Agosto 2004

la vergogna ai tuoi piedi

______COSA COMBINA NEL MONDO LA NIKE

REGIMI OPPRESSIVI: tutte le scarpe Nike sono prodotte in Asia, in particolare in Indonesia, Cina, Thailandia, Taiwan, Corea del Sud, Vietnam.

RELAZIONI SINDACALI: in Indonesia i sindacati liberi sono illegali e vengono repressi dall’esercito, i dirigenti sindacali sono licenziati, imprigionati, torturati, ed anche uccisi.

SALARI E CONDIZIONI DI LAVORO: i lavoratori della Nike ricevono un salario da fame, inferiore al salario minimo stabilito dalla legge indonesiana. Lavorano esposti ai vapori delle colle, ai solventi, alle vernici, per 12 ore al giorno.

COMMERCIALIZZAZIONE IRRESPONSABILE: la Nike spende circa 180 milioni di $ all’anno in pubblicità, quando sarebbe sufficiente l’1% di questo bilancio per migliorare le condizioni di 15.000 lavoratori indonesiani.

CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO: nel 1990 Operation Push, un gruppo per i diritti civili, ha lanciato il boicottaggio della Nike perchè, nonostante venda il 45% dei suoi prodotti ai neri, non vi sono afroamericani ai vertici dell’azienda; essa inoltre non concede sufficienti benefici sociali alla comunità nera

NIKE; abbigliamento sportivo

NIKE CORPORATION FATTURATO: 5.440 MILIARDI DI LIRE
1 BOWERMAN DRIVE
BEAVERTON, OREGON 97005
U.S.A.

La Nike, con sede centrale nell’Oregon, USA, produce una vasta gamma di scarpe sportive molto pubblicizzate. Nata negli anni ’60, ha assunto il suo attuale nome nel 1985.
Ogni anno 6 milioni di paia di scarpe sportive Nike vengono confezionate in Indonesia sotto licenze normalmente concesse dalla sud-coreana HQ, consociata della Nike. I dipendenti della Nike quotidianamente controllano la qualità nelle 6 fabbriche di Tangerang e Serang. Queste 6 fabbriche sono in competizione l’una con l’altra per mantenere le licenze, che sono rinnovate mensilmente.
Il salario medio giornaliero dei 24.000 lavoratori di queste fabbriche è appena di 1.100 lire. Secondo l’AAFLI (Istituto Asiatico-Americano per il Lavoro Libero) queste fabbriche stanno violando 12 leggi nazionali, tra cui quelle sul salario minimo, il lavoro minorile, gli straordinari, gli orari di lavoro, l’assicurazione, l’organizzazione sindacale e i licenziamenti. Sono stati evidenziati problemi riguardo la salute, le ferie ed i congedi per maternità. Sebbene le fabbriche non siano di proprietà diretta della Nike, finanziariamente la compagnia è nella posizione di poter assicurare il rafforzamento degli standard minimi di vita.

I salari in Indonesia
L’Indonesia ha un salario minimo giornaliero di 2.100 Rupie (circa 1.400 lire), ma anche questo è inferiore ai “bisogni fisici minimi” stimati dal governo. E con 12 milioni di disoccupati su 70 milioni di forza lavoro, è impossibile rafforzare questo minimo. Recenti inchieste hanno rivelato che quasi l’80% dei lavoratori nella regione di Tangerang riceve solo 1.600 Rupie al giorno, e quindi lunghe ore di straordinari sono di solito fondamentali per la sopravvivenza. L’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che l’80% delle donne lavoratrici in Indonesia sono malnutrite.

E i sindacati?
I sindacati di solito esercitano un controllo effettivo sullo sfruttamento dei lavoratori, ma il governo repressivo indonesiano ne ha a lungo limitato lo sviluppo. Fino dagli anni ’60, il movimento dei lavoratori è stato controllato dal governo tramite un unico sindacato legale, l’SPSI (Unione dei Lavoratori di Tutta l’Indonesia). Coloro che desiderano fare parte dei sindacati devono avere il permesso del loro datore di lavoro, che spesso sceglie quello governativo. Nonostante la legge, i lavoratori hanno cominciato a lottare, ed hanno formato nuovi sindacati. Il primo è stato Setiakawan (SBMS), nato nel novembre 1990. Nel giugno 1991, quando 300 dimostranti chiedevano salari più alti, Saut Aritonang, segretario generale del SBMS, e altri quattro, furono rapiti e interrogati dall’esercito governativo.
Il SBMS chiede di esercitare pressioni sul governo per il diritto di libera organizzazione, e sta lanciando un boicottaggio delle esportazioni indonesiane, chiedendo di usare aiuti e investimenti per fare pressione sul miglioramento dei diritti umani. Nel breve periodo, i sindacati sono certo in difficoltà nel tentativo di migliorare le condizioni di lavoro. Ma questo rende il boicottaggio e le campagne sui consumatori le forme di pressione più importanti che possano persuadere la Nike sulla possibilità di un comportamento più responsabile verso i lavoratori.

 

______COSA COMBINA NEL MONDO LA NIKE

REGIMI OPPRESSIVI: tutte le scarpe Nike sono prodotte in Asia, in particolare in Indonesia, Cina, Thailandia, Taiwan, Corea del Sud, Vietnam.

RELAZIONI SINDACALI: in Indonesia i sindacati liberi sono illegali e vengono repressi dall’esercito, i dirigenti sindacali sono licenziati, imprigionati, torturati, ed anche uccisi.

