Agosto 2004

una medaglia al giorno…

Sempre più atleti positivi al test antidoping alle olimpiadi di Atene.
Tutti per lo più di provenienza est-europea o dall ‘estremo oriente.
Tutti che abusavano di sostanze comuni facilmente reperibili sul mercato degli anabolizzanti.
Nessun atleta americano ancora indagato, nonostante il  ricco medagliere conquistato.
 
Gli stati uniti possegono di gran lunga la più tecnologica industria farmaceutica del mondo.
Allora, siamo di fronte allora alla ribalta di un esercito di invincibili atleti o la riprova che chi possiede i farmaci più moderni vince facile e non rischia di farsi  squalificare dopo le analisi delle urine???

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l’autogol di george bush

Bush? No, grazie

Il centrocampista iracheno Salih Sadir ha segnato, lo scorso mercoledì sera, un goal che ha infiammato i 1500 tifosi iracheni presenti allo stadio Peloponnesiako di Patrasso.
Dopo la partita Sadir ha lanciato un messaggio al presidente statunitense, George W. Bush, che secondo lui si starebbe servendo della squadra olimpica irachena per farsi pubblicità in vista delle prossime presidenziali.
Pubblichiamo a questo proposito ampi stralci di un articolo apparso sulla rivista Sports Illustrated

L’Iraq – squadra rivelazione delle Olimpiadi – ha poi perso 2 a 1 contro il Marocco, ma il risultato non preclude la sua vittoria del girone (per 2 partite vinte e 1 persa) e il successivo passaggio ai quarti di finale (domenica 22 affronterà l’Australia).
“La squadra irachena non vuole che il signor Bush utilizzi la sua immagine per la sua campagna presidenziale, ha detto Sadir attraverso il suo interprete. “Può trovare altri modi per farsi pubblicità”.

Ahmed Manajid, l’altro centrocampista che ha giocato la partita di mercoledì, è stato ancora più diretto, quando gli hanno fatto uina domanda sull’argomento: “Come farà a incontrare il suo dio dopo aver massacrato così tanti uomini e donne? Ha commesso così tanti crimini!”

“Lo spot mostra semplicemente l’ottimismo del presidente Bush e la vittoria della democrazia sul terrorismo”, ha detto Scott Stanzel, portavoce della campagna di Bush. “Venticinque milioni di iracheni sono liberi grazie alla coalizione”.

I membri della squadra olimpica irachena hanno dichiarato di essere felici che l’ex-capo della loro delegazione olimpica, Uday Hussein, responsabile di maltrattamenti e torture ai danni di atleti suoi connazionali e morto quattro mesi dopo l’invasione in Iraq della coalizione, non sia più in carica. Ma ritengono offensiva la scelta di Bush di usare l’Iraq per i suoi interessi quando la popolazione non tollera la sua amministrazione.
“Non ho problemi con il popolo americano”, ha detto l’allenatore della squadra irachena, Adnan Hamad. “Ma l’esercito americano ha ammazzato così tanta gente in Iraq… che libertà è, quando vado allo stadio nazionale e sento gli spari per le strade?”.

In un discorso tenuto venerdì scorso a Beaverton, in Oregon, Bush si è dichiarato vicino alla squadra di calcio irachena, dopo la vittoria di quest’ultima contro il Portogallo nella gara di apertura. “Non è fantastica l’immagine della squadra di calcio irachena?”, ha detto Bush. “Non sarebbe stata libera, senza l’intervento degli Stati Uniti”.

Sadir, marcatore degli iracheni nella partita di mercoledì, giocava prima nella squadra di Najaf. Nella città, dove 20mila tifosi riempivano lo stadio incitandolo e intonandogli i cori, l’esercito americano e la resistenza fedele al leader sciita Moqtada al Sadr si sono scontrati nelle ultime due settimane. Ora Najaf è un cumulo di macerie.
“Voglio che la guerra e la violenza abbandonino la città”, dice Sadir, che ha 21 anni. “Non vogliamo gli americani nel nostro pease. Vogliamo che se ne vadano”.

Il 22enne Manajid, che nella partita contro il Marocco ha quasi segnato di testa, viene dalla città di Fallujah. Racconta che suo cugino, Omar Jabbar al Aziz, è rimasto ucciso insieme ad alcuni suoi amici mentre combatteva nella resistenza. Se non fosse per il calcio – dice – starebbe combattendo con gli altri: “Voglio difendere casa mia. Se uno straniero invadesse l’America e le persone opponessero resistenza, sarebbero dei terroristi?. Tutti, a Fallujah, vengono chiamati così. Ma sono bugie. Nella mia città vivono tra le persone migliori del paese”.

Tutti si trovano d’accordo nel dire che la squadra di calcio irachena è una delle storie più belle di questa Olimpiade. Se gli Iracheni batteranno l’Australia – cosa possibile, visto come hanno giocato finora – raggiungeranno la semifinale.
Tre semifinaliste su quattro vinceranno una medaglia, e per la squadra irachena prima di questo torneo pareva impensabile.
“Tuttavia quando i giochi saranno finiti – dice l’allenatore Hamad – dovranno fare ritorno in un paese dove hanno paura di scendere in strada”.

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san paolo, sponsor ufficiale…

o mercante di morte???

cosa si cela dietro questi continui insopportabili spot che persistono inesorabilmente a interrompere lo spettacolo delle olimpiadi???

san paolo, sponsor ufficiale..

BANCHE ARMATE
Francesco Terreri


Il gruppo Banca di Roma è divenuto leader nel sostegno alle esportazioni italiane di armi. Al secondo posto si piazza la Banca Nazionale del Lavoro seguita nella classifica dal San Paolo-Imi (48,9 milioni di euro) e da istituti europei come l’iberico Banco Bilbao Vizcaya (46,7 milioni), primo azionista di Bnl, la britannica Barclays Bank (27,2 milioni), gli spagnoli del Banco Santander (19,7 milioni), secondo tra i soci del San Paolo-Imi.


