2004

cesso intelligente

Presentata in un centro culturale di Amsterdam la toilette
intelligente (per modo di dire). Avvisa se la si occupa per troppo
tempo, se non si tira l’acqua, se non si abbassa l’asse, se si fuma
all’interno e addirittura se si utilizzata troppa carta igienica.

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l’algebra della paura

L’equazione del perfetto film horror
Che l’algebra facesse paura e’ un fatto risaputo. La novita’ e’ che, dopo legioni di studenti alle prese con polinomi e coefficienti, anche il mondo del cinema inizia a tremare.
Secondo uno studio del King’s College di Londra sarebbe sufficiente trasporre in espressione algebrica alcuni elementi (un luogo isolato, una colonna sonora inquietante, un inseguimento e sangue a volonta’), per ottenere un film horror con tutti i crismi.
L’equipe di studiosi, diretta dalla matematica Anna Sigler, ha trascorso due settimane esaminando una selezione di thriller di culto, da L’Esorcista” a “Il silenzio degli innocenti”, individuando quattro elementi fondamentali per la creazione della suspence: l’escalation musicale (es); l’ignoto (u); scene di inseguimento (cs) e la sensazione d’intrappolamento (t).
Ecco la spaventosa “traduzione algebrica”: (es + u + cs + t)² + s + (tl + f)/2 + (a + dr +fs)/n + sin x -1.
(Fonte: Repubblica.it)

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fortuna cieca

Giustizia divina 2?
Iorworth Hoare, 52 anni, ha vinto 10 milioni di dollari a una lotteria inglese. Una fortuna, ma non per lui. L’uomo sta infatti scontando una pena all’ergastolo e i 6 numeri vincenti sono stati giocati durante un permesso di libera uscita.
La buona notizia e’ che grazie a questo improvviso arricchimento i familiari delle vittime potranno richiedere i risarcimenti danni.
Se gli avvocati sono veri leoni, la lotteria passera’ in buone mani: in parte le loro.

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un ponte dalla scuola

A scuola con solidarieta’
L’iniziativa e’ lodevole. A Napoli, grazie a un accordo tra Comune, associazioni commercianti e grande distribuzione e’ in vendita un kit scuola che permette di risparmiare denaro e inviare materiale scolastico in Iraq. Si chiama Ecokit e’ viene venduto a 15 euro senza lo zaino e 25 con lo zaino (a schienale anatomico).
Ogni 10 kit venduti il Comune si impegna a inviarne uno in Iraq, tramite l’associazione “Un ponte per…”
(Fonte: Vita)

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abolita pena di morte

Il Senegal ha approvato un progetto di legge che abolisce la pena di morte. Verra’ ora presentato in Parlamento per la firma definitiva.
Di fatto in Senegal la pena capitale non esiste piu’ dal 1967, data dell’ultima esecuzione. Oggi l’omicidio e’ punito con l’ergastolo.
(Fonte: Peacereporter.net)

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amnesty international: pena di morte

Il bollettino pena di morte

 

BOLLETTINO PENA DI MORTE

Marzo 2004

Coordinamento pena di morte

Amnesty International – Sezione Italiana

 

LA PENA DI MORTE NEL MONDO

Migliaia di uomini e donne sono detenuti nei bracci della morte di tutto il mondo, in attesa dell’esecuzione. I soci di Amnesty International continuano a scrivere alle autorità esprimendole proprie preoccupazioni per i condannati a morte.

AFGHANISTAN

In Afghanistan, la nuova costituzione, adottata il 26 gennaio scorso, consente l’imposizione della pena capitale nei tribunali del paese. Tuttavia, i tribunali non hanno ancora dimostrato la capacità di assicurare i minimi standard per il giusto processo.

BHUTAN

Secondo una notizia uscita su un giornale bhutanese, il 20 marzo scorso, il Re Jigme Singye Wangchuk ha emesso un decreto reale che abolisce totalmente la pena di morte nel regno.
La pena capitale era presente nella legge bhutanese sin dalla promulgazione della Costituzione del 1953 ed era prevista per omicidio premeditato e tradimento, ma l’ultima volta che è stata applicata risale al 1964.
Il Re aveva il potere di revocare le sentenze capitali. Essendo un paese buddhista, la pena di morte era considerata da molti una contraddizione con i principi basilari della religione, ma il sistema giudiziario è stato spesso sotto accusa, anche in Parlamento, per non averla applicata nei casi più gravi di criminalità.

