Settembre 2004

papà baldoni accusa

Parla Antonio, 82 anni, il papà del reporter ucciso in Iraq
Baldoni,
il padre accusa il governo
«Per mio figlio hanno agito da dilettanti. Sbagliato il canale delle trattative, neppure una notizia del corpo»
…………….
Brutta storia, ma con bagliori di speranza, sembra.
«Brutta storia, brutta come lo è stata quella di mio figlio Enzo… Tuttavia, ecco, gestita meglio, tremendamente meglio. Almeno fino a questo punto».
Gestita meglio da chi, signor Baldoni?
«Ma lo hanno visto tutti gli italiani, io credo…».
Cosa, chi hanno visto?
«Il presidente francese Chirac. C’è andato lui, alla tivù. E’ andato a metterci la faccia e avete notato, che faccia? Che sguardo duro e dignitoso? E poi le parole che ha usato, nei confronti dei rapitori. E i toni. Per mio figlio, invece…».
Invece?
«Invece, per lui, niente, poco o niente. D’altra parte, cosa avrebbe potuto cambiare un signore con la bandana? Cosa avrebbero pensato, i terroristi? Avrebbero riso e basta».

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torta in faccia

(nella foto..bill gates!)
Blake Molnar, 15 anni, studente modello della Danbury High School di Lakeside, nell’Ohio, ha partecipato a una tombola organizzata dalla sua scuola per aiutare la ricerca sul cancro e ha vinto il primo premio: tirare una torta in faccia alla preside, Karen Abbott.
La donna si e’ lasciata centrare, ma subito dopo ha chiamato la polizia. Lo studente e’
stato sospeso per 80 giorni e rischia un’incriminazione per aggressione. “C’e’ stato un intento doloso”, ha detto il capo della polizia, “e un uso eccessivo della forza nel lancio”.
(Fonte: Internazionale)

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la vergogna di sirchia

Staminali. Sirchia ha mentito, i radicali chiedono dimissioni immediate

 

7 settembre 2004
Con la normativa vigente sulla fecondazione assistita quei gemellini sani non sarebbero mai nati e Luca sarebbe stato condannato alla morte. Il ministro della Salute Girolamo Sirchia, che ieri ha presentato con una conferenza stampa l’importante intervento di Pavia, ha taciuto questa circostanza, ingannando medici, malati e cittadini. Per queste ragioni i radicali hanno manifestato oggi a Montecitorio chiedendo le dimissioni immediate del ministro. Alle richieste formulate stamani da Daniele Capezzone si aggiungono in queste ore i commenti di alcuni esponenti politici ma soprattutto le critiche di molti esponenti del mondo scientifico.

La notizia è stata diffusa ieri. Le cellule staminali del sangue placentare di due fratelli gemelli, nati lo scorso aprile, hanno guarito da una grave forma di talassemia il fratellino di cinque anni. Si tratta del primo trapianto al mondo di questo tipo, eseguito con successo a Pavia nel reparto di oncologia pediatrica del Policlinico San Matteo. Luca, fino al 12 agosto scorso, è stato costretto ad una trasfusione di sangue ogni 15-20 giorni e ad indossare un apparecchio elettronico che per 12 ore di seguito gli iniettava sottocute un farmaco salvavita. Ora è «perfettamente normale, completamente guarito», dicono i medici. Le cellule staminali utilizzate sono state ottenute dai due fratelli gemelli, moltiplicate in laboratorio e trapiantate con successo.

L’evento è stato definito «storico» dal ministro della Salute, Girolamo Sirchia, al termine della conferenza stampa convocata nell’ospedale lombardo. «Non è per rinfocolare una polemica, – aveva detto Sirchia – ma per guardare in faccia ai fatti, fino ad oggi gli unici risultati clinici sono stati ottenuti utilizzando le cellule staminali adulte, ossia quelle che già ci sono nei tessuti degli organi dell’uomo e li stanno perché è loro compito riparare i tessuti, ma che per motivi strani che noi non conosciamo non riescono a ripararli».

Stamani, tuttavia, il Corriere della sera scrive che l’intervento è stato possibile soltanto grazie al precedente ricorso all’analisi preimpianto, una pratica fatta all’estero e vietata in Italia proprio dalla legge Sirchia, la legge 40 del 2004. E’ ad Istanbul e non a Pavia, nel laboratorio di genetica organizzato dal biologo molecolare italiano Francesco Fiorentino, in collaborazione con un ospedale locale, che ha origine la storia felice di Luca. Sulle rive del Bosforo i suoi genitori, origini turche, da anni residenti in Italia, si sono sottoposti ad un ciclo di fecondazione artificiale e alla successiva diagnosi preimpianto degli embrioni creati in provetta. Senza questo fondamentale preliminare il bambino non avrebbe potuto essere curato. Perché proprio e soltanto grazie a questa tecnica diagnostica, vietata nel nostro paese dalla recente legge sulla procreazione medicalmente assistita, e considerata alla stessa stregua di un atto «eugenetico», è stato possibile selezionare gli embrioni sani e compatibili, da destinare ad un eventuale impiego per il trapianto.