SALARI E CONDIZIONI DI LAVORO: i lavoratori della Nike ricevono un salario da fame, inferiore al salario minimo stabilito dalla legge indonesiana. Lavorano esposti ai vapori delle colle, ai solventi, alle vernici, per 12 ore al giorno.

COMMERCIALIZZAZIONE IRRESPONSABILE: la Nike spende circa 180 milioni di $ all’anno in pubblicità, quando sarebbe sufficiente l’1% di questo bilancio per migliorare le condizioni di 15.000 lavoratori indonesiani.

CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO: nel 1990 Operation Push, un gruppo per i diritti civili, ha lanciato il boicottaggio della Nike perchè, nonostante venda il 45% dei suoi prodotti ai neri, non vi sono afroamericani ai vertici dell’azienda; essa inoltre non concede sufficienti benefici sociali alla comunità nera

 

QUANTO COSTA UNA SCARPA NIKE

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Najaf, le bombe arrivano dal cielo

12/08 09:25 – Najaf, vicegovernatore accusa forze Usa

 

Accuse alle forze americane dopo l’attacco su larga scala a Najaf giungono dal vicegovernatore dell’omonima provincia, che ha lasciato l’incarico: “Mi dimetto per denunciare tutte le operazioni terroristiche che gli statunitensi stanno perpetrando nella città santa”, ha detto Al Kuraishi. Spari di cannoni e di mitra risuonano incessanti nella città vecchia di Najaf dove sono asserragliati i miliziani di Al Sadr.Esplosioni hanno scosso le case presso il mausoleo dell’imam Alì mentre i carri armati percorrevano le strade.

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terrorismo a stelle e strisce

12/08 09:25 – Najaf, vicegovernatore accusa forze Usa

 

Accuse alle forze americane dopo l’attacco su larga scala a Najaf giungono dal vicegovernatore dell’omonima provincia, che ha lasciato l’incarico: “Mi dimetto per denunciare tutte le operazioni terroristiche che gli statunitensi stanno perpetrando nella città santa”, ha detto Al Kuraishi. Spari di cannoni e di mitra risuonano incessanti nella città vecchia di Najaf dove sono asserragliati i miliziani di Al Sadr.Esplosioni hanno scosso le case presso il mausoleo dell’imam Alì mentre i carri armati percorrevano le strade.

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libero di essere contro l’atomica

Mordechai Vanunu spiega perché ha rivelato al mondo i segreti nucleari dello stato ebraico

 

«Ho parlato per salvare Israele»


Restrizioni: ieri la Corte suprema di Israele ha confermato: dopo 18 anni di carcere per il tecnico vietati viaggi all’estero e contatti con stranieri
FREDRIK S. HEFFERMEHLFonte: Il Manifesto – 27 luglio 2004
27 luglio 2004
Ieri la Corte suprema israeliana ha confermato le restrizioni imposte a Mordechai Vanunu, che nel 1986 rivelò al mondo l’esistenza del programma nucleare segreto dello stato ebraico. Il tecnico, che ha finito di scontare 18 anni di carcere per spionaggio, sostiene di non avere più segreti da rivelare e aveva quindi presentato ricorso contro il divieto di espatriare e di contattare stranieri. In realtà Vanunu non ha mai rivelato segreti, né collaborato con potenze straniere, ma ha semplicemente reso publico il pericolo che Israele potesse auto-infliggersi un Olocausto. Quando, nel 1986, fornì al Sunday Times fotografie del reattore di Dimona ha rivelato al grande pubblico quanto già era noto nei circoli d’affari e negli ambienti militari internazionali. Ha inferto così un duro colpo all’ambigua politica nucleare di Israele e ruppe un tabù dello stato ebraico.
Abbiamo parlato con lui prima dell’udienza della Corte suprema israeliana. «Questo stato ha uno strano concetto di giustizia», ci ha detto. «L’udienza è stata pubblica 20 minuti all’inizio e 15 minuti alla fine. In circa due ore e mezza, i tre giudici hanno ascoltato a porte chiuse prove e testimoni – in modo talmente segreto che né io né i miei avvocati siamo stati autorizzati ad assistere».


Nella sessione di 15 minuti con Vanunu e i suoi avvocati, i giudici si sono concentrati sul diario che Vanunu ha scritto in carcere nel 1991, in cui forniva una precisa ricostruzione del reattore di Dimona. «Si trattava solo di un modo per tenere la mente in allenamento in anni di totale isolamento – ha spiegato Vanunu – ma lo stato continua a sottolineare che io posso riprodurre informazioni sul programma atomico in ogni momento. Quello che non dicono è che ciò che io posso riprodurre non è segreto e non può danneggiare la sicurezza nazionale israeliana. Non può quindi costituire la base per ulteriori restrizioni. Se i giudici continueranno ad applicare questa ragion di stato, vorrà dire che non potrò ottenere piena libertà finché non avrò perso la memoria, un’idea un po’ assurda di giustizia. E anche senza senso, dal momento che non vedo molta gente a cui poter rivelare i miei segreti – se mai ne ho. Al contrario, lo stato ha potuto vedere quali sono le mie idee. Sono stati i miei studi di questioni morali e filosofiche a spingermi a fare un atto di coscienza. Hanno letto le lettere che ho scritto negli ultimi 17 anni e mezzo. Forse non sono stato completamente leale ai miei superiori, ma la mia intenzione era proteggere Israele e il mondo da un immenso pericolo, una potenziale ecatombe. Sfido il governo a mostrare un solo caso in cui ho agito in modo sleale o volto a danneggiare Israele».


