crimine in India da parte della coca cola

INDIA:
La sete provocata dalla Coca-Cola

 

Ranjit Devraj

NEW DELHI, 14 luglio 2004 (IPS) – L’impresa della Coca Cola è allo scontro con gli scienziati del governo dell’India e con la popolazione dello Stato occidentale desertico del Rajastan, che la accusano di sfruttamento eccessivo delle acque sotterranee

 

Questo è solo uno dei problemi che la multinazionale deve affrontare in India, dove negli ultimi mesi è stata accusata di inquinare l’ambiente, dare ai contadini rifiuti tossici spacciandoli per fertilizzanti e vendere bibite contenenti residui di insetticida.

La popolazione circostante la zona industriale di Kaladera, nella periferia di Jaipur, capitale del Rajastan, chiede la chiusura della fabbrica di Coca Cola e delle sue potenti pompe d’estrazione dell’acqua, considerate responsabili dell’esaurimento delle falde freatiche nel sottosuolo.

I rappresentanti della popolazione locale ritengono che tale pratica impedisce loro l’accesso alla risorsa e sconvolge il delicato equilibrio ambientale dell’area.

Guidati da organismi come il “Forum di agitazione del popolo”, l’associazione spirituale “Arya Samaj” e l’organizzazione dei servizi sociali “Rajastan Samara Seva Sang”, alcuni residenti della zona hanno inasprito le loro proteste questo mese.

La Coca Cola ha installato a Kaladera un proprio impianto d’imbottigliamento per la presunta abbondanza di risorse acquifere dell’area. Ma la siccità degli ultimi tre anni ha costretto l’impresa a restringere i suoi obiettivi di produzione.

Gli agricoltori della zona colpiti dalla siccità sono molto contrariati, poiché ogni giorno vedono uscire dall’impresa moltissimi camion carichi di bibite fresche.

Ma la Coca Cola rifiuta le accuse secondo cui starebbe estraendo troppa acqua dal sottosuolo di Kaladera.

Tuttavia, residenti e organizzazioni di volontari chiedono che all’impresa vengano ricordate le sue responsabilità, e realizzano numerose proteste davanti alla fabbrica.

Sunil Gupta, vicepresidente di Coca Cola-India, ha dichiarato che l’impresa avrebbe lavorato con Rajendra Singh, il principale attivista per il diritto di accesso all’acqua del Rajastan, nella applicazione di progetti per immagazzinare le piogge e impedire così l’esaurimento delle falde freatiche.

Ma Singh, leader dell’organizzazione Tarun Bharat Sangh e vincitore del premio ambientalista Magsaysay, ha detto di sostenere tutti i progetti di immagazzinaggio dell’acqua ma di rifiutare le fabbriche che la imbottigliano.

Singh ha dichiarato all’IPS che in più di due anni ha raccolto circa quattro milioni di firme di cittadini che s’impegnavano a non comprare acqua in bottiglia, e “riaffermavano il proprio diritto naturale all’acqua, e a non comprarla come una merce che può essere accaparrata da avide multinazionali”.

I risultati di una ricerca preliminare realizzata dalla Giunta centrale di acqua sotterranea (CGWB, la sigla in inglese) indicano che le attività della Coca Cola a Kaladera hanno contribuito a ridurre il livello delle falde fino a 38,1 metri nella scorsa decade.

Per questa ragione, ha concluso la CGWB, la maggior parte dei pozzi d’acqua della zona si prosciugano.

Secondo stime ufficiali, la fabbrica ha estratto in media 20mila metri cubi d’acqua mensili, mediante potenti pompe, direttamente dalle falde acquifere.

“L’estrazione continuata porterà al deterioramento della qualità dell’acqua sotterranea per l’alterazione della concentrazione naturale di sali in diversi livelli delle falde”, ha segnalato un idrogeologo della CWGB al quotidiano The Hindu.

I capi della Coca Cola hanno preferito non commentare le accuse dello scienziato della CWGB. Hanno invece affermato che l’impresa si è “associata” a questo organismo, “dei governi locali e delle comunità, per aiutare a combattere la penuria d’acqua e l’esaurimento delle falde”.

La Corte Suprema di Kerala ha ordinato lo scorso dicembre alla Coca Cola di fermare l’estrazione dell’acqua dei suoi impianti d’imbottigliamento nella località di Plachimada, nel sud dello Stato. La giunta comunale di Plachimada aveva ritirato la licenza di attività della fabbrica, dopo il prosciugamento delle falde acquifere.

Il tribunale ha sentenziato che la proprietà del terreno su cui era installato l’impianto non conferiva automaticamente all’impresa il diritto di estrarre l’acqua, che è stata considerata bene pubblico.

Si ripete un modello costante per l’estrazione abusiva di acqua a Plachimada, situata in un’area piovosa, e a Kaladera, ai confini del deserto di Rajastan Thar, ha osservato Afsar Jafri, della Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ambiente.

In entrambi gli impianti d’imbottigliamento si estraeva più acqua del necessario, al riparo dagli obblighi d’investimenti richiesti dai governi statali, secondo l’esperto.

La maggior parte dei 90 impianti d’imbottigliamento che possiedono in India la Coca Cola e la sua rivale Pepsi sarebbero in difficoltà se le leggi sull’acqua si implementassero, secondo Jafri.

“I tribunali e il parlamento – ha aggiunto – hanno riconosciuto che le multinazionali sfruttano eccessivamente un bene comune”.

L’anno scorso, laboratori ufficiali hanno accusato l’impresa della Coca Cola di Kerala di consegnare rifiuti tossici ai contadini come se si trattasse di “fertilizzanti”.

Paul Thachil, presidente della Giunta di controllo sull’inquinamento a Kerala, ha chiesto alla Coca Cola di smettere di distribuire “rifiuti nocivi”, dopo aver constatato che avrebbe inquinato con il cadmio l’acqua di una vasta area che circonda il villaggio di Plachimada, nel distretto di Palghat.

Anche l’anno scorso, il Centro per la scienza e l’ambiente (CSE) ha trovato sui campioni di 12 bibite vendute a Nuova Dehli e nei dintorni, tra cui Coca Cola e Pepsi, residui di quattro pesticidi e insetticidi altamente tossici.

Il livello registrato di chlorpyrifos di era 42 volte superiore a quello tollerato dalle norme europee, quello di malatione, 87 volte superiore, e quello del lindano – pesticida vietato negli Stati Uniti – 21 volte superiore, secondo gli scienziati. (FINE/2004)

 

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CHI DI CECENIA FERISCE, DI CECENIA PERISCE

NON E’ SOLO TERRORISMO CECENO
Postato il Thursday, 02 September @ 22:56:39 CEST di jormi

 

di Giulietto Chiesa
da La Stampa del 31 Agosto 2004

 

Non è solo terrorismo.
La impressionante successione di colpi che i ribelli ceceni stanno portando contro la Russia,
lascia ormai intravvedere un obiettivo politico che va oltre il problema ceceno e oltre i confini di quel martoriato paese. L’obiettivo è Vladimir Putin in persona e il suo destino politico.
Il Presidente russo ha ormai molti nemici non dichiarati, che abitano non a Groznij o a Gudermes, ma anche a Mosca.