I radicali hanno chiesto subito le dimissioni di Sirchia. «Tra patetiche precisazioni, mezze ammissioni, mezze bugie e mezze verità – spiega Daniele Capezzone – si trascina una commedia degli equivoci e degli inganni ormai inostenibile. Non ci sono più scusanti. Le dimissioni di Sirchia, a questo punto, sono sempre più un atto dovuto, e non più solo un atto decoroso». A queste dichiarazioni nel corso della giornata si sono aggiunte quelle di Barbara Pollastrini e Lanfranco Turci dei Ds, ma anche quella di Alessandra Mussolini, che annuncia un esposto contro il ministro. E mentre Sirchia si difende spiegando di non essere stato informato del fatto che la gravidanza gemellare era stata generata da una pratica di fecondazione assistita con preselezione degli embrioni, nel merito interviene il commissario europeo alla Ricerca, Philippe Busquin, secondo il quale la notizia del bambino italiano curato grazie alle cellule staminali è una chiara dimostrazione che «occorre potenziare il più possibile la ricerca sulle cellule staminali embrionali». (Roberta Jannuzzi)

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Sirchia, un aborto mancato

Aborto, l’opposizione chiede le dimissioni di Sirchia


Il senatore di FI Gentile: ”Con l’accordo sui consultori ritiro la proposta sul ticket”

  
Roma, 10 ago. (Adnkronos) –
E’ polemica sull’intervista rilasciata a ‘La Repubblica’ dal ministro della Salute, Girolamo Sirchia, che ha definito l’aborto ”un omicidio”. ”Le affermazioni di Sirchia mi convincono ancora di piu’ che oltre a chiedere scusa alle donne, deve andare a casa” afferma Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds.
Sulla stessa linea la senatrice dei Verdi Loredana De Petris, che invita Sirchia ad ”accogliere lo stesso consiglio che ha gia’ dato agli anziani: lasci il ministero e vada in un supermercato a prendere un po’ d’aria fresca” e accusa il ministro di ”essersi espresso contro le donne sulla fecondazione” e di ”non aver dato ai consultori i fondi adeguati”.
Oggi il senatore di Forza Italia Antonio Gentile si e’ detto pronto a ritirare la sua proposta di mettere un ticket sul secondo aborto se si arriva ad un accordo tra Stato e Regioni per il rilancio dei consultori. Il senatore azzurro lancia l’idea di sottoscrivere a settembre un accordo per il potenziamento delle strutture. ”Un piano -spiega Gentile- che preveda un’assistenza sociale per le ragazze madri, un sistema efficace di prevenzione che parta dalla scuole medie superiori (attraverso i crediti formativi) e che illustri il valore della sessualita’ e della contraccezione, un tema che abbraccia anche la profilassi di malattie infettive ancora incombenti: sono punti realizzabili per i quali chiedo un intervento del Governo e che, se realizzati, consentirebbero al nostro esecutivo di poter applicare compiutamente la legge 194, dopo oltre un ventennio di ipocrisia e di silenzi da parte della sinistra”.

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non abbandonare l’irak

Il «Ponte per Baghdad»: ma noi non lasceremo l’Iraq

di Leonardo Sacchetti


 «Bisognerà risarcire gli iracheni per quello che gli stiamo facendo». Era l’inverno del 1991 e le bombe americane (e italiane) cadevano senza sosta sulle città dell’Iraq. Padre Ernesto Balducci pronunciò queste frasi poco prima che il presidente Usa, George Bush, annunciasse – per la mattina del 28 febbraio – la fine dei bombardamenti. Dalle parole di Balducci nacque l’idea di costituire un’associazione di volontari per la ricostruzione di quel che rimaneva dell’Iraq. 1991: nasceva «Un ponte per…». Sono passati più di 13 anni e altre guerre. L’associazione è ancora là, a Baghdad, a cercare di portare a termine vari progetti di cooperazione con la popolazione irachena. Siamo nel 2004, la guerra in Iraq continua a fare morti e a provocare distruzione, alla Casa Bianca c’è il figlio del presidente d’allora. E la situazione irachena, se possibile, è ulteriormente peggiorata. Anche dopo il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta a Baghdad, il portavoce di «Un ponte per…», Lello Rienzi, ha ribadito la volontà dell’associazione di «non lasciare l’Iraq».

