2005

Shulamit Aloni: Questi zelati pronti a uccidere Sharon coe rabin

I coloni oltranzisti un pericolo per Israele»

«Non basta la repressione, non bastano gli arresti amministrativi per i loro capi. Questi zelati pronti a uccidere Sharon come dieci anni fa fecero con Rabin non nascono dal nulla, ma rappresentano l’espressione estrema di quel messianismo religioso impastato dall’ideologia ultranazionalista di Erez Israel che ha permeato parte della destra israeliana e che ha fatto sì che ancora oggi c’è chi guarda ai coloni oltranzisti come dei pionieri del Grande Israele. Contro questo cancro che rischia di corrodere il corpo democratico di Israele occorre sviluppare una grande battaglia politica e culturale». A sostenerlo è Shulamit Aloni, leader storica della sinistra sionista, tra i fondatori di «Peace Now», il movimento per la pace israeliano, più volte ministra nei governi Rabin e Peres. In passato, Shulamit Aloni è stato più volte minacciata di morte da frange dell’estrema destra israeliana.
Qual è l’humus ideologico su cui cresce l’estremismo fondamentalista dell’ultradestra israeliana?
«È un mix tra messianismo religioso e nazionalismo portato agli estremi. È la visione manichea della Storia, per la quale da un lato c’è il popolo eletto, Israele, e sul fronte opposto il mondo ostile dei Gentili. C’è l’idea di Israele come un grande ghetto super armato in guerra permanente non solo con i terroristi palestinesi ma contro i loro “mandanti” che vanno ricercati in un mondo arabo che, in questa visione paranoica, ha come unico disegno quello di consumare una nuova Shoah contro gli Ebrei. In questa logica da guerra permanente tra i “Nemici” mortali vanno annoverati i “traditori”, coloro cioè che dall’interno di Israele hanno operato per distruggere Erez Israel consegnandola nelle mani “empie e grondanti di sangue” degli arabi. Dentro questo humus è maturato l’assassinio, dieci anni fa, di Yitzhak Rabin, ed oggi la storia sembra ripetersi con Ariel Sharon».
Il capo dello Stato Moshe Katzav ha invocato gli arresti amministrativi per i capi dell’ultradestra.
«È una presa di posizione che dà il segno della gravità della situazione. Certo, l’opera di prevenzione, come quella repressiva, è necessaria ma da sola non può bastare se non è accompagnata da una grande battaglia politica e ideale all’interno della società israeliana. Una “battaglia” culturale contro la demonizzazione dell’altro da sé, contro l’idea che la Sacra Terra d’Israele sia più importante dello Stato d’Israele e della sua essenza democratica. Una battaglia contro la logica dei “tradimento” scagliata con violenza contro chiunque “osi” lavorare per riaprire spazi di dialogo con i palestinesi. Una battaglia politica che accerti e spezzi una volta per tutti i rapporti che legano l’estrema destra e l’ala più oltranzista del movimento dei coloni con settori della politica che in passato hanno avuto anche responsabilità di governo. L’errore più grave che potremmo commettere è sottovalutare le minacce dell’estrema destra o ridurre questo problema solo a una questione di ordine pubblico».
Ariel Sharon rischia davvero di essere ucciso?
«Credo di sì. Per questi fanatici estremisti Sharon è un “doppio traditore”: lo è in quanto primo ministro che ha “osato” pensato di poter evacuare gli “avamposti di Erez Israel” nella Striscia di Gaza; e lo è perché Sharon per lungo tempo è stato il paladino della colonizzazione ebraica nei Territori. Gli zeloti hanno già comminato la loro sentenza per questo doppio tradimento: una sentenza di morte».

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Tal Afar. L’infinita schiera degli orfani di guerra

democratizzazione dell’iraq

Gli “eroi” di Tal Afar: la settimana scorsa una pattuglia americana apre il fuoco contro un’auto civile a Tel Afar, Iraq. Nell’auto vi e’ una famiglia, composta dai genitori e da cinque bambini. I genitori restano uccisi;  i bambini, insanguinati e terrorizzati, entrano a far parte dell’infinita schiera degli orfani di “guerra”.

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Noam Chomsky: Il futuro dell’Iraq e l’occupazione USA

Il futuro dell’Iraq e l’occupazione USA


Il futuro dell’Iraq e l’occupazione USA Proviamo ad immaginare quali potrebbero essere le politiche di un Iraq indipendente, di un Iraq indipendente e sovrano, diciamo più o meno democratico, quali sarebbero verosimilmente le sue politiche? Dunque ci sarà una maggioranza sciita che quindi avrà qualche influenza significativa sulla politica. La prima cosa che faranno sarà ristabilire le relazioni con l’Iran. Non è che a loro l’Iran piaccia in modo particolare, ma non vogliono fare una guerra contro gli iraniani, così si muoveranno nella stessa direzione che già si stava attuando persino sotto Saddam, cioè, ristabilire una forma di relazioni amichevoli con l’Iran.

Questa è l’ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono. Hanno lavorato moltissimo per cercare di isolare l’Iran. L’altra cosa che potrebbe accadere è che un Iraq più o meno democratico e sotto il controllo sciita potrebbe suscitare simpatie nelle aree sciite dell’Arabia Saudita, che si dà il caso sia nei pressi e si dà il caso sia il posto in cui c’è il petrolio. Così potrebbe accadere quello che a Washington deve essere il più grande incubo – una regione sciita che controlla la maggior parte del petrolio mondiale ed è indipendente. Inoltre è assai probabile che un Iraq indipendente e sovrano cercherebbe di assumere la sua posizione naturale di stato leader del mondo arabo, forse lo stato dominante. E questa si sa è una cosa che risale ai tempi biblici.

Che cosa implica? Prima di tutto implica il riarmo. Devono affrontare il nemico locale. Il nemico locale, il nemico strapotente è Israele. Si riarmeremmo per contrastare Israele – che significa probabilmente sviluppare armi di distruzione di massa, almeno come deterrente. Questo è il quadro di ciò che stanno immaginando a Washington – e probabilmente a Downing street a Londra – che qui si potrebbe avere una solida maggioranza sciita in riarmo, che sviluppa armi di distruzione di massa, che cerca di liberarsi degli avamposti americani presenti per assicurare agli Stati Uniti il controllo delle riserve petrolifere globali. Washington starà a guardare e lo permetterà? E’ qualcosa di quasi inconcepibile.

Quello che ho appena letto nella stampa commerciale degli ultimi due giorni probabilmente riflette il pensiero di Washington e di Londra: “Oh va bene, okay, lasceremo che abbiano un governo, ma non presteremo alcuna attenzione a quel che diranno.” Infatti contemporaneamente il Pentagono ha annunciato due giorni fa: continueremo a tenere là 120.000 soldati fino almeno al 2007, anche se chiedessero il ritiro domani stesso.

E la propaganda è alquanto evidente in questi articoli. Si può anche scrivere il commento: Dobbiamo farlo perché dobbiamo portare a termine la nostra mission di portare la democrazia in Iraq. Se hanno eletto un governo che non lo capisce, cosa mai possiamo fare con questi sciocchi arabi? E’ davvero assai comune, perché possiamo vedere, dopo tutto, che gli Stati Uniti hanno rovesciato una democrazia dopo l’altra, perché il popolo non capisce. Segue la direzione sbagliata.

