Novembre 2004

Dante

“Considerate
la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”

DANTE

Dante Leggi l'articolo »

Messaggio del Presidente Arafat al popolo palestinese

Estratto dal discorso televisivo di Yasser Arafat per la commemorazione del giorno della Nakba.

“O risolute masse palestinesi, nostro popolo dalla eccezionale tenacia. In questo giorno, commemoriamo la catastrofe abbattutasi su di noi, su tutto il nostro popolo, il 15 maggio 1948.

Il nostro popolo ha sperimentato 53 anni di tribolazione, dolore e dispersione all’interno ed all’esterno della nostra patria.

Con le radici della fede ben piantate, esso rimane fedele ai suoi principi con una accanita forza di volontà, nonostante la grande cospirazione. Essi non faranno chinare la testa al nostro popolo, non lo faranno arrendere.

Il tentativo di falsificare la storia attraverso I missili, I bombardamenti, gli aeroplani ed I carriarmati non avrà successo. Questo perché il diritto e’ dalla nostra parte e noi difendiamo una giusta causa che non può essere eliminata mediante I colpi di artiglieria, I gas velenosi proibiti internazionalmente, o I missili teleguidati.

E’ giunta l’ora che la coscienza del mondo si svegli dal suo sonno profondo. E’ giunto il momento che la legittimità internazionale dica all’aggressore: basta con l’escalation militare e basta con gli assassini e con la distruzione del popolo palestinese, che non sarà battuto.

Ma fino ad allora, il mondo continuerà ad essere sordo al tributo di sangue pagato dai palestinesi per mano dell’esercito e dei coloni israeliani? Il popolo palestinese non ha forse il diritto di vivere libero nella propria terra, come tutti gli altri popoli del mondo?

La legittimità internazionale, che il mondo ci ha invitati a riconoscere e a sottometterci ad essa, e’ violentata continuamente in Palestina dall’esercito di occupazione israeliano, dalla sua escalation militare e dall’assedio imposto sulle nostre città, sui nostri villaggi e sui campi profughi.

In questo giorno, il giorno del dolore e della riflessione, io vi ripeto che il cammino verso la pace e’ chiaro come il cristallo, ed e’ rappresentato dal pieno e completo ritiro dell’esercito di occupazione israeliano e dei coloni da tutti I territori palestinesi compresi entro le frontiere del 4 giugno 1967. Esso e’ anche rappresentato dalle risoluzioni dell’ONU concernenti il diritto al ritorno dei profughi, in particolare dalla Risoluzione 194.

La cieca forza militare che Israele sta riversando contro il popolo palestinese per distruggerlo e cancellarne l’esistenza non fara’ raggiungere pace e sicurezza al suo popolo cosi’ come non fara’ capitolare il nostro.

La fiamma continuera’ a bruciare e ad illuminare il difficile cammino che si apre alle generazioni palestinesi, una dopo l’altra, fino a che la bandiera palestinese non sventolera’ su Gerusalemme la santa.

Non puo’ esserci pace ne’ stabilita’ fino a che I profughi palestinesi resteranno fuori della loro patria, poiche’ il loro diritto e’ legittimo e inviolabile. Ed e’ responsabilita’ della comunita’ internazionale fare in modo che questo diritto sia garantito e rispettato. Facciamo in modo che l’iniziativa di pace giordano-egiziana, insieme agli accordi gia’ firmati, il rapporto della Commissione Mitchell e le risoluzioni internazionali, specialmente la Risoluzione 242 e 338 siano le basi dei nostri sforzi per una pace giusta, completa e duratura e per fare in modo che il processo di pace torni sui giusti binari.

Questo per il bene del popolo palestinese, israeliano e per tutti I popoli del Medio Oriente. E’ il momento che la giustizia ed il diritto internazionale si battano per il diritto in Palestina, come hanno fatto in altre aree del mondo”.

Messaggio del Presidente Arafat al popolo palestinese Leggi l'articolo »

Yasser Arafat: il popolo palestinese non sarà battuto.

“E’ morto il gigante della lotta dei poveri e della lotta degli oppressi”
Thabo Mbeki, presidente del Sudafrica

 

“Il tentativo di falsificare la storia attraverso I missili, I bombardamenti, gli aeroplani ed I carriarmati non avrà.  Questo perché il diritto e’ dalla nostra parte e noi difendiamo una giusta causa che non può essere eliminata mediante I colpi di artiglieria, I gas velenosi proibiti internazionalmente, o I missili teleguidati.

E’ giunta l’ora che la coscienza del mondo si svegli dal suo sonno profondo. E’ giunto il momento che la legittimità internazionale dica all’aggressore: basta con l’escalation militare e basta con gli assassini e con la distruzione del popolo palestinese, che non sarà battuto.”

Da un discorso di Yasser Arafat

Yasser Arafat: il popolo palestinese non sarà battuto. Leggi l'articolo »

Yasser Arafat e il suo posto nella Basilica della Natività

Quella sedia vuota a Betlemme

      Tonio Dell’Olio
   Fonte: Liberazione


 
Da qualche anno la poltrona riservata al Presidente Yasser Arafat nella Basilica della Natività durante la Messa di mezzanotte del 24 dicembre restava puntualmente vuota. È questa l’immagine che più di altre mi resta vivida nella mente circa la parabola della vita di quest’uomo sorridente e fiero. Quella poltrona dice tutto. Era come se quell’assenza dovuta non a una sua mancanza o a una sua distrazione ma ad un impedimento ben più stringente e impetuoso, rivelassero la gravità e insieme l’importanza della personalità che si nascondeva in tutta un’esperienza di vita.
Altri racconteranno oggi della biografia e delle lotte, dell’ascesa e delle sortite diplomatiche, delle sconfitte e delle accorte alleanze, del difficile rapporto con lo stesso mondo arabo e delle relazioni con politici insospettabilmente filo-arabi catturati dalla sua personalità…
Lasciate che io vi dica di quella poltrona vuota. Arafat era un islamico osservante, fedele alla religione del suo popolo, attento e scrupoloso nell’evitare di offendere la sensibilità delle donne e degli uomini palestinesi riguardo alla religione. Ciononostante era un osservante libero e aperto. Quella che da noi si direbbe fede vissuta in modo laico, ovvero disponibile al confronto, pronta a riconoscere e accogliere il contributo dell’altro.
Per queste ragioni da sempre si era mostrato assolutamente disponibile a comprendere la fede dei cristiani che riconoscevano in quella terra la Terra Santa, quella in cui la vicenda del Cristo viene vissuta in tutta la sua interezza.
Non mancava al rito che faceva memoria della nascita del Messia (del profeta Gesù per gli islamici) in Betlemme, città che cade sotto l’autorità palestinese. Ma dal 2000, anno dell’inizio della seconda intifada, quella poltrona a lui riservata rimaneva vuota.
E quel vuoto diventava una provocazione e una denuncia, perché il mondo sapesse che in questo confronto impari tra la potenza israeliana e il popolo palestinese, anche la partecipazione del leader indiscusso alla messa era visto come presenza eccessiva, pericolosa, provocatoria: una sfida. Se mi soffermo su questo dato è per dire che il segreto di una leadership forte come quella di Arafat non si è manifestata soltanto nel suo acume politico e nella sua capacità di condottiero, ma ha anche qualità umane, capacità di relazioni, rispetto per l’avversario e per… l’altro.
Quando, insieme a tre vescovi italiani e ad altri amici, nel maggio 2002 andammo ad incontrarlo nella sua residenza di Ramallah ormai trasformata in rifugio, i segni delle fatiche e delle sofferenze c’erano tutti.
Non parlo soltanto della distruzione causata dai raid aerei e dei sacchi alla finestra, delle scorte armate e della circospezione con cui venimmo introdotti in una sala senza finestre. Mi riferisco al pallore del viso del Presidente e al suo labbro tremolante, al fatto che finalmente il giorno prima gli era stato concesso di andare a visitare alcune città distrutte e aveva dovuto subire la prima contestazione quasi violenta del suo popolo a Nablus.
Ci parlò con franchezza, con la passione di chi crede ancora che è possibile affrancarsi da tanta violenza e restituire dignità a donne e uomini che si sentono popolo. Ci parlò della sacralità della terra e di quanto fossero subdole certe politiche israeliane.
Ma non mancò alla battuta di spirito riferendoci del suo primo incontro col Papa in Vaticano allorquando si permise di far notare al Pontefice che non era il primo, ma il secondo palestinese che metteva piede in San Pietro, dopo il primo Papa. Questo è stato Arafat.
Una vita che si è identificata col destino del suo stesso popolo e ne ha vissuto successi e sconfitte, incomprensioni e impopolarità. Persino questa sua uscita di scena sembra somigliare tanto ad una delle sue sortite negoziali o politiche e pare comprendere per tempo che forse oggi quella poltrona vuota fa più bene alla causa palestinese della stessa poltrona occupata dalla sua personalità divenuta ingombrante.
È vero, ci sono rischi gravi nella sua successione e più di un attento commentatore avverte che può nascondere insidie in percentuali pari ai vantaggi. Ma è un rischio che vale la pena correre. La situazione sembra essersi impantanata nelle sabbie mobili della violenza e fa fatica ad emergere, è ostaggia degli odi contrapposti e non sembra offrire segni di speranza, stenta a indicare un qualche futuro…
Questo farsi più in là di Arafat offre qualche chances in più alla pace o per lo meno le dà uno strattone. Come succede ad una nave incagliata tra il fondale e gli scogli, una scossa potrebbe allargare la falla e affondarla definitivamente, ma potrebbe anche servire a liberarla dall’empasse e farle finalmente prendere il largo. Le ferite si cureranno col tempo.
Nei prossimi giorni, in coincidenza con il quindicesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, la sezione italiana di Pax Christi dà avvio ad una campagna denominata Ponti e non muri per chiedere di fermare la costruzione del muro in Cisgiordania.
Che quella poltrona vuota, questo abbandono imprevisto, possa trasformarsi nel sacrificio (ricorrente delle culture mediorientali) offerto per invocare una pace giusta e duratura di cui gli abitanti di quel lembo di terra hanno bisogno più che dell’acqua che pure scarseggia. Ed è questa considerazione a farmi propendere realisticamente per la soluzione più ottimistica.
La gente di Israele e di Palestina potrà cogliere così l’occasione per trovare il coraggio della pace spinta dall’orlo della disperazione in cui sta precipitando e dal sacrificio di Arafat, un uomo che ha dato sempre se stesso per la liberazione del suo popolo.

