l’autogol di george bush

Bush? No, grazie

Il centrocampista iracheno Salih Sadir ha segnato, lo scorso mercoledì sera, un goal che ha infiammato i 1500 tifosi iracheni presenti allo stadio Peloponnesiako di Patrasso.
Dopo la partita Sadir ha lanciato un messaggio al presidente statunitense, George W. Bush, che secondo lui si starebbe servendo della squadra olimpica irachena per farsi pubblicità in vista delle prossime presidenziali.
Pubblichiamo a questo proposito ampi stralci di un articolo apparso sulla rivista Sports Illustrated

L’Iraq – squadra rivelazione delle Olimpiadi – ha poi perso 2 a 1 contro il Marocco, ma il risultato non preclude la sua vittoria del girone (per 2 partite vinte e 1 persa) e il successivo passaggio ai quarti di finale (domenica 22 affronterà l’Australia).
“La squadra irachena non vuole che il signor Bush utilizzi la sua immagine per la sua campagna presidenziale, ha detto Sadir attraverso il suo interprete. “Può trovare altri modi per farsi pubblicità”.

Ahmed Manajid, l’altro centrocampista che ha giocato la partita di mercoledì, è stato ancora più diretto, quando gli hanno fatto uina domanda sull’argomento: “Come farà a incontrare il suo dio dopo aver massacrato così tanti uomini e donne? Ha commesso così tanti crimini!”

“Lo spot mostra semplicemente l’ottimismo del presidente Bush e la vittoria della democrazia sul terrorismo”, ha detto Scott Stanzel, portavoce della campagna di Bush. “Venticinque milioni di iracheni sono liberi grazie alla coalizione”.

I membri della squadra olimpica irachena hanno dichiarato di essere felici che l’ex-capo della loro delegazione olimpica, Uday Hussein, responsabile di maltrattamenti e torture ai danni di atleti suoi connazionali e morto quattro mesi dopo l’invasione in Iraq della coalizione, non sia più in carica. Ma ritengono offensiva la scelta di Bush di usare l’Iraq per i suoi interessi quando la popolazione non tollera la sua amministrazione.
“Non ho problemi con il popolo americano”, ha detto l’allenatore della squadra irachena, Adnan Hamad. “Ma l’esercito americano ha ammazzato così tanta gente in Iraq… che libertà è, quando vado allo stadio nazionale e sento gli spari per le strade?”.

In un discorso tenuto venerdì scorso a Beaverton, in Oregon, Bush si è dichiarato vicino alla squadra di calcio irachena, dopo la vittoria di quest’ultima contro il Portogallo nella gara di apertura. “Non è fantastica l’immagine della squadra di calcio irachena?”, ha detto Bush. “Non sarebbe stata libera, senza l’intervento degli Stati Uniti”.

Sadir, marcatore degli iracheni nella partita di mercoledì, giocava prima nella squadra di Najaf. Nella città, dove 20mila tifosi riempivano lo stadio incitandolo e intonandogli i cori, l’esercito americano e la resistenza fedele al leader sciita Moqtada al Sadr si sono scontrati nelle ultime due settimane. Ora Najaf è un cumulo di macerie.
“Voglio che la guerra e la violenza abbandonino la città”, dice Sadir, che ha 21 anni. “Non vogliamo gli americani nel nostro pease. Vogliamo che se ne vadano”.

Il 22enne Manajid, che nella partita contro il Marocco ha quasi segnato di testa, viene dalla città di Fallujah. Racconta che suo cugino, Omar Jabbar al Aziz, è rimasto ucciso insieme ad alcuni suoi amici mentre combatteva nella resistenza. Se non fosse per il calcio – dice – starebbe combattendo con gli altri: “Voglio difendere casa mia. Se uno straniero invadesse l’America e le persone opponessero resistenza, sarebbero dei terroristi?. Tutti, a Fallujah, vengono chiamati così. Ma sono bugie. Nella mia città vivono tra le persone migliori del paese”.

Tutti si trovano d’accordo nel dire che la squadra di calcio irachena è una delle storie più belle di questa Olimpiade. Se gli Iracheni batteranno l’Australia – cosa possibile, visto come hanno giocato finora – raggiungeranno la semifinale.
Tre semifinaliste su quattro vinceranno una medaglia, e per la squadra irachena prima di questo torneo pareva impensabile.
“Tuttavia quando i giochi saranno finiti – dice l’allenatore Hamad – dovranno fare ritorno in un paese dove hanno paura di scendere in strada”.

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