Quindi, seguendo la nostra mission di stabilire la democrazia, abbiamo rovesciato i loro governi. Penso che la coscrizione sarà l’ultima risorsa. La ragione sta nell’esperienza del Vietnam. Penso che nell’esperienza del Vietnam per la prima volta nella storia dell’imperialismo europeo una potenza imperialistica ha provato a combattere una guerra coloniale con un esercito di cittadini. Intendo dire che gli inglesi non l’hanno fatto, e i francesi avevano la Legione Straniera… Nelle guerre coloniali, i civili sono semplicemente inadatti. Le guerre coloniali sono brutali depravate e assassine. Non si può prendere i ragazzi dalla strada e farli combattere questo genere di guerra.

Occorrono killer addestrati, come quelli della Legione Straniera francese.
Infatti lo si è potuto vedere in Vietnam. A suo credito, l’esercito americano è crollato. Ha impiegato troppo tempo ma alla fine l’esercito è sostanzialmente andato in pezzi. I soldati erano drogati, cercavano di uccidere gli ufficiali, non seguivano gli ordini e così via e i più alti gradi volevano liberarsene. Se si guardano i giornali delle forze armate alla fine degli anni sessanta, si scriveva su ‘come possiamo togliere di qui questo esercito oppure l’esercito sta per crollare’ – in modo assai simile a quanto ha detto il capo dell’Army reserves due o tre giorni fa. Ha detto che questa forza sta andando al collasso.

Noam Chomsky

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chiesa: Eason Jordan, i militari usa sparano ai giornalisti

Gli è scappata una verità: Imperdonabile!

Esemplare vicenda, quella di Eason Jordan. Era direttore editoriale della CNN, il “sesto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU”. Aveva fatto carriera, negli ultimi 23 anni, accompagnando la CNN ai vertici mediatici mondiali. Il che significa che è stato lui ad accompagnare, seguire, abbellire, magnificare tutte le nefandezze dell’Impero.Uomo più degno di fiducia, per il potere oligarchico americano, non doveva esserci sulla piazza. Uno che aveva imparato per tempo l’arte dell’embedded.

E che aveva insegnato ad applicarla a eccelse giornaliste come la signora Amanpour, felicemente imitata in Italia da Lucia Annunziata e da una schiera di altrettanto formidabili embedded, tipo Franco di Mare, ad esempio, e Monica Maggioni. Gli dovevano gratitudine. Invece lo hanno licenziato. Perché? Gli è scappata una verità.

Noi non sappiamo se sia del tutto vero, o vero in parte. Può succedere che uno abbia alzato il gomito, o si distragga un attimino. Ma pare che lui si sia lasciato scappare che i marines americani in Irak amano fare il tiro al piccione con i giornalisti non embedded . L’ha detto? Non ha detto esattamente cosi? Chissà. Lui nega, ma diversi testimoni affermano di avergli sentito dire, a Davos, Svizzera, in mezzo a un augusto stuolo di membri del Superclan mondiale, il mese scorso, di “essere a conoscenza dei casi di 12 giornalisti uccisi deliberatamente dai soldati americani proprio in quanto reporter”.

Le citazioni le abbiamo tratte da Repubblica, del 13 febbraio, il quale, essendo giornale prevalentemente incline all’embeddedment , non può avere esagerato. Ora a me pare che questa vicenda di Jordan sia la prova provata che non ci si può fidare di nessuno. Un direttore di cotanta televisione che si lascia scappare un’enormità del genere! Che probabilmente è del tutto vera, ma non può essere detta comunque. La cosa sbalorditiva è che ormai da tempo non si diventa più direttori di giornali o di tv se non si è dato prova di una totale impermeabilità alla verità.

E lui, Jordan, l’ha sparata così grossa? Forse dovrà visitare lo psichiatra. In ogni caso, poiché la CNN, per quanto embedded, non lo è abbastanza per i gusti prevalenti negli Stati Uniti, essendo stata sopravanzata da Fox Tv del filantropo Murdoch, ecco che l’occasione non poteva andar perduta. Non tanto quella di liquidare nel ludibrio uno che è vittima di tremendi lapsus come quello citato ( Jordan era già un cadavere ambulante un minuto dopo quella frase infelice), quanto quella di dare un avvertimento generale: cari giornalisti americani ed europei, il nuovo standard del giornalismo di guerra non è più la vetusta e paludata CNN; il nuovo standard è Fox TV. Così tutti dovranno ora ritoccare gli orologi. Come alla BBC.

Che aveva detto la verità sulle armi di distruzione di massa. Ma non è più tempo di verità perché se non si è abbastanza lesti, la verità viene rivoltata come un guanto e diventa falsità. Così, dopo qualche esitazione, e qualche spavento per il “suicidio” di un poveraccio, Tony Blair è riuscito a far licenziare il direttore disattento della BBC, che si lascia scappare, anche lui, qualche mezza verità. Dunque tutti in fila e niente storie!

Giulietto Chiesa

 
 

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ALESSANDRO ROBECCHI: le verità di giuliana sgrena

Le verità di Giuliana
 ALESSANDRO ROBECCHI

Ma insomma, cos’è successo a Falluja? Com’è che tutti quelli che si avvicinano troppo per sapere dei giorni spaventosi dell’assedio e della conquista si scottano o spariscono? Come la nostra Sgrena, come la collega francese Aubenas. Cos’è successo laggiù che è così delicato, così pericoloso raccontare? Può sembrare una domanda oziosa, ora, e come tutti i dettagli nel momento della paura e dello sgomento pare di sfiorare il cinismo. E però, se guardate bene, dentro questa domanda c’è il senso intero e compiuto di quel che Giuliana faceva lì. Falluja, naturalmente. Che vale Kandahar, che vale Mogadiscio, che vale Kabul. Che vale tutti i posti in cui l’accecamento delle fazioni non consente posizioni terze, visioni problematiche, volontà di capire e raccontare. Meglio non ci siano testimoni: la guerra è una faccenda piuttosto mafiosa, sarebbe gradito accettare le versioni ufficiali, non ficcare il naso. Nessuno che risolva le questioni a pistolettate, con i camion bomba o i bombardieri gradisce molto queste intrusioni di intelligenza che sono le domande, le richieste di spiegarzioni, le storie che raccontano la realtà. Amico/nemico è il sistema binario elementare – direi primitivo – che genera e alimenta la macchina della guerra. Incidentalmente, e con deplorevole tempismo, ce l’hanno ricordato poche ma significative schifezze comparse su alcuni giornali della destra. Amica dei guerriglieri, ben ti sta, o cose simili. Come si vede, la logica troglodita della guerra fiorisce anche ben lontano dal fronte. Ogni falco gradisce un falco come nemico, e per le colombe sono tempi duri. E invece pare proprio il momento per dire chiaro e forte che è il contrario. Che la capacità di sfuggire a questa logica accecante è l’unico modo per uscirne. E cioè il guardare e il raccontare quel che accade, che vive o che tenta di vivere a dispetto di questa logica. Come fa Giuliana, appunto, come fanno quelli che non si accontentano delle versioni ufficiali, che vanno a fare domande, che ascoltano (cosa rara) le risposte. Così l’Iraq che ci racconta Sgrena non è esattamente quello che ci raccontano gli altri. Gli elettori disincantati e stanchi dei suoi reportages non sono quelli entusiasti e «liberati» che abbiamo visto e sentito in altri più accomodanti racconti. E dietro il dito indice sporco di inchiostro dei tanti votanti iracheni, lei sa dirci tutta la mesta complessità di una situazione, anche umana, anche privata, che compone il mosaico di un pezzo di storia che molti ci raccontano in un altro modo.

