2004

MOSTRI DALLA MACELLERIA DI PUTIN

Blitz delle unità speciali russe. Strage nella scuola di Beslan


3 settembre 2004
Si è conclusa con un blitz delle unità speciali la crisi degli ostaggi nella scuola di Belsan in Ossezia del Nord. E anche se i bilanci ufficiali sono per il momento molto cauti cominciano a profilarsi i contorni di una vera e propria strage. Secondo il consigliere del presidente Vladimir Putin per i problemi del Caucaso, il numero delle vittime a Beslan potrebbe essere molto più alto di centocinquanta persone. Prima, l’inviato di Repubblica sul posto, Giampaolo Visetti, aveva riferito di alcune centinaia di morti. «Tutti qui a Beslan – aveva affermato Visetti – dicono che sono circa un migliaio le persone che erano prigioniere nella scuola, tra professori, nonni, genitori, bambini. C’erano anche tantissimi neonati, i nonni e questa è una scuola che può avere ottocento studenti iscritti. Figuriamoci tutti gli altri. Quindi le cifre le vedremo magari nemmeno oggi, domani, dopodomani ma si tratta di cifre alte, molto alte».

Nel primo pomeriggio il ministro degli Esteri olandese, Bernard Bot, «parlando come presidente del Consiglio dell’Unione europea», aveva espresso rammarico per il fatto che la crisi degli ostaggi non potesse essere stata risolta pacificamente, ma aveva dichiarato di comprendere «il difficile dilemma di fronte al quale si è trovato il governo russo». Poco dopo è arrivato anche il commento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Le notizie sulle vittime, tra i quali molti bambini, della cieca barbarie del terrorismo riempiono di sgomento e di dolore, insieme al sollievo per gli ostaggi liberati grazie all’azione delle forze russe». La Casa Bianca ha definito «un atto barbaro di terrorismo» la presa di ostaggi nella repubblica russa dell’Ossezia, aggiungendo di essere al fianco di Mosca.

«Oggi è il giorno del dolore e dello stordimento» – afferma il segretario dei Radicali, Daniele Capezzone. «Eppure, – aggiunge Capezzone – dovrà venire, per l’Occidente, il tempo di una riflessione su quanto abbiamo tollerato in questi anni. Il dramma è in due tempi. Dapprima, abbiamo lasciato che Vladimir Putin proseguisse in Cecenia un vero e proprio genocidio, con autentici campi di concentramento” (i “campi di filtraggio”), con tanto di lingue mozzate, mani tagliate, altre orribili mutilazioni ed elettrodi applicati ai testicoli dei prigionieri. Una capitale, Grozny, è stata rasa al suolo, e la popolazione cecena decimata. Ma da noi, nulla: silenzio e complicità con Putin. Poi, in questi ultimi mesi ed anni, abbiamo lasciato che la cosiddetta “resistenza cecena”, che si era a lungo mossa giocando la carta della elezione democratica del suo Presidente, che in qualche momento aveva anche scelto la carta nonviolenta, finisse invece travolta e risucchiata nella via sciagurata del terrorismo e del legame sempre più stretto con le organizzazioni fondamentaliste. E oggi si raccoglie quel che abbiamo seminato». (r.j.)

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L’angolo estremo di Gabriel.chinasky

per le giovani vittime innocenti

 

pensieri cupi riempiono la mia mente,
tristezza e disperazione inondano il mio sofferente cuore.
notizie di morte susseguono senza tregua nelle mie orecchie.
anche la mia vista non è immune, riempita da immagini scabrose,
vigliaccheria e miseria.
povertà umana: illusa speranza di un futuro felice e migliore !
fatal destino, o disegno diabolico,
strappano giovani vite nel fior dell’età,
adagiando i loro immaturi corpi in bui feretri.
tre metri sotto terra adesso giacciono,
e mai più il loro spirito verrà intaccato:
nè sofferenza nè gioia i loro animi più proveranno,
placidi e illuminati dall’eternità dorata,
soltanto loro sapranno la cruda verità
di essere stati sfortunati partecipi di uno stupido gioco.
un maledetto svago denominato potere, petrolio, potenza !!!
terrorista è un vocabolo che incute terrore,
soprattutto se usato per nascondere le nostre colpe,
i nostri misfatti !abbiamo sfruttato la povera gente,
per alimentare la nostra sete di potere
e di gloria.
ci siamo cullati su una ricchezza effimera
ricavata dal sangue e dal sudore di poveri cristi.
abbiamo violentato le donne
per appagare il nostro bisogno di amore.
abbiamo lodato il nostro dio
soltanto per avere una giustificazione delle nostre ignobili azioni;
chiudendo meschinamente gli occhi alla verità
abbiamo agito per i nostri biechi interessi personali.
ma il male che noi stessi abbiamo coltivato
e ingrossato dalla nostra bieca cupidigia
adesso ci si è rivolto contro
uccidendo i nostri figli, i nostri cari
e noi stessi.
la violenza e l’orrore
che abbiamo scagliato contro i più deboli ed i più poveri della terra
ci si sta ritorcendo contro.
stiamo pagando il fio
ed abbiamo ancora tanti interessi da sobbarcarci.
accecati dalla nostra megalomania abbiamo preferito farci ammaliare
dalle malefiche sirene dei nostri governanti ,
illudendoci di soffocare nel sangue la rivolta
dei nostri stessi animi.
ma il sangue innocente ha finito con lo strangolare
anche noi stessi.
che dio
ma soprattutto queste giovani vittime
ci perdonino
e confidiamo in un loro aiuto
per imboccare finalmente la retta via
per un mondo migliore.
peace.

 

G briel

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Freud e Einstein, carteggi eccelsi

Geni della pace
72 anni fa

Caputh (Potsdam), 30 luglio 1932 

Caro signor Freud,

……………..

C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? È ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte nella civiltà da noi conosciuta. Eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.

……………..

Com’è possibile che un piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale e che vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità, riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere?

……………..

Com’è possibile che la massa si lasci infiammare fino al furore e all’olocausto di sé da quella minoranza che di volta in volta è al potere e che ha in mano la scuola, la stampa e anche le organizzazioni religiose, cosa che le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica?

……………..

Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?

……………..

So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile.

Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.

Molto cordialmente Suo

Albert Einstein

 

 

Vienna, Settembre 1932

Caro signor Einstein,

…………………….

Non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini, ma si può cercare di deviarle al punto che non debbano trovare espressione nella guerra.

Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra.

Questi legami possono essere di due tipi.

In primo luogo relazioni che, pur essendo prive di meta sessuale, assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore.

L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni.

Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.

…………………….

Si dovrebbero, poi, dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora, all’educazione di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni, e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione.

……………..

Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita?

La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe contro la propria volontà a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali e prodotto del lavoro umano. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità.

……………..

Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.

Suo

SIGM. FREUD

 

da strega

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Il manifesto (slanci di integrazione)

Il manifesto di un gruppo di musulmani moderati

Isoliamo i fanatici
per un Paese più giusto e più sicuro

 

___

Noi musulmane e musulmani d’Italia siamo schierati in modo totale, assoluto e compatto contro il terrorismo di quanti strumentalizzando un’interpretazione estremistica e deviata dell’islam e facendo leva sul fanatismo ideologico hanno scatenato una guerra aggressiva del terrore contro il mondo intero e la comune civiltà dell’uomo. Nel terzo anniversario della tragedia che ha insanguinato gli Stati Uniti d’America, confermiamo il nostro più sentito e convinto cordoglio per le vittime di questa offensiva globalizzata del terrorismo che infierisce in modo indiscriminato contro tutti coloro che sono stati condannati come nemici di una folle «guerra santa», siano essi americani, europei o arabi, oppure ebrei, cristiani, musulmani e di altre religioni. Noi musulmane e musulmani d’Italia affermiamo in modo forte, inequivocabile e deciso la nostra fede nel valore della sacralità della vita di tutti gli esseri umani indipendentemente dalla nazionalità e dal credo. Per noi la sacralità della vita è il principio discriminante tra la comune civiltà dell’uomo e le barbarie di quanti predicano e perseguono la cultura della morte. Siamo consapevoli che la sacralità della vita o vale per tutti o, qualora venisse violata, si ritorce contro tutti. Solo l’abbraccio comune alla cultura della vita consente la salvezza, la pace e il benessere dell’umanità.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia lanciamo un appello al popolo, alle istituzioni e al governo italiano affinché sostengano la nostra opera tesa a favorire la nostra piena e costruttiva integrazione. Siamo per l’assoluto rispetto delle leggi dello Stato e per la più sincera condivisione dei valori fondanti della Costituzione e della società italiana. Siamo convinti che un’Italia dall’identità forte, anche sul piano della religione, degli ideali e delle tradizioni, sia la migliore garanzia per tutti, autoctoni e immigrati, perché solo chi è forte e sicuro al proprio interno è in grado di aprirsi e di condividere positivamente le proprie scelte con gli altri. Alla luce di ciò siamo schierati dalla parte dello Stato italiano contro i terroristi e gli estremisti di matrice islamica, e non solo, che attentano alla sicurezza e alla stabilità della collettività, sia perpetrando trame eversive sia utilizzando taluni luoghi di culto per attività di indottrinamento e arruolamento di combattenti e aspiranti terroristi suicidi. Sosteniamo ogni iniziativa dello Stato volta ad assicurare che tutti i luoghi di preghiera siano delle case di vetro aperte e in simbiosi con l’insieme della società italiana, rispettose delle leggi e dei valori italiani, trasparenti sul piano della gestione e dei bilanci. Diciamo in modo esplicito che le moschee d’Italia non devono in alcun modo trasformarsi in un cavallo di Troia di ideologie integraliste e di strategie internazionali volte a imporre un potere islamico teocratico e autoritario.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia chiediamo al capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al presidente del Senato Marcello Pera, al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e all’intera classe politica di adoperarsi per metterci nelle condizioni di poter condividere la costruzione di un’Italia più forte e più aperta, più sicura e più giusta, più prospera e più lungimirante. Riteniamo che i tempi siano maturi affinché lo Stato e la società italiana considerino positivamente la prospettiva di un’Italia plurale sul piano etnico, confessionale e culturale, ancorata a una solida piattaforma di leggi e di valori comuni. E siamo convinti che solo chi è a pieno titolo cittadino italiano, solo chi opera sulla base della piena parità sul piano dei diritti e dei doveri, possa ergersi a artefice di questa nuova Italia. Oggi i musulmani non sono soltanto parte integrante della realtà economica e sociale dell’Italia, ma anche parte integrante del suo patrimonio spirituale. Insieme a un milione di musulmani immigrati, ci sono circa trentamila musulmani italiani. Sollecitiamo pertanto le autorità italiane a agevolare il processo di «cittadinizzazione» dei musulmani d’Italia, accogliendo senza indugi e ritardi come nuovi cittadini coloro che vivono nel rispetto delle leggi e nella condivisione dei valori comuni. Oggi più che mai è necessario ancorare i musulmani d’Italia a un’identità italiana forte e condivisa, espressione di un sistema di valori credibile e convincente. Il rischio è che taluni musulmani, specie i più giovani nati e cresciuti in Italia, se abbandonati a loro stessi e in preda a una crisi di identità, possano finire soggiogati e cooptati dall’ideologia dei gruppi estremisti. In quest’ambito sosteniamo la proposta del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu di una Consulta dei musulmani d’Italia quale strumento per favorire il dialogo tra lo Stato e la maggioranza dei musulmani moderati.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia ci sentiamo profondamente partecipi all’impegno internazionale volto a contrastare la guerra del terrore che ha avuto proprio nell’11 settembre 2001 il suo momento di maggior impatto umano, mediatico e politico. Aspiriamo a un mondo migliore dove tutti i popoli, compresi i musulmani, possano vivere nella libertà, nella giustizia e nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. A tale fine auspichiamo l’avvento di una nuova etica nelle relazioni internazionali che favorisca l’emancipazione dei popoli dal sottosviluppo e dall’oscurantismo, nonché la formazione di governi autenticamente rappresentativi e democratici. Siamo consapevoli che la globalizzazione dello sviluppo, del diritto, della pace, della libertà e della democrazia costituisce la migliore garanzia affinché questi valori possano essere tutelati in ogni angolo della terra attraverso il dialogo e il reciproco rispetto.

