Agosto 2004

Israele popolo eletto

L’originale iniziativa di una studentessa-colf di Tel Aviv
Israele, fa le pulizie nuda per guadagnare di più

Per pagarsi gli studi, una ventenne si spoglia completamente appena arrivata nella casa da riordinare: «Ma niente sesso»
TEL AVIV (Israele) – Esige un compenso quattro volte superiore alla media (l’equivalente di 15 euro all’ora), eppure G. – una studentessa universitaria di Tel Aviv, di vent’anni – ha sempre nuovi clienti che la supplicano, se ha un momento libero, di pulire e riordinare la loro casa. Il motivo, ha spiegato G. al settimanale «Tel Aviv», è molto semplice: appena arriva a destinazione, si spoglia ed esegue le incombenze totalmente nuda. Il suo arrivo è preceduto da una telefonata chiarificatrice al datore di lavoro in cui la giovane esclude in maniera tassativa che la pulizia dei pavimenti e i lavori di casa possano preludere a una piega romantica e terminare eventualmente nella stanza da letto. Al settimanale la giovane ha ammesso di essere compiaciuta delle forme del suo corpo, di provare piacere nell’esibizionismo e ha precisato che posa anche da modella. Ha invece escluso che il suo lavoro abbia alcunché di umiliante. «Sono arci-femminista – ha proclamato -. Proprio questo mi dà la forza di spogliarmi e di mettere in imbarazzo chi mi osserva mentre lavoro».

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la regina NANA’

In Africa è il capo di una tribù Ashanti
Regina africana fa la colf nel Vicentino
Rosina Mawusi 47 anni, di origine ghanese, è a servizio di una famiglia di Schio per mantenere le sue due figlie
SCHIO (VICENZA) – Da regina a colf. Una trasformazione degna di un film, ma che è diventata realtà in un comune del vicentino. La storia è quella di Rosina Mawusi, che ha 47 anni e lavora come colf presso una famiglia di Schio. Ma con il nome di Nanà è, nel suo Paese di origine, il Ghana, la regina di una tribù Ashanti.
LA STORIA – La vicenda di Rosina Mawusi è stata raccontata dal «Corriere del Veneto». La regina Nanà, salita al trono 17 anni fa, si trova in Italia da 15 e ogni anno per due mesi torna alla sua cittadina, Besoro, dove porta un container carico di aiuti da parte della Caritas. In Italia la regina Mawusi è venuta, come riferisce lei stessa, per cercare di dare qualcosa al suo popolo, ma poi ha avuto bisogno di lavorare per mantenere le due figlie (la più grande ha 16 anni), che vivono con lei. Allora ha deciso di fare le pulizie, anche se questa non è la sua unica attività a Schio. Rosina Mawusi, infatti, incontra periodicamente i suoi connazionali immigrati nel vicentino, ai quali fornisce indicazioni e consigli.

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medici senza frontiere denuncia

Vi riproponiamo di seguito l’articolo scritto da un nostro collega un mese fa a proposito della difficile situazione in Afganistan.

Afganistan, le forze della coalizione mettono a rischio gli interventi umanitari.
(5 maggio 2004)

Medici senza frontiere (MSF) è estremamente preoccupata dai continui tentativi delle forze della Coalizione di usare e snaturare gli interventi umanitari rivolti a coloro che ne hanno bisogno in Afganistan.

 

Nel corso delle ultime settimane le forze della Coalizione hanno distribuito nel sud dell’Afganistan dei foglietti in cui si chiede alla popolazione di “fornire alle forze della Coalizione informazioni su Talebani, Al Qaeda e Gulbuddin” affermando che ciò è necessario “per poter continuare a offrire assistenza umanitaria”. I foglietti, che mostrano l’immagine di una ragazzina afgana con una sacca di frumento, rappresentano un evidente tentativo della coalizione di usare l’assistenza umanitaria per scopi militari e rappresentano perciò un’aggressione inaccettabile ai principi umanitari.

MSF rifiuta qualsiasi rapporto tra assistenza umanitaria e collaborazione con le forze della Coalizione. Nel rispetto dei principi umanitari, continueremo a fornire assistenza agli afgani indipendentemente dal loro credo politico o dalla loro collaborazione con qualsiasi gruppo militare o politico.

