Agosto 2004

Palestina alle olimpiadi di Atene

PALESTINE IN ATHENS:

JUNICHI SEMITSU

For June, Naomi, Dima & Suheir, who first introduced me to the people of Palestine

For opening ceremonies
I want athletes from Palestine in line
between those from Pakistan & Panama
waiting to enter the gates of the Coliseum
the only security checkpoint they know


I want Muhammad Ali to light
the Olympic torch & burn
every security fence in Gaza Strip


I want Bela Karolyi to carry
the next Keri Strug from Nabulus
the first Palestinian girl to need crutches
for reasons unrelated to war


I want every government
that ignored UN Resolution 242
to watch that red black green & white flag
rise so many times
they can’t help humming the Anthem of the Intifada


I want the Flo-Jo of Jenin
sporting a hijab on a box of Wheaties
a hockey team sporting kuffiyehs
on the cover of Sports Illustrated
& Teen People pre-occupied with pole vaulters
from a post-occupied Palestine


I want Yassir Arafat to look into luge


I want airport security to suspect every Palestinian
of being a world record holder
& march them through gold medal detectors


I want to watch the Jesse Owens of Jerusalem
leave more smoke than a M203 grenade
the Randy Barnes of Bethlehem
fire shot puts farther than forty F16 missiles
the Marion Jones of Jericho
jump hurdles the height of 100 apartheid walls
for total Palestinian track & field domination
bringing home so much gold
the West Bank becomes the Bank of the West
& Fort Knox gets jealous


So let the Games begin
when the occupation ends
because I want the Olympic congregation
to recognize a nation
named
Palestine

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Gino Strada ricorda Terzani

Tiziano era apparso come in una visione, nei giardini dell’ospedale di
Emergency a Kabul: era l’inverno del 2001. Con la sua veste di cotone
bianco come la barba, i sandali e una borsa di cuoio a tracolla, noi
con giacche a vento e maglioni. Veniva dal Pakistan.
Ha voluto girare subito per le corsie: salutava, chiedeva “come stai?”
a gente sconosciuta, sorrideva ai bambini, ascoltava.
Cenammo insieme quella sera, a “casa mia”. E parlammo a lungo,
dell’India – “dovresti venire a trovarmi nel mio rifugio vicino
all’Himalaya”, un’altra promessa che non ho mantenuto – del nostro
lavoro e delle sofferenze della gente dell’Afghanistan, che lui amava.
E soprattutto parlammo, con molta tristezza, della follia della guerra
e dei suoi perché. Ascoltavo i suoi pensieri. Sulla incapacità di
molte persone di diventare esseri “umani”, sulla ricchezza talmente
ricca da non avere più senso né uso possibile, sul razzismo, anche
quello “democratico”, che sembra dilagare ovunque, sulla necessità –
per Tiziano un bisogno fisico – di ricominciare a studiare, a pensare,
a riconoscere sé stessi per ritrovarci tutti con un qualche sogno,
speranza, progetto comune.
Quando riuscii a rintracciarlo per telefono, nel settembre 2002, per
proporgli di unirsi a noi nel lanciare la campagna “Fuori l’Italia
dalla guerra”, Tiziano non esitò un attimo: “Ci sarò, ci vediamo a
Roma per la conferenza stampa”.

E per mesi fu un appassionato ambasciatore di pace, con la sua unica
capacità di affascinare le coscienze e di riempirle di onestà e di
verità. So che a Tiziano è costato molto quel periodo, togliendogli
tempo alla meditazione che lo ha sempre accompagnato.
“Per colpa tua – mi disse scherzando un giorno – sono rimasto
prigioniero per troppo tempo in Italia. Parto per l’India la settimana
prossima, ma sarò lo stesso con voi”.
Ed è stato così. In molti momenti, nei più belli e in quelli più
difficili dell’impegno di questi anni, Tiziano era lì, è venuto in
mente a me e a tantissimi di noi. Un esempio, una certezza, un uomo
che sapeva dare umanità, “curare” altri uomini proprio perché si era
sempre curato di tutti, nel sua vita e nel suo lavoro di straordinario
uomo di pensiero.
Pochi mesi fa ho cercato di contattarlo: avevo bisogno delle sue
parole e dei suoi pensieri. Non è stato possibile, e il perché ora lo
sappiamo tutti. Stava scrivendo, ancora una volta cose importanti,
forse le più importanti.
Un giorno mi è arrivato un regalo da Tiziano: il suo ultimo libro. Con
una dedica che mi ha fatto piangere allora e non smette di farlo oggi.
Finisce così: “…e questo per spiegarti alcune mie assenze. Ma non
preoccuparti, io ci sono nella lotta per la pace. Ci sono! E ci sarò
sempre!”

Gino Strada
Khartoum, Sudan, 29 luglio 2004
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verità nascoste

“Ci voglio far credere che sia una guerra di religione, di culture…Ma qua è una guerra di petrolio!

Ora vi faccio vedere quanti sono i petrolieri nel governo di Bush, SEI Sono petrolieri!

Ora dovete sapere che negli Stati Uniti hanno l’1% del petrolio e consumano il 30% di tutte le risorse del resto del mondo… ma ne hanno solo l’1% e… da qualche parte dovranno pur andarlo a prendere. Il Caspio è il regno del petrolio. Il 65% del petrolio è lì nel Mar Caspio e i caspiti o caspidi consumano solo l’1%…

Dovevano andarselo a prendere, gli americani! Dovevano fare qualcosa.
Già a marzo si parlava di guerra in Afghanistan.

Il vice direttore dell’FBI O’Neil faceva delle indagini in Arabia perché pensava che il terrorismo fosse lì, e infatti… i fatti gli han dato ragione, perché su 19 terroristi 15 erano arabi e 4 egiziani. E noi cosa facciamo? Bombardiamo l’Afghanistan.

O’Neil sapeva, ma tutte le sue indagini venivano insabbiate dai petrolieri americani.., allora lui s’è dimesso e per premio, per il lavoro che aveva fatto, Bush gli ha dato un bell’ufficio all’82° piano delle due torri”

 

Beppe Grillo Discorso all’Umanità 31\12\2001

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referendum

Per la libertà di ricerca scientifica

Per il diritto a concepire con responsabilità e amore, anche in provetta

In Italia circa una coppia su 5 è sterile, non può avere figli. La fecondazione assistita riusciva ad aiutare circa la metà di queste coppie ad avere un bambino. Con la nuova legge l’accesso alla fecondazione assistita è in certi casi vietato, negli altri limitato fino a diminuire di molto le probabilità di riuscita.

La ricerca sulle cellule staminali embrionali rappresenta una speranza di cura per circa 10 milioni di malati. Potrebbe un giorno curare infarti, ictus, diabete, Parkinson e Alzheimer, distrofie e molte altre malattie oggi incurabili. La nuova legge sulla fecondazione assistita ha vietato questo tipo di ricerca.

Per la Chiesa cattolica l’embrione è una persona ed è peccato avere relazioni sessuali se non all’interno del matrimonio e con il solo scopo di mettere al mondo bambini. La legge sulla fecondazione assistita è una legge confessionale che tenta di imporre a tutti i principi morali di una confessione religiosa.
«Come libero cittadino di un libero Paese, mi auguro che il Parlamento, superando steccati ideologici, riveda una legge che nella sua applicazione può arrivare a costringere una donna a farsi impiantare contro la propria volontà tutti gli ovuli fecondati, anche se portatori di una malattia genetica. Non resta che essere d’accordo con il referendum abrogativo di una legge ingiusta e giuridicamente non in linea con lo statuto di un Paese democratico».

Umberto Veronesi

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fallaci scritti

LA PAROLA ALL’ESPERTA
Oriana Fallaci, tornata in pompa magna sul Corriere, 29 settembre: “…gli esperti dell’Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto. Spiegarmi che il Corano prédica la pace e la fratellanza e la giustizia… Ma allora come la mettiamo con la storia dell’Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente? Come la mettiamo con la faccenda del chador… come la mettiamo con la poligamia…” Forse la mettiamo che la storia dell’Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente è leggermente nella Bibbia (Esodo, XXI,23-25: “Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido”).

