2007

Campi profughi palestinesi in Libano: Il saccheggio e il Rogo di Nahr al-Bared

I miei amici di https://a-films.blogspot.com/ hanno appena sfornato un nuovo documentario, che  mostra ulteriori crimine dei soldati libanesi contro i civili palestinesi:

Nel Maggio del 2007 il campo profughi di Nahr al-Bared, casa di 30.000
profughi palestinesi, diventa per 4 mesi teatro di battaglia tra
l’Esercito Libanese e il gruppo estremista di Fatah al-Islam. Durante
questo periodo oltre 40 civili, 167 soldati e più di 200 membri di Fatah
al-Islam sono stati uccisi. 30.000 profughi sono sfollati.
Dalla fine ufficiale della battaglia, all’inizio di Settembre, fino al 10
di Ottobre il campo è stato sotto il controllo esclusivo dell’Esercito
Libanese.

Quando alcune parti del campo nuovo furono riaperte e le prime migliaia di
famiglie hanno fatto ritorno a Nahr al-Bared, sono tornati a case che
erano state bruciate, saccheggiate e vandalizzate. Testimoni hanno provato
che appare sistematico il disegno di bruciare e saccheggiare.
Graffiti razzisti scritti su molte case del campo sono firmati da vari
gruppi di Commando dell’Esercito Libanese.

Nessuna indagine militare o indipendente è stata svolta, anche se Amnesty
International ha scritto al governo libanese, chiedendo l’inizio di un
indagine e la cattura dei responsabili.
Ai giornalisti e alle organizzazioni dei diritti umani è stato vietato
l’ingresso al campo.

Questo è il breve documentario sui saccheggi e i roghi del campo di Nahr
al-Bared. Tutte le riprese sono state effettuate segretamente.

Il documentario è disponibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=WxSzDmiqaDU
Una versione del documentario di buona qualità è disponibile qui:
http://www.archive.org/details/saccheggio_bared_mov

 



il diario di guerrillaradio in Libano:diario 1: i profughi dei profughi
diario 2: lividi di dolore e indifferenza
diario 3: bocche che tracimano la diga del terrorismo
diario 4: Ahmed faccia d’angelo
diario 5: Sabra e Shatila 25 anni di lacrime
Di ritorno, dal mondo dei profughi senzienti…

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Marco Travaglio scrive a Enzo Biagi.

Avvoltoi, coccodrilli e paraculi.
Questa la fauna umana che si è vista aggirarsi attorno al feretro di Enzo Biagi,
desiderosa di cibarsi anche del suo cadavere.
 
Mentre Silvio Berlusconi nega il suo editto bulgaro e si fa il capostipite di un nuovo surrealismo,
il ballista a oltranza.
 
“Perché chi oggi santifica Biagi non si batté allora contro la sua epurazione?”
E’ più rivoltante Riotta o Mimun? Vi ha fatto più vomitare il coccodrillo per Biagi trasmesso sul tg1 o sul tg5?
(io voto per il primo stavolta).
 
Ereditari di quella stessa malattia alla spina dorsale,
di cui era malato Enzo Biagi,
Marco Travaglio e Alessandro Robecchi sono fra i pochi giornalisti che ancora non si piegano.
Io ho come la sensazione che se cade il governo
i reduci testimoni della scuola Biagi torneranno a eclissarsi.

 

“Caro Enzo,
non vorrei disturbare il tuo secondo giorno di Paradiso, anche perché ti immagino lì affacciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra.
Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un’occhiata a quel che sta accadendo in Italia intorno alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlusconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l’Unità per aver riportato il testo dell’editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L’Unità -­ ha detto – finalmente mi ha reso giustizia».

Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia.  

Poi ha rivelato che l’editto bulgaro non c’è mai stato.

Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all’astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.

Marcello Sorgi -­ chi non muore si rivede -­ ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all’epoca dell’editto» bulgaro, non fu l’editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e la Guzzanti e così via». Gentaglia, insomma.

Non ricorda, il pover’uomo, che tu eri orgoglioso di quella compagnia, come hai ripetuto mille volte nei tuoi ultimi libri e nelle tue dchiarazioni, al punto di farti intervistare per due ore da Sabina per il film «Viva Zapatero» e di intervistare Luttazzi all’inizio della tua ultima avventura televisiva.
Poi ci sono Feltri e Cervi, che approfittano della tua dipartita per dire che in fondo, tra te e il Cavaliere, è finita pari e patta. «Biagi l’ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l’hanno fatta pagare a lui», anzi «Biagi e Berlusconi si somigliano». Cervi, sul Giornale che ti ha insultato per sei anni di fila raccontando che te n’eri andato volontariamente dalla Rai per intascare una congrua liquidazione, riconosce spericolatamente che «Berlusconi ha sbagliato», ma pure «Biagi aveva acceduto»: uno a uno, palla al centro. Anche il nostro amico Michele Brambilla, purtroppo, scambia le cause con gli effetti, non distingue il lupo dall’agnello e domanda a chi osa rammentare chi e come ti ha rovinato gli ultimi sei anni di vita: «Ma perché tutto questo rancore?». Parla addirittura di «uso politico della morte», come se non fosse proprio chi ti ha voluto e fatto tanto male a usare la tua morte per minimizzare l’accaduto o addirittura negarlo o comunque raccontarlo a modo suo, profittando del fatto che non puoi più smentire certe frottole. Brambilla cita una frase di Paolo Mieli: «Non credo che Enzo avrebbe voluto essere ricordato per quell’episodio». Strano: ci avevi dedicato gli ultimi tre libri (l’ultimo, scritto con Loris Mazzetti, s’intitola «Quello che non si doveva dire») e ne parlavi sempre come della peggiore violenza che tu avessi mai subìto nella tua vita, peggio di quella della Dc che ti silurò dal tg Rai nei primi anni 60 e di quella di «Artiglio» Monti che ti cacciò dal Resto del Carlino.

Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l’amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l’ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).

Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ha ricordato come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l’editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l’affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale).

Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un’ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l’Italia migliora…». Che vuoi farci, è l’evoluzione della specie.”
(Marco Travaglio
da L’Unità dell’8 novembre 2007)
 

“Commemorare un italiano con la schiena dritta come Enzo Biagi è difficile per tutti. Il coccodrillo, si sa, non è una cosa semplice, mai. Tra le parole più o meno retoriche e più o meno sincere sentite e pubblicate in questi giorni, spicca però un eufemismo un po’ ridicolo, contenuto nel ritratto che al grande Biagi ha dedicato il Tg5 (edizione delle 20 del 6 novembre 2007). Il servizio era firmato da Desideria Cavina, e lanciato da studio dal direttore Clemente Mimum.
Ecco come ha descritto il Tg5 la censura subita da Biagi e il famoso editto bulgaro:
“Seguono gli anni più difficili: la perdita della moglie e di una figlia adorata, lo stop alla collaborazione con la Rai per le note polemiche con il governo di centro-destra, il cuore molto malato”.
Le note polemiche, lo stop alla collaborazione. Quando si dice l’eufemismo.”