“Il collegare deliberatamente assistenza umanitaria e obiettivi militari distrugge il significato stesso di umanitarismo. Alla fine, gli afgani più bisognosi non riceveranno gli aiuti di cui hanno estrema necessità e coloro che forniscono aiuti si trasformeranno in obiettivi”, dice Nelke Manders, capo missione in Afganistan per MSF.

Confondere gli interventi di assistenza e gli obiettivi militari può solo peggiorare il clima di sospetto e violenza sia contro i civili più bisognosi sia contro gli operatori umanitari venuti in loro aiuto, un clima già fortemente compromesso nel Sud dell’Afganistan. Considerati i recenti attacchi ad operatori umanitari, Medici Senza Frontiere teme che questi foglietti peggiorino la situazione di pericolo per coloro che forniscono aiuti in Afganistan. Solo nel 2003 sono stati ben 14 gli operatori umanitari uccisi in Afganistan.

Gli attacchi contro operatori umanitari sono crimini, e devono essere denunciati con risolutezza. Trasformando l’assistenza umanitaria in una strategia di guerra, le forze della Coalizione compromettono la possibilità degli organismi umanitari indipendenti di fornire l’aiuto necessario in Afganistan.

“L’aiuto umanitario deve avere un solo obiettivo: alleviare le sofferenze. Se lo si assoggetta a obiettivi politici o militari, diventerà vittima della violenza che affligge l’Afganistan, non più soccorritore delle vittime “, afferma Manders.

Ufficiali della Coalizione e delle forze statunitensi hanno cercato di cooptare l’aiuto umanitario in Afganistan sin dall’inizio dell’Operazione ‘Enduring Freedom’, dislocando personale militare sotto l’etichetta di “aiuto umanitario” e descrivendo le Ong come “moltiplicatori di forza”. Con la distribuzione di questi foglietti hanno ulteriormente compromesso il carattere indipendente e neutrale dell’aiuto umanitario.

Quale organizzazione umanitaria indipendente, MSF è fedele al principio fondamentale dell’azione umanitaria: aiuto incondizionato a coloro che ne hanno bisogno, prescindendo dal loro credo politico o lealtà militare.

Tutte le parti in guerra devono impegnarsi per permettere l’arrivo degli aiuti umanitari e garantire agli operatori la sicurezza e l’accesso a coloro che hanno bisogno di aiuto e sono al di fuori del conflitto. Puntando l’attenzione verso gli operatori umanitari, impedendo loro l’accesso o cercando di manipolare gli aiuti per servire un particolare obiettivo politico o militare, le parti in guerra minano l’azione umanitaria e mostrano di disprezzare la dignità umana in tempo di guerra e di ignorare volontariamente la convenzione di Ginevra.

MSF chiede a tutte le parti in guerra di rispettare la dignità e i bisogni basilari dei civili intrappolati in questa crisi violenta, di rispettare la necessaria neutralità e imparzialità degli operatori umanitari, di garantire la loro sicurezza e permettere loro di raggiungere la popolazione bisognosa.

 

Kenny Gluck, Direttore delle operazioni di MSF

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via dall’afghanistan

Ci hanno detto che in Irak la guerra è finita,

prima ancora che in Afghanistan  la situazione si va normalizzando, verso una conquistata democrazia.

A quando cominceremo ad asoltare le voci sincere?

Dopo 24 anni di assistenza indipendente alla popolazione MSF lascia l’Afganistan in seguito all’uccisione dei suoi 5 operatori e le continue minacce generate dalla confusione dei ruoli tra umanitari e militari
(28/07/2003)

 

Roma/Kabul, 28 luglio 2004 – Con un profondo sentimento di rabbia e tristezza, Medici Senza Frontiere annuncia oggi la chiusura di tutti i suoi programmi sanitari in Afganistan. MSF ha preso questa decisione in conseguenza dell’uccisione dei suoi 5 operatori, avvenuta nel corso dell’attacco del 2 giugno, quando un veicolo di MSF, chiaramente riconoscibile, ha subito un’imboscata nel nord-ovest della provincia di Badghis. Cinque dei nostri colleghi sono stati crudelmente colpiti a morte durante l’attacco. L’uccisione deliberata dei 5 operatori non ha precedenti nella storia di MSF, che negli ultimi 30 anni ha assicurato assistenza medica alle popolazioni all’interno di molti dei più violenti conflitti del mondo.

