Ottobre 2004

pacifista italiano aggredito da israeliani incapucciati

Cisgiordania: pacifista italiano massacrato di botte     

 REDAZIONE


Un braccio fratturato e una sospetta lesione ad un rene. Sono queste le conseguenze dell’aggressione subita ieri da Adriano Rossi, un venticinquenne di Bergamo picchiato senza alcuna pietà in Cisgiordania.
Rossi si trovava in Medioriente per conto di “Operazione Colomba”, organizzazione pacifista del mondo cattolico.

Stava accompagnando, a scuola un gruppo di ragazzi di Hirbet a-Thawneh, piccolo centro a sud di Hebron, quando è stato avvicinato da alcuni uomini incappucciati che, armati di pietre e bastoni, lo hanno selvaggiamente picchiato. Il giovane, rimasto a terra svenuto dopo le violenze subite, è stato trasportato da un’autoambulanza al pronto soccorso di Beer sheeva. I medici hanno assicurato che non si trova in pericolo di vita. Se la sono cavata con qualche ferita leggera i quattro pacifisti (due ragazzi americani e due ragazze israeliane) che erano con lui.

Secondo le prime indiscrezioni gli aggressori potrebbero essere dei coloni israeliani, non nuovi a spedizioni volte ad impedire agli studenti palestinesi di attraversare il vicino insediamento di Maon per recarsi a scuola. La scorsa settimana violenze analoghe erano state subite da due volontari americani. La Magistratura dello Stato ebraico ha aperto un’inchiesta.


thanx to Strega

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Michael Moore: mutande in cambio di voti???

Compra voti in cambio di biancheria

 

Il Repubblicani del Michigan hanno chiesto a quattro procuratori di verificare le spese del regista Michael Moore, da loro accusato di aver offerto biancheria intima, pasta e snack a studenti dei college in cambio della loro promessa di voto. La notizia è apparsa su un quotidiano locale, il Detroit Free Press.

“Noi vogliamo che tutti partecipino alle elezioni di novembre – ha spiegato Greg McNeilly, segretario del partito Repubblicano del Michigan – ma non perché le persone vengono corrotte o costrette. Le azioni illegali di Moore, nel tentativo d’influenzare questa elezione, non possono essere ignorate”. Saranno i procuratori delle contee di Wayne, Ingham, Antrim e Isabella a verificare l’imputazione di violazione della legge elettorale del Michigan. La norma vieta a chiunque di dare qualcosa di valore in cambio della promessa del voto.

Moore, originario di Flint, sta facendo un giro del paese e sta implorando gli “slackers”, cioé quelli che solitamente non votano, per convincerli a partecipare allo scrutinio di quest’anno, dicendo loro che potrebbero fare la differenza nella corsa presidenziale. Ha fatto tappe in diverse università all’interno di un tour pre-elettorale a favore del candidato democratico alla Casa bianca, John Kerry. Secondo le accuse dei repubblicani il regista si farebbe promettere la partecipazione al voto in cambio di regali, e questo sarebbe contrario alle leggi vigenti nel Michigan. Ai giovani studenti che si apprestano a votare per la prima volta Moore avrebbe offerto vari premi, tra cui biancheria intima, il rifornimento annuale di Tostitos e di pasta.

Maria Miller, portavoce del procuratore della contea di Wayne, non ha voluto commentare la vicenda

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Quanto guadagna? lo stipendio di Simona Torretta e Simona Pari

stralci da l’intervista di Giuseppe Pietrobelli del Gazzettino a Massimo Atzu responsabile di “Un ponte per”.

Ed eccoci alle due Simone, “cooperanti” ed “espatriate”. «Chi si può permettere di vivere senza soldi, soprattutto con un lavoro così rischioso?» spiegano ad «Un Ponte per…» di fronte all’osservazione che le due donne non erano volontarie pure. L’inquadramento è corrispondente ad un terzo livello del settore Commercio (“full time” da 40 ore), aumentato da un’indennità di 225 euro al mese. Il totale? Circa 1.500 euro netti al mese, euro più, euro meno, a seconda del numero di giorni o di festività. In aggiunta vi sono l’assicurazione sulla vita (obbligatoria per le Ong), l’alloggio e i trasporti. Il vitto veniva risolto a Baghdad con una cassa comune, ma si trattava comunque di una cifra modesta.Lo stipendio non cambiava a seconda dei progetti in Iraq (sostegni sanitari, emergenza acqua, biblioteche, riabilitazione scuole, educazione infantile, educazione sanitaria), perché gli interessati rinunciavano ad eventuali stipendi maggiorati che fossero liquidati dagli organismi internazionali finanziatori. La differenza finiva così nel bilancio dell’organizzazione che nel 2003 ha registrato entrate per un milione 869 mila euro (65 per cento di contributi pubblici, 30 per cento fondi da privati) e uscite per un milione 610 mila euro (498 mila euro per materiali di consumo, 940 mila per servizi, 35 mila per il personale, 76 mila per godimento beni di terzi, 65 mila per oneri diversi di gestione).

Millecinquecento euro al mese sono tanti o pochi per lavorare in Iraq di questi tempi, dedicandosi ai poveri, ai malati e ai bambini? «Non sono stipendi paragonabili a quelli italiani per queste qualifiche. Non dimentichiamo che Simona Torretta è capo missione, e Simona Pari è stata a capo dei progetti. E comunque i nostri stipendi sono bassi nel panorama del volontariato. Reggiamo ancora l’urto della professionalizzazione, con una sistema misto che comporta ancora quote di volontariato puro» commenta Massimo Atzu.

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Bush e Cherry concordi nel sostenere israele genocida

bush e kerry ignorano il conflitto israelo-palestinese
1 ottobre 2004


Sono stati molti i temi importanti di politica estera dimenticati da George W. Bush e dallo sfidante John Kerry nei novanta minuti del duello televisivo, il primo dei tre previsti nella campagna per le elezioni presidenziali del 2 novembre. Ma è clamorosa la mancanza di attenzione per il conflitto israelo-palestinese. Soltanto un breve accenno ciascuno e in tutti e due i casi si è trattato solamente di un riferimento nel contesto di una pacificazione dell’Iraq, ma mai si è entrati nel merito di un conflitto di cui non si vede via d’uscita. “Un Iraq libero sarà un alleato nella guerra contro il terrorismo e questo è essenziale”, ha affermato Bush, “un Iraq libero costituirà un potente esempio in quella parte del mondo alla disperata ricerca della libertà. Un Iraq libero contribuirà a rendere più sicuro Israele”. Kerry, difendendo il suo piano per gestire il pantano iracheno, si è limitato a dire: “Intendo fare la cosa giusta per questi soldati, perché è importante per Israele, è importante per l’America, è importante per il mondo, è importante per la guerra contro il terrorismo”.

Secondo Jon Alterman, a capo del programma Medio Oriente del Centro di studi strategici e internazionali, come riporta l’Agi, l’accenno frettoloso dimostra che Israele non è materia di contrasto fra i due candidati, sostanzialmente sulla stessa linea di sostegno al governo dello Stato ebraico.

 www.Agi.it

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gianfranco fini e SAN FRANCESCO!

Oltre l’incredibile.


