Settembre 2004

un ponte di solidarietà

RAPIMENTO DELLE VOLONTARIE


Appello di “Un Ponte Per”
Appello per la liberazione delle ragazze e dei ragazzi rapiti in Iraq


“Noi, movimento italiano per la pace, fratelli e sorelle di Simona Pari e di Simona Torretta, operatrici di pace in Iraq, chiediamo alle persone che le detengono insieme ai due operatori iracheni, Ra’ad Alì Abdul-Aziz e Mahnaz Bassam, di liberarli subito. Vi chiediamo di considerare quanto danno state provocando alla causa della pace e a quella del popolo iracheno. Come ha scritto l’Unione delle comunità islamiche in Italia, “testimoniate coscienza di un debito di riconoscenza nei confronti di coloro che hanno condiviso la sofferenza del popolo iracheno negli anni dell’embargo, che sono rimasti nel paese quando dal cielo piovevano le bombe, che non l’hanno abbandonato neanche in questi mesi orribili di confusione e violenza”.

Vi chiediamo di non spezzare il filo di solidarietà che, nonostante e contro l’embargo prima e la guerra poi, nonostante e contro le scelte del nostro governo, persone come le nostre sorelle hanno mantenuto tenacemente e coraggiosamente, ad esempio rifornendo di acqua la popolazione assediata di Falluja e Najaf. “Un ponte per”, la loro Ong, insieme a centinaia di organizzazioni sociali e politiche del nostro paese, ha organizzato gigantesche manifestazioni a favore della pace e per il ritiro delle truppe straniere dall’Iraq, e ha cercato di non abbandonare gli iracheni all’arbitrio dell’occupazione militare.

 

In nome di questa lotta e della verità, vi scongiuriamo: liberateli subito. Al popolo iracheno e a tutti gli amanti della pace nel mondo, e in Italia, chiediamo di aiutarci nel tentativo di salvare la vita di Simona Pari, di Simona Torretta, di Ra’ad Alì Abdul-Aziz, di Mahnaz Bassam. Erano a Baghdad a nome di tutti noi. Nella loro prigione siamo anche noi, oggi. La loro liberazione sarebbe uno spiraglio di luce nel buio della violenza. Ancora in queste ore, in molte città irachene, la guerra miete vittime innocenti. Perciò continuiamo a chiedere con fermezza che tacciano le armi, che termini l’occupazione. Ogni forma di mobilitazione, di pressione, gli appelli e le fiaccolate, i messaggi ai rispettivi governi sono i mezzi di cui disponiamo, noi popolo della pace. Usiamoli tutti, adesso. Al movimento italiano chiediamo di scendere in piazza, in ogni città, da subito, con i colori dell’arcobaleno e nel nome delle nostre sorelle e dei nostri fratelli sequestrati in Iraq.

 

Il Comitato italiano Fermiamo la guerra, organizzatore delle marce del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004
Un ponte per Baghdad

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la morte in diretta

Lunedì 13 settembre 2004
 
La Repubblica

Morte di un reporter in diretta televisiva


VITTORIO ZUCCONI

Il reporter di al Arabya abbattuto dalle schegge si aggiunge a una lista ormai molto lunga di giornalisti arabi, oltre che europei e americani, morti sotto i colpi dei carri armati e dei velivoli d´assalto Usa, a cominciare dai corrispondenti della odiata al Jazeera bersagliati “per sbaglio” nei loro uffici ancora nelle ore del primo attacco alla capitale Irachena. Non è dunque una novità, la sua morte. La novità è nel fatto che la sequenza della sua uccisione sia stata registrata in diretta e dunque rappresenti una delle rare e sicure documentazioni di quegli “effetti collaterali”, che nei rapporti dei militari appaiono come esangui statistiche, seguite a volte da inchieste di comodo e da insolenti scuse.
Se la guerra di Bush può vantare la propria “intelligenza” è perché della strage collaterale non ci sono prove visibili e i morti innocenti sono soltanto sacchi raccolti tra le rovine. Ma non c´è dubbio che se potessimo vedere le migliaia di civili innocenti uccisi “per errore” durante il bombardamento di un presunto covo terroristico, il disgusto dell´opinione pubblica mondiale per il prezzo umano di questa guerra crescerebbe ancora. Per la fortuna di coloro che appoggiano e incitano la nostra guerra di civiltà, gli effetti collaterali raramente, o mai, si vedono mentre accadono. O non esistono o sono cancellati.
Ieri, in Italia grazie ai tg che hanno mandato in onda una sequenza disponibile a tutte le reti del mondo, invece si è visto. E, attraverso al Arabya, l´hanno vista milioni di spettatori nell´universo della mezzaluna, dall´Atlantico al Pacifico del Sud, dove già la convinzione che l´America sia una superpotenza violenta e ipocrita, che non pratica quello che predica, è tragicamente e profondamente radicata. La prima giustificazione data dai comandi americani, che hanno spiegato l´attacco dell´elicottero come un´operazione lanciata per proteggere la folla che si era raccolta attorno al relitto del blindato Bradley, non ha fatto altro che rafforzare, nel cuore e nelle menti di coloro che dovremmo conquistare, questa persuasione. Assai più probabile è che l´equipaggio di quell´elicottero di pattuglia in cielo abbia reagito alla vista del Bradley in fiamme sul quale qualcuno aveva issato la bandiera di Al Qaeda, per rabbia, per vendetta, forse per proteggere l´equipaggio del veicolo nel dubbio che fosse ancora intrappolato nella carcassa. La sindrome di Mogadiscio e del Black Hawk abbattuto è fortissima tra i soldati americani. Ma il motivo di quell´assalto alla cieca dall´aria ha poca importanza.
Importante ed esemplare è che nella giornata di ieri, diciannove mesi dopo la guerra e quattro mesi dopo l´operettistica fuga del proconsole Paul Bremer dalla capitale e l´insediamento del presunto governo sovrano di Allawi in una cerimonia moragnatica semiclandestina, il cuore di Bagdad sia ancora palesemente in balia dei ribelli, o insorti, o terroristi, o fanatici o comunque di coloro che avrebbero perduto la guerra e sarebbero in rotta.
La morte del reporter arabo non è stata una tragedia epocale, né un evento che possa consumarci come l´abominio di Beslan o la prigionia oscura delle due giovani volontarie italiane, sulle quali c´è chi sta addirittura giocando con presunti comunicati diffusi nelle fogne di Internet. È stata soltanto l´ennesima testimonianza del falso continuo al quale siamo sottoposti da un´amministrazione americana condannata a mentire di fronte all´enormità della menzogna iniziale, se non vuole perdere il potere. Solo che questa volta, il falso è divenuto visibile, come il sangue di un uomo sull´obbiettivo di una telecamera.