(Alessandro Robecchi, l’altro ieri)


 

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Arrivederci a Enzo Biagi, IL giornalista italiano, perseguitato per la sua incorruttibilità da un piccolo duce da Arcore.

“Mi sento come le foglie su un albero in autunno…ma tira un forte vento” (così Biagi due giorni fa alle figlie)

 

Il vento alla fine se l’è portato in cielo
e Guerrilla radio tutta piange il vuoto che ha lasciato Enzo Biagi,
“IL” giornalista italiano.
 
Partigiano per tutta la vita, uno per cui la Resistenza non è mai finita,
è sempre stato l’uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapeva tenere gli equilibri politici, anzi proprio non gli interessavano e non amava stare al telefono con onorevoli e sottosegretari.
“Biagi parlava all’uomo comune. La sua dote migliore era essere all’unisono con la gente”. Ha detto oggi di lui un altro grande vecchio,
Giorgio Bocca, ci associamo.
 
Nella sua irripetibile carriera ha intervistato tutti i grandi protagonisti della storia della politica, della letteratura, dell’attualità e dello spettacolo, fra i quali:
Woody Allen, Margareth Thatcher, Federico Fellini, Primo Levi, Pertini, Pier Paolo Pasolini, Yasser Arafat, il Dalai Lama, Edward e Robert Kennedy.
 
Ma una ultima intervista a cui teneva molto gli è sempre stata negata,
questa:
enzo biagi intervista impossibile silvio berlusconi
 
Da lì a poco l’editto bulgaro del nuovo duce venuto da Arcore travestito da liberale che amputò un pezzo dell’anima di Enzo Biagi,
quel contatto col suo pubblico che rispettava come fosse la sua famiglia, le sue origini umili.
video benigni enzo biagi
 
 
 
Una vetta di intelligenza Biagi,
da far apparire tutti i “capi” politici dei nani al suo cospetto,
il più nano di tutti inane.
 
Ciao Enzo, ci mancherai
la tua ironia e la tua leale, assoluta e costante ricerca di verità sono stampi ormai fuori regime.
 
Vik.
 
“Sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell’affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono.” (Enzo Biagi dal Corriere della Sera, 9 aprile 2006)
ultima intervista enzo biagi
 

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Sperando che il governo cada stanotte (con dedica solidale a Dacia e Cloro)

Spero che il governo cada nella notte.
 
Perchè non ho avuto il coraggio di spiegare ai miei fratelli senegalesi che domani l’armata brancaleone di Prodi,
approverà il decreto legge sulla sicurezza che di sicuro ha di essere un atto persecutorio contro i poveracci.
 
Pensate che fra le altre scempiaggini (salvo modifiche dell’ultima ora, verdi radicali e comunisti premono) rischiano sino a 4 anni, chi vende merce contraffatta, come i miei fratelli che tirano a campare vendendo tre cd pirata a chi non se li sa ancora scaricare e qualche portafoglio taroccato.
A loro 4 anni di gabbio mentre per un figlio di puttana (pardon) come Calisto Tanzi, che ha mandato sul lastrico migliaia di famiglie, i suoi avvocati chiedo un patteggiamento di soli 2 anni e mezzo.
 
Magari la galera ai miei fratelli senegalesi, le persone più pacifiche che conosco,
servirà a convincerli che fuorilegge per fuorilegge, tanto vale la prossima volta farsi beccare con un chilo di coca da spacciare o
rapinando un tabaccaio, invece che smerciare la loro paccotaglia per due lire.
 
C’è uno strano concetto di legalità che si diffonde nel nostro Paese,
per cui magistrati minacciati dalle istituzioni rinunciano alla scorta per protesta,
le mafie controllano metà stivale,
ministri corrotti impossibili da processare,
e invece di porre termine a  tutto questo si preferisce andare dietro ai lavavetri, gli accattoni e ai venditori ambulanti.
 
Una legalità che non sa difendere un diritto fondamentale come la libertà di espressione, e ci riferiamo a te Cloro,
legalità che discrimina legalmente se pensiamo al dramma che sta vivendo Dacia.
 
Cloro, blogger amica di guerrillaradio, è una filosofa dalla integerrima volontà manifesta
di dare contro al pensiero dilagante xenofobo e fascio-leghista,
e per questo ha subito due atti di terrorismo la settimana scorsa.
 
Dapprima un classico leit motiv padan-borghezio ha imbrattato le mura e il campanello di casa sua,
poi la questione si è fatta più seria, quando i soliti ignoti le hanno depositato fuori dalla porta una bombola a gas.
 
Dacia ha una sua teoria.
 
Infamie fasciste,
Dacia e Cloro oltre che 2 tenacissime pasionarie,
sono anche madri,
venissero sotto casa mia questi vigliacchi, verdoni o neri che siano
troverebbero ad accoglierli un energumeno grande e grosso, che vive da solo,
lascio l’indirizzo se richiesto.
 
A Dacia e Cloro dedico un minuto e mezzo di un sublime Marcele Khalife,
ciò che riacquieta spesso l’intestino di questa stanza inquinata d’inquietudine.
 
Vik alias
guerrillaradio

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Quando morirò voglio rinascere amerikano (in ricordo di Nicola Calipari)

“Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”   ( Leonardo Sciascia) 

 

Voglio morire.
E rinascere amerikano.
 
Proprio così, marchiato yankee.
Voglio poter scommettere una birra planando sotto un cielo straniero,
in picchiata radente a una funivia sospesa nel vuoto.
E osservare per un istante gli occhi dilatarsi dal terrore dei passeggeri all’apparire del mio cacciabombardiere a due metri di distanza.
Poco importa se perdo la scommessa, tornato a casa  una promozione sarebbe già pronta da lì a poco.
 
Voglio camminare a Vicenza e sentirmi come fossi in una caserma del paese mio,
e ubriacarmi la sera e toccare il culo alle belle italiane, che tanto se si scatenano risse coi loro fidanzati a me la polizia non torce un capello.
 
Soprattutto, voglio gioire e godere tenendo la conta dei morti ammazzati in un paese straniero come se la guerra fosse un videogame.
E maciullare corpi su corpi con la mia mitragliatrice, donne e bambini valgono doppi punti.
Se poi i familiari vengono a reclamare quelle morti innocenti,
il nostro governo è così generoso da risarcire quei corpi un tanto al chilo, mai al barile.
 
Voglio eseguire gli ordini più assurdi,
compreso quello di sparare a due agenti dei servizi alleati,
specie se c’è una puttana giornalista comunista al loro fianco.
….
 
Lo premieranno fra qualche anno con qualche encomio al valore, l’assassino di Calipari Mario Lozano,
tutto per essere nato sotto le stelle a strisce e non morto avvolto in un tricolore.
Insanguinato di ipocrisia di un’Italia dalla sovranità limitata.
 