Fini, non un cretino qualsiasi ma il vice Capo del Governo, è andato ad Assisi. E fin qui niente di irreparabile. Ma poi, durante le commemorazioni della giornata dedicata al Santo, ha sostenuto che San Francesco ammetteva la legittima difesa. Ora, credo che chiunque abbia fatto due ore di Catechismo sappia che questa affermazione è priva di senso. Infatti pare assodato, grazie ai Vangeli (mica “Il Manifesto”), che Gesù ebbe a dire: se vi colpiscono porgete l’altra guancia. E non lo disse mentre era ubriaco fradicio durante le famose Nozze di Cana. Lo disse da sobrio e pare fosse un’idea centrale della sua predicazione. Ora visto che San Francesco non disse mai: “Il Vangelo mi va bene eccetto quella stronzata del porgere l’altra guancia..” non c’è motivo di pensare che la filosofia del Santo andasse contro l’insegnamento di Gesù, che per inciso quando parlava lo faceva in veste di Figlio di Dio, cioè non uno stupidotto qualsiasi.
Se poi, madre mia, uno volesse sobbarcarsi un’indagine approfondita sul pensiero del Santo, potrebbe andare a leggersi il testo scritto dietro qualsiasi santino di Francesco e scoprirebbe che la sua Chiamata alla Fede avvenne proprio sugli insanguinati campi di battaglia
dell’Umbria, Fu l’orrore per la violenza e la miseria a spingerlo a donare tutte le sue ricchezze ai derelitti e a vivere in povertà costruendo comunità agricole dove
tutto veniva condiviso. Se poi uno avesse un minimo di tempo, giusto per leggersi la biografia di San Francesco del Bignami, potrebbe scoprire che egli fu tra i pochi a tentare di
fermare le guerre tra cristiani e musulmani.
Francesco partì per le Crociate in Terra santa. Ma
Francesco non andò a combattere in Terra santa. Una
volta sbarcato camminò
a piedi e senza armi nei territori musulmani, fino a
raggiungere la reggia del gran sultano El Kamil. Il
sultano lo accolse con grande rispetto e ascoltò quanto
aveva da dire. Francesco propose una tregua e un modo
di uscire dalla guerra.
Francesco non ottenne la pace ma ci provò. Che c’entra
questo con la legittima difesa? Ma questo Fini lo sa.
Tanto che vi ha accennato nel suo discorso.
E allora?
Allora non è strano che Fini arrivi a travisare la vita di
San Francesco per scopi di bassa bottega. Lo scandalo è
che lo fa sapendo che alla fin fine la passerà liscia.
Si incazzeranno i soliti militanti della sinistra (che tanto
sono già incazzati) ma la maggioranza continuerà a
guardare il Grande Bordello contenta che anche a San
Francesco gli piaceva menare le mani e magari pigliava
pure le mazzette.
Era un uomo anche lui. in fin dei conti.
Lo so che rischio di essere monotono, ma mi girano i
coglioni.
Vorrei vivere in un mondo nel quale quando uno dice
che San Francesco ammetteva la legittima difesa la sera
stessa il Papa in persona telefona a Striscia la Notizia per
dire: “Ma checcavolo dice questo Fini?”
Chiedo troppo?
Chiedo il minimo.
Non me la prendo con nessuno in particolare. E’ la
stupidità umana il problema.
Forse tutto comincia proprio da Dio.
Non poteva fare gli esseri umani un po’ migliori?
Chennessò, dotarci di un servomeccanismo che renda
disgustosa la violenza?
Cosa gli costava?
E’ veramente onnipotente o fa solo lo sbruffone?
Caro Dio, pensaci per favore. Perché qua sulla terra non
riusciamo proprio più a sopportare la situazione.
E spero che San Francesco, che dovrebbe essere seduto
vicino a te magari dica una parola buona.
Che sia fatta la Tua Volontà.
Comunque.
Anche se a volte chi la capisce è bravo.
Salute a tutti.
Anche a Fini, che da piccolo lo hanno trattato male. La
mamma lo allattava con la pistola ad acqua caricata col
latte.
E intanto (lei) faceva BANG! BANG! con la bocca.
Povera creatura.
Siamo tutti figli di Dio.

Simone Canova, Jacopo Fo, Gabriella Canova, Maria Cristina Dalbosco

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l’assassino di Lennon libero?

Usa: in esame la liberta’ per l’assassino di Lennon


WASHINGTON – E’ iniziato oggi l’esame della richiesta di liberta’ vigilata inoltrata per la terza volta dall’assassino di John Lennon, Mark Chapman. I legali di Chapman, che compira’ 50 anni l’anno prossimo, insistono sul fatto che l’assasino del cantante ha avuto un comportamente esemplare in carcere, dovuto anche alla sua conversione al cristianesimo. Yoko Ono ha invece dichiarato di non aver perdonato l’assassino del marito; e a sfavore della scarcerazione anticipata dell’assassino di Lennon si registra anche una petizione che circola, in questi mesi, su Internet, e che ha ottenuto oltre 2.000 firme. www.corriere.it

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tutte le risoluzioni ONU non rispettate da Israele

Settantatre (73) risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele

Nessun ispettore, Nessuna guerra per farle rispettare.

 

Principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che esprimono condanna all’operato di Israele. Le risoluzioni sono citate per numero e data; se ne indicano inoltre degli estratti che ne illustrano il contenuto.
 
1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)
Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’ decise dalla Commissione stessa.
 
2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)
Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14-15 ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU); esprime la piщ forte censura per questa azione, che puт pregiudicare le possibilitа di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.
 
3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)
Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autoritа israeliane e’ stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate-il-fuoco disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
 
4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)
Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha giа condannato le azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni; condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una flagrante violazione dei provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluzione 54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni Unite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da parte del governo israeliano.
 
5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)
Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la “zona di nessuno” a Gerusalemme.
 
6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)
Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.
 
7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)
Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.
 
8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)
Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano.
 
9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)
Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.
 
10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)
Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.
 
11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)
Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.
 
12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)
Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.
 
13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)
Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.
 
14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni.
 
15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che verifichi lo stato di occupazione.
 
16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)
Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.
 
17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.
 
18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)
Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.
 
19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.
 
20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)
Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su Gerusalemme.
 
21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)
Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.
 
22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.
 
23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)
Il Cs chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.
 
24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)
Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.
 
25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)
Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.
 
26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)
Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.
 
27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)
Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.
 
28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)
Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.
 
29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)
Il CS condanna Israele per aver violato la sovranitа del Libano.
 
30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)
Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.
 
31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)
Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.
 
32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)
Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.
 
33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)
Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping dell’ONU.
 
34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)
Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.
 
35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.
 
36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.
 
37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)
Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.
 
38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)
Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.
 
39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)
Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.
 
40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)
Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di non deportare Palestinesi.
 
41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)
Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.
 
42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)
Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.
 
43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)
Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua “Legge Fondamentale”.
 
44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)
Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.
 
45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)
Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari dell’Iraq.
 
46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)
Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.
 
47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)
Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.
 
48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)
Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.
 
49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.
 
50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di rifornimenti alimentari.
 
51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)
Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.
 
52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)
Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.
 
53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)
Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.
 
54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)
Il Cs condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante l’attacco al quartier generale dell’OLP.
 
55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)
Il CS ricorda le precedenti richieste affinchй Israele ritirasse le sue forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.
 
56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)
Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Universitа’ di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.
 
57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)
Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano il diritti umani dei Palestinesi.
 
58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)
Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.
 
59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)
Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato civili palestinesi.
 
60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)
Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.
 
61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)
Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.
 
62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)
Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram al-Sharif/Tempio della Montagna.
 
63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’Onu.
 
64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)
Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.
 
65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)
Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.
 
66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.
 
67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di Israele e chiede il loro immediato ritorno.
 
68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)
Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessitа di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese;
prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunitа internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilitа della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilitа israeliane.
Condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di
coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.
 
69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)
Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle cittа palestinesi, compresa Ramallah.
 
70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)
Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.
 
72) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)
Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin, alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).
 
73) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)
Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella cittа di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle cittа palestinesi e il loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.
 
Fonti:
1. Paul Findley, Deliberate Deceptions: Facing the Facts about the US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence Hill, 1993)
2. http://www.un.org/documents/scres.html

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le forze armate israeliane «non sono esenti da errori».

ARRESTATI 13 DIPENDENTI ONU: TERRORISTI PER ISRAELE

 
Sono 13 i palestinesi dipendenti dell’Onu arrestati da Israele dal 2000 ad oggi: verranno incriminati per aver partecipato ad azioni terroristiche. Lo ha dichiarato il capo delle operazioni militari dello stato maggiore israeliano Yisrael Ziv rispondendo alle domande riguardo al video realizzato da un aereo spia israeliano che mostrerebbe militanti
palestinesi a Gaza che stanno caricando un missile Qassam a bordo di un’autombulanza dell’Unwra, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati. Dalle Nazioni Unite è stato risposto ad una prima analisi del video l’oggetto trasportato sembra essere una barella, ma il segretario generale Kofi Annan ha annunciato l’invio di una missione per indagare sull’accaduto. Intanto l’esercito israeliano ha tolto dal suo sito la copia del video ripreso dal ‘drone’ e Ziv, pressato dalle domande dei giornalisti che chiedevano una conferma delle accuse rivolte nei giorni scorsi all’Onu, ha dichiarato che le forze armate israeliane «non sono esenti da errori». Alla domanda diretta, cioè se nel video appare un missile o una barella, ha risposto: «Credo che non dobbiamo guardare all’oggetto ma al contesto. I dipendenti dell’Unrwa stanno sfruttando i mezzi dell’agenzia per sostenere attività terroristiche».
www.corriere.it

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Russia: approvato protocollo di Kyoto

Il governo della Russia ha approvato il protocollo di
Kyoto. L’approvazione finale da parte del Parlamento
sembra sia solo una formalità. I ministeri con
competenza ambientale hanno 3 mesi di tempo per
preparare una serie di misure pratiche per ridurre le
emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera.
Grazie all’adesione della Russia il protocollo entrerà in
vigore in tutto il mondo e nascerà un mercato delle
emissioni inquinanti. Gli Stati che inquinano di più
dovranno comprare “Carbon credit” da altri Stati.
C’è però anche un altro risvolto della vicenda: “il
governo dovra’ essere onesto nei confronti della gente e
spiegare che la ratifica del Protocollo di Kyoto tocchera’
i loro interessi”.