 

In quasi 14 anni di attività, le priorità di «Un ponte per…» si sono consolidate nelle loro azioni in Iraq, in Serbia, nel Kurdistan turco e in Libano. Quelle priorità che, leggendo lo statuto dell’associazione, mettono al primo posto «il contrasto della dominazione dei Paesi del nord sul sud del mondo e la prevenzione di nuovi conflitti, in particolare in Medio Oriente, attraverso campagne di sensibilizzazione, incremento degli scambi culturali, delle relazioni di amicizia e della cooperazione allo sviluppo». L’associazione ha circa 500 aderenti e comitati locali in diverse città italiane e le proprie attività si basano principalmente sul lavoro volontario dei soci ed è finanziata con campagne pubbliche di raccolta fondi e contributi di Enti locali.

«Un ponte per…» è presente in Iraq con un ufficio a Baghdad da cui Simona Pari e Simona Torretta – ma non solo loro – portano avanti progetti sia nella capitale che in altre città, come Bassora, colpite da due guerre e da un embargo decennale.
Ma l’associazione, da quell’inverno del 1991, si è attivata anche nella ex-Jugoslavia, con un ufficio ancora attivo a Belgrado, nel Libano devastato dalla guerra civile, con una base nel campo profughi palestinesi a Chatila, e nella zona del Kurdistan turco, con l’ufficio nella cittadina di Diyarbakir.
«”Un Ponte per…” – si legge nello statuto dell’associazione – considera indivisibili gli interventi di solidarietà concreta verso le popolazioni colpite, l’impegno “politico” per incidere sulle cause delle guerre e la costruzione di legami tra la società italiana e le società dei paesi in cui opera». Con questa idea di «solidarietà politica», l’associazione è presente in Iraq – con il nome di «Un ponte per Baghdad» – dove sta realizzando diversi progetti di aiuto nel campo sanitario, della depurazione delle acque e nel campo educativo in collaborazione con la Mezza luna rossa irachena (Ircs), con alcune agenzie dell’Onu e dell’Unione europea. Ma l’obiettivo di questa «solidarietà politica» si traduce anche in vari interventi umanitari per sostenere lo sviluppo della società civile irachena, come l’appoggio dato alla ricostruzione della Biblioteca di Baghdad, come il progetto sanitario dedicato alla salute dei bimbi iracheni (con particolare attenzione alle malattie infettive e alla cura dei denti) o come i vari progetti di inserimento scolare per migliaia di ragazzi di 50 scuole a Baghdad e provincia.

In Iraq, oltre a «Un ponte per…», sono presenti anche altre organizzazioni non governative (ong): l’Ics (il Consorzio italiano di solidarietà), Intersos, Coopi, Cesvi, Cosv (il Comitato di coordinamento delle organizzazioni per il servizio volontario), Gvc (Gruppo di volontariato civile), ed Emergency. I volontari italiani presenti in Iraq sono 20 e operano nella capitale, a Bassora e nel Kurdistan iracheno. «Ritenevamo – ha dichiarato Rienzi – che non ci fossero problemi di sicurezza per la nostra attività in Iraq. Ora attendiamo di vedere come si evolvono nelle prossime ore le cose e di capire qualcosa di più».

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40mila bambini ceceni. Oliver Dupuis

“La guerra in Cecenia ha ucciso 40mila bambini”

 