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oro blu. (thanx to h2o)

Il sottosuolo del confine fra i tre Stati è la più grande riserva d’acqua dolce del mondo. Ecco i piani Usa

Le carte coperte del Pentagono nella guerra dell’acqua

 

Angela Nocioni

 

Il sistema acquifero del Guaranì, sterminato oceano sotterraneo tra il nord est brasiliano e la pampa argentina, la riserva d’acqua dolce più grande del mondo. Il centro geografico di questo scrigno di oro blu è la Triple frontera, luogo di confine tra Argentina, Brasile e Paraguay, additato dal Pentagono come culla di terroristi islamici di varia provenienza, informazione puntualmente smentita dai servizi segreti locali. Lì, proprio lungo il triplice confine, Washington insiste da tempo per costruire la sede stabile delle esercitazioni di contingenti presi in prestito dalle forze armate latinoamericane, esercitazioni da realizzare sotto comando statunitense. Un gigantesco esercito a guida Usa piazzato nel punto strategico del territorio che custodisce una delle riserve di biodiversità più ricche del pianeta. Il Brasile ha a lungo storto il naso (ma senza che il presidente Lula abbi mai speso una parola chiara in proposito con Washington), l’Argentina ha detto esplicitamente che non gradisce. Tentando di aggirare il malcontento delle due potenze continentali, la Casa Bianca ha messo alle strette il Paraguay che sull’oceano potabile galleggia. L’amministrazione Bush pretende da Nicanor Duarte – presidente da nemmeno un anno, candidato dal Partido Colorado – la firma di un accordo che garantisca l’immunità penale ai militari e ai funzionari statunitensi occupati in qualsiasi missione, comprese le operazioni coperte, in territorio paraguaiano. L’obiettivo è scucire l’appoggio del Paese più debole del Mercosur (mercato comune del Cono Sur costruito sull’asse Brasilia-Buenos Aires) per militarizzare la delicatissima regione. Il metodo per conseguirlo è quello già tentato con 35 paesi nell’ultimo anno: o accordate l’immunità penale ai nostri militari sul vostro territorio o non riceverete più finanziamenti statunitensi (né quelli del Fondo monetario internazionale). Anche se Duarte sta da mesi contrattando per evitare di firmare un accordo vincolante con Washington, la Casa Bianca sa di poter contare su antichi appoggi dentro e fuori dall’attuale governo paraguayano. Il Paraguay è il Paese in cui la Cia, durante la dittatura di Alfredo Stroessner, poté permettersi di impiantare il suo quartier generale in Latino America. Le dirette implicazioni di ufficiali della Fbi negli anni bui della storia paraguaiana sono raccontate dai documenti saltati fuori nel dicembre del 1992 con il ritrovamento degli archivi del terrore.

Il Pentagono ha provato più volte a coinvolgere gli eserciti della regione nella costituzione di una mai meglio definita “forza multilaterale”. Il 25 marzo 2003, durante la riunione di militari dei paesi del Cono sud convocata dagli Stati Uniti a Miami, si è tentata la formalizzazione dell’esistenza di questa forza presentandola come contingente d’appoggio al Plan Colombia. Il Mercosur ha già dichiarato il sistema acquifero del Guaranì una sua riserva strategica. Quell’enorme oceano potabile si estende per un milione e 200mila chilometri. Se a ciò si aggiunge la riserva d’acqua dei ghiacciai dell’estremo sud argentino e si considera che meno del 3% delle riserve idriche del pianeta sono costituite d’acqua dolce, non stupisce che agli strateghi della svendita delle risorse naturali latinoamericane l’affare Guaranì possa sembrare un business lucroso tanto quanto quello degli idrocarburi.

 

PS da ascoltare: ‘Due parti di idrogeno per una di ossigeno’ – Marco Paolini + Mercanti di Liquore da ‘Sputi’ (vi manderei l’mp3, but where?)

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riceviamo e con piacere pubblichiamo (da H2O)

WATER WAR

L’Acqua fonte di vita, l’Acqua bene pubblico per eccellenza, l’Acqua bene comune dell’umanità, rischia di essere consegnata nelle mani di chi la vuole trasformare in merce, quotare in Borsa, limitare a un affare per pochi. Qualcuno ha calcolato che nel mondo il business dell’Acqua equivarrebbe a quasi la metà del business del petrolio. Dall’oro nero all’oro blu. Dalle guerre per il petrolio alle guerre per l’Acqua. Già ora il conflitto tra Israele e la Palestina vede l’Acqua come elemento di contesa. Ma la guerra dell’Acqua si combatte anche a suon di lobby e di leggi. Le lobby sono formate dalle multinazionali che “influenzano” le organizzazioni internazionali che a loro volta “condizionano” i politici. Le multinazionali dell’Acqua si chiamano: Suez Lyonnaise des Eaux, Vivendi, RWE, ACEA, ma anche Danone, Nestlè e così via. La Nestlè vorrebbe acquistare l’Acquedotto Pugliese, il più grande acquedotto d’Europa. Le organizzazioni internazionali si chiamano: Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO in inglese), Banca Mondiale (BM), Fondo Monetario Internazionale (FMI) e altre. Nei negoziati GATS (o AGCS, Accordo Generale sul Commercio dei Servizi) in corso, la Commissione Europea vorrebbe mettere sul mercato (cioè privatizzare) i servizi pubblici e tra questi la gestione dell’Acqua. I politici si chiamano: Bush, Prodi, Blair, Chirac, Berlusconi, ma anche D’Alema, Fassino e altri. I DS, benché all’opposizione, hanno presentato un emendamento alla Finanziaria 2003 per costringere tutti comuni d’Italia a privatizzare i propri acquedotti (la loro lobby si chiama ACEA di Roma?). Le leggi sono: i trattati del WTO, i finanziamenti della BM e del FMI, le Direttive CEE e, in Italia, la legge Galli (n. 36 del 1994), la Finanziaria del 2002 e del 2003, la Legge Regionale della Lombardia n. 21 del 1998. Tutte norme che obbligano gli enti pubblici ad affidare la gestione dell’Acqua ai privati. Uno scenario non certo rassicurante.