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Ayad Anwar Wali, e Yalmaz Dabja, in Iraq per vendere mobili,

Uccisi gli ostaggi dimenticati da tutti

di Toni Fontana

 

«Ci sentiamo tra un quarto d’ora, sta arrivando gente, clienti». Ayad Anwar Wali ed il fratello maggiore Emad si sentivano spesso, ma quel pomeriggio del 31 agosto, sette giorni prima del sequestro delle due volontarie italiane, la conversazione telefonica tra Baghdad e l’Italia venne bruscamente interrotta dall’arrivo di una dozzina di terroristi. Pochi allora sottolinearono le «anomalie» del rapimento; la professine dell’ostaggio e la sua doppia nazionalità, hanno fatto si che nè la stampa, nè la diplomazia, nè i servizi segreti si occupassero troppo del caso e che il sequestro venisse considerato un «normale» rapimento a scopo di lucro, uno dei tanti che quotidianamente avvengono a Baghdad.

L’assoluta assenza di rivendicazioni, video o scritti on line ha avvalorato questa convinzione nei 34 giorni del rapimento. Ieri ha vicenda ha tragicamente cambiato i propri connotati. Con una procedura insolita i terroristi hanno recapitato un video all’ufficio dell’agenzia France Presse di Baghdad e solo successivamente alle emittenti arabi. Vi si vede la lettura della sentenza di morte e l’esecuzione compiuta con armi da fuoco, probabilmente un fucile mitragliatore.

Ayad Anwar Wali, imprenditore italo-iracheno di 44 anni ed il suo collaboratore turco, il 33enne Yalmaz Dabja, in Iraq per vendere mobili, e sono stati fucilati dopo aver «confessato» di essere spie al servizio di Turchia, Iran ed Israele. Cinque terroristi con il volto coperto, che si qualificano come «combattenti di Dio», accusano i condannati di «avere rapporti con il Mossad» (questo particolare viene sottolineato da Al Arabiya). Nella crudele «confessione» Wadi ed il suo collaboratore turco dicono di essere tornati in «Iraq dopo la guerra» e di aver agito in contatto con l’intelligence israeliana «che voleva acquistare uranio e mercurio rosso».

Poi l’imprenditore italo-iracheno afferma di aver lavorato anche per la Turchia che gli avrebbere chiesto di organizzare l’uccisione del leader curdo Talabani, capo dell’Unione patriottica del Kurdistan. L’ombra dei servizi di Ankara viene evocata anche dall’altro condannato, il turco Dabja, che dice di aver ricevuto un’offerta di 30 milioni di dollari per occuparsi, anche per contro del Mossad, di una partita di mercurio rosso. Il video, datato 2 ottobre, dura meno di un minuto; la sequenza degli avvenimenti è molto ripida. Il «tribunale» degli assassini sposta la telecamera sull’esecuzione che avviene in una cava: gli ostaggi, bendati e inchinati, vengono falciati dalle raffiche dei carnefici.

Fin qui la cronaca. Il filmato porta la firma di un gruppo già noto, le Brigate Abu Bakr Al Seddig, ritenuto una delle sigle utilizzate dai terroristi sunniti e salafiti. La stessa sigla è comparsa in un video diffuso il 18 settembre quando vennero rapiti alcuni operai turchi ed iracheni, poi liberati in seguito alla decisione presa dall’impresa per la quale lavoravano, che annunciò il ritiro dall’Iraq. Il video contiene molti oscuri messaggi apparentemente contraddittori. La trascrizione diffusa dalle emittentti arabi contiene ad esempio un riferimento all’«origine turcomanna irachena» dell’imprenditore. In Iraq infatti vi è una piccola minoranza turcofona che vive in particolare nei centri del nord, in special modo a Kirkuk, grande centro petrolifero.

Più volte la Turchia è scesa in campo minacciando di intervenire contro le milizie curde o arabe che attaccano i turcomanni iracheni che sono dunque «protetti» da Ankara. In settembre un gruppo di terroristi arabi, legati alle rete di Al Zarqawi, decapitò tre miliziani curdi. Successivamente si fece vivo un gruppo di giutizieri curdi, denominato appunto Al Thaar, (la vendetta) che annunciò un’azione per punire l’uccisione dei tre miliziani. Si tratta forse di coincidenze, gli oscuri messaggi contenuti nel video potrebbero essere stati inseriti per confondere l’intelligence. Pare che la sorella di Wali avesse ricevuto una richiesta si riscatto (250mila dollari) che la famiglia non era in grado di pagare. Forse gli ostaggi sono stati fucilati proprio perchè non potevano «rendere», forse invece il duplice delitto nasconde un nuovo capitolo della resa dei conti tra le varie comunità che si annuncia nell’Iraq in guerra da un anno e mezzo.

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copertina Time: un gioioso ritorno, le due simone

Heroes | Brave Hearts

A Joyous Return

 

Simona Pari e Simona Torretta

Rapite e temute morte, le due Simone – volontarie in Iraq – ricordano al mondo che la compassione non può mai venire tenuta in ostaggio

Di JEFF ISRAELY | ROMA

Domenica, 3 ottobre, 2004

Il mondo le ha conosciute attraverso il loro nome, le ha seguite con attenzione e per due lunghi giorni ha temuto per la loro vita. In un luogo di tanta morte e violenza, le due Simone – le cooperanti italiane Simona Torretta e Simona Pari, entrambe di 29 anni – si sono messe al servizio della vita. Sono andate in Iraq per ricostruire scuole, formare docenti e distribuire acqua e medicine.

Per questo, il 7 di settembre, sono state prelevate in pieno giorno dal loro ufficio di Baghdad e tenute in ostaggio, insieme a Mahnaz Bassam, 27, e Ra’ad Ali Abdul Aziz, 35, impiegati iracheni del loro gruppo con sede a Roma, Un Ponte per Baghdad. In tutta Italia hanno fatto la loro comparsa posters delle due Simone, ma dopo due settimane di speranze e preghiere, un sito militante ha detto che esse erano state decapitate. Il giorno successivo un altro sito web affermava che sarebbe stato distribuito un video dell’esecuzione.

Poi, come per miracolo, le due Simone sono riapparse la scorsa settimana, esauste ma raggianti al loro ritorno in una Roma giubilante in lunghi abiti iracheni. Anche i loro colleghi sono stati liberati. Non contenta di un benvenuto da eroina, orretta ha deciso di parlare: si è opposta all’occupazione guidata dagli U.S., vuole che l’Italia riporti a casa i suoi 2,700 soldati e ha suscitato scandalo dichiarando ad un giornale italiano che “la guerriglia è giustificata”. In una intervista a Time ha chiarito la sua dichiarazione: “Saddam era un brutale dittatore – noi non lo volevamo al potere – ma ora che è caduto è ora che gli occupanti se ne vadano” ha detto “I protocolli di Ginevra dicono che i cittadini hanno il diritto di opporsi ad una forza di occupazione. Ma rapimenti, decapitazioni, attacchi suicidi come quello che ha appena ucciso 35 bambini sono brutali ed inumani e non hanno nulla a che vedere con la resistenza. Io sono una pacifista.”

Si sia o meno d’accordo con le sue idee, bisogna rispettare le sue convinzioni. Le Simone sono eroine non perché sono state prese in ostaggio e liberate (si suppone dopo un riscatto di 1 milione di dollari pagato dal Governo italiano, sebbene esso abbia smentito questa circostanza), ma per il loro lavoro buono e coraggioso. Hanno dato ascolto ad una voce che ha detto loro: non preoccuparti del pericolo, vai dov’è la sofferenza. “Con pochissimo sforzo”, spiega la Pari, “puoi aiutare a migliorare le cose”.