È stato protagonista di un prolungato sciopero della fame attuato per attirare l’attenzione delle cancellerie europee dell’Europarlamento sulla tragedia cecena: Olivier Dupuis, già europarlamentare radicale ha legato la sua azione politica a Bruxelles alla difesa delle «centinaia di migliaia di ceceni abbandonati ad un destino funesto e sottoposti, dal 1994, ad un vero e proprio genocidio nascosta dalle classi dirigenti europee del mondo della politica, dell’economia e dei mass media». Il mondo è inorridito di fronte alla strage di bambini a Beslan. I terroristi hanno agito in nome della «causa cecena». Lei che per questa causa si è battuto da non violento come valuta questa tragica vicenda?«In tutte le cause giuste, legittime si può ricorrere a mezzi criminali oppure a mezzi non criminali. In questo caso, che qualcuno abbia usato mezzi criminali per perseguire una causa che io ritengo giusta, ciò non deve far venire meno la drammaticità e la necessità di affrontare la questione cecena».
Vladimir Putin ha ribadito la volontà di proseguire la guerra totale contro il terrorismo islamico-ceceno. Ma esiste davvero una soluzione militare alla questione cecena?
«Assolutamente no. Sono ormai cinque anni dalla seconda guerra scatenata dal primo ministro di allora, Putin, e poi perseguita da lui stesso in quanto presidente, e non credo che la situazione sia migliorata. Tutt’altro. E non solo per quanto riguarda l’azione terroristica ma anche per ciò che concerne la tragedia che vive il popolo ceceno: il 20% della popolazione è stata eliminata. Rapimenti, torture, stupri, esecuzioni di massa, un Paese distrutto: così è stata ridotta la Cecenia. Tutto questo è il risultato tragico di una politica disastrosa da parte russa, e non penso che proseguire su questa via possa dare risultati diversi da quelli, terrificanti, che ha già dato. Giustamente si piangono i bambini uccisi a Beslan. Ma quante lacrime sono state versate per i quarantamila bambini uccisi negli ultimi anni in Cecenia?».
Non crede che i tanti lati oscuri nella strage di Beslan possano incrinare il rapporto di fiducia tra Putin e l’opinione pubblica russa, e la sua credibilità internazionale?
Questa incrinatura è già in atto. La polarità di Putin è in discesa e potrebbe ulteriormente calare. Il problema di fondo riguarda la Comunità internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa in primo luogo che hanno creduto in questa scorciatoia politica di Putin che non riguarda soltanto la questione cecena, ma che investe la democrazia in Russia, lo Stato di diritto in Russia. Questa linea di fermezza è stata perseguita anche al prezzo di una erosione fortissima dei diritti, della libertà di stampa in Russia, della libertà imprenditoriale e di quella dei cittadini, e con una visione neocoloniale imposta con la forza più bruta in Cecenia ma anche in altre repubbliche del Caucaso e non solo del Caucaso. Senza un approccio democratico fondato sullo Stato di diritto e sulla politica, le relazioni europee con la Russia sono molto a rischio, anche al di là della crisi cecena».
Lei ha denunciato a più riprese l’indifferenza delle cancellerie europee sulla tragedia cecena. Cosa c’è dietro questa indifferenza?
Ci sono interessi sostanziosi, come petrolio e gas e i rifornimenti per i Paesi dell’Unione Europea, come l’Italia, la Germania, la Francia , la Gran Bretagna che hanno puntato molto in particolare sul gas ma anche sul petrolio russo, e dall’altra parte c’è anche, in prospettiva, un mercato di 150milioni di abitanti alle porte dell’Europa. Queste due cose hanno un valore molto alto nel determinare la politica dei leader leader occidentali. A cio va aggiunto il vecchio riflesso che è quello di essere molto tolleranti nei confronti delle dittature in nome di una cosiddetta stabilità. Col passare degli anni, molto spesso questi uomini politici hanno dovuto riconoscere che questo appoggio a una stabilità fondata su scorciatoie militariste e sull’erosione di libertà fondamentali , della democrazia e dello Stato di diritto, provocava effetti molto gravi. Credo che questo riflesso della classe politica europea è molto presente; preferisce non guardare ai problemi gravi della Russia e di credere in un leader “miracoloso”, in questo caso Putin, che risolve tutti i problemi e che garantisce all’Europa la stabilità della Russia e con essa gli interessi nel settore petrolifero e in altri ancora».
Di fronte al massacro di Beslan non c’è il rischio che nell’opinione pubblica internazionale si stabilisca l’equazione ceceni uguale terroristi?
«Questa generalizzazione è sbagliata, ingiusta e va contrastata con la massima determinazione. Sarebbe come se i baschi potessero essere considerati tutti terroristi per colpa di quelli dell’Eta. Questo va ribadito all’opinione pubblica a maggiore ragione in un contesto in cui le possibilità di manipolazione o addirittura di organizzazione di atti del genere è molto maggiore. In uno Stato come quello russo fondato su una struttura in buona parte nelle mani dei servizi segreti, sapendo anche ciò che questi servizi segreti sono stati capaci di fare nella storia dell’Unione Sovietica, evidentemente ci si può aspettare il peggio; un peggio alimentato anche da menti criminali come quelle dei terroristi di Beslan. Resta il fatto che quella condotta da Mosca in Cecenia è una guerra di colonizzazione, come lo fu in Algeria. Ma De Gaulle capì che una guerra contro un intero popolo non poteva mai essere vinta ed ebbe il coraggio e la lungimiranza di ritirarsi. Ma De Gaulle si rivelò un vero statista, e non un “piccolo zar” come si manifesta Vladimir Putin. Garantire una vera stabilità con la democrazia e lo Stato di diritto in Russia e con uno Stato di diritto e la democrazia in Cecenia. In questo senso, penso che possa essere rilanciata la proposta di un “modello Kosovo” per la Cecenia, vale a dire quello di un’amministrazione internazionale in grado di avviare un percorso che metta un punto finale a questa tragedia, per la Russia e per la Cecenia. Una proposta che comincia a conquistare consensi anche all’interno della Russia, ma che si scontra con le paure e gli opportunismi dell’Occidente

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nigrizia:darfur,la vergogna di un genocidio nascosto

Editoriale

 

SETTEMBRE 2004 – Un secolo di genocidi e massacri sistematici in Africa e non solo. L’editoriale di settembre richiama l’attenzione sul genocidio in atto oggi nel Darfur, in Sudan, sottolineando come, ancora una volta, la comunità internazionale se ne stia a guardare.

