2004

lettere mai pervenute (addio enzo)

ho cercato un suo contatto,
ieri sera,
quel qualcosa in me che difficilmente riesco  ogni volta a decifrare.
Un’impulso magnetico da una parte dello spirito di cui conosco ben poco.
Oggi tutto sembrava tranquillo,
le notizie a lui riferite parlavano di cauto ottimismo.
tutti troppo esageratamente tranquilli, parsimoniosi,
per il destino di un uomo che rimaneva nelle mani di guerriglieri disposti a tutto.
allora ho iniziato anche oggi a provare un crepitio in quella parte dello spirito…
 
Quasi certo che l’avrebbe letta al suo ritorno, ieri ho inviato una lettera a Enzo Baldoni.
 Pensando che  magari mi avrebbe anche risposto.

 

Ero convinto che fosse fra uomini, ma mi sono enormemente sbagliato, si trovava in un covo di  bestie.

 

Non bisogna mai confondere le bestie cogli uomini,
e come in iraq la maggior parte (ne sono certo) che combatte, che muore
cercando provviste per strada,
che sfila senz’armi incontro ai check point, che corre a difendere una
moschea o semplicemente la propria casa,
sono uomini di valore,
fra di essi si cela come in tutte le società,
e all’ennesima potenza nelle società distrutte dalla guerra,
la bestia sanguinaria.
Il marciume della violenza genera mostri, e dà potere a quei mostri che in
epoca di pace o sarebbe reclusa o sarebbe disoccupata.
Bisogna sempre distinguere i mostri dagli uomini vigorosi che cobattono  in
nome di ideali valorosi.
Valori come la pace, la libertà,
la compassione.

 

Non guardiamo ora alle gente d’iraq in maniera differente, con crescente
disprezzo, o foga di vendetta,
dobbiam esser certi,
che per primi loro si sentono in lutto.
Perchè chi l’ha conosciuto laggiù sa quali ideali muovevano il suo spirito,
e  l’iraq tutto sa di aver perso uno dei suoi primi alleati in questi dannati
giorni.
 


nonostante se ne sia andato,
c’è una parte di me che continuerà ad aspettare una sua risposta.

stralci dalla mia lettera per enzo-
 
 
“giovedì 26 agosto, ore 2255
-empatia sotto la kefia-
 
Enzo!
ti sento!
 
so che stai sorseggiando te alla menta,
mentre armi intorno a te e uomini scuri dalla barba incolta.
sembra che litighino con quella lingua di cui tu conosci solo qualche vocabolo.
ma è il loro modo di fare.
sciuccran,
sadik.
usa sharmuta!
 
Girano intorno a te…
…….
ti scrutano, e vogliono sapere tutto di te, di cosa pensi di questa dannata guerra, degli americani
e addirritura il perchè dei tuoi usi e costumi non ammessi nell’Islam.
 
Non cedere alla tentazione della paura,
quella magari di soddisfarli con tue risposte preordinate, non sincere.
 
……..
Riappropiati di tutto il tuo orgoglio, dei reali motivi perchè ti sei sentito di affrontare questo viaggio.
Io credo che tu sei laggiù perchè qui ti sentivi divorato dai crampi dell’ingiustizia.
Di quella specie che crea giornalisti manovali dal potere,
che producono manovrati notizie cinicamente artefatte,
qui nel nostro paese per creare favore nell’opinione pubblica  all’intervento armato in Iraq.
 
Ritrova l’inossidabile forza dei tuoi ideali,
sii uomo  di valore,
e nessuno fra questi che ti circondano ti potrà torcere un capello,
………..
 
Ti dico questo,
dopo aver trascorso infinite notti
coi mujaheddin palestinesi, che io rispetto
e che  alla fine  mi hanno concesso il loro rispetto.
 
ti scrivo questo anche se so che non potrai leggermi,
non per il momento almeno.
 
ma il mio pensiero empatico supera ogni confine e ogni prigionia,
mi ritroverai in uno specchio,
sarò nel tuo sguardo in me riflesso.
 
take care.
 
un amico invisibile per te soffre.
la tua irrequietudine.
 
your vik”
—————————
 
——————————————————–
 
 
domani compriamo DIARIO

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agghiacciante

IRAQ: UCCISO IL GIORNALISTA BALDONI


La tv qatariota al Jazira ha detto che i rapitori del giornalista Enzo Baldoni hanno dichiarato di averlo ucciso. Lo scrive la Reuters. L’emittente satellitare ha detto anche di avere un video nel quale viene mostrato il corpo del giornalista.

Secondo quanto si e’ appreso, un funzionario italiano e’ partito per il Qatar per visionare un video di possesso della tv Al Jazira con le immagini di Baldoni, forse l’esecuzione.
”Ci sono immagini agghiaccianti”, ha detto una fonte italiana che ha visionato il video pervenuto ad Al Jazira sull’esecuzione di Baldoni.
26/08/2004 23:45

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orrore

Iraq: Al Jazira, Enzo Baldoni e’ stato ucciso
26/08/2004 – 23:46


Tv ha video con immagini giornalista, forse esecuzione
(ANSA) – BAGHDAD, 26 AGO – Il giornalista Enzo Baldoni rapito in Iraq e’ stato ucciso. Lo ha detto la tv qatariota al Jazira. L’emittente ha precisato che sono stati gli stessi rapitori a dichiararlo. Un funzionario italiano e’ partito per il Qatar per visionare un video in possesso di Al Jazira con le immagini di Baldoni, forse l’esecuzione.