In una intervista di un’ora a Time nella sede di Un Ponte per Baghdad in Piazza Vittorio Emanuele II a Roma, il caotico centro della comunità degli immigrati, le Simone hanno spiegato cosa le ha portate in Iraq – e perché sono rimaste mentre tanti altri se ne sono andati:. “L’ho fatto per due ragioni,” dice Pari, una ragazza bolognese (?) dagli occhi chiari che ha lavorato con Save the Children in Afghanistan e nei balcani prima di spostarsi in Iraq nel 2003. “Mi diverto molto a farlo (?); e credo nei diritti umani. Ci sono moltissime persone alle quali sono negati i diritti fondamentali in cui tutti crediamo.” Le persone che loro aiutano non sono astrazioni; sono amici. “E’ un lavoro che facciamo con loro e non per loro,” dice Torretta, una romana che ha lavorato per la prima volta in Iraq nel 1994, ha passato là gran parte degli ultimi cinque anni e nel 2003 è diventata responsabile delle operazioni a Baghdad del suo gruppo, fondato nel 1991 per alleviare gli effetti dell’embargo economico sugli iracheni. “Parliamo con le famiglie, i leader religiosi e anche con i bambini per capire cosa pensano che dovrebbe essere fatto.”

Torretta ha un fortissimo carisma. Pari, con i suoi grandi occhi blu e la figura snella, può sembrare ingenua ma sfodera una grande sicurezza. Nei sei mesi passati, dice la donna, hanno visto la situazione irachena scivolare verso il caos: “C’è una parte del paese che è ostile verso la ricostruzione” dice Torretta “il che rende il nostro tipo di lavoro molto più difficile. Ma c’è anche molta gente bisognosa. Essi si sono sentiti vicini a noi, e abbiamo sentito il loro affetto. Ecco perché siamo rimasti. Eravamo una parte della loro vita nel bene e nel male. Abbiamo corso gli stessi rischi coi quali gli iracheni convivono. Siamo diventati una parte del posto. Senza cadere nel sentimentalismo – avevamo il nostro lavoro da fare – abbiamo costruito relazioni e ci siamo fatti degli amici. Non è facile lasciare.”

Quando il giornalista italiano Enzo Baldoni è stato rapito ed ucciso in agosto “è stato uno shock” dice Torretta “e stavamo cercando di capire lucidamente se fosse giusto restare. “Ma si sentivano ancora al sicuro. Noi non eravamo italiani od occidentali,” dice Pari. “Eravamo Simona e Simona.”

Il 7 settembre,alle 20, soldati armati hanno fatto irruzione nel loro ufficio di Baghdad. “Ho pensato: Sono arrivati,” dice Torretta. Gli uomini le hanno costrette a salire nel retro di una macchina e hanno coperto i loro occhi e le loro bocche con nastro adesivo. Hanno viaggiato per tre o quattro ore. “Non sapevamo se volessero ucciderci subito o no,” dice Torretta. Sono stati portati in una piccola casa e interrogati per ore, perché i loro carcerieri volevano sapere per chi lavorassero e se usassero fondi USA, cosa pensavano dell’Islam e dell’occupazione. Ad un certo punto, un uomo puntò un coltello alla gola di Torretta. Ma giorno dopo giorno il loro trattamento migliorava.

Non lo sapevano, ma i residenti di Baghdad stavano dimostrando a loro favore. Lentamente, dice la donna, l’atteggiamento dei carcerieri verso di loro si ammorbidì. Le Simone raccontarono all’uomo della scuola che avevano riparato vicino a Sadr City, e dei convogli organizzati per portare acqua agli abitanti sotto assedio di Fallujah e Najaf. Egli iniziò a dare loro più cibo, e di qualità migliore: “Abbiamo scherzato dicendo che era come stare in un hotel a cinque stelle,” dice Torretta. Ma le donne non hanno mai cessato di pensare alle loro famiglie in ansia a casa, o a temere di essere uccise. “Non abbiamo mai conosciuto le loro vere intenzioni. C’è stata paura dall’inizio alla fine. Sempre.”

Dopo 21 giorni di prigionia, i carcerieri hanno messo di nuovo le Simone in una macchina. Ma questa volta hanno capito le che stavano per essere liberate. Dicono di non sapere se è stato pagato un riscatto; se si, non approvano perché un riscatto alimenterebbe altri rapimenti. “Non sono sicura di sapere il motivo della nostra liberazione,” dice Torretta. “Ma penso che il nostro lavoro sia stato di aiuto. Nella macchina ci hanno chiesto scusa, e hanno detto di essere spiacenti perché lasciavamo l’Iraq e il nostro lavoro.” Le donne non ci hanno creduto fino a che il loro aeroplano non è decollato da Baghdad. “Eravamo felici di essere libere, ma era difficile lasciare l’Iraq e sapere che avremmo potuto non essere di ritorno per molto tempo.”

Il loro amore per il paese è evidente in un video girato lo scorso aprile per la rai. In esso, le donne descrivono il loro lavoro e le loro speranze per il popolo iracheno. Pari, vestita in jeans e una giacchetta di pelle si aggiusta il velo giallo sui capelli mostrando il lavoro di ricostruzione della scuola. Torretta veste 100% occidentale ma parla con facilità con i locali e fa un allegro girotondo con i bambini nel cortile della scuola. In un momento di pausa, vien chiesto a Torretta dal reporter perché continui la sua missione mentre altri stanno tornando a casa.

La sua risposta: “Non lo facciamo perché ci sentiamo degli eroi. Semplicemente non vogliamo mettere muri tra noi e il popolo iracheno. Se ci accadesse di farlo, sapremo che è venuto il momento di andarcene.” Ma non se ne sono andate e ora sanno di essere fortunate ad essere vive. Il loro rapimento “è stato un tentativo di convincere non solo l’Occidente ma anche gli iracheni dell’impossibilità del dialogo,” dice Duilio Giammaria, il corrispondente della rai che ha seguito il loro lavoro nell’anno passato. Nonostante ciò, le donne sperano che la loro prigionia abbia aiutato ad aprire gli occhi sul bene che fanno i volontari.

Ancora visibilmente esauste tre giorni dopo essere arrivate a Roma, si preoccupano del futuro dell’Iraq. “C’è più libertà, specialmente libertà di espressione, ma oggi come oggi non penso che l’Iraq abbia un futuro,” dice Torretta. “La guerra è orribile, sempre” dice Pari “Tutti soffrono e nessuno ne è immune.” Ma stanno già parlando di ritornare. Una volta che si saranno riposate con le loro famiglie “vogliamo ritornare in Iraq perché amiamo questo paese,” dice Torretta. “Ma questo non vuol dire che faremo le valigie domattina.” Tutti i volontari in Iraq sono eroi, e tutti stanno rischiando la loro vita. Le Simone sono giusto quelle cui ci è capitato di conoscere per nome.

www.time.com

www.bellaciao.org

 

in inglese:

The world got to know them by their first names, kept vigil for them, and for two long days feared they’d been murdered. In a place of so much violence and death, the two Simonas — Italian aid workers Simona Torretta and Simona Pari, both 29 — put themselves in the service of life. They moved to Iraq to rebuild schools, train teachers and distribute water and medicine. For that, on Sept. 7, they were snatched from their Baghdad office in broad daylight and held hostage, along with Mahnaz Bassam, 27, and Ra’ad Ali Abdul Aziz, 35, Iraqi employees of their Rome-based group, A Bridge to Baghdad. Posters of the two Simonas sprang up across Italy, but after two weeks of hoping and praying, a militant website said they had been beheaded. The next day another website claimed that a video of the execution would be released.

Then, as if by miracle, the Simonas reappeared last week, exhausted but radiant as they returned to a jubilant Rome in long, matching Iraqi dresses. Their colleagues were also set free. Not content to bask in a hero’s welcome home, Torretta chose to speak out: she opposes the U.S.-led occupation, wants Italy to pull its more than 2,700 troops out, and raised eyebrows by telling an Italian newspaper that “the guerrilla war is justified.” In an interview with Time she clarified her stance. “Saddam was a brutal dictator — we didn’t want him in power — but now that he is gone it’s time for the occupiers to leave,” she said. “The Geneva protocols say citizens have the right to oppose an occupying force. But kidnappings, beheadings, suicide-bomb attacks like the one that just killed 35 children — these are inhuman and brutal and have nothing to do with resistance. I’m a pacifist.” Whether or not you agree with her words, you have to respect her deeds. The Simonas are heroes not because they were taken hostage and released (allegedly because of a $1 million ransom paid by the Italian government, though Rome denies it), but because of their brave, good works. They heeded a quiet voice that told them: don’t mind the danger, go where the suffering is. “With just a little bit of effort,” Pari explains, “you can help make things better.”