Yasser Arafat e il suo posto nella Basilica della Natività Leggi l'articolo »

La tristezza e l’orgoglio.

Il mondo si inchina
e rende onore
a quello che rimarrà il simbolo della lotta di liberazione palestinese, e non solo.
Un simbolo e un esempio per tanti popoli in disperata ricerca di autoderteminazione.
Tutte le massime autorità mondiali sfilano dinnanzi al feretro (salvo usa e usually italy, se mai i nostri prendessero un poco ispirazione dalla destra di Chirac)
in una cerimonia che rimane nella storia
e spero faccia comprendere a Israele
che tutti i suoi tentativi di emerginare dalla scena politica mondiale la figura di Arafat,
ora si rivelano esser stati vani.
Il mondo intero riconosce la grandezza di quest’uomo,
 ed è sharon oggi isolato nella sua moqata israeliana.
Non ci può più essere un raggiungimento della pace unilateralmente,
è tempo di nuovi negoziati,
il mondo oggi così si è espresso
sotto la bara
rivestita dalla bandiera palestinese.

guerrilla radio.

La tristezza e l’orgoglio. Leggi l'articolo »

MONS. CAPUCCI: NON CONOSCO ESEMPI DI PERSONE CHE SI SIANO SACRIFICATE PER IL PROPRIO POPOLO COME ARAFAT

Roma, novembre – Monsignor Hilarion Capucci, arcivescovo di Gerusalemme, costretto in esilio dalle autorità di occupazione da 27 anni, ha avuto modo di frequentare e conoscere molto bene Yasser Arafat. La sua è una testimonianza umana resa ad Arabmonitor in un momento particolarmente drammatico in cui la vita del leader palestinese sembra appesa a un filo.

“Per me Arafat è stato un simbolo. Non sono l’unico a dirlo, ma per me è stato il simbolo dell’altruismo. Non conosco altri esempi di persone che si siano sacrificate per il proprio popolo con la stessa tenacia, la stessa dedizione di Yasser Arafat. Lo ha fatto con semplicità, vivendo in modo estremamente modesto.

Quello che gli è accaduto in questi giorni, è il risultato di due anni e mezzo di prigione. Perché a Ramallah Arafat era stato tenuto in prigione. Non c’è nessuno che sia perfetto: ma se mettiamo sul piatto della bilancia il bene e il male legati all’attività di Arafat, non ci possono essere dubbi che il bene surclassa il male”. 

MONS. CAPUCCI: NON CONOSCO ESEMPI DI PERSONE CHE SI SIANO SACRIFICATE PER IL PROPRIO POPOLO COME ARAFAT Leggi l'articolo »

Inchiesta Economist su Berlusconi

Inchiesta Economist su Berlusconi

UNA STORIA ITALIANA, Tratta da “The Economist” 26 aprile 2001

E’ previsto che, con le elezioni del mese prossimo, Silvio Berlusconi, diventi di nuovo primo ministro. E tuttavia egli è ancora coinvolto in una serie di battaglie legali. Le sue società hanno usato denaro proveniente da fonti non rintracciabili e deve affrontare accuse che lo vogliono collegato alla mafia.

Il 20 aprile, in una disadorna aula giudiziaria milanese, tre giudici si sono incontrati per ascoltare le testimonianze di un importante processo. Il procedimento trattava di un caso di presunta corruzione di giudici. Sulla porta, c’era, scritta a mano, la lista degli accusati. In cima c’era il nome di Silvio Berlusconi.

 
UNA STORIA ITALIANA

E’ previsto che, con le elezioni del mese prossimo, Silvio Berlusconi, diventi di nuovo primo ministro. E tuttavia egli è ancora coinvolto in una serie di battaglie legali. Le sue società hanno usato denaro proveniente da fonti non rintracciabili e deve affrontare accuse che lo vogliono collegato alla mafia.

Il 20 aprile, in una disadorna aula giudiziaria milanese, tre giudici si sono incontrati per ascoltare le testimonianze di un importante processo. Il procedimento trattava di un caso di presunta corruzione di giudici. Sulla porta, c’era, scritta a mano, la lista degli accusati. In cima c’era il nome di Silvio Berlusconi.

Il caso illustra in modo evidente come Berlusconi non si sia lasciato alle spalle i suoi problemi legali. Poco prima che diventasse primo ministro, nel maggio del 1994, il suo impero finanziario, FININVEST, fu oggetto delle indagini di Mani Pulite. Quest’operazione, inaugurata dai magistrati di Milano nel 1992, aveva messo a nudo una profonda corruzione nella politica, nella burocrazia e nel mondo degli affari italiani.

Quando Berlusconi fondò il suo partito politico – Forza Italia – si sapeva poco di come egli gestisse i propri affari. Si presentava agli italiani come un uomo che si era fatto da sé, che aveva costruito un potente impero televisivo infrangendo il monopolio del sistema di trasmissione statale, la RAI. Affermava di rappresentare una rottura con il passato corrotto dell’Italia.

A partire dal 1994, i magistrati hanno indagato su molte presunte accuse contro Berlusconi, compresi riciclaggio di denaro sporco, collusione con la Mafia, evasione fiscale, concorso in omicidio, corruzione di politici, giudici e guardie di finanza. Berlusconi vigorosamente respinge tutte le accuse, sostiene che giudici di sinistra dominano la magistratura e che le indagini di Mani Pulite erano politicamente motivate. Non c’è da sorprendersi che i suoi più intimi accoliti ribadiscano le sue affermazioni. “Berlusconi è perseguitato fin dal 1993; c’è qualcosa di marcio nel sistema giudiziario”, dice Fedele Confalonieri, un suo vecchio amico, e presidente di Mediaset.

Nel 1996, un alto magistrato inglese, Simon Brown, aveva un’opinione alquanto diversa. Il caso riguardava un fallito tentativo di Berlusconi di impedire che magistrati italiani si impossessassero di documenti sequestrati dall’Ufficio Frodi Inglese. I magistrati avevano bisogno di alcuni di questi documenti come prova di un caso di finanziamento politico illegale, mentre Berlusconi sosteneva che il presunto reato fosse di natura politica.