Secondo il diritto internazionale, Israele deve restituire a Vanunu i suoi pieni diritti di cittadino. L’unica eccezione a questa regola possono essere motivi di «sicurezza nazionale». Nella prima breve udienza i giudici hanno sottolineato che la questione della sicurezza era un elemento chiave nel caso. Esperti sia israeliani che stranieri sostengono che Vanunu non ha segreti interessanti. Se uno stato vuole invocare la sicurezza nazionale, deve specificare quali sono queste ragioni. I segreti che Vanunu potrebbe rivelare sono già ampiamente disponibili al grande pubblico. Oggi, su Internet è possibile trovare molte più informazioni sulle armi nucleari di quante ne abbia mai avute Vanunu.


Vanunu è orgoglioso di aver fatto da battistrada per molti altri: «Negli ultimi tempi, gli informatori sono usciti allo scoperto rapidamente, senza aspettare decenni per rivelare ciò di cui sono a conoscenza. La guerra in Iraq è piena di esempi di soffiate, che hanno prodotto notevole imbarazzo al presidente Bush e al premier britannco Tony Blair. Mi piacerebbe vedere qualcuno che fornisse rivelazioni su come i servizi di sicurezza stanno montando questa storia di Vanunu come persona pericolosa e nemico principale dello stato».


Gli ho domandato cosa lo avesse spinto a fare la sua soffiata. La sua risposta è stata sorprendente: «Hollywood! Ho visto film sulla devastazione nucleare come Sindrome cinese e The Day After. Nel 1986 c’è anche stato il disastro di Chernobyl. Tutti questi impulsi, insieme alle mie ricerche in filosofia, mi hanno spinto a mettere in guardia il grande pubblico e a cercare di avviare un dibattito democratico sul rischio nucleare».


E in effetti, dopo il rilascio di Vanunu il dibattito sul nucleare sta montando in Israele. Il tecnico pensa che lo stato dovrebbe ringraziarlo invece di punirlo a vita.

 

 

 

Note:

FREDRIK S. HEFFERMEHL: Avvocato norvegese, vice-presidente dell’International Peace Bureau e membro dell’International Free Vanunu Committee

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?????????????????????

Come può Bush rimanere in silenzio davanti alla potenza nucleare di Israele, quando non solo ha invaso illegalmente un paese arabo con l’accusa infondata di possedere armi nucleari e condannato l’Iran per avere le stesse ambizioni, ma ha anche elogiato (insieme al governo di Tony Blair) il colonnello Gheddafi per aver abbandonato i propri progetti in quel campo!? Se agli stati arabi vengono “tolti gli artigli” – sempre che ne avessero mai avuti veramente – perché a Israele non dovrebbe essere “tolto il nucleare”? Perché gli USA non applicano ad Israele gli stessi principi che applicano agli Arabi? Oppure, perché Israele non applica a se stessa gli stessi principi che applica ai nemici arabi?

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rapimenti, censure, segreti di stato, torture…

Quale democrazia in israele???

L’uomo che sapeva troppo

 

E’ stato narcotizzato, rapito ed imprigionato per 18 anni dopo che aveva rivelato i segreti nucleari di Israele al mondo intero. Il prossimo mese Mordechai Vanunu dovrebbe finalmente essere liberato, ma quanta libertà gli sarà concessa?
Robert FiskFonte: The Independent – 23 marzo 2004
Un qualsiasi israeliano che avesse comprato il quotidiano Yedoth Ahronoth il 16 febbraio, avrebbe senz’altro creduto che dal carcere di Ashkelon fossero in procinto di rilasciare una persona decisamente malvagia.
Ogni volta che un kamikaze si faceva esplodere, il detenuto esultava. Ancor peggio, diceva il giornale, quest’ uomo – a cui, un tempo, erano stati affidati i segreti nucleari di Israele – una volta rilasciato, avrebbe messo ancora più in pericolo il proprio paese. Vengono citate le parole di un ex detenuto “Mi ha detto che lui ha ancora altro materiale e che rivelerà altri segreti?”
Dovrebbe sorprendere, quindi, il fatto che lo stesso detenuto, che si dice festeggi il massacro di innocenti mentre si prepara a tradire di nuovo il proprio paese, abbia ricevuto una bella sfilza di premi e riconoscimenti dai gruppi pacifisti europei, il premio per la pace Sean McBride e la laurea ad honorem dall’Università di Tromso. Nel 2000, la Chiesa dell’Umanesimo si è così rivolta a lui: “Sei un uomo onesto, coraggioso, dagli alti principi morali e possa il grande sacrificio che hai fatto servire a proteggere non solo quelli che vivono in Israele, ma tutti i popoli del Medio oriente e, forse, del mondo intero”. Lo stesso uomo è stato anche candidato al premio Nobel per la pace.


Mordechai Vanunu, o si ama o si odia. Pare. Non è possibile rimanere indifferenti nei confronti dell’ex-tecnico nucleare israeliano, perché lui è l’uomo che, nel 1986, raccontò al Sunday Times tutta la storia sull’ impianto segreto israeliano di armi nucleari a Dimona, nel deserto del Negev. completa di dati relativi al numero di bombe a fissione nucleare – allora 200 – e, fatto ancor più disturbante, di prove fotografiche.
Raccontò che Israele aveva lavorato ad un progetto termonucleare e sembrava che avesse già a disposizione un bel numero di bombe termonucleari pronte all’uso. Da Londra fu poi attirato a Roma da una ragazza e poi rapito, narcotizzato e rispedito in Israele da agenti dei servizi segreti israeliani. Fra sole sei settimane, però, dopo 18 anni di carcere, 12 dei quali trascorsi in isolamento, il più famoso informatore del mondo, dovrebbe essere rilasciato. Israele , per non parlare del mondo intero, è con il fiato sospeso.