Anche se i funzionari del governo hanno presentato ad MSF prove credibili del fatto che a condurre l’attacco siano stati esponenti di milizie locali, non è stato ordinato né disposto pubblicamente il loro arresto. La mancanza di una risposta governativa alle uccisioni rappresenta un difetto di responsabilità e un inadeguato impegno per la sicurezza degli operatori umanitari che operano nel paese.

Inoltre, dopo l’attacco, un rappresentante dei Talebani, rivendicando gli omicidi, ha dichiarato che le organizzazioni come MSF, lavorando nell’interesse degli americani, sono nel mirino e potrebbero subire altri attacchi. Questa accusa è particolarmente ingiustificata nel caso di MSF che ha sempre considerato la separazione dell’aiuto umanitario dalla politica un suo principio fondante. Il solo obiettivo dell’organizzazione è di fornire assistenza alle popolazioni in pericolo nel nome dell’etica medica e basandosi esclusivamente sui reali bisogni della gente. Questa minaccia costituisce innegabilmente il rifiuto da parte dei Talebani di accettare un’azione umanitaria indipendente ed imparziale.

Negli ultimi 24 anni, MSF ha continuato a fornire cure mediche durante i difficili periodi della storia dell’Afganistan, indifferente nei riguardi dei partiti politici o dei gruppi militari al potere. “Dopo aver lavorato, a partire dal 1980 e senza interruzione, accanto alla popolazione vulnerabile dell’Afganistan, è con risentimento ed amarezza che abbiamo preso la decisione di abbandonare il paese. Ma noi non possiamo con leggerezza sacrificare la sicurezza degli operatori del nostro staff mentre le parti in guerra cercano di designarli come bersaglio ed ucciderli. Alla fine è l’ammalato ed il bisognoso che ne soffre”, dice Marine Buissonière, Segretario Generale di MSF.

La violenza diretta contro i nostri operatori è arrivata in contesti nei quali la coalizione, capeggiata dagli USA ha regolarmente utilizzato l’aiuto umanitario per raggiungere i prorpi obiettivi politici e militari. MSF denuncia i tentativi della coalizione di cooptare l’aiuto umanitario e di usarlo per “vincere i cuori e le menti”. Facendo questo, a lungo, l’aiuto umanitario non viene percepito come un atto imparziale e neutrale, mettendo in pericolo la vita dello staff e compromettendo l’aiuto alle popolazioni in stato di necessità. Solo recentemente, il 12 maggio 2004, MSF ha pubblicamente condannato la distribuzione, da parte delle forze di coalizione nel sud dell’Afganistan, di opuscoli che suggerivano alla popolazione di dare informazioni sui Talebani ed al Qaeda, come condizione necessaria perché la distribuzione dell’aiuto continuasse.

L’assistenza umanitaria è possibile solo quando i protagonisti armati di un conflitto rispettano la sicurezza degli attori umanitari, più di 30 dei quali sono stati uccisi in Afganistan a partire dell’inizio del 2003. L’uccisione dei nostri colleghi, la grave mancanza da parte del governo che non ha arrestato i colpevoli e le false asserzioni dei Talebani hanno reso purtroppo impossibile per MSF continuare a fornire assistenza al popolo afgano.

Fino al momento delle uccisioni, MSF ha provveduto alle cure mediche in 13 province con 80 volontari internazionali e 1.400 locali. I nostri progetti includevano le cura a livello basico e ospedaliero così come il trattamento per la tubercolosi ed i programmi per ridurre la mortalità infantile. La prossima settimana, MSF completerà la consegna dei suoi programmi al Ministero della Sanità e ad altre organizzazioni. Mentre MSF lascia l’Afganistan, noi ci addoloriamo per la perdita dei nostri 5 colleghi. Allo stesso tempo MSF prende questa decisione con grande dispiacere per la popolazione che non potremo più assistere

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cicatrici indelebili

Bologna, 24 anni dopo la strage: gli assassini liberi, la verità lontana

di red

Ventiquattro anni, un quarto di secolo. Tanto tempo, ma il boato della bomba che stroncò la vita di ottanta persone, ne mutilò altre centinaia, offese un’intera nazione sembra ancora risuonare a Bologna, dove in diecimila si sono ritrovati per ricordare la strage della stazione.