 

Hanno aderito:
Mario Scialoja , direttore Lega musulmana mondiale-Italia; Abdellah Redouane , segretario generale del Centro culturale islamico d’Italia; Mahmoud Ibrahim Sheweita , imam della Moschea di Roma; Gabriele Mandel Khan , Gran maestro per l’Italia della Confraternita turca Jerrahi-Halveti; Souad Sbai , presidente Associazione donne marocchine in Italia; Khalid Chaouki , presidente Giovani musulmani d’Italia; Irta Lama , titolare azienda informatica ITS Associates; Yahya Sergio Pallavicini , vice-presidente Coreis (Comunità religiosa islamica d’Italia); Gulshan Jivraj Antivalle, presidente Comunità ismailita italiana; Ali Baba Faye, coordinatore nazionale Forum «Fratelli d’Italia»-Democratici di sinistra; Ali Federico Schuetz , mediatore culturale, Milano; Yassine Belkassem , Consulta comunale di Poggibonsi (SI); Khalida El Khatir , studentessa di Psicologia, Università di Napoli; Ejaz Ahmad , caporedattore Azad, mensile per i pachistani in Italia; Amadia Rachid , imam della moschea di Salerno; Roland Sejko , direttore «Bota Shqiptare, Il giornale degli albanesi in Italia»; Rachida Kharraz , Ufficio provinciale Acli di Viterbo; Feras Jabareen , imam del Centro culturale islamico di Colle Val d’Elsa (SI); Zoheir Louassini , scrittore e giornalista di Raimed; Jawed Q. Khan , marketing sistemi di tecnologia informatica per i trasporti, Roma; Shera Lyn Parpia , consulente professionale allattamento seno materno; Omar Camiletti , mediatore culturale presso la Moschea di Roma; Lotfy El Hosseny , presidente del Centro islamico di Ostia; Franco Abdul Ghafour Grassi Orsini , Guida spirituale in Italia della Tariqa Burhaniya Dusuqiya Shadhliya; Tarek Hassan , presidente del Centro islamico di Viale Marconi, Roma; Imane Fouganni , impiegata a Cremona aspira a diventare carabiniere.
 

2 settembre 2004

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il padre di Baldoni accusa il governo

Parla Antonio, 82 anni, il papà del reporter ucciso in Iraq
Baldoni,
il padre accusa il governo
«Per mio figlio hanno agito da dilettanti. Sbagliato il canale delle trattative, neppure una notizia del corpo»

 

PRECI (Perugia) – C’è un cane che abbaia, c’è un profumo forte di lepre al ragù. Sole, bambini olandesi che si tuffano nella piscina dell’agriturismo «Il Collaccio». Alla reception, solitario e silenzioso, Antonio Baldoni, il papà di Enzo, il vecchio capo – discreto e orgoglioso – di una famiglia travolta, quassù tra le colline dolci dell’Appennino umbro, da una guerra lontana.
Alza la testa: ha 82 anni ma la voce è solida e anche lo sguardo tiene, ancora tiene.«Però, ogni giorno che passa, tutto diventa più faticoso. Persino leggere i giornali… Adesso, poi, c’è pure la storia di quei due poveri giornalisti francesi…».
Brutta storia, ma con bagliori di speranza, sembra.
«Brutta storia, brutta come lo è stata quella di mio figlio Enzo… Tuttavia, ecco, gestita meglio, tremendamente meglio. Almeno fino a questo punto».
Gestita meglio da chi, signor Baldoni?
«Ma lo hanno visto tutti gli italiani, io credo…».
Cosa, chi hanno visto?
«Il presidente francese Chirac. C’è andato lui, alla tivù. E’ andato a metterci la faccia e avete notato, che faccia? Che sguardo duro e dignitoso? E poi le parole che ha usato, nei confronti dei rapitori. E i toni. Per mio figlio, invece…».
Invece?
«Invece, per lui, niente, poco o niente. D’altra parte, cosa avrebbe potuto cambiare un signore con la bandana? Cosa avrebbero pensato, i terroristi? Avrebbero riso e basta».
Lei è un padre addolorato che…
«Che comunque, intendiamoci, sa perfettamente quanto diversa sia la posizione dell’Italia da quella della Francia. E’ una differenza chiara, netta: noi siamo lì a fare la guerra e, forse, a uccidere, noi abbiamo un contingente militare schierato al fianco degli americani, mentre i francesi no, loro in quel pasticcio che è diventato l’Iraq non ci sono finiti. Però, ecco, resta il fatto che il rapimento di mio figlio è stato gestito in modo…».
Come?
«Comico. Anzi, no: non comico, ma superficiale. Sono stati dei dilettanti… La Francia, per esempio, ha subito fatto partire il ministro degli Esteri per chiedere aiuto e solidarietà in tutto il Medio Oriente».
Ma anche il ministro Frattini ha lanciato un appello su Al Jazira…
«Io parlo da padre, mi sono ritrovato il mio ministro che parlava a mezza bocca alla tivù degli arabi. Mah. Che poi, forza, diciamolo…».
Cosa, signor Baldoni?
«Diciamolo: hanno pure sbagliato il canale del cosiddetto “contatto”. Si sono fatti fregare»
A chi si riferisce, di preciso?
«A chi mi riferisco?».
Sì, a chi? Al governo? Ai nostri servizi segreti? Alla Croce Rossa?
«Ah, la Croce Rossa italiana… lasciamo stare, che è meglio. Se dico qualcosa, poi litigo con i figli che mi restano in vita».
Il commissario straordinario Scelli e l’ex capo della missione della Croce Rossa italiana in Iraq, De Santis, hanno incontrato i suoi figli e anche sua nuora e i nipoti…
«No no, in questo genere di cose, io non entro. Non me ne importa niente. Non le voglio nemmeno sapere. Io aspetto solo notizie sul corpo di Enzo».
Non ne avete?
«Niente. Zero. Silenzio assoluto. Siamo in contatto con i funzionari della Farnesina, gente perbene, gli unici, mi permetto di dire, all’altezza della situazione… Ma anche loro, poverini, non sanno cosa dirci».
Ma chi è che sta ufficialmente cercando il corpo di suo figlio, in Iraq?
«Non lo so. Giuro. Io non ho ancora capito chi sta cercando il corpo di Enzo, e se poi lo stanno davvero cercando. A questo punto, io non sono più sicuro di potergli fare un funerale, a Enzo».
Deve cercare di darsi coraggio, signor Baldoni…
«Ho visto che a Milano, la città dove viveva Enzo, c’è stata grande solidarietà. Hanno messo le bandiere a mezz’asta e poi è stato proclamato il lutto cittadino. E queste, lo ammetto, sono cose che fanno piacere e danno forza. Ho anche saputo che vogliono dargli un premio…».
Sì, l’Ambrogino d’oro.
«Beh, Enzo ne sarebbe orgoglioso».
Cosa le manca di Enzo?
«In questi giorni, sono ossessionato da ciò che ho letto sui giornali. Descrivono la sua ultima immagine: mezzo infilato nella sabbia, con una ferita al collo e la testa torta, povero figlio. Ma cerco di non pensarci, di distrarmi. Così ho cominciato a rispondere a tutti».
A tutti chi?
«A tutti quelli che ci hanno spedito un telegramma. Ne abbiamo ricevuti 487. Da ogni parte d’Italia. Ce ne è uno bellissimo che…».