Rivelerà altri segreti su Dimona, sempre che ne abbia ancora da raccontare dopo 18 anni di prigionia, o maledirà il paese di cui è cittadino, per quanto cittadino che si è convertito al Cristianesimo prima dell’arresto e che vuole emigrare negli Stati Uniti? Sarà diventato un uomo piegato, ansioso di porgere le scuse per il terribile tradimento del proprio paese? Oppure, come sperano i suoi amici, i suoi sostenitori ed i suoi genitori adottivi americani, diventerà un apostolo della pace, uno dei più grandi detenuti politici della sua generazione, l’uomo che ha cercato di liberare il mondo dalla minaccia della distruzione nucleare?


Il governo israeliano è ancora incerto su come affrontare il rilascio di Vanunu il 21 aprile.
Adesso stanno considerando, e forse hanno già deciso in proposito, “certi strumenti di supervisione” e “misure appropriate” per far tacere Vanunu. Nella seconda metà di gennaio, il primo ministro Ariel Sharon ha incontrato Menachem Mazuz, procuratore di stato di Israele, ed il ministro della difesa Shaul Mofaz, per discutere sull’opportunità di rifiutare il passaporto a Vanunu. Vanunu sarebbe quindi libero di andare ad abbronzarsi sulle spiagge di Tel Aviv ma non potrebbe andarsene in giro per il mondo a fare pubblicità alla potenza nucleare di Israele. Un segno di come il governo israeliano sia spaventato all’idea del rilascio di quest’uomo è rappresentato dal fatto che Sharon abbia invitato a questa riunione anche Yehiel Horev e la sua cosìddetta “Unità di sicurezza del Ministero della Difesa”, i servizi segreti interni ed esterni del paese (Shin Beth e l’egualmente sopravvalutato Mossad), ed un rappresentante del Comitato Israeliano per l’Energia Atomica.


Horev, adesso lo sappiamo, voleva dimostrare ancor più zelo di Sharon. Aveva proposto per Vanunu una detenzione amministrativa, la procedura di solito applicata da Israele ai Palestinesi che considerano “terroristi”, anche se il consiglio è arrivato chiaramente alla conclusione che questo sarebbe solo servito a far diventare Vanunu un martire della pace mondiale. C’è un altro modo, ovviamente, per far tacere Vanunu. Può essere pubblicamente liberato e poi, appena dovesse cominciare a parlare del suo lavoro come tecnico nucleare, potrebbe essere di nuovo processato e rinchiuso nel carcere di Ashkelon, o di Shikma, come lo chiamano gli Israeliani adesso.


Il vero motivo per cui Vanunu è un problema, comunque, è che servirà a ricordare al mondo, in un momento così critico per il Medio Oriente, che Israele è una potenza nucleare e che le sue testate sono già pronte all’uso, nel deserto del Negev. Ricorderà anche al mondo che gli Americani, dopo aver spianato l’Iraq per distruggere le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, continuano a dare il proprio sostegno politico, morale ed economico ad un paese che di armi di distruzione di massa ne ha segretamente accumulato un arsenale.


Come può Bush rimanere in silenzio davanti alla potenza nucleare di Israele, quando non solo ha invaso illegalmente un paese arabo con l’accusa infondata di possedere armi nucleari e condannato l’Iran per avere le stesse ambizioni, ma ha anche elogiato (insieme al governo di Tony Blair) il colonnello Gheddafi per aver abbandonato i propri progetti in quel campo!? Se agli stati arabi vengono “tolti gli artigli” – sempre che ne avessero mai avuti veramente – perché a Israele non dovrebbe essere “tolto il nucleare”? Perché gli USA non applicano ad Israele gli stessi principi che applicano agli Arabi? Oppure, perché Israele non applica a se stessa gli stessi principi che applica ai nemici arabi?


Questo è il dibattito che Israele e il governo americano vorrebbero far passare sottovoce. Negli Stati Uniti, dove ogni discussione sui rapporti Israele-USA che non sia “in positivo” viene di routine condannata come sovversiva o “anti-semita”, il potere nucleare di Israele e’ qualcosa di cui Washington non vuol sentir parlare nei talk-show.
Vanunu, e questo bisogna dirlo chiaramente, è consapevole di tutto ciò. Di quale sia la sua importanza, infinitamente più grande adesso di quando era un semplice tecnico a Dimona, e del ruolo che decine di migliaia di manifestanti contro il nucleare si aspettano che lui possa ora giocare nel mondo. Molte volte, tramite amici ed anche i propri fratelli, Vanunu ha fatto sapere di non avere piu’ segreti sul nucleare, ma solo il diritto di opporsi alle armi nucleari in Israele o in qualsiasi altro posto. “Io voglio solo andare in America, sposarmi e cominciare una nuova vita”, dice.