Vik alias
guerrilla radio
alla memoria dell’eroe nicola calipari

 
“Hanno ucciso Nicola per la seconda volta, e stavolta in nome del popolo italiano.
L’italia si conferma un paese a giurisdizione limitata, ma non finisce qui.
Farò ricorso in Cassazione ma andrò oltre,
fino alla corte di Giustizia Europea.”
La vedova, Rosa Villecco Calipari
—————————————————
 
“L’italia ha giudicato militari argentini per crimini commessi in Argentina su cittadini italiani,
per quali ragioni la giustizia italiana oggi dice che lo stesso giudizio è impossibile?
E’ un atto di complicità con gli USA”
 
  Il premio Nobel, Adolfo Perez Esquivel
————————————————
“…vorrei incontrare la famiglia Calipari ma non chiederei scusa, sarebbe ammettere che ho sbagliato”

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Ai democratici USA meglio i nostri democristiani, dieci Clinton non valgono un nostro Mastella da Ceppaloni.

Ci credete che Clemente Mastella e Antonio Di Pietro su una questione si trovano perfettamente d’accordo?
Quale?
La difesa a oltranza dei macellai di Genova, quando votano contro la commissione d’inchiesta, svelando tutta la destra che infesta l’interno dei loro partiti.
 
Il governo è alle corde, come un pugile suonato e vicino al ko, battuto da una casta di politici troppo sordi ai bisogni reali della gente.
Ma questo non è malcostume italiano, ma malessere globalizzato.
Ed è impossibile guarire se non cessando di appaltare la democrazia a candidati che non sono altro che le marionette dei poteri forti di un neoliberismo aggressivo.
 
Diamo un’occhiata oltreoceano, negli USA  dove si è preso lo stampo per la creazione del partito democratico veltroniano. Ditemi chi sono gli uomini della svolta post-Bush?
Obama che si dichiara cieco sostenitore d’Israele e che ha uno strabismo verso il centro come un Rutelli afroamericano?
O Hillary Clinton che ha raccolto ben 27 milioni di dollari per la sua campagna elettorale, molti $$$ sono donazioni dei produttori di armi pesanti,
pensate che una volta eletta la Clinton questi mercanti di morte non andranno a bussare alla casa bianca chiedendole di aiutarli a smaltire le rimanenze in magazzino, scaricandole magari su terreno iraniano?
 
Durante l’ultimo duello presidenziale fra Bush e Kerry noi non avemmo dubbi,
tifando sin dall’inizio per il primo, e prendete visione del video a fine post se credete che avessimo sbagliato.
 

 
Il democratico Al Gore premio nobel è ridicolo se non patetico,
quanto Madonna  che ha partecipato come headliner per il Live Earth giungendo con il suo jet privato.
(Anche Al non scherza in quanto a inquinamento, secondo The Guardian, ha macinato consumi record di gas in una delle sue abitazioni: nel 2006, per la villa di Nashville  ha speso una media di 500 dollari al mese, 20 volte la spesa di un americano medio.)
La prossima volta candido il vecchietto che sta qui a fianco per il Nobel, vive con la minima, consuma un milionesimo rispetto a questi ipocriti “VIP” ma non si autocelebra.
 
Per sua retorica lezione sulla sua “scomoda verità”  Al Gore è stato insignito di un premio per cui la maggior parte dei vincitori precedenti ha combattuto, sofferto imprigionato o torturato. Per la Pace.
Lui che ora ha la possibilità di fare veramente qualcosa di concreto per l’ambiente, candidandosi alle elezioni invece che fa? Si tira indietro.
Lo vedo l’anno prossimo mesto cercare di spiegare quanto è difficile convincere i leader del mondo alla causa ecologista, babbeo! potevi essere tu il leader del mondo. Evidentemente è più comodo godersi la fama appena conquistata.
 
In definitiva se questa è la crema dei democratici, meglio tenerci stretti i loro/nostri omologhi italiani,
magari più democristiani ma almeno Mastella il peggio che può fare è far cadere un governo,
la miccia per la terza guerra mondiale sta da un’altra parte.
 
guerrilla radio.
 
ps. Stringete i denti verso la fine del filmato, quando gli sgherri del democratico Kerry useranno la terribile pistola Taser…

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In solidarietà a Dacia Valent, fino quando il colore della pelle sarà più importante del colore degli occhi?

l’orgoglio di essere

Tornato non da molto dal Libano e dai campi profughi palestinesi leggo la tua storia , storia di ordinaria persecuzione verso chi è Negra, Musulmana e Comunista, e convinta. Mi chiedo se l’aereo di ritorno non si sia infilato in una piega spazio-temporale, sono di nuovo in Italia o nel Sudafrica dell’apartheid???

Dacia è una persona che i più definirebbero come estremista, come lo sono io, come lo sono tutte quelle persone che credono fermamente nei propri ideali e sono disposti a pagarne le conseguenze sulla propria pelle.

Ma da qui a essere sbattuta lei e i suoi figli in mezzo ad una strada da un giudice che ne ha sequestrato la casa, tutto per la sua militanza in difesa dei diritti civili dei più deboli, mi sa più di leggi razziali del ventennio che d’Italia 2007…

andate please a portare solidarietà:

http://www.verbavalent.com/

g.r.

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All’alba del terzo conflitto mondiale investite nella compravendita di clave

The Genius: Albert Einstein

«Non so con quali armi verrà combattuta la III guerra mondiale ma la IV verrà combattuta con clave e pietre». -Albert Eistein-

 

 

«I leader mondiali fermino le ambizioni nucleari dell’Iran se vogliono evitare la terza guerra mondiale» -George Bush-

 

 

«La Russia è pronta a sviluppare nuove armi atomiche» -Vladimir Putin-

 

 

-Vauro in nostra vece-

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La silenziosa guerra della mafia a casa nostra (toto cuffaro vicino alla pena?)

Uno torna dal Libano,
un paese militarizzato per via di una guerra appena cessata,
un tregua che vacilla, una nuova guerra probabilmente alle porte,
e un terrorismo sempre attivo.
 
Torna in Italia, che di militarizzato non ha niente,
eppure che ha diverse guerre in corso.
Dai telegiornali si fa la conta delle vittime della strada,
non recependo che se ci sono milioni di macchine in giro è forse fisiologico che avvengano incidenti.
Delle vittime della mafia, dell ‘ndrangheta e della camorra poco importa,
ma non è una quotidiana guerra anche questa?
Dall’inizio dell’anno solo a Napoli sono state uccise ben 92 persone per mano della camorra,
non è terrorismo questo?
Da noi però si preferisce sprecare uomini e fondi dell’antiterrorismo
per infiltrare centri sociali dove si inneggia un pò troppo contro la legge biagi,
o peggio, dietro al marocchino col permesso di soggiorno taroccato.
 
Per fortuna la magistratura prova a fare il suo dovere,
e infatti viene chiesta una condanna di 8 anni per il presidente della Sicilia Toto Cuffaro,
in virtù di cosa emerge da una indagine che raccoglie 2 milioni e 800 mila telefonate intercettate,
più di centocinquanta sim diverse, una delle quali intestata al boss Campanella risulta utilizzata da Cuffaro in 29 cellulari diversi. (Moggi gli fa una pippa).
Non ci stancheremo mai di proporre:

PS: il 23 novembre il giudice Palermo Fabio Licata dovrà decidere se autorizzare o meno l’impiego di alcune intercettazioni del presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro con l’ex premier Silvio Berlusconi.
In una telefonata che riguarda Berlusconi, questi avrebbe rassicurato Cuffaro sull’esito favorevole di un’inchiesta che lo riguardava.
 