Putin è padrone della Russia. Putin ha un vasto consenso popolare, forse non così grande come dicono i sondaggi, ma certo grande. Putin domina l’apparato dello stato, la polizia politica, tutti i ministeri della forza. Putin controlla i due rami del parlamento. Sia il Consiglio della Federazione, la Camera alta, sia la Duma, sono nelle sue mani pressochè interamente.
Le loro decisioni
fotocopiano semplicemente quelle dell’Amministrazione presidenziale.
Non ci sono partiti politici in grado di esercitare la benchè minima funzione di opposizione. In Cecenia i presidenti eletti con l’appoggio del Cremlino saltano in aria, uno dietro l’altro, ma Putin ne mette altri dei suoi al posto degli uccisi.
L’unico che ha tentato di rompere questo stato di cose, il banchiere e miliardario Khodorkovskij, è in galera da un anno e non ne uscirà.
Voleva organizzare un’alternativa per le prossime presidenziali e imprudentemente lo dichiarò. Si muoveva con l’appoggio esterno della Exxon-Mobil, che stava comprandosi a gran velocità il gigante petrolifero Jukos. E’ stato stoppato senza mezze misure.
“L’interesse della Russia si decide in Russia”, esclamò Putin. Fine della storia. Chi doveva capire venne avvisato, anche se stava seduto nei pressi di Wall Street.
Chi stava a Mosca,
nelle dacie lussuosissime nascoste nel verde dei dintorni, sentì il fiato caldo di un potere forte e antico che credeva di avere disarmato per sempre comprandosi Boris Eltsin.
E Putin, nonostante le pacche sulle spalle dei suoi amici occidentali, sta diventando sempre di più l’epifania di un potere nazionale russo, che non piace nemmeno a Washington.
Ma la Cecenia è sempre stata piena di sorprese. E non è una novità. Il primo a inaugurare l’”uso politico della Cecenia” fu il banchiere e miliardario Boris Berezovskij. Fu lui a finanziare e ispirare Shamil Bassaev perché attaccasse il Daghestan nel 1999. Così cominciò la seconda guerra cecena. E Vladimir Putin andò al potere. Gli oligarchi, o alcuni di loro, quella guerra la organizzarono per lui.
Adesso molte cose lasciano pensare che sia in corso una specie di legge del contrappasso: chi di Cecenia ferisce, di Cecenia potrebbe perire.
Berezovskij è in esilio a Londra, ma è vivo, vivissimo. I suoi legami di allora non sono mai stati tagliati. E a Mosca sono sicuramente non pochi coloro che – se Vladimir Putin continua la sua marcia – temono di fare la fine di esiliato di lusso. O quella, di gran lunga peggiore dell’imputato Mikhail Khodorkovskij. E che, quindi, vedrebbero di buon occhio o una caduta di Putin o almeno un suo drastico ridimensionamento. Da qui a ipotizzare che sia in atto un gioco tremendamente pericoloso per Putin, in cui i ceceni lavorano per se stessi, ma anche per qualcun altro; e questo “qualcun altro”, a sua volta, usa i ceceni per fare il proprio gioco, il passo è breve.
Gioco al massacro, naturalmente. Ma chi potrebbe stupirsene? Quando la democrazia è annullata e zittita, con la forza e con l’inganno, quando la giustizia è dei più forti, quando gli affari pubblici sono criminali, cosa ci si può aspettare di buono?
Così, alla lunga, Vladimir Putin potrebbe essere logorato.
Vincerlo non è possibile, al momento. Basta che si riesca a dimostrare che nemmeno lui può vincere. Forse è questo che sperano Shamil Bassaev e i suoi protettori, neanche troppo oscuri, che lasciano muovere i kamikaze per le strade di Mosca, che li lasciano occupare un teatro colmo di persone, che li lasciano salire su aerei civili carichi di innocenti,
che non li fermano quando entrano carichi di esplosivo nella metropolitana.
Contro un nemico così bene aiutato, che agisce in casa sua, Vladimir Putin non può vincere. E un presidente che non può vincere, alla lunga finisce per perdere.

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APPROFONDIMENTI RADICALI SULLA CECENIA

Il conflitto russo-ceceno, un oggetto misterioso. Saperne di più, mobilitarsi, sensibilizzare le cancellerie europee. Da sempre ci provano i radicali, e pochi importanti intellettuali, tra cui André Glucksmann e Adriano Sofri. E’ anche l’ambizione di questo approfondimento. Dalla deportazione dei ceceni voluta da Stalin nel ’44 alle guerre di Eltsin e Putin negli anni ’90, un percorso storico sul rapporto conflittuale tra Russia e ceceni. Ma in gioco in questo conflitto non ci sono solo l’imperialismo e il nazionalismo russo, o la voglia di indipendenza dei ceceni, né in modo determinante sembra agire il “fattore petrolio”. C’è il dramma del terrorismo, quello dei combattenti ceceni contro civili russi, o anche contro gli stessi ceceni filorussi, e quello dei massacri, delle “pulizie”, delle sistematiche violazioni dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra di cui si sono rese responsabili le forze armate russe.Un conflitto che grava quasi interamente sulle spalle delle popolazioni civili, senza che però la comunità internazionale sembri interessata, a differenza di quanto accade per tante altre crisi. Se in Cecenia non ci sono le tv, allora è come se non ci fosse neanche la guerra. Dopo alcune dure prese di posizione iniziali, l’Europa ha chiuso entrambi gli occhi sulla tragedia russo-cecena, preoccupata di privilegiare le sue nuove relazioni con la Russia di Putin, il presidente della scelta “occidentale” del suo Paese. Dopo l’11 settembre 2001, hanno chiuso un occhio anche gli Stati Uniti, sacrificando i ceceni sull’altare dell’alleanza contro il terrorismo, per la quale Putin ha promesso subito totale collaborazione. Così, il conflitto si è radicalizzato. La penetrazione dell’Islam radicale in Cecenia si è fatta più minacciosa. Putin ha scelto la soluzione militare e unilaterale, procedendo ad una “normalizzazione” di facciata. Il presidente indipendentista Maskhadov, eletto sotto la supervisione dell’Osce, ha perso autorità sia rispetto ai russi, perché costretto dal legame con i capi militari più estremisti e con gli islamici radicali, sia rispetto allo stesso fronte ceceno, a causa della sua via moderata e laica all’indipendenza fallita tra il ’96 e il ’99. Il fatto politico nuovo è costituito però dal piano di pace Akhmadov-Maskhadov, reso pubblico nel marzo 2003 e ignorato sia da Putin sia dall’Occidente. Eppure è in esso che sono riposte le maggiori speranze di pace. Propone l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia con il ritiro delle forze armate russe e il disarmo delle fazioni cecene. Il modello Kosovo.