Fabrizio Roncone

 

 

1 settembre 2004 

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lettere dalla palestina

da stefania in hebron
Sent: Thursday, September 02, 2004 1:42 AM
Subject: tuoni


non posso dormire, non riesco.

nella citta’ di hebron regna il silenzio, ma l’atmosfera qui e’ davvero strana, inquietante.
come ieri anche oggi non si esce dalla citta’ e non si entra, tutte le strade di accesso sono chiuse.
le strade della citta’ sono pressoche’ desolate e per tutto il giorno non si sono visti soldati in giro: ma sappiamo per certo che sono ovunque, le nostre fonti ci suggeriscono quali vie percorrere e quali no, ora dopo ora, ora dopo ora, ora dopo ora…
qualcuno sostiene che e’ meglio stare in casa, non uscire, ma sai bene come vivono i nostri fratelli palestinesi….
la scorsa notte alle 5.30 ora locale mi ha svegliata il tuono della loro vendetta: hanno fatto saltare la casa del cugino (pare) di uno dei kamikaze, proprio qui accanto. per tutta la notte ho sperato che non accadesse, che togliessero l’assedio durato tutto il pomeriggio e la notte….
ora aspettiamo il resto, sappiamo che non e’ finita cosi’… e’ questa eccessiva calma a dircelo.

bad vibs… really bad vibs this night…

 Stefania

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Naomi Klein e Jeremy Scahil

SIMONA PARI E SIMONA TORRETTA : ANATOMIA DI UN RAPIMENTO

 

Quando Simona Torretta ritornò a Baghdad nel marzo 2003 nel bel mezzo dei bombardamenti, i suoi amici iraqeni salutandola le dissero che era pazza: “Erano così sorpresi di vedermi, mi dissero, perchè sei tornata qui. Torna in Italia, sei pazza!”. ma Simona Torretta non tornò in Italia. Rimase durante l’invasione, continuando la missione umanitaria che aveva iniziato nel 1996, quando per la prima volta visitò l’Iraq con l’ong “anti-sanzioni” Un Ponte Per Baghadad.Quando Baghadad cadde nelle mani degli americani, Simona decise comunque di restare, questa volta per portare medicinali alla popolazione sofferente per l’occupazione militare. Sempre dopo che la resistenza iraqena iniziò a colpire gli stranieri e i giornalisti internazionali, mentre gli operatori umanitari fuggivano, Simona tornò ancora. “Non posso restare in Italia”- disse la giovane volontaria 29nne ad un regista di documentari . Oggi la vita di Simona Torretta è in pericolo, insieme alle vite della sua collega Simona Pari e dei due collaboratori iraqeni, Ra’ad Ali Abdul Aziz e Mahnouz Bassam. Ma qual’è la vera storia di questo sequestro?

 

Otto giorni fa, i 4 furono prelevati da un commando direttamente dalla casa/ufficio di Baghdad e da allora non si sono più avute notizie. In assenza di informazioni da parte dei loro sequestratori, le controversie politiche scoppiano attorno l’incidente. I sostenitori della guerra sono soliti dipingere i pacifisti come degli ingenui, che sostengono allegramente la resistenza che invece risponde alla solidarietà internazionali con rapimenti e decapitazioni.

Intanto un sempre maggior numero di leaders islamici affermano che il raid nella sede di Un Ponte Per Baghdad non è stata opera dei mujahidin, ma dell’intelligence internazionale, al fine di screditare la lotta della resistenza. Nulla riguardo questo rapimento costituisce un somiglianza con gli altri sequestri.

Molti sono stati attacchi occasionali perpetuati su strade. Simona Torretta e i suoi colleghi sono stati “freddamente” prelevati nel loro ufficio. E mentre i mujahidin iraqeni nascondono scrupolosamente la loro identità dietro ampie sciarpe, i rapitori erano a volto scoperto e sbarbati, alcuni vestiti in uniforme. Un assalitore era chiamato dagli altri “signore”. Gli ostaggi sono un uomo e tre donne.

I testimoni rivelano che il commando ha interrogato tutto lo staff della sede prima di identificare le due Simona per nome e che Mahnouz Bassam, la donna iraqena, è stata trascinata urlante per il velo; un oltraggio religioso scioccante per un’azione in nome dell’Islam. Molto strana è anche la dimensione dell’operazione: invece dei soliti 3/4 combattenti, 20 uomini armati e alla luce del sole, apparentemente incuranti di essere visti. La “Green Zone” è sorvegliata da molti checkpoint militari; il rapimento è stato effettuato senza alcuna interferenza da parte della polizia iraqena e delle truppe americane; benchè il periodico “Newsweek” ha svelato che un convoglio militare americano passò vicino alla sede della Ong italiana circa 15 minuti dopo il rapimento.

Le armi: gli assalitori erano armati con AK-47, fucili, pistole con silenziatore e armi che stordiscono. Armi difficilmente utilizzate dai mujahidin, dotati di rudimentali Kalashnikov.

Ancora più strano è questo dettaglio: i testimoni affermano che diversi sequestratori erano vestiti con le uniformi della Guardia Nazionale iraqena e si sono dichiarati come uomini di Ayad Allawi, primo ministro iraqeno ad interim. Un portavoce del governo iraqeno ha successivamaente smentito un coinvolgimento dell’ufficio del premier Allawi. Sabah Kadhim, portavoce del ministero degli interni, ha ammesso che i rapitori indossavano uniformi militari e giubbotti anti-proiettile.

Ma, allora è stato un rapimento condotto dalla resistenza iraqena o un’operazione segreta della polizia? O qualcosa di peggio: un ritorno del “mukhabarat”, il servizio segreto di Saddam che eliminava i dissidenti del regime, di cui non si è saputo più nulla? Chi può aver coordinato un’azione simile e chi può portare giovamento un attacco contro questa Ong da sempre contro la guerra?