Sapere cos’è successo a Falluja, ora, vedete, non pare un’emergenza, forse un giorno lo sapremo e metteremo al suo posto un altro tassello del mosaico della barbarie dell’oggi. Ma, almeno in metafora, mai come oggi è doveroso saperlo. Perché non è solo la notizia qui che conta, ma la possibilità e la libertà di dirla, di cercarla e raccontarla a tutti. La rivendicazione di voler capire un po’ di più, di non essere embedded nel cervello e il sacrosanto diritto di non essere arruolati a forza in una guerra sbagliata, folle e tanto dolorosa. Questa differenza, questa stonatura rispetto allo spartito ufficiale, questo guardare la guerra da dentro, ma da pacifista, è un punto di forza e non – come vorrebbero farci credere i soliti «armiamoci e partite» – una sconsiderata contraddizione.

E’ in questa differenza, in questo modo di guardare le cose, che sta tutta – ma proprio tutta – la nostra lontananza da questa guerra e dalla logica che l’ha prodotta, e nessuno come Giuliana Sgrena sapeva raccontarlo, grazie alla scelta del suo angolo di visuale, alla sua speciale prospettiva di donna e pacifista e giornalista. Ovvio che deve tornare a casa al più presto, perché quel suo angolo di visuale è tanto prezioso quanto raro. E perché – tra le tante cose – deve raccontarci quel che c’è dietro questa guerra. E anche cosa è successo a Falluja

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La democrazia dell’occupazione, di ‘Abd el-Bari ‘Atwan

La democrazia dell’occupazione

.:   di ‘Abd el-Bari ‘Atwan
   mercoledì, 02 febbraio 2005

Le “elezioni irachene” somigliano ad un maquillage provvisorio per fare in modo che tutto sembri cambiato mentre, in realtà, tutto è come prima. Chi ci assicura sulla veridicità delle percentuali di votanti annunciate da chi ha organizzato queste “elezioni”? E dove erano gli “osservatori” così “indispensabili” altrove?

Non è un caso che sia stato il presidente George Bush il primo leader mondiale ad inneggiare alle elezioni irachene, descrivendole come un brillante successo che ribadisce il rifiuto dell’ideologia
del terrorismo ostile alla democrazia. Pochi minuti dopo gli ha fatto seguito il suo fidato seguace Tony Blair, primo ministro britannico, ripetendo le stesse frasi. Tali inneggiamenti arrivano da un uomo che ha insistito sullo svolgimento le elezioni come da calendario, rifiutando tutti gli inviti ad un rinvio provenienti da numerosi partiti e personalità irachene, incluso il partito del primo ministro Iyad Allawi. Lo ha fatto perché vuole continuare nelle operazioni di bugie, di falsificazione e di inganno dell’opinione pubblica americana. Utilizzando queste elezioni, si dà infatti l’illusione che la missione sia compiuta e che l’Iraq sia diventato un’oasi di democrazia, cosa che giustifica il martirio di centomila iracheni, l’uccisione di duemila americani e la spesa di duecento miliardi di dollari.

Il popolo iracheno vuole la democrazia come tutti gli altri popoli arabi oppressi dai propri governanti dittatori, e l’affluenza ai seggi ne è una dimostrazione lampante. Ma questo non significa che le elezioni siano vere o che i loro risultati portino il paese fuori dalla crisi in aumento o che queste diano vita ad un salto democratico nella storia del paese. A quale democrazia inneggia Bush se gli elettori non conoscono nemmeno i nomi dei candidati e non hanno ascoltato i loro programmi? E quale democrazia è se gli ispettori internazionali la stanno seguendo dalla capitale giordana Amman, ovvero almeno 2.000 chilometri lontani da Baghdad? Le operazioni di faslificazione sono iniziate alcune ore prima della chiusura dei seggi con con l’annuncio di un responsabile dell’Alto comitato per le elezioni in cui questi asseriva che la percentuale dei partecipanti aveva superato il 75%. E’ una grande bugia che solleva molti dubbi sulla buona fede di questo comitato e sull’intera operazione elettorale! La partecipazione alle elezioni in Svezia non raggiunge questa percentuale… e poi come ha fatto il comitato a sapere, con questa precisione, di questa percentuale di partecipazione? Sono elezioni con scrutinio manuale, in un paese in cui manca la sicurezza, dove manca la corrente, dove il computer non è subentrato in maniera ottimale nella direzione delle sue operazioni e, al di sopra di tutto, queste sono le prime elezioni di quel tipo da almeno
mezzo secolo!

Simili dichiarazioni ingannevoli, preparate in anticipo nelle stanze della disinformazione del Pentagono non sono né strane né soprendenti: l’Alto comitato per le elezioni ha aperto solo cinque seggi ai giornalisti stranieri, seggi scelti con estrema cura per evidenziare la grande affluenza da parte dei cittadini iracheni dando quindi all’opinione pubblica mondiale la falsa illusione del successo dell’operazione democratica. Il presidente George Bush ha detto mercoledì scorso che la bandiera della libertà è stata piantata con forza in Iraq, ma non sappiamo di quale libertà stia parlando all’ombra della presenza di centocinquantamila soldati del suo esercito, della mancanza di sicurezza, dello smantellamento dello Stato iracheno, di un Consiglio dei ministri iracheni riunitosi una sola volta, con i movimenti dei suoi membri limitati alla “zona verde” la cui superficie non supera le poche miglia quadrate.

Dopo venti mesi di occupazione e di liberazione, la maggior parte delle terre irachene è fuori dal controllo del governo e delle forze di occupazione, e il cittadino iracheno non trova acqua in un paese dove scorrono due fiumi, né l’elettricità quando il suo paese è alla testa degli esportatori del petrolio necessario per produrla. Le necessità del cittadino iracheno nell’era dell’occupazione sono completamente capovolte: lui, sì, voleva la democrazia e i diritti dell’uomo prima dell’arrivo delle forze di liberazione americane, ma adesso sta cercando il cibo, le medicine per i propri bambini, la sicurezza per la sua famiglia, l’integrità minacciata del suo Stato e della sua identità araba che si erode giorno dopo giorno.

Il presidente Bush si è vantato di aver eliminato il covo di terrorismo a Falluja, e il comandante delle sue forze si è vantato di averla ripresa e addomesticata, ma ecco Falluja che resiste fino al giorno delle elezioni e gli attacchi che non si fermano perfino nella stessa Baghdad; ed ancora, l’ambasciata americana, considerata la meglio fortificata nel mondo, bombardata alla vigilia delle elezioni con due suoi impiegati uccisi.

L’intervento militare americano in Iraq, avrà sì eliminato il vecchio regime iracheno ma ha spinto paesi come la Corea del Nord e l’Iran a ricorrere alla scelta nucleare per l’autodifesa, per paura di affrontare lo stesso destino, e ha fatto sì che questa scelta fosse giustificabile davanti ai loro cittadini che hanno visto e vedono cosa capita in Iraq. Le elezioni americane in Iraq mandano il peggiore dei messaggi ai popoli arabi, perché è una democrazia arrivata con la costrizione dell’occupazione e sui cadaveri di centomila iracheni, e che ha alimentato le differenze etniche e religiose.

La democrazia è la partecipazione di tutti alla decisione della forma del proprio governo e del proprio sistema politico. Ma la democrazia irachena progettata all’americana ha preso una fazione irachena e l’ha messa sul fronte opposto, condannandola alla morte politica. E’ una democrazia mancante, anzi… avvelenata. Per cogliere l’immagine, immaginate elezioni americane in cui non partecipano New York, Miami e la California. Sarebbero elezioni legittime? Le elezioni si sono dunque svolte in Iraq e daranno vita ad un Consiglio nazionale e ad un nuovo governo guidato da Allawi. Cosa è cambiato? Nulla, assolutamente. Ricordiamo ancora la festa mediatica che ha accompagnò la fondazione del Consiglio di governo, e le festività che accompagnarono il passaggio dei poteri agli inizi del luglio scorso come esempi delle operazioni di falsificazione e di caos?