 

L’IMPORTANTE È LA COERENZA
Oriana Fallaci, tornata con fanfara e cimbali sul Corriere, 29 settembre: “Quando mi trovo nei loro [dei musulmani] paesi non dimentico mai d’essere un’ospite e una straniera. Sto attenta a non offenderli con abiti o gesti o comportamenti che per noi sono normali e per loro inammissibili.”
Eppure, qualche riga prima, Guru Fallaci non dimentica l’esatto contrario: “Io non dimentico mai quello che mi accadde all’ambasciata iraniana di Roma quando chiesi il visto per recarmi a Teherean, per intervistare Khomehini, e mi presentai con le unghie laccate di rosso. Per loro, segno di immoralità. Mi trattarono come una prostituta da bruciare sul rogo. Mi ingiunsero di levarlo immediatamente quel rosso. E se non gli avessi detto anzi urlato cosa gradivo levare, anzi tagliare a loro… ” Sempre, ovviamente, all’insegna nel non offenderli e del non dimenticarsi d’essere ospite.

 

-perroni&morlistudio-

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una verità annunciata

Passo per passo, come il Rapporto della Commissione sull’11 settembre conferma le tesi mostrate nell’ultimo film di Michael Moore

(in inglese)

August 2nd, 2004 6:37 pm
9/11 Commission Report Confirms Key Fahrenheit 9/11 Facts

 

For Immediate Release
August 2, 2004

 

9/11 Commission Report Confirms Key Fahrenheit 9/11 Facts

The September 11 Commission’s 567-page final report has confirmed key facts presented in Fahrenheit 9/11 .   Here are passages from the film, followed by the 9/11 Commission’s findings:

 

I.   Ashcroft Briefing

Fahrenheit 9/11: “One of [John Ashcroft’s] first acts as Attorney General was to tell acting FBI director Thomas Pickard that he didn’t want to hear anything more about terrorist threats.”

Commission Report, p. 265: Pickard told the Commission that after two briefings on the terror threat situation (in May and early July), “Ashcroft told him that he did not want to hear about the threats anymore.”

The Report also states that Ashcroft denies this allegation and that Pickard told Ashcroft that “he could not assure Ashcroft that there would be no attacks in the United States, although the reports of threats were related to overseas targets. Ashcroft said he therefore assumed the FBI was doing what it needed to do. He acknowledged that in retrospect, this was a dangerous assumption. He did not ask the FBI what it was doing in response to the threats and did not task it to take any specific action. He also did not direct the INS, then still part of the Department of Justice, to take any specific action. In sum, the domestic agencies never mobilized in response to the threat. They did not have direction, and did not have a plan to institute.”

 
II. Bush in Florida Classroom on the morning of September 11, 2001

Fahrenheit 9/11: “As the attack took place, Mr. Bush was on his way to an elementary school in Florida. When informed of the first plane hitting the World Trade Center, where terrorists had struck just 8 years prior, Mr. Bush decided to go ahead with his photo opportunity.   When the second plane hit the tower, his chief of staff entered the classroom and told Mr. Bush the nation is under attack.   Not knowing what to do, with no one telling him what to do, and no Secret Service rushing in to take him to safety, Mr. Bush just sat there and continued to read My Pet Goat with the children.   Nearly seven minutes passed with nobody doing anything.”

Commission Report, p 35: “White House Chief of Staff Andrew Card told us he was standing with the President outside the classroom when Senior Advisor to the President Karl Rove first informed them that a small, twin-engine plane had crashed into the World Trade Center. The President’s reaction was that the incident must have been caused by pilot error.   At 8:55, before entering the classroom, the President spoke to National Security Advisor Condoleezza Rice, who was at the White House. She recalled first telling the President it was a twin-engine aircraft—and then a commercial aircraft—that had struck the World Trade Center, adding ‘that’s all we know right now, Mr. President.’”

Commission Report, pp. 38-39: “The President was seated in a classroom when, at 9:05, Andrew Card whispered to him: ‘A second plane hit the second tower.   America is under attack…’ The President remained in the classroom for another five to seven minutes, while the children continued reading.”
 

III. Bush Failure to Meet with Head of Counterrorism in 2001

Fahrenheit 9/11: “As Bush sat in that Florida classroom, was he wondering if maybe he should have shown up to work more often? Should he have held at least one meeting since taking office to discuss the threat of terrorism with his head of counterterrorism [Richard Clarke]?”

Commission Report, p 201: “Within the first few days after Bush’s inauguration, Clarke approached Rice in an effort to get her—and the new President—to give terrorism very high priority and to act on the agenda that he had pushed during the last few months of the previous administration.   After Rice requested that all senior staff identify desirable major policy reviews or initiatives, Clarke submitted an elaborate memorandum on January 25, 2001. He attached to it his 1998 Delenda Plan and the December 2000 strategy paper. ‘We urgently need…a Principals level review on the al Qida network,’ Clarke wrote. The national security advisor did not respond directly to Clarke’s memorandum. No Principals Committee meeting on al Qaeda was held until September 4, 2001 (although the Principals Committee met frequently on other subjects, such as the Middle East peace process, Russia, and the Persian Gulf).”
 

IV. Bush Did Not React to Security Briefing

Fahrenheit 9/11: “Perhaps [President Bush] just should have read the security briefing that was given to him on August 6th, 2001, which said that Osama Bin Laden was planning to attack America by hijacking airplanes.   But maybe he wasn’t worried about the terrorist threat because the title of the report was too vague.

Commission Report, pp. 260-262: At the time, Bush says he considered the CIA’s August 6th Presidential Daily Briefing entitled “Bin Laden Determined to Strike in U.S.” to be “historical in nature,” although the “two CIA analysts involved in preparing this briefing article believed it represented an opportunity to communicate their view that the threat of a Bin Ladin attack in the United States remained both current and serious ” (emphasis added). Bush “did not recall discussing the August 6 report with the Attorney General or whether Rice had done so… The following day’s SEIB repeated the title of this PDB… Late in the month, a foreign service reported that Abu Zubaydah was considering mounting terrorist attacks in the United States… We have found no indication of any further discussion before September 11 among the President and his top advisors of the possibility of a threat of an al Qaeda attack in the United States… [CIA director] Tenet does not recall any discussions with the President of the domestic threat” between August 17 when Tenet visited Bush in Crawford, and September 10.

 
V. The Timing of the Saudi Flights

Fahrenheit 9/11 : “At least six private jets and nearly two dozen commercial planes carried the Saudis and the bin Ladens out of the U.S. after September 13th. In all, 142 Saudis, including 24 members of the bin Laden family, were allowed to leave the country.”

Commission Report, p. 556, n. 25: “[A]fter the airspace reopened, nine chartered flights with 160 people, mostly Saudi nationals, departed from the United States between September 14 and 24.”

 
VI. FBI Interviews of Saudis and Bin Ladens Who Left

Fahrenheit 9/11: The FBI conducted “a little interview, check[ed] the passport.”

Confirmed, Commission Report at p. 557, n. 28: “The Bin Ladin flight and other flights we examined were screened in accordance with policies set by FBI headquarters and coordinated through working-level interagency process…Although most of the passengers were not interviewed, 22 of the 26 on the Bin Ladin flight were interviewed by the FBI…Two of the passengers on this flight had been the subjects of preliminary investigations by the FBI, but both their cases had been closed, in 1999 and March 2001, respectively, because the FBI had uncovered no derogatory information on either person linking them to terrorist activity.”