 

Del genocidio, o dell’innominabile
Battaglia di Hamakari, sul Waterberg Plateau, 11 agosto 1904, tra le truppe coloniali tedesche e i guerrieri herero. Pochi conoscono quei fatti. La Germania si annette il territorio nel 1884, denominandolo Africa del Sud-Ovest (attuale Namibia). Gli herero reagiscono subito, opponendosi alla progressiva perdita delle proprie terre. I tedeschi, con l’appoggio britannico, occupano comunque gran parte della regione.

 

La rivolta degli herero scoppia l’11 gennaio 1904. Uccisi cento coloni e una decina di soldati tedeschi in una serie d’attacchi contro fattorie isolate. Spietata la repressione tedesca. Il generale Lothar von Trotha, inviato dell’imperatore Guglielmo II con l’ordine di “schiacciare i rivoltosi con ogni mezzo, lecito o illecito”, trasforma lo scontro in un vero e proprio genocidio. Nella battaglia di Hamakari migliaia di herero sono falciati dalle mitragliatrici; seguono impiccagioni di massa. I superstiti vengono deportati nel deserto di Omaheke, i cui pozzi sono stati avvelenati.

 

Agli inizi del 1905, anche i nama si ribellano e subiscono la stessa sorte. Per gli scampati c’è il campo di concentramento. Nell’arco di tre anni, il 60% dei reclusi muore di malattie e stenti o per esecuzioni sommarie. Nel 1910, rimangono soltanto 15mila degli 80mila herero e solo 8mila dei 20mila nama.

 

Quello degli herero e dei nama non è stato l’unico genocidio commesso dagli europei in Africa nel secolo scorso. Nell’allora Libero Stato del Congo (l’attuale Rd Congo), immenso possedimento privato del Re Leopoldo II del Belgio, l’intera popolazione fu ridotta in schiavitù e costretta con metodi disumani a produrre ricchezze da inviare in Europa. Si calcola che almeno 10 milioni di persone abbiano perso la vita tra il 1885 il 1908. Ai nostri giorni, basti ricordare il genocidio ruandese (1994, tra 500mila e il milione le vittime), i massacri sistematici avvenuti durante la guerra combattuta nell’Rd Congo dal 1996 al 2002 (oltre tre milioni di morti), i ripetuti eccidi in Liberia e Sierra Leone…

 

Oggi, secondo numerose organizzazioni umanitarie e agenzie Onu, un nuovo genocidio è in atto in Sudan, nella regione del Darfur: 50mila le vittime, un milione i profughi, 160mila i rifugiati in Ciad. Eppure, oggi come ieri, la comunità internazionale sembra limitarsi a guardare o ad approvare risoluzioni Onu destinate a rimanere sulla carta.

 

Nella Convenzione sulla prevenzione e repressione di crimini di genocidio del 1948 si legge: “Viene definito genocidio uno qualunque degli atti di seguito elencati, commessi con l’intenzione di distruggere, del tutto o parzialmente, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale: il massacro dei membri di un gruppo; l’attentato grave all’integrità fisica o mentale del gruppo; la sottomissione intenzionale di un gruppo a condizioni di esistenza che comportano la sua soppressione fisica, totale o parziale; le misure finalizzate a impedire le nascite all’interno di un gruppo; il trasferimento forzato di bambini da un gruppo verso un altro”.

 

Sotto pressione dell’allora Urss e con la complicità di molti paesi, dalla lista dei crimini da perseguire la Convenzione escluse l’eliminazione di gruppi politici, la distruzione di un gruppo attraverso l’annientamento culturale o l’assimilazione forzata al gruppo dominante. Queste restrizioni ridimensionavano notevolmente il significato che i penalisti attribuivano al concetto di genocidio, a riprova di quanto rapidamente le grandi potenze – appena concluso il secondo conflitto mondiale – hanno imboccato la strada della realpolitik.

 

La creazione di un Tribunale internazionale, previsto dalla Convenzione, avrebbe visto la luce soltanto nel 1998. Nel 1993 la Bosnia Erzegovina sarebbe stato il primo paese a fare appello alla comunità internazionale contro la Federazione Jugoslava (Serbia e Montenegro), accusandola di genocidio e richiamandosi alla Convenzione del 1948.