L’Iraq democratico è quello liberato dalla volontà nazionale, e non attraverso la progettata farsa elettorale che non convince nessuno tranne chi vuole crederci lo stesso.

Fonte: al-Quds al-‘Arabi, 31/01/2005

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Lite per hamburger, uccide sorella, St Louis, nel Missouri

Lite per hamburger, uccide sorella

Usa, la vittima aveva solo 9 anni
Terribile vicenda a St Louis, nel Missouri, dove una bambina di 12 anni ha confessato alla polizia di aver strozzato la sorellina di nove anni in seguito ad una lite su un hamburger. Le autorità sono riuscite a stabilire la causa della morte della piccola solo dopo la confessione della sorella più grande. La ragazzina è stata incriminata ma le autorità non hanno rivelato l’identità della presunta omicida.

Ci sono voluti quasi due mesi alle forze dell’ordine per trovare la soluzione di un caso che pareva incomprensibile. Il cadavere della piccola di nove anni era stato trovato il 22 dicembre scorso nella sua abitazione. Da allora gli inquirenti hanno vagato nel buio senza trovare una spiegazione alla morte della piccola. Poi, qualche giorno fa, la confessione-choc della sorella maggiore che ha minuziosamente spiegato come e perché è avvenuto l’omicidio.

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beppe grillo: L’invenzione della partita nulla: Nega-prezzi per

L’invenzione della partita nulla: Nega-prezzi per Nega-aziende

Dopo aver inventato la partita doppia e la partita truccata, ecco una nuova grande invenzione dell’economia italiana: la partita nulla.

La partita nulla è quella che si riceve in cambio del Nega-prezzo.
Il Nega-prezzo è quello che un compratore è disposto a pagare pur di non ricevere la merce.
Fiat, da 100 anni emblema dell’industria italiana, è cosi ridotta che c’è gente disposta a pagare una fortuna pur di non averla.
General Motors pagherà a Fiat 1,5 miliardi di euro pur di avere la certezza di non possedere Fiat.

Complimenti a Elkann e a Montezemolo. Siete riusciti a spillare agli americani un sacco di dollari in cambio di niente. Siete meglio dei magliari napoletani.
Se le Nega-aziende sono una delle maggiori risorse del Paese, il nuovo miracolo economico dell’Italia è assicurato.

Statunitensi, Giapponesi, Cinesi, quanto siete disposti a pagare perchè ci teniamo la Parmalat, la Fininvest, la Telecom e tutte le altre?????

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‘Abd el-Ilah Ahmad: Chi è il terrorista?

Chi è il terrorista?   di ‘Abd el-Ilah Ahmad giovedì, 27 gennaio 2005

   Secondo le tv dell’«Iraq democratico» non ci sono dubbi: sono i volontari accorsi a combattere in Iraq. Eppure, le televisioni arabe più seguite non sono di quest’avviso: terrorista è l’occupazione.

Nei giorni della Festa del Sacrificio, ho visto due tv satellitari per la prima volta: quella algerina e l’irachena al-Fayha’.

 

Quest’ultima, in maniera ignobile, stava conducendo un’inchiesta su un giovane tunisino e un altro saudita, arruolatisi volontariamente per aiutare i loro fratelli a Falluja a resistere all’occupazione americana. Questi due ragazzi sono andati a Falluja per resistere all’occupazione straniera di un Paese arabo. Il giovane saudita ha spiegato che ha deciso di arruolarsi volontariamente dopo aver visto dei video su internet in cui soldati americani violentavano delle prigioniere irachene. Immagini, queste, che ho visto anch’io.

 

Il programma di al-Fayha’ è proseguito poi con la descrizione di questi fratelli arabi come «terroristi arabi» e con accuse alle televisioni satellitari arabe, in specie Aljazeera, di mettere su la gente.

 

 

 

 

Il vero terrorista è l’occupazione americana, che ha ucciso più di 100.000 iracheni, com’è ammesso dalle stesse fonti americane, per non parlare del milione ucciso dall’embargo e della distruzione completa dell’economia del paese, delle sue infrastrutture, comprese le università, le biblioteche, i musei e le moschee.

 

 

 

 

Ma torniamo al canale satellitare algerino che ho visto il primo giorno della Festa. Trasmetteva delle interviste a dei bambini algerini tra gli otto e i dieci anni. Uno di quei bambini, in occasione della Festa, ha fatto gli auguri alla sua famiglia e ai suoi cari, poi ha detto: “Non dimentichiamo i nostri fratelli in Palestina e in Iraq”.

 

 

 

 

Questo bambino arabo, algerino, è più vicino al mio cuore di quegli iracheni che lavorano in alcuni ignobili canali satellitari arabi.

 

 

 

 

I fratelli arabi non hanno lasciato le loro famiglie e sono andati in Iraq per ottenere vantaggi materiali e far carriera, ma per difendere l’onore dell’Iraq. Quanto ad Aljazeera, è la tv satellitare araba più popolare poiché non dipende da nessun governo arabo o non arabo, elevando in questo modo il prestigio dell’informazione araba in tutto il mondo arabo.

fonte: al-Quds al-‘Arabi, 27/1/2005
traduzione di Enrico Galoppini

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beppe grillo: ilmitragliere della pace

Da bravi pubblicitari si sono inventati il “mitragliere di pace”. Che pace vuoi fare se fai il mitragliere?

DI BEPPE GRILLO

È carnevale. Tempo di maschere. E ora ce lo dicono anche in faccia: quella della missione umanitaria in Iraq era una mascherata. “Basta con l’ipocrisia dell’intervento umanitario. (.) Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera”. A dirlo non è un caporale ubriaco ma un pezzo grosso del parlamento e della maggioranza, il presidente della commissione esteri della camera.
Una mascherata? Ma siamo matti? È una mascherata che è costata la pelle a dodici iracheni, tra cui alcuni civili disarmati, ammazzati dai nostri “costruttori di pace”, e a venti militari italiani, mandati a morire con equipaggiamento di pace in mezzo a una guerra furiosa. Da bravi pubblicitari si sono perfino inventati il “mitragliere di pace”. Che pace vuoi fare se il tuo mestiere è il mitragliere? Qualcuno, con le idee confuse sulla pace e la guerra, lo ha chiamato “costruttore di pace”.

Anche a quel povero monsignore hanno fatto fare una figuraccia. Avrebbero potuto avvertirlo che avevano appena detto “basta con l’ipocrisia dell’intervento umanitario”. In qualunque paese europeo se un alto esponente della maggioranza confessasse di aver portato il paese in una guerra di aggressione solo perché il governo è riuscito a imbrogliare il presidente e i cittadini, almeno mezzo parlamento e tre quarti dei media ne chiederebbero le dimissioni. Da noi invece è come se avesse fatto un commento del lunedì a una partita di calcio.

Forse dovremmo fare anche noi come in Iraq: andare alle elezioni tenendo segreti i nomi dei candidati. Non si sa mai. Conoscendo chi si vota si possono fare brutte scoperte. Del resto da noi milioni d’elettori hanno mandato in parlamento e al governo una cinquantina tra pregiudicati, fuorilegge prescritti, patteggiati, imputati o indagati e quasi un centinaio dei loro avvocati. A cosa serve allora conoscere i candidati?

Forse bisognerebbe tenere segreti non solo i nomi ma anche le parole dei candidati poi andati al governo. Per due motivi. Primo: gli altri europei smetterebbero di ridere di noi. Secondo: qui nessuno più chiede conto ai governanti delle loro parole; quindi ogni volta si sentono in diritto di dire qualunque idiozia o volgarità, sapendo che non devono rispondere più di niente.