Da lunedì scorso il governo italiano riporta una sola teoria. Lo Sceicco Abdul Salam Al-Kubaisi, autorevole esponente religioso sunnita in Iraq, ha riferito ai giornalisti di aver ricevuto una visita da parte di Simona Torretta e Simona Pari il giorno prima del rapimento. “Erano impaurite”- afferma lo sceicco -“Mi hanno detto che qualcuno le ha minacciate”. Alla domanda su chi vi fosse dietro queste minaccie, Kubaisi ha risposto “sospettiamo l’intelligence internazionale”.

Per Kubaisi, la rivendicazione del rapimento è inusuale; egli è legato a gruppi della resistenza ed ha mediato il rilascio di diversi ostaggi. Le dichiarazioni di Kubaisi sono state ampiamente riportate sui media arabi e su quelli italiani, mentre sono assenti sulla stampa di lingua inglese. I giornalisti occidentali sono contrari a parlare di spie e cospirazioni, soprattutto per paura.

Ma in Iraq, spionaggio ed operazioni segrete non costituiscono cospirazioni; sono la realtà quotidiana.

Secondo James L. Pavitt, direttore della CIA, l’Iraq è il paese con più basi d’intelligence Usa dai tempi della guerra in Viet Nam, con circa 500/600 agenti sul territorio. Allawi stesso ha collaborato con CIA, MI6 e Mukhabarat nell’eliminazione dei nemici del regime di Saddam.

Un Ponte Per Baghdad è sempre stato contrario all’occupazione militare. Durante l’assedio di Falluja in aprile, ha coordinato, rischiando in prima persona, diverse missioni umanitarie. Le forze americane hanno chiuso le strade per Falluja e vietato l’accesso ai giornalisti, mentre si preparaveno a punire l’intera città per l’orrendo assassinio di 4 mercenari americani.

In agosto, quando la marina statunitense toglieva l’assedio da Najaf, Un Ponte Per Baghdad andò dove le forze militari d’occupazione non volevano testimoni. E il giorno prima del loro rapimento, Simona Torretta e Simona Pari avevano detto allo sceicco Kubaisi che stavano progettando un’altra rischiosa missione a Falluja. Negli otto giorni dal sequestro, appelli per il loro rilascio sono giunti da ogni parte del mondo e da ogni comunità religiosa e culturale: Jihad islamica, Hezbullah, Associazione degli studenti islamici ed altr diversi gruppi della resistenza iraqena hanno condannato l’azione.

Un gruppo della resistenza parlando da Falluja ha detto che il rapimento lascia pensare ad un collegamento con le forze d’intelligence internazionali. Particolarmente evidente è l’assenza di importanti voci, come quella della Casa Bianca e dell’ufficio di Allawi. Nessuno dei due ha detto una sola parola sul sequestro.

Quello che vogliamo far saper è questo: se il rapimento finirà nel sangue, Washington, Roma ed il governo “fantoccio” iraqeno ne approfitteranno per giustificare la brutale occupazione dell’Iraq; un’occupazione per la quale Simona Torretta, Simona Pari, Ra’ad Ali Abdul Aziz e Mahnouz Bassam hanno rischiato la loro vita per opporvisi.

E noi non ci sorprenderemo se si scoprisse che il piano era questo da sempre.

Naomi Klein e Jeremy Scahil

Fonte: The Guardian
Grazie a Cecile Landman

Jeremy Scahill, attivista di “Democracy Now”, è una giornalista free-lance e lavora negli Usa per stazioni radio e tv indipendenti
Naomi Klein, scrittrice, è l’autrice di “No Logo” e di “Fences and Windows”

(traduzione per Reporter Associati di Tito Gandini e Stefano Minutillo Turtur )

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Uomo del mio tempo

“Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

S. Quasimodo

 

thanx to strega

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due ora fa a hebron (lettera della palestina)

-stefania si trova in palestina per un progetto di volontariato
.
i soldati hanno circondato il palazzo nel quale mi trovo e chiuso completamente la via (tutta hebron e’ chiusa, nessuno puo’ entrare ne’ uscire), perche’ il centro e’ adiacente alla casa di uno dei martiri di oggi. siamo bloccati qui, luci spente, finestre chiuse a causa del gas. non sappiamo fino a quando durera’ tutto questo, potrebbe finire ora come potrebbe durare fino a domani o oltre.
i ragazzini tirano le pietre, i soldati sparano e si preparano a demolire la casa.

siamo completamente impotenti, completamente.
chiunque si affacci alla finestra finisce nel loro mirino, ma nessun colpo in nostra direzione finora.
tutto questo e’ assurdo!!

giungono notizie dalla radio che alcuni palestinesi sono stati arrestati poco dopo l’inizio degli scontri, temo per alcuni amici che erano giu’…non ho notizie, non riesco a rintracciarli.
mioddio vic, mioddio!! sento rimbalzare nella testa l’orrobile suono dei loro colpi, credimi, si confondono con quelli che continuano a sparare.

………
fai qualcosa
ti prego fai finire tutto questo!
proteggi O. e F. e H. … . ….
stefania

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emergency: via le truppe italiane dall’iraq

comunicato emergency:

07 settembre ’04 – Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari

Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari è innanzitutto un crimine e rappresenta un motivo di angoscia per la condizione nella quale si trovano queste due persone.

Presso consistenti strati di iracheni che in forme diverse – anche criminali – si oppongono all’occupazione militare del loro paese, la responsabilità dei governi coincide con la responsabilità di tutti i cittadini dei paesi occupanti.
È venuta meno la distinzione tra i milioni di italiani che hanno osteggiato la guerra e chi l’ha voluta e la conduce.

Questa incapacità e questo rifiuto a distinguere sono stati favoriti dalla totale, esibita indifferenza del governo di fronte alla volontà di pace e alla richiesta di rispetto della Costituzione.

Chiedendo che cessi immediatamente la partecipazione dell’Italia all’occupazione militare dell’Iraq, chiediamo semplicemente il ripristino della legalità internazionale.

Ribadirlo con forza in questa circostanza non è «cedere a un ricatto criminale», come stoltamente troppi dicono, ma è «cedere» alla Costituzione, al diritto internazionale, all’umanità.

Tra l’angoscia per la sorte di due nostre concittadine e il rifiuto di una politica distruttiva e violenta non c’è una relazione strumentale, ma una sostanziale, assoluta coincidenza.