 
VII. White House Approved Flights

Fahrenheit 9/11: “The White House approved planes to pick up the bin Ladens and numerous other Saudis.”   [The film also shows a copy of the September 3, 2003, New York Times article by Eric Lichtblau, titled “White House Approved Departure of Saudis After Sept. 11, Ex-Aide Says,” which states, “Top White House officials personally approved the evacuation of dozens of influential Saudis, including relatives of Osama bin Laden, from the United States in the days after the Sept. 11, 2001, attacks when most flights were still grounded, a former White House adviser said today.   The adviser, Richard Clarke, who ran the White House crisis team after the attacks but has since left the Bush administration, said he agreed to the extraordinary plan because the Federal Bureau of Investigation assured him that the departing Saudis were not linked to terrorism.”]

Commission Report p. 329: Richard Clarke approved these flights.

 
Questions Left Unanswered

Saudi Flights: The following information on the Saudi flights, whether the interrogation of these individuals followed normal law enforcement procedure, and other oddities, are not adequately discussed and put to rest in the 9/11 Report and should require a further inquiry, or at least better explanation.

  1. New information released the week of the 9/11 Commission Report about possible terrorist links to those who left:
    The 9/11 Commission Report says: “Two of the passengers on this flight had been the subjects of preliminary investigations by the FBI, but both their cases had been closed, in 1999 and March 2001, respectively, because the FBI had uncovered no derogatory information on either person linking them to terrorist activity. Their cases remained closed as of 9/11, were not reopened before they departed the country on this flight, and have not been reopened since.”   Notes, p. 557, Chapter 10, n. 28). 

    The dismissive nature of these highly-charged facts buried in a footnote of the 9/11 Commission Report certainly raises new questions in light of the following information, some of which came to light the same week of the Commission Report release:

    Washington Post: According to the July 22, 2003, Washington Post, of the 13 relatives of Osama bin Laden who left on these fights, “One passenger, Omar Awad bin Laden, a nephew of the al Qaeda leader, had been investigated by the FBI because he had lived with Abdullah bin Laden, a leader of the World Assembly of Muslim Youth, which the FBI suspected of being a terrorist organization.” Dana Milbank, “Plane Carried 13 Bin Ladens;Manifest of Sept. 19, 2001, Flight From U.S. Is Released, Washington Post, July 22, 2003.

    Moreover, according to another article in the Washington Post, this organization is apparently still suspected of terrorist ties.   Specifically, in May, 2004, “Federal agents have raided the U.S. branch of a large Saudi-based charity, founded in Northern Virginia by a nephew of Osama bin Laden, in connection with a terrorism-related investigation, law enforcement sources said yesterday. The raid Friday on the World Assembly of Muslim Youth (WAMY) in Alexandria was carried out by agents of the FBI, U.S. Bureau of Immigration and Customs Enforcement and the Joint Terrorism Task Force, the sources said. Jerry Markon, U.S. Raids N.Va. Office Of Saudi-Based Charity, Washington Post, June 2, 2004

    Senator Frank Lautenberg (D-N.J.): The passenger list was made public by Sen. Lautenberg and can be found here: flight manifest. Lautenberg said, “The first rule of a criminal investigation is that when the suspect is on the run, you must interrogate the family to find out where he is. Osama Bin Laden just killed over 3,000 Americans, and one of the first actions by the Bush administration was to let Bin Laden’s relatives leave without intense questioning? The President of the United States needs to explain to the American people why his Administration let this plane leave. The American people are going to be shocked by this manifest, and they deserve an explanation.”

    Senator Byron Dorgon (D-N.D.): Senator Dorgan recently put it this way, “Dale Watson, the No. 2 man and former head of counterterrorism at the FBI has said none of them were subjected to ‘serious’ interrogation or questions before being allowed to leave. In fact, we now know that at least two and perhaps more of the Saudis who were allowed to leave after Sept. 11 were under investigation by the FBI for alleged terrorist connections.” Grand Forks Herald, July 20, 2004.

  2. The Reliability of the FBI databases that cleared these individuals

    The 9/11 Commission relies on continuing assurances from the FBI that none of the Saudis who left on these flights matched up with names on the State Department’s terrorist watch list database, TIPOFF (Notes, p. 558, Chapter 10, n. 31) (even though there was no evidence that TIPOFF was actually used at the time to clear these names) (See Notes, p. 558, Chapter 10, n. 31). 

    However, the Commission’s reliance on information in TIPOFF should hardly resolve the matter for the 9/11 Commission, as the 9/11 Commission Report has now confirmed that the names of two of the 9/11 hijackers, Nawaf al Hazmi and Khalid al Mihdhar, were not in the TIPOFF database either (p. 181-2). Hazmi and Mihdhar hijacked the plane that flew into the Pentagon. In that instance, the 9/11 Commission recognized this as an enormous failure: “[I]t is possible that if, in January 2001, the CIA had resumed its search for [Mihdhar], placed him on the State Department’s TIPOFF watchlist, or provided the FBI with the information, he might have been found” prior to September 11 (p. 267).

    Yet the Commission raises no question at all about their reliance on TIPOFF to clear every individual who left on those flights. 


  3. A Strange Connection to the Bush White House

    According to the Washington Post article, the bin Ladens flew out of the country on the same airplane that “has been chartered frequently by the White House for the press corps traveling with President Bush.” Dana Milbank, “Plane Carried 13 Bin Ladens; Manifest of Sept. 19, 2001, Flight From U.S. Is Released,” Washington Post, July 22, 2003. This raises obvious questions which deserved to be address by the 9/11 Commission.

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altra vittoria per Michael Moore

Il Rapporto Della Commissione sull’11 settembre 2001 conferma di fatto le tesi dimostrate nel film Fahrenheit  9/11 :

(in inglese)

July 23rd, 2004 12:59 pm

The September 11 Commission’s 567-page final report has confirmed key facts presented in Fahrenheit 9/11. These include:

  • Attorney General John Ashcroft told acting FBI director Thomas Pickard that he did not want to hear anything more about terrorist threats.  Confirmed, Commission Report at p. 265
  • After Bush was informed of the first plane hitting the World Trade Center, he went ahead with his classroom event.  After Bush was informed that the nation was under attack after the second plane hit, Bush stayed in the classroom for nearly seven more minutes, continuing to read with the children. Confirmed, Commission Report at pp. 35, 38-39.
    Bush failed to have even one meeting to discuss the threat of terrorism with his head of counterterrorism Richard Clarke.  Confirmed, Commission Report at p. 201.
  • Bush failed to react to the August 6, 2001 security briefing, “Bin Laden Determined to Strike in U.S.” Confirmed, Commission Report at pp. 260-262.
  • 142 Saudis, including 24 members of the bin Laden family, were allowed to leave the country after September 13. Confirmed, Commission Report at p. 556, n. 25  [Note that Fahrenheit 9/11 understates the number of Saudis who left.]
  • Individuals were interviewed by the FBI before being allowed to leave (although the report confirms that most individuals on these flights were not interviewed.)  Confirmed, Commission Report at p. 557, n. 28.
  • White House former counterterrorism chief Richard Clarke approved these flights. Confirmed, Commission Report at p. 329.

It should also be noted that the 9/11 Commission does not address or deem important a number of other issues either addressed in Fahrenheit 9/11 or revealed since completion of the film, including:

  • What exactly was the rush in getting these individuals out of the country so soon after the worst attack in U.S. history, why did Saudi Royals and bin Laden family members receive such special treatment at a time when most Americans still could not get flights (even though airspace may have been open), and how exactly were the flights arranged by the U.S. government?
  • Several unanswered questions posed by Senator Byron Dorgan (D-ND) in a July 20, 2004, Grand Forks Herald column: “At a time when 14 of the 19 terrorists from Sept. 11 were Saudi citizens, how and why were six secret flights allowed to sneak 142 Saudi citizens out of the United States in the days after Sept. 11 before they were properly interrogated? How do we know they weren’t properly questioned? Because Dale Watson, the No. 2 man and former head of counterterrorism at the FBI has said none of them were subjected to ‘serious’ interrogation or questions before being allowed to leave.  In fact, we now know that at least two and perhaps more of the Saudis who were allowed to leave after Sept. 11 were under investigation by the FBI for alleged terrorist connections.”
  • Information that came to light in Dana Milbank’s July 22, 2004 Washington Post article, including the fact that at least one bin Laden family member who was allowed to leave lived with a nephew of Osama bin Laden, who “was involved in forming the U.S. branch of the World Assembly of Muslim Youth” (WAMY), which the FBI has described as “a suspected terrorist organization,” and that the bin Ladens flew out of the country on the same airplane that “has been chartered frequently by the White House for the press corps traveling with President Bush.” 