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adotta una mamma

Un’altra storia di coraggio…
Questa volta arriva dal villaggio di Pailan, a Calcutta. E’ la storia del dottor Samir Chaudhuri, pediatra esperto in nutrizione, fondatore dal 1975 del CINI (Child in need institute) istituto per il bambino bisognoso.
Il dottor Chaudhuri ha messo a punto un sistema “circolare”: chi entra nella clinica paga un biglietto (cinque rupie, 0,16-0,20 euro) e inizia una serie di controlli, peso, altezza, poi passa attraverso un check-up generale, le vaccinazioni, la distribuzione dei farmaci e alla fine si spunta nel cortile della clinica. Con questo sistema si arrivare a visitare (e curare) anche un migliaio di persone al giorno.
Oggi nei CINI lavorano 250 tra medici, infermieri e operatori umanitari, con un’utenza di 400mila persone.
5 rupie a paziente non sono sufficienti a coprire le spese degli ospedali (ci vorrebbero circa un euro a persona) e cosi’ Chaudhuri raccoglie anche donazioni dall’estero, Italia compresa.
In Italia ha in particolare lanciato la campagna “Adotta una mamma, salva il suo bimbo” (http://www.adottaunamamma.it). Con 250 euro si assicurano a una futura mamma assistenza durante la gravidanza e per i due anni di vita del bambino.
“La possibilita’ di intervenire sulla denutrizione e’ una finestra che si apre una volta”, spiega il pediatra, “poi si chiude. Per sempre.”
(Fonte: Peacereporter.net)

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vie verdi

Salvare i tracciati ferroviari dismessi trasformandoli in percorsi ciclopedonali chiusi alle auto: e’ la proposta della Federazione Italiana Amici della Bicicletta – Fiab onlus alle Ferrovie dello Stato, in previsione delle imminenti aste per la vendita del patrimonio immobiliare Fs: i percorsi seguiti dalle rotaie sarebbero infatti particolarmente indicati per diventare percorsi ciclopedonali. Sono fin dall’origine separati dal traffico motorizzato, quindi sicuri per pedoni e ciclisti, hanno una pendenza quasi nulla e generalmente attraversano luoghi ancora preservati dall’incuria dell’uomo.
In Italia tra argini dei fiumi, tratturi, sentieri storici, sentieri di montagna e ferrovie dismesse, esistono migliaia di chilometri di “vie verdi” che potrebbero essere recuperati e restituiti alla libera fruizione ciclopedonale. Con benefici per la salute, l’ambiente e le economie locali.(Fonte: A come Ambiente

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norman kyte

A Norman Kyte, 53enne del Somerset, i medici avevano detto che non c’era piu’ nulla da fare: tumore al pancreas, inoperabile. Cosi’ Norman si e’ licenziato dal lavoro e con la moglie e’ andato in vacanza, per un mese, ai Caraibi, spendendo circa 8000 dollari.
Ritornato a casa i medici gli hanno detto che c’era stato un errore. Il tumore era benigno e perfettamente operabile.
Ora Norman rivuole indietro i soldi del viaggio e dopo le lezioni presidenziali USA fara’ causa all’ospedale

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corn flakes pericolosi

In Danimarca, il Ministero per l’Alimentazione ha messo
fuorilegge i corn flakes arricchiti della Kellogg’s,
perche’ giudicati potenzialmente pericolosi per la salute.
Sarebbero stati trovati contenuti eccessivi di ferro, calcio
e vitamina B6.
(Fonte: Il Salvagente)

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sport salutari

Si e’ tenuta in Finlandia a fine agosto la quinta edizione
del Campionato mondiale di lancio del telefonino.
All’appuntamento hanno partecipato 117 atleti dei quali
57 hanno gareggiato individualmente, 42 nelle categorie
a squadre e 18 nella categoria giovani.
Vincitore Ville Piippo di Helsinki, con una distanza di
82.55 metri.
Il regolamento della manifestazione impone agli atleti di
lanciare cellulari funzionanti e originali.

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Shalom vuole dire pace, Arafat morto che cammina

  Israele torna a minacciare l’espulsione di Arafat
 
Tel Aviv, 9 settembre – Il ministro degli Esteri israeliano Silvan Shalom e’ tomato ieri sera a minacciare l’allontanamento con la violenza dalla Palestina del presidente Yasser Arafat in una riunione di estremisti del Likud. “La sua espulsione e’ piu’ vicina che mai”, ha detto Shalom, definendo Arafat semplicemente “un terrorista”.

Intanto, soldati delle truppe di occupazione hanno assassinato ieri un palestinese a Gerico, in Cisgiordania, e quattro questa mattina nel campo profughi di Jabaliya, nella striscia di Gaza, dove razzi sono stati lanciati contro un gruppo di palestinesi. Tra i quattro uccisi, anche un bambino

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CONFESSIONI ATROCI

MA E’ PROPRIO NECESSARIO TENERE I SOLDATI ITALIANI A NASSIRIYA??? (4)

 

«Mi hanno addestrato a rispettare le persone. Io sono andato in Iraq per fare il mio dovere e il mio dovere non è arrestare ragazzini e mettere le manette ai polsi a vecchi signori che somigliano a mio nonno».

E’ arrabbiato il caporale della brigata Garibaldi che vuole rimanere anonimo per paura di ritorsioni, quasi gli salgono le lacrime agli occhi. «Ogni mattina ci dicevano di andare a sud e pattugliare. Col tempo e con i rimproveri e le punizioni abbiamo capito che se non tornavamo con un sostanzioso gruppo di fermati per noi non sarebbe stata vita facile in Iraq».

