non abbandonare l’irak

Il «Ponte per Baghdad»: ma noi non lasceremo l’Iraq

di Leonardo Sacchetti


 «Bisognerà risarcire gli iracheni per quello che gli stiamo facendo». Era l’inverno del 1991 e le bombe americane (e italiane) cadevano senza sosta sulle città dell’Iraq. Padre Ernesto Balducci pronunciò queste frasi poco prima che il presidente Usa, George Bush, annunciasse – per la mattina del 28 febbraio – la fine dei bombardamenti. Dalle parole di Balducci nacque l’idea di costituire un’associazione di volontari per la ricostruzione di quel che rimaneva dell’Iraq. 1991: nasceva «Un ponte per…». Sono passati più di 13 anni e altre guerre. L’associazione è ancora là, a Baghdad, a cercare di portare a termine vari progetti di cooperazione con la popolazione irachena. Siamo nel 2004, la guerra in Iraq continua a fare morti e a provocare distruzione, alla Casa Bianca c’è il figlio del presidente d’allora. E la situazione irachena, se possibile, è ulteriormente peggiorata. Anche dopo il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta a Baghdad, il portavoce di «Un ponte per…», Lello Rienzi, ha ribadito la volontà dell’associazione di «non lasciare l’Iraq».

 

In quasi 14 anni di attività, le priorità di «Un ponte per…» si sono consolidate nelle loro azioni in Iraq, in Serbia, nel Kurdistan turco e in Libano. Quelle priorità che, leggendo lo statuto dell’associazione, mettono al primo posto «il contrasto della dominazione dei Paesi del nord sul sud del mondo e la prevenzione di nuovi conflitti, in particolare in Medio Oriente, attraverso campagne di sensibilizzazione, incremento degli scambi culturali, delle relazioni di amicizia e della cooperazione allo sviluppo». L’associazione ha circa 500 aderenti e comitati locali in diverse città italiane e le proprie attività si basano principalmente sul lavoro volontario dei soci ed è finanziata con campagne pubbliche di raccolta fondi e contributi di Enti locali.

«Un ponte per…» è presente in Iraq con un ufficio a Baghdad da cui Simona Pari e Simona Torretta – ma non solo loro – portano avanti progetti sia nella capitale che in altre città, come Bassora, colpite da due guerre e da un embargo decennale.
Ma l’associazione, da quell’inverno del 1991, si è attivata anche nella ex-Jugoslavia, con un ufficio ancora attivo a Belgrado, nel Libano devastato dalla guerra civile, con una base nel campo profughi palestinesi a Chatila, e nella zona del Kurdistan turco, con l’ufficio nella cittadina di Diyarbakir.
«”Un Ponte per…” – si legge nello statuto dell’associazione – considera indivisibili gli interventi di solidarietà concreta verso le popolazioni colpite, l’impegno “politico” per incidere sulle cause delle guerre e la costruzione di legami tra la società italiana e le società dei paesi in cui opera». Con questa idea di «solidarietà politica», l’associazione è presente in Iraq – con il nome di «Un ponte per Baghdad» – dove sta realizzando diversi progetti di aiuto nel campo sanitario, della depurazione delle acque e nel campo educativo in collaborazione con la Mezza luna rossa irachena (Ircs), con alcune agenzie dell’Onu e dell’Unione europea. Ma l’obiettivo di questa «solidarietà politica» si traduce anche in vari interventi umanitari per sostenere lo sviluppo della società civile irachena, come l’appoggio dato alla ricostruzione della Biblioteca di Baghdad, come il progetto sanitario dedicato alla salute dei bimbi iracheni (con particolare attenzione alle malattie infettive e alla cura dei denti) o come i vari progetti di inserimento scolare per migliaia di ragazzi di 50 scuole a Baghdad e provincia.

In Iraq, oltre a «Un ponte per…», sono presenti anche altre organizzazioni non governative (ong): l’Ics (il Consorzio italiano di solidarietà), Intersos, Coopi, Cesvi, Cosv (il Comitato di coordinamento delle organizzazioni per il servizio volontario), Gvc (Gruppo di volontariato civile), ed Emergency. I volontari italiani presenti in Iraq sono 20 e operano nella capitale, a Bassora e nel Kurdistan iracheno. «Ritenevamo – ha dichiarato Rienzi – che non ci fossero problemi di sicurezza per la nostra attività in Iraq. Ora attendiamo di vedere come si evolvono nelle prossime ore le cose e di capire qualcosa di più».

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