9/11 Commission Report Confirms Key Fahrenheit 9/11 Facts

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handala: the end

Prima di essere ucciso disse: “Hanthala, who I created, will not end after my end. I hope that this is not an exaggeration when I say that I will continue to live with Hanthala, even after I die. “

 

(Naji Al-Ali)

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Palestina:Handala

“In questa fase dannata il mio ruolo assorniglia sempre di più al ruolo del muezzin … devo mobilitare e sensibilizzare la gente … non devo smettere di disegnare … continuerò … Se non trovo un giornale disposto a pubblicare le mie vignette, disegnerò sugli alberi, sui marciapiedi. Intorno a noi è grigio, però è in condizioni come queste che il mio ruolo diventa piu chiaro … In queste condizioni i miei sentimenti sono piu limpidi … dovrei smascherare coloro che si riempiono la bocca con le parole … nel buio c’è tutto … per ripristinare i nostri diritti, la lotta è l’unico linguaggio. Il fulcro di tutto e la democrazia. Le nostre frecce vanno lanciate contro le catene, le maschere, le carceri e le leggi truffa … la repressione non ha mai regalato la democrazia … la repressione non cede spontaneamente … la repressione non si suicida … VA UCCISA. Per poterla uccidere, bisogna lottare. Nessuno ha la soluzione pronta. La soluzione nasce dal conflitto … per questo, il conflitto deve essere mantenuto vivo” (“Al-Qabas”, l2/5/l984).

 

(NAJI Al-Ali)

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sotto la minaccia dei fucili israeliani

“Quando gli israelia- ni hanno invaso Sidone, ero li. Con gli altri abbiamo affrontato il terrore e la paura. Per giorni e giorni eravamo il bersaglio delle artiglierie e dei raids aerei. Con i miei occhi ho visto la distruzione, la morte… Sotto la minaccia dei fucili israeliani siamo rimasti senz’acqua e senza cibo per due giorni sulla spiaggia sotto il sole cocente. I barbari ci dovevano controllare per arrestare chi ritenevano opportuno. A Sidone sono rimasto per un mese. In quei giorni non ho disegnato affatto. Anche se avessi potuto farlo, non avrei saputo fare arrivare le vignette ai giornali. Quando gli invasori hanno assediato Beirut, mi sono trasferito li, nella capitale” (“Al-Arabi”, N. 297, agosto l983).

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consciousness

“At first he was a Palestinian child, but his consciousness developed to have a national and then a global and human horizon. He is a simple yet tough child, and this is why people adopted him and felt that he represents their consciousness.” — Naji-Al-Ali

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handala

E’ un bambino, piccolo, un po’ spelacchiato, piedi nudi e toppe sui vestiti, difficile vederne il volto perchè sta sempre di spalle.
E’ così che Naji Al Ali disegnava Handala, il suo personaggio principale. Handala c’è in quasi tutte le vignette di Naji, una presenza muta, ma ostinata.
Come quella del popolo palestinese al quale si vuole negare identità, ma che come Handala, c’è.
Handala senza volto riesce a gridare contro la negazione.
Volta le spalle a chi ha voltato le spalle al dolore dei palestinesi e guarda, guarda le vicissitudini della sua gente che Naji disegna con amore. Se sul volto di Handala ci sono lacrime o sorrisi solo quella gente potra scorgerli, perchè è girato costantemente verso di loro.
Voglio immaginare anche Naji di spalle, mentre disegna con quel suo tratto sottile ed insinuante come la sabbia del deserto, curvo sul foglio sul quale tesse il racconto del suo popolo, mischiando all’inchiostro il dolore e l’ironia, la rabbia e la poesia.
Tutta la sua intelligenza e la sua fantasia costrette dall’amore a concentrarsi su un dramma.
Quanti fogli ha riempito. E Handala, con la sua schiena, sempre li, forse per tenerci un po’ distanti da quei disegni di cui fa parte e che gli appartengono. E’ lui il primo a guardarli. Noi possiamo solo sbirciare da dietro le sue spalle imparando la dignità. Noi gli occidentali, noi gli israeliani, noi gli emiri o i piccoli dittatorelli dei regimi arabi, perchè il popolo di Palestina è dall’altra parte del foglio e può vedere il volto di Handala in quello dei tanti bambini, suoi figli che colmano con le loro risa, i loro giochi e troppo spesso con le loro morti, le strade polverose dei campi profughi, i vicoli antichi di Gerusalemme e gli uliveti d’argento della Cisgiordania.
Naji aveva la fortuna degli artisti, poteva usare il foglio come una porta magica, attraversarlo e raggiungere la sua terra anche dall’esilio.
Naji aveva la generosità dei poeti e cercava di portarci con se, per aiutarci a capire. Naji e morto, è stato ucciso, rimane solo Handala.
Chissà forse se impareremo a guardarlo con gli occhi di un palestinese un giorno si girerà verso di noi.


Tratto dal volume “No al silenziatore” di Saad Kiwan e Vauro Senesi
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la rivoluzione nell suo inchiostro di sangue

Naji Al-Ali nacque nel 1937 ad Asciagiara: in arabo l’albero, un piccolo villaggio nell’alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade.
La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all’ abitazione. Ciò spiega, in parte, il valore della terra, che compare in molte delle sue vignette.
All’indomani della prima guerra mondiale e della caduta dell’impero ottomano, l’intera regione mediorientale, vista la sua importanza strategica, venne suddivisa fra Gran Bretagna e Francia.
Grazie all’ accordo stipulato tra le principali potenze imperialiste, noto come l’accordo di Sykes-Picot, la Palestina divenne automaticamente una colonia inglese.
Il movimento sionista, forte della “dichiarazione di Balfour”, colse il momento,incrementando fortemente l’immigrazione ebraica in Palestina, e scatenando il terrore tra la popolazione araba indigena, mediante azioni terroristiche delle bande sioniste di “Irgun”, “Stern” e “Haganah”.
I nuovi immigrati si insediavano nei villaggi palestinesi e nelle colonie agricole, una volta cacciati gli abitanti e contemporaneamente sorgevano insediamenti ex novo.
Sia questi che le colonie, venivano edificati in stretta vicinanza dei villaggi palestinesi, su terreni di proprietà palestinese, una minima parte dei quali veniva comprata ai latifondisti, mentre la maggior parte veniva espropriata con la forza.
Fino agli inizi degli anni trenta, nel villaggio di Asciagiara, come del resto in tutti villaggi e città palestinesi, regnava una pacifica coesistenza, tra mussulmani, cristiani ed ebrei palestinesi, ossia tra i nativi della Palestina, al di la delle loro credenze religiose.
Come avveniva regolarmente in quel periodo in tutta la Galilea per assorbire gli ebrei provenienti da tutte le parti del mondo, fu eretto un insediamento dall’altra parte della vallata in cui si trovava il villaggio di Al-Ali.
Gli ebrei originari di Asciagiara, credendo nella campagna condotta dai sionisti, lasciarono il loro villagio trasferendosi nell’ insediamento.
Negli anni quaranta Asciagiara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.
Chi riuscì a sopravvivere al massacro cercò una sistemazione di fortuna nei vari campi profughi che l’ONU stava allestendo nella regione.
La famiglia di Naji Al-Ali trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, vicino a Sidone, nel sud del Libano, dove tutt’ora risiede.
Nel corso di un intervista Naji ha descritto cosi la vita nel campo:

“Li, la vita era al limite della dignita umana, vivevamo in sei in un’unica tenda la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi, ed altri oggetti di poco valore” (dal quotidiano “Assafir” 11/6/’83).