Vi ricordate? “Purtroppo Buttiglione ha perso. Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza”. Non è una frase sul muro della latrina di una caserma. È un comunicato ufficiale di un ministro, su carta intestata della Repubblica e sulla homepage del governo (http://www.ministeroitalianinelmondo.it/0007Comuni/0869Tremag.htm). L’indomani la foto e il testo del ministro italiano erano sulla prima pagina dei maggiori quotidiani europei. Dimissioni? Scuse ai parlamentari europei? Macché. Secondo comunicato del ministro: si vanta di aver scritto quegli insulti “con spirito goliardico”.

Allegria! Uno dice di aver fatto una mascherata, quell’altro una goliardata. E nessuno chiede a questi pagliacci di rispondere di quello che scrivono e di farsi da parte.
Basta leggere qualunque giornale europeo per sapere che gli invasori dell’Iraq lo hanno ridotto a un inferno, peggiore di quello di Saddam. A quasi due anni dalla “liberazione” e dalla “fine della guerra”, questa miete ogni giorno decine di vittime.

Quasi metà della popolazione vive in province controllate dalla guerriglia. Una scuola su tre è stata distrutta, acqua ed elettricità sono razionate, per la benzina bisogna fare lunghe code. Il patrimonio archeologico è stato saccheggiato, gli archeologi del British Museum denunciano che il sito di Babilonia è stato devastato dai cingoli e dalle ruspe degli eserciti occupanti; truppe e carri armati stranieri hanno cannoneggiato cimiteri e moschee, alcuni giornalisti non filostatunitensi sono stati uccisi, la tv Al Jazeera chiusa, introdotta la pena di morte.

Human rights watch denuncia che nelle carceri irachene la tortura – anche di bambini – è sistematica; in quelle statunitensi e britanniche è stata uno scandalo. E noi italiani, grazie alla mascherata di cui parlano gli uomini del governo, abbiamo mandato i nostri soldati a morire per dare man forte in questa porcheria.

Dentifrici e pannolini

Vedete cosa succede a mettere il paese nelle mani dei pubblicitari? Nel 1993, un anno prima che annunciassero l’inizio del loro progetto politico, lo dissi in cinquanta città: “Attenzione. Mastrolindo è più pericoloso di Craxi”.

Ora però Mastrolindo e i suoi pubblicitari esagerano. È gente competente e capace. Sanno fare la fortuna di un pannolino, di un dentifricio, di un assorbente per signore, di un cibo per gatti, di un rotolone di carta igienica. Ma non quella di un paese. Questi stanno mandando l’economia e lo stato in rovina e i nostri soldati a morire male armati in una guerra fuorilegge. E hanno la faccia tosta di parlarci di mascherate e di goliardate. Con i pubblicitari al governo mi aspettavo di tutto. Ma che arrivassero a questo no. Chiediamogli di smetterla e di tornare ai dentifrici e ai pannolini.


merci a 
BORBOLETA LIVRE

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L’ERA DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE – Paolo Rossi

L’ERA DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE – Paolo Rossi

Benvenuti nell’Era della Comunicazione Globale. I nostri defunti si ribaltano nella tomba per la sfiga che li ha colpiti: quella di non poter partecipare a questa Grande Era.
La Grande Comunicazione Globale, poi c’è un terremoto da 200.000 vittime e dalle Hawaii dicono: “Mah, noi lo avevamo previsto con qualche ora di anticipo, solo che non sapevamo a chi telefonare…”. Cazzo! In compenso, si sono salvati gli animali.
Probabilmente dalle Hawaii hanno telefonato a loro.
Nell’Era della Grande Comunicazione Globale, ci sarà pure un bufalo d’acqua con un cellulare trendy, no? E si sono salvati gli indigeni, quelli che vanno a caccia con arco e frecce, quelli dati per estinti, perchè poveracci sono fuori dalla comunicazione globale… ma hanno visto la marea che si ritirava e se ne sono andati verso l’alto, con gli animali. Nell’Era della Comunicazione Globale sessanta canali televisivi mi parlano dello tsunami e mi dicono le cose più allucinanti. L’isola di Sumatra si è spostata di trenta metri, poi trenta centimetri, poi cinque, otto, ventinove, è più alta, più bassa, più larga, più stretta, si è girata su stessa e alla fine se n’è andata completamente, l’han vista ad Alassio, vicino alla Gallinara.
L’asse terrestre si è inclinato un po’…Un po’ quanto?! Beh, c’è chi dice qualche chilometro, chi dice qualche centimetro… Cazzo, ma cosa accadrà?! Faremo la fine dei dinosauri? Sì, no, forse? Nell’Era della Comunicazione Globale ti mettono in mano notizie del genere e fatti tuoi. Vedi tu se tenere da parte i soldi per comprarti un’Arca di Noé 4×4 turbo diesel con 800 cv e raggiungere mondi migliori o aspettare la morte per glaciazione.
Nell’Era della Comunicazione Globale possiamo parlare con il mondo intero. Mandiamo sms, ems, mms, mail, chattiamo tutta la notte con una cicciona del Maine che fa la collezione di colesterolo e ci ha mandato la foto di una figa presa sul web, parliamo, comunichiamo, comunichiamo, comunichiamo… poi per una precedenza non data ci si spara in faccia! Se telefoni a un call center ne sanno quanto te. A volte, meno di te. Ammesso che risponda qualcuno. Ammesso che non ti sbattano il telefono in faccia.
Siamo nell’Era della Comunicazione Globale e non riusciamo più a parlare con nessuno. Una volta andavi da chi ti aveva venduto un prodotto e gli dicevi: “Oh, ciccio, sta roba non mi funziona…”. Adesso devi telefonare a un numero. Verde, quando va bene. Quando non va bene paghi. Hai un problema dovuto a un loro prodotto e paghi per dirglielo. Poi paghi per stare in attesa e infine ti fanno girare così tante persone che alla fine se non hanno già messo giù loro metti giù tu. Ti hanno venduto un prodotto o un servizio che non funziona o che ha dei problemi e paghi per restare nella merda! Si è capovolto il mondo, altro che spostamento di qualche centimentro…
Nell’Era della Comunicazione Globale le comunicazioni ci arrivano anche quando non le vogliamo. Ci sommergono. Ogni giorno scarico dieci tonnellate di spam nella mia mailbox. Quotidianamente, almeno cento mail con soggetto “ENLARGE YOUR PENIS”. Vogliono vendermi un metodo per ingrandire il bigolo. Le credenziali in effetti sono ottime: mi hanno già fatto venire due coglioni così.
Adesso mandano le mail non richieste con questa premessa: Ai sensi della Legge 675/96 sulla Privacy, la informiamo che il suo indirizzo E-Mail è stato rintracciato sui motori di ricerca. E quindi? Mi avete mandato una mail per restituirmelo? Nell’Era della Comunicazione Globale ci sono quasi un miliardo di analfabeti nel mondo. Siamo tutti depressi. Le coppie si lasciano perché non c’è dialogo. I figli e i genitori non comunicano più e se comunicano è pure peggio. Papà, mi servono 300 sacchi ché devo comprarmi un hard disk, ho troppi pochi giga. Eh?! ma che cazzo dici? Ma non puoi andare ad ubriacarti in discoteca come tutti? Abbiamo smesso di parlarci e abbiamo iniziato a telefonarci solo col cellulare, più fico… poi un cellulare non basta, due, tre… l’importante è pagarlo almeno 500 euro ed avere quattro orecchie.
Poi abbiamo smesso di telefonarci e abbiamo iniziato a mandarci gli sms. Quelli normali, quelli colorati, quelli con il disegnino, quelli con le foto e quelli con il filmato. Ciao, ti mando un filmato di me stesso mentre ti dico ciao! Ma brutto coglione, fai due passi e vieni a dirmelo in faccia che ci facciamo una birra. Siamo impazziti. Abbonati oggi e avrai 5000 sms in omaggio! 5000?! Ma che cazzo devo dire con 5000 sms? Ma a chi cazzo li mando? Gratis, ovviamente. A noi qualcuno regala sempre qualcosa. Gratis, gratis, gratis. Questa è la comunicazione: fallo subito, è gratis! Abbonati, è gratis. Clicca qui, è gratis. E’ tutto gratis! Ma voi, tranne a cari amici e parenti, avete mai regalato qualcosa a qualcuno? Non parlo di beneficenza. Parlo di prendere una cosa, magari frutto del vostro lavoro, e regalarla a un perfetto sconosciuto che passa di lì. Così, per il gusto di regalarla. Magari, non so, c’è un idraulico fra di voi. A te idraulico che stai leggendo, ti è mai successo
 di alzare il telefono, fare un numero a caso e dire: “Buongiorno, sono un idraulico, vuole che venga a casa sua a rinnovare i tubi del cesso gratis”? E nell’Era della Comunicazione Globale comunichi anche quando stai zitto. Con il silenzio assenso. Una mattina ti svegli, per esempio, e scopri di avere un servizio di segreteria telefonica. E l’hai chiesto tu stando zitto! Se parlavi,magari non te lo mettevano. Ma siccome sei stato zitto… cazzo vuoi?
Ti riempiono di questi servizi. Sei circondato. Anzi: è tutto intorno a te.
Quando vedo la Megan Gale ormai ho più voglia di scuoiarla che ciularmela.
La Grande Comunicazione Globale e l’unica speranza che hai di comunicare con questi qui è che il Gabibbo si prenda compassione di te. Nell’Era della Comunicazione Globale abbiamo perso il senso delle parole. Se non sei di destra sei comunista. Ma io non sono comunista! A me non piace il comunismo. Non mi piace nemmeno la sinistra, a dire il vero. Sono un lavoratore precario, non mi danno il mutuo per la casa, e il co-co-co se l’è inventato la sinistra! Allora sei un anarchico. Macché anarchico,cazzo! Ah, bene, sei irascibile, eh? Allora sei un anarco-insurrezionalista. E allora la comunicazione globale cos’è? Chi comunica cosa?
Non lo so più, non mi interessa più. Io da ora in poi mi occuperò solo della comunicazione specifica, parziale, particolare, nella mia vita. Le uniche certezze che avrò saranno quelle che potrò dimostrare. Non mi interessano i pareri di nessuno, se li sento in televisione. Se mi fa male il culo, non mi faccio dire da un programma televisivo come devo posizionarmi allo specchio, verificare se ho o meno le emorroidi e come curarle. Vado dal caro e vecchio medico e gli dico: “Buongiorno dottore, mi fa male il culo”. Saprà lui cosa fare.
Il problema è che, in questa epoca di grande comunicazione globale, quando ti fa male il culo non è per le emorroidi.

