, che possa guadagnarli consensi nello scontro con l’avversario democratico, John Kerry.
Barnier ha evitato di toccare l’argomento, limitandosi ad affermare che «l’importante non è sapere se la conferenza avverrà prima o dopo le elezioni presidenziali americane, ma come far sì che abbia successo, come renderla utile».
www.unità.it
via dall’iraq Leggi l'articolo »
MAGGIORANZA E OPPOSIZIONI UNITI NELLA GIOIA, CHIESTO RITIRO TRUPPE (AGI) – Roma, 28 sett. – “L’unita’ del Paese ci ha dato una forza ulteriore per giungere a questo bellissimo risultato”, ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini. Non solo. Il capo della Farnesina ha ricordato la straordinaria mobilitazione che c’e’ stata dopo il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta.
“Abbiamo avuto la prova di non essere soli”, ha sottolineato, “e ringrazio nuovamente tutti coloro che nel mondo arabo e islamico ci hanno manifestato la loro solidarieta’, ci hanno sostenuto e aiutato a far comprendere che le due ragazze e i loro colleghi iracheni dovevano essere liberati”. “A nome del governo e- ha detto il ministro per le riforme Roberto Calderoli – esprimo soddisfazione per la notizia e ringrazio l’opposizione per la sensibilita’ dimostrata in questa vicenda. Un atteggiamento che dimostra che anche nel campo del terrorismo si possono raggiungere risultati auspicabili da tutti”. Questa e’ una notizia che ci riempie di gioia, eravamo tutti angosciati per questa situazione”. E’ il commento a caldo del presidente dei Ds Massimo D’Alema alla notizia della liberazione della due ragazze rapite in Iraq. “La notizia della liberazione delle ‘due Simone’ e’ di quelle che riempie il cuore di grande gioia ed anche di speranza per affrontare il dramma iracheno in cui ancora milioni di persone sono prese in ostaggio dalla guerra”. Ad affermarlo e’ il Verde, Paolo Cento. “Siamo felici, la liberazione di Simona Torretta e Simona Pari e’ una bellissima notizia e siamo felici anche perche’ abbiamo dato un piccolo contributo di equilibrio con spirito di collaborazione e di apertura varso quanti nel governo e tra gli operatori italiani hanno lavorato per un esito positivo di questa drammatica vicenda”. Lo dice il capogruppo DS al Senato, Gavino Angius. “Ora -aggiunge – e’ necessario che si tenga quanto prima un dibattito in Parlamento perche’ l’Italia e l’Europa cambino rotta nei confronti della crisi irachena”. Sulla stessa lunghezza d’onda il diessino Fabio Mussi: “La liberazione delle ‘due Simone’ e’ una notizia straordinaria, ora si riprenda il discorso sulla questione irachena, sulla guerra”. Al coro di soddisfazione si associa anche Piero Fassino: “Credo che dobbiamo esprimere tutti una grande gioia e una grande soddisfazione per la liberazione di Simona Torretta e Simona Pari”. “E’ un giorno di gioia e di concordia: di gioia perche’ due ragazze coraggiose, generose, che avevano dedicato il loro impegno ad un popolo che soffre sono state salvate; di concordia perche’ tutti hanno contribuito e io sono lieto anche a nome dell’opposizione di dare atto al governo di aver voluto costruire insieme una soluzione positiva e questa concordia penso faccia bene a quelle ragazze ma alla fine a tutta l’Italia”. E’ quanto ha dichiarato il leader della Margherita Francesco Rutelli.
281955 SET 04
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Campane a festa a Norcia, esultanza a Rimini
Simone libere: scene di gioia in tutta Italia
La notizia della liberazione ha scatenato manifestazioni di giubilo: palazzi illuminati a giorno a Roma
MILANO – La notizia della liberazione di Simona Pari e Simona Torretta, le due volontarie rapite il 7 settembre scorso in Iraq, ha provocato manifestazioni spontanee di giubilo in tutto il Paese.
ROMA – Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, è illuminato a festa per salutare il ritorno in Italia delle due Simone. E da oggi pomeriggio la scritta «Bentornate» campeggia sulle due fotografie esposte da giorni all’esterno del palazzo. «Finalmente l’ansia è finita, sono tornati in Italia gli angeli della pace», è il commento del presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra, che annuncia l’intenzione di consegnare alle famiglie delle due italiane le gigantografie di Simona Torretta e Simona Pari, esposte davanti all’ingresso di Palazzo Valentini, rubate e poi recuperate. In segno di festa anche il Colosseo verrà illuminato. Lo ha annunciato il sindaco di Roma Walter Veltroni.