Nonostante l’estrema povertà della famiglia, i quattro figli frequentarono la scuola elementare del campo. Già da allora emerse uno spiccato talento di Naji per l’arte. Finite le elementari, Naji dovette interrompere gli studi per lavorare. Per qualche anno fece parte dell’esercito di manodopera a bassissimo costo nelle varie raccolte stagionali. Agli inzi degli anni cinquanta, Naji frequentò per due anni un corso di meccanica presso una scuola professionale a Tripoli in Libano. Finito il corso si trasferi a Beirut alla ricerca di un lavoro.
Come casa aveva una tenda offertagli dall’UNRWA nel campo profughi di Chatila.
Negli anni 50, grazie al petrolio, i paesi arabi del Golfo ebbero un notevolissimo sviluppo, diventando così meta di molti giovani arabi alla ricerca di un lavoro. I palestinesi avevano a loro favore il fatto di essere tra i più preparati, sia a livello tecnico-professionale che a livello accademico.
Cosi, nel ’57, Naji emigrò in Arabia Saudita, ma, non riuscendo a sopportare a lungo la lontananza dalla sua famiglia, nonché dalla sua gente, nel ’59 tornò in Libano.
In quei due anni cominciò ed interessarsi in modo predominante all’ arte. Al suo rientro a Beirut si iscrisse all’ “Accademia delle Belle Arti” libanese.
Nel frattempo, soprattutto dopo la NAKBA del 1948, nel mondo arabo si stava diffondendo il “panarabismo” quale ideologia nonché strumento di lotta, non solo contro Israele per la liberazione della Palestina, ma anche contro l’Occidente imperialista.
La vittoria della rivoluzione di Nasser in Egitto negli anni ’50 diede al panarabismo una grande spinta. I palestinesi furono tra i principali fondatori e attivisti di questo movimento.
Nel 1959 Naji si iscrisse al movimento per scoprire di non essere adatto alla militanza partitica. Infatti dopo appena un anno diede le dimissioni. Di questa sua militanza disse:

“Nonostante tutte le mie convinzioni, non riuscivo a ritrovarmi nel partito. Loro discutevano tanto, ho imparato molto. Da allora ho capito che il Giorno verrà e che la Rivoluzione avverra” (Rivista “Al Hurriyyeh” del 20/8/1979).

In questo periodo di militanza partitica, venne arrestato per ben sei volte. Ciò gli impedì di proseguire i suoi studi all’Accademia. Alla fine si trasferi a Tiro dove per tre anni insegnoò arte in una scuola locale.
Naji fece anche parte di un gruppo teatrale “legato” al movimento panarabo ma gradualmente, si orientò verso un altro campo artistico, meno caro, di più facile esecuzione ed in grado di raggiungere più facilmente un maggior numero di persone: la caricatura. Del resto, lui stesso aveva già sperimentato la caricatura come “mezzo di comunicazione” durante la sua prigionia.
Il quotidiano libanese “Al- Yaum” fu il primo a pubblicare le sue vignette. Nel 1961 conobbe Ghassan Kanafani (politico e letterato palestinese) che, colpito dalle sua vignette, le fece pubblicare sulla rivista “Al- Hurriyyeh”, organo del movimento panarabo.

Agli inizi degli anni ’60 la situazione dei palestinesi in Libano ando sempre piu deteriorandosi. Gli spazi lavorativi ai quali potevano accedere, si stavano restringendo sempre piu. In Kuwait in quel periodo la stampa e l’attività giornalistica godevano di una certa libertà. La concomitanza di questi ed altri fattori, spinsero Naji ad immigrare in Kuwait, tra cui l’invito a collaborare alla rivista “Attali’a”(kuwaitiana), legata al movimento panarabo. In un primo periodo Naji fu parte integrante della redazione della rivista, come giornalista e vignettista.
Presto però tale attività si rivelò insufficiente. In un’intervista rilasciata al quotidiano “Assafir”, del 19/7/’83, ebbe, a tal proposito, a dire:

“Ho scoperto che il mio lavoro settimanale non mi bastava. Avevo bisogno di un rapporto quotidiano con la gente”.

Così lasciò “Attali’a” per collaborare al quotidiano kuwaitiano “Assiyasat”, dove lavorò fino al 1974.
Naji continuò a mantenere uno stretto rapporto con la rivista libanese “Al-Hurriyyeh” dove regolarmente comparivano le sue vignette.
La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti. Cosi l’arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta. Attraverso le sue vignette riuscì a trasmettere le giuste cause. Per fornirsi di maggiori strumenti, si mise a studiare le varie forme di caricatura e anche la storia e la cultura araba, interrompendo, di fatto gli studi accademici. Il soggiorno di Naji in Kuwait fu, quindi, determinante per la sua attività artistico-professionale. In quegli anni, infatti, riuscì a costruirsi una solida formazione, che gli consentì di affermarsi su diversi giornali e riviste, entrando a far parte del mondo, peraltro abbastanza esclusivo, dei vignettisti di fama mondiale.
Nel 1973 scoppiò l’ennesima guerra arabo-israeliana.
Era ormai evidente che l’alleanza di imperialismo-sionismo-paesi arabi conservatori, mirava a liquidare la questione palestinese.
Facendo leva sui falangisti libanesi, l’alleanza scatenò, in Libano, una guerra civile, allo scopo di stornare l’attenzione della resistenza armata palestinese dai propri obbiettivi primari, e prepararne l’espulsione dal paese. Consapevole dei pericoli che correva la causa palestinese, Naji tornò in Libano nel l974, e li collaborò con il quotidiano “Assafir” fino al l983.
Durante il periodo trascorso in Kuwait, attraverso le vignette, registrò e descrisse tutte le realtà e i temi che interessavano in quegli anni la vita del popolo arabo:

  • le questioni sociali o di “costume”, come la povertà, la burocrazia dei governi, la corruzione, ecc., tutti elementi diffusi allora come oggi nel mondo arabo;
  • l’immigrazione iraniana nei paesi del Golfo negli anni ’60;
  • la situazione politica generale del mondo arabo, sottolineando l’assenza di qualunque forma di democrazia,sostituita, invece dall’ampio uso della repressione e del terrore, da parte dei regimi;
  • l’unità araba;
  • il petrolio ed il suo uso illegittimo;
  • la questione palestinese ed il conflitto arabo-israeliano.

La guerra arabo-israeliana del 1973, provocò un grande disorientamento tra la popolazione araba, per le tante attese andate regolarmente deluse, e per il crollo di diversi regimi arabi. Il Libano non fu immune da tali ripercussioni “psicologiche”.
La “patria dei cedri”, confinante con lo Stato Israeliano, e dove, grazie alle lotte, le forze socialiste e progressiste locali avevano fatto non poche conquiste, divenne un fertile terreno per la riorganizzazione della resistenza armata palestinese, dopo la sua espulsione dalla Giordania, in seguito ai tragici eventi del “settembre nero”.
In tale contesto, per destabilizzare un paese che poteva diventare fonte di non pochi problemi per gli interessi imperialisti-sionisti nella regione, l’alleanza Israele-Occidente scatenò una sanguinosa guerra civile sostenendo i falangisti e i collaborazionisti, nel sud del paese.
Questa guerra non risparmiò nessuna famiglia, libanese o palestinese, residente in Libano. In moltissimi, per aver salva la vita, abbandonarono il paese. Naji, invece, rimase a combattere, con i propri mezzi, la guerra, ad incitare i proletari e gli oppressi ad unirsi nello scontro contro i fascisti e la borghesia, a non farsi ingannare dalle bandiere professional-religiose, dietro le quali si nascondeva il nemico di classe, quello sionista e fascista.
Contemporaneamente, consapevole degli errori che venivano commessi dalle forze naziona- liste libanesi e dalla stessa resistenza palestinese, Naji non risparmiò, con l’ironia delle sue vignette, i loro leaders invitandoli a non dimenticare le masse ed a rimanere sensibili all’autenticità della causa.
Ciò non lo rese particolarmente popolare in alcuni ambiti politici, anche palestinesi, specialmente in quelli che detenevano (e detengono tuttora) il potere nelle strutture dell’OLP. Inoltre, a rendere la sua posizione ancor più vulnerabile, era che Naji non militasse in alcuna forza politica determinata, né palestinese, né libanese. Egli, infatti riteneva di riuscire a dare di più alla causa lottando indipendentemente dalle istituzioni.
In un’intervista alla rivista “Al- Hassna’ Assahira”, del l5/8/’75, Naji disse:

“Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall’Oceano Atlantico fino al Golfo (si intende tutto il mondo arabo n.d.r.)”.