BIELORUSSIA

Da una fonte televisiva bielorussa, l’11 marzo Amnesty International ha avuto notizia che la Corte Costituzionale Bielorussa ha raccomandato al governo di introdurre una moratoria sulla pena di morte e di abolire la pena capitale.

BURUNDI

Quattro uomini, tutti di nazionalità ruandese, sarebbero a rischio di esecuzione a Bujumbura. Il 23 febbraio scorso sono stati accusati di furto in una banca, avvenuto il 29 gennaio 2004, durante il quale una persona è stata uccisa ed una grande quantità di denaro rubata. Arrestati il 31 gennaio 2004, gli uomini sono stati inizialmente detenuti in stato di incommunicado presso la Brigata Speciale di Ricerca (BSR), un’unità speciale di investigazione della gendarmeria, dove sono stati barbaramente picchiati. Subito dopo il loro arresto, un comandante della gendarmeria di Bujumbura ha affermato che quanto accaduto ai quattro deve essere da esempio per scoraggiare simili atti.

Il 26 febbraio scorso, il Presidente del Burundi ha dichiarato ai giornalisti che bisogna dare l’esempio e che i quattro uomini non saranno gli unici ad essere soggetti a questo tipo di punizione, aumentando quindi le paure che il verdetto e qualsiasi successivo appello abbiano già una conclusione scontata, e che potrebbero verificarsi ulteriori esecuzioni.
Sono più di 450 le persone al momento condannate a morte nel Paese.

FILIPPINE

A marzo la Corte Suprema ha sospeso l’esecuzione di Roberto Lara e Roderick Licayan, rinviando il caso alla Corte di primo grado e disponendo che questa esamini “prove recentemente emerse che potrebbero scagionare entrambi gli imputati”.
Sia le leggi Filippine che gli standard internazionali come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia definiscono l’età di 18 anni al momento del reato come limite al di sotto del quale è proibito condannare a morte e giustiziare. Nonostante questo almeno sette minorenni al momento del reato sono stati condannati a morte nelle Filippine: Ramon Nicodemus, Saturani Panggayong, Roger Pagsibigan, Larina Perpinan, Elmer Butal, Christopher Padua, e Ronald Bragas avevano meno di 18 anni al momento del reato per cui sono stati condannati a morte. 
Il problema maggiore nel Paese è l’accertamento della data di nascita dell’imputato, molto spesso manca proprio un certificato di nascita e quindi risulta molto difficile conoscere la reale età dell’imputato.
Amnesty International chiede al governo filippino di commutare le condanne a morte nei confronti di minorenni e di rispettare i vincoli, sia nazionali che internazionali, che ne impediscono la condanna a morte.

GIAPPONE

Il gruppo 005 di Napoli, che si occupa dal 1994 del caso di Ishida Tomizo un prigioniero detenuto dal 1973 nel braccio della morte perché accusato di duplice omicidio, ha organizzato, in occasione del compleanno dell’uomo il 13 dicembre 2003, un invio di circa mille cartoline ai tre principali quotidiani giapponesi. L’iniziativa, alla quale hanno partecipato vari Gruppi e Circoscrizioni d’Italia (gruppi di Milano, Torino, Bologna, Legnano, Roma, Empoli, Circoscrizione Lazio e Campania) è stata resa nota anche attraverso un comunicato stampa della Sezione ed è apparsa in numerosi siti internet.
Ishida Tomizo ha 82 anni ed è, attualmente, il prigioniero più anziano detenuto in un braccio della morte in Giappone.

INDIA

Gnana Prakasam 47 anni, Simon 37 anni, Meesakara Madhiah 57 anni, e Bilavendran 53 anni, rischiano di essere giustiziati il 16 aprile 2004. E’ stata presentata una richiesta di grazia il 6 marzo scorso ma solo il Presidente dell’India e i Governatori dello Stato hanno il potere di commutare la sentenza. Gli uomini sono stati accusati di aver provocato una esplosione, ad aprile del 1993, che ha causato la morte di 21 persone nello stato di Karnataka. Inizialmente furono condannati all’ergastolo da una Corte Speciale a Karnataka, istituita attraverso l’Atto per la Prevenzione contro le Attività Terroristiche e Distruttive (TADA), ma, in seguito, la Corte Suprema li ha condannati a morte, dopo che lo stato di Karnataka era riscorso in appello.