Se la mafia è l’alternativa a questo governo di confindustria,
meglio continuare a sorbirci nel piatto questa mortadella indigesta.
 
guerrilla radio daniele mantello
 
approfondimenti:
La Mafia a Destra, l’Omertà a Sinistra
Per chi vota Provenzano???
Forza Italia è l’alleanza politica di Provenzano
 
 

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Di Ritorno. Dal mondo dei profughi senzienti al pianeta degli agiati dormienti.

Ci si addormenta stesi sul pavimento con altri 5 palestinesi,
a Beddawi, campo di rifugiati al nord del Libano,
e ci si risveglia nel solito letto sfatto
di un monolocale alla periferia dell’operosa disfattista Brianza.
 
Sono tornato,
e rimettendo in sesto il mio fisico lo spirito non cessa un istante nel rimanere in contatto
con i nuovi amici ereditati da quell’inferno appena lasciato.
 
L’Italia non mi è parsa mai così lontana,
sebbene fosse a qualche ora di aeroplano,
e l’angoscia per le persone conosciute e’ quasi angoscia inedita.
Addirittura più drammatica di quella ricavata dai miei trascorsi in Palestina,
perchè laggiù la vita è terribile sotto l’occupazione israeliana, opprimente e terrorista, ma almeno per la maggior parte dei palestinesi vi è quasi la certezza di morire nella propria terra, sebbene insanguinata.
Per i palestinesi profughi fuori dalla Palestina, c’è tutto il disagio esistenziale di vivere e morire un’identità strozzata dall’ostracismo dalla terra natia.
E per i profughi di Naher El Bared tutto il dolore della materiale consapevolezza di essere due volte rifugiati. Nel ’48 scacciati da Israele dalle loro terre, e quest’anno che l’esercito libanese ha distrutto le loro case, quelle dimore momentanee in attesa di tornare in Palestina,
i vecchi che ho incontrato aspettano da sessant’anni…
 
Rientrato da alcuni giorni,
ditemi mi sono perso qualcosa del nostro Belpaese?
Passando dinnanzi ad uno schermo televisivo ho scorto qualche telegiornale,
assurdo, pareva dessero le repliche di più di un mese fa:
I soliti morti vittime di incidenti stradali, i soliti scazzi del governo,
un comico che fa politica terrorizza quei politici che non si rendono conto di quanto siano comici, (alias Veltroni-Topo gigio).
In Birmania i monaci hanno scatenato una pacifica rivoluzione a ispirazione di quella che da sempre è una beniamina di questo blog.
In magliettina rossa, tutto il mondo a solidarizzare,
mentre di Gaza che subisce altrettanta oppressione,
al solito non se ne fotte nessuno.
I tg proseguono con ancora in prima pagina Garlasco,
che caxxo, non è preferibile leggersi un’ Agatha Christie
o inserire nel lettore dvd un evergreen di Hitchcock?
In coda la solita rubrica di gossip e costume che ritrae vitellone abituè del chirurgo plastico,
dai volti a me ignoti.
E’ tutto qui la civiltà che ci invidia il terzo mondo?
 
Ah, pure Mastella è sempre il solito Mastellone,
com’è bello tornare a casa e trovarla così come la si era lasciata,
oppure no?
 
ps.
una coppia di amici italiani che la Palestina mi aveva fatto conoscere
e i profughi di Beddawi mi hanno fatto reincontrare,
hanno aperto un blog per postare gli ottimi video che hanno insegnato a girare ai ragazzi palestinesi,
(loro i due video di oggi)
vi prego di andare a visitare:
http://a-films.blogspot.com/
 
Vik in Italy

il diario di guerrillaradio in Libano:

diario 1: i profughi dei profughi
diario 2: lividi di dolore e indifferenza
diario 3: bocche che tracimano la diga del terrorismo
diario 4: Ahmed faccia d’angelo
diario 5: Sabra e Shatila 25 anni di lacrime
Di ritorno, dal mondo dei profughi senzienti…
 
 

Di Ritorno. Dal mondo dei profughi senzienti al pianeta degli agiati dormienti. Leggi l'articolo »

Diaro palestinese in Libano 5: Sabra e Shatila 25 anni di lacrime per Abu Mujahad

25 anni fa falangisti cristiani agli ordini dello Shin Bet, il servizio segreto israeliano, sotto la direzione vigile del boia Ariel Sharon, allora ministro della difesa, entrarono nel campo profughi di Sabra e Shatila. Coperti dall’esercito israeliano, per tre giorni massacrano liberamente sino alla morte oltre tremila palestinesi, molte le donne e i bambini.

 

Aldifuori della commemorazione ufficiale, con tutto il parterre di politici che ne consegue, piu’ o meno sinceramente compassionevoli, mi sono recato a Sabra e Shatila per dare sfogo a quel denso senso luttuoso maturato in tanti anni. Forse perche’ questa volta svestito di alcuna rappresentanza, se non la mia anima trasparante, sono stato accolto da un calore umano privo di formalità.

Abu Mujahad, direttore del centro giovanile del campo, mi ha concesso la sua fiducia e davanti a due tazze di un caffè nerissimo, in barba al ramadan, mi ha fatto partecipe della sua storia.

 

Abu Mujahad è un sopravvissuto di Sabra e Shatila,

e quando i soldati israeliani hanno rotto l’assedio intorno al campo e’ stato fra i primi ad entrarvi, nella vana speranza di ritrovare i suoi familiari ancora vivi.

Cio’ che mi ha lasciato di stucco del suo racconto

e’ che per la prima volta nella mia vita ho percepito il ricordo di un dolore non per narrazione di immagini, ma tramite la descrizione di un odore,

 l’odore della morte.

Abu M. si muoveva fra quelle macerie e tutti quei cadaveri completamente apatico,

alcuna rabbia o afflizione appesantivano il suo passo, come anestetizzato registrava cio’che osservava come se già allora sapesse che per il resto della sua vita avrebbe dovuto tramandare quella tragedia, affinché la storia avesse memoria e le vittime sopravvivenza nella commemorazione.

Soprattutto registrava l’odore di quel palcoscenico di raccapricciante tragedia,

l’odore della carne abbrustolita, del piombo, delle interiora esplose, l’odore della putrefazione.

Decine di centinaia di corpi stavano a marcire al sole da tre giorni, corpi per lo piu’ mutilati, smembrati, nelle posizioni piu’ grottesche, ricorda Abu M., teste e arti stavano ammucchiati come cose inutili.

Una guernica sculturea, orrorificamente materializzata dalla tela.

Neonati fuoriusciti dal ventre materno non incitati da amorevoli voci

ma dai colpi di machete del piu’macabro odio.