Nessuno dubita delle convinzioni di Vanunu. Nato nel 1954 in Marocco, da una famiglia ebrea, è emigrato in Israele all’eta’ di nove anni. Ha prestato il servizio militare verso la meta’ degli anni settanta ed ha cominciato a lavorare a Dimona nel novembre del 1976, mentre completava un corso di laurea in Filosofia e Geografia. Forse è stato durante i viaggi in Tailandia, Birmania, Nepal ed Australia, nei primi mesi del 1986, che ha deciso di avere il dovere morale di parlare delle armi nucleari di Israele. Lo stesso anno fu battezzato in una chiesa anglicana, a Sidney. Vanunu era chiaramente angosciato dalla crescente potenza nucleare di Israele quando decise di recarsi negli uffici di un giornale britannico nel settembre del 1986, con la speranza di raccontare al mondo di Dimona. Prima passò dal Daily Mirror di Robert Maxwell, consegnò le foto dell’impiante nucleare ed aspettò una risposta. Senza che Vanunu ne sapesse niente, Maxwell mandò le foto all’Ambasciata israeliana a Londra “perché dessero un’occhiata” per avere “conferma” se la storia fosse vera o no. Presumibilmente Maxwell aveva motivi diversi dall’integrità giornalistica per questo tradimento di Vanunu. Dopo la sua morte, avvenuta in mare nel 1991, Maxwell, che aveva rubato milioni in fondi pensione, ebbe un funerale di stato in Israele, durante il quale Shimon Peres elogiò il suo “servizio” reso allo Stato.


Il Daily Mirror di Maxwell pubblicò un vero e proprio “depistaggio”, il 28 settembre, un articolo nel quale sminuiva la testimonianza di Vanunu, dal titolo “Lo strano caso di Israele e del truffatore nucleare”. Il Sunday Times pubblicò l’intera storia, ma Vanunu era ormai scomparso. Irretito da un’agente segreto, femminile, del Mossad era stato attirato su un volo della British Airways per Roma ed immediatamente sequestrato. Sembra, anzi, che sia stato catturato proprio all’interno dell’aeroporto di Fiumicino. Nell’impossibilta’ di parlare con i giornalisti, scrisse scrupolosamente i dettagli dei suoi spostamenti sul palmo della mano e la premette sul finestrino del furgone mentre lo portavano in tribunale. “Roma ITL 30:09:86 2100 arrivato Roma con BA504” aveva scritto. Era stato rapito alle 21.00 del 30 settembre all’aeroporto Internazionale di Roma. Le autorità italiane furono coinvolte nel suo rapimento? Erano presenti alla sua cattura? Forse Vanunu potrà dircelo.


Lui è senz’altro un uomo che non si scoraggia facilmente. Una volta, durante i suoi 12 anni di isolamento, le autorità del carcere per errore lo fecero uscire, per fare un po’ di movimento, prima che i detenuti arabi fossero ritornati nelle loro celle. Vanunu si diresse subito verso di loro. Uno degli Arabi, un libanese in prigione per contrabbando di armi nei territori occupati, fu uno dei primi stranieri a raccontare al mondo esterno di quell’incontro: “Ci siamo imbattuti per caso in Vanunu , ci ha sorriso, e ce ne è voluto un po’ prima che ci rendessimo conto di chi fosse” raccontarono i libanesi, una volta liberati,al The Independent. “Disse che era contento di vederci ed abbiamo pensato che fosse un uomo coraggioso. Poi, le guardie si resero conto del loro errore e siamo stati allontanati e spintonati via, nelle nostre celle”.


Un giornalista israeliano in visita ad una altro detenuto, fu sorpreso di vedere Vanunu. “Per un attimo ho visto una scena bucolica” – scrisse – “come se si trattasse di una realta’ parallela: un uomo tranquillo che leggeva Nietzsche in inglese, seduto su una panchina del giardino. Mi sono avvicinato e gli ho teso la mano. ‘Piacere, Mi chiamo Ronen’ – ho detto . ‘Io sono Motti , il detenuto più segregato dello Stato di Israele’, rispose. Avevamo appena cominciato a parlare, quando arrivarono di corsa dei guardiani che urlando lo presero e lo portarono via”.


Un ex-detenuto, Yossi Harush, ci ha fornito un’altra immagine di Vanunu detenuto, negli anni seguenti alla fine del suo isolamento. “Di giorno” – ha detto Harush al Yedioth Ahronoth – ” durante le passeggiate, incontrava gente e parlava con loro. Ho parlato molto con Vanunu. Eravamo amici. Veniva nella mia cella?è in buone condizioni. E’ trattato bene in prigione?Non ha restrizioni per quanto riguarda l’uscire dalla sua cella, ma ne ha all’interno del carcere. Io stesso, in quanto detenuto- operaio, ho dipinto una linea rossa che lui non può oltrepassare. A me è stato ordinato di farlo, ma dopo quello i nostri rapporti si raffreddarono”.


Vanunu riceveva visite regolari da parte di un sacerdote anglicano, Dean Micahel Sellors. Fu proprio Sellors a fargli notare che la data del suo rilascio coincideva con il compleanno della regina. “Disse che allora avrebbe dovuto prendere il biglietto ed andare a fargli gli auguri di persona” Vanunu ha anche preso coraggio grazie alle iniziative dell'”Associazione per i Diritti Civili” in Israele, un’organizzazione di solito conservatrice, che ha dichiarato: “Qualsiasi sanzione contro Mordechai, dopo il suo rilascio, sarebbe illegale ed immorale”. In una chatline , sul sito del quotidiano Maariv, un buon numero di giovani israeliani dice di considerare Vanunu un eroe piuttosto che una minaccia. Mary Eoloff, un’insegnante americana in pensione, che, col marito, ha adottato Vanunu nella speranza che gli possa così essere garantita la cittadinanza USA e quindi rilasciato, fu la prima a rivelare che quando i membri della sicurezza israeliana gli offrirono di rilasciarlo un anno prima della scadenza dei 18 anni di prigionia, Vanunu rifiutò. “Lui crede nella libertà di parola”, ha detto Mary.