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civiltà occidentali: esempi

.06.04 – LA VITA E’ TUTTA UNA LOTTERIA

“È un’iniziativa annunciata dall’amministrazione Bush, che sceglierà per sorteggio decine di migliaia di persone per offrire loro in anteprima i benefici previsti da una nuova legge che entrerà pienamente in vigore nel 2006. Tra le 500 e le 600 mila persone che partecipano al programma Medicare – una sorta di mutua federale – e non hanno una copertura per le spese farmaceutiche, sono ritenute i destinatari di un programma varato dal Congresso che sarà in vigore tra un anno e mezzo. La legge offre però la possibilità di anticipare i benefici per 50 mila di loro e il ministro della Sanità, Tommy Thompson, ha reso noto di aver deciso di avviare «una lotteria per scegliere i fortunati». Tra i partecipanti al sorteggio, che si svolgerà in estate, saranno scelte in modo casuale 25.000 persone che necessitano di farmaci per il cancro e altre 25 mila che hanno bisogno di cure per altre gravi malattie che vanno dalla sclerosi multipla all’artrite reumatoide. La copertura delle spese prevista dalla legge non sarà totale, ma quasi. >>>

Gia’ parlammo della lotteria per vincere la carta verde, cioe’ la cittadinanza degli Stati Uniti. Ma qui siamo alla follia, alla totale degenerazione. Sei malato di cancro? Beh, affidati alla fortuna: se ti dice bene sarai curato, basta essere sorteggiato. Cosi’ potrai dire: “Pero’, che culo!” Mi battero’ sempre, scusate, contro un mondo senza anima.

Per arrivare in Parlamento ci vuole un volto telegenico, una chiacchierata spigliata e la capacità di convincere, almeno a parole. Può darsi. Di certo una tv australiana sembra crederci a tal punto che 6 dei prossimi senatori che andranno a sedere sugli scranni del Parlamento, verranno scelti dal pubblico della tivù, in quello che è l’ultima follia dei reality show. Un concorso a eliminazione, una sorta di Grande Fratello della politica che per gli ideatori ha un solo scopo: coinvolgere il grande pubblico, sempre più refrattario alle urne, a occuparsi degli affari della nazione. Non si tratta di votare il volto più simpatico o la soubrette con il sorriso più malizioso. Di politica si tratta e di programmi elettorali si parlerà a “Vote for me”, in onda da ottobre su Channel Seven in attesa delle elezioni di novembre. >>>

E questa. Che credete, che per mettersi in politica bisogna saperne di politica, avere idee, progetti? No, basta essere telegenici, furbi, belli. E’ chiaro ormai perche’ siamo finiti cosi’. Tutto un “reality show”, tutto finto, senza pensare che la realta’ non e’ mai spettacolo. “

 

dal blog di www.pinoscaccia.com 

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alex zanotelli

LEGGE BOSSI-FINI: ZANOTELLI E IL VERDETTO DELLA CONSULTA

 

La legge Bossi-Fini è parzialmente incostituzionale. La Corte Costituzionale ha pronunciato l’attesissimo verdetto il 15 luglio, giudicando contrarie alla Costituzione due norme della legge sull’immigrazione 189 del 2002. «Mi meraviglia che la Conferenza episcopale non si sia ancora espressa» commenta padre Alex Zanotelli.

La Consulta ha pronunciato l’attesissimo verdetto il 15 luglio, giudicando contrarie alla Costituzione due norme della legge sull’immigrazione 189 del 2002: l’espulsione immediata per il clandestino trovato in territorio italiano e l’arresto obbligatorio per chi non abbia rispettato l’ordine di allontanamento dall’Italia.

L’espulsione immediata è giudicata in violazione degli articoli 3 e 13 della Carta Costituzionale, che sanciscono, rispettivamente, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l’adozione, da parte dell’autorità amministrativa, di provvedimenti per limitare la libertà personale solo in casi eccezionali.

L’arresto obbligatorio per lo straniero destinatario di provvedimento di espulsione è invece “una misura fine a se stessa”, sostiene la Corte, in quanto la legge impedisce che si possa disporre la custodia cautelare in carcere per violazione di una contravvenzione, come quella prevista dalla Bossi-Fini.

Fin dalla sua entrata in vigore, la nuova legge italiana sull’immigrazione, è stata duramente contestata anche dagli “addetti ai lavori” (magistrati e forze dell’ordine), proprio per l’impossibilità di applicazione di determinate norme e per il conseguente aumento della mole di lavoro e di procedimenti burocratici, spesso inutili, comunque costosi.

«Sono contento che la Corte Costituzionale si sia espressa così» commenta padre Alex Zanotelli, tra i più accesi contestatori della Bossi-Fini. «Non solo è una legge incostituzionale ma è anche una legge immorale, perché non riconosce gli immigrati in Italia come soggetti di diritto, ma li accetta sul territorio solo finché servono ad incrementare il capitale, sfruttandoli come manodopera a basso costo. Questo è gravissimo. Mi meraviglio – prosegue Zanotelli – che la Conferenza episcopale non si sia ancora espressa chiaramente in merito a questa legge. L’intervento della Cei sarebbe auspicabile ed estremamente importante».