Ma per la Cecenia – e ciò dovrebbe destare profonde preoccupazioni in Europa – passa anche la crisi della società russa. Dalla soluzione di questo conflitto dipendono le sorti del processo di democratizzazione della Russia, che oggi sembra vivere un pericoloso momento di stallo, proprio per l’ondata di nazionalismo, per le restrizioni delle libertà d’espressione, per l’assenza di mobilitazione della società civile e per la scarsa sensibilità per i diritti umani.

Da sempre in prima linea tra i politici europei nella battaglia per la pace in Cecenia, l’europarlamentare radicale Olivier Dupuis è da 35 giorni in sciopero della fame: uno strumento di lotta e di dialogo politico per chiedere all’Unione europea e agli Stati membri di occuparsi del massacro tuttora in atto nel Caucaso. Gli obiettivi. L’iniziativa, in particolare, chiede di prendere atto pubblicamente del Piano di pace proposto dal governo Maskhadov, che prevede l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia; di stilare, come consentito dal Trattato CE, una lista bianca delle personalità cecene incaricate di promuovere la ricerca di una risoluzione pacifica e politica della tragedia russo-cecena, consentendo a queste persone di risiedere e di viaggiare liberamente sul territorio dell’Unione; di garantire sicurezza e condizioni di vita dignitose alle centinaia di migliaia di ceceni che vivono nei campi profughi, senza neppure godere di questo status; di esigere dalle autorità russe che organizzazioni internazionali, ong e giornalisti possano tornare a lavorare e circolare liberamente in Cecenia.

Fino al 2 febbraio 145 eurodeputati avevano già sottoscritto il piano di pace, ai primi del mese l’europarlamentare ha ottenuto un incontro con la sottosegretaria agli Esteri Margherita Boniver, il 7 febbraio Dupuis ha pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tageszeitung una lettera aperta al ministro degli Esteri Joschka Fischer, il 17 è stato ricevuto da Romano Prodi Per la prossima settimana sono previste manifestazioni in oltre venti città europee e americane per ricordare la deportazione subita dai ceceni il 23 febbraio 1944 per volere di Stalin. In Europa: Albi, Saint Etienne, Bruxelles, Copenaghen, Ekaterinburg, Lione, Mosca, Parigi, Praga, Roma, San Pietroburgo, Strasburgo, Tolosa, Vienna, Vilnius, Varsavia. Due manifestazioni avranno luogo il giorno dopo a Bourges e Parigi. Domenica invece manifesterà Berlino. Negli Stati Uniti: Portland, Berkeley UC, Boston e New York.
Qualcosa comincia a muoversi, ha notato venerdì scorso Olivier Dupuis. I ministri degli esteri dell’Unione europea torneranno a discutere lunedì dell’importanza della “coerenza” nei rapporti con Mosca. «Abbiamo passato un periodo se non proprio contraddittorio, per lo meno confuso nei rapporti con Mosca – hanno spiegato fonti comunitarie – in cui non siamo riusciti a far capire bene alla Russia cosa vogliamo. Serve una posizione molto più ferma, coerente e realistica». Paolo Mieli faceva notare, qualche giorno fa nella sua rubrica, che «l’unico leader europeo che ha fatto un gesto concreto in favore di quel popolo in lotta è stato Tony Blair, che a fine novembre ha concesso asilo in Gran Bretagna ad Akhmed Zakaev – ex attore e regista teatrale, già rappresentante della resistenza cecena ai negoziati di Mosca, sostenuto in Inghilterra da Vanessa Redgrave – quel Zakaev che Mosca definisce un “terrorista” ma per Londra è un rifugiato politico. Blair, però, qui in Italia a causa delle sue posizioni sul conflitto in Iraq è considerato da gran parte della sinistra poco meno che un reietto e quando si è mosso per Zakaev nessuno (o quasi) ha riconosciuto il valore del suo gesto».Ma a muoversi sono anche i 200 – tra loro Adriano Sofri e il senatore Natale d’Amico – che hanno preannunciato la loro adesione allo sciopero della fame. In 17 mila, e centinaia di personalità e di parlamentari, hanno già firmato l’appello a sostegno del Piano di Pace del Governo ceceno, così come le centinaia di persone che prenderanno parte alle manifestazioni di lunedì per commemorare il 60mo anniversario della deportazione dei ceceni ad opera di Stalin, commemorazione non autorizzata in Russia dalla municipalità di Mosca, Un altro spunto per interrogarsi sulla situazione della democrazia e dei diritti in Russia. Per Dupuis, Putin sotto accusa: «Per chi riterrebbe di dover ancora approfondire la propria riflessione sull’evoluzione della Russia, questo nuovo attacco a un diritto fondamentale, quello di poter manifestare, potrà forse essere utile per prendere finalmente la misura dell’evoluzione dello Stato di Diritto e della democrazia in Russia dal 1999, data della conquista del potere da parte di Putin. In effetti, non c’è un settore della vita pubblica russa (senza parlare di quanto succede in Cecenia) – che si tratti di giustizia, di libertà di espressione, di libertà di stampa, di libertà di associazione o, come nel caso presente, di libertà di manifestazione – dove non si è assistito a un crescendo di violazioni patenti dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione russa e dalle principali Convenzioni internazionali e, conseguentemente, a un’erosione costante dello Stato di Diritto».

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MOSTRI DALLA MACELLERIA DI PUTIN

Blitz delle unità speciali russe. Strage nella scuola di Beslan


3 settembre 2004
Si è conclusa con un blitz delle unità speciali la crisi degli ostaggi nella scuola di Belsan in Ossezia del Nord. E anche se i bilanci ufficiali sono per il momento molto cauti cominciano a profilarsi i contorni di una vera e propria strage. Secondo il consigliere del presidente Vladimir Putin per i problemi del Caucaso, il numero delle vittime a Beslan potrebbe essere molto più alto di centocinquanta persone. Prima, l’inviato di Repubblica sul posto, Giampaolo Visetti, aveva riferito di alcune centinaia di morti. «Tutti qui a Beslan – aveva affermato Visetti – dicono che sono circa un migliaio le persone che erano prigioniere nella scuola, tra professori, nonni, genitori, bambini. C’erano anche tantissimi neonati, i nonni e questa è una scuola che può avere ottocento studenti iscritti. Figuriamoci tutti gli altri. Quindi le cifre le vedremo magari nemmeno oggi, domani, dopodomani ma si tratta di cifre alte, molto alte».

Nel primo pomeriggio il ministro degli Esteri olandese, Bernard Bot, «parlando come presidente del Consiglio dell’Unione europea», aveva espresso rammarico per il fatto che la crisi degli ostaggi non potesse essere stata risolta pacificamente, ma aveva dichiarato di comprendere «il difficile dilemma di fronte al quale si è trovato il governo russo». Poco dopo è arrivato anche il commento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Le notizie sulle vittime, tra i quali molti bambini, della cieca barbarie del terrorismo riempiono di sgomento e di dolore, insieme al sollievo per gli ostaggi liberati grazie all’azione delle forze russe». La Casa Bianca ha definito «un atto barbaro di terrorismo» la presa di ostaggi nella repubblica russa dell’Ossezia, aggiungendo di essere al fianco di Mosca.