Il Giudice Brown sostenne che si trattava di uso improprio di parole:

descrivere la campagna dei giudici come motivata da “fini politici”, ovvero descrivere Berlusconi come perseguitato politico… i magistrati si mostrano equanimi nel trattare allo stesso modo i politici di tutte le parti. E’, indubbiamente ironico il fatto che alcuni di coloro che chiedono di resistere lo facciano asserendo un’offesa di natura politica che mal si concilia con il fatto che in quel momento fosse lo stesso Berlusconi al governo… semplicemente mi è difficile considerare ‘prigionieri politici’ dei finanziatori politici corrotti.

Ma Berlusconi ha una seconda linea di difesa: “l’Italia non è un paese normale. Anche un caso anomalo come Berlusconi va compreso nel contesto del paese. Non ha fatto niente di più grave di un qualsiasi uomo d’affari italiano” – afferma Confalonieri.

Certo molte persone, e non solo a destra, fanno eco a questa difesa. Berlusconi, dicono, ha fatto solo quello che tutti gli uomini d’affari dovevano fare per andare avanti: pagare tutti quelli, politici e giudici inclusi, che potevano aiutare. Il problema di Berlusconi, dicono, è semplicemente di essere stato più intelligente e di divenire più ricco dei suoi rivali. Inoltre, aggiungono, che cosa facevano i magistrati prima di Mani Pulite, quando erano visibilmente inerti nel perseguire le persone importanti?

Altri sono in disaccordo. “E’ andato aldilà di qualsiasi modo accettabile di fare affari in Italia”, commenta un importante banchiere italiano.


La macchina della giustizia

Tre cose sono importanti se vogliamo pienamente comprendere i nodi legali di Berlusconi. Per prima cosa nel sistema processuale italiano, in presenza di una notizia di reato, i magistrati hanno il dovere legale di indagare. In secondo luogo, una volta che le denuncie sono pervenute, il sistema giudiziario si muove con molta lentezza; un processo può durare anni, come pure il processo di appello. In terzo luogo, in Italia gli accusati non sono considerati colpevoli prima della sentenza definitiva nelle corti di appello.

Berlusconi, fino ad oggi, non ha mai avuto condanne definitive, ma soltanto tre dei nove procedimenti penali contro di lui sono arrivati alla corte d’appello. Nel solo caso in cui si conosce il verdetto, relativamente a donazioni politiche illegittime, la corte non lo ha considerato innocente. Ha semplicemente confermato la sentenza del giudice di primo grado che, a causa del tempo trascorso dalla commissione del reato, aveva applicato delle prescrizioni che, ai sensi del codice penale italiano, estinguono la pena.

Tutti i problemi legali di Berlusconi sono legati alla sua carriera nel mondo degli affari, cominciata negli anni 60. Quando entrò in politica, rinunciò alla conduzione di tutte le sue società Fininvest; tranne che alla squadra del Milan. Comunque, egli resta l’azionista di controllo, e uno o entrambi i suoi figli adulti fanno parte dei consigli di amministrazione di ognuna delle principali società del suo impero.

La struttura di quell’impero anche oggi non è trasparente e, nel passato, è stata ancora più confusa.

Ventidue delle holding possedute dalla famiglia Berlusconi controllano circa il 96% della Fininvest. Il principale attivo di Fininvest è di gran lunga un pacchetto azionario di Mediaset: il cui valore è di 13.100 miliardi lire (6 miliardi di dollari).

La TV è soltanto una parte dell’impero mediatico di Berlusconi. Ha un pacchetto azionario di controllo della Mondadori, la più grande casa editrice italiana. Il reparto libri della Mondadori ha quasi il 30% del mercato interno. Il settore delle riviste, con circa 50 testate, il 38%. La famiglia Berlusconi possiede anche uno dei principali quotidiani nazionali italiani, “Il Giornale”.

La Fininvest possiede anche il 36% del pacchetto azionario della società di assicurazioni Mediolanum, fondata nel 1982 da Ennio Doris con l’appoggio finanziario di Berlusconi. Mediolanum entrò in Borsa nel 1996. E la Fininvest è proprietaria di un nugolo di società in perdita, come ad esempio il portale Internet Jumpy e Pagine Utili.


La scia dei soldi

L’imprenditore Silvio Berlusconi si è svezzato nel settore immobiliare: a Milano e dintorni. Alla fine dei anni ’60, ebbe l’idea di sviluppare Milano 2, una città giardino con 3.500 appartamenti. Fu costruita nei dintorni orientali di Milano sotto la rotta dei velivoli che decollavano dal vicino aeroporto di Linate. Il quartiere divenne ancora più apprezzato dopo che i velivoli furono misteriosamente dirottati su altre zone residenziali.

Ma non fu l’unico mistero. Aziende svizzere, con assetti proprietari impenetrabili, hanno iniettato 4.1 miliardi di lire (equivalenti a 33.5 miliardi di lire di oggi) nel capitale delle aziende italiane responsabili di Milano 2. Quindi, sulla carta, il progetto non apparteneva a Berlusconi, ma a terzi anonimi.

Funzionari alla Banca d’Italia sospettavano, tuttavia, che dietro alle compagnie svizzere ci fosse lo stesso Berlusconi. All’epoca detenere capitale all’estero senza divulgarlo alle autorità era reato. Una squadra dalla Guardia di Finanza, sotto la direzione di Massimo Berruti, indagò nel 1979 ma concluse, nonostante prove che dimostravano come Berlusconi avesse garantito personalmente prestiti bancari per le aziende italiane, che lui non era il beneficiario finale delle aziende svizzere. Il rapporto ufficiale fu firmato dal capo di Berruti. Anche lui membro, come Berlusconi, dell’associazione massonica P2. Immediatamente dopo la conclusione dell’indagine, Berruti ha lasciato la Guardia di Finanza e ha iniziato a lavorare come avvocato per Berlusconi. Oggi è parlamentare di Forza Italia.

Milano 2 fu l’origine dell’impero televisivo del Sig. Berlusconi, che, nel 1978, lanciò una rete locale di televisione via cavo, Telemilano. Questo progetto si ingrandì: e di molto. L’ambizione di Berlusconi era sfidare il monopolio RAI sulle pubblicità sulle reti televisive nazionali, per le quali esisteva una enorme domanda inepressa. Telemilano divenne Canale 5 nel 1980.

C’era solo un ostacolo: la legge prevedeva che la sola Rai potesse operare su tutto il territorio nazionale. Anche se le TV private erano largamente non regolate, una decisione giudiziaria del 1980 aveva permesso alle reti televisive private di operare solo su base locale.

Ma Berlusconi non tardò a trovare il modo di aggirare la decisione della corte. Acquistò programmi, in particolare film e telenovelas americani, e li offrì a prezzi stracciati a piccole reti regionali. Berlusconi raccoglieva le entrate da spazi pubblicitari pre-registrati che lui stesso inseriva. Ciascun canale del circuito Canale 5 accettò quindi di trasmettere gli stessi programmi negli stessi identici orari. Fu così che ci si assicurò un audience a livello nazionale.

Come ha fatto Berlusconi a finanziare il suo impero televisivo nascente? Una parte della risposta sta nel debito bancario. Le banche del settore pubblico hanno dato una mano consistente, fornendo alla società prestiti più ingenti rispetto a quelli che il merito di credito della Fininvest avrebbe comportato. Ma la parte restante della risposta non appare per niente chiara. Nel 1978, alla nascita del suo gruppo televisivo, Berlusconi creò 22 società holding che controllano la Fininvest. Dal 1978 al 1985, 93.9 miliardi di lire (387 miliardi di lire di oggi) confluirono nelle 22 aziende, apparentemente dal Sig. Berlusconi.

Nel 1997, un finanziere con legami con la mafia ha accusato Berlusconi davanti a magistrati siciliani di aver usato 20 miliardi di soldi mafiosi per costruire i suoi interessi televisivi. I magistrati chiesero che la Banca d’Italia collaborasse nelle indagini della divisione anti-Mafia. Due funzionari passarono 18 mesi a controllare e ricontrollare le carte contabili e azionarie delle 22 compagnie. The Economist possiede una copia dei loro rapporti, oltre 700 pagine. Le due conclusioni principali sono sconcertanti.