Il padre comboniano sottolinea poi un altro aspetto della legge, che riguarda in modo più specifico le recenti vicende dei naufraghi africani salvati dall’imbarcazione umanitaria tedesca Cap Anamur. «Ora la situazione dei profughi è ancora più pesante. Sono addolorato che un paese di emigranti, com’è stata l’Italia fino a pochi decenni fa, non riesca ad accogliere chi emigra, lasciando, com’è successo a noi, la famiglia, gli affetti, le proprie terre, per cercare fortuna in un paese sconosciuto. Il rifiuto di queste persone è un gesto che denota assoluta mancanza di civiltà, di umanità e di compassione. Anche per questo è importante una presa di posizione dell’intero mondo cattolico e dei vescovi italiani».

Zanotelli individua poi un’altra grave violazione della Costituzione: il fatto che l’Italia, unico paese in Europa, attenda da oltre 50 anni una legge sul diritto d’asilo e sulla tutela dei rifugiati; una legge prevista dalla nostra Carta «scritta – sottolinea padre Alex – nel 1947, proprio da esiliati politici durante il fascismo».

Per il missionario la vicenda dei 37 africani «è solo una spia del disastro che abbiamo davanti. Nel Mediterraneo la gente muore perché in Africa e in Medio Oriente esistono situazioni di profonda ingiustizia con le quali dobbiamo rapportarci. Finché dureranno queste drammatiche situazioni ci sarà sempre, e sempre di più, gente che fugge, ed è gravissimo che questa gente muoia proprio di fronte all’Unione europea. Non posso accettare un’Europa che non accetta 37 poveri diavoli disperati».

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un’amore ucciso dalla burocrazia

Clandestino per amore, muore nella traversata dalla Tunisia all’Italia


Amor Knis, tunisino, animatore di villaggi turistici amava Daniela V., 32 anni. Hanno tentato di aggirare la burocrazia e, sul traghetto che avrebbe dovuto portarli in Italia, si è nascosto nell’auto di lei. E’ morto soffocato


GENOVA – La storia di un sogno finita in tragedia. E’ quella di Daniela V., 32 anni, giovane e disinibita mamma lombarda, e Amor Knis, 35 anni, tunisino, aitante animatore di villaggi turistici a Djerba, famosa località turistica del nord Africa, morto nel bagagliaio di un’auto sul traghetto per Genova. Il sogno di costruirsi una vita insieme in Italia, di amarsi senza dovere fare i conti con una burocrazia che per anni li costringe a lunghe lontananze.
Per questo decidono di tentare la fortuna e di ricorrere ai metodi tante volte adottate da centinaia di disperati: il bagagliaio dell’auto, il viaggio in nave da Tunisi a Genova, la libertà. Ma stavolta il sogno si è infranto: Amor, soffocato dal caldo, è morto in quel suo piccolo guscio di metallo e Daniela ora deve rispondere della terribile accusa di omicidio colposo.
Daniela vive in un piccolo centro del Bresciano, lavora presso l’azienda del padre-imprenditore, è madre di due bimbi di 7 e 5 anni nati da un precedente legame. Da quasi tre anni è sentimentalmente legata ad un tunisino conosciuto durante una vacanza. Amor abita a Zarzis, nei pressi di Djerba, ed appartiene ad una famiglia tutto sommato agiata. E’ animatore in un villaggio turistico, è istruttore di diverse discipline nautiche, appassionato di windsurf e kajak, ha una patente nautica e conosce sei lingue.
La loro storia d’amore, alimentata da brevi viaggi di Daniela in Tunisia in occasione delle feste e delle vacanze estive, sembra aver raggiunto ormai una solidità tale da indurre i due a pensare al matrimonio. Entrambi preparano i documenti, ma il problema principale è e rimane quello dell’espatrio: bisogna aspettare che lui ottenga un lavoro in Italia, magari come istruttore di discipline nautiche sul lago di Garda.
L’attesa, però, sembra diventare insopportabile e così i due decidono di tentare l’azzardo e forzare il destino. Daniela racconterà poi di essere stata convinta da Amor a nasconderlo nel portabagagli della sua auto, una Golf, per eludere i vigili controlli delle autorità tunisine, seguendo così la strada percorsa da alcuni conoscenti che erano riusciti ad entrare clandestinamente in Italia.
Amor si sistema sul pianale e Daniela lo ricopre con alcuni teli da mare e vari bagagli. Sui sedili prendono posto i due bambini della donna ed il loro cagnolino.
L’imbarco sulla “Victory”, traghetto di lusso della compania italiana Grandi Navi Veloci, avviene martedì intorno alle 12, l’ ora più calda. Nel porto di Tunisi la temperatura raggiunge i 30 gradi all’ombra, con un alto tasso di umidità. La nave lascia gli ormeggi alle 18 circa e comincia una traversata che durerà oltre 24 ore.
E’ in questo lasso di tempo che si consuma la tragedia. Mentre Daniela con i suoi bambini attende nervosamente l’arrivo a Genova, Amor, nonostante una riserva di bottiglie d’acqua, non regge il grande caldo dell’auto chiusa nel ventre della nave. Un collasso da calore lo uccide.
Nello scalo ligure la “Victory” attracca nel pomeriggio ieri e Daniela corre a riprendere l’auto, ma si accorge quasi subito di quanto accaduto. Dalla vettura proviene un odore nauseabondo: il cadavere di Amor, a causa dell’alta temperatura, presenta già segni di decomposizione. La donna, spaventata, sceglie di non avviarsi verso l’autostrada per Brescia, ma imbocca una strada nascosta in un quartiere del levante genovese. Qui inscena il ritrovamento casuale del corpo, ma la sua versione non convince la polizia. Nella notte, infine, la confessione.
Ora la donna, che è tornata nella sua casa insieme ai genitori con una denuncia a piede libero, deve rispondere alla legge italiana di omicidio colposo e favoreggiamento dell’ immigrazione clandestina; al padre e alla madre di Amor di un sogno “bruciato”.