«Oggi è il giorno del dolore e dello stordimento» – afferma il segretario dei Radicali, Daniele Capezzone. «Eppure, – aggiunge Capezzone – dovrà venire, per l’Occidente, il tempo di una riflessione su quanto abbiamo tollerato in questi anni. Il dramma è in due tempi. Dapprima, abbiamo lasciato che Vladimir Putin proseguisse in Cecenia un vero e proprio genocidio, con autentici campi di concentramento” (i “campi di filtraggio”), con tanto di lingue mozzate, mani tagliate, altre orribili mutilazioni ed elettrodi applicati ai testicoli dei prigionieri. Una capitale, Grozny, è stata rasa al suolo, e la popolazione cecena decimata. Ma da noi, nulla: silenzio e complicità con Putin. Poi, in questi ultimi mesi ed anni, abbiamo lasciato che la cosiddetta “resistenza cecena”, che si era a lungo mossa giocando la carta della elezione democratica del suo Presidente, che in qualche momento aveva anche scelto la carta nonviolenta, finisse invece travolta e risucchiata nella via sciagurata del terrorismo e del legame sempre più stretto con le organizzazioni fondamentaliste. E oggi si raccoglie quel che abbiamo seminato». (r.j.)

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L’angolo estremo di Gabriel.chinasky

per le giovani vittime innocenti

 

pensieri cupi riempiono la mia mente,
tristezza e disperazione inondano il mio sofferente cuore.
notizie di morte susseguono senza tregua nelle mie orecchie.
anche la mia vista non è immune, riempita da immagini scabrose,
vigliaccheria e miseria.
povertà umana: illusa speranza di un futuro felice e migliore !
fatal destino, o disegno diabolico,
strappano giovani vite nel fior dell’età,
adagiando i loro immaturi corpi in bui feretri.
tre metri sotto terra adesso giacciono,
e mai più il loro spirito verrà intaccato:
nè sofferenza nè gioia i loro animi più proveranno,
placidi e illuminati dall’eternità dorata,
soltanto loro sapranno la cruda verità
di essere stati sfortunati partecipi di uno stupido gioco.
un maledetto svago denominato potere, petrolio, potenza !!!
terrorista è un vocabolo che incute terrore,
soprattutto se usato per nascondere le nostre colpe,
i nostri misfatti !abbiamo sfruttato la povera gente,
per alimentare la nostra sete di potere
e di gloria.
ci siamo cullati su una ricchezza effimera
ricavata dal sangue e dal sudore di poveri cristi.
abbiamo violentato le donne
per appagare il nostro bisogno di amore.
abbiamo lodato il nostro dio
soltanto per avere una giustificazione delle nostre ignobili azioni;
chiudendo meschinamente gli occhi alla verità
abbiamo agito per i nostri biechi interessi personali.
ma il male che noi stessi abbiamo coltivato
e ingrossato dalla nostra bieca cupidigia
adesso ci si è rivolto contro
uccidendo i nostri figli, i nostri cari
e noi stessi.
la violenza e l’orrore
che abbiamo scagliato contro i più deboli ed i più poveri della terra
ci si sta ritorcendo contro.
stiamo pagando il fio
ed abbiamo ancora tanti interessi da sobbarcarci.
accecati dalla nostra megalomania abbiamo preferito farci ammaliare
dalle malefiche sirene dei nostri governanti ,
illudendoci di soffocare nel sangue la rivolta
dei nostri stessi animi.
ma il sangue innocente ha finito con lo strangolare
anche noi stessi.
che dio
ma soprattutto queste giovani vittime
ci perdonino
e confidiamo in un loro aiuto
per imboccare finalmente la retta via
per un mondo migliore.
peace.

 

G briel

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Freud e Einstein, carteggi eccelsi

Geni della pace
72 anni fa

Caputh (Potsdam), 30 luglio 1932 

Caro signor Freud,

……………..

C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? È ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte nella civiltà da noi conosciuta. Eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.

……………..

Com’è possibile che un piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale e che vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità, riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere?

……………..

Com’è possibile che la massa si lasci infiammare fino al furore e all’olocausto di sé da quella minoranza che di volta in volta è al potere e che ha in mano la scuola, la stampa e anche le organizzazioni religiose, cosa che le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica?

……………..

Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?

……………..

So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile.

Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.

Molto cordialmente Suo

Albert Einstein

 

 

Vienna, Settembre 1932

Caro signor Einstein,

…………………….

Non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini, ma si può cercare di deviarle al punto che non debbano trovare espressione nella guerra.

Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra.

Questi legami possono essere di due tipi.

In primo luogo relazioni che, pur essendo prive di meta sessuale, assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore.

L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni.

Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.

…………………….

Si dovrebbero, poi, dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora, all’educazione di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni, e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione.

……………..

Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita?

La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe contro la propria volontà a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali e prodotto del lavoro umano. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità.

……………..

Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.

Suo

SIGM. FREUD

 

da strega

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Il manifesto (slanci di integrazione)

Il manifesto di un gruppo di musulmani moderati

Isoliamo i fanatici
per un Paese più giusto e più sicuro

 