In conseguenza a questo suo atteggiamento, Naji Al-Ali subi diverse minacce ed alcuni cercarono di corromperlo. Convinto delle proprie idee, continuò a disegnare e ad esprimersi, portando avanti la sua lotta nel modo che riteneva giusto.
Chi seguì l’opera di Naji Al-Ali in quegli anni, non potè non notare l’evoluzione delle sue vignette. Da semplice disegno umoristico, la vignetta, nel mondo arabo, si stava trasformando in uno strumento capace di far pensare alla possibilità e alla necessità del cambiamento radicale.
Fino agli anni 60, infatti, la caricatura araba trattava solamente tematiche sociali, e Naji fu il primo ad usare la vignetta con profondi intenti politico-rivoluzionari.
Così, nel giro di poco tempo, divenne, non solo l’espressione dell’umiliazione del popolo arabo, ma anche l’attento ed il sincero “portavoce” degli oppressi e dei poveri.
Nel marzo ’76 il “Centro Scientifico per l’Informazione”, legato al quotidiano “Assafir”, pubblicò il primo libro di Naji Al-Ali, che comprendeva diversi capitoli suddivisi per temi.
E’ superfluo sottolineare, a questo punto, come la questione palestinese fosse l’argomento principale delle vignette. Queste vennero esposte in vari Paesi del mondo: da Cuba al Kuwait, dalla Siria agli USA. Joan Afrique, una studiosa francese di origine africana, in un suo studio sulla caricatura araba, di Naji Al-Ali, scrisse:

“Riesce a riportare con estrema chiarezza i disagi e le amarezze dell’uomo comune”.

La rivista londinese “Events” considerò Naji Al-Ali come “uno dei testimoni fondamentali della nostra epoca storica” (“Assafir” 7/ll/’80).
Per due anni consecutivi, nel l979 e nel l980, Naji vinse il primo premio alla “Mostra del Disegnatore Arabo”. e, sempre nel l980, divenne presidente della “Lega dei Caricaturisti Arabi”.

Con un futile pretesto, nel l982, l’esrcito israeliano invase il Libano. Lo scopo reale era quello di dare un colpo mortale alla resistenza armata palestinese presente in Libano, togliendo, quindi, ai palestinesi, una delle ultime carte a loro disposizione nella lotta contro Israele.
In quel periodo Naji Al-Ali si trovava a Beirut. Quando l’esercito israeliano raggiunse la cittadina di Sidone, Naji vi si trasferì ritenendo doverosa la sua presenza in prima fila per combattere gli invasori. Non usò mai le armi. La sua presenza sul campo di battaglia ebbe più che altro il valore morale di sostenere chi lottava contro gli aggressori. A Sidone Naji rimase per circa un mese. Di questa sua esperienza successivamente raccontò:

“Quando gli israelia- ni hanno invaso Sidone, ero li. Con gli altri abbiamo affrontato il terrore e la paura. Per giorni e giorni eravamo il bersaglio delle artiglierie e dei raids aerei. Con i miei occhi ho visto la distruzione, la morte… Sotto la minaccia dei fucili israeliani siamo rimasti senz’acqua e senza cibo per due giorni sulla spiaggia sotto il sole cocente. I barbari ci dovevano controllare per arrestare chi ritenevano opportuno. A Sidone sono rimasto per un mese. In quei giorni non ho disegnato affatto. Anche se avessi potuto farlo, non avrei saputo fare arrivare le vignette ai giornali. Quando gli invasori hanno assediato Beirut, mi sono trasferito li, nella capitale” (“Al-Arabi”, N. 297, agosto l983).

Arrivato a Beirut, Naji era sempre in prima fila per difendere la città e per proteggere i libanesi e i palestinesi dalla barbarie degli israeliani. L’assedio di Beirut durò per più di tre mesi.
Naji disegnò tantissimo incitando, attraverso le vignette, la gente a combattere e a resistere fino alla vittoria o al martirio. In un’intervista all’ascia’b Al-Urduniyyeh del l0/l2/l984, Naji descrisse così quel periodo:

“In quei giorni non c’era differenza fra la vita e la morte. I palazzi e le mura crollavano come degli scatoloni di carta. Nonostante tutto il morale della gente era altissimo. Nessuno cedeva. Anzi, moltissimi hanno fatto dei propri corpi barricate e dighe contro gli invasori.”

In coerenza con le sue idee e consapevole della vera natura del nemico, si dichiarò subito contrario alle trattative, sponsorizzate dagli USA, tra la leadership palestinese e gli israeliani. Anzi, andò oltre.
Attraverso le vignette incitò i combattenti a non deporre le armi e a non farsi illudere dalle promesse americane. Era conscio dei pericoli che correvano i campi profughi palestinesi una volta disarmati e lasciati alla mercé degli israeliani e dei falangisti libanesi. Dopo nemmeno una settimana dalla partenza dei guerriglieri palestinesi (come sancito dagli accordi firmati tra le parti), l’esercito israeliano occupò tutta la parte Ovest di Beirut (dove risiedeva la popolazione palestinese nonché la resistenza nazionale palestinese).
I falangisti, appoggiati dai sionisti, consumarono uno dei massacri più orribili dei nostri tempi, quello di “Sabra e Chatila”. In tal modo, conquistarono il pieno controllo di tutta la parte Ovest di Beirut.
Quindi, ebbe inizio, casa per casa, la caccia all’uomo. Nel mirino c’erano tutti gli attivisti libanesi e palestinesi. Il quotidiano degli Emirati Arabi “Al-Fajr” del ll/7/l983, riferisce che Naji Al-Ali passò, in quei giorni, in clandestinità, trascorrendo circa sette mesi nei sotterranei della capitale libanese.
A maggio di quell’anno, lo stesso Centro di Informazione, legato al quotidiano “Assafir”, pubblicò un secondo libro di Naji Al-Ali che conteneva 250 vignette e mise in evidenza l’ulteriore evoluzione dell’opera di Naji; la maggior parte delle vignette era senza commenti.
Presentando il libro sulle pagine del suo giornale, Talal Salman, il direttore di “Assafir”, scrisse:

“Per Naji Al-Ali non esistono le soluzioni intermedie. Per lui esistono solo il bianco e il nero. Non c’e posto per il grigio. Ciò che si trova tra questi due estremi, per Naji e un campo di battaglia eterno tra ciò che c’è e ciò che ci dovrebbe essere”.

Dopo la clandestinità, Naji immigrò in Kuwait. In un’intervista rilasciata alla rivista saudita “Al-Yamamat”, del maggio l984, motivò così la sua decisione:

“Ho lasciato Beirut per motivi politici e non per la mia sicurezza personale. Chi deve morire muore ovunque. Il Centro di Ricerche Palestinesi e stato chiuso. Sul quotidiano “Assafir” e stata imposta una censura opprimente. Così mi sono sentito pronto per tornare all’altro fronte … in Kuwait … dove, attraverso la stampa, relativamente libera, potevo portare avanti il mio impegno e la mia lotta”.