 

26/8/2004

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rock against the war

Pearl jam

-bushleaguer

 

How does he do it? How do they do it? Uncanny and immutable
This is such a happening tailpipe of a party.
Like sugar, the guests are so refined, (look like melting mice)

A confidence man, but why so beleagued?
He’s not a leader, he’s a Texas leaguer
Swinging for the fence, got lucky with a strike
Drilling for fear, makes the job simple
Born on third, thinks he got a triple

Blackout weaves its way through the cities
Blackout weaves its way through the cities
Blackout weaves its way,…

I remember when you sang
That song about today
Now it’s tomorrow and
Everything has changed

A think tank of aloof multiplication
A nicotine wish and a colossus decanter
Retrenchment and foolishness
“What’s the buckos?”
The raves have not a clue
The immenseness of suffering
And the odd negotiation, a rarity
With onionskin plausibility of life,
And a keyboard reaffirmation

Blackout weaves its way through the cities
Blackout weaves its way through the cities
Blackout weaves its way,…

I remember when you sang
That song about today
Now it’s tomorrow and
Everything has changed

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lavoratori come rifiuti

Lo crede morto e lo scarica in campagna


13.32: Il datore di lavoro lo crede morto e anzichè chiamare i soccorsi ne scarica il corpo in aperta campagna. E’ accaduto ad Assisi. Vittima un marocchino 34enne, che lavorava in nero a Foligno e che era rimasto coinvolto in un infortunio sul lavoro; i carabinieri l’hanno trovato ferito, che vagava in stato confusionale nei campi. Denunciato l’imprenditore e un altro operaio per omesso soccorso.

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legge bossi-fine omicida

migranti

due storie di nuda cronaca,
la prima, a semi-lieto fine,
la seconda tragica.

Entrambe che dimostrano come una legge razzista può condizionare culturamente un popolo,
nel primo caso a compiere atti oltre il limite del disumano,
nel secondo, mettono in luce come è necessario oggi in italia nell’anno 2004,
rischiare la vita per coronare un sogno d’amore interazziale.

e l’integrazione culturale pare sempre più impossibile,
lontana da ogni ottimistica previsione
e nuove morti, tragedie, violenze, atti di intollerenza,
si rigerenano catalizzate da una legge che è un vero e proprio insulto all’umanità.vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv

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para justicia que espera

SANTIAGO DEL CILE – La Corte suprema cilena ha confermato oggi la revoca dell’immunità ad Augusto Pinochet nell’ambito del processo per l’Operazione Condor. La conferma, decisa dalla Corte d’appello il 5 giugno scorso, è stata approvata dai giudici del massimo tribunale cileno con nove voti a favore e otto contrari. Nello stesso tempo la Corte ha chiesto che “siano ordinati esami psichiatrici per l’imputato”. La sentenza ha generato scene di giubilo fra i familiari dei desaparecidos che erano presenti nell’aula del tribunale.

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una medaglia al giorno…

Sempre più atleti positivi al test antidoping alle olimpiadi di Atene.
Tutti per lo più di provenienza est-europea o dall ‘estremo oriente.
Tutti che abusavano di sostanze comuni facilmente reperibili sul mercato degli anabolizzanti.
Nessun atleta americano ancora indagato, nonostante il  ricco medagliere conquistato.
 
Gli stati uniti possegono di gran lunga la più tecnologica industria farmaceutica del mondo.
Allora, siamo di fronte allora alla ribalta di un esercito di invincibili atleti o la riprova che chi possiede i farmaci più moderni vince facile e non rischia di farsi  squalificare dopo le analisi delle urine???

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l’autogol di george bush

Bush? No, grazie

Il centrocampista iracheno Salih Sadir ha segnato, lo scorso mercoledì sera, un goal che ha infiammato i 1500 tifosi iracheni presenti allo stadio Peloponnesiako di Patrasso.
Dopo la partita Sadir ha lanciato un messaggio al presidente statunitense, George W. Bush, che secondo lui si starebbe servendo della squadra olimpica irachena per farsi pubblicità in vista delle prossime presidenziali.
Pubblichiamo a questo proposito ampi stralci di un articolo apparso sulla rivista Sports Illustrated

L’Iraq – squadra rivelazione delle Olimpiadi – ha poi perso 2 a 1 contro il Marocco, ma il risultato non preclude la sua vittoria del girone (per 2 partite vinte e 1 persa) e il successivo passaggio ai quarti di finale (domenica 22 affronterà l’Australia).
“La squadra irachena non vuole che il signor Bush utilizzi la sua immagine per la sua campagna presidenziale, ha detto Sadir attraverso il suo interprete. “Può trovare altri modi per farsi pubblicità”.

Ahmed Manajid, l’altro centrocampista che ha giocato la partita di mercoledì, è stato ancora più diretto, quando gli hanno fatto uina domanda sull’argomento: “Come farà a incontrare il suo dio dopo aver massacrato così tanti uomini e donne? Ha commesso così tanti crimini!”

“Lo spot mostra semplicemente l’ottimismo del presidente Bush e la vittoria della democrazia sul terrorismo”, ha detto Scott Stanzel, portavoce della campagna di Bush. “Venticinque milioni di iracheni sono liberi grazie alla coalizione”.