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Noi musulmane e musulmani d’Italia siamo schierati in modo totale, assoluto e compatto contro il terrorismo di quanti strumentalizzando un’interpretazione estremistica e deviata dell’islam e facendo leva sul fanatismo ideologico hanno scatenato una guerra aggressiva del terrore contro il mondo intero e la comune civiltà dell’uomo. Nel terzo anniversario della tragedia che ha insanguinato gli Stati Uniti d’America, confermiamo il nostro più sentito e convinto cordoglio per le vittime di questa offensiva globalizzata del terrorismo che infierisce in modo indiscriminato contro tutti coloro che sono stati condannati come nemici di una folle «guerra santa», siano essi americani, europei o arabi, oppure ebrei, cristiani, musulmani e di altre religioni. Noi musulmane e musulmani d’Italia affermiamo in modo forte, inequivocabile e deciso la nostra fede nel valore della sacralità della vita di tutti gli esseri umani indipendentemente dalla nazionalità e dal credo. Per noi la sacralità della vita è il principio discriminante tra la comune civiltà dell’uomo e le barbarie di quanti predicano e perseguono la cultura della morte. Siamo consapevoli che la sacralità della vita o vale per tutti o, qualora venisse violata, si ritorce contro tutti. Solo l’abbraccio comune alla cultura della vita consente la salvezza, la pace e il benessere dell’umanità.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia lanciamo un appello al popolo, alle istituzioni e al governo italiano affinché sostengano la nostra opera tesa a favorire la nostra piena e costruttiva integrazione. Siamo per l’assoluto rispetto delle leggi dello Stato e per la più sincera condivisione dei valori fondanti della Costituzione e della società italiana. Siamo convinti che un’Italia dall’identità forte, anche sul piano della religione, degli ideali e delle tradizioni, sia la migliore garanzia per tutti, autoctoni e immigrati, perché solo chi è forte e sicuro al proprio interno è in grado di aprirsi e di condividere positivamente le proprie scelte con gli altri. Alla luce di ciò siamo schierati dalla parte dello Stato italiano contro i terroristi e gli estremisti di matrice islamica, e non solo, che attentano alla sicurezza e alla stabilità della collettività, sia perpetrando trame eversive sia utilizzando taluni luoghi di culto per attività di indottrinamento e arruolamento di combattenti e aspiranti terroristi suicidi. Sosteniamo ogni iniziativa dello Stato volta ad assicurare che tutti i luoghi di preghiera siano delle case di vetro aperte e in simbiosi con l’insieme della società italiana, rispettose delle leggi e dei valori italiani, trasparenti sul piano della gestione e dei bilanci. Diciamo in modo esplicito che le moschee d’Italia non devono in alcun modo trasformarsi in un cavallo di Troia di ideologie integraliste e di strategie internazionali volte a imporre un potere islamico teocratico e autoritario.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia chiediamo al capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al presidente del Senato Marcello Pera, al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e all’intera classe politica di adoperarsi per metterci nelle condizioni di poter condividere la costruzione di un’Italia più forte e più aperta, più sicura e più giusta, più prospera e più lungimirante. Riteniamo che i tempi siano maturi affinché lo Stato e la società italiana considerino positivamente la prospettiva di un’Italia plurale sul piano etnico, confessionale e culturale, ancorata a una solida piattaforma di leggi e di valori comuni. E siamo convinti che solo chi è a pieno titolo cittadino italiano, solo chi opera sulla base della piena parità sul piano dei diritti e dei doveri, possa ergersi a artefice di questa nuova Italia. Oggi i musulmani non sono soltanto parte integrante della realtà economica e sociale dell’Italia, ma anche parte integrante del suo patrimonio spirituale. Insieme a un milione di musulmani immigrati, ci sono circa trentamila musulmani italiani. Sollecitiamo pertanto le autorità italiane a agevolare il processo di «cittadinizzazione» dei musulmani d’Italia, accogliendo senza indugi e ritardi come nuovi cittadini coloro che vivono nel rispetto delle leggi e nella condivisione dei valori comuni. Oggi più che mai è necessario ancorare i musulmani d’Italia a un’identità italiana forte e condivisa, espressione di un sistema di valori credibile e convincente. Il rischio è che taluni musulmani, specie i più giovani nati e cresciuti in Italia, se abbandonati a loro stessi e in preda a una crisi di identità, possano finire soggiogati e cooptati dall’ideologia dei gruppi estremisti. In quest’ambito sosteniamo la proposta del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu di una Consulta dei musulmani d’Italia quale strumento per favorire il dialogo tra lo Stato e la maggioranza dei musulmani moderati.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia ci sentiamo profondamente partecipi all’impegno internazionale volto a contrastare la guerra del terrore che ha avuto proprio nell’11 settembre 2001 il suo momento di maggior impatto umano, mediatico e politico. Aspiriamo a un mondo migliore dove tutti i popoli, compresi i musulmani, possano vivere nella libertà, nella giustizia e nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. A tale fine auspichiamo l’avvento di una nuova etica nelle relazioni internazionali che favorisca l’emancipazione dei popoli dal sottosviluppo e dall’oscurantismo, nonché la formazione di governi autenticamente rappresentativi e democratici. Siamo consapevoli che la globalizzazione dello sviluppo, del diritto, della pace, della libertà e della democrazia costituisce la migliore garanzia affinché questi valori possano essere tutelati in ogni angolo della terra attraverso il dialogo e il reciproco rispetto.

 

Hanno aderito:
Mario Scialoja , direttore Lega musulmana mondiale-Italia; Abdellah Redouane , segretario generale del Centro culturale islamico d’Italia; Mahmoud Ibrahim Sheweita , imam della Moschea di Roma; Gabriele Mandel Khan , Gran maestro per l’Italia della Confraternita turca Jerrahi-Halveti; Souad Sbai , presidente Associazione donne marocchine in Italia; Khalid Chaouki , presidente Giovani musulmani d’Italia; Irta Lama , titolare azienda informatica ITS Associates; Yahya Sergio Pallavicini , vice-presidente Coreis (Comunità religiosa islamica d’Italia); Gulshan Jivraj Antivalle, presidente Comunità ismailita italiana; Ali Baba Faye, coordinatore nazionale Forum «Fratelli d’Italia»-Democratici di sinistra; Ali Federico Schuetz , mediatore culturale, Milano; Yassine Belkassem , Consulta comunale di Poggibonsi (SI); Khalida El Khatir , studentessa di Psicologia, Università di Napoli; Ejaz Ahmad , caporedattore Azad, mensile per i pachistani in Italia; Amadia Rachid , imam della moschea di Salerno; Roland Sejko , direttore «Bota Shqiptare, Il giornale degli albanesi in Italia»; Rachida Kharraz , Ufficio provinciale Acli di Viterbo; Feras Jabareen , imam del Centro culturale islamico di Colle Val d’Elsa (SI); Zoheir Louassini , scrittore e giornalista di Raimed; Jawed Q. Khan , marketing sistemi di tecnologia informatica per i trasporti, Roma; Shera Lyn Parpia , consulente professionale allattamento seno materno; Omar Camiletti , mediatore culturale presso la Moschea di Roma; Lotfy El Hosseny , presidente del Centro islamico di Ostia; Franco Abdul Ghafour Grassi Orsini , Guida spirituale in Italia della Tariqa Burhaniya Dusuqiya Shadhliya; Tarek Hassan , presidente del Centro islamico di Viale Marconi, Roma; Imane Fouganni , impiegata a Cremona aspira a diventare carabiniere.
 

2 settembre 2004

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il padre di Baldoni accusa il governo

Parla Antonio, 82 anni, il papà del reporter ucciso in Iraq
Baldoni,
il padre accusa il governo
«Per mio figlio hanno agito da dilettanti. Sbagliato il canale delle trattative, neppure una notizia del corpo»

 