During an hour-long interview with Time at A Bridge to Baghdad’s headquarters in Rome’s Piazza Vittorio Emanuele II, the bustling center of the city’s immigrant community, the Simonas explain what drew them to Iraq — and why they stayed when so many others were pulling out. “I do this for two reasons,” says Pari, a bright-eyed Bologna native who worked for Save the Children in Afghanistan and the Balkans before moving to Iraq in 2003. “I have a lot of fun doing it; and I believe in human rights. So many people are denied the fundamental rights we all deserve.” The people they help aren’t abstractions; they’re friends. “It’s work we do with them, not for them,” says Torretta, a Roman who first worked in Iraq in 1994, has spent most of the past five years there, and in 2003 became chief of Baghdad operations for the aid group, which was established in 1991 to help alleviate the effects of the economic embargo on Iraqis. “We talk with families, religious leaders and even the children to find out what they think should be done.”

Torretta has a steely charisma. Pari, with her big blue eyes and slender frame, can seem more of an ingenue, but in person shows a tough, tested confidence. In the past six months, the women say, they watched the situation in Iraq slide into chaos. “There’s a part of the country that’s hostile to the reconstruction,” says Torretta, “which makes our kind of work much harder. But there are also more people in need. They felt close to us, and we could feel their affection. That’s why we stayed. We were a part of their lives in the good and the bad. We lived with the same security risk that all Iraqis lived with. We became part of the place. Without falling into sentimentalism — we had our work to do — we developed relationships and made friends. It’s not easy to leave.” When Italian journalist Enzo Baldoni was taken hostage and killed in August, “it was a shock,” says Torretta. “And we were trying to think lucidly about whether it was O.K. to stay.” But still they felt safe. “We weren’t Italian or Western,” says Pari. “We were Simona and Simona.”

On Sept. 7, 20 gunmen burst into their Baghdad office. “I thought: They’ve arrived,” says Torretta. The men forced them into the back of a car and covered their eyes and mouths with tape. They rode for three or four hours. “We didn’t know if they wanted to kill us right away or not,” says Torretta. They were taken into a small house and questioned for hours, as the hostage takers demanded to know who they worked for, if they used U.S. funds, what they thought of Islam and the occupation. At one point, a man held a knife to Torretta’s throat. But day by day, their treatment improved. They didn’t know it, but Baghdad residents were holding demonstrations on their behalf. Slowly, the women say, the captors’ attitude toward them softened. The Simonas told the men about the school they’d rehabilitated near Sadr City, and the convoys they’d organized to bring water to the besieged residents of Fallujah and Najaf. The men started bringing them more and better food: “We joked that it was like staying in a five-star hotel,” says Torretta. But the women never stopped thinking about their anguished families back home, or worrying that they might be killed. “We never knew their ultimate intentions. The fear was there from the beginning to the end. Always.”

After 21 days in captivity, the gunmen again put the Simonas into a car. But this time, the women realized, they were being set free. They say they have no idea whether a ransom was paid; if so, they don’t approve, because ransoms will fuel more kidnappings. “I’m not sure why we were released,” says Torretta. “But I think the work we did contributed. In the car they asked us for forgiveness, and said they were sorry we had to leave Iraq and our work.” The women didn’t believe their luck until their airplane took off from Baghdad. “We were happy to be free, but it was hard to leave Iraq, and to know that we might not be back for a long time.”

Their love for the country is evident in a video shot last April for rai, the Italian state television network. In it, the women describe their work and hopes for the people of Iraq. Pari, wearing jeans and a leather jacket, adjusts the yellow silk veil over her hair as she points out the restoration work at the school. Torretta looks 100% Western with an oversized black tote bag on her shoulder, but talks with ease to local elders and swings joyfully with kids in the school playground. In an eerie moment, Torretta is asked by the rai reporter why she continues her mission when others are going home. Her response: “We don’t do it because we feel like heroes. We just don’t want to put up walls between ourselves and the Iraqi people. Once we have to do that we’ll know it’s time to leave.” But they didn’t leave. And now they know they’re lucky to be alive. Their kidnapping “was an attempt to convince not only the West but also Iraqis that dialogue is impossible,” says Duilio Giammaria, the rai correspondent who followed their work over the past year. Still, the women hope their time in captivity helped open some eyes to all the good that aid workers do. Still visibly exhausted three days after landing in Rome, they worry about the future of Iraq. “There’s more freedom, especially freedom of speech, but right now I don’t think Iraq has any future,” says Torretta. “War is horrible, always,” says Pari. “Everyone suffers and no one is exempt.” Yet they’re already talking about going back. Eventually, after they have rested and decompressed with their families, “we want to return to Iraq because we love the country,” says Torretta. “But that doesn’t mean we’re packing our bags tomorrow.” All of the aid workers in Iraq are heroes, and all of them are risking their lives. The Simonas just happen to be the ones we’ve gotten to know by name.

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padre Renato Kizito Sesana

Io sono un nuba. Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire


Renato Kizito Sesana
In libreria dal 5 ottobre 2004 il nuovo libro di padre Renato Kizito Sesana: Io sono un nuba. Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire, curato da Pier Maria Mazzola.
L’ex direttore di Nigrizia racconta il popolo nuba e la sua lotta per la sopravvivenza, analizzando aspetti sociali, etnologici ma anche politici.

 

       Renato Kizito Sesana        Io sono un nuba.         Dalla parte di un popolo che lotta         per non   scomparire       a cura di Pier Maria Mazzola       Sperling & Kupfer,
       pp. 287 + 20 di inserto fotografico e cartine,
       € 15,00

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Michael Franti: Gaza e ti sembra una prigione gigante.

Da Rafah, Michael Franti


 
Michael Franti, musicista e artista hip-hop, è in viaggio con una carovana di pace attraverso il Medio Oriente. L’emittente radiofonica Democracy Now ! lo ha raggiunto e ha parlato con lui mentre era a Rafah dove l’esercito di Israele ha recentemente demolito centinaia di abitazioni palestinesi. Pubblichiamo una parte dell’intervista trascritta.

 

AMY GOODMAN: Abbiamo registrato questa intervista con Michael Franti che pochi giorni fa era a Gaza quando abbiamo parlato con lui. La settimana prima, quando lo abbiamo sentito, era a Bagdad dove stava facendo il suo giro in Medio Oriente.

MICHAEL FRANTI: Bene, vedo soltanto case che sono state appena distrutte, una qui vicino, distrutta letteralmente dal fuoco di armi leggere. Case colpite così tante volte, che cadono soltanto per i fori delle pallottole. Ho visto case sbriciolate da quello che all’apparenza sembrava un missile Tomahawk sparato dagli elicotteri Apache, un foro gigante ha squarciato l’intera facciata di un edificio. Sapete, oggi abbiamo visto un blocco di abitazioni. Ho parlato a una donna che ci è entrata quando i soldati israeliani hanno radunato tutta la gente e l’hanno ammassata in una stanza. A questo punto, hanno buttato giù otto edifici con i bulldozer. Il blocco è stato semplicemente distrutto.

Voglio dire, sto guardandomi intorno, sto guidando e vedo una parete con il foro di un’esplosione, un muro di mattoni che è stato appena buttato giù e i bambini per la strada, ognuno di loro cerca di afferrarmi e mi tira, vuole che suoni la chitarra e per un po’ canto delle canzoni, poi dobbiamo passare e allora i bambini ci dicono che non possiamo andare avanti perché lì c’è troppa tensione, perché la gente è disperata e povera e nelle vicinanze c’è in corso un combattimento tra due fazioni. É semplicemente – è soltanto e veramente – una scena orribile. Soltanto questa mattina, abbiamo lasciato Betlemme e siamo andati a Gerusalemme e lungo la strada abbiamo visto bellissimi insediamenti in un piacevole stile mediterraneo, case nuovissime, dove puoi vedere le piscine e i posti sotto il controllo degli israeliani. Poi vedi Gaza e ti sembra una prigione gigante.

AMY GOODMAN: Cosa puoi dirmi delle demolizioni delle case ?