La prima è la mancanza di trasparenza da parte di Berlusconi rispetto alle due società fiduciarie registrate per esercitare i diritti proprietari delle sue azioni nelle 22 società. Le società fiduciarie erano sussidiarie della Banca Nazionale del Lavoro (BNL), una banca molto grande. Berlusconi metteva soldi nelle società holding attraverso due banche italiane poco conosciute, anziché tramite la BNL stessa. Quindi, le società fiduciarie della BNL non avevano un quadro chiaro su quale fosse l’origine di questi fondi. Nel 1994, i dirigenti della BNL erano talmente preoccupati per questo motivo che hanno eseguito due ispezioni diverse in relazione ai legami tra le Banca e le 22 società.

Queste ispezioni rivelarono altre anomalie, come, per esempio, alcune vendite di azioni che furono registrate esclusivamente sulla parola di Berlusconi, senza prova documentaria. Per esempio, quando vendette azioni in una delle società holding ad una sussidiaria Fininvest per 165 miliardi di lire, i fondi aggirarono completamente le società fiduciarie. E quindi non avevano idea come, o se, l’acquirente avesse pagato le azioni.

La seconda conclusione è che l’origine ultima del denaro versato nelle 22 società non può essere rintracciato, per tre motivi. Primo, 29.7 miliardi di lire erano stati pagati in contanti, o equivalenti. Secondo, gli investigatori non avevano trovato documenti di sostegno negli archivi delle società fiduciarie, delle banche o delle compagnie holding per 20.6 miliardi di lire. Terzo, Berlusconi era stato molto abile nel far fare ai fondi tanti giri.

Ma perché Berlusconi lo fece? Gli investigatori erano perplessi. Una società, Palina, evidentemente una parte terza, aveva mandato 27.7 miliardi di lire alle società fiduciarie, che a loro volta avevano trasferito la somma alle società holding. Da lì, i fondi raggiungevano la Fininvest e poi, tramite una sussidiaria Fininvest, di nuovo alla Palina. Tutte queste transazioni si verificarono nello stesso giorno e presso la stessa banca. Dietro alla Palina, gli investigatori scoprirono, si nascondeva lo stesso Berlusconi. Aveva usato un uomo di 75 anni, vittima di infarto, come prestanome. Subito dopo il completamento dell’operazione, la Palina fu liquidata. I suoi bilanci sono rimasti vuoti.

Dunque, la vera fonte dei 93.9 miliardi di lire che confluirono nelle 22 società nel periodo 1978-85 rimane un mistero che solo Berlusconi può risolvere. Gli abbiamo spedito domande scritte su questo argomento, ma si è rifiutato di rispondere. Una lettura attenta dei rapporti suggerisce che la possibilità di riciclaggio nelle 22 società non può essere esclusa. Banca Rasini, una delle banche poco note usate dal Sig. Berlusconi, e un tempo datrice di lavoro di suo padre, è spuntata in processi di riciclaggio negli anni ’80. Ma gli investigatori antimafia non hanno trovato prove per sostenere le accuse che avevano dato avvio al loro lavoro. Speravano chiaramente di produrre un secondo rapporto, ma l’indagine era già scaduta per prescrizione.

 


Un amico che ha bisogno

Con l’acquisto dei suoi due principali concorrenti – Italia 1 nel 1983, e Retequattro nel 1984 – il dott. Berlusconi si assicurò quello che, in buona sostanza, era un vero e proprio monopolio nel settore delle tivù private.

Per aggirare la legge e poter trasmettere su tutto il territorio italiano, aveva però bisogno di un piccolo aiuto da parte dei suoi amici politici. Nessuno lo aiutò più di Bettino Craxi, che divenne capo del Partito Socialista nel 1976 e Presidente del Consiglio nel 1983. Il dott. Berlusconi, attraverso le sue due reti principali, offriva un’arma politica molto potente.

Nell’ottobre del 1984, in diverse città italiane funzionari pubblici sigillarono le sue tivù per aver trasmesso illegalmente. Questo avrebbe potuto comportare un disastro per il gruppo Fininvest, all’epoca fortemente indebitato. Nel giro di pochi giorni, Craxi – morto l’anno scorso in Tunisia, dopo essere stato condannato in contumacia per reati di corruzione – firmava un decreto che permetteva alle tivù di Berlusconi di continuare a trasmettere. Il decreto, dopo alcune scaramucce parlamentari, diventava legge.

Il decreto di Craxi non fece niente per vietare la concentrazione di proprietà nel settore televisivo. E non lo fece nemmeno la c.d. “legge Mammì” (dal nome di Oscar Mammì, allora Ministro delle Telecomunicazioni), varata nel 1990. La legge fu, infatti, “tagliata su misura” sugli interessi del dott. Berlusconi e sulle sue tre reti nazionali, proclamando che nessun singolo gruppo poteva essere proprietario di più di 3 delle 12 reti che avrebbero ottenuto le licenze dallo Stato. Il governo di coalizione all’epoca, che dipendeva fortemente dal Partito Socialista di Craxi, aveva insistito per il varo di questa misura controversa, nonostante le dimissioni, in segno di protesta, di cinque ministri. In effetti, la legge ha sancito il duopolio tra la Mediaset e la Rai.

Nel 1991 e 1992, il dott. Berlusconi versò un totale di 23 miliardi di lire nei conti correnti offshore di Craxi attraverso una parte ‘clandestina’ del suo impero Fininvest, la società All Iberian. In seguito a diversi indizi scoperti durante le indagini sui conti bancari di Craxi, gli inquirenti trovano una rete occulta e consistente di compagnie Fininvest, costituite in giurisdizioni come le Isole Vergini Britanniche e le Channel Islands. Queste società non furono contabilizzate come società collegate nei bilanci della Fininvest. Secondo gli inquirenti, nel 1993 il dott. Berlusconi firmò una lettera ai revisori contabili dichiarando il falso, e cioè che queste società non facevano parte del gruppo Fininvest.

Gli inquirenti affermano di essersi trovati di fronte ad una frode internazionale di largo respiro, perpetrata sotto la direzione del dott. Berlusconi, per travasare cifre enormi dalla Fininvest nelle compagnie segrete off-shore. Secondo loro, la Fininvest adoperò varie tecniche fraudolente: le società offshore, affermano i procuratori, usarono questi fondi per diversi tipi di attività illegali, come, ad esempio, l’acquisto conto terzi di azioni in diverse società quotate del gruppo Fininvest, con l’evidente intenzione di gonfiare il prezzo delle azioni. Un’operazione chiaramente fittizia come testimonia il fatto che le azioni, intestate al portatore, rimanessero sempre nelle mani dello stesso fiduciario. Un vero compratore di azioni al portatore in un’azienda quotata non le avrebbe mai lasciate in custodia della stessa persona utilizzata dal venditore.

 


Interessi offshore

Un’altra parte cruciale nelle accuse degli inquirenti è che le società offshore fossero usate per accumulare partecipazioni occulte in reti televisive in Italia e Spagna. Gli inquirenti affermano l’esistenza di prove documentali che lo dimostrano.

La legge Mammì prevedeva che il dott. Berlusconi dovesse vendere il 90% degli suoi interessi in Telepiù, una pay-tv da lui fondata nel 1990. Nonostante questa indicazione, il dott. Berlusconi, secondo gli inquirenti, mantenne il controllo di questa partecipazione fino al 1994 tramite le sue società offshore. Per farlo predispose contratti con collaboratori disposti a servirgli da prestanome. Ai sensi di tali contratti, mentre la proprietà legale delle azioni passava agli investitori, la proprietà beneficiaria rimaneva con le società offshore del dott. Berlusconi.

I magistrati scoprirono un’altra operazione simile, diretta ad accumulare una partecipazione del 52% in Telecinco, una rete televisiva spagnola. Il tutto in frode alla legge giacchè la legislazione spagnola antitrust, infatti, non permetteva di possedere più del 25% in quel tipo di attività. E’ per questo che Baltasar Garzon, un magistrato anti-corruzione spagnolo, vuole che sia tolta l’immunità di cui gode Berlusconi in qualità di parlamentare europeo. Ma è probabile che dovrà attendere. Per otto mesi, i ministri della giustizia e degli esteri spagnoli sono stati coinvolti in uno scontro serrato per decidere quale sia l’autorità competente a sottoporre una richiesta al parlamento europeo.