PRECI (Perugia) – C’è un cane che abbaia, c’è un profumo forte di lepre al ragù. Sole, bambini olandesi che si tuffano nella piscina dell’agriturismo «Il Collaccio». Alla reception, solitario e silenzioso, Antonio Baldoni, il papà di Enzo, il vecchio capo – discreto e orgoglioso – di una famiglia travolta, quassù tra le colline dolci dell’Appennino umbro, da una guerra lontana.
Alza la testa: ha 82 anni ma la voce è solida e anche lo sguardo tiene, ancora tiene.«Però, ogni giorno che passa, tutto diventa più faticoso. Persino leggere i giornali… Adesso, poi, c’è pure la storia di quei due poveri giornalisti francesi…».
Brutta storia, ma con bagliori di speranza, sembra.
«Brutta storia, brutta come lo è stata quella di mio figlio Enzo… Tuttavia, ecco, gestita meglio, tremendamente meglio. Almeno fino a questo punto».
Gestita meglio da chi, signor Baldoni?
«Ma lo hanno visto tutti gli italiani, io credo…».
Cosa, chi hanno visto?
«Il presidente francese Chirac. C’è andato lui, alla tivù. E’ andato a metterci la faccia e avete notato, che faccia? Che sguardo duro e dignitoso? E poi le parole che ha usato, nei confronti dei rapitori. E i toni. Per mio figlio, invece…».
Invece?
«Invece, per lui, niente, poco o niente. D’altra parte, cosa avrebbe potuto cambiare un signore con la bandana? Cosa avrebbero pensato, i terroristi? Avrebbero riso e basta».
Lei è un padre addolorato che…
«Che comunque, intendiamoci, sa perfettamente quanto diversa sia la posizione dell’Italia da quella della Francia. E’ una differenza chiara, netta: noi siamo lì a fare la guerra e, forse, a uccidere, noi abbiamo un contingente militare schierato al fianco degli americani, mentre i francesi no, loro in quel pasticcio che è diventato l’Iraq non ci sono finiti. Però, ecco, resta il fatto che il rapimento di mio figlio è stato gestito in modo…».
Come?
«Comico. Anzi, no: non comico, ma superficiale. Sono stati dei dilettanti… La Francia, per esempio, ha subito fatto partire il ministro degli Esteri per chiedere aiuto e solidarietà in tutto il Medio Oriente».
Ma anche il ministro Frattini ha lanciato un appello su Al Jazira…
«Io parlo da padre, mi sono ritrovato il mio ministro che parlava a mezza bocca alla tivù degli arabi. Mah. Che poi, forza, diciamolo…».
Cosa, signor Baldoni?
«Diciamolo: hanno pure sbagliato il canale del cosiddetto “contatto”. Si sono fatti fregare»
A chi si riferisce, di preciso?
«A chi mi riferisco?».
Sì, a chi? Al governo? Ai nostri servizi segreti? Alla Croce Rossa?
«Ah, la Croce Rossa italiana… lasciamo stare, che è meglio. Se dico qualcosa, poi litigo con i figli che mi restano in vita».
Il commissario straordinario Scelli e l’ex capo della missione della Croce Rossa italiana in Iraq, De Santis, hanno incontrato i suoi figli e anche sua nuora e i nipoti…
«No no, in questo genere di cose, io non entro. Non me ne importa niente. Non le voglio nemmeno sapere. Io aspetto solo notizie sul corpo di Enzo».
Non ne avete?
«Niente. Zero. Silenzio assoluto. Siamo in contatto con i funzionari della Farnesina, gente perbene, gli unici, mi permetto di dire, all’altezza della situazione… Ma anche loro, poverini, non sanno cosa dirci».
Ma chi è che sta ufficialmente cercando il corpo di suo figlio, in Iraq?
«Non lo so. Giuro. Io non ho ancora capito chi sta cercando il corpo di Enzo, e se poi lo stanno davvero cercando. A questo punto, io non sono più sicuro di potergli fare un funerale, a Enzo».
Deve cercare di darsi coraggio, signor Baldoni…
«Ho visto che a Milano, la città dove viveva Enzo, c’è stata grande solidarietà. Hanno messo le bandiere a mezz’asta e poi è stato proclamato il lutto cittadino. E queste, lo ammetto, sono cose che fanno piacere e danno forza. Ho anche saputo che vogliono dargli un premio…».
Sì, l’Ambrogino d’oro.
«Beh, Enzo ne sarebbe orgoglioso».
Cosa le manca di Enzo?
«In questi giorni, sono ossessionato da ciò che ho letto sui giornali. Descrivono la sua ultima immagine: mezzo infilato nella sabbia, con una ferita al collo e la testa torta, povero figlio. Ma cerco di non pensarci, di distrarmi. Così ho cominciato a rispondere a tutti».
A tutti chi?
«A tutti quelli che ci hanno spedito un telegramma. Ne abbiamo ricevuti 487. Da ogni parte d’Italia. Ce ne è uno bellissimo che…».

Fabrizio Roncone

 

 

1 settembre 2004 

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lettere dalla palestina

da stefania in hebron
Sent: Thursday, September 02, 2004 1:42 AM
Subject: tuoni


non posso dormire, non riesco.

nella citta’ di hebron regna il silenzio, ma l’atmosfera qui e’ davvero strana, inquietante.
come ieri anche oggi non si esce dalla citta’ e non si entra, tutte le strade di accesso sono chiuse.
le strade della citta’ sono pressoche’ desolate e per tutto il giorno non si sono visti soldati in giro: ma sappiamo per certo che sono ovunque, le nostre fonti ci suggeriscono quali vie percorrere e quali no, ora dopo ora, ora dopo ora, ora dopo ora…
qualcuno sostiene che e’ meglio stare in casa, non uscire, ma sai bene come vivono i nostri fratelli palestinesi….
la scorsa notte alle 5.30 ora locale mi ha svegliata il tuono della loro vendetta: hanno fatto saltare la casa del cugino (pare) di uno dei kamikaze, proprio qui accanto. per tutta la notte ho sperato che non accadesse, che togliessero l’assedio durato tutto il pomeriggio e la notte….
ora aspettiamo il resto, sappiamo che non e’ finita cosi’… e’ questa eccessiva calma a dircelo.

bad vibs… really bad vibs this night…

 Stefania

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Naomi Klein e Jeremy Scahil

SIMONA PARI E SIMONA TORRETTA : ANATOMIA DI UN RAPIMENTO

 

Quando Simona Torretta ritornò a Baghdad nel marzo 2003 nel bel mezzo dei bombardamenti, i suoi amici iraqeni salutandola le dissero che era pazza: “Erano così sorpresi di vedermi, mi dissero, perchè sei tornata qui. Torna in Italia, sei pazza!”. ma Simona Torretta non tornò in Italia. Rimase durante l’invasione, continuando la missione umanitaria che aveva iniziato nel 1996, quando per la prima volta visitò l’Iraq con l’ong “anti-sanzioni” Un Ponte Per Baghadad.Quando Baghadad cadde nelle mani degli americani, Simona decise comunque di restare, questa volta per portare medicinali alla popolazione sofferente per l’occupazione militare. Sempre dopo che la resistenza iraqena iniziò a colpire gli stranieri e i giornalisti internazionali, mentre gli operatori umanitari fuggivano, Simona tornò ancora. “Non posso restare in Italia”- disse la giovane volontaria 29nne ad un regista di documentari . Oggi la vita di Simona Torretta è in pericolo, insieme alle vite della sua collega Simona Pari e dei due collaboratori iraqeni, Ra’ad Ali Abdul Aziz e Mahnouz Bassam. Ma qual’è la vera storia di questo sequestro?

 

Otto giorni fa, i 4 furono prelevati da un commando direttamente dalla casa/ufficio di Baghdad e da allora non si sono più avute notizie. In assenza di informazioni da parte dei loro sequestratori, le controversie politiche scoppiano attorno l’incidente. I sostenitori della guerra sono soliti dipingere i pacifisti come degli ingenui, che sostengono allegramente la resistenza che invece risponde alla solidarietà internazionali con rapimenti e decapitazioni.

Intanto un sempre maggior numero di leaders islamici affermano che il raid nella sede di Un Ponte Per Baghdad non è stata opera dei mujahidin, ma dell’intelligence internazionale, al fine di screditare la lotta della resistenza. Nulla riguardo questo rapimento costituisce un somiglianza con gli altri sequestri.