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il mio funerale.

Il mio funerale

Disposizioni per un saluto

(di

Enzo Baldoni)

 

Il 24 maggio 2003, Enzo Baldoni mandava un email al suo newsgroup. Parlava di come avrebbe voluto essere salutato nel caso – improbabile, visto che si sentiva “sicuramente immortale” – di un “errore del Creatore”.

Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: “Ora il figlio vuole dire qualche parola”.

Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della
cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo.

Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi divesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso.

La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa
delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.

Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia
dove lavoro col mio ritratto sopra.

Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni.

Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.

Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci
saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.

Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.

Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e
fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.

Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se
nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.

Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata.

Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega.

e.

-thanX to STREGA

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Enzo Baldoni: alla ricerca di verità

L’inchiesta

 

Ali’, Mohammad, Salah, Safanaa. E non solo loro. Chi sono questi personaggi misteriosi? Che ruolo hanno avuto nella tragica missione della Croce rossa italiana Baghdad-Najaf del 19 e 20 agosto scorso? La procura di Roma, che indaga sul sequestro e l’uccisione di Enzo Baldoni, vuole saperlo. E, a questo scopo, sentira’ presto Beppe De Santis, il coordinatore della Cri che organizzo’ quel convoglio.Vogliono sapere tutto su chi erano i componenti della spedizione e sul ruolo che hanno avuto.Nel ritorno a Baghdad, secondo quanto si e’ appreso finora, del convoglio facevano parte una quindicina di persone. Tra queste la volontaria gallese Helen Williams, che ha raccontato: ”C’erano dieci o dodici volontari italiani, quattro iracheni e poi noi due, io e il mio interprete”. Quanto a Baldoni e al suo autista-interprete Ghareeb (ucciso nell’agguato, ma il suo corpo non sarebbe stato ancora recuperato) la volontaria ha detto che la loro auto apriva la colonna, la stessa versione fornita dai responsabili della Cri.
Del convoglio, ma solo nel viaggio di andata, faceva parte anche una troupe della Rai, che pero’ ha lasciato Kufa il pomeriggio del 19 agosto: ”Io e l’operatore abbiamo preso un’auto suggerita da Ghareeb e siamo tornati a Baghdad”, racconta l’inviato Pino Scaccia.
Su Ghareeb, un giordano-palestinese di cui non si conosce nemmeno il nome completo, molte riserve sono state avanzate in queste ore dal commissario della Croce rossa, secondo cui era quantomeno un millantatore. Ma nello stesso convoglio c’erano anche altri personaggi dal ruolo e dall’identita’ incerta.
Uno e’ Ali’, che pero’ – secondo alcuni – potrebbe essere lo stesso Ghareeb. A parlarne e’ la stessa Williams: ”Ali’, l’autista dell’auto bianca ci sorpassa, ferito al volto e ci urla di andare avanti”, scrive su Internet. L’auto bianca dovrebbe essere la Nissan su cui viaggiava Baldoni, ma nella sua intervista, quando si riferisce all’autista-interprete del giornalista ucciso, la Williams lo chiama sempre Ghareeb. Di questo Ali’, comunque, si perdono le tracce.
Poi c’e’ Mohammed che, come ha dichiarato Scelli, era sulla macchina che la sera prima dell’agguato ha riportato a Baghdad i giornalisti della Rai. Questo Mohammed, o Mohamad, sarebbe un uomo dell’ufficio di al Sadr, accreditato dallo stesso Ghareeb presso la Croce Rossa. Ma al pari dell’autista di Baldoni, anch’egli si sarebbe poi dimostrato inaffidabile.
Altro personaggio tutto da tratteggiare e’ Salah. Ne parla lo stesso Baldoni, il 18 agosto, alla vigilia della missione, in uno degli ultimi ‘post’ sul suo ‘Bloghdad’: ”In macchina con noi c’e’ anche Salah, il braccio destro di Beppe (De Santis – ndr), un iracheno dal volto mefistofelico che e’ stato maggiore nell’Aeronautica e che rimpiange Saddam. Mi chiedo se e’ con noi per aiutarci o per controllarci. Chi lo sa. Ma cosi’ e’ l’Iraq: e’ difficile sapere chi e’ davvero chi hai di fianco”. Che Salah sia invece Sajaf al Jidi, meglio noto come Abu Karrar, l’uomo attivato dalla Cri per la liberazione dell’ostaggio? Non si sa.Ma Baldoni prosegue: ”In uno dei due camion c’e’ un alto esponente dell’Esercito del Mahdi (gli uomini di Moqtada As Sadr) che e’ la nostra assicurazione sulla vita”. Parla forse di Mohammed-Mohamad?
Infine, Safanaa. Elegante, di famiglia benestante, collaboratrice di organizzazioni umanitarie irachene e straniere, e’ stata una delle ultime a sentire il giornalista italiano prima del sequestro. Si dice sia stata lei a portare il corpo di Ghareeb in ospedale, ma rintracciata dal Corriere della sera all’indomani del rapimento, e dopo che il suo nome era circolato su internet, si e’ molto arrabbiata: ”Qui si muore e non si scherza cosi’, con la vita degli altri”. Una donna misteriosa, Safanaa, ”comparsa e sparita come testimone in poche ore”, scrive Scaccia sul blog. (Ansa).

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michael moore in testa alle proteste

Una città blindata il grande raduno pacifista

 

Il regista Michael Moore: “Siamo la maggioranza”
New York, americani in piazza
“Adesso basta con la guerra”

NEW YORK – A decine di migliaia sono arrivati a New York. E alla fine erano trecentomila. Pacifici. In piazza nel cuore della Grande Mela per dire basta alla guerra e alle politiche di George W. Bush. In una Manhattan blindata è stato il giorno del grande corteo che ha sfilato a due passi dalla sede della Convention repubblicana al Madison Square Garden, che si apre domani. In testa al corteo, uno striscione: “Diciamo no ai programmi di Bush”.

La gente in strada oggi a New York “è la maggioranza di questo paese, è una maggioranza contro la guerra che vuole riprendersi il Paese”, ha detto il regista Michael Moore, l’autore di Fahrenheit 911. “I repubblicani sono depressi – ha aggiunto Moore – perchè sanno che la fine è vicina, mancano solo un paio di mesi”. Il regista, divenuto una delle icone degli oppositori di George W. Bush, ha sostenuto che l’America deve “delle scuse enormi all’Iraq e al popolo iracheno per la distruzione che ha provocato”.