 

Un corteo è sfilato per la città, con i testa i parenti delle vittime, il sindaco Cofferati. Quest’anno la commemorazione è divisa tra due sentimenti: la soddisfazione per l’approvazione della legge che riconosce un risarcimento alle famiglie delle vittime, la rabbia perché i due esecutori materiali della strage, i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, sono liberi nonostante la condanna definitiva all’ergastolo.

Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ricorda che sulla strage pesa ancora il segreto di Stato. «È un fatto – dice – che serve a non arrivare alla verità». Ma Bolognesi accusa esplicitamente anche il Governo. Un attacco diretto al presidente del Consiglio. «Come potrà un esecutivo, il cui presidente del consiglio è stato iscritto alla Loggia massonica P2 (tessera numero 1816), condurre coerentemente la lotta al terrorismo quando il Gran Maestro di questa Loggia e i suoi accoliti si sono distinti per i depistaggi delle stragi, per sovvenzioni alle bande armate neofasciste e nella corruzione del nostro Paese?».

Duro Bolognesi anche con alcuni esponenti di Alleanza Nazionale: ricorda che alcuni parlamentari hanno chiesto la concessione della grazia per i due stragisti condannati Mambro e Fioravanti. Ricorda che solo un anno fa, il 2 agosto, il presidente della regione Lazio Francesco Storace, ha incontrato nel suo studio Francesca Mambro. e infine che, lo scorso anno ancora, 39 parlamentari di An hanno presentato una petizione per «ridurre al silenzio l’associazione». Per questo, oggi, l’associazione denuncia senza incertezze che «uomini di un partito di governo si sono schierati dalla parte del terrorismo e contro le vittime».

Sergio Cofferati, per la prima volta alla commemorazione da quando è diventato sindaco, si chiede perché Bologna sia stata colpita con tanta ferocia e così tante volte. Ma per Cofferati è soprattutto indecente che «la verità giudiziaria sia stata accompagnata da atti di clemenza incomprensibili verso gli esecutori materiali della strage. A questo punto – ha proseguito – serve anche un’altra verità: non solo gli esecutori, ma anche i mandanti escano dall’ombra e siano colpiti dalla giustizia». Invece a Bologna «sono passati tanti, troppi anni. È indispensabile che sia approvata una legge che tolga il segreto di stato sui delitti di strage e terrorismo». Occorre insomma, per Cofferati, che «il velario si sollevi definitivamente e che si intrecci la verità politica con quella giudiziaria».

-l’unità-

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31/07/2004 -morta laura betti

ROMA – ”Una tragica Marlene, una vera Garbo” che si era ”messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda”. Cosi’ Pier Paolo Pasolini definiva Laura Betti nel 1971 immaginando per ‘Vogue’ un necrologio dell’attrice per il 2001.

”Un’eroina, una persona molto spiritosa e un’eccellente cuoca” sottolineava Pasolini parlando della sua amica attrice, con cui strinse un grande sodalizio artistico e di anime. E immaginando la sua morte tre anni prima di quella vera lo scrittore aveva detto nel necrologio: ”Sono sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella e’ certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale”. ”’La mia morte e’ provvisoria, e’ un fenomeno passeggero’ essa par dire, – continuava Pasolini – con l’aria di un personaggio di Gogol’, Dostojewsky o di Kafka, ‘in alto loco si sta brigando perche’ tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima”’.

Contestatrice, anima in rivolta, graffiante e ruvida, la Betti non era, spiega ancora Pasolini, una persona ambigua, al contrario una donna ”tutta d’un pezzo: inarticolata come un fossile”.

Sempre controcorrente come il suo amico Pasolini, l’attrice e regista, nata a Bologna il 1 maggio del 1934 e il cui vero cognome era Trombetti, era entrata nel mondo dello spettacolo come cantante jazz ed e’ stato proprio il suo modo di usare la voce una delle sue forme di espressione piu’ originali. Definita da alcuni giornali romani dell’epoca la ‘Giaguara’ perche’ ”aggressiva e intrigante”, la Betti dopo il debutto a meta’ anni ’50 ne ‘I saltimbanchi’ con Walter Chiari e nel ‘Cid’ di Corneille con la compagnia di Enrico Maria Salerno, la Betti diventa la cantante degli scrittori interpretando per lo spettacolo ‘Giro a vuoto’ nel 1960, canzoni con testi di Soldati, Moravia, Flaiano, Calvino, Bassani e Pasolini.