IRAN

Kobra Rahmanpour, una ragazza di 22 anni, è stata accusata dell’omicidio della suocera. La ragazza ha sempre dichiarato di avere agito per auto difesa, cercando di sfuggire alla suocera che la stava aggredendo con un coltello. La Corte Suprema ha confermato la sentenza a gennaio 2003. Attualmente, secondo quanto dichiarato dall’Ambasciata Iraniana a Londra in una lettera inviata ad Amnesty, il procedimento legale è terminato per cui la condanna potrebbe essere commutata soltanto qualora la famiglia della vittima rinunci al diritto di vendicarsi attraverso l’esecuzione chiedendo un risarcimento economico. Al momento non ci sono ulteriori aggiornamenti, il caso è continuamente monitorato da Amnesty International.

KYRGYZSTAN

Il 2 gennaio 2004, il Kyrgyzstan ha esteso la moratoria sulle esecuzioni, iniziata nel 1998, per un altro anno.

LIBANO

Ahmad ‘Ali Mansour, Badea’ Waleed Hamada e Remi Antoan Zaatar sono stati uccisi nella prigione Rumieh a Beirut il 17 gennaio 2004. Queste sono state le prime esecuzioni ad avere luogo in Libano da quando il President Lahoud ha assunto il mandato il 24 novembre 1998. Ahmad ‘Ali Mansour è stato impiccato, mentre Badea’ Waleed Hamada e Remi Antoan Za’atar sono stati fucilati. Ahmad ‘Ali Mansour era stato accusato dell’omicidio di otto persone nel 2002, Badea’ Waleed Hamada dell’omicidio di tre soldati nel 2002 e Remi Antoan Za’atar dell’omicidio di tre persone durante una rapina a mano armata.
Nonostante le forti proteste da parte delle associazioni locali ed internazionali che si occupano di diritti umani, il 14 gennaio scorso il Presidente Emile Lahoud ha firmato gli ordini di esecuzione, dopo che erano stati ratificati dal Primo Ministro Rafik al-Hariri e dal Ministro della Giustizia, Bahij Tabbara.

NIGERIA

In conformità ai nuovi codici penali Sharia introdotti in 12 stati settentrionali in Nigeria dal 1999, la pena di morte è applicabile anche per reati criminali di zina, ovvero rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Amnesty International è preoccupata che il reato di zina vada al di fuori dei “crimini più seri” per i quali la pena di morte può essere applicata in conformità al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici di cui la Nigeria è stato parte.
La pena di morte è ancora nello statuto in Nigeria. La costituzione della Repubblica Federale della Nigeria dal 1999 non proibisce la sua applicazione. Secondo le fonti di Amnesty International i tribunali nigeriani hanno emanato almeno 33 sentenze capitali dal 1999. Nel luglio 2003 c’erano almeno 487 persone in attesa di esecuzione.

L’8 febbraio 2004 è stato pubblicato il rapporto e l’azione sulla pena capitale e i diritti delle donne sotto il sistema legislativo nigeriano, sia quello basato sulla Sharia che quello federale (Nigeria: The death penalty and women under the Nigerian penal system. AI Index AFR 44/001/2004).


Jubrin Babaji è finalmente libero. Il 9 marzo 2004, l’Alta Corte della Sharia nello Stato di Bauchi (nordest della Nigeria) lo ha assolto dall’accusa. Jubrin Babaji era stato condannato alla lapidazione dalla Bassa Corte della Sharia nello Stato di Bauchi a Settembre 2003 per l’accusa di ‘sodomia’, così come stabilito dal Codice Penale della Sharia del 2001.
L’Alta Corte ha motivato in rilascio in quanto all’imputato non è stato riconosciuto il diritto ad un giusto processo e la confessione non era ammissibile come tale. E’ di estrema importanza che la decisione del proscioglimento, dovuta a diritti negati, sia venuta proprio da una Corte della Sharia e non da una Corte Federale o a seguito di pressioni internazionali.

La storia di Amina Lawal è finita nel migliore dei modi, con l’assoluzione del 25 settembre 2003, la donna non corre più alcun pericolo di vita. Nel mese di marzo la delegazione di Amnesty International, in missione nel paese, ha incontrato Amina Lawal e la figlia proprio su richiesta della donna, che, in questo modo, ha voluto ringraziare l’organizzazione e tutti i soci di Amnesty per aver contribuito a risolvere il suo caso.

REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Il 22 marzo scorso Amnesty International ha reso pubblico un nuovo rapporto sulla pena di morte in Cina. Il rapporto, intitolato ‘Mandati a morte “nel rispetto della legge”? La pena di morte in Cina’ (People’s Republic of China: Executed “according to law”? The death penalty in China, AI index: ASA 17/003/2004), denuncia come le autorità cinesi violino sistematicamente le norme interne e internazionali nell’esecuzione di migliaia di condanne a morte ogni anno. Il rapporto giunge a una settimana di distanza dalle affermazioni di un importante parlamentare cinese, secondo il quale ogni anno nel paese vengono eseguite almeno 10.000 condanne a morte. Questo dato e’ superiore al totale delle esecuzioni registrate in tutto il resto del mondo.

Di seguito alcuni casi citati nel rapporto:
Chen Guoqing e tre coimputati sono stati accusati di omicidio nel 1996. Nonostante per tre volte le Corti di appello avessero riconosciuto che vi erano poche prove a sostegno della loro colpevolezza, che i loro alibi erano credibili e che le “confessioni” erano state estorte con la tortura, in un ulteriore processo i quattro sono stati nuovamente condannati a morte e rimangono in attesa del verdetto finale.
Zhao Fenrong è stata condannata a morte per omicidio nel 1998. Nonostante la fragilità delle prove a suo carico e l’uso della tortura per costringerla a “confessare”, è in attesa dell’esecuzione.
Tenzin Deleg Rinpoche è un religioso di fede buddista, tibetano. E’ stato condannato a morte a seguito di un processo-farsa con l’accusa di aver organizzato un attentato. Il suo coimputato, Lobsang Dhundup, è stato mandato a morte il giorno stesso della sentenza.
Gong Shengliang è un religioso di fede cristiana. Condannato a morte al termine di un processo gravemente irregolare, si è visto ridurre la sentenza in ergastolo. Le sue condizioni di salute sono gravi a seguito dei pestaggi subiti in carcere.

La pena di morte e’ prevista in Cina per i crimini “più gravi”, che comprendono la corruzione e numerosi altri reati non violenti. Il diritto internazionale richiede che la pena di morte debba essere applicata come “misura decisamente eccezionale”.
L’imputato, arrestato in base al sospetto di aver commesso un reato per il quale è prevista la pena capitale, non ha pieno diritto all’assistenza legale immediata. Di solito, un legale può assumere la difesa dell’imputato solo al termine degli interrogatori condotti dalla polizia e anche in questo caso tale diritto viene spesso negato o limitato. E’ proprio durante i primi interrogatori che la persona arrestata viene torturata e costretta a “confessare” il reato. La “confessione” può così essere usata in tribunale e determinare la condanna a morte.
Inoltre, in violazione degli standard internazionali, la legge cinese non prevede la presunzione di innocenza.
I condizionamenti politici interferiscono in ogni fase dei procedimenti giudiziari. Le celeberrime campagne “Colpire duro” sottopongono i tribunali a una pressione politica estrema per emettere rapidamente condanne sempre più dure.

Shaheer Ali e’ stato giustiziato nel marzo 2003 e altri tre appartenenti al gruppo etnico uiguro rischiano la stessa sorte. I quattro erano stati rimpatriati dal Nepal nonostante avessero ottenuto lo status di rifugiati.

Dopo aver introdotto il metodo di esecuzione dell’iniezione di veleno, le autorità cinesi stanno convertendo veicoli commerciali in camere mobili di esecuzione allo scopo di eseguire le condanne immediatamente dopo il verdetto. A questo proposito la Sezione Italiana ha inviato una richiesta alla Fiat di non rendersi complice di una violazione del fondamentale diritto umano, quello alla vita. I furgoni infatti sono dell’ Iveco, del gruppo Fiat, prodotti a Nanchino.