Come venivano scelte le persone da arrestare?. «Entravamo in case dove non bisogna neanche sfondare la porta, basta spingerla con un dito per farla cadere. Non esisteva un criterio. Prendi quelli che ti capitano, se giovani uomini meglio, ma anche donne sole». Perché donne sole? «Se mogli, sorelle, madri di guerriglieri possono dare qualche informazione».

«Io capisco l’arresto – dice N.F. bersagliere pugliese – perché i terroristi sicuramente sono gente normale, anche anziani magari, ma quello che non capisco sono i modi con cui li dobbiamo ammanettare, mettere il cappuccio contro i morsi, perquisire anche le donne che non nascondono nulla ed appena ti avvicini iniziano a piangere».

Il bersagliere si ferma e si allontana, non vuol raccontare di più. Continua il caporale: «Quando li portiamo al comando questi non dicono nulla. l’interprete inventa tutto lui e questo lo posso assicurare perché sia uomini che donne che ragazzini davanti all’autorità militare rimangono pietrificati, zitti. Terrorizzati non dicono niente di niente, a stento il loro nome».

Torture, violenze? «Mai. Né schiaffi, né pugni, niente. Non ho mai visto niente di tutto questo. Nessuna tortura, del resto si vede in faccia che questi non sanno niente. Li si arresta, li si fa stare inginocchiati per tutta la mattina con le mani legate dietro la schiena. Senza motivo. Gli ufficiali dicono che è la prassi. Io alla Garibaldi non ho avuto questo insegnamento». «Bisogna capire – ricorda il caporale – che non è di nostra competenza arrestare e fermare gente. Ma serve. Serve agli alti ufficiali, serve a mostrare che teniamo sotto controllo il territorio, serve ai nostri superiori, ai tenenti che se ne stanno dietro il computer, serve per dimostrare che conosciamo i terroristi dell’intera provincia di Dhi Qar.

Non è vero nulla. Qui il 90% della gente non ha neanche la forza di fare il terrorista, da qui passano i guerriglieri e le armi ma appena c’è un po’ di movimento noi veniamo tolti di mezzo».

I ragazzi descrivono una situazione in cui appena c’è la possibilità di interrompere una reale operazione di guerriglia i superiori decidono di battere in ritirata. Un atteggiamento che piuttosto esser definito come sana scelta di prudenza sembra frutto di una precisa strategia politica decisa ad annullare il rischio perdite.

«Io personalmente – dice C.L. caporal maggiore – avevo segnalato tempo fa sulla strada che porta a nord di Nassiryia dei camion sospetti, perché non avevano né il segno della mezzaluna né della croce rossa, e in più erano piccoli rispetto ai camion usati per gli aiuti. Ma ci fu impedito di intervenire». «Preferiscono farci stare tranquilli, però così ci esponiamo di più al terrorismo. Se stiamo fermi, se lasciamo agire prima o poi ci colpiranno, come hanno già fatto. Ma se non abbiamo la forza di contrastare la guerriglia non ci dovevano proprio far venire».

Interviene l’anonimo caporale: «Io sparo per primo. Se vedo uno con un fucile non urlo di buttarlo a terra, io sparo. Noi diciamo sempre `meglio un cattivo processo che un buon funerale’. Ma qui ho imparato a stare attento, quelli che il comando dice essere terroristi e che quindi vai ad arrestare con il fuoco in pancia risultano essere dei poveracci, magari ex poliziotti o ex militari. Gente innocua».

«Quando è venuto Berlusconi a Nassiriya – continua l’anonimo caporale – ogni soldato aveva l’ordine di pattugliare, ma di non intervenire mai. Non arrestare, non rompere le palle a nessuno. Se tu non tocchi la guerriglia la guerriglia non tocca te. In quei giorni avemmo notizia anche di un passaggio di armi verso Tallil, rischiosissimo perché strategicamente è un nostro punto di forza, ma non intervenimmo, non bisognava infastidirli. I terroristi non avrebbero dato fastidio all’arrivo di Berlusconi se noi non davamo fastidio alle loro operazioni. E così è stato».

I ragazzi sono rimasti sconvolti dall’attentato di Nassiriya. «Non dimenticherò mai», dice C.L. «Ho la foto di tutti i morti nel portafoglio», aggiunge il caporale. «Ma è ovvio – dice C.L. – che se continuiamo a stare fermi diventeremo bersaglio sempre più facile».

“iL MANIFESTO”

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SOLDATI ITALIANI UCCIDONO DONNE E BAMBINI

MA E’ PROPRIO NECESSARIO TENERE I SOLDATI ITALIANI A NASSIRIYA??? (3)

 

Furiosa battaglia, 15 iracheni uccisi e 35 feriti fra cui donne e bambini
Gli italiani sparano strage a Nassiriya
Giancarlo Lannutti
Liberazione 7 aprile 2004

 

La ipocrita finzione sulla «missione di pace» in cui sarebbero impegnati i militari italiani in Iraq è stata clamorosamente e tragicamente smentita da quello che è accaduto ieri a Nassiriya: cinque ore di battaglia in città, con quindici iracheni uccisi (compresi due bambini e una donna) e alcune decine feriti (molti dei quali civili), in quella che le stesse fonti ufficiali del contingente hanno definito una azione offensiva «su vasta scala» e che ha provocato il ferimento di dodici bersaglieri. I fatti sono più eloquenti di tutte le elucubrazioni verbali: l’Italia è in guerra agli ordini di Bush in flagrante violazione dell’art. 11 della Costituzione repubblicana, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale soldati italiani si sono resi responsabili di una strage, e per di più al di fuori di qualsiasi mandato o copertura delle Nazioni Unite; a differenza di quanto avvenne nel 1993 in Somalia, dove si operava sotto le bandiere dell’Onu e dove nel tragico episodio del check-point Pasta furono i miliziani somali ad attaccare. Qui il quadro è completamente diverso: nessun sofisma e nessuna menzogna può nascondere il fatto che la Joint Task Force italiana a Nassiriya è una forza di occupazione agli ordini del comando anglo-americano; ed anche la sanguinosa battaglia di ieri è la conseguenza di una operazione voluta e ordinata dagli americani….