La sofferta assemblea di giovedì 16 maggio della Banca Popolare di Brescia-Cassa di Risparmio di Reggio Emilia (Bipop-Carire) ha approvato la confluenza nel gruppo Banca di Roma. Il nuovo gruppo bancario, che prende il nome di Capitalia, nasce però, proprio per le perdite 2001 di Bipop, con il bilancio in rosso per 358 milioni di euro. Unica consolazione: è divenuto il gruppo bancario leader nel sostegno alle esportazioni italiane di armi.

Nel 2001 infatti – come ci informa la Relazione del ministro dell’economia allegata all’annuale documento del governo sull’applicazione della legge 185/90 – Bipop è stata la banca più impegnata nel settore, con operazioni per 118,4 milioni di euro, soprattutto grazie alla fornitura di 20 elicotteri A109 Agusta alla Svezia. La capogruppo BancaRoma figura anch’essa in buona posizione con 71,4 milioni e il Banco di Sicilia seguita ad appoggiare la commessa Agusta in Sudafrica che l’aveva portato in testa nel 2000. Complessivamente il gruppo controllato da Fondazione Cassa di Roma, Toro Assicurazioni (Fiat) e dagli olandesi di Abn Amro copre quasi un terzo di tutte le operazioni bancarie relative all’export italiano di armi dell’anno scorso: 191 milioni di euro su 611.

Al secondo posto si piazza la Banca Nazionale del Lavoro con 104,6 milioni di euro di operatività. Il gruppo IntesaBci (Comit, Ambroveneto, Cariplo), la maggiore concentrazione bancaria italiana, è solo terzo con 78,3 milioni. Unicredito Italiano è ancora presente nella lista per 55,6 milioni di euro, nonostante la dichiarazione di disimpegno di un anno fa, a causa – spiegano al gruppo – degli «impegni assunti precedentemente» le cui linee di credito debbono andare «responsabilmente ad esaurimento».

Seguono nella classifica il San Paolo-Imi (48,9 milioni di euro) e istituti europei come l’iberico Banco Bilbao Vizcaya (46,7 milioni), primo azionista di Bnl, la britannica Barclays Bank (27,2 milioni), ancora gli spagnoli del Banco Santander (19,7 milioni), secondo tra i soci del San Paolo-Imi.

Anche le banche, che seguono l’andamento delle commesse delle imprese italiane, operano ormai soprattutto con il Sud del mondo: oltre il 57% del valore delle operazioni. L’Africa da sola copre il 10% delle destinazioni. La stessa Bipop, oltre che l’export in Svezia, appoggia anche la fornitura di componenti avionici per altri elicotteri Agusta, gli AB412, in Arabia Saudita.

BancaRoma sostiene, tra l’altro, la fornitura di un ponte radio militare alla Repubblica Dominicana e l’ammodernamento del sistema antiaereo del Kuwait. Bnl è impegnata soprattutto con cannoni, missili navali e accessori per Spagna, Malaysia, Pakistan. IntesaBci si fa notare nell’appoggio a esportazioni in Cina e in Cile. Per Credito Italiano, il vecchio marchio di Unicredito, continua a passare la fornitura OtoBreda (Finmeccanica) di 11 cannoni semoventi alla Nigeria.

Tra le new entry in classifica c’è l’Antoniana Popolare Veneta, che appoggia l’export di impianti di telecomunicazioni belliche Alenia Marconi all’Algeria. Ma a causa di questo Antonveneta perderà almeno un cliente. Microfinanza srl, infatti, la società di promozione del microcredito che aveva un conto presso questa banca, ha deciso di trasferirlo altrove. «Non possiamo accettare di essere complici del riarmo dell’Algeria», spiega Giampietro Pizzo che segue il lavoro di Microfinanza nel Maghreb, «proprio mentre stiamo lanciando insieme all’Associazione di immigrati Asaka un progetto di sostegno, anche con strumenti di microcredito, dell’artigianato tradizionale nella tormentata Cabilia».

..SAN PAOLO…

SPONSOR UFFICIALE  DELLA MORTE.

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perchè così tanti civili morti in Iraq???

La domanda che mi assiliva in tanti e tanti giorni di lettura su quotidiani di nuove sciagure,
in interi mercati,
moschee,
ospedali,
ambulanze,
scuole
e perfino in cimiteri,
 
migliaia e migliaia le vtitme civili uccise dai soldati statunitensi.
 
Neanche facessero apposta ad ammazzare innocenti iracheni.
 
Ma ora tutto mi è chiaro,
la visione visione plausibile.
 
Leggendo le righe del quotidiano di Gerusalemme, chiarisco a me stesso il perchè di così tante vittime civili in Irak,
chiaro,
ci sono i militari israeliani che insegnano ai soldati americani come combattere gli arabi!!!!! (un morto, un punto,
e se becchi un infante od una donna i punteggi raddoppiano)………
 
 
-segue articolo in inglese
 
Source: Reuters

A newspaper stated Wednesday that U.S. troops from Iraq are being trained by the Israeli military in urban and guerrilla warfare tactics at a military base in Israel.

The Israeli military said that it did not comment on cooperation with foreign armies, however did not deny the report in the Jerusalem Post, according to a daily newspaper in Israel.

The newspaper reported that the army units were being trained at the Adam special forces school close to Modi’in in central Israel. It did not report what its source was, how many soldiers were being trained there or how long they would stay there.

“After completing their training, the units will return to Iraq,” according to the newspaper.

“From time to time the United States and Israel conduct cooperative exercises but as a matter of policy we don’t go into the details”, a U.S. embassy official told Reuters.

Last Year U.S. generals has been studying Israel’s tactics used with the Palestinians so that to apply them in Iraq, according to Reuters.

Reports suggesting U.S. cooperation with the Israel are of extreme sensitivity for U.S. troops fighting Islamist fighters in Iraq.

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invito alla visita

Anche se la casa è vuota,

molto di Enzo si trova fra i suoi appunti, i suoi scenari di diari di viaggio.