MICHAEL FRANTI:Guarda, la demolizione delle abitazioni è la cosa più irragionevole che ho mai visto. Io ho soltanto la speranza che la gente in America cominci veramente a capire, che – come abbiamo cominciato a denunciare davanti a tutto il mondo quello che succedeva in Sudafrica – adesso la gente cominci a denunciare davanti a tutto il mondo questo regime militare di segregazione, che arriva in un quartiere e ordina alla gente di impacchettare la sua roba e di andarsene entro 10 minuti. E poi torna, con un gigantesco bulldozer per demolire le loro case.

Buttano giù frutteti e alberi di ulivo che sono rimasti lì per 700 anni e che rappresentano una fonte di reddito dando da mangiare e da vivere alla comunità. Il muro che stanno costruendo, il muro della segregazione che è stato costruito intorno alle città, non è soltanto un “muro” che separa la gente, che separa i membri della comunità l’uno dall’altro, alcuni tratti del muro sono stati messi là soltanto per impedire e ostacolare l’economia dei palestinesi. Così la gente nella comunità vive una realtà degradata e, sperano loro, finalmente sarà spinta a lasciare il paese, che è il vero obiettivo dell’occupazione.

Succede lo stesso alla gente che è riuscita a far crescere qualcosa dentro al campo profughi e vuole provare a venderla dall’altra parte, ma al check point si sentira’ dire dai soldati israeliani che deve utilizzare un altro veicolo, dall’altro lato, e allora, sempre sotto un sole che cuoce le pietre, deve scaricare tutte queste casse e caricarle una alla volta su un altro veicolo, che attende dall’altro lato del check point, per portarle al mercato.

Tutto questo sta semplicemente distruggendo la comunità. La gente viene separata dai campi agricoli. Magari ha vissuto in un posto per generazioni e, non appena è dall’altro lato della recinzione, i suoi campi vengono distrutti e viene alzata una barriera, in modo che non può neppure tornare dove normalmente lavora la terra. Gli hanno detto, ok, potreste fare domanda e ottenere una specie di visto di passaggio. Occorrono molti mesi per ottenere questi visti e nessuno li ha mai ottenuti. Alla fine, è solo una specie di sciarada, durano soltanto sei mesi, poi dovete rinnovarlo e rifare da capo tutta la trafila e aspettare un altro anno.

Ieri abbiamo visitato il memoriale dell’ Olocausto a Gerusalemme e sono stato colpito dalle somiglianze. I check point, le pareti, i muri, il ghetto. E tutte le cose successe durante i primi cinque anni dell’Olocausto. E quando ho lasciato il Museo dell’ Olocausto, mi sono veramente sentito come se “quella cosa” non avrebbe mai più dovuto succedere, in nessun posto al mondo. E, sai, l’ho sentito veramente, ho percepito un senso di dolore e di empatia e allora sono tornato al villaggio e quando ho visto che di nuovo si sta ripetendo “quella cosa” ho capito che questa occupazione deve finire adesso.

AMY GOODMAN: Michael Franti ci parla dal campo profughi di Rafah Refugee Camp, a Gaza nei Territori Occupati, proveniente da Baghdad dove ha viaggiato al seguito di una delegazione di operatori pacifisti, musicisti, artisti e film maker per raccogliere testimonianze di prima mano sugli effetti della guerra e dell’occupazione. Su Democracy Now!

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le ragioni del terrorismo

Cecenia, stuprate e martiri
 

Le donne cecene vittime di violenze sessuali da parte dei soldati russi reagiscono spesso votandosi al martirio in nome della causa indipendentista

 

Grozny (Cecenia, Fed. Russa) 4 dicembre 2003 – La famiglia Kugayev viveva alla periferia del villaggio di Tangi-Chu. Quella notte, come ogni altra, Visa e Rosa avevano messo a letto i loro cinque figli vestiti di tutto punto, pronti per fuggire rapidamente in caso di pericolo. E quella notte il pericolo si materializzò intorno all’una, quando il silenzio del villaggio che dormiva fu spezzato dal rombo dei motori di tre camion militari russi e dalle secche raffiche di fucili mitragliatori. Così i soldati russi annunciano solitamente il loro arrivo.

I coniugi Kugayev si svegliarono di soprassalto. Visa corse a svegliare la figlia maggiore, Elsa, di diciotto anni, dicendole di svegliare i suoi fratelli e sorelle minori e di scappare. Ma non fecero a tempo. Quattro soldati della 160esima divisione corazzata dell’esercito russo sfondarono la porta e fecero irruzione in casa. Tutti si aspettavano il solito comportamento, la solita perquisizione in cerca di guerriglieri fuggiaschi o di armi, condita da urla, insulti, minacce, botte e distruzione delle povere suppellettili della casa. Invece no.

Quella notte i militari entrarono in silenzio, puntarono dritti verso la camera dei figli e presero Khava, la sorella mezzana di tredici anni. Ma subito mollarono la presa accorgendosi della presenza di Elsa, la maggiore. La presero e la portarono via, mentre lei urlava chiedendo aiuto ai familiari, che non potevano fare nulla sotto la minaccia dei kalashnikov puntati addosso. Usciti dalla casa i militari, Adlan, il fratello più piccolo, corse fuori dalla porta per inseguire la sorella, ma un soldato lo colpì alla testa col calcio del fucile facendolo svenire.

Elsa venne portata in una caserma, violentata ripetutamente e infine strangolata. I Kugayev sono fuggiti in Inguscezia, da dove hanno lottato per chiedere giustizia. E dopo tre anni hanno vinto. Il colonnello Yuri Budanov, che quella notte del 26 marzo 2003 guidava l’operazione dal cassone di un camion, dopo essere stato assolto in primo grado, è stato condannato in appello a dieci anni di prigione per rapimento, omicidio e stupro. Purtroppo Budanov è uno dei pochi ufficiali russi ad aver pagato per le proprie azioni: la giustizia russa tende ad insabbiare ogni caso che riesca ad arrivare fino in tribunale.

I casi di violenza sessuale su ragazze cecene da parte di militari russi sono all’ordine del giorno. E costituiscono, oltre che una tragedia e un’ingiustizia che pesano come macigni sull’immagine del Cremlino, la principale causa di un fenomeno triste e inquietante. Gli stupri sono la causa principale di conversione delle donne alla lotta armata, o meglio al terrorismo suicida. Le vittime delle violenze, che nella società cecena subiscono il biasimo e l’emarginazione da parte della collettività, si chiudono in loro stesse e spesso si votano alla morte diventando shaheed, martiri.

E’ stato, ad esempio, il caso delle sorelle Ganiyevys, due kamikaze del commando ceceno che il 23 ottobre 2002 parteciparono alla famosa azione al teatro Dubrovka di Mosca. Tutto si risolse con un blitz delle forze speciali russe che, facendo uso di gas letali, uccisero 118 persone tra ostaggi e sequestratori. Aminat e Khadizhat, nel 2001 erano state rapite dai soldati russi come Elsa, e come lei violentate dai militari. Vennero rilasciate. Tornate al loro villaggio non parlarono più con nessuno. In quel silenzio di vergogna e rancore maturarono la loro decisione di sacrificare le loro vite per la causa dell’indipendenza cecena.

Purtroppo, la risposta di Mosca a questo fenomeno nuovo delle donne kamikaze è stata la peggiore possibile. Dopo la tragedia del teatro il Cremlino ha avviato un’operazione militare in Cecenia mirata a colpire le donne cecene sospettate di partecipare alla lotta armata separatista. L’operazione “Fatima”, questo il suo nome in codice, è stata ovviamente pretesto di nuove violenze contro le donne. E produrrà nuove martiri e nuovi martirii.

thanx to Mariposa

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elezioni usa, guerrilla radio si schiera, forza bush!

L’insonnia genera brutti scherzi,
pensavo che libero fosse un giornale utile solo per incartarci il pesce fresco…
ma  in questo articolo  ritrovo invece molto dei miei pensieri sulle prossime elezioni usa.
 
Se fossi statunitense, non tentennerei un attimo nel votare Kerry che sicuramente propone uno progetto di stato  assistenziale molto più vicino ai bisogni della gente di quanto progetta george.
Ma in fatto di politica estera, i due la pensano in maniera poco diversa, si tratta di sfumature.
Kerry stanotte ha parlato di “uccidere i terroristi ovunque si trovino”,
di aumentare le truppe, di vincere in Iraq, di coivolgere la Francia, la Germania, di tirar dentro sotto al guida americana quanti stati più possibile.
Cosa si  trova non belligenrante in un candidato che fa il saluto della pace alla fine di ogni suo dibattito???
 