 

Una volta definito il concetto, la parola “genocidio” è diventata impronunciabile. Nel 1994, Bill Clinton, pur di evitare l’impegno Usa in Ruanda, chiese al dipartimento di Stato di “fare acrobazie legali per evitare di parlare di genocidio”. Nel luglio scorso, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, invitato da vari organismi internazionali a definire “genocidio” i massacri compiuti in Darfur, ha affermato: “Perché pronunciare questo nome, quando la comunità internazionale non è pronta a intervenire” come esigerebbe la Convenzione?

 

Acrobazie, questa volta verbali, anche al recente incontro dell’Unione africana ad Addis Abeba. S’è parlato di “crimini di guerra”, “odiosi massacri”, “eccidi”, “tragedia umanitaria”… ma non s’è nominato l’innominabile. Se non si tratta di genocidio, si può fare a meno di intervenire.

 

Lo scorso 22 luglio, il Congresso americano, in una risoluzione votata all’unanimità, ha definito “genocidio” la tragedia in atto nel Darfur, e ha invitato l’Amministrazione Bush a prendere in esame la possibilità di un intervento multilaterale o anche unilaterale, se le Nazioni Unite non dovessero riuscire a risolvere la situazione. Ma si teme che Russia e Cina – e anche alcune nazioni latino-americane e arabe – si opporranno a una risoluzione Onu troppo “severa”.

 

La Convenzione del 1948, che costituisce l’unico strumento di riferimento per la repressione del genocidio e si pone come il solo mezzo disponibile per la sua prevenzione, fino ad oggi ha represso ben poco. E ancor meno prevenuto. Se non sono in ballo i propri interessi, la comunità internazionale non si muove. Sceglie invece di temporeggiare, trincerandosi dietro a ciniche definizioni giuridiche e dicendo: “Si tratta soltanto di massacri, eccidi, “politicidi”, “democidi”… ma da qui a genocidio ce ne corre!”. E così, il grido “mai più” è diventato un mero slogan. Da ripetere stancamente e inutilmente.

www.nigrizia.it

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il tramonto di un popolo, l’ennesimo genocidio dell’uomo bianco

Settembre 01, 2004

La fine degli Ona

 

E’ morta oggi a 91 anni Enriqueta Gastelumendi, l’ultima rappresentante degli indios Ona, etnia della Terra del fuoco argentina che ormai è estinta.
Della tribù Ona aveva scritto Francisco Coloane (in Cacciatori di Indios, Guanda). Eccone la scheda editoriale: “Come raccontare lo sterminio sanguinoso e scientifico degli indios di razza ona o selk’nam della Terra del Fuoco, la fine della loro civiltà, nella cornice della conquista e della colonizzazione dei nuovi pionieri bianchi? Come narrare il passaggio da un’economia di pura sussistenza, incentrata sul nomadismo e sul guanaco, il grande ruminante che gli ona cacciavano, per passare allo sfruttamento intensivo del territorio realizzato dai latifondisti e dagli allevatori di pecore? Ed infine, come incorniciare il dramma di un ennesimo, violento meticciato, dell’avidità insaziabile, della caccia all’uomo, delle passioni esacerbate, in uno scenario sconfinato e vergine com’è quello della fine del mondo? Coloane, che di quest’angolo di terra è il grande e tragico cantore, sceglie di farlo attraverso tre figure femminili scelte come corifee”.

“La prima, Esther, gestisce insieme al marito, il Pelado Riera, una locanda al crocevia del nulla, una sorta di territorio di frontiera in cui si incontrano uomini di mare e di terra, cacciatori di foche, balenieri e cercatori d’oro, mandriani, allevatori e pastori. La seconda, Men Nar, è una giovane ona che, unica superstite al massacro della sua tribù ad opera di cacciatori di indios, una notte arriva ferita e sconvolta alla locanda del Pelado dove viene curata e successivamente adottata da Esther e dal Pelado. Ed infine c’è Georgina, la figlia di Men Nar, la strana meticcia dagli occhi verdi come l’erba “coiròn”, la figlia della violenza dell’uomo bianco, che cresce insieme alla madre nella locanda. E al tavolo della locanda, nelle camere da letto o nella stalla, queste tre voci narranti dipanano un’infinità di storie, registrano le leggende indigene, i miti degli dei e degli eroi ona, raccolgono le testimonianze di un’umanità di passaggio fatta di avventurieri, pitocchi, missionari, studiosi, ex galeotti, navigatori consegnandoci i ritratti ora feroci, ora fieri, ora impavidi ma sempre indimenticabili dei protagonisti di un’epopea americana spesso dimenticata dai libri di storia”.