Le sue passioni, la sua ironia, la fame di conoscienza e la  vena di far comprendere, ciò che ci appare oscuro, e solo ma con l’esperienza diretta può esser successivamente rivelato.

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dal blog di Enzo Baldoni

mercoledì, 25 agosto 2004
Najaf, 19.8.04: un’altra testimonianza diretta

 

Ci giunge dalla giornalista britannica Helen Williams, corrispondente a Baghdad per Electroniciraq.net.
La Williams era anche lei sul convoglio della Croce Rossa Italiana che quel giorno si è recato a Najaf: lo stesso cui si erano uniti anche Enzo Baldoni, Ghareeb e Pino Scaccia.
In un lungo articolo online, Williams racconta quella intensa giornata: ve ne riportiamo l’incipit, tradotto in italiano da noi.

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A Najaf e Kufa con la Croce Rossa
Helen Williams, Electronic Iraq, 23 agosto 2004

 
Baghdad, 21 agosto 2004 — Alle 5.30 di giovedì mattina, io e il mio interprete, Wejdy, insieme al nostro amico Alì, siamo partiti alla volta dell’ospedale della Croce Rossa Italiana di Baghdad. Le strade erano vuote e silenziose, mentre sfrecciavamo attraverso Baghdad – per fortuna non c’era traffico a quell’ora del mattino.
Da lì, siamo partiti tutti insieme per Najaf. Il convoglio in partenza comprendeva quindici volontari della Croce Rossa Italiana, insieme ad alcuni membri dello staff di quella irachena, pronti a mettersi in viaggio per la lunga, e probabilmente pericolosa, strada per Najaf, portando forniture mediche (di cui c’è un bisogno estremo) e un camion pieno di sacchetti d’acqua potabile.

 

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In particolare segnaliamo un passo in cui la Williams parla probabilmente di Enzo senza nominarlo direttamente: sappiamo infatti da Pino Scaccia (e da Enzo stesso che lo raccontava qui, relativamente alla missione del 15 agosto) che era proprio Enzo a precedere il convoglio della CRI ad ogni incrocio piantonato dai tank americani, sventolando una bandiera della Croce Rossa per annunciare che si trattava di aiuti umanitari.
In questa foto sul sito dell’articolo pare infatti di riconoscere proprio Enzo, di spalle e con un cappello in testa, mentre va in ‘avanscoperta’ ad un incrocio con indosso la pettorina della CRI.
Il passo della Williams (sempre tradotto da noi) è questo:


 
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[…] E a un certo punto è calato un inquietante silenzio nelle strade. Silenzio relativo, in verità, perché rotto continuamente dai rumori della battaglia — l’aria risuonava dei colpi d’arma da fuoco e dell’avanzare dei tank. Due dei nostri correvano a piedi davanti al convoglio, con indosso le pettorine della Croce Rossa (con una Croce Rossa ben in vista) e sventolando una enorme bandiera con l’emblema della Croce Rossa. Ci precedevano a ogni incrocio che avremmo dovuto attraversare, facendosi vedere e mostrando la bandiera. Man mano che passavamo gli incroci, potevamo vedere i tank americani all’imbocco di ciascuna strada, circa 150 metri più in là; ad uno di questi incroci i tank erano tre. Proseguivamo molto lentamente. E a un certo punto, siamo giunti a un incrocio dove il suono della battaglia era tale da farci pensare che la battaglia fosse proprio di fronte a noi, sbarrandoci la strada. I colpi d’arma da fuoco erano assordanti. Di nuovo, i nostri due compagni sono andati avanti a piedi con la bandiera per far presente che eravamo della Croce Rossa e portavamo aiuti medici. Ma questa volta non ci hanno fatti passare. […]
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appello di diario

Iniziativa del settimanale per cui collabora il giornalista rapito
Diario fa un appello su Al Jazira per Baldoni
L’obiettivo è far conoscere ai sequestratori il lavoro svolto dal freelance e la sua vicinanza al popolo iracheno

ROMA – Diario, il settimanale diretto da Enrico Deaglio per il quale Enzo Baldoni aveva pronto il suo ultimo servizio da Najaf, ha preparato un appello ai rapitori di Enzo Baldoni – inviato anche all’emittente Al Jazira – per far conoscere il giornalista, il lavoro svolto, il suo impegno, la vicinanza al popolo iracheno che si evidenzia nei suoi servizi. I giornalisti del settimanale si dicono «sollevati» dalla divulgazione dei video in cui il giornalista appare in buone condizioni, non è stato picchiato ed è padrone di sè. Quindi, l’ipotesi peggiore – che Enzo fosse nelle mani di predoni o fosse morto – sembra tramontata. Anche la qualità del video è giudicata buona, quindi opera di qualcuno che ha dimestichezza con i mezzi tecnici.

IL COMUNICATO – Ecco il testo integrale del messaggio scritto dal direttore Enrico Deaglio, datato 24 agosto:

 

«Vorremmo far sapere agli uomini che lo hanno in custodia chi è Enzo Baldoni. È una persona animata di sentimenti d’umanità per le persone che soffrono nel mondo.
È un giornalista indipendente e assolutamente autonomo.
È un collaboratore del nostro giornale, “Diario”, settimanale libero nei confronti del governo italiano. Nel suo breve soggiorno in Iraq, Enzo Baldoni è stato determinante nell’organizzazione di due convogli di aiuti umanitari della Croce Rossa Italiana e della Mezzaluna Rossa, arrivati a Najaf il 15 e il 19 agosto. In entrambi i casi, è riuscito a entrare nella città, a consegnare viveri e medicinali e trarre in salvo donne e bambini, mettendo a rischio la propria vita.
Pochi giorni prima, aveva preso contatti con Teresa Sarti, presidente di Emergency, chiedendole aiuto per operare Mohammed, un iracheno che, mentre accompagnava la moglie a partorire in autoambulanza, era stato colpito da un carrarmato americano. La moglie e il bambino erano morti.
Enzo è stato rapito mentre stava tornando a Baghdad per accompagnare Mohammed all’ospedale di Emergency a Sulaymania. Come testimoniano le foto e i messaggi e-mail che abbiamo inviato