lA  situazione a Nassiriya è precipitata poco prima dell’alba di ieri mattina. Nel pomeriggio precedente la «governatrice» della regione Barbara Contini (italiana ma nominata dagli americani e direttamente dipendente dall’Autorità provvisoria della coalizione) aveva preso l’iniziativa di negoziare con uno di leader sciiti locali lo sgombero dei tre ponti sul fiume Eufrate, che divide in due la città, presidiati da miliziani e manifestanti. Sembrava che si fosse raggiunto un accordo di massima o comunque che si potesse arrivare ad una soluzione non traumatica. E invece intorno alle 04 locali è scattato l’attacco, con l’impiego di almeno 500 soldati. Il portavoce della Task Force maggiore Simone Schiavone lo ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo lanciato una operazione su vasta scala per restaurare l’ordine. La città era divisa in due con i ponti sotto il loro controllo (cioè degli sciiti, ndr) e dovevamo venirne fuori prima che la situazione degenerasse». Avvicinandosi al primo ponte, sempre secondo le fonti ufficiali, i soldati sono stati fatti segno a colpi di arma da fuoco, che a detta della portavoce del governatore Paola della Casa venivano dalla ex-palazzina comando dei carabinieri, devastata dall’attentato del 12 novembre scorso; e a questo punto l’attacco si è fatto più pesante e la battaglia è divampata dovunque. Il comandante della Task Force gen. Chiarini ha parlato di «almeno cinque ore di combattimenti»; il volume di fuoco impiegato dagli italiani – nonostante i tentativi delle fonti di minimizzarlo – è dimostrato dai risultati della battaglia: come si è detto, quindici morti e più di 35 feriti fra gli iracheni, inclusi molti civili, e dodici feriti leggeri tra i bersaglieri attaccanti, otto dei quali addirittura hanno riportato solo lievi escoriazioni e uno è stato colpito da «stress da combattimento» (!). I militari hanno ripreso uno dopo l’altro tutti e tre i ponti e hanno poi presidiato i punti strategici della città.

In mattinata uno dei leader della rivolta, Sayed Riyad, ha dichiarato che su richiesta di Muqtada Sadr è stato intimato al comando italiano un ultimatum di due ore per ritirarsi dalla città; due operatori civili sudcoreani sarebbero stati sequestrati per rafforzare l’ultimatum ma sarebbero poi stati rilasciati, circostanze entrambe che non hanno avuto nessuna conferma. Il comando del contingente ha smentito la circostanza dell’ultimatum; ma sta di fatto che dopo le 18, 30 locali (le 16, 30 in Italia), ora di scadenza, il corrispondente locale della France Presse ha parlato di ripresa di sparatorie intermittenti. Un portavoce militare ha detto per contro che una delegazione di sciiti «moderati» avrebbe chiesto 48 ore di tempo per far allontanare dalla città i miliziani di Sadr, notizia che non ha trovato per ora conferme da parte irachena. E il calare della notte ha fatto nuovamente pesare su Nassiriya una cappa di tensione e di paura. 

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giacimenti eni a nasseriya

MA E’ PROPRIO NECESSARIO TENERE I SOLDATI ITALIANI A NASSIRIYA??? (2)

 

Una strana coincidenza: a Nassirya un giacimento di petrolio sfruttato dall’Eni
Da Radio Capital del 14 Aprile 2004

Una strana coincidenza. A Nassiriya un giacimento di petrolio sfruttato dall’Eni.
La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.
«Quella dell’Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario».
E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo…… poi già che c’è invia altri 3000 militari a Nassiriya.
Ecco le cifre: l’ospedale a Bagdad costa…21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa…232 milioni e 451 mila euro.
La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c’è lì di così tanto umanitario?
Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya.
Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso.
«Abbiamo incontrato l’ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda».
Interessi in gioco!
«Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all’altezza dell’impegno militare»
Benefici in cambio dell’impegno militare!
Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di…benefici. Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un’ex dirigente dell’Eni. «Il governo iracheno accordò all’Eni lo
sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud  del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l’Iraq voleva avviare a produzione.
Nel suo territorio c’è una grande raffineria ed un grande oleodotto».
Guarda un po’, l’Eni aveva contratti petroliferi con l’Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni. «I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare.  E’ un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni».
Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi!
In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto – Di Pietro, ha presentato un’interrogazione proprio su questa vicenda. 
«Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all’Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto. Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso. Dico “era” perché quel contratto è in forse, nel senso che l’occupazione dell’Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate.
Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro».
E noi ci siamo procurati la risposta del governo all’interrogazione della parlamentare.
«La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e  umanitario». Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario. «La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell’Eni»
Ah, no?
«Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante». E intanto il governo ammette gli accordi. Il 23 febbraio 2003, un mese prima
dell’invasione, l’agenzia Ansa dà notizia dell’esistenza di un dossier circa gli affari italiani in Iraq.
«L’Italia, che e’ già presente con le iniziative dell’Eni ad Halfaya e Nassiriya, può giocare anch’essa un ruolo».
Ecco cosa dice l’amministratore delegato dell’Eni, un mese dopo la caduta di Saddam.
«L’amministratore delegato dell’Eni Vittorio Mincato ricorda agli azionisti come già nel passato il gruppo aveva messo gli occhi sull’area irachena di Nassiriya»
Nassiriya!
Il nostro dubbio a questo punto è il seguente: è un caso che i nostri soldati siano finiti a Nassiriya?
Ecco il sottosegretario alla difesa Filippo Berselli.
– Non posso essere d’aiuto, né confermando, né smentendo una notizia che non so.
– Allora posso chiederle quest’altra cosa, più in generale: perché siamo andati proprio a Nassiriya?
– Beh, a Nassiriya perché a Bagdad c’erano gli americani, c’erano delle aree d’influenza ed è stata scelta Nassiriya, sarà una coincidenza. Per quanto mi riguarda è assolutamente una coincidenza. –
Ah, una coincidenza. – Sì.
Ecco qua! Per il governo si tratta di una coincidenza.
E noi aggiungiamo: è una coincidenza umanitaria!
Se volete ascoltare via radio la puntata:
http://www.capital.it

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CAMERATI A NASSIRIYA

MA E’ PROPRIO NECESSARIO TENERE I NOSTRI SOLDATI A NASSIRIYA???