Allora credo che tiferemo per bush,
che qualcosa di buono ha fatto durante il suo mandato…
è riuscito difatti  involontariamente ha generare il più grande movimento pacifista della storia dell’uomo,
che è scaturito nelle più grandi manifestazioni che mai si erano viste,
ha risvegliato dal torpore le giovani generazioni che necessitavano di un  fine pregevole per indirizzare le loro forze, per mobilitarsi, per informarsi, per educarsi ai giusti vaolri una volta messi innanzi agli orrori odierni.
Inoltre, la politica di bush ha spaccato in due il mondo, di là chi crede nella guerra preventiva, di qua chi pensa che il dialogo civile sia la migliore soluzione possibile come risposta  agli eventi tragici di violenza.
Tiferemo allora  bush, temendo che che un kerry tradizionalmente più diplomatico (conosciamo il passato di molti bellicosi “democratici”) possa  convincere alla sua politica imperialista quei governi che sino ad ora si sono battuti fortemente contro.
bush è un bambino, tutto quel che di terribile cova in mente lo pone in  atto sotto la luce del sole,
kerry è più stratega, sarebbe in grado di compiere lo stesso celandolo a tutti sotto l’arma della diplomazia. (ricordando clinton come abilmete anch’esso inizio una guerra senza il consenso ONU)
In attesa, se il non finisce il mondo prima, che la vera cultura liberal e democratica degli stati uniti estragga dal cilindro un candidato che sia realmente un antibush, e non un sua copia sbiadita. (e ci sono fior fior di intellettuali che ci lavorano, già pensano alle prossime elezioni, non ha queste, ritenute ormai perse).
Alla fine non voteremmo comuque bush, aggregandoci alla metà della popolazione usa che già non si reca  alle urne, ci asteremmo, anche consci che il nostro voto non sarebbe decisivo, come ripetiamo nel sondaggio, bush vincerà facile perchè rappresenta in questo momento lo statunitense medio, la maggioranza che va a votare.
E questa è una triste realtà che dobbiamo accettare. 
 
Guerrilla radio

elezioni usa, guerrilla radio si schiera, forza bush! Leggi l'articolo »

skull and bones…no comment

Dei candidati presidenziali, i quattro più importanti: George W. Bush, John F. Kerry, Joseph Lieberman e Howard Dean, sono membri attivi della più potente ed elitaria setta segreta d’America, la «Skull and Bones» («Teschio e Ossa», o «Teschio e Tibie») con sede all’università di Yale. Semplice coincidenza o prova provante che il Presidente degli Stati Uniti d’America, non viene eletto dal popolo ma bensì «scelto» dal potere occulto? Se è vera, come è vera quest’ultima ipotesi, l’eventuale e molto probabile vittoria di John F. Kerry (JFK!) sul “fratello” W. Bush, significherebbe un altro passo avanti del Nuovo Ordine Mondiale…

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Teschio & Ossa

Il segreto che unisce Bush e Kerry

 

Di Maurizio Molinari tratto da «La Stampa» 06/02/2004

 

Possibili rivali nelle urne il prossimo 2 novembre, George W. Bush e John F. Kerry hanno differenti vite alle spalle e opposte visioni della società americana, ma ciò che li accomuna è l’essere entrambi dei «Bonesmen», ovvero membri della elitaria setta segreta «Skull & Bones» (Teschio ed Ossa) nella quale vennero cooptati durante i rispettivi periodi di studio passati all’Università di Yale.Fondata 172 anni fa sul modello di analoghe associazioni segrete tedesche e con sede in un edificio di Yale denominato «The tomb» (la Tomba), la setta è fra le più esclusive, potenti e meno conosciute degli interi Stati Uniti. Per decenni ha ammesso solo i figli dell’aristocrazia «wasp» (bianca anglosassone e protestante) capaci di dimostrare di avere tre doti: pedigree famigliare e scolastico al di sopra di ogni sospetto, passione per l’avventura alle frontiere della natura e abilità nell’arte militare.

 

Nulla da sorprendersi, dunque, se la «Tomba» è diventata un’anticamera del potere americano: da qui sono passate tre generazioni di Bush, l’ex presidente William Howard Taft, l’ex ambasciatore americano nella Mosca di Stalin, Averell Harriman, il fondatore del settimanale «Time» Henry Luce, capi della Cia come James Woolsey, neoconservatori come il sottosegretario agli armamenti John Bolton e il braccio destro di Cheney, Lewis Libby, nonché schiere di 007, giudici della Corte Suprema, deputati, senatori e diplomatici inclusi Paul Bremer III, attuale capo dell’amministrazione militare alleata in Iraq, e democratici come John Kerry.
Quando si tratto di designare il nuovo capo della Sec (la Consob d’America) per far fronte agli scandali finanziari che hanno scosso Wall Street, George W. ha scelto William Donaldson, «Bonesmen» classe 1953. A Prescott Bush, nonno dell’attuale presidente, la tradizione attribuisce la guida del raid notturno per impossessarsi del teschio del capo indiano Geronimo che viene utilizzato nel rito di iniziazione come poggiapiedi del novizio, mentre è di pochi mesi fa lo «scoop» del giornale universitario secondo il quale l’ultima generazione di «Bonesmen» sarebbe riuscita a far di meglio, impossessandosi del teschio del comandante ribelle messicano Pancho Villa.

 

Ron Rosenbaum, editorialista del «New York Observer», ha dedicato trent’anni di lavoro a penetrare i segreti della setta spartana e fra le pratiche iniziatorie sulle quali ha raccolto testimonianze vi sono la lotta libera a corpo totalmente nudo e il dovere di confessare ogni dettaglio della passata vita sessuale stando stesi nudi dentro una bara, circondati dagli altri membri della setta seduti su dei panni in rituale silenzio, in una sala gelida e a luci basse.
«Riti e rituali di questa setta sono una via di mezzo fra Harry Potter e il conte Dracula – ha raccontato alla tv Cbs Alexandra Robbins, autrice del libro «Secret of the Tomb» – con alterni ruoli per personaggi come il Diavolo, il Papa e Don Chisciotte, che nomina “cavaliere di Euloga” il nuovo entrato posandogli una spada sulla spalla sinistra». Secondo alcune testimonianze raccolte, e rigorosamente anonime, al fine di impressionare le reclute uno dei primi «passaggi» è osservare una donna assatanata che pone un coltello insanguinato alla gola di un giovane.

 

Ogni anno vengono ammessi appena quindici nuovi membri: vengono selezionati dai loro compagni di corso più anziani e l’esito della scelta viene comunicato a sorpresa nella notte a ognuno di loro separatamente. Il rituale inizia con un rintocco alla porta della propria stanza. Così accadde anche nel caso di George W., che fu svegliato nel sonno e quando aprì si trovò di fronte il padre, George H. W. Bush, che senza neanche salutarlo e parlando con voce chiara e forte gli chiese di «fare la cosa giusta, entrare a far parte di “Skull & Bones” e diventare una brava persona».Essendo Kerry della classe 1966 e George W. di quella 1968, non si può escludere che i due si siano incrociati durante i rituali nella «Tomba». Il governatore repubblicano di New York George Pataki, altro «Bonesmen» e classe 1967, si è limitato a rilasciare in proposito al «New York Times» una dichiarazione bipartisan: «L’appartenenza di entrambi a “Skull & Bones” dimostra che tutti e due godevano del rispetto dei compagni».

www.lastampa.it

 

 


La ritualità è mirata a creare un legame indissolubile fra chi appartiene alla setta. Gli adepti sono vincolati al segreto perenne su quanto avviene nella «Tomba», ed è questo che determina una fratellanza inscindibile fra coloro che fanno parte della setta, che sarà messa a dura prova in caso di un’eventuale sfida Bush-Kerry.

 


Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sono caduti uno dopo l’altro i veti nei confronti di ebrei, afroamericani, omosessuali e – solo negli ultimi anni – donne, ma basta scorrere l’elenco dei circa 800 membri attuali per accorgersi che la grande maggioranza sono ancora soprattutto «wasp», legati da vincoli di parentela e amicizia.

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non votare kerry

Perché non voterò per Kerry

di Gabriel Ash

La scorsa estate ero a Nablus durante uno di quei regolari raid israeliani che distruggono ogni parvenza di vita normale in città. Centinaia di persone irate e coraggiose si erano radunate nel pomeriggio per affrontare i carri armati che avevano preso possesso della strada principale. La folla avanzava in circoli ampi e furiosi, migliorava la sua posizione, cercava riparo o attaccava, scansando le jeep della polizia di frontiera che imperversavano nelle strade, distribuendo granate assordanti e lacrimogeni.