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feroci abusi nelle carceri israeliane

ISRAELE COME ABU GHRAIB
Inviato da: goretta il 02 Ago 2004 – 04:47 PM 
9 Letture
«Israele come Abu Ghraib, le torture sono la norma» Parla l’avvocato Talhami, che ha presentato all’alta corte di Tel Aviv una petizione contro gli abusi nelle carceri

ALESSANDRA GARUSI
(Il manifesto, 1 agosto 2004) «La maggioranza degli oltre 7mila palestinesi, attualmente detenuti nelle carceri israeliane, ha subito torture durante gli interrogatori – afferma Maher Talhami – ma, a differenza di quelle commesse da soldati Usa nel carcere di Abu Ghraib, qui non esistono immagini. Solo centinaia di deposizioni scritte e giurate». Parla con cognizione di causa questo avvocato arabo-israeliano. La sua organizzazione – Physicians for human rights-Israel (Phr) – si batte dal 1988 per la tutela del diritto alla salute; lo scorso 8 giugno, ha presentato all’Alta corte di Israele una petizione contro il Sistema carcerario israeliano (Ips), chiedendo che si ponga fine agli abusi sistematici commessi ai danni dei prigionieri nel carcere «Sharon». La sentenza è attesa per questi giorni. Avvocato, dove si trova il carcere «Sharon»?Nel centro del paese, a mezz’ora di auto da Tel Aviv. È un vecchio istituto detentivo (risale al 1953); ironia della sorte, porta lo stesso cognome dell’attuale premier israeliano. Mentre l’ala femminile è stata spostata, quella maschile resiste ed è sempre più grande, tanto che sono stati costruiti nuovi locali. Le torture da noi denunciate avvengono comunque in prevalenza nella parte vecchia.Che genere di abusi subiscono i detenuti?Si inizia lasciandoli in celle piccolissime senza luce, né servizi igienici. Quindi i detenuti vengono privati del sonno; a volte restano fuori al freddo, o sotto il sole cocente, per ore. Alcuni raccontano di essere stati costretti a sedersi su sgabelli bassi con le mani legate dietro la schiena (una procedura nota sotto il nome di «shabah»), o a stendersi sulla pancia con i polsi stretti alle caviglie. Ma la lista delle variazioni possibili è lunga, dai rumori assordanti agli incappucciamenti con stracci imbevuti di vomito o di urina. Quel che è peggio è che i detenuti non ricevono alcun tipo di assistenza medica. Un problema serio, viste le percosse, le ferite e le contusioni riportate durante gli interrogatori.Nel 1999, in seguito a sette petizioni presentate da organizzazioni dei diritti umani, l’Alta Corte d’Israele non mise fuori legge la tortura?Sì. Vietò l’uso delle torture fisiche su tutti i detenuti, a parte i kamikaze e gli aspiranti tali. E questa scappatoia ha permesso di reintrodurla in moltissimi casi. Inoltre, non disse nulla sugli abusi psichici. Oggi i detenuti palestinesi vengono terrorizzati con minacce del tipo: «Bombarderemo la tua casa, la raderemo al suolo. Andremo a prendere tua moglie e i tuoi figli».Le torture sono praticate da «poche mele marce», o sono piuttosto una routine?Le cito il caso recente di un ragazzo che è stato colpito otto volte al petto, prima di finire in ospedale. E lui stesso ha detto: «Avrebbero potuto arrestarmi senza sferrare un colpo, invece…». Il dramma è proprio questo: oggi un soldato israeliano può sparare a chiunque voglia e non gli succederà nulla, a meno che non ci siano delle foto potenti ad inchiodarlo. Una volta poi che un palestinese entra in carcere, sperimenta l’inferno. Il cibo fa schifo e nelle celle mancano i servizi igienici. Il carcere di Gilboa, a nord, ad esempio è nuovissimo. Viene chiamato «la cripta», perché da lì è difficilissimo fuggire. L’ho visitato: si mangia decentemente, ma il problema è che gli agenti trattano i detenuti con il massimo disprezzo, come se fossero animali. Rendono loro la vita impossibile.Con quale frequenza gli avvocati possono incontrare i loro clienti?Dipende. Dopo essere stati interrogati, possono vederli quando vogliono. Prima invece ci sono moltissime restrizioni. I palestinesi vengono definiti «security prisoners». Hanno condizioni diverse su tutto: dalla frequenza degli incontri con i legali alla durata dei colloqui senza una guardia. Anche in sede di processo, quasi sempre davanti a tribunali militari, non si riesce a ottenere molto. Le condanne sono sempre pesantissime; possono aggirarsi attorno a tre ergastoli più 40 anni di carcere. Anche in mancanza di prove, essi possono incorrere nella cosiddetta «detenzione amministrativa»: sei mesi rinnovabili per sei volte in carcere senza che sia stata formulata un’accusa. Può trattarsi di un uomo, una donna o un bambino.Nel carcere «Sharon» ci sono anche minori?Penso di no. Ma è difficile avere un quadro preciso dei detenuti minorenni nelle prigioni israeliane. So, ad esempio, che nell’infernale carcere di Hawar, vicino a Jenin, è detenuto un 14enne. È stato arrestato per aver gettato una pietra; il padre si è messo subito in contatto con noi, spiegandoci tra l’altro che il ragazzino ha un handicap psichico. Così ci siamo mossi, abbiamo chiesto di verificare la posizione del detenuto tramite i nostri avvocati, ma le autorità carcerarie hanno continuato a temporeggiare e il rilascio è stato disposto soltanto dopo oltre un mese. Intanto, ogni giorno vissuto là dentro è un giorno vissuto nell’orrore.È in grado di dirci come sono le condizioni di salute di Marwan Barghuti, il leader di Al Fatah, tuttora detenuto?Gli abbiamo mandato un medico, un mese e mezzo fa, per un check up generale. C’era stato segnalato un problema alla schiena, che ora almeno in parte è stato risolto. Il suo stato generale resta comunque molto precario.