I membri della squadra olimpica irachena hanno dichiarato di essere felici che l’ex-capo della loro delegazione olimpica, Uday Hussein, responsabile di maltrattamenti e torture ai danni di atleti suoi connazionali e morto quattro mesi dopo l’invasione in Iraq della coalizione, non sia più in carica. Ma ritengono offensiva la scelta di Bush di usare l’Iraq per i suoi interessi quando la popolazione non tollera la sua amministrazione.
“Non ho problemi con il popolo americano”, ha detto l’allenatore della squadra irachena, Adnan Hamad. “Ma l’esercito americano ha ammazzato così tanta gente in Iraq… che libertà è, quando vado allo stadio nazionale e sento gli spari per le strade?”.

In un discorso tenuto venerdì scorso a Beaverton, in Oregon, Bush si è dichiarato vicino alla squadra di calcio irachena, dopo la vittoria di quest’ultima contro il Portogallo nella gara di apertura. “Non è fantastica l’immagine della squadra di calcio irachena?”, ha detto Bush. “Non sarebbe stata libera, senza l’intervento degli Stati Uniti”.

Sadir, marcatore degli iracheni nella partita di mercoledì, giocava prima nella squadra di Najaf. Nella città, dove 20mila tifosi riempivano lo stadio incitandolo e intonandogli i cori, l’esercito americano e la resistenza fedele al leader sciita Moqtada al Sadr si sono scontrati nelle ultime due settimane. Ora Najaf è un cumulo di macerie.
“Voglio che la guerra e la violenza abbandonino la città”, dice Sadir, che ha 21 anni. “Non vogliamo gli americani nel nostro pease. Vogliamo che se ne vadano”.

Il 22enne Manajid, che nella partita contro il Marocco ha quasi segnato di testa, viene dalla città di Fallujah. Racconta che suo cugino, Omar Jabbar al Aziz, è rimasto ucciso insieme ad alcuni suoi amici mentre combatteva nella resistenza. Se non fosse per il calcio – dice – starebbe combattendo con gli altri: “Voglio difendere casa mia. Se uno straniero invadesse l’America e le persone opponessero resistenza, sarebbero dei terroristi?. Tutti, a Fallujah, vengono chiamati così. Ma sono bugie. Nella mia città vivono tra le persone migliori del paese”.

Tutti si trovano d’accordo nel dire che la squadra di calcio irachena è una delle storie più belle di questa Olimpiade. Se gli Iracheni batteranno l’Australia – cosa possibile, visto come hanno giocato finora – raggiungeranno la semifinale.
Tre semifinaliste su quattro vinceranno una medaglia, e per la squadra irachena prima di questo torneo pareva impensabile.
“Tuttavia quando i giochi saranno finiti – dice l’allenatore Hamad – dovranno fare ritorno in un paese dove hanno paura di scendere in strada”.

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san paolo, sponsor ufficiale…

o mercante di morte???

cosa si cela dietro questi continui insopportabili spot che persistono inesorabilmente a interrompere lo spettacolo delle olimpiadi???

san paolo, sponsor ufficiale..

BANCHE ARMATE
Francesco Terreri


Il gruppo Banca di Roma è divenuto leader nel sostegno alle esportazioni italiane di armi. Al secondo posto si piazza la Banca Nazionale del Lavoro seguita nella classifica dal San Paolo-Imi (48,9 milioni di euro) e da istituti europei come l’iberico Banco Bilbao Vizcaya (46,7 milioni), primo azionista di Bnl, la britannica Barclays Bank (27,2 milioni), gli spagnoli del Banco Santander (19,7 milioni), secondo tra i soci del San Paolo-Imi.


La sofferta assemblea di giovedì 16 maggio della Banca Popolare di Brescia-Cassa di Risparmio di Reggio Emilia (Bipop-Carire) ha approvato la confluenza nel gruppo Banca di Roma. Il nuovo gruppo bancario, che prende il nome di Capitalia, nasce però, proprio per le perdite 2001 di Bipop, con il bilancio in rosso per 358 milioni di euro. Unica consolazione: è divenuto il gruppo bancario leader nel sostegno alle esportazioni italiane di armi.

Nel 2001 infatti – come ci informa la Relazione del ministro dell’economia allegata all’annuale documento del governo sull’applicazione della legge 185/90 – Bipop è stata la banca più impegnata nel settore, con operazioni per 118,4 milioni di euro, soprattutto grazie alla fornitura di 20 elicotteri A109 Agusta alla Svezia. La capogruppo BancaRoma figura anch’essa in buona posizione con 71,4 milioni e il Banco di Sicilia seguita ad appoggiare la commessa Agusta in Sudafrica che l’aveva portato in testa nel 2000. Complessivamente il gruppo controllato da Fondazione Cassa di Roma, Toro Assicurazioni (Fiat) e dagli olandesi di Abn Amro copre quasi un terzo di tutte le operazioni bancarie relative all’export italiano di armi dell’anno scorso: 191 milioni di euro su 611.

Al secondo posto si piazza la Banca Nazionale del Lavoro con 104,6 milioni di euro di operatività. Il gruppo IntesaBci (Comit, Ambroveneto, Cariplo), la maggiore concentrazione bancaria italiana, è solo terzo con 78,3 milioni. Unicredito Italiano è ancora presente nella lista per 55,6 milioni di euro, nonostante la dichiarazione di disimpegno di un anno fa, a causa – spiegano al gruppo – degli «impegni assunti precedentemente» le cui linee di credito debbono andare «responsabilmente ad esaurimento».