L’allontanamento dei guerriglieri palestinesi dal Libano e la loro successiva dispersione in diversi paesi Arabi diede un colpo pesante alla rivoluzione palestinese. Questo condusse Naji Al-Ali alla depressione o alla disperazione. I suoi ideali, l’unità araba, la libertà ed il socialismo, lo guidarono in questa fase molto delicata alla ricerca del come unire tutte le forze arabe su basi nuove per poter far fronte alle mire imperialiste e sioniste nella regione.
Si rese conto che bisognava continuare a lottare instancabilmente, ognuno con i propri mezzi. A tal proposito, disse:

“In questa fase dannata il mio ruolo assorniglia sempre di più al ruolo del muezzin … devo mobilitare e sensibilizzare la gente … non devo smettere di disegnare … continuerò … Se non trovo un giornale disposto a pubblicare le mie vignette, disegnerò sugli alberi, sui marciapiedi. Intorno a noi è grigio, però è in condizioni come queste che il mio ruolo diventa piu chiaro … In queste condizioni i miei sentimenti sono piu limpidi … dovrei smascherare coloro che si riempiono la bocca con le parole … nel buio c’è tutto … per ripristinare i nostri diritti, la lotta è l’unico linguaggio. Il fulcro di tutto e la democrazia. Le nostre frecce vanno lanciate contro le catene, le maschere, le carceri e le leggi truffa … la repressione non ha mai regalato la democrazia … la repressione non cede spontaneamente … la repressione non si suicida … VA UCCISA. Per poterla uccidere, bisogna lottare. Nessuno ha la soluzione pronta. La soluzione nasce dal conflitto … per questo, il conflitto deve essere mantenuto vivo” (“Al-Qabas”, l2/5/l984).

Tornato in Kuwait, iniziò a collaborare con il quotidiano kuwaitiano “Al-Qabas”. In quei giorni le sue vignette attaccavano aspramente i regimi arabi per la loro totale sottomissione alla volontà degli USA.
Il crescente terrore e l’escalation esasperata della repressione che i regimi arabi esercitavano contro i loro popoli, andavano di pari passo alle pressioni che l’amministrazione USA esercitava sui governanti della regione.
Per questo, il quotidiano americano “New York Times” scrisse:

“Le vignette di Naji Al-Ali rispecchiano fedelmente l’opinione che il cittadino arabo ha degli USA” (“Al-Maukef”, N. 47, 6/3/l985).

Il 2/2/1985, sempre a Kuwait City, espose la maggior parte delle sue vignette. La mostra durò dodici giomi, riscuotendo un notevole successo. Il quotidiano “Al-Qabas” commentò così

“L’immenso successo che la mostra ha riscosso, esprime la coscenza del cittadino arabao, dei suoi problemi quotidiani ed esistenziali”.

Nello stesxo anno la stessa casa editrice di “Al -Qabas” pubblicò il terzo libro di Naji Al-Ali. Il libro conteneva 208 vignette concentrate soprattutto sulle realtà di terrore e di repressione regnanti nel mondo arabo.

A metà del 1983, scoppiò purtroppo, un conflitto armato fra le svariate fazioni palestinesi.
Naji Al-Ali condannò severamente questa guerra fratricida. Invitò le varie formazioni palestinesi a risolvere i propri conflitti attraverso il dialogo, e a risparmiare le armi e le vite dei combattenti, per la lotta contro Israele. Indicò la leadership dell’OLP come responsabile principale di questa assurda guerra. Criticò aspramente la borghesia palestinese che di fatto controllava tutte le strutture dell Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Di conseguenza invitò tutti coloro che erano fedeli alla causa a riflettere sui pericoli che incombevano sull’OLP per la totale mancanza di democrazia nelle sue strutture nonché per l’ormai evidente tendenza della leadership ad accettare i vari piani USA.
Chiaramente tutto ciò scatenò l’ira della casta burocratica che vi deteneva (e che detiene tutt’ora) il potere. Questa leadership fece scattare su vari quotidiani e riviste palestinesi (“Falastin Attaura ‘, “Al-Ufok” “Assahkra”) nonchè su vari giornali arabi filogovernativi (e quindi di destra) una campagna diffamatrice contro Naji Al-Ali, accusandolo di essersi venduto per modiche somme di denaro ad alcuni regimi arabi che cospiravano contro la Rivoluzione.
Ad aprile del 1984, a Naji fu negato di partecipare alla mostra per la Terra di Palestina che si teneva a Kuwait City. Come se non bastasse, la destra palestinese riusci ad istigare gli studenti islamici delle Universita Kuwaitiane a scendere in piazza per manifestare contro di lui, accusandolo di ateismo e di anti-Islamismo. Contro questi attacchi gratuiti condotti dalle destre palestinesi ed arabe, a difesa di Naji Al-Ali scesero in piazza tutte le forze progressiste e nazionaliste arabe. La rivista kuwaitiana “Attali’a” del 5/4/1984 scrisse.

“La borghesia palestinese, escludendo Naji dalla Mostra per la Terra di Palestina, spera di uccidere le sue idee nazionaliste e democratiche. Questa casta vorrebbe cucire la bocca a chi sostiene la necessità di ripulire le strutture dell Olp dagli opportunisti e da chi vive sulle spalle della Rivoluzione e del Popolo. Tutto ciò comumque non costituisce una novità. Già altre volte questi burocrati hanno fatto ricorso alle minacce e ai ricatti per intimidire gli artisti e gli intellettuali.”

Il quotidiano “Al-Watan” del 15/4/1984 scrisse:

“Naji Al-Ali è un fenomeno umano … un fenomeno Arabo-Palestinese figlio della Palestina, figlio della Terra, figlio del Popolo Arabo. Nessuno meglio di lui riporta i sentimenti, le aspettative, le depressioni, gli umori di milioni e milioni di Arabi … dall Oceano al Golfo … In altri paesi un fenomeno così raro come lo è Naji Al-Ali viene protetto, stimolato. Da noi, invece, per curare i propri interessi, alcuni dei nostri leader non esitano a distruggerlo … ad eliminarlo….”

Nonostante l’enorme appoggio popolare che Naji Al-Ali ottenne in quei giorni, la destra Palestinese continuò la sua campagna. La cospirazione andò oltre. I burocrati palestinesi premendo sul governo kuwaitiano ottennero 1’espulsione definitiva di Naji nel novembre del 1985.
Tutti i governi arabi gli rifiutarono accoglienza. Per questo decise di trasferirsi a Londra.

Insieme a sua moglie ed ai suoi figli, si recò a Londra. La sua espulsione dal Kuwait nonchè il rifiuto di tutti i paesi arabi ad accoglierlo non lo misero in crisi. Questa nuova situazione diede piu vigore alla sua lotta. Da Londra continuò a collaborare con il quotidiano kuwaitiano “Al-Qabas”. Inviò i suoi lavori anche al quotidiano giordano “Saut Ascia’b” che pubblicò regolarmente le sue vignette. Il suo sogno era di stabilire un contatto diretto con quella parte del Popolo Palestinese rimasto nella propria terra, in Palestina. Così, pur non condividendo il programma del Partito Comunista Israeliano, accettò di collaborare con il suo organo “Al-Ittihad”.
Mai come allora le opere di Naji vennero pubblicate contemporaneamente in varie parti del mondo arabo, dal Cairo a Beirut, da Bagdad a Tunisi, da Parigi a Londra (in queste due realtà vengono pubblicati vari quotidiani in lingua araba).
Le attività di Al-Ali non si limitarono ai giornali e alle riviste arabe. Nel 1986 espose in vari ambienti londinesi. Lo scopo era di far conoscere agli inglesi la giusta Lotta del Popolo Palestinese per i propri diritti, il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e ad uno Stato Palestinese Indipendente sulla Terra di Palestina.