Incontrato per la prima volta nel 1956, Pasolini per lei ritaglia ruoli difficili muovendosi, dal teatro al cinema su percorsi originali. Diva del Cinema ne ‘La Ricotta’, serva Emilia in ‘Teorema’, con cui vinse una coppa Volpi a Venezia nel 1968 e donna di Bath ne ‘I racconti di Canterbury’, la Betti ha lavorato anche con registi come Roberto Rossellini (‘Era notte a Roma’), Federico Fellini (‘La dolce vita’), Marco Bellocchio (‘Nel nome del padre’), Bernardo Bertolucci (‘Novecento’), Mario Monicelli (‘Viaggio con Anita’), la Betti e’ stata molto amica di scrittori e artisti della scena letteraria di quegli anni, primo fra tutti Moravia al quale era profondamente legata.

Direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini, creato da lei nel 1980 e recentemente trasferito a Bologna, la Betti era diventata regista lei stessa nel 2001 per lavorare al film-documentario ‘Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno’ che nelle sue intenzioni voleva essere il piu’ completo mai realizzato sulla vita dello scrittore, evento fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001.

”Ho fatto un film – aveva spiegato la Betti – sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto cio’ che da tempo non lo riguarda, come un’enfatica, mondana e stridente democrazia, una falsa capacita’ di capire, una non troppo furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione” per poi aggiungere che il film era ”un delirio sano”.

Impegnata negli ultimi anni a tenere viva la memoria di Pasolini soprattutto fra i giovani, la Betti ha girato il mondo per presentare rassegne cinematografiche sullo scrittore al quale ha dedicato numerosi recital. (ANSA)

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la migliore mente della mia generazione

Ho visto le migliori menti della mia generazione..
perire….
 
 
 
Non ha senso.
Eppure i sensi partecipano attivamente, anche troppo
troppo sensibili, umidi, i miei occhi che sino a qualche ora fa prosciugavano dinnanzi ad un impavido sole.
 
Non ha senso questo ricambio ingiusto che annerisce la nostra epoca
Le migliori menti emigrano verso altri altrove
lasciando vuoti immensi e silenzio laddove saggezza e insegnamento ci indicavano la direzione.
lasciando a voci effimere e volgari il palcoscenivco del giornalismo,
ma la platea è vuota, deserta,
evacuata
dopo l’eclissi del primo attore.
 
Le fallaci rimangono e i Terzani migrano, ma questo sa di cinismo.
 
Il suo ultimo libro mi fa da cuscino,
dei 4 libri che mi sono portato appresso in Palestina, due mesi fa,
nell’ingrato compito di fare da scudo contro i proiettili israeliani diretti ai visi dei civili palestinesi innocenti,
il suo ultimo, unico autore italiano,per me, il migliore, e gli ho consetito il posto d’onore, sebbene voluminoso,
sempre con me infilato nello zaino durante le nostre azioni pacifiste.
Come totem, come testo sacro, come parola di conforto e di vicinanza nell’alienazione generale che la disperazione di muoversi in paesaggi di guerra ti attacca addosso.
Mi è servito molto, son tornato ancora sano e salvo,
allora dciamo che è stato vitale.
 
Non ho mai avuto modo di comunicare a Tiziano del mio immenso rispetto,
della sua capacità di tirarmi fuori, tramite un’empatica scrittura, il meglio dei miei sentimenti di tolleranza ed armonia con il diverso. L’ Attrazione per le culture differenti e la capacità di immedesimazione nel dolore e nelle gioie altrui.
Questo quello che per primo ho appreso,
questo quel che in me si muove nella sua ombra,
nei miei gesti, intendimenti, velleità di giustizia e onore,
amore.
e lode infinita alla vita nelle sue molteplici sfumature.
 
non andrò a Palazzo Vecchio,
non perchè la distanza è notevole (per un vero amico non esistono sforzi in eccesso)
ma perchè quel che in me di lui dimora non muore, non pùo andarsene
e allora dirò addio alla sua forma fisica, corporea, carnale
col migliore dei riti che improvviserò in questa stanza oscura.
Immagino una fila di incensi, dei lumi i suoi volumi ed io che strappero e darò fuoco ad alcune delle sue pagine,
auscultando il crepitio delle fiamme e la tua ultima lezione,
avendo cura di lasciare uno spiraglio aperto della mia finestra,
che un alito di vento dall’antico Himalaya possa venire ad augurarti buon viaggio,
dinnanzi al mio viso stupito e contaminato,
di tutta quell’esperienza che con noi hai condiviso e non immaginavi potesse muoversi in massa verso un comune sensibile sentire,
 dopo il tuo ultimo respiro.
 