NORCIA – A Norcia, in Valnerina (Umbria) a pochi chilometri da Preci dove vive la famiglia di Enzo Baldoni il freelance che è invece stato ucciso in Iraq dai suoi rapitori, le campane hanno suonato a festa. Nella cittadina c’è gioia ma anche dolore per le scarse notizie che si hanno sul recupero del corpo del giornalista de «Il Diario», anche se ci sarebbero certezze che si sta lavorando in Iraq, a questo scopo. Anche in altre città della regione, l’annuncio della liberazione delle due volontarie italiane ha in breve preso tutti. Nel centro storico di Perugia nei bar e per strada non si parla d’altro; moltissimi i cittadini che si sono piazzati dinanzi alle Tv per seguire le dirette o le edizioni speciali dei vari Tg.
RIMINI – «C’è grande gioia e felicitá da parte di tutti, l’intera la città è in festa. Siamo vicini alla famiglia». Così il sindaco di Rimini Alberto Ravaioli ha commentato la notizia della liberazione.
BOLOGNA – «È la fine di una grande tensione e per festeggiare questa sera alle 20 ci troviamo tutti in piazza Nettuno finalmente per un incontro gioioso»: appena appresa la notizia della liberazione, Sergio Coronica, responsabile di un «Ponte per…» a Bologna e grande amico di Simona Pari, non si è più staccato dal telefono per organizzare la festa della città dove Simona vive e ha studiato. «Lei è ancora in volo per tornare a casa, ma questo è solo un assaggio. Spero di vederla già domani mattina a Roma, se i suoi genitori non l’avranno già portata a Rimini questa notte», dice Coronica, che in questi 21 giorni di prigionia delle sue amiche Simona Pari e Simona Torretta ha seguito ora per ora gli sviluppi della situazione.
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Laura Torretta: “Non ce l’aspettavamo oggi. Siamo emozionati contentissimi”. La prima notizia arrivata dal Prefetto Serra A Rimini e Roma esplode la gioia
Una folla sotto casa delle SimoneLuciano Pari: “Stavamo guardando la tv, poi ci hanno chiamato
prima Silvio Berlusconi e subito dopo Gianni Letta”
Il portone di casa Torretta
ROMA – Liberi, liberi dall’angoscia. I familiari di Simona Pari e Simona Torretta piangono, sorridono, si affacciano dal balcone, si abbracciano, salutano la folla di amici, parenti, giornalisti che dal 7 settembre, sostano o passano sotto le loro case. Un occhio a quei balconi con le finestre sempre abbassate. “E’ una cosa meravigliosa. E’ come ritrovare un figlio dopo tanto tempo – ha detto la mamma di Simona Torretta – è come nascere un’altra volta. Ma le ragazze non le ho ancora sentite”.
E’ ancora incredula Laura Torretta, la sorella di Simona. “Non ce l’aspettavamo oggi”, confessa Laura ai microfoni della Rai, confermando la liberazione delle due volontarie italiane. “Ci ha chiamato il prefetto e ci ha detto che ci richiamerà con una bella notizia”. Pochi minuti dopo arriva la conferma della Farnesina e in casa Torretta esplode la gioia.
“Siamo emozionati, contentissimi – ha aggiunto Laura – non vediamo l’ora di riabbracciarle, stiamo piangendo di gioia”. Ancora non ha parlato con la sorella. “Speriamo – ha aggiunto – che ci mettano subito in contatto con lei”.
La gioia esplode anche a casa di Simona Pari, a Rimini. E’ la madre a esprimerla con un solo gesto: per la prima volta, dopo 21 giorni di angosciosa attesa, Donatella Rossi si è affacciata al balcone, ha abbracciato il marito Luciano e ha salutato con la mano i giornalisti in attesa sotto casa. Giornalisti, amici e parenti che hanno fatto scattare l’applauso appena i due coniugi sono usciti sul balcone. Il padre chiamato in diretta dal Tg1 ha detto solo: ”Siamo contentissimi”. Poi ha chiesto tempo, “per riflettere”.
