Il Corano, fondamento di valori

CORANO: UN DOCUMENTO RELIGIOSO, STORICO E SOCIALE
 
L’Islam non è solo una religione, ma anche un modo di vivere, un insieme di comportamenti, un ideale politico e sociale. L’ordine sul quale viene incentrata la vita di un musulmano è il Corano, testo sacro, simbolo supremo della rivelazione. E’ stato dettato dall’arcangelo Gabriele al profeta Mohammed nel periodo che va dal 609-610 al 632, a brani, chiamate sure, rispecchiando un disegno divino. La sua ispirazione è nettamente letterale: è una vera dettatura dell’angelo. E’ stato rivelato in lingua araba, la quale è rigorosamente inseparabile da esso, diventando così la lingua sacra per l’Islam.

Il Corano non è solo rivolto agli arabi, anche se le sue formule da pronunciare nei riti devono essere in lingua araba. Il Corano è il conservatore della lingua araba. Grazie ad esso la lingua araba è diventato l’idioma comune dei musulmani. Le rivelazioni coraniche non si riferiscono soltanto alla religione e alle questioni della vita futura, ma riguardano anche la quotidianità e le sue leggi e, soprattutto, la costituzione e l’organizzazione della comunità da parte di Mohammed.

Alcuni esempi interessanti sono: i cibi e le bevande illecite, il matrimonio, la figura della donna, l’uso del velo e la poligamia. E’ proibito cibarsi di carne di maiale, considerata “sporca” di sangue, e di animali in genere non macellati ritualmente. La macellazione rituale islamica, simile a quella ebraica, consiste nel far uscire il sangue il più possibile, tagliando di netto la gola e pronunciare, nel frattempo, la formula. Nonostante il Corano proibisca solo il vino vero e proprio, la gran parte dei musulmani, per analogia, allarga il divieto a tutte le bevande alcoliche. Solo gradualmente il Corano proibì l’uso del vino, dapprima ritenuta una buona bevanda, per evitare sconci abusi come presentarsi ebbri alla preghiera canonica. Il motivo per cui nell’Islam è vietato bere esplicitamente soltanto il vino, rimanda al periodo del profeta, in quanto a quell’epoca esisteva solo il vino.

Il matrimonio, non considerato sacramento, è un rito semplicissimo, giuridicamente un contratto tra lo sposo e il rappresentante legale della sposa, del quale è obbligatorio, per legge, il consenso al matrimonio. Nella pratica, il contratto avviene davanti a un giudice o una persona da lui delegata e due testimoni. Nel contratto lo sposo si impegna a versare alla sposa una dote. Tutto questo non significa ovviamente che il matrimonio non si debba fondare sull’amore. Il ruolo della donna nella società corrisponde alla sua natura femminile. Le donne non sono uguali agli uomini per il fatto che entrambi hanno nature diverse.

All’interno della società islamica non sono antagonisti, bensì complementari: hanno determinate funzioni, determinati compiti e doveri in rapporto alla loro specifica costituzione. All’uomo spetta la responsabilità economica ed è suo dovere mantenere la famiglia, anche se la moglie è ricca. Alla donna, considerata regina della propria casa, spettano determinati compiti nell’ambito della casa e della famiglia. Davanti a Dio uomini e donne sono uguali. Certo è che la donna, in alcuni casi, ha meno privilegi dell’uomo: come, per esempio, in materia di eredità. Tutto viene spiegato dal contesto storico-sociale dell’Islam. Il figlio eredita la parte di due figlie. La ragione è che l’uomo, sposandosi, si impegna a mantenere la donna con una famiglia.

Con il passare del tempo, e per ragioni dovute a tradizioni sociali e pregiudizi estranei alla legge islamica, la condizione della donna è divenuta peggiore nei Paesi islamici di quanto il Corano e la legge indicassero. L’uso del velo è il tipico esempio di questo antifemminismo. Il hijab, la copertura, è un obbligo divino verso le proprie fedeli, oltre che una forma di protezione dalle possibili conseguenze dell’eccitazione maschile nel vedere le forme di una donna. Inoltre, si tratta di un gesto di rispetto nei confronti del proprio marito o i propri genitori e fratelli, gli unici autorizzati a vedere la “nudità” della donna. Il hijab, perciò, rappresenta il rispetto e la protezione della donna, costituisce una barriera al desiderio dell’uomo e allontana i rapporti sessuali illeciti.

