stralci da l’intervista di Giuseppe Pietrobelli del Gazzettino a Massimo Atzu responsabile di “Un ponte per”.
Ed eccoci alle due Simone, “cooperanti” ed “espatriate”. «Chi si può permettere di vivere senza soldi, soprattutto con un lavoro così rischioso?» spiegano ad «Un Ponte per…» di fronte all’osservazione che le due donne non erano volontarie pure. L’inquadramento è corrispondente ad un terzo livello del settore Commercio (“full time” da 40 ore), aumentato da un’indennità di 225 euro al mese. Il totale? Circa 1.500 euro netti al mese, euro più, euro meno, a seconda del numero di giorni o di festività. In aggiunta vi sono l’assicurazione sulla vita (obbligatoria per le Ong), l’alloggio e i trasporti. Il vitto veniva risolto a Baghdad con una cassa comune, ma si trattava comunque di una cifra modesta.Lo stipendio non cambiava a seconda dei progetti in Iraq (sostegni sanitari, emergenza acqua, biblioteche, riabilitazione scuole, educazione infantile, educazione sanitaria), perché gli interessati rinunciavano ad eventuali stipendi maggiorati che fossero liquidati dagli organismi internazionali finanziatori. La differenza finiva così nel bilancio dell’organizzazione che nel 2003 ha registrato entrate per un milione 869 mila euro (65 per cento di contributi pubblici, 30 per cento fondi da privati) e uscite per un milione 610 mila euro (498 mila euro per materiali di consumo, 940 mila per servizi, 35 mila per il personale, 76 mila per godimento beni di terzi, 65 mila per oneri diversi di gestione).
Millecinquecento euro al mese sono tanti o pochi per lavorare in Iraq di questi tempi, dedicandosi ai poveri, ai malati e ai bambini? «Non sono stipendi paragonabili a quelli italiani per queste qualifiche. Non dimentichiamo che Simona Torretta è capo missione, e Simona Pari è stata a capo dei progetti. E comunque i nostri stipendi sono bassi nel panorama del volontariato. Reggiamo ancora l’urto della professionalizzazione, con una sistema misto che comporta ancora quote di volontariato puro» commenta Massimo Atzu.