Seguono nella classifica il San Paolo-Imi (48,9 milioni di euro) e istituti europei come l’iberico Banco Bilbao Vizcaya (46,7 milioni), primo azionista di Bnl, la britannica Barclays Bank (27,2 milioni), ancora gli spagnoli del Banco Santander (19,7 milioni), secondo tra i soci del San Paolo-Imi.

Anche le banche, che seguono l’andamento delle commesse delle imprese italiane, operano ormai soprattutto con il Sud del mondo: oltre il 57% del valore delle operazioni. L’Africa da sola copre il 10% delle destinazioni. La stessa Bipop, oltre che l’export in Svezia, appoggia anche la fornitura di componenti avionici per altri elicotteri Agusta, gli AB412, in Arabia Saudita.

BancaRoma sostiene, tra l’altro, la fornitura di un ponte radio militare alla Repubblica Dominicana e l’ammodernamento del sistema antiaereo del Kuwait. Bnl è impegnata soprattutto con cannoni, missili navali e accessori per Spagna, Malaysia, Pakistan. IntesaBci si fa notare nell’appoggio a esportazioni in Cina e in Cile. Per Credito Italiano, il vecchio marchio di Unicredito, continua a passare la fornitura OtoBreda (Finmeccanica) di 11 cannoni semoventi alla Nigeria.

Tra le new entry in classifica c’è l’Antoniana Popolare Veneta, che appoggia l’export di impianti di telecomunicazioni belliche Alenia Marconi all’Algeria. Ma a causa di questo Antonveneta perderà almeno un cliente. Microfinanza srl, infatti, la società di promozione del microcredito che aveva un conto presso questa banca, ha deciso di trasferirlo altrove. «Non possiamo accettare di essere complici del riarmo dell’Algeria», spiega Giampietro Pizzo che segue il lavoro di Microfinanza nel Maghreb, «proprio mentre stiamo lanciando insieme all’Associazione di immigrati Asaka un progetto di sostegno, anche con strumenti di microcredito, dell’artigianato tradizionale nella tormentata Cabilia».

..SAN PAOLO…

SPONSOR UFFICIALE  DELLA MORTE.

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perchè così tanti civili morti in Iraq???

La domanda che mi assiliva in tanti e tanti giorni di lettura su quotidiani di nuove sciagure,
in interi mercati,
moschee,
ospedali,
ambulanze,
scuole
e perfino in cimiteri,
 
migliaia e migliaia le vtitme civili uccise dai soldati statunitensi.
 
Neanche facessero apposta ad ammazzare innocenti iracheni.
 
Ma ora tutto mi è chiaro,
la visione visione plausibile.
 
Leggendo le righe del quotidiano di Gerusalemme, chiarisco a me stesso il perchè di così tante vittime civili in Irak,
chiaro,
ci sono i militari israeliani che insegnano ai soldati americani come combattere gli arabi!!!!! (un morto, un punto,
e se becchi un infante od una donna i punteggi raddoppiano)………
 
 
-segue articolo in inglese
 
Source: Reuters

A newspaper stated Wednesday that U.S. troops from Iraq are being trained by the Israeli military in urban and guerrilla warfare tactics at a military base in Israel.

The Israeli military said that it did not comment on cooperation with foreign armies, however did not deny the report in the Jerusalem Post, according to a daily newspaper in Israel.

The newspaper reported that the army units were being trained at the Adam special forces school close to Modi’in in central Israel. It did not report what its source was, how many soldiers were being trained there or how long they would stay there.

“After completing their training, the units will return to Iraq,” according to the newspaper.

“From time to time the United States and Israel conduct cooperative exercises but as a matter of policy we don’t go into the details”, a U.S. embassy official told Reuters.

Last Year U.S. generals has been studying Israel’s tactics used with the Palestinians so that to apply them in Iraq, according to Reuters.

Reports suggesting U.S. cooperation with the Israel are of extreme sensitivity for U.S. troops fighting Islamist fighters in Iraq.

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invito alla visita

Anche se la casa è vuota,

molto di Enzo si trova fra i suoi appunti, i suoi scenari di diari di viaggio.

Le sue passioni, la sua ironia, la fame di conoscienza e la  vena di far comprendere, ciò che ci appare oscuro, e solo ma con l’esperienza diretta può esser successivamente rivelato.

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dal blog di Enzo Baldoni

mercoledì, 25 agosto 2004
Najaf, 19.8.04: un’altra testimonianza diretta

 

Ci giunge dalla giornalista britannica Helen Williams, corrispondente a Baghdad per Electroniciraq.net.
La Williams era anche lei sul convoglio della Croce Rossa Italiana che quel giorno si è recato a Najaf: lo stesso cui si erano uniti anche Enzo Baldoni, Ghareeb e Pino Scaccia.
In un lungo articolo online, Williams racconta quella intensa giornata: ve ne riportiamo l’incipit, tradotto in italiano da noi.

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A Najaf e Kufa con la Croce Rossa
Helen Williams, Electronic Iraq, 23 agosto 2004

 
Baghdad, 21 agosto 2004 — Alle 5.30 di giovedì mattina, io e il mio interprete, Wejdy, insieme al nostro amico Alì, siamo partiti alla volta dell’ospedale della Croce Rossa Italiana di Baghdad. Le strade erano vuote e silenziose, mentre sfrecciavamo attraverso Baghdad – per fortuna non c’era traffico a quell’ora del mattino.
Da lì, siamo partiti tutti insieme per Najaf. Il convoglio in partenza comprendeva quindici volontari della Croce Rossa Italiana, insieme ad alcuni membri dello staff di quella irachena, pronti a mettersi in viaggio per la lunga, e probabilmente pericolosa, strada per Najaf, portando forniture mediche (di cui c’è un bisogno estremo) e un camion pieno di sacchetti d’acqua potabile.