SINGAPORE

La piccola città-stato ha impiccato più di 400 prigionieri negli ultimi 13 anni. Viene mantenuto il segreto sulle fonti ufficiali riguardo l’uso della pena di morte e il governo normalmente non pubblica statistiche sulle condanne a morte o le esecuzioni. Non si sa quanti prigionieri sono rinchiusi nel braccio della morte. Il nuovo rapporto di Amnesty International ‘Singapore: la pena di morte: il conteggio segreto delle esecuzioni’ (Singapore: The death penalty: A hidden toll of executions, AI Index: ASA 36/001/2004) esamina come la pena di morte spesso colpisce senza alcuna proporzione e arbitrariamente quella fascia di persone più emarginate e vulnerabili della società.
Si ritiene che Singapore abbia il più alto numero di esecuzioni per numero di abitanti nel mondo. Un rapporto delle Nazioni Unite ha riscontrato che il numero di esecuzioni in relazione al numero di abitanti nel Singapore è tre volte quello dell’Arabia Saudita che si trova al secondo posto.

SUDAN

Alakor Lual Deng è a rischio di esecuzione, tramite lapidazione, dopo essere stata condannata a morte per adulterio, nel luglio 2003, dalla Corte Criminale di Nahud, nello stato occidentale di Kordofan. Alakor Lual Deng ha quattro bambini, avuti da un uomo di Kordofan. Sembra che la coppia non sia ‘formalmente’ sposata. Nel 2003, la donna, in seguito ad una gravidanza, è stata condannata per adulterio insieme ad un uomo di etnia Dinka, chiamato Bol Yak Akoon. Contro la sentenza capitale è stato presentato un appello presso la Corte Suprema, che dovrà deciderne la conferma. La donna sembra sia stata condannata sulla base della sua confessione di adulterio. Durante il processo, Alakor Lual Deng non ha avuto assistenza legale e sembra che non abbia avuto nemmeno un interprete Dinka, il processo è stato tenuto in lingua araba.

Il Codice Penale nel Sudan, che è parzialmente basato sull’interpretazione della legge islamica, consente pene quali la fustigazione, l’amputazione, e la condanna a morte tramite impiccagione e lapidazione.

TAJIKISTAN 

A luglio 2003 il Parlamento aveva approvato un emendamento al codice penale proposto dal Presidente Imomali Rakhmonov che ha abolito della pena di morte per le donne, per i minori di 18 anni al momento del reato e per i maggiori di 60 anni. Inoltre i reati punibili con la pena di morte sono stati ridotti da 10 a 5.

Il 10 marzo scorso il Presidente Rakhmonov ha fermato l’esecuzione di Abdulai Kurbanov, per il cui caso era intervenuto, lo scorso novembre, la Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite. Secondo le conoscenze di Amnesty International questa è la prima volta che in Tajikistan un’esecuzione viene fermata all’ultimo momento.

VIETNAM

Amnesty International è sconcertata dalla notizia che il governo vietnamita, con una decisione approvata dal Primo Ministro lo scorso 5 gennaio, abbia deciso di rendere segreto di stato le informazioni e la divulgazione dei dati sull’uso della pena di morte.
Secondo le fonti ufficiali dei media vietnamiti, verificate da Amnesty International, sarebbero più di 100 le persone condannate a morte e più di 60 quelle messe a morte durante il 2003. L’organizzazione ritiene questi dati incompleti e crede che il numero effettivo di coloro che sono stati messi a morte dallo stato vietnamita sia maggiore. 

Amnesty International ha sottolineato che il drammatico aumento dell’uso della pena di morte nel 2003 per reati anche finanziari sia molto preoccupante ed ingiustificato. Inoltre, soltanto nella prima settimana del 2004 sono state messe a morte sei persone e tre sono state condannate.

ZAMBIA

Alla fine di febbraio il presidente dello Zambia Levy Mwanawasa ha commutato 44 condanne a morte di presunti cospiratori di un colpo di stato ed ha assicurato che non consentirà che esecuzioni avranno luogo durante il suo mandato.

LA PENA DI MORTE NEGLI USA

Oltre 900 uomini e donne sono stati messi a morte dal 1977. Tra questi ci sono stati anche minorenni al momento del reato, malati mentali, persone che hanno avuto una difesa legale inadeguata, persone la cui colpevolezza era in dubbio e stranieri ai quali è stato negato il proprio diritto consolare. Oltre 100 persone sono state rilasciate dal braccio della morte dal 1977 dopo che sono emerse prove della loro innocenza. L’80% dei giustiziati dal 1977 erano accusati di aver ucciso bianchi, nonostante i bianchi e i neri siano vittime di reati violenti in pari misura.