E’ da vedere però se Israele permetterà a Vanunu di metterla in pratica, la liberta’ di parola che ama. Horev, l’ufficiale incaricato della sicurezza del Ministero della Difesa, che aveva partecipato alla riunione con Sharon, ha dichiarato che il tecnico nucleare rappresenta una minaccia, più per la sua ambiguità che per veri e propri segreti di stato che potrebbe rivelare. Horev paragona questa ambiguità all’acqua in un bicchiere. “Il mio lavoro è quello di assicurarmi che l’acqua non vada fuori dal bicchiere” – ha detto di recente – “Prima dell’affare Vanunu, l’acqua era ad un livello molto basso. Quello che è successo dopo ha fatto aumentare il livello in modo significativo e Israele ne ha ricevuto un grande danno, ma l’acqua non è ancora uscita. Se lasceremo certa gente libera di agire in una certa direzione, l’acqua trabocchera’ “


Il giornalista israeliano Raanan Shaker si è dimostrato molto più cinico nell’affrontare questo argomento alla TV Israeliana Channel 10. “Qual è la più grande minaccia per Israele?” – ha chiesto – “Ma naturalmente Mordechai Vanunu! Lui è il grande pericolo! La democrazia israeliana non può assolutamente resistere all’impatto con questo uomo che dice quello che sanno anche i bambini: che abbiamo armi nucleari.”


Il 21 aprile, quando Vanunu verrà rilasciato, scopriremo se l’acqua traboccherà dal bicchiere e se Vanunu oltrepasserà quella linea rossa, così minacciosa, dipinta sul pavimento secondo gli ordini delle autorità.


 

 

 

Note:

Tradotto da Patrizia Messinese, il 25 marzo 2004. L’utilizzo di questa traduzione e’ liberamente consentito citandone la fonte (Associazione PeaceLink) e l’autore (Patrizia Messinese).

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duecento olocausti ancora

AGI) ISRAELE: IODIO PER CHI VIVE VICINO SITI NUCLEARI

 


(AGI) – Gerusalemme, 8 ago. – Le autorita’ israeliane hanno iniziato oggi a distribuire pillole allo iodio anti-radiazioni a migliaia di residenti di un’aera su cui insiste il controverso reattore nucleare di Dimona. Nel programma di prevenzione, ha spiegato un portavoce dell’esercito, rientrano gli abitanti di Yeroham, Dimona e Aruar, cosi’ come quelli dei vicini villaggi e le comunita’ beduine che vivono nel deserto di Negev. In una fase successiva la distribuzione si estendera’ alla zona intorno alla cittadina di Yavne, a sud di Tel Aviv, non distante dalla centrale di Nahal Sorek, la seconda del Paese. Il governo annuncio’ questo programma in giugno precisando che si trattava di prevenzione e che non vi era alcun problema di sicurezza al reattore o di livelli di radiazione. Initizative analoghe, affermava il governo, erano state prese anche in altri Paesi. Scienziati e politici israeliani da tempo chiedono la chiusara dell’impianto di Dimona costruito quarant’anni fa e giudicato non piu’ sicuro. Lo Stato ebraico non ha mai ammesso pubblicamente di avere un arsenale nucleare, ma gli esperti internazionali ritengono che proprio questa centrale sia stata utilizzata per produrre dalle cento alle duecento testate nucleari. –

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iraq: torna la censura

Ma uno dei principi base della democrazia non è forse la libertà di circolazione del pensiero???

Sempre più punti in comune fra il regime di Saddam e il nuovo governo imposto dagli USA.

07/08 23:48 – Bagdad, chiuso ufficio tv Al Jazeera

 

Il governo ad interim iracheno ha fatto chiudere, per la durata di un mese, la sede di Bagdad della tv satellitare araba Al Jazira, adducendo il motivo di “proteggere il popolo iracheno”. Al Jazira ha protestato duramente contro la chiusura definendola in un comunicato “contraria alle promesse di apertura” del governo ad interim iracheno. L’organizzazione Reporters sans frontieres ha chiesto di “spiegare al più presto i motivi” della chiusura,denunciando “i ricorrenti casi di censura osservati in Iraq.
 
 
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akè

La fine del romanzo (estate 1945, quella delle atomiche su Hiroshima e
Nagasaki) è dedicata al racconto di un moto di protesta delle donne dei
territori yoruba contro l’introduzione delle tasse imposta dal Governatorato
inglese.
Il piccolo Wole coglie una straordinaria telefonata tra sua zia Beere, una
delle animatrici dei moti, con l’Ufficiale distrettuale del Governatorato:

 

“Perché non l’avete lanciata in Germania? (.) perché la Germania è una
razza bianca (.) i giapponesi sono solo uno sporco popolo giallo (.) conosco la
mentalità bianca: giapponesi, cinesi, africani, siamo tutti sottouomini.”

(Wole Soyinka)

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cicatrici indelebili

06 08 ore 05 e 58
Bomba Hiroshima,sindaco attacca gli Usa

Nel 59° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima il sindaco della città giapponese, nel Parco della Pace gremito di 40.000 persone, ha fatto un appello per l’eliminazione totale delle armi nucleari. Akiba ha attaccato “la visione mondiale egocentrica degli Usa” e la sempre più forte pressione in Giappone per la revisione della Costituzione pacifista, in vigore dal 1946. Il sindaco di Hiroshima ha aggiunto al lungo elenco delle vittime dell’atomica le persone morte in questi anni per gli effetti delle radiazioni: sono 237.000.

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assassini e ladri.

I nuovi governanti e giudici nominati dagli USA in Iraq.