Ci vediamo infondo a quella strada che in solitudine accolse i tuoi primi passi,
ora rincorrono le tue orme generazioni di uomini fioriti, forti in ideali inossidabili
continua ti prego a guidarci laddove ora ci scrivi in sogni

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feroci abusi nelle carceri israeliane

FAMIGLIE SEPARATE DA POLITICHE DISCRIMINATORIE
Inviato da: goretta il 06 Ago 2004 – 10:44 AM 
5 Letture
E’ ciò che succede in Israele e territori occupati.
Lo denuncia Amnesty International

 


‘Dopo 14 anni di matrimonio, mio marito nonche’ padre dei miei figli non ha
alcun diritto di dormire nella nostra casa, alcun diritto di dare il bacio
della buonanotte alle sue figlie, alcun diritto di vegliare su di loro se si
sentono male nottetempo? Che logica c’e’ nel costringere una famiglia a
vivere questo inferno ogni giorno, anno dopo anno?’
(Terry Bullata, 38 anni, preside in una scuola di Gerusalemme)
A migliaia di palestinesi e’ negato il diritto fondamentale di vivere in un
nucleo familiare, grazie a una legislazione israeliana il cui riesame e’
previsto per la fine di questo mese. Si tratta della Legge sulla
cittadinanza e l’ingresso in Israele, che impedisce agli israeliani sposati
con palestinesi dei Territori Occupati di vivere in Israele con il loro
consorte.

In un rapporto pubblicato oggi, ‘Separati: famiglie divise da politiche
discriminatorie’, Amnesty International chiede a Israele di ritirare la
legge sulle unioni familiari, che e’ fonte di discriminazione nei confronti
dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza nonche’ dei palestinesi con
cittadinanza israeliana o residenti a Gerusalemme che li sposano.

‘La legge istituzionalizza la discriminazione razziale contravvenendo alle
disposizioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto
umanitario. Senza il diritto all’unione familiare, migliaia di palestinesi
con cittadinanza israeliana o residenti a Gerusalemme si trovano nella
condizione di avere accanto il proprio coniuge in condizione di illegalita’
e a rischio quotidiano di espulsione, oppure di dover lasciare il paese per
poter vivere in un nucleo familiare’.

Uno dei casi citati nel rapporto di Amnesty International e’ quello di Salwa
Abu Jaber, 29 anni, che lavora in un asilo nido ad Umm al-Ghanam, nel nord
di Israele: ‘Al ministero dell’Interno mi hanno detto che o divorziavo o
andavo a vivere in Cisgiordania. Ma io amo mio marito e lui ama me, non
vogliamo divorziare e io non voglio che i miei figli vivano in Cisgordania,
in mezzo alla guerra e all’ insicurezza’.

Le procedure per esaminare le richieste di unione familiare dei palestinesi
dei Territori Occupati sposati con cittadini o residenti di altri paesi sono
state sospese dall’esercito israeliano alla fine del 2000.

Il governo israeliano ha giustificato il divieto di unione familiare con
‘motivi di sicurezza’, sostenendo che la legge ha l’obiettivo di ridurre le
potenziali minacce di attacchi condotti da palestinesi all’interno di
Israele. Tuttavia, ministri e funzionari israeliani hanno ripetutamente
affermato che la percentuale di palestinesi con cittadinanza israeliana
rappresenta una ‘minaccia demografica’ e una minaccia al carattere ebraico
dello Stato. Cio’ lascia supporre che la legge faccia parte di una
consolidata politica volta a limitare il numero di palestinesi cui viene
concesso di vivere in Israele e a Gerusalemme Est.

Amnesty International chiede alle autorita’ israeliane di:
– ritirare la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele;
– riprendere l’esame delle richieste di unione familiare secondo criteri non
discriminatori;
– esaminare le migliaia di richieste che si sono accumulate e riesaminare
quelle respinte prima della sospensione delle procedure;
– fornire le motivazioni di ogni richiesta respinta per consentire al
richiedente di fare ricorso.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 13 luglio 2004

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