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ISRAELE: BARBECUE IN CARCERE CONTRO SCIOPERO FAME DETENUTI
16/08/2004 – 12:57

Gerusalemme, 16 ago. (Ap) – Le autorità carcerarie israeliane stanno valutando di ricorrere anche a misure psicologiche per piegare lo sciopero della fame iniziato ieri da circa 1.600 detenuti palestinesi, che potrebbe coinvolgere entro la fine della settimana altri 7.500 detenuti. Tra queste, anche l’organizzazione di barbecue all’aperto nei cortili delle prigioni, con carne cucinata alla brace per invogliare i detenuti a mangiare. Lo ha detto il portavoce dell’amministrazione penitenziaria di Israele, Ofer Lefer.

I detenuti vogliono ottenere migliori condizioni di vita e chiedono la rimozione dei vetri divisori nelle sale dove si svolgono gli incontri con i familiari e la possibilità di usare telefoni pubblici. Le autorità israeliane hanno risposto allo sciopero imponendo ulteriori restrizioni: sono state tolte radio e televisioni dalle celle, è stata sospesa la distribuzione di giornali e sigarette e sono state cancellate le visite dei parenti dei detenuti. Lo sciopero è stato organizzato da Hamas, Jihad islamica e al Fatah.

Circa 3.000 persone sono scese intanto in strada a Gaza City, nella Striscia di Gaza, per esprimere la loro solidarietà ai detenuti. Abu Mohammed, portavoce delle Brigate dei martiri di al Aqsa, ha detto che il suo gruppo intende rapire soldati israeliani per scambiarli con i prigionieri palestinesi, mentre Nabil Abu Rdeneh, un assistente del presidente palestinese, Yasser Arafat, ha promesso “una forte iniziativa diplomatica” in favore dei detenuti all’Onu. L’Autorità Nazionale Palestinese sostiene lo sciopero, e ha indetto per mercoledì una giornata di solidarietà.

 

copyright @ 2004 APCOM

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una più del diavolo (o di Hitler?)

Il governo israeliano dimostra semre più di essere caposcuola

nell’incentivare e perpetrare ogni forma di tortura (psicologica e fisica)
nei confronti dei prigionieri palestinesi, per lo più detenuti per reati di opinione.

Mentre si attiva la protesta in tutte le carceri in Israele, da parte dei prigionieri politici palestinesi,
iniziano ad affiorare realtà così scioccanti da far passare in secondo piano le improssionanti carneficine
del carcere iracheno gestito dagli statunintensi di Abu Ghraib.

Mentre i prigionieri palestinesi dimostrano di aver imparato la lezione di Ghandi
sulla lotta non violenta,
ecco che i loro carcerieri, le guardie israeliane, mosse dall’esercito dipendente direttamente dal governo israeliano,
mostrano al mondo intero come i metodi del nazismo posso essere una fonte di ispirazione per uno stato che si autodefinisce “democratico”.

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amnesty int. denuncia le carceri israeliane

FAMIGLIE SEPARATE DA POLITICHE DISCRIMINATORIE
Inviato da: goretta il 06 Ago 2004 – 10:44 AM 
4 Letture
E’ ciò che succede in Israele e territori occupati.
Lo denuncia Amnesty International

 


‘Dopo 14 anni di matrimonio, mio marito nonche’ padre dei miei figli non ha
alcun diritto di dormire nella nostra casa, alcun diritto di dare il bacio
della buonanotte alle sue figlie, alcun diritto di vegliare su di loro se si
sentono male nottetempo? Che logica c’e’ nel costringere una famiglia a
vivere questo inferno ogni giorno, anno dopo anno?’
(Terry Bullata, 38 anni, preside in una scuola di Gerusalemme)
A migliaia di palestinesi e’ negato il diritto fondamentale di vivere in un
nucleo familiare, grazie a una legislazione israeliana il cui riesame e’
previsto per la fine di questo mese. Si tratta della Legge sulla
cittadinanza e l’ingresso in Israele, che impedisce agli israeliani sposati
con palestinesi dei Territori Occupati di vivere in Israele con il loro
consorte.

In un rapporto pubblicato oggi, ‘Separati: famiglie divise da politiche
discriminatorie’, Amnesty International chiede a Israele di ritirare la
legge sulle unioni familiari, che e’ fonte di discriminazione nei confronti
dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza nonche’ dei palestinesi con
cittadinanza israeliana o residenti a Gerusalemme che li sposano.

‘La legge istituzionalizza la discriminazione razziale contravvenendo alle
disposizioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto
umanitario. Senza il diritto all’unione familiare, migliaia di palestinesi
con cittadinanza israeliana o residenti a Gerusalemme si trovano nella
condizione di avere accanto il proprio coniuge in condizione di illegalita’
e a rischio quotidiano di espulsione, oppure di dover lasciare il paese per
poter vivere in un nucleo familiare’.

Uno dei casi citati nel rapporto di Amnesty International e’ quello di Salwa
Abu Jaber, 29 anni, che lavora in un asilo nido ad Umm al-Ghanam, nel nord
di Israele: ‘Al ministero dell’Interno mi hanno detto che o divorziavo o
andavo a vivere in Cisgiordania. Ma io amo mio marito e lui ama me, non
vogliamo divorziare e io non voglio che i miei figli vivano in Cisgordania,
in mezzo alla guerra e all’ insicurezza’.

Le procedure per esaminare le richieste di unione familiare dei palestinesi
dei Territori Occupati sposati con cittadini o residenti di altri paesi sono
state sospese dall’esercito israeliano alla fine del 2000.

Il governo israeliano ha giustificato il divieto di unione familiare con
‘motivi di sicurezza’, sostenendo che la legge ha l’obiettivo di ridurre le
potenziali minacce di attacchi condotti da palestinesi all’interno di
Israele. Tuttavia, ministri e funzionari israeliani hanno ripetutamente
affermato che la percentuale di palestinesi con cittadinanza israeliana
rappresenta una ‘minaccia demografica’ e una minaccia al carattere ebraico
dello Stato. Cio’ lascia supporre che la legge faccia parte di una
consolidata politica volta a limitare il numero di palestinesi cui viene
concesso di vivere in Israele e a Gerusalemme Est.