Il dott. Berlusconi è attualmente indagato per aver falsificato i bilanci del gruppo Fininvest. La presunta falsificazione doveva nascondere tutte le presunte illegalità connesse. Il falso in bilancio è un reato molto serio in Italia, e comporta sentenze fino a cinque anni di prigione. I magistrati hanno chiesto recentemente che delle accuse altrettanto serie di falso in bilancio vengano formulate sui bilanci di gruppo della Fininvest .

E’ comunque verosimile che il dott. Berlusconi stia programmando una scappatoia. Il 17 marzo, davanti ad un gruppo di imprenditori italiani ha dichiarato che, se eletto, il suo governo avrebbe depenalizzato la maggior parte dei casi di falso in bilancio, rendendo così vano il lavoro dei magistrati.

Ma nonostante i magistrati non abbiano potuto trovare la destinazione finale delle decine di miliardi di lire pagate da settori vari dell’impero segreto offshore del dott. Berlusconi, hanno scoperto dov’erano finiti alcuni pagamenti.

Il dott. Berlusconi ha ottenuto il controllo del gruppo editoriale Mondadori nel 1991, dopo una feroce battaglia legale con Carlo De Benedetti, un ricco imprenditore italiano che ha passato un breve periodo in prigione durante il periodo di mani pulite.

Il dott. Berlusconi è stato accusato di aver dato 400 milioni in tangenti ad un magistrato della Corte di Appello, di nome Vittorio Metta, per emettere una sentenza a lui favorevole nel giudizio conclusivo. Quando gli inquirenti hanno cominciato ad indagare sul caso, hanno scoperto che, nel 1992, il Dott. Metta aveva pagato 400 milioni di lire in contanti come parte del costo di un appartamento. Nel febbraio del 1991, un mese dopo la sentenza del Dott. Metta, una delle società segrete offshore versò 3 miliardi di lire sul conto svizzero dell’avvocato Cesare Previti, strettissimo collaboratore di Berlusconi e, in seguito, ministro della difesa nel governo da questi presieduto. Dal conto del Avv. Previti, gli inquirenti hanno seguito le tracce di un versamento di 425 milioni di lire sul conto svizzero di un altro avvocato, Attilio Pacifico, che a sua volta prelevò questa cifra in contanti nell’ottobre del 1991. Il Dott. Pacifico fu accusato di aver trasferito la tangente al Dott. Metta.

Nonostante i magistrati non avessero trovato prove dirette del pagamento in contanti al Dott. Metta, essi ritenevano di avere basi indiziarie sufficientemente solide. Un esame dei conti in banca del Dott. Metta non aveva, infatti, rilevato prelievi in contanti di 400 milioni nel periodo rilevante; stesso risultato aveva dato la verifica sui conti, italiani e svizzeri, intestati al magistrato italiano in pensione che, sempre secondo il Metta, gli avevaconsegnato i 400 milioni di lire in contanti; e questo anche se tali conti contenevano alcuni milioni di dollari.

Su queste basi gli inquirenti si convinsero del fatto che i 400 milioni di lire che il Dott. Metta aveva ricevuto in contanti provenissero dalla somma che il dott. Berlusconi aveva pagato all’Avv. Previti nel febbraio 1991. Ma, nello scorso mese di giugno, un magistrato ad un’udienza preliminare adottò un punto di vista diverso. Credette al Dott. Metta e, di conseguenza, quindi decise che il dott. Berlusconi e gli altri indagati, compresi l’avv. Previti e il Dott. Metta, fossero innocenti. Gli inquirenti hanno fatto appello contro questa decisone.


Trattare con i giudici

Berlusconi è sotto accusa anche per corruzione di magistrati. Tra i suoi co-imputati, che smentiscono le accuse, figurano Previti e Pacifico, e, di nuovo, il caso coinvolge De Benedetti come parte lesa.

Nel 1985, De Benedetti firmò un contratto per comprare la SME, un conglomerato alimentare, dall’IRI, un grande gruppo di proprietà dello Stato. Berlusconi e un altro imprenditore costituirono allora una società per poter fare un’offerta di acquisto migliore. Dopo una sentenza che nel 1986 sancì che il contratto di De Benedetti non era valido, il suo affare con l’IRI sfumò. A quel punto De Benedetti trascinò il caso davanti alla giurisdizione suprema, dove perse di nuovo.

Una delle accuse rivolte a Berlusconi, da lui smentita, è di aver promesso soldi a magistrati per decidere in suo favore in quell’occasione. Sia che queste accuse siano vere, sia che siano false, c’è un evidente movimento di denaro che, per il tramite di Previti, porta da Berlusconi a Renato Squillante, un giudice.

In questo senso The Economist ha documenti che testimoniano di un bonifico per 434.404 dollari del 6 marzo 1991 da un conto svizzero intestato a Berlusconi a un conto svizzero intestato a Previti; il 7 marzo, un bonifico trasferiva la stessa identica cifra dal conto di Previti al conto svizzero della compagnia panamericana Rowena Finance. Prove giudiziarie dimostrano che il conto della Rowena Finance appartiene a Squillante.

Nel 1994, Berlusconi ha tentato di nominare il suo sodale Previti come ministro della Giustizia, ma il Presidente della Repubblica si è rifiutato di approvare la nomina.

Berlusconi non si è presentato alle 26 udienze finora fissate in questo procedimento – alcune delle quali sono state rimandate molto recentemente, per permettere ai suoi avvocati di candidarsi nelle prossime elezioni. Il Sig. Berlusconi ha chiesto che i magistrati vengano ricusati, in quanto “maldisposti” nei suoi confronti.

Se viene giudicato colpevole del reato dalla corte di appello, potrebbe andare in prigione; l’accusa non cadrà in prescrizione se non nel 2008. A differenza del reato di falso in bilancio, sarà molto difficile per il suo governo, se riesce a vincere le elezioni, depenalizzare il reato di corruzione ai giudici. Questo processo potrebbe essere unico nella storia giuridica italiana. Nessun presidente del consiglio in carica dal dopoguerra è mai stato indagato in un processo criminale.


Di casa con Cosa Nostra?

I problemi tra Berlusconi e la magistratura non si sono limitati a Milano. In Sicilia, mafiosi pentiti – in particolare Salvatore Cancemi, le cui deposizioni hanno aiutato gli inquirenti a condannare alcuni boss mafiosi – hanno rivolto pesanti accuse al dott. Berlusconi ed al suo intimo amico, Marcello Dell’Utri. Nel 1996, Cancemi affermò che entrambi erano in diretto contatto con il boss mafioso che, nel 1992, ordinò l’attentato in cui fu ucciso il magistrato anti-mafia Paolo Borsellino.

L’anno scorso, dopo un’indagine durata due anni, i magistrati hanno richiesto che l’investigazione venisse archiviata senza accuse. Non hanno trovato prove per corroborare le accuse di Cancemi. Nel 1996, un’altra indagine, anche questa basata su accuse fatte da Cancemi sui presunti rapporti tra Berlusconi e la Mafia è stata archiviata, in modo analogo, dopo due anni di lavoro.

Un’inchiesta parallela si concluse con incriminazioni a Dell’Utri per associazione a delinquere, accuse che egli nega. Con l’eccezione di Berlusconi, quasi tutti i testimoni dell’accusa nel processo, cominciato nel 1997, sono stati ascoltati. Secondo Ennio Tinaglia, avvocato per la provincia di Palermo costituitasi parte civile nel procedimento, la Procura ha “presentato prove molto forti dei legami strettissimi tra Dell’Utri e la Mafia”. La mera menzione della mafia fa sobbalzare i dirigenti Fininvest. “Nella graduatoria dei crimini solo la pedofilia è peggio della mafia. E’ una cosa terribile, vergognosa” dice Fedele Confalonieri, uno degli ex-colleghi di. Dell’Utri.

Ma chi è Dell’Utri? A parte un breve periodo alla fine degli anni settanta, Dell’Utri, di origine siciliana, ha lavorato con Berlusconi in Fininvest dal 1974 al 1994. Come amministratore delegato di Publitalia, la sezione pubblicità del gruppo, era responsabile della società che generava la cassa del gruppo Fininvest. Il Sig. Dell’Utri, parlamentare, fu un fondatore di Forza Italia e l’organizzatore della campagna elettorale di Berlusconi nel 1994.