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lombrosario

Secondo alcuni psicologi, quando ci troviamo a dover
scegliere un politico scegliamo quello che ci ispira maggior
fiducia, in base alle caratteristiche del viso. “In tutti questi
anni di ricerche – afferma Elisabeth Cornwell,
dell’Universita’ di Saint Andrew, in Scozia – abbiamo
scoperto che le caratteristiche della faccia influenzano il
modo in cui la maggior parte di noi percepisce gli altri”.
I ricercatori hanno scoperto che siamo condizionati
negativamente dai tratti mascolini e positivamente da quelli
piu’ femminili. Il mento squadrato, la mascella pronunciata e
la fronte spaziosa, unite a un naso grosso e occhi piccoli sono
indice, a prima vista, di un carattere dominatore che al
momento non ci ispira fiducia (anche se poi non e’ cosi’ nella
realta’). Viceversa, occhi grandi, naso piccolo e labbra
sottili ci infondono piu’ sicurezza.
“I tratti piu’ mascolini – afferma Cornwell – sono associati a
un livello alto di testosterone, durante l’eta’ dello sviluppo. E
gli alti livelli di questo ormone nell’eta’ adulta suggeriscono
un comportamento aggressivo e predominante. Le
caratteristiche del volto, in questo senso, agiscono come
segnali esterni per gli altri” .
(Fonte: Focus.it)

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doctor clown

[CACAO MIELE]

Cosa fanno i medici-clown ormai e’ noto: portano allegria,
sorrisi e gioco ai bambini ricoverati in ospedale che, oltre a
soffrire per le malattie e le terapie cui sono sottoposti, sono
impauriti dall’ambiente ospedaliero e dalla lontananza dalla
famiglia. La Nazionale di calcio Clown Therapy e’ una Onlus
che raccoglie fondi, attraverso l’organizzazione di partite di
calcio, per finanziare l’attivita’ dei clown-dottori che lavorano
nei reparti di pediatria degli ospedali. Per seguire le loro
attivita’, potete collegarvi al loro sito
http://www.nazionaleclown.it .

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che cazzo fai soru???

Per lui la Sardegna “e’ il giardino di Dio”, come ha piu’ volte
pubblicamente sostenuto, ma non ha esitato ad abbattere 1500
alberi  (una intera foresta di eucaliptus e pini) nel parco della
sua villa al mare, nei pressi di Villasimius in provincia di
Cagliari.
E cosi’ Renato Soru, guru di Internet e attuale governatore
della Sardegna, si trova ora a dover pagare una sanzione da
26 mila euro per l’abbattimento degli alberi intorno alla villa.
La vicenda diventa ancora piu’ singolare se si pensa che il
Governatore della Sardegna ha recentemente caldeggiato ed
ottenuto l’approvazione di una legge regionale che vieta di
costruire a meno di 2 chilometri dal mare, e la sua villa sorge
praticamente sulla spiaggia.
 (Fonte: Tgcom)

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pace for peace

Cartoni per la pace
Otto israeliani e altrettanti studenti palestinesi hanno ideato e realizzato un film animato dal titolo ‘Pace of peace’ che verra’ presentato oggi alla Mostra del Cinema a Venezia. Il cartone per la pace e’ stato realizzato da 12studi di animazione italiani, che hanno gratuitamente scelto di sostenere l’iniziativa a promozione del dialogo tra israeliani e palestinesi.
(Fonte: ANSA

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Lula salva l’africa

Cancella il debito
Il governo brasiliano ha cancellato 315 dei 331,6 milioni di dollari di debito contratti dal Mozambico nei confronti del Brasile.
Nell’incontro tra il presidente Luis Inácio Lula da Silva e il suo omologo mozambicano, Joaquim Chissano, sono stati anche firmati nuovi accordi di cooperazione.
(Fonte: misna.org)

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dover essere saggi

uniche parole sagge

 

Tre drammi: quello di una “resistenza” cecena egemonizzata da un terrorismo agghiacciante, responsabile di crimini incancellabili; quello della politica russa, che e’ stata e continua ad essere di genocidio; quello personale e politico di Putin, come di ogni potente.

Roma, 5 settembre 2004• Dichiarazione di Daniele Capezzone, segretario di Radicali Italiani
Sull’autentica tragedia consumatasi in Ossezia, quelle di Adriano Sofri mi sono parse le uniche parole davvero sagge.

I drammi sono chiaramente tre. Da una parte, quello di una “resistenza” cecena ormai egemonizzata da un terrorismo agghiacciante, responsabile di crimini disumani e incancellabili: e gli autori e gli attori di tutto ciò sono i peggiori nemici della stessa causa cecena, che rischiano di minarla definitivamente.