Amnesty International chiede alle autorita’ israeliane di:
– ritirare la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele;
– riprendere l’esame delle richieste di unione familiare secondo criteri non
discriminatori;
– esaminare le migliaia di richieste che si sono accumulate e riesaminare
quelle respinte prima della sospensione delle procedure;
– fornire le motivazioni di ogni richiesta respinta per consentire al
richiedente di fare ricorso.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 13 luglio 2004

Con un futile pretesto, nel l982, l’esrcito israeliano invase il Libano. Lo scopo reale era quello di dare un colpo mortale alla resistenza armata palestinese presente in Libano, togliendo, quindi, ai palestinesi, una delle ultime carte a loro disposizione nella lotta contro Israele.
In quel periodo Naji Al-Ali si trovava a Beirut. Quando l’esercito israeliano raggiunse la cittadina di Sidone, Naji vi si trasferì ritenendo doverosa la sua presenza in prima fila per combattere gli invasori. Non usò mai le armi. La sua presenza sul campo di battaglia ebbe più che altro il valore morale di sostenere chi lottava contro gli aggressori. A Sidone Naji rimase per circa un mese. Di questa sua esperienza successivamente raccontò:

“Quando gli israelia- ni hanno invaso Sidone, ero li. Con gli altri abbiamo affrontato il terrore e la paura. Per giorni e giorni eravamo il bersaglio delle artiglierie e dei raids aerei. Con i miei occhi ho visto la distruzione, la morte… Sotto la minaccia dei fucili israeliani siamo rimasti senz’acqua e senza cibo per due giorni sulla spiaggia sotto il sole cocente. I barbari ci dovevano controllare per arrestare chi ritenevano opportuno. A Sidone sono rimasto per un mese. In quei giorni non ho disegnato affatto. Anche se avessi potuto farlo, non avrei saputo fare arrivare le vignette ai giornali. Quando gli invasori hanno assediato Beirut, mi sono trasferito li, nella capitale” (“Al-Arabi”, N. 297, agosto l983).

Arrivato a Beirut, Naji era sempre in prima fila per difendere la città e per proteggere i libanesi e i palestinesi dalla barbarie degli israeliani. L’assedio di Beirut durò per più di tre mesi.
Naji disegnò tantissimo incitando, attraverso le vignette, la gente a combattere e a resistere fino alla vittoria o al martirio. In un’intervista all’ascia’b Al-Urduniyyeh del l0/l2/l984, Naji descrisse così quel periodo:

“In quei giorni non c’era differenza fra la vita e la morte. I palazzi e le mura crollavano come degli scatoloni di carta. Nonostante tutto il morale della gente era altissimo. Nessuno cedeva. Anzi, moltissimi hanno fatto dei propri corpi barricate e dighe contro gli invasori.”

In coerenza con le sue idee e consapevole della vera natura del nemico, si dichiarò subito contrario alle trattative, sponsorizzate dagli USA, tra la leadership palestinese e gli israeliani. Anzi, andò oltre.
Attraverso le vignette incitò i combattenti a non deporre le armi e a non farsi illudere dalle promesse americane. Era conscio dei pericoli che correvano i campi profughi palestinesi una volta disarmati e lasciati alla mercé degli israeliani e dei falangisti libanesi. Dopo nemmeno una settimana dalla partenza dei guerriglieri palestinesi (come sancito dagli accordi firmati tra le parti), l’esercito israeliano occupò tutta la parte Ovest di Beirut (dove risiedeva la popolazione palestinese nonché la resistenza nazionale palestinese).
I falangisti, appoggiati dai sionisti, consumarono uno dei massacri più orribili dei nostri tempi, quello di “Sabra e Chatila”. In tal modo, conquistarono il pieno controllo di tutta la parte Ovest di Beirut.
Quindi, ebbe inizio, casa per casa, la caccia all’uomo. Nel mirino c’erano tutti gli attivisti libanesi e palestinesi. Il quotidiano degli Emirati Arabi “Al-Fajr” del ll/7/l983, riferisce che Naji Al-Ali passò, in quei giorni, in clandestinità, trascorrendo circa sette mesi nei sotterranei della capitale libanese.
A maggio di quell’anno, lo stesso Centro di Informazione, legato al quotidiano “Assafir”, pubblicò un secondo libro di Naji Al-Ali che conteneva 250 vignette e mise in evidenza l’ulteriore evoluzione dell’opera di Naji; la maggior parte delle vignette era senza commenti.
Presentando il libro sulle pagine del suo giornale, Talal Salman, il direttore di “Assafir”, scrisse:

“Per Naji Al-Ali non esistono le soluzioni intermedie. Per lui esistono solo il bianco e il nero. Non c’e posto per il grigio. Ciò che si trova tra questi due estremi, per Naji e un campo di battaglia eterno tra ciò che c’è e ciò che ci dovrebbe essere”.

amnesty int. denuncia le carceri israeliane Leggi l'articolo »

sciopero della fame: perchè?