Un’intervista più lunga l’ha rilasciata alla tv panaraba al Jazeera. Lo ha chiamato il capo redattore della tv per dirgli che aveva parlato con la figlia, al telefono. Luciano Pari ha voluto ringraziare l’emittente, ha confermato la liberazione e ha aggiunto che gli hanno assicurato che potrà parlare con la figlia nel giro di un paio d’ore. “Stavamo guardando la tv – ha poi detto a un’altra emittente Luciano Pari – quando ci ha chiamato il premier Silvio Berlusconi e subito dopo il sottosegretario Gianni Lettta”. La famiglia si sta ora preparando per raggiungere Roma. “Ringraziamo tutti, adesso aspettiamo solo che ci vengano a prendere e ci portino via”, ha detto la mamma.
A Roma appresa la notizia della liberazione di Simona Torretta il sindaco Valter Veltroni accompagnato dal prefetto di Roma Achille Serra si è recato a casa della famiglia, al Tuscolano. Non è l’unico. La notizia della liberazione ha messo in moto amici e parenti. Dopo pochi minuti è giunta la zia di Simona, con un regalo, una pianta. “Sono felicissima – ha detto ai giornalisti – ho appena appreso la notizia e questa pianta è per Simona quando tornerà”.
A casa della famiglia Torretta oggi pomeriggio c’era anche Nahoto Takato, la volontaria giapponese sequestrata per otto giorni lo scorso aprile in Iraq. “Ero arrivata molto preoccupata – ha detto – ora sono felicissima. E’ stata una giornata meravigliosa. Stavamo parlando quando è giunta la notizia e mi hanno chiesto se ero un angelo giapponese”.
In pochi minuti sotto casa dei Torretta si è formata una piccola folla, commossa e partecipe della gioia della famiglia. La mamma e le due sorelle si sono affacciate alla finestra ed è esploso un fragoroso applauso. Alcuni automobilisti di passaggio hanno suonato il clacson all’impazzata.
Il traffico, in via dei Salesiani, sotto il portone di casa Torretta è stato bloccato dai vigili. L’area davanti l’abitazione è praticamente “occupata” dai pedoni che tutti, naso all’insù, guardano al sesto piano, le finestre di casa Torretta. Finalmente aperte.
qui casa simona… Leggi l'articolo »
Erano state sequestrate il 7 settembre
Simona Torretta e Simona Pari rilasciate a Baghdad assieme ai due iracheni rapiti con loro
Sono state trovate incappucciate in punti diversi della capitale. Stasera riabbracciano i loro cari. Una delle ragazze: “Ho passato momenti duri e scoraggianti”.
Redazione
Fonte: www.repubblica.it
28 settembre 2004
DUBAI – L’incubo è finito: “Abbiamo passato momenti duri e scoraggianti”. Dopo tre settimane Simona Torretta e Simona Pari sono state liberate e consegnate all’incaricato d’affari dell’ambasciata italiana a Bagdad. La notizia è stata data in prima battuta da Al Jazeera. Nel giro di pochi minuti sono arrivate le varie conferme, dalle famiglie delle due volontarie, da Intersos e dalle autorità. Fino a quella del presidente del Consiglio che ha precisato che le volontarie di “Un ponte per…” stanno bene e sono state prese in consegna dalla Croce rossa italiana. Il premier ha anche annunciato che le due ragazze riabbracceranno i loro cari già stasera. La diplomazia italiana sta accelerando le procedure per il rientro: appena arrivate a Roma, Torretta e Pari saranno sentite dalla magistratura. Le due ragazze sono già in volo per il Kuwait e in nottata saranno a Ciampino. Ad accompagnarle nel viaggio verso l’Italia è Maurizio Scelli, il commissario straordinario della Croce rossa.Con Simona Torretta e Simona Pari sono stati liberati anche i due iracheni sequestrati con loro il 7 settembre: Manhaz, della ong Intersos, e Raed Ali Abdul Aziz. Le tre donne sono state rilasciate in tre posti diversi, incappucciate. A quanto pare, le italiane sono state tenute prigioniere sempre a Bagdad.