“Vogliamo la fine immediata dell’occupazione dell’Iraq”, dice Leslie Cagan, la coordinatrice della coalizione United for Peace and Justice, che ha lavorato un anno e mezzo per portare in strada oggi centinaia di migliaia di persone. “Da domani – aggiunge la ‘pasionaria’ del movimento anti-Bush – i repubblicani lanceranno il loro messaggio di guerra e le loro bugie. Noi siamo arrivati da tutta l’America per dire, con una sola voce, il nostro ‘basta’”.

Del resto, per veder confermate le parole l’ordine, bastava dare uno sguardo agli striscioni e ai cartelli: “Il mondo dice no all’agenda di Bush”; “Dite no all’economia della guerra”; “Bush se ne deve andare”; “Bush si riposava, in migliaia sono morti”.


 

Qualche tensione lungo il percorso, quando una cinquantina di persone sono state arrestate dalla polizia. Ma si trattava in gran parte di esponenti di un gruppo di manifestanti in bicicletta che, secondo le forze dell’ordine, avrebbero violato le regole imposte dalla polizia nell’area del Madison Square Garden, dove domani si apre la Convention repubblicana. E, arresti a parte, il corteo anti-Bush si è svolto in maniera ordinata e pacifica.

Dal West Village al Madison Square Garden – il fortino blindato degli uomini di Bush – e poi in mezzo alla New York dei film (Macy’s, l’Empire State Building, la Quinta avenue, il cuneo del Flatiron Building, Broadway e Union Square), il serpentone della protesta si è disteso per 20 isolati della città, controllato da uno spiegamento di forze con pochi precedenti.


(29 agosto 2004)

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successo meritato di un documentario scomodo

Moore sbeffeggia lo «Stupid White Man»
e la corte marziale USA sbeffeggia gli obiettori-Marcello Pamio-

 

Quando ho sentito la notizia alla radio non volevo crederci!E’ per questo che prima accennavo ad un cambiamento epocale: la premiazione, per il suo valore simbolico, è un segnale politico-sociale fortissimo di presa di coscienza. Un messaggio chiaro a tutti per tentare di uscire quanto prima dal tunnel oscuro dell’ipocrisia che pervade la guerra e le violenze in genere.

 

A proposito di violenze, vi ricordate la pena di un anno inflitta al giovane militare statunitense per le torture nel carcere di Abu Ghraib? Bene, la stessa identica pena è stata data ad un altro giovane della Guardia Nazionale, ma non per aver fotografato felicemente le ignobili sevizie, ma perché si è rifiutato di metterle in pratica. Ahimé non è uno scherzo. La corte marziale ha condannato il sergente Camino Majia che aveva rifiutato di tornare in Iraq, per diserzione e «disonorable conduct» («condotta disonorevole»). Avete capito? «Non ho trovato una buona ragione per continuare a uccidere in Iraq» ha detto alla giuria, e la corte lo ha trattato al pari, se non peggio, di un aguzzino! Questa è la giustizia militare statunitense, che invece di spedire per direttissima davanti al tribunale per crimini di guerra Bush e Rumsfeld, il primo perché è a capo dell’esercito e il secondo perché è l’ideatore del piano per «ammorbidire» i prigionieri, ha condannato un giovane per aver compreso l’assurdità «di questa guerra illegale» di occupazione.Su un campione rappresentativo dell’intera società irachena, comprendente sciiti, sunniti e curdi, l’88 per cento degli intervistati considera le truppe della coalizione come «occupanti», di cui liberarsi al più presto. Le domande, per dovizia di particolari, non sono state preparate da bolscevichi talebani ma erano state discusse e suggerite dalla Cpa (Coalition Provisional Authority), l’autorità provvisoria.

 

Concludo l’articolo con un paio di notizie interessanti e poco pubblicizzate dai media.
Vi ricordate quando l’attuale presidente degli Stati Uniti ha rischiato di morire soffocato da una nocciolina andata di traverso? Bene, ieri lo sfortunatissimo George è caduto da solo dalla bicicletta ferendosi lievemente il volto. Nulla di grave, non vi preoccupate; ma questo fa capire come il destino alle volte sia ingrato…
Non sono in grado di affermare se questo incidente sarà usato dal presidente come scusa per non partecipare alla laurea della figlia presso l’Università di Yale; ma voci molto vicine a Washington dicono invece che non avrebbe presenziato all’importante manifestazione per paura di possibili contestazioni studentesche! Comportamento questo che ricorda molto da vicino quello di qualche politico nostrano…
L’ultima notizia, anzi denuncia, è apparsa sul «Washington Post» e riguarda la speculazione sulle ricostruzioni delle Torri Gemelle. Il lupo perde il pelo ma non il vizio…

Gli 8 miliardi di dollari stanziati dal Congresso statunitense per la ricostruzione di «Ground Zero» sapete dove sono finiti? Nelle grinfie dei costruttori di palazzi e degli immancabili banchieri! Ecco qualche nome: Bank of America (650 milioni di dollari), Bank of New York (113 milioni), American Express (25 milioni), Bank of Nova Scotia (3 milioni), ecc.

 

 

 


Una occupazione militare che gli stessi iracheni vogliono che finisca al più presto. Lo dice un recentissimo sondaggio (il cui risultato è stato anticipato dal «Financial Times») condotto dal «Center for Reserch and Strategy Studies» di Baghdad, che da un anno opera su commissione degli stessi occupanti.

 

 

Quindi quasi il novanta per cento della popolazione vuole che gli «invasori» se ne vadano!

 


Detto ciò risulta chiaro che le truppe angloamericane, comprese quelle italiane in «missione di pace», non sono proprio ben viste dagli abitanti.