 

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In particolare segnaliamo un passo in cui la Williams parla probabilmente di Enzo senza nominarlo direttamente: sappiamo infatti da Pino Scaccia (e da Enzo stesso che lo raccontava qui, relativamente alla missione del 15 agosto) che era proprio Enzo a precedere il convoglio della CRI ad ogni incrocio piantonato dai tank americani, sventolando una bandiera della Croce Rossa per annunciare che si trattava di aiuti umanitari.
In questa foto sul sito dell’articolo pare infatti di riconoscere proprio Enzo, di spalle e con un cappello in testa, mentre va in ‘avanscoperta’ ad un incrocio con indosso la pettorina della CRI.
Il passo della Williams (sempre tradotto da noi) è questo:


 
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[…] E a un certo punto è calato un inquietante silenzio nelle strade. Silenzio relativo, in verità, perché rotto continuamente dai rumori della battaglia — l’aria risuonava dei colpi d’arma da fuoco e dell’avanzare dei tank. Due dei nostri correvano a piedi davanti al convoglio, con indosso le pettorine della Croce Rossa (con una Croce Rossa ben in vista) e sventolando una enorme bandiera con l’emblema della Croce Rossa. Ci precedevano a ogni incrocio che avremmo dovuto attraversare, facendosi vedere e mostrando la bandiera. Man mano che passavamo gli incroci, potevamo vedere i tank americani all’imbocco di ciascuna strada, circa 150 metri più in là; ad uno di questi incroci i tank erano tre. Proseguivamo molto lentamente. E a un certo punto, siamo giunti a un incrocio dove il suono della battaglia era tale da farci pensare che la battaglia fosse proprio di fronte a noi, sbarrandoci la strada. I colpi d’arma da fuoco erano assordanti. Di nuovo, i nostri due compagni sono andati avanti a piedi con la bandiera per far presente che eravamo della Croce Rossa e portavamo aiuti medici. Ma questa volta non ci hanno fatti passare. […]
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dal blog di Enzo Baldoni Leggi l'articolo »

appello di diario

Iniziativa del settimanale per cui collabora il giornalista rapito
Diario fa un appello su Al Jazira per Baldoni
L’obiettivo è far conoscere ai sequestratori il lavoro svolto dal freelance e la sua vicinanza al popolo iracheno

ROMA – Diario, il settimanale diretto da Enrico Deaglio per il quale Enzo Baldoni aveva pronto il suo ultimo servizio da Najaf, ha preparato un appello ai rapitori di Enzo Baldoni – inviato anche all’emittente Al Jazira – per far conoscere il giornalista, il lavoro svolto, il suo impegno, la vicinanza al popolo iracheno che si evidenzia nei suoi servizi. I giornalisti del settimanale si dicono «sollevati» dalla divulgazione dei video in cui il giornalista appare in buone condizioni, non è stato picchiato ed è padrone di sè. Quindi, l’ipotesi peggiore – che Enzo fosse nelle mani di predoni o fosse morto – sembra tramontata. Anche la qualità del video è giudicata buona, quindi opera di qualcuno che ha dimestichezza con i mezzi tecnici.

IL COMUNICATO – Ecco il testo integrale del messaggio scritto dal direttore Enrico Deaglio, datato 24 agosto:

 

«Vorremmo far sapere agli uomini che lo hanno in custodia chi è Enzo Baldoni. È una persona animata di sentimenti d’umanità per le persone che soffrono nel mondo.
È un giornalista indipendente e assolutamente autonomo.
È un collaboratore del nostro giornale, “Diario”, settimanale libero nei confronti del governo italiano. Nel suo breve soggiorno in Iraq, Enzo Baldoni è stato determinante nell’organizzazione di due convogli di aiuti umanitari della Croce Rossa Italiana e della Mezzaluna Rossa, arrivati a Najaf il 15 e il 19 agosto. In entrambi i casi, è riuscito a entrare nella città, a consegnare viveri e medicinali e trarre in salvo donne e bambini, mettendo a rischio la propria vita.
Pochi giorni prima, aveva preso contatti con Teresa Sarti, presidente di Emergency, chiedendole aiuto per operare Mohammed, un iracheno che, mentre accompagnava la moglie a partorire in autoambulanza, era stato colpito da un carrarmato americano. La moglie e il bambino erano morti.
Enzo è stato rapito mentre stava tornando a Baghdad per accompagnare Mohammed all’ospedale di Emergency a Sulaymania. Come testimoniano le foto e i messaggi e-mail che abbiamo inviato

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feroci abusi nelle carceri israeliane

ISRAELE COME ABU GHRAIB
Inviato da: goretta il 02 Ago 2004 – 04:47 PM 
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«Israele come Abu Ghraib, le torture sono la norma» Parla l’avvocato Talhami, che ha presentato all’alta corte di Tel Aviv una petizione contro gli abusi nelle carceri