 


” interessante questa foto con la bandiera fascista “camerati italiani” fra le macerie della caserma dei carabinieri a nassirya.
è sempre un piacere vedere come la repubblica democratica italiana permetta l’esposizione di simboli vietati dalla sua stessa costituzione…..
credevo che con faccetta nera cantata a genova dalle cosiddette forze dell’ordine, fosse stato il fondo….invece si continua a scavare” INDYMEDIA.


NASSIRIYA: DUE SENATORI DS DENUNCIANO, “SU UN TRICOLORE UN FASCIO LITTORIO NEL QUARTIERE GENERALE DEI CARABINIERI”
“Considerato che:

sul numero 48, del 26 novembre 2003, del settimanale “CHI”, editore Mondatori, vi è un ampio servizio dal titolo “Gli Eroi di Nassiriya” riguardante il barbaro eccidio dei 19 italiani in Iraq ad opera dei terroristi;
a pagina 17 del suddetto settimanale vi è un servizio fotografico: “Nassiriya (Iraq). Ciò che rimane del quartier generale dei Carabinieri dopo l’attentato del 12 Novembre. In alto il tricolore rimasto appeso in una delle stanze distrutte.”;
al centro del tricolore vi è un gagliardetto nero con un’aquila che stringe tra gli artigli un fascio littorio e la dicitura “CAMERATI ITALIANI”;
si chiede di sapere:

  • per quale motivo in una delle stanze del quartiere generale italiano era esposta siffatta bandiera, quale segno di riconoscimento del nostro Paese, in luogo del “classico” tricolore;
  • quali responsabilità si possono ravvisare in capo al Comando militare della missione italiana in Iraq;
  • se il Governo non ritenga che questo fatto non ravvisi il reato di vilipendio alla bandiera di cui all’articolo 292 del codice penale;
  • quali iniziative il Governo intenda adottare per chiarire al più presto tutti gli aspetti di questa incresciosa vicenda”.

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Il Corano, fondamento di valori

CORANO: UN DOCUMENTO RELIGIOSO, STORICO E SOCIALE
 
L’Islam non è solo una religione, ma anche un modo di vivere, un insieme di comportamenti, un ideale politico e sociale. L’ordine sul quale viene incentrata la vita di un musulmano è il Corano, testo sacro, simbolo supremo della rivelazione. E’ stato dettato dall’arcangelo Gabriele al profeta Mohammed nel periodo che va dal 609-610 al 632, a brani, chiamate sure, rispecchiando un disegno divino. La sua ispirazione è nettamente letterale: è una vera dettatura dell’angelo. E’ stato rivelato in lingua araba, la quale è rigorosamente inseparabile da esso, diventando così la lingua sacra per l’Islam.

Il Corano non è solo rivolto agli arabi, anche se le sue formule da pronunciare nei riti devono essere in lingua araba. Il Corano è il conservatore della lingua araba. Grazie ad esso la lingua araba è diventato l’idioma comune dei musulmani. Le rivelazioni coraniche non si riferiscono soltanto alla religione e alle questioni della vita futura, ma riguardano anche la quotidianità e le sue leggi e, soprattutto, la costituzione e l’organizzazione della comunità da parte di Mohammed.

Alcuni esempi interessanti sono: i cibi e le bevande illecite, il matrimonio, la figura della donna, l’uso del velo e la poligamia. E’ proibito cibarsi di carne di maiale, considerata “sporca” di sangue, e di animali in genere non macellati ritualmente. La macellazione rituale islamica, simile a quella ebraica, consiste nel far uscire il sangue il più possibile, tagliando di netto la gola e pronunciare, nel frattempo, la formula. Nonostante il Corano proibisca solo il vino vero e proprio, la gran parte dei musulmani, per analogia, allarga il divieto a tutte le bevande alcoliche. Solo gradualmente il Corano proibì l’uso del vino, dapprima ritenuta una buona bevanda, per evitare sconci abusi come presentarsi ebbri alla preghiera canonica. Il motivo per cui nell’Islam è vietato bere esplicitamente soltanto il vino, rimanda al periodo del profeta, in quanto a quell’epoca esisteva solo il vino.

Il matrimonio, non considerato sacramento, è un rito semplicissimo, giuridicamente un contratto tra lo sposo e il rappresentante legale della sposa, del quale è obbligatorio, per legge, il consenso al matrimonio. Nella pratica, il contratto avviene davanti a un giudice o una persona da lui delegata e due testimoni. Nel contratto lo sposo si impegna a versare alla sposa una dote. Tutto questo non significa ovviamente che il matrimonio non si debba fondare sull’amore. Il ruolo della donna nella società corrisponde alla sua natura femminile. Le donne non sono uguali agli uomini per il fatto che entrambi hanno nature diverse.

All’interno della società islamica non sono antagonisti, bensì complementari: hanno determinate funzioni, determinati compiti e doveri in rapporto alla loro specifica costituzione. All’uomo spetta la responsabilità economica ed è suo dovere mantenere la famiglia, anche se la moglie è ricca. Alla donna, considerata regina della propria casa, spettano determinati compiti nell’ambito della casa e della famiglia. Davanti a Dio uomini e donne sono uguali. Certo è che la donna, in alcuni casi, ha meno privilegi dell’uomo: come, per esempio, in materia di eredità. Tutto viene spiegato dal contesto storico-sociale dell’Islam. Il figlio eredita la parte di due figlie. La ragione è che l’uomo, sposandosi, si impegna a mantenere la donna con una famiglia.

Con il passare del tempo, e per ragioni dovute a tradizioni sociali e pregiudizi estranei alla legge islamica, la condizione della donna è divenuta peggiore nei Paesi islamici di quanto il Corano e la legge indicassero. L’uso del velo è il tipico esempio di questo antifemminismo. Il hijab, la copertura, è un obbligo divino verso le proprie fedeli, oltre che una forma di protezione dalle possibili conseguenze dell’eccitazione maschile nel vedere le forme di una donna. Inoltre, si tratta di un gesto di rispetto nei confronti del proprio marito o i propri genitori e fratelli, gli unici autorizzati a vedere la “nudità” della donna. Il hijab, perciò, rappresenta il rispetto e la protezione della donna, costituisce una barriera al desiderio dell’uomo e allontana i rapporti sessuali illeciti.