Gli inquirenti hanno richiesto che Dell’Utri risponda ad accuse di concorso in diffamazione nei confronti di altri magistrati. Ed è attualmente indagato perché accusato di aver tentato di corrompere un testimone per l’accusa nel suo processo. Nel 1996, un procedimento penale ha rivelato che tra il 1989 ed il 1993 Dell’Utri ricevette donazioni, spesso in contanti, per un valore complessivo di 4 miliardi di lire dal dott. Berlusconi.

Se Berlusconi non è obbligato a testimoniare nei processi contro di lui, non può rifiutarsi di testimoniare nel processo contro Dell’Utri, neanche se sarà eletto Presidente del Consiglio. La procura lo interrogherà sulla sua amiciza di lunga data con Dell’Utri. E dovrà rispondere anche ad altre domande che sinora ha evitato, che comprendono il come e il perché dell’assunzione di Vittorio Mangano, un mafioso pluricondannato appartenente ad una potente gang di Palermo, per lavorare presso la villa di campagna di Berlusconi vicino a Milano per due anni negli anni ’70.

In cima alla lista degli inquirenti ci saranno le domande sulla documentazione dell’anti-Mafia relativa alle 22 società holding. E non dovrebbe essere tra le ultime domande poste quella relativa all’origine dei fondi di queste ventidue società. Così come quelle su una rete televisiva siciliana di cui Berlusconi fu coproprietario, insieme ad un’altra persona con legami mafiosi.

Nonostante le sue affermazioni di essere il prototipo dell’uomo che si è fatto da solo, Berlusconi ha avuto bisogno di molto aiuto da fonti malsane. Benchè lui dica di voler sostituire il vecchio sistemo corrotto, il suo impero né è in gran parte un prodotto. L’elezione di Berlusconi come primo ministro perpetuerebbe, anziché cambiare, le vecchie brutte abitudini italiane.

Inchiesta Economist su Berlusconi Leggi l'articolo »

Brigate dei martiri di al-Aqsa (al Fatah)

RAMALLAH – Un minaccioso volantino stilato della Brigate dei martiri di al-Aqsa (al Fatah) contro “quei palestinesi che vorrebbero assecondare i progetti di Stati Uniti ed Israele nella Regione” è stato distribuito stasera a Ramallah, in Cisgiordania, poche ore dopo la partenza del premier Abu Ala e del n.2 dell’Olp Abu Mazen.

Nel volantino viene apertamente minacciata la uccisione di quanti possano aver auto un ruolo nella improvvisa malattia del presidente palestinese Yasser Arafat. Secondo questi militanti armati di al-Fatah non è infatti da escludersi che il Rais sia stato avvelenato da collaborazionisti di Israele, all’ interno della Muqata, il quartier generale di Ramallah.

Altre severe minacce fisiche vengono rivolte a quanti fra i dirigenti palestinesi “pensano di mettere fine alla resistenza”.

Nel frattempo nel centro di Ramallah centinaia di persone si sono raccolte per dimostrare contro le accuse rivolte dalla moglie di Arafat, Suha, nei confronti della leadership palestinese.

Brigate dei martiri di al-Aqsa (al Fatah) Leggi l'articolo »

una lettera scritta col cuore

USA:

La madre del soldato

Tutta l’ansia della guerra in una lettera scritta col cuore

Non sono una pacifista. Sono una madre. Per natura, queste due figure sono inconciliabili: anche un tenero coniglio lotterebbe per proteggere i suoi cuccioli. Talvolta la difesa richiede azioni violente per proteggere la propria famiglia o la propria casa (e questa definizione di casa può facilmente essere estesa alla comunità e anche oltre); ma la violenza, non importa come viene giustificata richiede sempre un pedaggio pesante. E la violenza portata alla sua estrema conseguenza, la guerra, impone i costi più elevati. Può esserci forse una guerra giusta, ma certo non esiste una guerra buona. E le sofferenze provocate da una guerra ingiusta sono insopportabili.

Io ne so qualcosa dei costi di una guerra ingiusta: mio figlio, Nick, soldato di fanteria nell’esercito degli Stati Uniti, sta combattendo in Iraq. Non parlo a suo nome. Non potrei anche se lo volessi, perché tutto quello che ho potuto sentire attraverso il “filtro parentale” è: “Sto bene, mamma, non ti preoccupare, sto bene, va tutto bene, bene, bene, stiamo tutti bene, proprio bene”. Ma io so in cosa consistono alcuni dei costi della guerra e posso sentirli dentro di me.

Innanzi tutto, l’aspetto minore: il mio costante senso di panico e disperazione; una rabbia totale che si alterna a una paura che ti pietrifica; I torrenti di lacrime che si accompagnano a un senso esasperante di impotenza e vulnerabilità. Mio figlio è in una situazione di pericolo mortale in cui non avrebbe mai dovuto trovarsi. Mi sento come una leonessa in gabbia, il mio cucciolo è in pericolo e tutto quello che posso fare è lanciarmi furiosamente contro le sbarre…senza riuscire a proteggerlo. La mia capacità di tolleranza per le stronzate è pari a zero e ho risposto male a più persone negli ultimi mesi di quanto non avessi fatto nel corso di tutti i 48 anni precedenti.

Per la prima volta nella mia vita, con mio grande stupore e sofferenza, provo un sentimento che posso descrivere solo come odio. Ci ho messo molto tempo ad ammetterlo, ma è proprio così. Detesto l’arroganza, l’insensibilità e le menzogne di quella parte dell’amministrazione Bush che ci ha portato a questa guerra. Per dire la verità, detesto anche coloro che, ingenui e molto umani, si sono nutriti di quelle menzogne. Non provo nessuna soddisfazione nell’ammettere ciò, solo tristezza e consapevolezza. E la speranza che, col tempo, saprò fare di meglio. Non ho mai desiderato odiare nessuno. Lo Xanax aiuta un po’. Almeno tiene lontani in qualche modo quei debilitanti attacchi di panico, in modo che io possa far passare un altro giorno. Un’amica nella stessa situazione trova aiuto ogni notte in una confezione da sei birre; un’altra si è sprofondata in un suo mondo che nega la realtà. Bello.

Poi c’è il dissenso che si è venuto a creare tra me e parte della mia grande famiglia. Loro non vedono le bugie alla base di questa guerra. Sono come fedeli che credono ciecamente in una falsa verità, bevendosi le paure sbandierate da Bush, la sua andatura e gli atteggiamenti da falchetto e apprezzando il suo”bring ‘em on” (la frase che Bush disse riferendosi agli attacchi degli insorti in Iraq: vuol dire “fatevi sotto”, NdT) come segno di forza e risolutezza. Forse in questo modo la vita è più semplice. Queste stesse persone conoscono mio figlio fin da quando era un bambino, l’hanno tenuto in braccio, l’hanno amato e hanno giocato con lui, gli hanno comprato dei regali per il compleanno e l’hanno portato a pescare. Io non riconosco più loro.

Ma basta con i miei lamenti. Mio figlio è vivo e tutto di un pezzo, a differenza dei 1.102 soldati americani morti e dei 7.782 feriti gravemente; che insieme fanno un totale di 8.884 uniformi sporche di sangue, senza contare i 20.000 soldati circa, di cui il dipartimento della Difesa non parla pubblicamente, ricoverati fuori dall’Iraq per “ferite non imputabili ai combattimenti.” Ogni morte, ogni ferimento mi brucia come un coltello nello stomaco, per tutti questi figli e queste figlie dell’America. E so che anch’io non sono esente dal rischio che un giorno qualcuno bussi alla mia porta.

E cosa vogliamo dire del popolo iracheno? Quante perdite hanno dovuto subire? Quante decine di migliaia di morti e feriti? Quante madri irachene hanno pianto e stanno piangendo per i loro figli perduti? Temo che non lo sapremo mai, perché anche se il Pentagono ha iniziato, in maniera molto blanda, a contare le morti irachene, vi sono poche probabilità di effettuare una verifica accurata delle morti tra i civili. Si sa, sono “danni collaterali.”

Sì, mio figlio è vivo e, per quanto ne so, sta bene. Vorrei poter dire lo stesso di alcuni suoi amici.