thnax to STREGA

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Daniele Luttazzi: la dimostrazione vivente che il regime c’è

Daniele Luttazzi: “Sono la dimostrazione  vivente che il regime c’è” REDAZIONE

In occasione della presentazione del suo ultimo lavoro, un cd musicale, ieri Daniele Luttazzi è tornato ad accusare il Governo di Silvio Berlusconi, colpevole di averlo letteralmente cancellato dalla televisione pubblica.
“Sono un teorico di tecniche del regime e credo sia possibile opporsi con criterio – ha tuonato – sono la dimostrazione vivente che ci sono dei bastardi in giro, ma bisogna vendere cara la pelle”.
Un regime, quello di Berlusconi, che secondo Luttazzi toglie a chiunque si rifiuti di allinearsi con il “pensiero unico” ogni possibilità di parola e che bombarda chi non obbedisce con decine di cause legali.

Il comico ha infatti ricordato di avere ancora sulla testa cause giudiziarie per diversi milioni di euro.
“Con Berlusconi ho una causa per venti miliardi, con la Fininvest per cinque miliardi, con Forza Italia per undici – ha rivelato – non è possibile essere giornalisti e autori in un mondo in cui c’è gente con quarantamila miliardi di patrimonio che può permettersi di far causa per venti miliardi”.
Luttazzi deve insomma concludere che nell’Italia del Cavaliere “non c’è spazio per me, Biagi, Santoro e Paolo Rossi”.
“Da tre anni propongo una striscia satirica quotidiana di battute, ma Berlusconi ha messo i suoi uomini dappertutto – ha aggiunto – bisogna vendere cara la pelle altrimenti si finisce col fare il gioco dei politici della Casa delle Libertà: <Lei sta facendo politica, dicono>. Lo disse anche Schifani al Papa quando parlò della guerra in Iraq. Vorrebbero parlare di politica solo loro”.

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in the name of father: le scuse di blair a Conlon e Maguire

Ulster: Blair chiede scusa a famiglie Conlon e Maguire

LONDRA – Il primo ministro britannico Tony Blair ha oggi pubblicamente chiesto scusa alle famiglie Conlon e Maguire che furono ingiustamente imprigionate per attentati commessi dall’Ira nel 1974 a Guildford e Woolwich. “Sono molto spiacente che abbiano patito tanta sofferenza ed ingiustizia. E per questo oggi chiedo loro scusa. Meritano di essere completamente e pubblicamente scagionati”, ha detto il premier in una dichiarazione televisiva.

Complessivamente per quegli attentati furono condannate dieci persone delle famiglie Conlon e Maguire. La loro storia è raccontata nel film “Nel nome del Padre”.

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L’Onu indaga Formigoni: affari sporchi con il regime di Saddam

9 FEBBRAIO 2005
 L’Onu indaga Formigoni: affari sporchi con il regime di Saddam

 

Uno scandalo giudiziario travolge il Governatore della Lombardia Roberto Formigoni alla vigilia delle elezioni Regionali e, questa volta, il forzista non potrà nemmeno dare la colpa alla “magistratura comunista” e alle sue “inchieste ad orologeria”.
Non sono infatti i Giudici italiani ad indagare sul suo conto, bensì la commissione speciale dell’Onu incaricata di far luce sulle truffe relative al programma delle Nazioni Unite “Oil for food”. Si tratta di quel sistema attraverso il quale il Palazzo di Vetro, nonostante l’embargo, permetteva all’Iraq di Saddam Hussein di vendere parte del suo petrolio in cambio di generi di prima necessità per la popolazione. Sfruttando le falle di questo programma, parecchia gente si è arricchita, un’inchiesta che ha coinvolto esponenti politici di primo piano di mezzo mondo, incluso il segretario generale dell’Onu Kofi Annan.

Secondo il quotidiano britannico Financial Times e quello italiano Il Sole 24 ore, anche il Governatore della Lombardia è nel mirino della Commissione. Formigoni sarebbe addirittura il maggiore beneficiario, tra tutti gli uomini politici occidentali, delle assegnazioni petrolifere clandestine da parte del regime di Baghdad.
“Ho sempre cercato di promuovere gli interessi delle aziende lombarde nel rispetto delle linee dell’Onu e del governo del mio Paese – ha commentato il presidente della Regione – nulla mi viene contestato, perchè nulla mi può essere contestato. Le dichiarazioni di oggi sono la solita minestra riscaldata”.
Di tutt’altro tono la dichiarazione rilasciata dal diessino Luciano Pizzetti: “Sono garantista, ma voglio la verità – ha affermato l’esponente delle Quercia – la vicenda Oil for food evidenzia responsabilità che, se confermate, sono estremamente gravi”.