Mentre correvamo – tutti correvano – nella strada del mercato, in cui alcuni banchetti erano stati dati alle fiamme, un giovane, con tra le mani  pezzi di cemento armato che intendeva lanciare contro i carri armati, corse di fianco a noi e rallentò un po’, seguendo il nostro passo, essendosi accorti che non eravamo del luogo. Ci chiese: “Vi piace Bush?”. In quel particolare momento, si trattava di una domanda paurosa. Pieno di adrenalina, risposi senza esitare: “Bush e’ un pazzo”. Il giovane corse verso i carri armati, lasciandosi noi alle spalle.

 
Che lanciare sassi contro i carri armati sia un gesto futile, e’ un cliché giornalistico. Errato. Certo, e’ un gesto simbolico, ma non futile. Ci vuole molto coraggio per affrontare con semplici pietre  un mostro d’acciaio di 60 tonnellate; l’impotenza del sasso nel fermare il carro armato sottolinea solo l’impotenza del carro armato nel fare ciò che e’ suo obiettivo fare: terrorizzare la gente.

Paragonato a ciò, gettare nell’urna una scheda elettorale per le elezioni presidenziali del novembre 2004 richiede molto meno coraggio personale ed e’ molto più futile. Eppure, il lanciatore di pietre mi sfidò a proposito delle mie scelte elettorali. Come rispondo?
Per me, il giovane di Nablus rappresenta i miliardi di diseredati, gente il cui destino, e spesso la cui stessa vita e morte, viene decisa a Washington dal presidente degli Stati Uniti e che non ha alcun modo di scegliere quel presidente.

Alcuni di quei diseredati sono americani – prigionieri, ex detenuti e gente in libertà condizionale, ad esempio. Ci sono anche i cento milioni di americani che hanno deciso di rinunciare al voto. Tuttavia, la grande maggioranza di diseredati non sono cittadini americani. Se gli USA si facessero i fatti loro, non ci sarebbe alcun bisogno di essere preoccupati sulle preferenze presidenziali da parte dei non-cittadini. Ma il governo USA ritiene che sia un suo diritto concesso da Dio quello di determinare il destino degli abitanti di luoghi come Nablus. Dalle città sci’ite dell’Iraq del sud ai villaggi indigeni della Bolivia, gli USA ritengono di poter determinare chi vivrà, chi morirà, chi sarà represso e chi governerà e, in particolar modo, in quale direzione fluirà il denaro. Il presidente USA e’ l’imperatore non eletto del pianeta.

E allora, nel momento in cui compio il gesto simbolico del voto, qual e’ la mia responsabilità verso queste persone? Quando esercito il mio diritto di voto, in quale modo prendo in considerazione gli interessi ed i desideri di coloro che non hanno questo privilegio?

Come membro della classe dei consumatori americani, mi e’ chiaro che John Kerry sarebbe un presidente migliore di George Bush, per me e per tutti coloro che conosco personalmente. Non che questa sia una sfida – il pomo della mia porta di casa sarebbe un presidente migliore di George Bush.
Ma la presidenza di John Kerry non ridurrà l’amarezza della vita a Nablus. I carri armati israeliani continueranno a rullarvi, sostenuti dal supporto finanziario e protetti dall’immunità diplomatica USA. Nablus continuerà a morire di morte lenta e soffocante, secondo i piani guida dei “ripulitori etnici” israeliani approvati dagli USA. Con Kerry alla Casa Bianca, gli iracheni continueranno a morire per il diritto di liberarsi dall’occupazione straniera. La guerra contro i contadini sud-americani si intensificherà,  combattuta  con le leggi del “Libero Commercio”, con i fondi della “guerra alla droga” o con intervento militare diretto.

Io non posso fermare i carri armati, ma, ala mia prossima visita a Nablus, non voglio dover mentire sul mio voto. Non voglio dover spiegare che non condivido il supporto di Kerry per la pulizia etnica, nonostante abbia votato per lui. Suonerebbe come una scusa che non sta in piedi, ed in effetti lo e’. Non voglio essere costretto ad ammettere ad i miei ospiti che ho votato per Kerry per la sua politica pensionistica e della sicurezza personale, dimenticandomi di Nablus e di ciò che i suoi abitanti subiscono. Il giorno delle elezioni, invece, io non dimenticherò Nablus e non voterò per Kerry.

So che molti lo considereranno un tradimento. C’e’ un silenzio assordante su Kerry tra la leadership progressista, un silenzio vergognoso che intende nascondere la familiare discussione:  e’ giunto il momento, oggi più che mai,  di votare strategicamente per il male minore. Bush sta distruggendo l’America e fermarlo deve essere la priorità assoluta. Questa argomentazione sarebbe più convincente se non fosse spolverata e dispiegata ogni quattro anni.

E’ un’argomentazione che sembra compiacere i demografi progressisti chiave. Il terrore palpabile che Bush evoca nel cuore di molti americani e’ ben fondato. Bush e’ una minaccia diretta per le finanze ed il benessere della classe media. Per quello che concerne i nostri problemi interni, vi e’ una differenza reale tra Bush e Kerry.
Tuttavia, più ci allontaniamo da casa, più le differenze si accorciano. Per il 50% degli americani, la differenza e’ probabilmente troppo piccola per giustificare la corsa alle urne. Per le vittime dell’imperialismo americano, non vi e’ alcuna differenza. Si tratta di scegliere tra due differenti impegni a bombardarle per ridurle alla sottomissione. La prossima elezione non sarà un referendum sull’impero americano, ma una gara sull’abilità di gestirlo. Kerry dichiara che lui sarebbe un amministratore migliore dell’impero. Pacificherebbe meglio l’Iraq, imporrebbe meglio le soluzioni USA al Medio Oriente, sottometterebbe meglio il mondo alla volontà americana. Forse e’ vero, ma perché dovremmo aiutarlo? Qual e’ la nostra posta nel migliorare la qualità della gestione dell’impero? Molti di noi hanno una posta in gioco, e questo può essere il problema.

L’argomentazione “tutti tranne Bush” e’ oggi un mezzo per proteggere gli interessi personalifingendo un alto senso di responsabilità. Quando si dice che tutti sono meglio di Bush, non si dice che anche noi abbiamo una posta in palio nel successo del dominio mondiale degli USA. In questo contesto, la cattiva gestione di Bush rappresenta un pericolo per noi perché minaccia di distruggere l’impero e, con esso, lo stile di vita relativamente sicuro di coloro che riescono a vivere bene all’interno del mostro.

Ma possiamo onestamente dire che un imperialismo americano meglio gestito renda il mondo un posto migliore anche per gli altri? Il fatto che la maggior parte del bilancio versato per la ricerca alle università americane abbia a che fare con lo sviluppo di modi sempre più efficaci per infliggere la morte, aiuterà i popoli della terra? L’eventuale vittoria americana in Iraq beneficerà quegli americani che non possono permettersi le cure mediche?

Il giorno delle elezioni, abbiamo una scelta. Possiamo votare o la nostra complicità con l’imperialismo o la nostra solidarietà verso le sue vittime. 
Io non discuto sul fatto che “peggio e’, meglio e'”. Se lo facessi, invocherei il voto a favore di Bush. Ciò che voglio dire e’ che non so quale presidenza – Bush o Kerry – sia migliore per coloro che non hanno diritti. Non lo so in parte perché questo non e’ un argomento da campagna elettorale. Entrambi i contendenti si sono impegnati ad estendere e rafforzare la potenza finanziaria e militare USA, senza alcuna considerazione per le sue vittime, in patria ed all’estero.

Il “voto strategico”, dunque, si limita a ciò che e’ “strategico dal punto di vista dei miei interessi ristretti”. Il conflitto sulla opportunità di votare “per il male minore” e’ (mal) rappresentato come un conflitto tra  pragmatismo e idealismo  – “qualcosa e’ meglio di niente” contro il “tutto o niente”. E’ invece un conflitto tra la morale ed il ristretto interesse personale

Lasciamo a coloro che supportano l’imperialismo il dibattito su come gestire al meglio l’impero. La cosa giusta da fare e’ usare il nostro potere per votare, simbolicamente, il nostro rifiuto a contribuire ad una conversazione civica sulla qualità della gestione e del dominio imperiale. E’ un gesto quasi futile, ma non completamente; e’ un atto di solidarietà con i diseredati.

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