via dall’iraq

La Francia chiede il ritiro delle truppe Usa
di Gabriel Bertinetto
 Fu la Francia per prima, già nell’autunno scorso, a proporre una conferenza internazionale sull’Iraq. Ed ora che l’iniziativa viene rilanciata dagli Stati Uniti, Parigi si dice d’accordo. Ma pone condizioni, che a suo giudizio vanno rispettate se si vuole che la conferenza abbia successo.
In primo luogo, si deve inserire all’ordine del giorno il ritiro delle truppe straniere. Secondariamente, devono essere invitati anche i gruppi che si oppongono con le armi alla presenza statunitense. Infine, i lavori devono svolgersi a New York sotto egida dell’Onu, che in quella città ha il suo quartier generale.

 

Tre condizioni, indicate con chiarezza dal ministro degli Esteri Michel Barnier in un’intervista radiofonica all’emittente «France Inter». Tre punti sui quali la divergenza di opinioni con Washington al momento pare difficilmente colmabile.

Per Barnier la questione dello sgombero dei 160mila soldati della Coalizione (in stragrande maggioranza americani) deve essere messa in agenda, «se si vuole che la conferenza abbia luogo».

Del resto, aggiunge il capo della diplomazia francese, «la questione è già posta dalla situazione stessa» dell’Iraq, che è paragonabile ad un «buco nero». Nel paese regnano il caos ed «un’insicurezza generalizzata, persino nella zona verde», cioè l’area di Baghdad in cui si trovano gli edifici del governo ad interim e l’ambasciata degli Stati Uniti. «Bisogna uscire da questo buco nero, da questa spirale di violenza, e avviare negoziati e processi politici».

La conferenza internazionale può essere uno strumento per Barnier, purché si discuta del ritiro e siano ammesse a parteciparvi «l’insieme delle forze politiche irachene, comprese quelle che hanno scelto la via della resistenza armata». Quali? Barnier non lo dice. Si tratta di un nodo intricato, perché occorrerebbe ovviamente distinguere fra milizie guerrigliere che combattono contro gli eserciti occupanti e bande terroristiche che rapiscono e sgozzano i civili.

Non basta. Secondo il governo francese è necessario che l’assise abbia il marchio Onu. Infatti «ci troviamo all’interno di un processo inquadrato da una risoluzione delle Nazioni Unite, la 1546», afferma Barnier riferendosi al testo votato dal Consiglio di sicurezza lo scorso luglio, nel quale si fissano i punti chiave del percorso politico che l’Iraq dovrebbe seguire verso la democrazia e la piena sovranità. Nella risoluzione si auspica tra l’altro lo svolgimento di una conferenza internazionale.

Anche la scelta della sede deve essere coerente con il carattere dell’iniziativa. Dunque non la capitale di qualche paese arabo, ad esempio Amman o Il Cairo, come suggerisce Colin Powell, ma New York, dove si trova il Palazzo di vetro delle Nazioni Unite.

Barnier non solleva problemi invece sui tempi in cui riunirsi. Powell, spalleggiato dal premier ad interim di Baghdad, Iyad Allawi, aveva affermato che «ciò potrebbe avvenire in ottobre, come noi speriamo, oppure all’inizio di novembre». Il segretario di Stato americano aveva aggiunto che «l’importante è avere una conferenza ben organizzata, qualunque sia la data prescelta».

Con quelle connotazioni temporali, così a ridosso delle elezioni presidenziali statunitensi, la proposta americana appare sospetta. Come se Bush volesse rimediare alla sconfitta militare, che matura giorno dopo giorno sul campo in Iraq, con l’apparenza di una vittoria politica e diplomatica, che possa guadagnarli consensi nello scontro con l’avversario democratico, John Kerry.

Barnier ha evitato di toccare l’argomento, limitandosi ad affermare che «l’importante non è sapere se la conferenza avverrà prima o dopo le elezioni presidenziali americane, ma come far sì che abbia successo, come renderla utile».

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