Non ha pianto per diversi anni Abu M, sinchè un giorno i suoi occhi aridi si sono fatti cascata,

immagino io dinnanzi ai nipoti a cui tramandava le memorie di quei giorni.

Quel pianto gli ha salvato la vita, mi ha spiegato alla fine del secondo giro di caffè,

ciò che invece ucciderà un suo caro amico, anch’esso sopravvissuto, è il sorriso che sfodera ogni volta che riceve dei visitatori forestieri a casa sua. Lui, il suo amico, non è mai riuscito a piangere dopo il massacro, nonostante abbia perso 19 familiari.

Tutta la sua famiglia barbaramente annientata.

“Gli verrà un paresi, un ictus, e morirà così divorato da quel male che ha ingoiato in fondo al suo animo, già si vedono i segni della sua fine imminente”.

Non sono andato a visitare quell’uomo.

Ho salutato Abu Mujahd congratulandomi per la sua attività coi ragazzi,

condividendo con lui che l’educazione è la base del possibile riscatto per questi cuccioli d’uomo trattati come bestie da una stato razzista.

 

Putroppo per i bambini di Nahr el Bared quest’anno scolastico è compromesso,

ma soprattutto, che uomini saranno dopo aver passato più di sei mesi sotto le bombe?

Ci sono traumi indelebili, e nuove Sabra e Shatila paiono sempre in cantiere.

 

Vik in Libano.

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Diaro palestinese in Libano 4: Ahmed faccia d’angelo

Per l’ultima volta prima del mio rientro, oggi sono andato a trovare Ahmed, martire miracolosamente ancora vivo, emblema ambulante della tortura e della sofferenza che hanno subito i migliaia di palestinesi del campo profughi di Nahr el Bared, ora raso al suolo.

Ahmed faccia d’angelo aveva 18 anni sino a qualche mese fa, ora, le smorfie che assume quando spaurito si guarda attorno,come a sincerarsi che non stiano tornando a riprenderselo, lo fanno assomigliare piu’ ad un vecchio improgionato in un corpo da bambino.

Ahmed studente di meccanica a Beirut, era tornato a Nahr el Bared per stare con la famiglia durante le vacanze estive.  Trovatosi nel centro del fuoco incrociato fra i guerriglieri di Fatah Al Islam e i soldati libanesi il terzo giorno di battaglia, quando ai civili non era ancora consentito di lasciare il campo, e’ rimasto seriamente ferito alla schiena dalle schegge di una granata. I soldati libanesi l’hanno condotto in ospedale, ma non in uno civile come credevano i suoi familiari, ma in uno militare, dove ha trascorso 106 giorni subendo torture e vessazioni di ogni tipo.

Sebbene formalmente non incriminato, ma anzi a detta degli stessi soldati non essere sospettato di appartenere al gruppo di Fatah Al Islam, Ahmed ha trascorso la maggior parte del tempo detenuto con le mani legate e gli occhi bendati, regolarmente pestato. A volte per convincerlo a firmare un foglio che non gli e’ mai stato concesso di leggere, altre volte per puro svago dei militari presenti nell’ospedale. Sbattuto per terra, o su di un materasso lercio, alcuni giorni e’ rimasto rinchiuso in uno stanzino oscuro coi soldati che andavano volentieri a fargli visita, a suon di calci e pugni.

I dottori che dovevano occuparsi delle sue ferite si sono dimostrati altrettanto carnefici quanto i picchiatori. Dopo giorni senza cure adeguate (” i dottori si dimenticavano di cambiarmi i bendaggi”) Ahmed ha sviluppato una infenzione che lo avrebbe destinato sicuramente alla morte. Solo per merito delle pressioni della Croce Rossa Internazionale il ragazzo e’ stato rilasciato, ma anche il giorno della sua liberazione si e’ consumato il dramma. La madre giunta all’ospedale militare per ricevere il figliolo ferito e’ stata fatta aspettare per tutto il giorno, Ahmed alla sera e’ stato dimesso ma condotto fuori dall’ospedale da una uscita secondaria. Ricorda ancora con livore come i soldati si sono presi gioco di lui: “Guarda, nessuno e’ venuto a prenderti, alla tua famiglia frega un cazzo di te”. Malconcio, traballante Ahmed si issato sulle sue fragili gambe e ha cercato di raggiungere un taxi che lo riconducesse ai familiari, ma e’ crollato subito a terra fratturandosi un piede. Solo grazie all’intervento di alcuni passanti Ahmed ha potuto raggiungere Beddawi. Da li’, alcuni amici volontari internazionali l’hanno poi portato in un ospedale civile libanese, dove hanno convinto i dottori ha ricoveralo e rioperarlo, Ahmed ora sta meglio. Ma ai palestinesi in Libano non sono concessi gli stessi diritti che i nostri animali domestici hanno se ricoverati in un qualunque studio veterinaio occidentale. Per cui il decorso post-operatorio Ahmed lo sta trascorrendo sul pavimento di una lurida scuola affollata di profughi a Beddawi, nell’aula ridotta a dormitorio con lui sono stese a terra almeno 30 persone, stipate come topi in una fogna.

Il minimo che ho potuto fare io e’ stato quello di cercare di alleviare le sue sofferenze strappandogli qualche sorriso durante le mie visite:

 

E raccontare oggi la sua storia come gli avevo promesso.

Vik in Libano.

per ogni contatto nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

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Diaro palestinese in Libano 3: bocche che tracimano la diga del terrorismo

Schivata l’autobomba di ieri di 20 minuti e 10 chilometri in linea d’aria.

Qui in Libano pare che l’intercalare del tempo non sia frazionato in date stabilite dal calendario, ma in periodi di distanza fra una bomba e l’altra.

Quando sei stato l’ultima volta a Beirut? Si’ ma prima o dopo l’ultimo attentato?

Non per turismo stragista ma per non darla vinta al terrorismo che si prefigge appunto di terrorizzare, che ieri sera sono andato a Jemairah, quartiere di Beirut noto per i suoi pub brulicanti di giovani fino a tarda notte. Quasi tutti i locali avevano le serrande abbassate, mi sono infilato in uno dei pochi aperti, un minuscolo pub pieno di ragazzi piuttosto alticci, il gestore il piu’ sbronzo della serata. Parevano strabattersene della’autobomba esplosa poco distante, una festa era in corso  ma io me ne sono andato gia’ dopo il secondo bicchiere, tracannato in fretta.  Non c’era nulla da ammirare in quei giovani che inizialmente mi illudevo stessero rispondendo come me al terrorismo con la normalita’. Erano tutti figli della ricca borghesia libanese, bmw e mercedes belle lustre li attendavano parcheggiate fuori sui marciapiedi. Per una mezz’ora li ho osservato con ripugno.

Guardavo quelle loro bocche sghignazzare, cianciare di vite ignave, bocche che ingurgitavano prelibate pietanze, che si attaccavano al collo di pregiati vini come impegnati in un coito orale, bocche che poppavano come biberon costosi sigari cubani, ingollavano liquore all’anice che non potra’ mai essere il medesimo che corrode il mio fegato.