Molti sono stati attacchi occasionali perpetuati su strade. Simona Torretta e i suoi colleghi sono stati “freddamente” prelevati nel loro ufficio. E mentre i mujahidin iraqeni nascondono scrupolosamente la loro identità dietro ampie sciarpe, i rapitori erano a volto scoperto e sbarbati, alcuni vestiti in uniforme. Un assalitore era chiamato dagli altri “signore”. Gli ostaggi sono un uomo e tre donne.

I testimoni rivelano che il commando ha interrogato tutto lo staff della sede prima di identificare le due Simona per nome e che Mahnouz Bassam, la donna iraqena, è stata trascinata urlante per il velo; un oltraggio religioso scioccante per un’azione in nome dell’Islam. Molto strana è anche la dimensione dell’operazione: invece dei soliti 3/4 combattenti, 20 uomini armati e alla luce del sole, apparentemente incuranti di essere visti. La “Green Zone” è sorvegliata da molti checkpoint militari; il rapimento è stato effettuato senza alcuna interferenza da parte della polizia iraqena e delle truppe americane; benchè il periodico “Newsweek” ha svelato che un convoglio militare americano passò vicino alla sede della Ong italiana circa 15 minuti dopo il rapimento.

Le armi: gli assalitori erano armati con AK-47, fucili, pistole con silenziatore e armi che stordiscono. Armi difficilmente utilizzate dai mujahidin, dotati di rudimentali Kalashnikov.

Ancora più strano è questo dettaglio: i testimoni affermano che diversi sequestratori erano vestiti con le uniformi della Guardia Nazionale iraqena e si sono dichiarati come uomini di Ayad Allawi, primo ministro iraqeno ad interim. Un portavoce del governo iraqeno ha successivamaente smentito un coinvolgimento dell’ufficio del premier Allawi. Sabah Kadhim, portavoce del ministero degli interni, ha ammesso che i rapitori indossavano uniformi militari e giubbotti anti-proiettile.

Ma, allora è stato un rapimento condotto dalla resistenza iraqena o un’operazione segreta della polizia? O qualcosa di peggio: un ritorno del “mukhabarat”, il servizio segreto di Saddam che eliminava i dissidenti del regime, di cui non si è saputo più nulla? Chi può aver coordinato un’azione simile e chi può portare giovamento un attacco contro questa Ong da sempre contro la guerra?

Da lunedì scorso il governo italiano riporta una sola teoria. Lo Sceicco Abdul Salam Al-Kubaisi, autorevole esponente religioso sunnita in Iraq, ha riferito ai giornalisti di aver ricevuto una visita da parte di Simona Torretta e Simona Pari il giorno prima del rapimento. “Erano impaurite”- afferma lo sceicco -“Mi hanno detto che qualcuno le ha minacciate”. Alla domanda su chi vi fosse dietro queste minaccie, Kubaisi ha risposto “sospettiamo l’intelligence internazionale”.

Per Kubaisi, la rivendicazione del rapimento è inusuale; egli è legato a gruppi della resistenza ed ha mediato il rilascio di diversi ostaggi. Le dichiarazioni di Kubaisi sono state ampiamente riportate sui media arabi e su quelli italiani, mentre sono assenti sulla stampa di lingua inglese. I giornalisti occidentali sono contrari a parlare di spie e cospirazioni, soprattutto per paura.

Ma in Iraq, spionaggio ed operazioni segrete non costituiscono cospirazioni; sono la realtà quotidiana.

Secondo James L. Pavitt, direttore della CIA, l’Iraq è il paese con più basi d’intelligence Usa dai tempi della guerra in Viet Nam, con circa 500/600 agenti sul territorio. Allawi stesso ha collaborato con CIA, MI6 e Mukhabarat nell’eliminazione dei nemici del regime di Saddam.

Un Ponte Per Baghdad è sempre stato contrario all’occupazione militare. Durante l’assedio di Falluja in aprile, ha coordinato, rischiando in prima persona, diverse missioni umanitarie. Le forze americane hanno chiuso le strade per Falluja e vietato l’accesso ai giornalisti, mentre si preparaveno a punire l’intera città per l’orrendo assassinio di 4 mercenari americani.

In agosto, quando la marina statunitense toglieva l’assedio da Najaf, Un Ponte Per Baghdad andò dove le forze militari d’occupazione non volevano testimoni. E il giorno prima del loro rapimento, Simona Torretta e Simona Pari avevano detto allo sceicco Kubaisi che stavano progettando un’altra rischiosa missione a Falluja. Negli otto giorni dal sequestro, appelli per il loro rilascio sono giunti da ogni parte del mondo e da ogni comunità religiosa e culturale: Jihad islamica, Hezbullah, Associazione degli studenti islamici ed altr diversi gruppi della resistenza iraqena hanno condannato l’azione.

Un gruppo della resistenza parlando da Falluja ha detto che il rapimento lascia pensare ad un collegamento con le forze d’intelligence internazionali. Particolarmente evidente è l’assenza di importanti voci, come quella della Casa Bianca e dell’ufficio di Allawi. Nessuno dei due ha detto una sola parola sul sequestro.

Quello che vogliamo far saper è questo: se il rapimento finirà nel sangue, Washington, Roma ed il governo “fantoccio” iraqeno ne approfitteranno per giustificare la brutale occupazione dell’Iraq; un’occupazione per la quale Simona Torretta, Simona Pari, Ra’ad Ali Abdul Aziz e Mahnouz Bassam hanno rischiato la loro vita per opporvisi.

E noi non ci sorprenderemo se si scoprisse che il piano era questo da sempre.

Naomi Klein e Jeremy Scahil

Fonte: The Guardian
Grazie a Cecile Landman

Jeremy Scahill, attivista di “Democracy Now”, è una giornalista free-lance e lavora negli Usa per stazioni radio e tv indipendenti
Naomi Klein, scrittrice, è l’autrice di “No Logo” e di “Fences and Windows”

(traduzione per Reporter Associati di Tito Gandini e Stefano Minutillo Turtur )

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Uomo del mio tempo

“Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

S. Quasimodo

 

thanx to strega

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due ora fa a hebron (lettera della palestina)

-stefania si trova in palestina per un progetto di volontariato
.
i soldati hanno circondato il palazzo nel quale mi trovo e chiuso completamente la via (tutta hebron e’ chiusa, nessuno puo’ entrare ne’ uscire), perche’ il centro e’ adiacente alla casa di uno dei martiri di oggi. siamo bloccati qui, luci spente, finestre chiuse a causa del gas. non sappiamo fino a quando durera’ tutto questo, potrebbe finire ora come potrebbe durare fino a domani o oltre.
i ragazzini tirano le pietre, i soldati sparano e si preparano a demolire la casa.

siamo completamente impotenti, completamente.
chiunque si affacci alla finestra finisce nel loro mirino, ma nessun colpo in nostra direzione finora.
tutto questo e’ assurdo!!

giungono notizie dalla radio che alcuni palestinesi sono stati arrestati poco dopo l’inizio degli scontri, temo per alcuni amici che erano giu’…non ho notizie, non riesco a rintracciarli.
mioddio vic, mioddio!! sento rimbalzare nella testa l’orrobile suono dei loro colpi, credimi, si confondono con quelli che continuano a sparare.