Un uomo, infatti, deve desiderare una donna per il suo carattere religioso, per la sua personalità, per il suo intelletto e solo dopo per il suo corpo. La donna, perciò, oltre a celare i capelli, considerati simbolo di femminilità, deve anche coprirsi dai polsi alle caviglie, lungo tutto il corpo, dal seno fino al collo, lasciando scoperti mani, viso e piedi. E’ necessario ricordare come anche nell’ambito cristiano si parli del velo delle donne. L’obbligo del velo nelle chiese cattoliche è stato abbandonato non tanto tempo fa. Sino a qualche anno addietro le donne si coprivano il capo nell’accostarsi ai sacramenti e nelle occasioni solenni quali la cresima, la prima comunione e soprattutto il matrimonio.

Noi occidentali consideriamo l’utilizzo del velo come un segno di sottomissione della donna. Bisogna dire che la donna non può essere costretta dall’uomo a indossare il velo e quindi a coprirsi, in quanto Dio non accetta le costrizioni. Molte ragazze indossano il velo, cambiando ogni giorno il colore e le fantasie, accoppiandolo allo stile dell’abito e alla moda da loro stesse inventate. Ha senso, allora, sostenere che si tratta di sottomissione? Non sono gli indumenti o i segni esteriori che possano indicare uno stato di emancipazione o di dominazione, ma i discorsi entro cui questi oggetti e segni assumono valore.

Esistono vari tipi di copricapi. Il hijab, chador in persiano, è originalmente soltanto un velo che copre i capelli delle donne. Il rosari, letteralmente copritesta, è il nome originario dell’abbigliamento comunemente definito chador in Iran. Si tratta di un’unica veste, per lo più di color nero, che avvolge il volto e ricopre tutto il corpo della donna. Il niqab, diffuso prevalentemente nei Paesi musulmani sunniti, è un velo integrale nero che non lascia trasparire nulla del corpo della donna ad eccezione degli occhi che si intravedono da due fori. Il burqa, abbigliamento tradizionale delle donne afghane, è un indumento che ricopre tutto il corpo e ha una sorta di grata all’altezza degli occhi che consente di vedere: i Talebani obbligavano tutte le donne a indossarlo.

La poligamia, tanto discussa e criticata, in realtà, non è stata istituita dall’Islam. Nel Vecchio Testamento, infatti, Dio attribuiva la possibilità agli uomini di avere più mogli e la maggior parte dei profeti ne fece ricorso. Nel periodo preislamico la poligamia era molto diffusa e senza limiti. Il Corano non impedisce la poligamia, ma stabilisce dei limiti, fissando in quattro il numero massimo delle mogli e indicando delle condizioni. La giustizia e l’imparzialità: l’uomo poligamo non deve favorire nessuna delle mogli, ma deve essere equo. In caso contrario, è proibito sposarne più di una. Gli uomini, per loro natura, sono imperfetti e inclini agli errori, dunque, per Dio è cosa saggia unirsi in matrimonio a una sola donna.

La moglie durante la stipula del contratto matrimoniale ha la facoltà di imporre al futuro sposo la condizione di non sposare altre donne. Diversamente, lui può risposarsi, ma solo in casi specifici: se la moglie è gravemente malata oppure è sterile, o non è in grado di tener fede all’impegno coniugale. La poligamia, quindi, non è un ordine, ma una facoltà. Oggi, la poligamia è ufficialmente vietata solo in Tunisia, ma è praticamente scomparsa nel mondo islamico. Il Corano è un importante “documento” religioso, storico e sociale, la cui lettura può essere un’esperienza interessante anche per un non islamico, fosse anche solo per scoprire ed entrare in contatto con una realtà diversa da quella a cui noi occidentali siamo stati abituati.

Fadia Al Beik

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reporter senza frontiere: 40 giornalisti uccisi in Iraq, la list

40 journalistes et collaborateurs des médias tués en Irak depuis le début du conflit, 2 disparus

 

A ce jour, au moins 40 journalistes et collaborateurs des médias ont été tués en Irak depuis le déclenchement de la guerre en mars 2003. 25 d’entre eux ont trouvé la mort depuis le 1er janvier 2004 dans des circonstances directement liées à leur mission professionnelle.

Par ailleurs, 2 journalistes sont toujours portés disparus :


Frédéric Nérac
ITV News, depuis le 22 mars 2003

Isam Hadi Muhsin Al-Shumary
Cameraman, Suedostmedia, depuis le 15 août 2004.
 