Bocche che tracimano ogni vittima innocente della storia con il palato insensibile al sapore acre del dolore. Bocche che non potevano conoscere il significato del digiuno, quello della miseria intendo, non quello del ramadan, anche se in questo paese spesso i due coincidono.

Ripensavo a qualche ora prima al campo profughi di Beddawi, mentre stavo visitando alcune famiglie recluse in una scuola ridotta ad un dormitorio coperto di sudiciume. Una anziana in quei corridori di palpabile tragedia, mi si era fatto incontro sbraitando e gesticolando in un idioma a me poco conosciuto. Mi indicava il pavimento e ho intuito si riferisse allo spesso strato di sporcizia su cui camminavano liberamente bimbetti di due o tre anni a piedini nudi. Mi hanno spiegato prima che scoppiasse a piangere, che ci teneva a dirmi che non era colpa loro, delle donne, se c’era sporcizia dappertutto. Non hanno neanche i soldi per comprare il detersivo per pulire il pavimento, i profughi di Nahr el Bared. Le promesse del governo di aiuti sono per ora vane.

La mano che ha azionato il telecomando causando diverse vittime civili e l’assassiono del parlamentare antisiriano Antoine Ghanem e’ ignota. Ma non pensate, tutto il mondo e’ paese, anche l’emisfero del terrorismo non fa eccezione. I mandati si devono cercare fra chi otterra’ nel breve e lungo termine piu’ vantaggi da questo attentato, e domenica in Libano si elegge il nuovo presidente…

ps. Dimenticavo, sono a Beirut perche’ fra un’ora mi accingo a portare un cordoglio maturato in tanti anni, ai sopravvissuti di Sabra e Shatila. Un impegno doveroso?

Di piu’, un obbligo morale.

Vik in Libano.

per ogni contatto nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

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Diaro palestinese in Libano 2: lividi di livore e indifferenza

I generali libanesi odiano i profughi della Palestina perduta,

anche se non lo danno a vedere.

 

Gli hezbollah sono dei fieri guerrieri,

vendicatori stoici dei soprusi subiti dai loro consanguigni arabi malearmati,

ma l’archetipo di societa hezbollah e’un arcaismo secolare che stona con la storica laicita’di chi guidava le sorti di questi popoli.

 

Degli israeliani non ne parliamo,

giacche’lo spauracchio del ritorno di 5 milioni di palestinesi in Israele

e’ la scusa accampata dal governo di Tel Aviv per orchestrare l’opinione pubblica

contro l’eventualita’di dover negoziare un trattato di pace che preveda la risoluzione della questione dei profughi.

 

Il governo Siniora come tutti i precedenti governi libanesi non ha alcuna intenzione di concedere uno straccio di diritto di cittadinanza ai rifugiati.

Per intenderci, I 400 mila profughi palestinesi in Libano per legge non possono esercitare piu’ di 70 professioni in Libano, non possono esercitare nessuna professione liberale, non possono comprare una casa al di fuori del campo, non hanno diritto alla pubblica sanita’ ne’ ad un passaporto.

Il tasso di disoccupazione raggiunge il 42%, il tasso di mortalita’ infantile e maternale e’ altissimo (239 per 1000).

 

C’e’ tutto un odio che ristagna

attorno alle catapecchie del campo profughi di Beddawi.

 

Ci si sente oppressi da razzismo e cocente indifferenza sino a soffocare.

 

Un livore che aleggia al di fuori del campo come un rapace implacabile

pronto a planare per fare a brandelli ogni teorema di convivenza pacifica.

 

La sera, interrotto il digiuno, dirigo per un paio di ore verso la Tripoli antica,

dove dinnanzi ad un bicchiere di araq scarabocchio le storie che ho ascoltato durante il giorno.

Mi e’ capitato gia’ un paio di volte d’incontrare tutto questo livore proiettato nei miei confronti, quando il nazionalista libanese di turno comprende perche’ sono qui e dove passo le giornate.

Per il mio vissuto,

ma in special modo per quello a cui qui quotidianamente assisto,

e’ difficile a volte mantenermi nell’etica gandhiana a cui aspiro,

l’altra sera i commenti di un fascista falangista cristiano maronita hanno superato il valico della mia tolleranza.

E quel bicchiere di araq mi si e’ frantumato in mano.

 

Coltellate verso il mio cuore malconcio,

sono certe invettive per cui i palestinesi non solo sarebbero i primi responsabili della loro tragedia,

ma di ogni male nella regione mediorientale.

 

Per esempio l’opinione pubblica libanese e’ convinta che nell’ultimo conflitto a Nahr el Bared i profughi fossero tutti complici dei guerriglieri di Fatah Al Islam,

mentre in realta ne sono stati le prime vittime.

 

Dalle decine di profughi palestinesi con cui ho parlato non e’mai sentito una sola parola di sostegno per questo gruppo armato, semmai di disprezzo.

E la certezza conclamata che gli uomini di fatah al islam non facessero parte della comunita’dei campi.

Infatti questi mercenari, stipendiati in dollari secondo i beneinformati,

erano arabi di diverse nazionalita’, pochissimi i palestinesi.

Gli stessi Fatah e Hamas all’interno del campo si stavano preparando per combatterli.

 

Purtroppo i media hanno trasmesso solo la versione del governo,

e i duecento caduti fra i soldati hanno elevato al rango di eroe la figura dell’esercito libanese,

relegando 40mila profughi innocenti sullo stesso piano di un qualche centinaio di estremisti bellicosi.

 

Comunque nelle mie scorribande serali  frequento anche un altro Libano piu’ liberale e tollerante,

una generazione di ventenni con la mente sgombra da tutte queste barriere di pregiudizio eredita’ di una guerra civile che non ha mai seppellito l’ascia di guerra.

Sono studenti univesitari che sbarcano il lunario lavorando come camerieri e fattorini per poche lire,

tutti politicamente fortemente schierati verso una sinistra comunista.

 

……..

 

Ora dovro’ qui riferire  di oscenita’,

lo strascico dietro il conflitto nel campo profughi di Nahr Al Bahred.

 

A Beddawi ci hanno mostrato foto e video di maltrattamenti,

vere e proprie torture che hanno subito i civili palestinesi da parte del glorioso esercito libanese.

Non paiono essere episodi isolati ma piuttosto di routine,

ho parlato con alcuni di questi giovani  che hanno subito o testimoniano di percosse e umiliazioni cercando di oltrepassare i checkpoints che circondano il campo.

 

Dopo il lavoro,

ogni giorno mi reco in visita da Ahmed,

che sfortunatamente trovatosi nel centro del fuoco incrociato fra esercito e guerriglieri,

e’ rimasto seriamente ferito.

Condotto in un ospedale militare ha subito torture e vessazioni di ogni tipo,

E’ un miracolo che sia ancora vivo,

ma rendero’ conto della sua storia piu’ innanzi.

 

La punizione collettiva che subiscono i palestinesi qui come in Palestina,

come ovunque,

per mezzo di governi che si professano amici del nostro

e’ un crimine non solo contro questa comunita’ di uomini che vive di stenti,.

ma per  ogni uomo che dovrebbe avere a cuore la difesa dei diritti umani

piuttosto che crogiolarsi da benestanti dietro roccaforti di confort e inedia.