SCIOPERO DELLA FAME DEI PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI

Prigionieri politici palestinesi nelle prigioni israeliane
Comunicato delle famiglie dei prigionieri politici e dei detenuti nella
West Bank – agosto 2004

 

I prigionieri politici palestinesi nelle prigioni israeliane sono soggetti
ad inumane condizioni in violazione delle leggi israeliane ed
internazionali.
7500 prigionieri politici palestinesi ( tra di essi ci sono circa 100
donne e 475 bambini al di sotto dei 16 anni ), attualmente nelle prigioni
israeliane, inizieranno uno sciopero della fame nella seconda metà di
agosto per protestare nei confronti delle seguenti violazioni dei loro
Diritti e per richiedere che Israele si adegui alle norme di legge
riguardanti il trattamento dei prigionieri.
1. Si esige che le guardie carcerarie cessino immediatamente di percuotere
i prigionieri nelle loro celle, nei cortili e durante il trasporto da una
prigione all’altra. Si richiede che le guardie carcerarie cessino
immediatamente di lanciare gas lacrimogeni nelle celle dei prigionieri,
all’interno dei cortili e durante il trasporto da una prigione all’altra.
2. Si esige che cessi immediatamente l’uso di sottoporre i prigionieri a
ricerche sull’intero corpo ogni volta che essi entrano o escono dalle loro
celle.
3. Si esige la cessazione immediata dell’uso di tenere i prigionieri in
isolamento per lunghi periodi di tempo, talvolta di mesi o perfino di
anni.
4. Si esige che cessi immediatamente l’uso di sequestrare il denaro dei
prigionieri, di annullare le visite e di infliggere una reclusione
prolungata nelle celle per “crimini” quali il cantare o parlare a voce
troppo alta.
5. Si esige che ai prigionieri ammalati sia concesso un adeguato
trattamento medico e che cessi immediatamente l’interdizione dalle
medicazioni indispensabili.
6. Si esige che a tutti i prigionieri siano permesse le visite famigliari.
Inoltre si esige che siano agevolati ai famigliari dei prigionieri i
viaggi per e dalle prigioni. Attualmente i famigliari fanno viaggi di 16 o
17 ore per una visita di 45 minuti, anche se la distanza è data da soli
pochi chilometri. Si esige che cessi l’uso abituale di far spogliare i
famigliari per la perquisizione e che ai prigionieri sia concesso ricevere
più di un visitatore ogni due settimane.
7. Si esige che migliori il modo di comunicare tra prigionieri e
famigliari durante le visite. Attualmente i prigionieri sono separati dai
visitatori da due pareti, una di vetro e una di rete metallica, per cui è
difficile intravedere e quasi impossibile udire qualcosa da una parte
all’altra.
8. Si esige che le diete dei prigionieri siano adatte a conservare la salute.
9. Si esige che le regole sulle notizie che i prigionieri possono ricevere
dai famigliari siano costanti da visita a visita e che non siano possibili
cambiamenti a seconda del capriccio della guardia.
10. Si esige che i bambini prigionieri siano tenuti separati dai
prigionieri adulti e che ci sia una divisione tra prigionieri politici e
criminali.

 

Queste condizioni violano la legge israeliana, le regole che sono
all’origine delle prigioni israeliane, così come la legge internazionale.

I familiari dei Prigionieri Politici Palestinesi vi chiedono di unirvi
solidali con i loro figli, figlie, padri, madri, fratelli e sorelle per
intervenire in aiuto facendo pressione sullo Stato d’Israele perché
cessino le violazioni della legge e perché i prigionieri palestinesi
vengano trattati umanamente.

 

Vi domandiamo di appoggiare la nostra campagna inviando lettere, fax,
email, o telefonando al governo israeliano per protestare sul trattamento
dei prigionieri politici palestinesi e per esigere che le richieste dei
prigionieri in sciopero siano accolte.

 

CONTATTI GOVERNATIVI ISRAELIANI

Primo Ministro,Ariel Sharon Ufficio del Primo Ministro 3 Kaplan Street, P
O Box 187 Jerusalem 91919, Israel Telegram:Prime Minister, Jerusalem
Israel fax: +972 2 6705475 E-mail : pmeng@pmo.gov.il
Ministro della Giustizia, Yosef Lapid Ministero della Giustizia 29 Salah
al –Din Street Jerusalem 91919, Israel Telegram: Justice Minister,
Jerusalem Israel Fax : +972 2 6285438 E-mail : sar@justice.gov.il


Ministro della Polizia, Tzahi Hanegbi Ministero della Pubblica Sicurezza
Kiryat Hamemshala P.O.B. 18182 Jerusalem 91181 tel. +972 2 5309999 Fax :
+972 2 5847872 e-mail : sar@mops.gov.il

 

Ministero della Difesa 37 Kaplan Street Tel-Aviv 61909 Israel E-mail :
mailto:sar@mod.gov.il mailto:pniot@mod.gov.il Fax : +972 3 6962757 / +972
3 6916940

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Sciopero della fame

Prigionieri in sciopero della fame


Sono circa 4000 su 7500 i prigionieri palestinesi reclusi nelle carceri israeliane che hanno iniziato, da qualche giorno, lo sciopero della fame.
Lo sciopero, iniziato in diverse prigioni del paese, serve a porre l’accento sulle disumane condizioni in cui versano i prigionieri. Una della principali richieste e’ la liberazione delle quasi cento donne recluse e dei 475 minori al di sotto dei 16 anni.

Numerose le azioni di solidarieta’ previste per il mese di Agosto. La prima ha avuto luogo il 18 agosto giorno in cui ricorre l’annuale giornata di solidarieta’ con i prigionieri.
Contemporaneamente culmina al check point di Kalandia la Freedom March iniziata a Jenin tre settimane fa, per protestare contro l’inesorabile costruzione del muro dell’Apartheid

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USA contro processo di pace

M.O./ ABU ALA: NUOVI INSEDIAMENTI “DISTRUGGEREBBERO ROAD MAP”
22/08/2004 – 16:17


Premier scioccato dal presunto appoggio Usa alle costruzioni


Roma, 22 ago. (Apcom) – Il premier palestinese Abu Ala si è detto scioccato dall’apparente decisione dell’amministrazione del presidente Usa George W. Bush di approvare la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, sostenendo che questo “distruggerebbe il processo di pace”.

“Non posso credere che l’America sostenga che gli insediamenti possono essere allargati – ha dichiarato Abu Ala -questo impedirebbe e distruggerebbe il processo di pace”. La Road map prevede la sospensione di tutte le nuove costruzioni negli insediamenti israeliani nei Territori occupati, dove vivono circa 230.000 persone.