08/08 20:58 – Iraq, mandato di arresto per Chalabi

 

Un mandato di cattura è stato emesso da un magistrato iracheno nei confronti di Ahmed Chalabi, ex membro del governo provvisorio di Bagdad. E’ accusato di contraffazione di denaro. Un altro mandato è stato spiccato nei confronti del nipote di Chalabi, Salem, che presiede il Tribunale speciale incaricato di giudicare Saddam Hussein. L’accusa, per lui, è di omicidio. Entrambi non si troverebbero attualmente in Iraq.

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PALM HOSPITAL

WELCOME TO THE PALM HOSPITAL!!!!!!

the best place in all Jerusalem,
(and one of the best in all Palestine),
like hostell,
but better, like hospital!!!!!!!
where it is difficult to rest,
bust simple to drink
impossible to have  meditations
but party everynight!!!!!!!(it is depends how many bottles you have under the bed…)
the place it is very safe,
doctors in Palm Hopsital don’t sleep, never!  and if they do…
they have a doubleface!

but please…
try to don’t be so….

BLOOOOOODY BASTARD!!!!!!!!
 
HERE, DOWN:
patients of the Palm Hospital (to the center, up, meritorious doc  Knut, graduated in medicine to the prestigious university of Becks-Heineken)

Dear Knut,
Lieber Bruder, hoffe ich, daß Sie wohl sind und der herum zu Ihnen dort palästinensischer sind, wer Yankee oder schlechteres benziunaaaa. Ein meine geliebte Schwester kommt bald nah an Ihnen, wenn Sie sie treffen, mach’s gut zu ihr von der Teilgrube an. ich muß jetzt zuviel gehen, während ich meinen italienischen Rotwein trinke, etwas, das für Sie Bruder!! verfeinert wird! Sie sind vorsichtiges, Glück immer und nur intifada.
 
 
Salama to all the friends,
specially the young intifada-singer,
the boss of the hostell (pardon the hospital)
and our big big sadik MAMMUT!!!!!
 
mai salam!
 
Victor and Gabriel

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le olimpiadi dei palestinesi

Palestina: il sogno Olimpico
 

L’atleta Sanaa Abu Bkheet rappresenterà i palestinesi alle Olimpiadi di Atene della prossima estate. Come la sua nazione, priva di un territorio, la diciannovenne Abu Bkheet non ha una pista su cui correre. Non ce ne sono nella Gaza dilaniata dalla guerra, uno dei luoghi più affollati e poveri della terra.

 

Sanaa Abu Bkheet corre sulla spiaggia, lungo le acque del Mediterraneo isolate  dalla marina israeliana. A tre anni dall’inizio della sua attività, Sanaa sta facendo del suo meglio per prepararsi per Atene, dove correrà gli 800 metri. “So di non poter vincere una medaglia in queste Olimpiadi” ha detto durante un’intervista rilasciata negli uffici della federazione, all’interno di un complesso di sicurezza palestinese gravemente danneggiato da un attacco aereo israeliano. “Spero di fare bene quel tanto da guadagnarmi la possibilità di allenarmi all’estero. E’ una grande responsabilità essere la prima donna palestinese che corre alle Olimpiadi e rappresentare la Palestina” ed ha aggiunto, respingendo il cenno alla non esistenza dello Stato palestinese, “Io ho una patria ma è sotto occupazione.”

Ogni volta, l’esigua squadra palestinese – vi fanno parte tre atleti quest’anno –ha partecipato alle Olimpiadi per motivi politici piuttosto che sportivi, per dimostrare che la Palestina è uno stato nascente e un membro della comunità internazionale. La sfida lanciata da Sanaa è forse più clamorosa degli ostacoli che hanno dovuto superare altri giovani speranzosi provenienti dal Terzo Mondo, tra cui il suo idolo, Maria Mutola, mozambicana, medaglia d’oro negli 800 metri. Stretta nella lotta per la sopravvivenza, la società palestinese ha poco spazio – sia fisico che mentale – per lo sport, e il governo, un’autorità autonoma sull’orlo del collasso, non ha soldi per sponsorizzarla. La situazione dell’atleta riflette i mali più grandi di una nazione che ancora non c’è ma che è già alle strette.

Sanaa può fare affidamento solo su se stessa e sull’appoggio della sua famiglia. La Federazione Atletica Palestinese ha chiesto alla Germania e al Comitato Olimpico Internazionale di sponsorizzare l’atleta per consentirle di allenarsi prima dell’appuntamento di Atene, secondo il Segretario Generale del comitato Khalil Abed. Intanto, a Gaza, Sanaa ha riportato la corsa alle sue origini, ai tempi in cui non era ancora diventata un grande business. Niente barrette energetiche, arance organiche o integratori energetici. Suo padre, un poliziotto dell’Autorità palestinese, guadagna 220 dollari al mese, molto di più di tanti altri a Gaza ma ancora troppo pochi per comprarle niente altro che una tuta. Sanaa inizia la giornata con un cucchiaio di olio di oliva e corre per 90 minuti prima dell’inizio della scuola. Alla fine delle lezioni, si allena sulla spiaggia. A causa della chiusura delle strade è dovuta mancare ad alcuni allenamenti e incontri sportivi. All’inizio, dice il suo allenatore Samir al-Nabihin, a Sanaa giungevano aspre critiche dai Musulmani per i quali era inappropriato che una ragazza corresse per le strade o sulla spiaggia.

L’umore dell’atleta, come lei stessa sostiene, è inoltre inasprito dalle lotte che, secondo le statistiche dell’Associated Press, sono costate la vita a più di 2600 palestinesi e a 900 israeliani. Passare attraverso i checkpoint con le pistole dei soldati puntate addosso è poco rassicurante. “Sono nervosa e triste” dice “Sarebbe un allenamento completamente diverso se fossi calma.” L’ultima volta che Sanaa ha corso su una pista è stato lo scorso aprile al Cairo, dove ha corso gli 800 metri in 2:28.11, contro il record olimpico di 1:42.58. Secondo il suo allenatore, anche nei migliori dei casi, pur se fosse invitata ad allenarsi all’estero, le ci vorrebbero anni di allenamento per avvicinarsi agli standard olimpici.