In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefisso. La sera del 22/7/1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò. Dopo più di un mese di coma, alle 5 del mattino del sabato 30/8/1987, Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 40.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.

la rivoluzione nell suo inchiostro di sangue Leggi l'articolo »

no! al silennziatore

L’hanno assassinato. Col silenziatore. Con quell’arma vile che ha fatto zittire per sempre decine e decine di uomini che cercavano la luce della libertà sfidando il buio calato sul mondo arabo.
Era l’arma (e lo è tuttora) di chi ha il potere, ma non il coraggio di ascoltare la voce della ragione.
L’arma contro la quale Naji ha lottato con tutte le sue forze, con la sua matita e le sue vignette.
“Il fulcro di tutta la democrazia”, amava ripetere il grande vignettista nelle sue poche interviste che rilasciava o nelle sue rare apparizioni in pubblico.
Quando mi è stato chiesto di scrivere queste parole di presentazione ho avuto un attimo di  esitazione perche Naji non era un vignettista qualsiasi e non era solo un bravo artista. Agli altri vignettisti non mancava il senso dello humour, o la battuta piacevole. Ma Naji era semplicemente un genio.
E’ difficile quindi inquadrare in poche righe, ma il mio amore-bisogno quotidiano della sua vignetta mi spinge a provare.
Erano gli anni più feroci della guerra civile in Libano. Una guerra che ha segnato forse, irrimediabilmente il destino dei palestinesi, dei libanesi e di tutto l’assetto regionale.

I risultati di oggi sono in gran parte il frutto di quella amara e forse storica sconfitta subita da uno schieramento libano-palestinese che si voleva progressista e per il riscatto nazionale.
Oggi il Libano sta cercando di sollevarsi non si sa come, mentre i palestinesi si avviano divisi e lacerati verso un qualche regime di autonomia, risultato di un discutibilissimo accordo che nasce da lontano, proprio da quel disegno che con la guerra ha voluto distruggere il sogno di decine di migliaia di libanesi e palestinesi.
Sono stati anni pienamente vissuti, con le bombe, i cannoni e… tante vittime innocenti. Ma anche con la speranza di svegliarsi la mattina con una buona notizia che proveniva dal “fronte”, ascoltando la radio e divorando i giornali.
L’articolo, il commento, la foto, e, in sostanza, la parola erano il nostro pane quotidiano.
Ecco, per me, e per decine di migliaia come me, la vignetta di Naji era il caffè del mattino.
Naji era il vignettista di Assafir, quel quotidiano libanese, nato come foglio della sinistra libanese ed araba, ma che deve la sua fama grazie anche alla rubrica di Naji.
I lettori di Assafir leggevano il giornale al rovescio: ancora prima di gettare lo sguardo al titolo di apertura e all’editoriale del direttore, guardavano subito l’ultima pagina per godere la vignetta e capire da dove “tirava il vento”.
La sua vignetta rappresentava la bussola per una nave che doveva affrontare il mare in tempesta. La nave palestinese sulla quale a Naji piaceva immaginare che fossero imbarcati tutti i poveri e i diseredati di questa terra.
Il suo era uno stile semplice, chiaro e pungente. La sua visione era ampia e globale ed il suo impegno era fermo e lineare.
Era un vignettista politico per eccellenza; partiva da un fatto particolare per affrontare il contesto del momento.
Emblematici i suoi personaggi; dal piccolo e pensieroso Handala che rispecchiava spesso gli umori di Naji alla zia Hanifa, la saggia donna che rappresentava la coscienza del popolo palestinese.
La sua era una vignetta-commento, una vignetta-messaggio. Ecco perchè parecchi di noi, in determinate giornate difficili, si accontentavano di leggere la vignetta o di farla raccontare dall’amico. Naji non disegnava solo per mestiere, ma perchè ci credeva. Credeva nella giustezza della causa. La terra era quasi sempre presente nei suoi disegni, perchè aveva un grandissimo richiamo su di lui; richiamava le sue radici, la sua storia.
Anche lui, come tanti altri palestinesi, è stato costretto ad abbandonare il paese natale, all’età di dieci anni. Disegnare per lui non era solo una passione, ma soprattutto un mezzo per esprimere i suoi pensieri, per gridare alto la sua rabbia contro chi ha usurpato la sua terra, contro l’occupazione israeliana. Era un personaggio errante per eccellenza; penna e carta sotto braccio, approdava dove annusava un po’ di libertà per continuare a disegnare: Beirut, Kuwait, Beirut e poi Londra, il suo ultimo esilio dove e stato zittito per sempre. La sua sfida ai regimi era implacabile. “Quando non trovo piu un giornale che mi ospita, posso continuare a disegnare sulla spiaggia, sugli alberi o sul vento. Di lui, il grande poeta Mahmud Darwish ha scritto:
“Solo lui riesce a scegliere per poi distruggere e far esplodere.
Nessuno assomiglia a lui… però lui assomiglia a milioni di cuori perchè è semplice; è un evento straordinario….. di eccessiva umanita”.
La democrazia era un suo tormento; le sue critiche non hanno risparmiato nemmeno la dirigenza palestinese. Negli anni successivi all’invasione irsraeliana del Libano (1982) e la cacciata dei palestinesi, Naji era diventato fortemente critico nei confronti della linea assunta dalla leadership dell Olp. La sua presenza in Kuwait, da dove aveva continuato a “lanciare” le sue vignette non era più tollerabile. Fu costretto quindi a prendere la via di Londra. Forse a Naji piacerebbe essere ricordato come il primo ad aver previsto lo scoppio dell’Intifada, esplosa pochi mesi dopo la sua scomparsa.

 

Tratto dal volume “No al silenziatore” di Saad Kiwan e Vauro Senesi

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mistero a KALUGA

Rapiti e ritrovati dopo pochi giorni: stanno bene,
ma non sanno più chi sono
Mosca, il giallo degli smemorati: cavie umane?

 

KALUGA (MOSCA) – Nikolai non dubita della donna che piangendo felice lo abbraccia forte, ma ancora non ricorda di averla sposata o anche solo fatica a ripescare quel volto pieno d’amore dalla nebbia della memoria. E vuole capire se davvero, come sostiene qualcuno, la sua amnesia sia frutto di uno spietato esperimento per la manipolazione della mente umana. Quella nebbia fitta e pesante grava sulla mente di altri come lui, almeno 17: professionisti sani e senza problemi, d’ogni parte della Russia, maschi, di età fra i 18 e i 45 anni, misteriosamente scomparsi un giorno qualsiasi, mentre andavano al lavoro, e altrettanto misteriosamente ricomparsi senza alcun segno di violenza 10-20 giorni dopo su un treno, in una stazione, in un bosco o sul ciglio di una strada. Quasi tutti a Kaluga, poco lontano da Mosca. Nikolai ricorda solo di essersi svegliato, con un forte mal di testa e la voglia di vomitare nella stazione di Kaluga, mentre un poliziotto gli chiedeva i documenti. La moglie l’ha ritrovato grazie al programma tv Zhdi Menya, equivalente del nostro “Chi l’ha visto”, confermando quel che i medici sospettavano: Nikolai è un ingegnere elettronico. E si capiva, perché dimostrava una rara familiarità con i computer. E qui sta il mistero: come è possibile un’amnesia tanto selettiva? Che uno cioè non ricordi nulla di sé ma ricordi come suonare il piano o leggere uno spartito o guidare l’automobile? Il ministero degli Interni sdrammatizza. Ma si ipotizzano ricerche segrete del governo su armi psicotropiche o grandi fratelli criminali, decisi a creare – come in un film di James Bond – degli zombie sofisticati per poter disporre dei loro talenti. Segni alle tempie fanno pensare all’applicazione di elettrodi. A favore della tesi dei test con nuovi composti chimici c’è il mal di testa e la nausea che gli smemorati provano al risveglio e non ha dubbi l’anziano scienziato Lev Fiodorov: gli smemorati sono stati cavie di «sostanze per manipolare la mente che si studiano dagli anni 80 e per le quali è giunta l’ora del test pratico

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