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propaganda 2, regime berlusconi su copia progetto p2 di gelli

Viene spontaneo domandarsi se “Qualcuno” si sia preso la briga di pagare diritti d’autore al povero Gelli
guerrilla radio

…………………………………

“Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti)
l’impiego degli strumenti finanziari non può, in questa
fase, essere previso nominatim. Occorrerà redigere un
elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano
o periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro.
L’azione dovrà essere condotta a macchia d’olio, o,
meglio, a catena da non più di tre o quattro elementi
che conoscono l’ambiente. Ai giornalisti aquisiti
dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare”
per gli esponenti politici come sopra prescelti […]
In un secondo tempo occorrerà:
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale
attraverso un’agenzia centralizzata;
c) coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la Rai-tv in nome della libertà di antenna. “

dal Piano di Rinascita Democratica
Licio Gelli 1976

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giuliana sgrena: una di noi

Cara Giuliana, scusa se ti scriviamo una lettera che non potrai leggere subito ma solo tra un po’, quando – come ogni mattina – ci telefonerai per dirci quale pezzo d’Iraq raccontare ai nostri lettori, come stavi per fare ieri. Scusa se ti mettiamo in prima pagina, ma oggi la notizia sei tu e il nostro mestiere – nel suo lato migliore – è proprio questo, parlare di ciò che succede, raccontando le linee d’ombra, ciò che non è “ufficiale”, ciò che accade alle persone in carne e ossa. Dovrebbe essere un mestiere di confine e proprio per questo “uno dei pochi che valga la pena di fare”, diceva uno scrittore messicano; a volte è ridotto a piccola cosa, ma dipende da noi renderlo vero. Per questo tu ora sei lì, in Iraq, dove sei stata già tante volte, un paese che ami – non in senso astratto – ma perchè ami la sua gente martoriata da troppi anni di guerre, dittatura, embarghi, terrorismo. Per questo hai voluto correre il rischio che sempre c’è a non restarsene in albergo, limitandosi a rilanciare i dispacci ufficiali, scendendo invece in strada a cercare la verità, le sue difficili ambiguità. Stiamo “dalla parte del torto”, è vero ed è un bene.

Cara Giuliana, a ogni vigilia di un tuo viaggio – come alla vigilia dei viaggi che ognuno di noi stava per fare in “zone difficili” – ci incontravamo non solo per stilare il programma di lavoro, ma anche per chiederci il senso di quella “missione”, per dirci se ne valesse la pena. Ma la risposta è sempre stata – e sarà – la stessa: “Vale la pena, serve a noi per capire e far capire, serve alla nostra parte, gente che per non essere prigioniera di questo mondo, deve essere in questo mondo”. E poi è anche bello, accidenti se è bello, poter guardare e descrivere la vita in libertà, che è la storia di questo giornale, pagata con un’esistenza un po’ precaria o, peggio, rischiando brutti incontri. E’ un privilegio che ci teniamo stretti, perchè rinunciarci sarebbe magari comodo ma terribilmente triste, una violenza contro noi stessi.

Cara Giuliana, ora tu sei tra persone sconosciute e che si pensano ostili. Non vale nenche la pena dirti che è come se fossimo lì con te e, con noi, tante altre persone, che ti conoscono o ti leggono, che ieri hanno chiamato o sono venuti a trovarci. Quasi non serve ricordartelo, tu lo sai già. Come saprai dire anche a chi ti ha sequestrata l’insensatezza di quel gesto, lo stesso modo con cui hai saputo spiegare a noi e tutti la follia della guerra, di una “democrazia” imposta con le armi, del terrorismo. Proprio con le medesime parole che hai usato in questi anni sul giornale. In questo momento, anche se siamo preoccupati – insieme ai tuoi cari e ai tuoi amici – noi non lanciamo appelli, non facciamo abiure, non pietiamo nulla e nessuno. Vorremmo solo che la grande solidarietà che in queste ore è stata pronunciata nei tuoi confronti si traducesse in qualcosa di concreto. Chi ha scatenato la follia che è ricaduta su di te ha il dovere di muoversi per farti tornare in libertà al più presto. Chi ti ha sequestrata deve ascoltarti e convincersi che non sei nemica di nessuno.
Cara Giuliana, qualcuno sta già dicendo che il tuo sequesto è una nemesi, che a essere colpiti siamo noi – pacifisti, giornalisti di sinistra – e ci chiedono un pentimento. Siamo sicuri che tu non ti stia pentendo di una sola virgola di quello che hai scritto e non saremo certo noi a tradirti. Preferiamo condividere con te – per quanto possiamo, da qui – la paura di questo momento e di farlo insieme. E’ la sola “arma” che abbiamo e che vorremmo esistesse nel mondo. E’ il tuo e il nostro modo di d’essere.

Cara Giuliana, oggi ci ritroveremo in una piazza romana per vincere assieme la paura, nello stesso modo in cui siamo scesi per strada cercando di fermare la guerra o per dire che la barbarie che l’ha accompagnata e seguita non ci appartiene. Sarà come se tu fossi con noi, esattamente come – anche se fisicamente non è proprio così – noi siamo lì con te. Aspettiamo tue notizie. Per ora, un forte abbraccio da tutti noi e a presto.

– i colleghi del Manifesto –

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IRAQ: GORBACIOV, ELEZIONI NON VALIDE, ORA IN CAMPO L’ONU

(AGI) – Roma, 7 feb. – Mikhail Gorbaciov ha sollevato forti dubbi sulle elezioni irachene, che a suo avviso “e’ offesa alla democrazia e cosa priva di senso comune” considerare “valide”.
   In un articolo per “la Stampa”, l’ex presidente sovietico ha suggerito per l’Iraq un percorso simile a quello auspicato dal centrosinistra italiano, con il coinvolgimento dell’Onu.
   “Non conosco elezioni valide che si siano tenute in condizioni di guerra o di occupazione”, e’ la premessa di Gorbaciov, tanto piu’ che “osservatori esterni imparziali non erano presenti in nessuna delle zone del Paese”. Di qui le perplessita’ del padre della perestrojka per un voto che e’ stato boicottato dalla maggioranza dei sunniti e che, se “Washington, Londra e Roma” sentono giustamente come “una loro vittoria”, secondo Gorby “non lo e’ necessariamente per il popolo iracheno”.
   Gorbaciov propone che il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunisca per costruire “un’ipotesi di transizione” che preveda “date certe per il ritiro dei contingenti militari dei Paesi aggressori” e la loro sostituzione con una forza “sotto egida Onu”.

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Nadhem Abdullah, giustizia contro sette paracadutisti inglesi

Sette militari britannici alla corte marziale per l’omicidio di un civile iracheno
Sette militari britannici alla corte marziale per aver ucciso a botte un civile iracheno. Il procuratore generale britannico ha confermato la notizia già apparsa sulla stampa di oggi. Si tratta di militari del Terzo Battaglione- Reggimento Paracadutisti. L’incriminazione è assassinio e violazione dell’ordine pubblico. I fatti risalgono al maggio 2003, quando fu ucciso in strada un uomo, Nadhem Abdullah, ad Al U’Zayra, nei pressi di Bassora. un omicidio efferato, compiuto a colpi di calcio di fucile, dopo un inseguimento in auto.
Per adesso sono noti soltanto tre nomi degli accusati: caporale Scott Evans, soldato semplice William Nerney e Daniel Harding, nel frattempo tornato alla vita civile.
Fonti militari hanno commentato che “non ci sono precedenti in tempi moderni” di militari britannici accusati di aver commesso un omicidio durante operazioni militari.