 

Per quanto mi riguarda sono fiero di questo ulteriore pezzetto di vita che percorro a fianco di questa gente,

c’e’ molto piu’ da imparare sulle soglie delle baracche dei diseredati che nelle universita’ occidentali dagli usci lustri coi pomelli d’oro.

 

Vik in Libano

 

X contattarmi nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

ps.

Connessioni tortuga e tastiere in arabo rendono ardimentosa l’interazione con questi spazi guerrilleri,

ringrazio tutti coloro che mi hanno espresso sostegno e conforto. Anche i silenti.

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Diaro palestinese in Libano 1: i profughi dei profughi

Nel campo profughi di Beddawi sono concentrate le migliaia di persone da Nahr el Bared ,
raso completamente al suolo. L’esercito ne circonda ancora le macerie.
A nessuno e’ concesso di metterci piede, allora abbiamo convinto con pochi dollari un soldato libanese a scattare delle foto al suo interno.
Una volta svillupato il rullino,
per molti palestinesi e’ significato avere la certezza d’aver perduto casa e bottega.

Alla mia memoria quelle foto ricordano tremendamente il giorno dopo il massacro di Jenin.

La situazione e’ al limite della crisi umanitaria a Beddawi,
con centinaia di sfollati affollati nelle scuole trasformate in centri di accoglienza.
Si dorme per terra e le condizioni igenico-sanitarie sono alquanto precarie.
Non vi e’ modo di cucinare ne di conservare il cibo.
Il governo libanese consegna delle razioni, che diversi hanno rifiutato per orgoglio,
la sistemazione e’ momentanea, ripete il governo,
ma sino a quando?
L’inverno non e’ distante e bisogni come riscaldamento e acqua calda non sono secondari.

Siniora e il compare Hariri e’ ovvio non godono di molta popolarita’ fra i palestinesi profughi dei profughi.


La Palestina e’ ovunque,
nei drappi sventolanti di Fatah ovunque, ma anche in alcuni poster di Yassin e Ramtisi.
Nei graffiti di Naji AL ALi e Latuff che edulcorano l’amaro grigiume di cemento nudo e lamerie che compongono l’anima di  questa enorme baraccopoli.

La Palestina si tramanda,
nelle vivaci voci dei bambini che inneggiano all’intifada o al loro diritto di ritorno nella patria originaria.

La palestina si traduce in disperazione,
negli occhi degli anziani che si fanno lustri al narrare dei miei racconti palestinesi.
E si chiedono, ci domandano,
quale paradosso assurdo permette a noi stranieri di calpestare liberamente le loro terre,
mentre a loro e’ negata la sola vista di lontano di quelle stesse terre che appartengono legittimamente
al loro padri e ai loro nonni.

Nelle loro rugose mani stringono ancora quelle chiavi che aprivano case che ora non ci sono piu’.
Laggiu’ Israele ha edificato il suo impero di soppraffazione.

Beh, se e’ per questo anche a me oggi Israele nega il diritto di entrare in Palestina.

L’essere stato nelle prigioni di Tel Aviv e’ quasi una medaglia al valore conficcata sul mio petto sanguinante…

Solidariezziamo in ogni angolo,
abbiamo visitato malati e feriti di guerra,
famiglie ammassate una sull’altra in stanza microcospiche,
ma dotate di macroscopica dignita’offrendoci il loro umile the alla menta.
Intratteniamo frotte di bimbi dagli occhi che sono i miei stessi prima che maturita’e le pochezze della nostra vita europea
cavarono diversi anni fa.

Ho dato una mano nell’ambulatorio in cui convergono molti feriti,
con semplici mansioni,
prima di dedicarmi ad attivita’piu’ consone al mio fisico che nonostante trasandatezza trabocca di energia, specie dinnanzi all’ingiustizia.

Mi sono tramutato quindi in muratore,
e il lavoro che porto avanti di concerto con altri 6 muratori arabi,
e’ l’ampiamento proprio di quell’ambulatorio che non sa piu’come soddisfare le richieste di pronto soccorso
per tutte quelle ferite che la piega dell’esistenza stessa di un campo profughi produce a ritmo insostenibile.

Per domani gli aruspici islamici dell’arabia saudita hanno decretato esserci l’inizio del Ramadan,
e per me in particolare significa che quelle 8 ore di lavoro sotto di un sole impietoso,
saranno portate avanti senza cibo e senza acqua, almeno sino al tramonto.

Ammetto di essere piuttosto fuori allenamento.

Qualcuno sia cosi’ generoso di serbare per il mio ritorno una birra in fresco,
anche solo un refrigerio ideale.

Vik in Libano.

 

ps

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nakbalibanese@libero.it

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Guerrilla Radio-Vittorio Arrigoni in rotta verso il Libano

Guerrilla radio torna a essere semplicemente Me Stesso,
che lascia questa stanza in direzione di una nuova missione.
 
Ci sono mani concepite per la distruzione,
per brandire spade e mettersi a capo di eserciti di indomiti omicidi,
che non conoscono pietà accecati dall’odio.
 
Ci sono poi altre mani che vengono dopo,
a ricucire le ferite, raccogliere le macerie,
semplicemente a tendersi nell’offrire quei gesti solidali
che sono la motrice della speranza.
 
Queste mie mani segnate da bruciature di sigarette,
poco ingegnose per un’epoca di sovrapproduzione modaiola,
buone solo per disegnare castelli nell’aria di iperbole utopiste,
mani troppo abili a versarsi quell’ultimo bicchiere di troppo,
preferiscono  comunque appartenere a chi sa offrire,
piuttosto che ferire.
 
Conoscono ancora la tenerezza di una carezza,
su di un viso imperlato di lacrime.
L’orgoglio di una stretta di mano sincera,
preambolo di ogni amicizia possibile e disinteressata.
 
Metterò quindi a disposizione queste mie mani
e la forza delle mie robuste braccia,
ai palestinesi del campo profughi di Nahr el Bared in Libano,
raso al suolo dall’esercito, la battaglia è terminata ieri,
ora già tempo di ricostruire, e di lenire le piega di questa ennesima atroce sofferenza. 
La vicenda di Nahr el Bared,
risolleva la questione del diritto di ritorno dei profughi palestinesi,
e se non per tutti,
quantomeno ad ognuno deve essere garantita una terra dove vivere con eguali diritti a tutti gli altri uomini.
 
Oltre ad aiutare nella ricostruzione,
ci sarà tempo per le mie mani anche di levare al cielo quei tanti bimbi sfortunati
rilegati nel dimenticatoio di un orfanotrofio pericolante.
 
Parto fra qualche ora,
sostenuto da miei ideali di giustizia mai saturi
e tutte quelle persone con cui ne ho condiviso le lotte.
 