 25 Journalistes tués

 26.08.2004 – Enzo Baldoni, Diario della settimana

 15.08.2004 – Mahmoud Hamid Abbas, ZDF

 15.08.2004 – Hossam Ali, indépendant

 03.06.2004 – Sahar Saad Eddine Mouami, Al-Mizan, Al-Khaïma, Al-Hayat Al-Gadida

 27.05.2004 – Shinsuke Hashida, Nikkan Gendai

 27.05.2004 – Kotaro Ogawa, Nikkan Gendai

 07.05.2004 – Mounir Bouamrane, TVP

 07.05.2004 – Waldemar Milewicz, TVP

 19.04.2004 – Assad Kadhim, Al-Iraqiya TV

 26.03.2004 – Bourhan Mohammad al-Louhaybi, ABC News

 18.03.2004 – Nadia Nasrat, Diyala Television

 18.03.2004 – Ali Al-Khatib, Al-Arabiya

 18.03.2004 – Ali Abdel Aziz, Al-Arabiya

 28.10.2003 – Ahmed Shawkat, Bila Ittijah

 17.08.2003 – Mazen Dana, Reuters

 02.07.2003 – Ahmad Karim, Kurdistan Satellite TV

 08.04.2003 – José Couso, Tele 5

 08.04.2003 – Taras Protsyuk, Reuters

 08.04.2003 – Tarek Ayoub, Al-Jazira

 07.04.2003 – Christian Liebig, Focus

 07.04.2003 – Julio Anguita Parrado, El Mundo

 04.04.2003 – Michael Kelly, Washington Post

 02.04.2003 – Kaveh Golestan, BBC

 23.03.2003 – Terry Lloyd, ITV News

 22.03.2003 – Paul Moran, Australian Broadcasting Corporation

 15 Collaborateurs tués

 25.08.2004 – Jamal Tawfiq Salmane, Gazeta Wyborcza

 29.05.2004 – Mahmoud Ismail Daoud, garde du corps, Al-Sabah al-Jadid

 29.05.2004 – Samia Abdeljabar, chauffeur, Al Sabah Al-Jadid

 27.05.2004 – Nom inconnu, traducteur

 25.05.2004 – Nom inconnu, traducteur

 21.05.2004 – Rachid Hamid Wali, assistant cameraman, Al-Jazira

 19.04.2004 – Hussein Saleh, chauffeur, Al-Iraquiya TV

 26.03.2004 – Omar Hashim Kamal, traducteur, Time

 18.03.2004 – Majid Rachid, technicien, Diyala Television

 18.03.2004 – Mohamad Ahmad, agent de sécurité, Diyala Television

 27.01.2004 – Duraid Isa Mohammed, producteur et interprète, CNN

 27.01.2004 – Yasser Khatab, chauffeur, CNN

 07.07.2003 – Jeremy Little, ingénieur du son, NBC

 06.04.2003 – Kamaran Abdurazaq Muhamed, traducteur, BBC

 22.03.2003 – Hussein Othman, interprète, ITV News

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reporters sans frontieres: per Enzo Baldoni

venerdì 27 agosto 2004 (17h13) :
IRAQ-Reporter senza frontiere esprime tutto il suo orrore dopo l’esecuzione di Enzo Baldoni

IRAQ-Reporter senza frontiere esprime tutto il suo orrore dopo l’esecuzione del giornalista italiano Enzo Baldoni

Comunicato stampa – 27agosto 2004

LIBERTA’ DI STAMPA

IRAQ

Reporter senza frontiere esprime tutto il suo orrore dopo l’esecuzione del giornalista italiano Enzo Baldoni

Enzo Baldoni, 56 annni, giornalista freelance per il settimanale indipendente Diario della Settimana, è stato ucciso dai suoi rapitori nella notte tra il 26 e il 27 agosto, secondo quanto riferito dall’emittente televisiva Al-Jazira e dall’Ansa. Anche le autorità italiane hanno confermato e condannato la morte del giornalista.

Reporter senza frontiere esprime tutto il suo dolore per questo barbaro gesto. “Siamo inorriditi per quello che è successo. Esprimiamo tutto il nostro sostegno alla famiglia e ai colleghi di Enzo Baldoni e ci impegniamo a fare il possibile affinché i responsabili di questa ignobile esecuzione siano identificati e assicurati alla giustizia”, ha dichiarato l’organizzazione internazionale per la difesa della libertà di stampa. “Ovviamente, questa esecuzione rinnova i nostri timori per la sorte dei due giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot di cui si sono perse le traccie dal 19 agosto scorso. Ma nel loro caso la situazione è completamente diversa. Non è stato rivendicato nessun rapimento e noi continuiamo a pensare che la loro nazionalità sia un atout”, ha aggiunto Reporter senza frontiere.

Di Enzo Baldoni si erano perse le traccie il 19 agosto e il suo rapimento è stato rivendicato il 24 agosto da un gruppo che si presentava come l’”Esercito islamico dell’Iraq”. I suoi rapitori avevano dato all’Italia 48 ore di tempo per il ritiro delle sue truppe dall’Iraq, aggiungendo che senza il rispetto di queste condizioni non avrebbero potuto garantire la sicurezza del giornalista.

In un messaggio televisivo trasmesso da Rai Uno il 25 agosto, la famiglia di Enzo Baldoni aveva diffuso un appello per chiedere la liberazione del giornalista. Il messaggio, trasmesso anche da Al-Jazira, parlava di un “uomo di pace” e insisteva sul carattere umanitario della presenza di Enzo Baldoni in Iraq. Il giornalista aveva infatti partecipato all’inoltro di medicinali verso Najaf in due convogli della Mezzaluna Rossa e della Croce Rossa italiana.

Il 26 agosto, Reporter senza frontiere aveva rivolto un appello al grande ayatollah Ali Sistani nel quale chiedeva al dignitario sciita di far ricorso alla sua autorità per mettere fine alla drammatica serie di rapimenti che da oltre due settimane accompagna i combattimenti in corso a Najaf e ricordava, ancora una volta, “che i giornalisti sono dei civili e non devono, in nessun caso, essere utilizzati come moneta di scambio o come strumento di pressione”.

Per ulteriori informazioni, consultare il sito www.rsf.org

” Non aspettare di essere privato della libertà di informazione per difenderla ! “

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emergency: via le truppe italiane dall’iraq

07 settembre ’04 – Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari

   

Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari è innanzitutto un crimine e rappresenta un motivo di angoscia per la condizione nella quale si trovano queste due persone.

Presso consistenti strati di iracheni che in forme diverse – anche criminali – si oppongono all’occupazione militare del loro paese, la responsabilità dei governi coincide con la responsabilità di tutti i cittadini dei paesi occupanti.
È venuta meno la distinzione tra i milioni di italiani che hanno osteggiato la guerra e chi l’ha voluta e la conduce.

Questa incapacità e questo rifiuto a distinguere sono stati favoriti dalla totale, esibita indifferenza del governo di fronte alla volontà di pace e alla richiesta di rispetto della Costituzione.

Chiedendo che cessi immediatamente la partecipazione dell’Italia all’occupazione militare dell’Iraq, chiediamo semplicemente il ripristino della legalità internazionale.

Ribadirlo con forza in questa circostanza non è «cedere a un ricatto criminale», come stoltamente troppi dicono, ma è «cedere» alla Costituzione, al diritto internazionale, all’umanità.

Tra l’angoscia per la sorte di due nostre concittadine e il rifiuto di una politica distruttiva e violenta non c’è una relazione strumentale, ma una sostanziale, assoluta coincidenza.

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India: alfebizzazione in crescita

Saper leggere e scrivere


L’India ha raggiunto un “record”. Oggi, grazie alle scuole e ai programmi educativi, il 65% della popolazione sa leggere e scrivere. E’ aumentata anche l’alfabetizzazione delle donne, con un incremento del 15% negli ultimi 10 anni.
Il Ministero per lo Sviluppo umano punta ora a raggiungere il 75% di alfabetizzazione entro il 2007.
(Fonte: misna.org)

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