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Togo: Gnassibe Eyadema è morto, golpe del figlio

Nel nome del padre

Togo, morto un presidente se ne fa un altro: il figlio

L’ultimo dinosauro della politica africana si è spento lo scorso sabato mattina, lasciando il suo Paese in un caos politico-istituzionale che negli ultimi giorni ha riempito le pagine dei giornali africani. A 69 anni, più della metà dei quali spesi a governare il Togo sotto il suo pugno di ferro, Gnassibe Eyadema è morto su un volo diretto in Francia, dove lo stavano trasportando per sottoporlo ad alcune cure mediche d’emergenza.
Subito dopo la sua morte il figlio, Faure Gnassibe, ha lasciato il ministero delle Comunicazioni di cui era a capo per diventare nuovo presidente della repubblica togolese. Lo hanno appoggiato alcuni quadri alti dell’esercito.
Una mossa non prevista dalla costituzione del piccolo Paese dell’Africa occidentale, secondo la quale la presidenza sarebbe spettata all’attuale capo del Parlamento, Natchaba Ouattara, che nei giorni scorsi era dato per assente.
Il gesto ha fatto infuriare i membri dell’opposizione e della comunità africana e internazionale, che hanno gridato al colpo di stato.

 
Un affare di famiglia. Ciò nonostante, il parlamento ha votato il trentanovenne Faure alla presidenza fino al 2008.
Il dittatore più longevo d’Africa ha dunque lasciato il posto al presidente più giovane del continente, consegnandogli un Paese che a questo punto assomiglia di più a un feudo a conduzione familiare.
Poco conosciuto internazionalmente, il Togo è stato in mano a Eyadema dal 1967, anno in cui il militare nato in una famiglia rurale conquistò il potere con un colpo di stato. Dopo quella brusca salita al potere, Eyadema ci ha messo ben 24 anni a legalizzare i partiti politici e alti tre per indire le elezioni, che ha sempre vinto. Comprese quelle del 1998, quando un’indagine rivelò che gli abusi, i brogli e le violazioni dei diritti umani erano stati molto frequenti prima e durante le elezioni. Ora il defunto padre-padrone del Togo ha abbandonato il club dei presidenti-dittatori più longevi del continente nero, di cui Robert Mugabe (Zimbabwe) Ould Sid Ahmed Taya (Mauritania), Denis Sasso-Nguesso (Congo), Lansana Contè (Guinea Conakry) e Mswati III (Swaziland) sono ancora membri. 
 
La denuncia. Il colpo di mano di Faure, avvenuto in un Paese sotto shock per la morte di quello che molti consideravano il padre della patria, è stato denunciato dall’Unione Africana, che per voce del suo segretario, il maliano Alpha Oumar Konare, ha parlato di golpe.
Insieme a lui anche la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) e l’Unione Europea hanno intimato il giovane rampollo della dinastia Gnassigbe di non rendersi protagonista dell’ennesimo putsch, pena forti sanzioni.

Opposizione ed esuli in fermento. Faure e l’esercito per tutta risposta hanno chiuso le frontiere e fatto orecchie da mercante. Secondo alcune testimonianze raccolte dall’agenzia Agence France Presse, il nuovo governo avrebbe proibito qualsiasi tipo di manifestazione nella capitale Lomé per i prossimi due mesi per lutto nazionale.
L’opposizione togolese non ha aspettato a mobilitarsi per condannare la violazione della costituzione da parte di Faure Gnassibe. A Parigi, lunedì 7 febbraio, alle ore 18, alcuni esuli del Comite Togolais de Resistance (Ctr) hanno indetto una manifestazione davanti all’ambasciata del Togo in segno di protesta al grido di Ablode Gbadza!!! (“La lotta continua”, in lingua Anivè).
“Saremo circa 250 persone provenienti da tutte le città della Francia”, ha detto poco fa al telefono da Parigi Isidor Latzoo, esule e presidente del Ctr. Isidor racconta di essere fuggito dal Togo negli anni Settanta, poco tempo dopo la salita al potere di Eyadema, che ne aveva ordinato la carcerazione e la tortura. “Sono una vittima di quel regime, come molti altri, qui in Europa e nella diaspora togolese –  ha continuato Latzoo – alcuni tra noi sono stati condannati a morte e costretti a fuggire. Ora vogliamo denunciare quello che è accaduto nei giorni scorsi. Si tratta di un vero e proprio colpo di stato. La comunità internazionale non può stare a guardare”.
“Questa mattina la polizia ha fatto sgombrare il campus universitario dove gli studenti si erano riuniti a protestare”, testimonia Jean, un dissidente raggiunto telefonicamente a Lomé. “Conosciamo bene la ferocia di Eyadema, ma sappiamo poco o nulla del figlio, per cui non possiamo ancora giudicarlo. Tuttavia quello che ha fatto è anti-costituzionale. Come membri dell’opposizione continueremo la nostra battaglia per uno stato di diritto. Ma lo faremo in modo discreto. Qui le carceri sono piene di dissidenti ed è meglio non alzare troppo la voce, se non si vuole finire male”.

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Manu Chao: “Dopo il G8 in Italia mi perseguitano”

Manu Chao: “Dopo il G8 in Italia mi perseguitano”

 

Su “Le Monde” duro atto d’accusa dell’ex leader di Mano Negra “Contro di me polizia, allarmismo e diffamazione, dopo il G8 in Italia, contro di me, tutti i colpi sono permessi”. Manu Chao, l’ ex leader di Mano Negra, figura di spicco del movimento no global, si racconta in una intervista a Le Monde . E confessa di sentirsi nel mirino quando deve suonare nel nostro Paese. “In Italia – dice il musicista – bisogna sorvegliare i camion, evitare di ritrovarsi con un chilo di cocaina nascosta nel materiale, non rispondere ai poliziotti camuffati da giornalisti nelle conferenze stampa”.


Quella raccontata dal cantante francese è una realta che vede “poliziotti davanti ad ogni sala dove suono”, città “in stato d’ assedio”, commercianti “che chiudono i loro negozi”. “La stampa di destra spiega che i vandali, i drogati e i terroristi sono pronti a sbarcare. I manifesti dell’ estrema destra proclamano: ‘Arriva il peggio della cultura’. Il condizionamento è ben orchestrato – dice il cantante – . Questo sfiora il ridicolo. In venti anni di carriera, i miei concerti non hanno provocato alcun incidente e non sono stati che feste”.

Nell’ intervista Manu Chao nega di essere un leader del movimento no global, e sorride quando lo si definisce “Il Jose Bovè della musica” (“anche se è preferibile a “Il George Bush della musica), la ragione è tattica: “Il movimento sarà forte fino a quando non avrà leader e resterà orizzontale”. “Sono spesso i politici – afferma Manu Chao – che ti costringono ad occupare questo ruolo di leader coinvolgendoti in cose alle quali devi rispondere. Quando al vertice del G8, il ministero dell’ interno spiega su tutti i media che vuole negoziare la sicurezza di Genova con Manu Chao, sono costretto a rispondergli e ad entrare in un ballo che non mi diverte. Ho detto ciò che pensavo di questo comportamento, e da allora in Italia è la guerra”.

Ma le conseguenze della militanza no global, accusa Manu Chao, non si limitano all’Italia. “Questa campagna avveniva anche in Spagna, alla fine del governo di Aznar. Ero stato accusato di apologia del terrorismo e di sostegno all’ Eta. Tutto evidentemente falso”. E ora con Zapatero? “E’ un politico come gli altri, ma l’ aria è più respirabile”.

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