“Per quanto riguarda Atene, le ho detto di rilassarsi, di non preoccuparsi e di fare del suo meglio” ha dichiarato Nabahin. Ahmad Bukhari, giornalista sportivo del settimanale Jerusalem Times, ha detto “Se la situazione politica non migliora, gli atleti palestinesi non potranno raggiungere gli standard internazionali. Si stanno sprecando tanti talenti. E’ davvero una generazione persa”.

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Michael Moore e Nick Berg

28.05.2004
Michael Moore intervistò Nick Berg per Farenheit 9/11
di Bruno Marolo

La voce di un morto preoccupa George Bush. Nelle mani di Michael Moore, l’autore di un esplosivo documentario che il pubblico americano non può vedere, è spuntata un’intervista registrata da Nicholas Berg, l’ebreo sgozzato dai terroristi di Al Qaeda in Iraq.

 

E’ sempre più fitto il mistero sulla morte di Berg, che prima di cadere nelle mani dei terroristi era stato arrestato dalla polizia irachena e interrogato a lungo in carcere dagli investigatori federali americani. Il presidente Bush cita spesso questo atroce assassinio come esempio della barbarie dei nemici dell’America, e cerca così di giustificare la guerra in Iraq. Ma il padre di Nicholas Berg è insorto contro questo sfruttamento del suo dramma. In una lettera aperta alla Casa Bianca, ha accusato Bush di essere il vero colpevole della morte del figlio. “L’assassinio di Nicholas – ha scritto – è una conseguenza delle torture dei prigionieri autorizzate o almeno tollerate dal governo di George Bush. Più degli assassini di mio figlio mi fanno orrore coloro che comodamente seduti al governo prendono decisioni che costano la vita ad alcuni e rovinano l’esistenza ai vivi”.

Al ritorno da Cannes dove ha ottenuto la Palma d’Oro, Michael Moore ha annunciato di avere intervistato Nicholas Berg per il documentario Farenheit 911. “Il video dell’intervista – ha spiegato – dura una ventina di minuti. Non lo abbiamo usato nel documentario. Per ora non intendiamo pubblicarlo e non ne riveleremo il contenuto. Stiamo trattando in privato con la famiglia”.

Che cosa ha spinto un geniale polemista come Moore a interessarsi a un giovane del tutto sconosciuto prima della tragica fine in Iraq? Nella storia di Nicholas Berg ci sono vari aspetti poco chiari. Dopo l’attacco dell’11 settembre Berg era stato interrogato dall’Fbi. Zacharias Moussaoui, il complice dei dirottatori ancora in attesa di giudizio, usava la password della sua posta elettronica. Gli investigatori erano giunti alla conclusione che si trattasse di una coincidenza. Tanto Berg quanto Moussaoui avevano frequentato l’università di San Diego e la password era stata rubata.

Nicholas Berg era andato in Iraq in cerca di affari. Aveva fondato una piccola impresa che piazzava antenne televisive e sperava di concludere qualche contratto per la ricostruzione. Non aveva avuto fortuna e aveva già prenotato il volo per il ritorno quando era stato arrestato dalla polizia irachena a un posto di blocco. Pare che i documenti non fossero in regola.

Dagli schedari dell’Fbi era emersa la disavventura con Moussaoui e ancora una volta gli investigatori americani si erano insospettiti. Berg era stato interrogato più volte in carcere e la sua casa in America era stata perquisita. Era appena tornato in libertà quando era stato rapito dai terroristi.

Il video della decapitazione non è stato mostrato da alcuna televisione americana ma è facilmente accessibile su Internet. Alcuni insegnanti sono stati sospesi per averlo mostrato agli allievi, in licei e università. All’università di San Diego una associazione di studenti aveva organizzato una proiezione pubblica per il 25 maggio, ma ha rinunciato di fronte alle proteste della maggioranza degli allievi. L’organizzatore, Ariel Mor, ha dichiarato: “Con le immagini della morte di Nicholas Berg volevo incoraggiare il pubblico a sostenere le truppe americane in Iraq, ma l’interesse di giornali e televisioni mi è sembrato sproporzionato”.

Mostrando le immagini macabre della morte di Berg, la destra americana ha cercato di distogliere l’attenzione dalle fotografie dei prigionieri iracheni torturati. Michael Berg, il padre di Nicholas, è insorto contro questa strumentalizzazione. “Mio figlio – ha scritto – era una persona straordinaria. Sono sicuro che perfino i suoi assassini hanno avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. Sono certo che hanno avuto qualche rimorso mentre lo uccidevano.

Ma George Bush è peggio di loro. Egli non deve subire le conseguenze dei propri atti, non può vedere nei cuori di Nicholas e del popolo americano, e le sue scelte in Iraq provocano la morte ogni giorno. Il ministro della difesa Donald Rumsfeld dice di assumersi la responsabilità per le torture dei prigionieri iracheni. Quale responsabilità, se non ha subito alcuna conseguenza? L’America dovrebbe imparare ad ascoltare i popoli che chiama nemici, smettere di dettare al resto del mondo regole da cui si considera esente. La guida inefficiente di Bush è un’arma di sterminio, e ha provocato una reazione a catena che è la vera causa della morte di mio figlio”.

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