………
fai qualcosa
ti prego fai finire tutto questo!
proteggi O. e F. e H. … . ….
stefania

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emergency: via le truppe italiane dall’iraq

comunicato emergency:

07 settembre ’04 – Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari

Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari è innanzitutto un crimine e rappresenta un motivo di angoscia per la condizione nella quale si trovano queste due persone.

Presso consistenti strati di iracheni che in forme diverse – anche criminali – si oppongono all’occupazione militare del loro paese, la responsabilità dei governi coincide con la responsabilità di tutti i cittadini dei paesi occupanti.
È venuta meno la distinzione tra i milioni di italiani che hanno osteggiato la guerra e chi l’ha voluta e la conduce.

Questa incapacità e questo rifiuto a distinguere sono stati favoriti dalla totale, esibita indifferenza del governo di fronte alla volontà di pace e alla richiesta di rispetto della Costituzione.

Chiedendo che cessi immediatamente la partecipazione dell’Italia all’occupazione militare dell’Iraq, chiediamo semplicemente il ripristino della legalità internazionale.

Ribadirlo con forza in questa circostanza non è «cedere a un ricatto criminale», come stoltamente troppi dicono, ma è «cedere» alla Costituzione, al diritto internazionale, all’umanità.

Tra l’angoscia per la sorte di due nostre concittadine e il rifiuto di una politica distruttiva e violenta non c’è una relazione strumentale, ma una sostanziale, assoluta coincidenza.

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il mio funerale.

Il mio funerale

Disposizioni per un saluto

(di

Enzo Baldoni)

 

Il 24 maggio 2003, Enzo Baldoni mandava un email al suo newsgroup. Parlava di come avrebbe voluto essere salutato nel caso – improbabile, visto che si sentiva “sicuramente immortale” – di un “errore del Creatore”.

Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: “Ora il figlio vuole dire qualche parola”.

Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della
cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo.

Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi divesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso.

La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa
delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.

Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia
dove lavoro col mio ritratto sopra.

Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni.

Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.

Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci
saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.

Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.

Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e
fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.

Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se
nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.

Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata.

Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega.

e.

-thanX to STREGA

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Enzo Baldoni: alla ricerca di verità

L’inchiesta

 

Ali’, Mohammad, Salah, Safanaa. E non solo loro. Chi sono questi personaggi misteriosi? Che ruolo hanno avuto nella tragica missione della Croce rossa italiana Baghdad-Najaf del 19 e 20 agosto scorso? La procura di Roma, che indaga sul sequestro e l’uccisione di Enzo Baldoni, vuole saperlo. E, a questo scopo, sentira’ presto Beppe De Santis, il coordinatore della Cri che organizzo’ quel convoglio.Vogliono sapere tutto su chi erano i componenti della spedizione e sul ruolo che hanno avuto.Nel ritorno a Baghdad, secondo quanto si e’ appreso finora, del convoglio facevano parte una quindicina di persone. Tra queste la volontaria gallese Helen Williams, che ha raccontato: ”C’erano dieci o dodici volontari italiani, quattro iracheni e poi noi due, io e il mio interprete”. Quanto a Baldoni e al suo autista-interprete Ghareeb (ucciso nell’agguato, ma il suo corpo non sarebbe stato ancora recuperato) la volontaria ha detto che la loro auto apriva la colonna, la stessa versione fornita dai responsabili della Cri.
Del convoglio, ma solo nel viaggio di andata, faceva parte anche una troupe della Rai, che pero’ ha lasciato Kufa il pomeriggio del 19 agosto: ”Io e l’operatore abbiamo preso un’auto suggerita da Ghareeb e siamo tornati a Baghdad”, racconta l’inviato Pino Scaccia.
Su Ghareeb, un giordano-palestinese di cui non si conosce nemmeno il nome completo, molte riserve sono state avanzate in queste ore dal commissario della Croce rossa, secondo cui era quantomeno un millantatore. Ma nello stesso convoglio c’erano anche altri personaggi dal ruolo e dall’identita’ incerta.
Uno e’ Ali’, che pero’ – secondo alcuni – potrebbe essere lo stesso Ghareeb. A parlarne e’ la stessa Williams: ”Ali’, l’autista dell’auto bianca ci sorpassa, ferito al volto e ci urla di andare avanti”, scrive su Internet. L’auto bianca dovrebbe essere la Nissan su cui viaggiava Baldoni, ma nella sua intervista, quando si riferisce all’autista-interprete del giornalista ucciso, la Williams lo chiama sempre Ghareeb. Di questo Ali’, comunque, si perdono le tracce.
Poi c’e’ Mohammed che, come ha dichiarato Scelli, era sulla macchina che la sera prima dell’agguato ha riportato a Baghdad i giornalisti della Rai. Questo Mohammed, o Mohamad, sarebbe un uomo dell’ufficio di al Sadr, accreditato dallo stesso Ghareeb presso la Croce Rossa. Ma al pari dell’autista di Baldoni, anch’egli si sarebbe poi dimostrato inaffidabile.
Altro personaggio tutto da tratteggiare e’ Salah. Ne parla lo stesso Baldoni, il 18 agosto, alla vigilia della missione, in uno degli ultimi ‘post’ sul suo ‘Bloghdad’: ”In macchina con noi c’e’ anche Salah, il braccio destro di Beppe (De Santis – ndr), un iracheno dal volto mefistofelico che e’ stato maggiore nell’Aeronautica e che rimpiange Saddam. Mi chiedo se e’ con noi per aiutarci o per controllarci. Chi lo sa. Ma cosi’ e’ l’Iraq: e’ difficile sapere chi e’ davvero chi hai di fianco”. Che Salah sia invece Sajaf al Jidi, meglio noto come Abu Karrar, l’uomo attivato dalla Cri per la liberazione dell’ostaggio? Non si sa.Ma Baldoni prosegue: ”In uno dei due camion c’e’ un alto esponente dell’Esercito del Mahdi (gli uomini di Moqtada As Sadr) che e’ la nostra assicurazione sulla vita”. Parla forse di Mohammed-Mohamad?
Infine, Safanaa. Elegante, di famiglia benestante, collaboratrice di organizzazioni umanitarie irachene e straniere, e’ stata una delle ultime a sentire il giornalista italiano prima del sequestro. Si dice sia stata lei a portare il corpo di Ghareeb in ospedale, ma rintracciata dal Corriere della sera all’indomani del rapimento, e dopo che il suo nome era circolato su internet, si e’ molto arrabbiata: ”Qui si muore e non si scherza cosi’, con la vita degli altri”. Una donna misteriosa, Safanaa, ”comparsa e sparita come testimone in poche ore”, scrive Scaccia sul blog. (Ansa).

Enzo Baldoni: alla ricerca di verità Leggi l'articolo »

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