ALESSANDRA GARUSI
(Il manifesto, 1 agosto 2004) «La maggioranza degli oltre 7mila palestinesi, attualmente detenuti nelle carceri israeliane, ha subito torture durante gli interrogatori – afferma Maher Talhami – ma, a differenza di quelle commesse da soldati Usa nel carcere di Abu Ghraib, qui non esistono immagini. Solo centinaia di deposizioni scritte e giurate». Parla con cognizione di causa questo avvocato arabo-israeliano. La sua organizzazione – Physicians for human rights-Israel (Phr) – si batte dal 1988 per la tutela del diritto alla salute; lo scorso 8 giugno, ha presentato all’Alta corte di Israele una petizione contro il Sistema carcerario israeliano (Ips), chiedendo che si ponga fine agli abusi sistematici commessi ai danni dei prigionieri nel carcere «Sharon». La sentenza è attesa per questi giorni. Avvocato, dove si trova il carcere «Sharon»?Nel centro del paese, a mezz’ora di auto da Tel Aviv. È un vecchio istituto detentivo (risale al 1953); ironia della sorte, porta lo stesso cognome dell’attuale premier israeliano. Mentre l’ala femminile è stata spostata, quella maschile resiste ed è sempre più grande, tanto che sono stati costruiti nuovi locali. Le torture da noi denunciate avvengono comunque in prevalenza nella parte vecchia.Che genere di abusi subiscono i detenuti?Si inizia lasciandoli in celle piccolissime senza luce, né servizi igienici. Quindi i detenuti vengono privati del sonno; a volte restano fuori al freddo, o sotto il sole cocente, per ore. Alcuni raccontano di essere stati costretti a sedersi su sgabelli bassi con le mani legate dietro la schiena (una procedura nota sotto il nome di «shabah»), o a stendersi sulla pancia con i polsi stretti alle caviglie. Ma la lista delle variazioni possibili è lunga, dai rumori assordanti agli incappucciamenti con stracci imbevuti di vomito o di urina. Quel che è peggio è che i detenuti non ricevono alcun tipo di assistenza medica. Un problema serio, viste le percosse, le ferite e le contusioni riportate durante gli interrogatori.Nel 1999, in seguito a sette petizioni presentate da organizzazioni dei diritti umani, l’Alta Corte d’Israele non mise fuori legge la tortura?Sì. Vietò l’uso delle torture fisiche su tutti i detenuti, a parte i kamikaze e gli aspiranti tali. E questa scappatoia ha permesso di reintrodurla in moltissimi casi. Inoltre, non disse nulla sugli abusi psichici. Oggi i detenuti palestinesi vengono terrorizzati con minacce del tipo: «Bombarderemo la tua casa, la raderemo al suolo. Andremo a prendere tua moglie e i tuoi figli».Le torture sono praticate da «poche mele marce», o sono piuttosto una routine?Le cito il caso recente di un ragazzo che è stato colpito otto volte al petto, prima di finire in ospedale. E lui stesso ha detto: «Avrebbero potuto arrestarmi senza sferrare un colpo, invece…». Il dramma è proprio questo: oggi un soldato israeliano può sparare a chiunque voglia e non gli succederà nulla, a meno che non ci siano delle foto potenti ad inchiodarlo. Una volta poi che un palestinese entra in carcere, sperimenta l’inferno. Il cibo fa schifo e nelle celle mancano i servizi igienici. Il carcere di Gilboa, a nord, ad esempio è nuovissimo. Viene chiamato «la cripta», perché da lì è difficilissimo fuggire. L’ho visitato: si mangia decentemente, ma il problema è che gli agenti trattano i detenuti con il massimo disprezzo, come se fossero animali. Rendono loro la vita impossibile.Con quale frequenza gli avvocati possono incontrare i loro clienti?Dipende. Dopo essere stati interrogati, possono vederli quando vogliono. Prima invece ci sono moltissime restrizioni. I palestinesi vengono definiti «security prisoners». Hanno condizioni diverse su tutto: dalla frequenza degli incontri con i legali alla durata dei colloqui senza una guardia. Anche in sede di processo, quasi sempre davanti a tribunali militari, non si riesce a ottenere molto. Le condanne sono sempre pesantissime; possono aggirarsi attorno a tre ergastoli più 40 anni di carcere. Anche in mancanza di prove, essi possono incorrere nella cosiddetta «detenzione amministrativa»: sei mesi rinnovabili per sei volte in carcere senza che sia stata formulata un’accusa. Può trattarsi di un uomo, una donna o un bambino.Nel carcere «Sharon» ci sono anche minori?Penso di no. Ma è difficile avere un quadro preciso dei detenuti minorenni nelle prigioni israeliane. So, ad esempio, che nell’infernale carcere di Hawar, vicino a Jenin, è detenuto un 14enne. È stato arrestato per aver gettato una pietra; il padre si è messo subito in contatto con noi, spiegandoci tra l’altro che il ragazzino ha un handicap psichico. Così ci siamo mossi, abbiamo chiesto di verificare la posizione del detenuto tramite i nostri avvocati, ma le autorità carcerarie hanno continuato a temporeggiare e il rilascio è stato disposto soltanto dopo oltre un mese. Intanto, ogni giorno vissuto là dentro è un giorno vissuto nell’orrore.È in grado di dirci come sono le condizioni di salute di Marwan Barghuti, il leader di Al Fatah, tuttora detenuto?Gli abbiamo mandato un medico, un mese e mezzo fa, per un check up generale. C’era stato segnalato un problema alla schiena, che ora almeno in parte è stato risolto. Il suo stato generale resta comunque molto precario.

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