Un giovane coinvolto in pesanti combattimenti nel corso dell’invasione oggi è così debilitato dal disordine da stress post-traumatico da avere continuamente flashback in cui sente l’odore della carne bruciata; non può chiudere gli occhi senza vedere teste umane schiacciate come rane in mezzo alla strada o donne e bambini morti o morenti , bruciati, insanguinati e smembrati. A volte sente il rumore della battaglia attorno a sé ed è già stato ricoverato due volte per tendenze suicide. L’ultima volta che è stato a casa in licenza, questo uomo di 27 anni strisciava fino alla stanza della madre, la notte, e piangeva per ore tra le sue braccia. Invece di ricevere le cure per lo stress, è stato congedato “con disonore” dall’Esercito. Il resto della sua unità tornerà in Iraq a febbraio.

Un altro amico di Nick è stato ferito in modo così orribile quando il suo Humvee si è fermato sopra uno IED (artefatto esplosivo improvvisato, NdT). Non ha neppure avuto il tempo di sollevare istintivamente le braccia e proteggersi la faccia. I frammenti si sono conficcati nell’occhio destro, riducendolo in poltiglia, e sono penetrati nel suo cervello. È in coma da marzo. Sua madre passa ogni giorno con lui in ospedale; sua moglie è distrutta e la loro bambina di un anno e mezzo non conosce neppure il padre. Ma l’amico di mio figlio è un combattente e sta facendo progressi costanti verso il ritorno alla coscienza. Ha una lunga battaglia davanti a sé, una battaglia che non avrebbe mai dovuto affrontare, e la sua famiglia ha dovuto lottare per ottenere i trattamenti che gli servono. Grazie tante per il sostegno all’esercito. Vado a fargli visita ogni settimana e mi si spezza il cuore nel vedere quei volti ustionati, gli arti mancanti, quelli che zoppicano, gli sguardi assenti che uno incontra in un reparto militare di cure intensive. Di fronte all’ospedale c’è un cannone e ogni pomeriggio lo fanno sparare. Dovreste vedere come quei poveri ragazzi si buttano a terra. Anche se sono state avanzate numerose richieste di far cessare questa pratica per il bene dei reduci feriti, il generale in carica si rifiuta. Buum.

Poi c’è l’amico curdo di Nick, di 24 anni; figlio di insegnanti, diplomato, poliglotta e molto intelligente. Lavora come interprete per l’esercito degli Stati Uniti per 600 dollari al mese e vive alla base, dov’è relativamente al sicuro. (Gli interpreti per i committenti privati prendono 7.200 dollari al mese). Vuole viaggiare negli States per migliorare la propria educazione, ma ora non vengono rilasciati visti agli iracheni. Una volta che l’esercito non avrà più bisogno di lui, lo rispediranno semplicemente per la strada. Un potenziale morto che cammina per aver lavorato con gli americani? Mio figlio dà un grande valore alla lealtà nei confronti della famiglia e degli amici, ed è abituato a mettere in pratica quello che dice. Questa può essere una lezione dura e amara sulla mancanza di principi del resto del mondo. Il mio cuore soffre per il suo amico iracheno come per lui.

Un anno fa, a gennaio, quando Nick è partito per l’Iraq, io ho concesso a me stessa il permesso di impazzire per la durata della sua permanenza al fronte. Per Dio, ci sono riuscita proprio bene, senza scuse o giustificazioni. E oso affermare che ci sono almeno altre 139.999 madri che hanno fatto lo stesso, anche se, tenendo in considerazione la rotazione dei militari per mantenere là nella sabbia la magica cifra di 140.000 militari, il numero delle madri impazzite potrebbe salire a 300.000, o forse più. Proprio ora, forse, dovreste stare bene attenti a non tagliare la strada a una signora di mezza età.

So che ci sono madri di soldati che vedono la guerra in Iraq attraverso lenti ideologiche diverse dalle mie. A volte le invidio. Dio, come deve essere più semplice credere che il proprio figlio o la propria figlia stiano lottando per una causa nobile e giusta! Ma per quanto io cerchi di analizzare l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, tutto quello che vedo sono menzogne, corruzione e cupidigia alimentata da un deciso aumento del petrolio. Soldati reali vengono ridotti a brandelli nelle loro Hummer in modo che gli abitanti delle periferie motorizzate d’America possano giocare nelle loro.

Per me e la mia famiglia, i costi di questa guerra sono reali, non astratti. Ogni giorno, io combatto i miei demoni che parlano di tremende possibilità, li ricaccio nell’ombra, negli oscuri recessi della mia mente. Ogni notte, loro sibilano e mi sussurrano di un vile destino di buio e disperazione. Ordino a queste voci di tacere, ma troppo spesso loro ridono e si prendono gioco della mia volontà.

Mi chiedo se George Bush ha mai sentito queste voci.

E mi chiedo anche… quanto siamo disposti a pagare per un gallone di benzina?

 
Teri Wills Allison
www.emergency.it

una lettera scritta col cuore Leggi l'articolo »

John Kerry

“Non riesco a credere di stare perdendo di fronte a
questo idiota”.
Frase pronunciata da John Kerry quando i sondaggi
ricominciarono a dare speranze al Presidente

John Kerry Leggi l'articolo »

SABATO 13 NOVEMBRE A ROMA PER LA PALESTINA e L’IRAQ

SABATO 13 NOVEMBRE A ROMA

Ore 14.00 da P.zza della Repubblica

MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER LA PALESTINA

ED IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’IRAQ

————————————————————————————————————————————–

Il Muro dell’Apartheid che il governo Sharon sta costruendo in Cisgiordania, costituisce uno dei più grandi progetti di annessione di terre, distruzione e pulizia etnica di questi ultimi decenni e, puntando a rendere impossibile la nascita di uno stato palestinese sovrano, costituisce un colpo mortale a qualsiasi soluzione negoziata del conflitto. Il Muro dell’Apartheid – lungi dal fornire qualsiasi sicurezza allo stato di Israele (che sola potrà venire dal rispetto del diritto internazionale, delle risoluzioni dell’Onu, della convenzione di Ginevra, dei diritti fondamentali del popolo palestinese) – annettendo direttamente o indirettamente ad Israele un buon 50% della Cisgiordania, rinchiudendo i palestinesi in veri e propri ghetti, separati gli uni dagli altri, asfissiando qualsiasi possibilità di movimento, di lavoro, di reddito, di istruzione, di utilizzo dei già scarsi servizi presenti a Gerusalemme est e nelle principali città, impone alle popolazioni della Cisgiordania condizioni di vita insostenibili e tali da spingerle ad un esodo strisciante dal loro paese. Il terzo esodo in ordine di tempo, dopo quelli, drammatici, del 1948 e del 1967, in conseguenza dei quali la maggior parte del popolo palestinese è oggi profuga al di fuori del proprio paese.
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha sentenziato l’illegalità del Muro, sostenendo che esso, scorrendo all’interno dei territori occupati e non sul confine con Israele del 1967, è strumento di annessione di terre e che, violando i diritti delle popolazioni locali, è in aperta violazione della Convenzione di Ginevra e del diritto internazionale. Sulla base di tale giudizio, la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja ha invitato tutti gli Stati a “non dare aiuti o assistenza nel mantenimento della situazione creata da tale costruzione”. La Convenzione di Ginevra, imponendo infatti a tutti gli stati firmatari di intervenire presso coloro che la violano per assicurarne il rispetto, imporrebbe al nostro paese e all’Unione europea di prendere tutte quelle misure necessarie per spingere il governo di Tel Aviv a rispettare i diritti fondamentali del popolo palestinese. Tra queste misure – senza trascurare il congelamento dei rapporti economici, diplomatici e commerciali, come già avvenne con il regime sudafricano dell’apartheid – il già troppo a lungo rinviato congelamento del trattato di associazione di Israele all’Unione europea (previsto dallo stesso Trattato all’articolo 2 sul rispetto dei diritti umani) sarebbe particolarmente efficace e politicamente significativo.