Un uomo, infatti, deve desiderare una donna per il suo carattere religioso, per la sua personalità, per il suo intelletto e solo dopo per il suo corpo. La donna, perciò, oltre a celare i capelli, considerati simbolo di femminilità, deve anche coprirsi dai polsi alle caviglie, lungo tutto il corpo, dal seno fino al collo, lasciando scoperti mani, viso e piedi. E’ necessario ricordare come anche nell’ambito cristiano si parli del velo delle donne. L’obbligo del velo nelle chiese cattoliche è stato abbandonato non tanto tempo fa. Sino a qualche anno addietro le donne si coprivano il capo nell’accostarsi ai sacramenti e nelle occasioni solenni quali la cresima, la prima comunione e soprattutto il matrimonio.

Noi occidentali consideriamo l’utilizzo del velo come un segno di sottomissione della donna. Bisogna dire che la donna non può essere costretta dall’uomo a indossare il velo e quindi a coprirsi, in quanto Dio non accetta le costrizioni. Molte ragazze indossano il velo, cambiando ogni giorno il colore e le fantasie, accoppiandolo allo stile dell’abito e alla moda da loro stesse inventate. Ha senso, allora, sostenere che si tratta di sottomissione? Non sono gli indumenti o i segni esteriori che possano indicare uno stato di emancipazione o di dominazione, ma i discorsi entro cui questi oggetti e segni assumono valore.

Esistono vari tipi di copricapi. Il hijab, chador in persiano, è originalmente soltanto un velo che copre i capelli delle donne. Il rosari, letteralmente copritesta, è il nome originario dell’abbigliamento comunemente definito chador in Iran. Si tratta di un’unica veste, per lo più di color nero, che avvolge il volto e ricopre tutto il corpo della donna. Il niqab, diffuso prevalentemente nei Paesi musulmani sunniti, è un velo integrale nero che non lascia trasparire nulla del corpo della donna ad eccezione degli occhi che si intravedono da due fori. Il burqa, abbigliamento tradizionale delle donne afghane, è un indumento che ricopre tutto il corpo e ha una sorta di grata all’altezza degli occhi che consente di vedere: i Talebani obbligavano tutte le donne a indossarlo.

La poligamia, tanto discussa e criticata, in realtà, non è stata istituita dall’Islam. Nel Vecchio Testamento, infatti, Dio attribuiva la possibilità agli uomini di avere più mogli e la maggior parte dei profeti ne fece ricorso. Nel periodo preislamico la poligamia era molto diffusa e senza limiti. Il Corano non impedisce la poligamia, ma stabilisce dei limiti, fissando in quattro il numero massimo delle mogli e indicando delle condizioni. La giustizia e l’imparzialità: l’uomo poligamo non deve favorire nessuna delle mogli, ma deve essere equo. In caso contrario, è proibito sposarne più di una. Gli uomini, per loro natura, sono imperfetti e inclini agli errori, dunque, per Dio è cosa saggia unirsi in matrimonio a una sola donna.

La moglie durante la stipula del contratto matrimoniale ha la facoltà di imporre al futuro sposo la condizione di non sposare altre donne. Diversamente, lui può risposarsi, ma solo in casi specifici: se la moglie è gravemente malata oppure è sterile, o non è in grado di tener fede all’impegno coniugale. La poligamia, quindi, non è un ordine, ma una facoltà. Oggi, la poligamia è ufficialmente vietata solo in Tunisia, ma è praticamente scomparsa nel mondo islamico. Il Corano è un importante “documento” religioso, storico e sociale, la cui lettura può essere un’esperienza interessante anche per un non islamico, fosse anche solo per scoprire ed entrare in contatto con una realtà diversa da quella a cui noi occidentali siamo stati abituati.

Fadia Al Beik

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