Nel susseguirsi vorticoso delle notizie e delle emozioni, è arrivata anche la prima dichiarazione di Simona Torretta. “Ho passato momenti duri e scoraggianti”, ha detto la volontaria di “Un ponte per…” alla madre subito dopo la liberazione. A riferilo è stato il presidente del Municipio X, Sandro Medici, che ha sottolineato come Simona avesse “la certezza di essere liberata”.
la certezza di essere liberata Leggi l'articolo »
Già pagato un riscatto»
Un nuovo articolo uscito stamattina sul sito del giornale kuwaitiano Al Rai Al Aam conferma le speranze e aggiunge dettagli. La traduzione integrale
di Diario
“E’ già stata pagata una parte del riscatto”, dice un articolo uscito stamattina sul sito del quotidiano del Kuwait Al Rai al Aaam, che ieri aveva annunciato la prossima liberazione di Simona Pari e Simona Torretta. Non vengono citati gli altri due ostaggi iracheni rapiti insieme a loro, Ra’ad Ali Abdul-Aziz e Mahnaz Bassam.
La possibile liberazione è confermata entro la fine della settimana, cioè sabato nel mondo islamico. Il sito del quotidiano è in arabo, quindi vi proponiamo la traduzione integrale dell’articolo.
Vicinissima la libertà per le due ragazze italiane dopo l’accordo sul loro rilascio dietro pagamento di un milione di dollari
Si affrettano gli eventi nella vicenda di Simona Torretta e Simona Pari, i due ostaggi italiani sequestrati in Iraq e sembra che la vicenda avrà molto presto un lieto fine.
Mentre le richieste dei sequestratori per la liberazione dei due ostaggi consistevano in precedenza nel ritiro tassativo delle forze italiane dall’Iraq, cosa per molti aspetti non illogica, mantenendo segreta la propria identità, fonti affidabili vicine ai movimenti islamici hanno invece annunciato che i sequestratori ed i mediatori giungeranno ad un accordo che comporterà la liberazione dei due ostaggi dietro il pagamento di un riscatto del valore di un milione di dollari USA. Le fonti aggiungono che i sequestratori hanno ricevuto ieri, lunedì, mezzo milione di dollari e che un altro mezzo milione di dollari lo riceverà oggi l’intermediario tra i rapitori e “i rappresentanti delle rapite (lòetteralmente “quelli delle rapirte, ndr)” e le associazioni umanitarie per consegnare la somma e prendere in consegna i due ostaggi italiani. Le fonti prevedono un lieto fine alla vicenda del sequestro delle due italiane e sostengono che nemmeno un eventuale ritardo nella consegna della somma rimanente dovrebbe ritardare il rilascio delle due ragazze italiane. Le fonti hanno ribadito che non vi è alcuna relazione tra i paesi vicini all’Iraq (arabi e non) e il patto raggiunto tra i rapitori e la parte che rappresenta le rapite, e hanno affermato di non sapere se i responsabili italiani rappresentino il governo o meno, ma solo che si trovavano tra i componenti della delegazione che si era formata durante le trattative per la liberazione delle due ragazze italiane. Le fonti segnalano che l’annuncio della liberazione dei due ostaggi italiani avverrà al massimo entro questa settimana (la settimana islamica finisce sabato, ndr) a meno che non emerga qualcosa nell’ambito delle trattative in grado di ritardare tale annuncio.
Traduzione di Michele Maino
anticipazioni di prossima libertà Leggi l'articolo »
L’unica notizia che aspettavamo è arrivata.
L’unica notizia che aspettavamo è arrivata.
Ci sarà tempo per ricostruire, ora vogliamo solo ringraziare tutti coloro che hanno collaborato a questa meraviglioso risultato, a partire dal mondo arabo a musulmano che in tutto il mondo, ed in Iraq, si è mobilitato in modo corale. Un ringraziamento alla società civile, alle forze politiche, alle organizzazioni religiose, alle organizzazioni della resistenza irachene.
Un ringraziamento alla società civile e alle forze politiche italiane. Un ringraziamento ai governi, a quello italiano e a quelli dell’area. Molti sono stati partecipi seguendo la linea del dialogo e della collaborazione.
Abbiamo detto all’inizio di questa vicenda che il rapimento dei nostri quattro operatori di pace era una metafora della guerra. Che in Iraq ci sono milioni di altre persone ostaggi, della guerra e della violenza, prigionieri e rapiti. Non ci scorderemo di loro, chiediamo a tutti di non scordarli.
Vorremmo sperare che anche la liberazione delle margherite possa essere una metafora della fine della guerra, e dell’occupazione, che possa prevalere anche per tutti gli iracheni la linea del dialogo e che tacciano le armi.
pubblicato 28 09 2004
da www.unponteper.it
un ponte per …la libertà!!! Leggi l'articolo »