Guerrilla Radio,
di nuovo semplicemente Vittorio.
vittorio arrigoni in libano
 

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Nessuna Terra nessun Diritto per una Palestina lasciata al suo destino

Questo facevamo con l’ISM in Palestina:

Oggi, con una scarsa presenza di civili internazionali come scudi umani, la situazione in Palestina non è certo migliorata.
 
Il parlamentare palestinese ed ex ministro dell’informazione nel governo di unità nazionale, Mustafa Barghouthi,
denuncia:
 
-dagli Accordi di Oslo a oggi Israele ha enormemente ampliato gli insediamenti, creandone 82 nuovi. Il numero di coloni ha così raggiunto le 450 mila unità nella West Bank e a Gerusalemme.
 
-Israele adotta differenti metodi criminali, tra questi, i 543 checkpoint permanenti e i 610 temporanei usati per aggredire la popolazione palestinese. I soldati israeliani mpediscono ai cittadini di transitare senza autorizzazione, di far entrare cibo, medicine e strumenti sanitari. I cancelli vengono aperti solo per pochi minuti al giorno”.
 
 -Le forze di occupazione stazionanti al valico di Ras Atiya perseguitano i cittadini, li perquisiscono, controllano le carte di identità; inoltre, utilizzano i bambini come scudi umani. Si considerano sopra la legge, e non rispondono a nessuno per le torture e le violazioni praticate contro la popolazione palestinese, così come i tribunali israeliani si arrogano il diritto di prendere qualsiasi tipo di decisione.
 
-I soldati israeliani impediscono il passaggio anche ai palestinesi malati, gravi e cronici, e che 69 donne sono state costrette a partorire davanti ai checkpoint: 5 mamme sono morte, altre 6 sono state picchiate. Come risultato, un terzo dei neonati è morto.
 
-4 bimbi su 1000 muoiono prima di raggiungere un anno di vita, a causa dei checkpoint e dei divieti di transito da un’area palestinese all’altra: non possono essere trasportati in ospedale per le cure, neanche quando solo in gravi condizioni di salute.
 
-Ad oggi, il numero di bambini palestinesi feriti a causa delle forze di occupazione è salito a 20 mila, compresi 1500 che sono diventati disabili permanenti.
 

ps.
il ragazzo con la bandana rossa e la barba (nel primo video) è Joe Carr,
nostro compagno di quegli orrori privi di speranza,
come noi non è mai retrocesso un passo dal battersi contro l’Ingiustiza di questi tempi.
 
Per i Palestinesi fuori dalla Palestina,
non va meglio,
da ciò che ci giunge in racconti dai campi profughi palestinesi in Libano,
dopo che l’esercito ha raso al suolo quello di Nahar al Bared.
 
Si dovrebbe fare qualcosa,
si deve…
 
guerrilla radio

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STOP THE OCCUPATION OF PALESTINE!

“Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza… Ma l’illusione della conoscenza”

 (Stephen Hawking)

L’Irlanda era sotto occupazione, oggi è liberata.
 
L’Algeria era sotto occupazione, oggi è liberata.
 
L’India era sotto occupazione, oggi è liberata.
 
Gli USA erano  sotto occupazione, oggi sono liberati
 
Il Sud Africa era sotto occupazione, oggi è liberato.
 
Please,
Stop the Occupation of Palestine,
NOW.
 
I Video di GuerrillaRadio

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Prodi premia l’Hitler nero del Rwanda

Stavolta Prodi l’ha combinata grossa,
compromesso la buona reputazione del suo governo nella difesa dei diritti umani.
 
Ci sentiamo scandalizzati,
sullo stesso piano dei comboniani di Nigrizia,
nell’aver appreso che il presidente del consiglio del mio Paese ha premiato l’Hitler nero d’Africa:
Paul Kagame.
 
A quelli di Nessuno tocchi Caino,
rispettati più volte per il loro impegno,
ci uniamo anche noi nel dire che Caino va perdonato,
ma da qui a premiarlo ci passa troppo…
 
L’estate scorsa mi ritrovavo nelle Repubblica Democratica del Congo,
col mio umile impegno a sostenere gli sforzi della martoriata popolazione per la conquista di un barlume di libertà e democrazia.
I segni della guerra erano tangibili ovunque, il più grande olocausto dopo la seconda guerra mondiale.
Quei 4 milioni di congolesi morti in 5 anni, portano nelle ossa la firma del Kagame generale del Fronte patriottico ruandese (Fpr)
che scatenò la tragedia invadendo il Congo.
 
Prodi sa come Kagame gestisce oggi il suo potere in Rwanda?
Arrivato al potere in seguito al genocidio ruandese, innescato col suo contributo,
il suo regime oggi può infrangere e violare impunemente i diritti umani ed è pura apartheid e terrore per l’ etnia hutu,
andare a vedere per credere.
 
ps.
Il brother beat Nick
in Ruanda ci partirà sul serio fra non molto,
auguri hermano.
 
guerrilla radio
 
 
approfondimenti:
La polemica di Nigrizia
Nessuno tocchi Kagame
video: Kagame principale istigatore del genocidio ruandese
Il presidente Kagame scatenò il genocidio Tutsi
 
 

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Questo blog fa schifo agli israeliani

Qualche giorno fa mi ha scritto un cittadino israeliano comunicandomi quanto trova ripugnante ciò viene scritto su questo blog.
 
Prima che si eclissasse nella rete ho fatto in tempo a ribadire che semmai di ripugnante c’è l’atteggiamento del suo Paese
nello sterminare sistematicamente civili palestinesi, per lo più bambini.
 
L’ultimo bombardamento dell’artiglieria israeliana contro Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza, 
ha ucciso 3 bambini palestinesi appartenenti alla stessa famiglia: Sara Abu Nazal, 10 anni; Mahmoud Musa Abu Nazal, 10 anni; Yahya Ramadan Abu Nazal, 11 anni.
 
Che Iddio o Allah abbia a cuore le loro anime.
 
Ma il bilancio degli ultimi dieci giorni annovera decine di civili ammazzati
(non riferiamo di uccisi fra i civili israeliani semplicemente perchè non ve ne sono, strana guerra questa vero?),
precedentemente a Seida, era stata la volta di Mahmoud Ibrahim Qarnawi, 11 anni, colpito dagli israeliani alla testa e lasciato morire dissanguato dinanzi ai genitori.
 
Proprio in quel minuscolo villaggio di Seida dove ho lasciato io il mio di cuore,
e ogni volta che ne leggo i lutti tremo,
 soffro di palpitazioni nel timore di scoprire che i soldati israeliani abbiano ammazzato un mio amico.
 
Per fortuna non tutti gli israeliani sono come l’anonimo che mi ha comunicato il suo disgusto, probabilmente reciproco,
ma lungo le spiagge di Tel Aviv o nelle sue discoteche la maggioranza della gente pare se ne sbatte se non commenta divertita a queste quotidiane stragi d’innocenti,
stolidamente non arrivando a capire che è tutto ciò il primo motivo di insicurezza per lo stato d’Israele.
 
Continueremo con piacere a essere ripugnanti,
se ciò significa denunciare questo continuo genocidio verso un popolo oppresso.
 
vik
alias guerrillaradio

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