Dall’altra, il dramma di una politica russa che in questi anni, in Cecenia, è stata e continua ad essere di genocidio. Ed è bene che l’Occidente se ne renda conto. Non possiamo tollerare campi di concentramento nel 2004, o “giustificarli” in nome della “lotta al terrorismo”: altrimenti, risponderemo all’orrore con altro orrore, e rischieremo di diffondere ulteriormente il seme del male che vorremmo combattere.

E infine, il dramma del potente Putin. In quel suggerimento-incubo di Sofri (offrirsi per salvare la vita dei bimbi) c’è il richiamo alto alla dimensione umana, di persona, che un potente non dovrebbe perdere, e che (per altro verso) sarebbe sbagliato immaginare che un potente debba necessariamente aver già perso.

Sofri richiama non solo Putin, ma noi tutti, se stesso, ciascuno, a un diverso “dover essere” di politico, di cittadino, di uomo e di donna.

dover essere saggi Leggi l'articolo »

cecenia, un commento di adriano sofri

Ossezia, strage
Cecenia, genocidio

 

“Tutto questo indicibile orrore si è svolto senza che in Italia ci sia stata una sola manifestazione importante di denuncia dei crimini contro l´umanità del governo e dell´esercito russo, di condanna delle stragi “suicide”, e di solidarietà con la popolazione cecena e le madri russe. Nessuna richiesta di pace è venuta per quel piccolo paese violentato.”

Adriano Sofri

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giovanardi e hitler

    con i soldi ricavati dalla causa civile, finanzieremouna campagna referendaria che potrebbe aiutare a salvare la vita a tanti malati.

 

Roma, 5 settembre 2004 

Dichiarazione di Daniele Capezzone, segretario di Radicali Italiani

 

Se non fossimo in giorni segnati dall’angoscia per la tragedia dell’Ossezia, si potrebbe perfino sorridere di questa impresa del ministro Giovanardi, e magari attribuirla ad un improvviso colpo di calura, pur in un’estate come questa, neanche troppo calda.

Ma esistono momenti in cui non è più lecito sottovalutare i rigurgiti talebani che vengono fuori, che tornano in tutta la loro pericolosità.

Dunque, i fatti. Come i nostri amici radicali di Modena hanno denunciato, la città è da giorni tappezzata di manifesti così concepiti. Foto di Hitler che arringa un corteo di camicie brune, e poi il titolo: “Referendum sulla procreazione assistita. Anche loro avrebbero firmato”.

E stamani, su “Il Giornale” e sulle testate del “Quotidiano nazionale” (“Il Giorno”, “La Nazione”, “Il Resto del Carlino”) il ministro Giovanardi in persona rivendica la paternità dell’operazione, aggiungendo offesa a offesa, insulto a insulto.

Voglio preannunciare a questo Ministro della Repubblica che sarà denunciato in sede penale e in sede civile, e che -con il denaro ricavato da quest’ultima azione- finanzieremo una campagna referendaria, quella in corso, che è volta proprio a tentare di salvare le vite di tanti malati.

Certo, su un altro piano, sarà interessante vedere se qualcuno -nella cosiddetta “Casa delle libertà”, e magari anche nell’Udc- riterrà di esprimersi su quest’altra triste e trista bravata

Se non fossimo in giorni segnati dall’angoscia per la tragedia dell’Ossezia, si potrebbe perfino sorridere di questa impresa del ministro Giovanardi, e magari attribuirla ad un improvviso colpo di calura, pur in un’estate come questa, neanche troppo calda.

Ma esistono momenti in cui non è più lecito sottovalutare i rigurgiti talebani che vengono fuori, che tornano in tutta la loro pericolosità.

Dunque, i fatti. Come i nostri amici radicali di Modena hanno denunciato, la città è da giorni tappezzata di manifesti così concepiti. Foto di Hitler che arringa un corteo di camicie brune, e poi il titolo: “Referendum sulla procreazione assistita. Anche loro avrebbero firmato”.

E stamani, su “Il Giornale” e sulle testate del “Quotidiano nazionale” (“Il Giorno”, “La Nazione”, “Il Resto del Carlino”) il ministro Giovanardi in persona rivendica la paternità dell’operazione, aggiungendo offesa a offesa, insulto a insulto.

Voglio preannunciare a questo Ministro della Repubblica che sarà denunciato in sede penale e in sede civile, e che -con il denaro ricavato da quest’ultima azione- finanzieremo una campagna referendaria, quella in corso, che è volta proprio a tentare di salvare le vite di tanti malati.

Certo,

su un altro piano, sarà interessante vedere se qualcuno -nella cosiddetta “Casa delle libertà”, e magari anche nell’Udc- riterrà di esprimersi su quest’altra triste e trista bravata

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