 


Oltre un anno fa, gli USA e i loro alleati, nell’ambito di un progetto per il controllo neo-coloniale della strategica area del Medioriente e di subordinazione delle altre future potenze economiche (come la Cina, il Giappone e l’Unione Europea), hanno esteso il loro controllo diretto fino all’Iraq, sulla base di motivazioni rivelatesi del tutto false e pretestuose, attaccando e distruggendo città irachene, massacrando e umiliando la popolazione locale, gettando i semi per una divisione del paese su basi etniche e confessionali con la creazione di istituzioni locali a loro asservite basate sulle appartenenze religiose o etniche. Nella realizzazione di tale progetto, che ha trovato un’inaspettata resistenza da parte della popolazione irachena, gli eserciti di occupazione stanno utilizzando in Iraq le stesse tecniche già utilizzate da Israele nei territori occupati di Palestina, dalle rappresaglie collettive alle torture, al disprezzo per la cultura e le tradizioni delle popolazioni locali. Del resto, l’occupazione e la distruzione del più importante paese arabo della regione – come sostenuto dai più importanti teorici “neocons” vicini ad Ariel Sharon presenti ai vertici dell’Amministrazione Bush e protagonisti della guerra all’Iraq – costituiscono parte integrante del progetto per una annessione definitiva ad Israele dell’intera Palestina e per la balcanizzazione dei paesi arabi, così da assicurare una totale supremazia israelo-americana sul Medioriente e sulle sue risorse.
Una politica di guerra e di destabilizzazione destinata a moltiplicare violenze e terrorismi, di stato e privati, profondamente contraria agli interessi della pace e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e alla quale è necessario porre al più presto un freno con precise prese di posizione e atti concreti da parte dei governi, dei movimenti, delle forze democratiche, rafforzando anche la posizione di quelle minoranze che in Israele sostengono la necessità di un ritiro dai territori occupati nel 1967, la nascita di uno stato palestinese sovrano con capitale Gerusalemme est e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
In questo ambito, la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid e il Meeting internazionale del movimento contro la guerra e la globalizzazione – tenutosi a Beirut dal 17 al 19 settembre – hanno invitato al boicottaggio dell’economia di guerra israeliana, all’adozione di sanzioni internazionali contro il sistema di Apartheid creato nei territori occupati, e sollecitato il ritiro di tutte le truppe di occupazione dall’Iraq. Raccogliendo l’appello per una settimana internazionale di mobilitazione su queste parole d’ordine dal 9 al 16 novembre, invitiamo a costruire iniziative di informazione e lotta in tutte le città e ad organizzare una grande manifestazione nazionale unitaria a Roma per sabato 13 novembre.

 

· CONTRO IL MURO IN PALESTINA E PER LA FINE DELL’OCCUPAZIONE DELLA WEST BANK, DI GERUSALEMME EST, DELLA STRISCIA DI GAZA E DELLE ALTURE DEL GOLAN

 

· PER LA CESSAZIONE DELL’ASSEDIO ALLE CITTA’ E AI DIRIGENTI PALESTINESI E LA LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI POLITICI

 


· PER OTTENERE IL RISPETTO DELLA CONVENZIONE DI GINEVRA, DELLE RISOLUZIONI DELL’ONU (181, 194, 242, 338) E DEI DIRITTI FONDAMENTALI DEL POPOLO PALESTINESE

 


· PER IL CONGELAMENTO DEL TRATTATO DI ASSOCIAZIONE DI ISRAELE ALL’UNIONE EUROPEA E DEI RAPPORTI ECONOMICI, DIPLOMATICI E COMMERCIALI CON ISRAELE PER OTTENERE IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI E NAZIONALI DEI PALESTINESI

 

· PER IL RITIRO DEL CONTINGENTE ITALIANO E DI TUTTE LE TRUPPE DI OCCUPAZIONE DALL’IRAQ

 

· PER UN MEDIORIENTE DI PACE SENZA ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA

 

ROMA SABATO 13 NOVEMBRE, ore 14 P.zza della Repubblica MANIFESTAZIONE NAZIONALE

SABATO 13 NOVEMBRE A ROMA PER LA PALESTINA e L’IRAQ Leggi l'articolo »

INSCIALLAH

PARIGI – Yasser Arafat e’ vivo. Versa in uno stato ”molto complicato, molto grave e stabile”. Poche parole, come sempre, ma almeno certe e autorevoli: al posto del laconico generale Estripeau dell’ospedale militare il bollettino di oggi a Parigi lo ha firmato Michel Barnier, ministro degli Esteri. Ma nel mondo tutti parlano sempre piu’ insistentemente di veleno, una sostanza tossica che avrebbe gia’ messo fuori uso il fegato di Arafat.

Improvvisamente, la situazione che pareva cristallizzata a Parigi sembra movimentarsi: arrivano domani nella capitale francese il primo ministro palestinese Abu Ala (Ahmad Qorei), l’ex premier Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e il ministro degli Esteri, Nabil Shaath. Barnier ha tenuto a rassicurare tutti coloro che cominciavano a temere di tutto per il paziente, segregato da 10 giorni e mai avvistato da testimoni imparziali: ”Yasser Arafat – ha affermato il responsabile del Quai d’Orsay – e’ curato e bene in Francia, come la sua famiglia e le persone a lui vicine hanno voluto”. Neanche lui, pero’, ha smentito la voce che ha fatto il giro del pianeta ed e’ sempre piu’ insistente: ”avvelenamento? Nulla consente di affermare che tale ipotesi sia corretta”, si e’ limitato a commentare Barnier.

Il leader palestinese sta male da un mese. Dieci giorni fa, questo e’ stato affermato, le sue condizioni erano talmente peggiorate che la moglie Suha ha deciso il trasferimento a Parigi in un ospedale specializzato. Il problema era il sangue, anomalie difficili da comprendere nell’assedio della Muqata. E poi c’era una forte dissenteria, vomito e dolori lancinanti allo stomaco: un quadro tipico dell’intossicazione da veleno, che – nell’unico, scarno bollettino dei medici – e’ stato parzialmente confermato. Qualcosa non va nel sangue, dissero i sanitari francesi, e ci sono ”problemi della digestione”.

Oggi, il braccio destro di Arafat, Abu Rudeina, e’ stato costretto a smentire una dichiarazione che la tv Al Arabiya gli aveva attribuito su problemi al fegato del presidente. E invece, proprio su quello stesso organo vitale si sono concentrate oggi gli ”spifferi” quotidiani dall’ospedale Percy. ”La debolezza del fegato – ha spiegato una fonte palestinese in contatto con l’entourage dell’ospedale – indica che ormai l’organismo di Arafat e’ invaso da una sostanza tossica che ha colpito i suoi organi. Nella maggior parte di questi casi si muore”.

Un membro della delegazione arrivata 10 giorni fa dalla Cisgiordania ha aggiunto che dal fegato in giu’ l’organismo di Arafat e’ irrecuperabile, mentre ”il cuore e il cervello funzionano sempre”. Senza speranza le richieste di un commento al generale Estripeau, che – come vuole la consorte Suha – non concede nulla alle esigenze di informazione. Ulteriori indiscrezioni aggiungono poi con insistenza che, da un momento all’altro, il rais potrebbe essere trasferito al Cairo, per misteriosi nuovi esami. Provette con il sangue di Arafat sarebbero gia’ state spedite con la massima urgenza da Parigi a centri specializzati in Europa e in America.

Colei che da molti viene indicata come l’unica in grado di prendere decisioni riguardanti Arafat, la moglie Suha, e’ intervenuta in modo deciso, inviando un messaggio alla direzione palestinese riunita a Ramallah. Lo ha fatto tramite Mohammad Dahlan, il discusso uomo forte di Gaza, che da un paio di giorni si aggirava attorno all’ospedale di Clamart. Si ignora il contenuto del messaggio, ma le indiscrezioni dicono che contenga la verita’ sulle condizioni di Yasser Arafat. Quella che anche il presidente Jacques Chirac, che e’ andato giovedi’ scorso a trovare il rais al capezzale, conosce. E che avrebbe comunicato per telefono a George W. Bush.

PROVETTE IN VOLO DALLA FRANCIA – Una stazione televisiva araba, al-Arabya, ha intanto affermato che i medici francesi non sono riusciti in alcun modo a comprendere che cosa esattamente abbia provocato il crollo fisico di Arafat. Provette con alcune dosi del suo sangue sarebbero state inoltrate dalla Francia verso moderni laboratori in Usa o in Europa. Da quelle provette ci si attende adesso la risposta ai molti interrogativi.

INSCIALLAH Leggi l'articolo »

Torna in alto