 

 


Già l’anno scorso alla premiazione degli Oscar, quando il regista Michael Moore ha portato a casa la statuetta d’oro per il miglior documentario con «Bowling for Colombine», pensavo ad una «svista» madornale della giuria. Com’è possibile premiare un documentario spietato che denuncia senza mezzi termini l’abnorme numero di armi negli Stati Uniti e l’uso criminoso dei media nell’istigare la violenza collettiva, in un mondo dove appunto i media sono controllati? O si è trattato di un «errore» oppure è il segnale di un cambiamento…

 


Ieri a Cannes l’ennesima «svista» e/o «errore» ha assunto invece i connotati di un vero e proprio messaggio al mondo: Michael Moore – l’anti-Bush per eccellenza – ha vinto la Palma d’oro della 57ma edizione del Festival di Cannes per «Fahrenheit 9/11». Sempre un documentario; sempre una denuncia, ma questa volta non sulle armi da fuoco, ma sull’incredibile stupidità e incompetenza del presidente più potente del mondo (fin qui nulla di nuovo), sui rapporti di collaborazione tra la famiglia del guerrafondaio texano Bush padre e quella dei bin Laden fino a due mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Per non parlare poi degli interessi che legano l’impero Bush con le compagnie petrolifere e il terrore provocato ad arte per giustificare le due guerre: Afghanistan e Iraq. La prima per ottenere una via di passaggio per gli oleodotti e la seconda per conquistare militarmente il maggior produttore di greggio al mondo dopo l’Arabia Saudita.


Un video così scomodo, che la casa cinematografica Walt Disney, che controlla direttamente la Miramax, per non mettere a rischio gli ottimi rapporti con Washington e il Pentagono, si è affrettata a dichiarare di non aver alcuna intenzione di distribuirlo in America. Molto strano…

 


Ma nonostante tutto, la premiazione a Cannes segna un’altra vittoria importante della verità sulla menzogna, della libertà sulla prigionia e dell’amore sull’odio.

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Deaglio accusa Scelli

Sequestro Baldoni: Enrico Deaglio: «Colpevole silenzio della Croce rossa»


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La redazione di «Diario» difende a spada tratta il giornalista. E il direttore: «Manca ancora la versione ufficiale della Croce rossa»
Emanuele Giordana (lettera 22)Fonte: Il Manifesto
26 agosto 2004

 

Un bravo free lance o un guascone innamorato del pericolo, una mina vagante disposta a correre rischi sulla sua pelle e su quella degli altri? Pittoresco dilettante in cerca di scoop o semplicemente uno dei tanti collaboratori di un settimanale che ha costruito la sua fortuna sulla buona scrittura e l’approfondimento, utilizzando appunto anche le tante penne non vidimate all’Ordine dei giornalisti? In via Melzo 9 a Milano, nel cuore del centrale quartiere «Venezia», dove ha sede la redazione del «Diario della settimana», di dubbi non ne hanno. E sono anzi indispettiti dalla faciloneria con cui, specie i primi giorni, è stata disegnata la figura di Enzo Baldoni: ” Fastidio” dice il giornalista Giacomo Papi ” per come buona parte dei nostri quotidiani ha dipinto Baldoni. Una sorta di kamikaze che non prendeva precauzioni, in opposizione alla pacata saggezza del professionista”. ” Il suo primo pezzo ” aggiunge Alessandro Marzo Magno, responsabile della sezione esteri e il primo a entrare in contatto con Baldoni ” ci arrivò dalla Colombia e la storia del comandante Antonio, un capo banda di cui si servono le Farc per il lavoro sporco, resta uno dei migliori reportage che abbiamo pubblicato. Tante volte in riunione ci siamo detti Ci vorrebbero più Baldoni! Saper raccontare insomma, con un bello stile ma anche con precisione e rigore».
Non è l’unico fastidio: ” Mi scandalizza ” aggiunge Papi ” il silenzio della Croce rossa italiana che a tutt’oggi non ha ancora fornito una versione definitiva del tragitto compiuto dal suo convoglio. Ogni giorno aggiunge un particolare ma alla fine resta reticente. Inquietante per un’istituzione». E si perché Papi, nel ricostruire il percorso di Baldoni, si è accorto che i conti non tornavano. Nella sua inchiesta, che uscirà sul «Diario» domani, la reticenza della Croce rossa salta tutta fuori. «E sulla stampa italiana è passata la versione ufficiale». Che grosso modo dice che il convoglio della Croce rossa, con cui viaggiavano anche Baldoni e il suo compagno iracheno poi assassinato, fece retrofront dopo lo scoppio di una mina e ben prima di arrivare a Najaf. ” Invece le cose ” dice Deaglio ” sono andate in tutt’altro modo».


Come sono andate?

La ricostruzione che Papi ha fatto documenta come quella versione sia del tutto falsa. C’è stata si l’esplosione di una mina lungo la strada che da Bagdad porta verso Najaf ( a Malmudyia ndr) ma il convoglio, in cui c’erano sia Baldoni che la Croce rossa italiana e una troupe televisiva, ha proseguito: è arrivato sino alla città assediata, come documentato dalle immagini del giornalista della Rai Pino Scaccia, e poi si è diretto a Kufa, nella moschea, dove i medici della Cri hanno prestato assistenza e soccorso a dei feriti locali. Hanno dormito lì e la mattina dopo, venerdi, sono partiti per Bagdad. Ma a questo punto noi non sappiamo se Croce rossa e Baldoni siano partiti assieme o meno o a che distanza l’uno dall’altro. Scaccia (che conferma questa versione sul suo blog ndr) intanto era già tornato nella capitale giovedi perché doveva montare i servizi per la Rai. Non sappiamo dunque quando e con chi Baldoni ha lasciato Kufa.


Non lo sapete perché la Croce rossa non ve lo dice?

E’ così, queste sono le informazioni che ci mancano. Da tre giorni sto cercando di parlare con il commissario della Croce rossa Maurizio Scelli o con De Santis (l’uomo della Cri che guidò la missione a Najaf ndr) ma non c’è modo di comunicare con loro. Né di avere una versione definitiva di quel percorso e delle ore che precedettero l’imboscata a Baldoni e Ghareeb.


Dalla Farnesina avete novità?

Nessuna.


Al Jazeera ha mostrato il video con Baldoni e voi l’avete contattata

Si lo abbiamo fatto perché è un’emittente che è molto importante nei paesi arabi e abbiamo fornito loro elementi su Baldoni, la sua indipendenza come giornalista, l’indipendenza del giornale su cui scrive, l’indipendenza rispetto al governo italiano. E soprattutto abbiamo spiegato quello che stava facendo in Iraq. Che aveva organizzato due convogli di assistenza a Najaf e che quello che intendeva fare, prima di essere rapito, era trasportare via dalla capitale un cittadino iracheno colpito da un carro armato americano…


E’ l’iracheno mutilato raffigurato nella copertina del settimanale?

Si chiama Mohammed e Baldoni aveva già un accordo con l’ospedale di Emergency a Suleymania in Kurdistan per farlo curare.

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