Nabil Abu Rdeneh, un consigliere di primo piano del leader palestinese Yasser Arafat, ha invitato la Casa Bianca a “chiarificare” la sua posizione, perché l’attuale incertezza potrebbe “incoraggiare il governo israeliano a continuare ed aumentare l’intensità della sua guerra contro il popolo palestinese”. Anche il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha criticato l’apparente decisione degli Usa, sostenendo che essa rappresenta “uno sviluppo molto grave” nella situazione mediorientale.

Nel frattempo il ministero dell’Interno israeliano ha annunciato il congelamento di un finanziamento di 13 milioni di dollari verso gli insediamenti in Cisgiordania e Striscia di Gaza. Un portavoce ha riferito che la decisione è motivata da esigenze di bilancio e non è correlata al ritiro israeliano da Gaza previsto nel 2005. Il taglio potrebbe essere annullato dal Commissione finanze del parlamento, ha aggiunto.

Ieri il New York Times, citando funzionari Usa e israeliani, aveva rivelato il cambio di posizione statunitense. Il quotidiano ha affermato che, sebbene non sia stata annunciata pubblicamente, la nuova politica americana è stata illustrata nella risposta inviata martedì scorso ai progetti di appalto presentati dal governo israeliano.

Il premier israeliano Ariel Sharon ha approvato gli appalti per la costruzione di 1.001 nuovi appartamenti, provocando le accese proteste dei laburisti all’opposizione. Un portavoce della Casa Bianca ha precisato che gli appalti saranno esaminati da una squadra di periti tecnici, guidata da un alto funzionario del Dipartimento di Stato, che sarà inviata in Israele il prossimo mese.

Giovedì scorso lo stesso Consigliere presidenziale per la Sicurezza Nazionale, Condoleezza Rice, ha dichiarato che “ciò che abbiamo chiesto al governo israeliano è di permetterci di conoscere cosa stanno facendo”, aggiungendo che “l’espansione dell’insediamento non è significativa rispetto a quanto previsto dalla Road map”, il piano di pace per il Medio Oriente messo a punto dal Quartetto, composto da Usa, Ue, Onu e Russia.

Altri funzionari Usa hanno inoltre ammesso che il presidente Bush sarebbe riluttante a criticare la politica israeliana in piena campagna elettorale per le presidenziali di novembre, puntando a mantenere l’appoggio dei sostenitori di Israele.

Nell’incontro previsto per il prossimo mese alle Nazioni Unite, gli altri tre partner del Quartetto (Onu, Ue e Russia) dovrebbero ribadire al Segretario di Stato Usa, Colin Powell, la richiesta di fermare la costruzione israeliana di nuovi edifici nei Territori occupati.

 

copyright @ 2004 APCOM

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è una buona notizia???

C’è chi vorrebbe ancora sgarbi al ministero della cultura….

 

FURTO MUNCH/ SGARBI: RUBATO L’URLO? UNA BUONA NOTIZIA
22/08/2004 – 13:17


“Un quadro che è dentro di noi come la Gioconda”


Roma, 22 ago. (Apcom) – “E’ una buona notizia perchè è il quadro più angoscioso della modernità e perchè il furto avviene nella civilissima Norvegia, nel profondo Nord dell’Europa, e questo dimostra che la mafia e la criminalità esistono anche lì”. Vittorio Sgarbi, critico d’arte, commenta sul filo del paradosso, il clamoroso furto de “L’urlo”, il celebre dipinto di Edvard Munch, rubato questa mattina nella Galleria Nazionale di Oslo.

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onore all’africa

Da Ciampi medaglia d’oro al senegalese annegato
19/08/2004 – 18:21


Per aver sacrificato la propria vita per salvare un bagnante
(ANSA) – ROMA, 19 AGO – Il presidente della Repubblica Ciampi ha conferito motu proprio la medaglia d’oro alla memoria al merito civile al senegalese Sarr Cheikh. L’uomo, 27 anni, e’ annegato a Marina di Castagneto dopo aver salvato un bagnante in difficolta’. Il suo corpo e’ stato ritrovato il 16 agosto a Seggio di Donoratico, a poca distanza dal luogo dove era scomparso il sabato precedente.

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esprimere desiderio?

GB/ DONNA COLPITA DA METEORITE MENTRE STENDEVA IL BUCATO (SUN)


22/08/2004 – 17:07


Ha avvertito un forte dolore al braccio
Roma, 22 ago. (Apcom) – Stava stendendo il bucato nel giardino della sua casa nel Suffolk, nel sud dell’Inghilterra, quando ha sentito un forte dolore al braccio. Paulina Aguss, 76 anni, secondo il tabloid britannico The Sun, potrebbe essere vittima di un incidente rarissimo: colpita da un meteorite.

Il marito Jack ha trovato una piccola roccia metallica di colore marrone nel luogo dove si trovava la moglie. Secondo Neil Bone dell’Associazione astronomica britannica, “è possibile” che sia stato un meteorite, ma ha messo le mani avanti aggiungendo: “sono piuttosto rari e le probabilità di essere colpiti sono infinitesimali”. Secondo il Sun l’ultimo caso di meteorite andato a colpire un essere vivente fu in Egitto “a un certo punto del secolo scorso”, quando morì un cane.

copyright @ 2004 APCOM

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idoli mostruosi

Musica: e’ un orecchio il naso di Michael Jackson

22/08/2004 – 18:47
Chirurgo tedesco svela segreti plastiche pop star
(ANSA) – NEW YORK, 22 AGO – Michael Jackson, grazie alla cartilagine di un orecchio, ha il naso salvo da cedimenti strutturali dopo le operazioni compiute in anni. A rivelare i dettagli e’ Werner Mang, autore degli ultimi ritocchi sul volto della pop-star alla fine degli anni ’90: ‘Il naso di Michael Jackson – ha ha detto al tabloid Daily News – adesso e’ a posto. Non e’ stato usato silicone, solo cartilagine di un orecchio’, dopo che aveva iniziato a cedere, in seguito ad una mezza dozzina di interventi.copyright @ 2004 ANSA

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