DECISIONE DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

L’esecuzione di Osvaldo Torres, cittadino messicano al quale è stato negato il diritto all’assistenza consolare, è stata fissata per il 18 maggio prossimo in Oklahoma. In un giudizio vincolante emesso il 31 marzo 2004, la Corte Internazionale di Giustizia ha espresso la sua ‘grave preoccupazione’ riguardo il fatto che, per Osvaldo Torres, sia stata decisa una data di esecuzione nonostante una precedente disposizione della Corte che chiedeva un fermo dell’esecuzione in attesa del suo giudizio.
La Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto che il caso di Osvaldo Torres sia uno dei tre per i quali gli USA hanno violato tutti i paragrafi dell’Articolo 36 della Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari. Secondo la Convenzione le autorità sono obbligate ad informare i detenuti stranieri del diritto a ricevere assistenza dal loro consolato. La Corte ritiene che gli USA abbiano violato questo obbligo in 51 dei 52 casi di cittadini messicani per i quali lo stato del Messico ha fatto causa.

ARKANSAS

Charles Laverne Singleton 44 anni, è stato messo a morte il 6 gennaio 2004. Era stato condannato a morte nel 1979 per l’omicidio di Mary Lou York. Charles Singleton soffriva di serie infermità mentali. Dal 1977 l’ Arkansas ha eseguito 26 condanne a morte.

FLORIDA

Johnny Robinson è stato ucciso in Florida il 4 febbraio 2004. Era stato accusato dell’omicidio di Beverly St George nell’agosto 1985. Johnny Robinson doveva essere ucciso alle 6 pm ora locale. Quindici minuti prima dell’esecuzione la Corte Suprema degli USA ha ordinato di fermare l’esecuzione per un’ulteriore decisione. Circa un’ora dopo l’ultimo appello di Robinson è stato rifiutato per 5 voti a quattro. E’ stato ucciso alle 7.30 pm. Al 31 marzo 2004 il Florida ci sono state 58 esecuzioni.

OHIO

Lewis Williams 44 anni, è stato ucciso il 14 gennaio 2004. E’ stato condannato a morte per l’omicidio di un’anziana donna bianca, Leoma Chmielewski, nel 1983.
Alla preparazione per l’esecuzione hanno assistito per la prima volta anche i testimoni, tra cui la madre di Lewis Williams il quale ha opposto resistenza all’esecuzione gridando per dichiararsi innocente.

SOUTH CAROLINA

David Clayton Hill, 39 anni, è stato ucciso in South Carolina il 19 marzo 2004. L’uomo era stato condannato a morte nel 1995 per l’assassinio di un ufficiale di polizia nel 1994. Dal 1977 il South Carolina ha eseguito 29 condanne a morte. L’8 marzo scorso, il Giudice distrettuale federale ha provveduto ad una sospensione dell’esecuzione dopo l’appello presentato dagli avvocati di Hill. Secondo l’appello la procedura per l’iniezione letale nello stato è incostituzionale. La Corte d’appello del IV° circuito ha confermato la sospensione il 17 marzo, ma il 19 marzo, con un voto di 5-4, la Corte Suprema l’ha annullata consentendo l’esecuzione.

TEXAS

Scott Panetti aveva già alle spalle una lunga storia di malattie mentali che includeva la schizofrenia, quando, nel 1992, uccise i suoi suoceri con un’arma da fuoco. Ci sono prove che fosse psicopatico all’epoca degli omicidi, e che non fosse in grado di sostenere il processo. Non soltanto fu processato comunque, ma gli venne anche consentito di difendersi da solo, indossando un vestito da cowboy e presentando una difesa spesso incoerente e bizzarra. I giurati votarono la condanna a morte. Tutti i soci di Amnesty International nel mondo si stanno mobilitando per chiedere la grazia per Scott Panetti, un uomo malato di mente la cui esecuzione, inizialmente prevista per il 5 febbraio scorso, è stata momentaneamente sospesa.

A marzo Amnesty International ha denunciato che lo stato del Texas ha in programma di mettere a morte, mediante iniezione letale, un altro detenuto malato di mente.
L’esecuzione di Kelsey Patterson è stata fissata il 18 maggio 2004. L’uomo, accusato di aver commesso un duplice omicidio nel 1992, ha sofferto a lungo a causa di una malattia mentale. Nel 1981 gli fu diagnosticata una forma di schizofrenia paranoica.
Il caso di Kelsey Patterson solleva molte domande sul trattamento da parte della società dei malati di mente. La sua famiglia aveva cercato senza successo di curarlo prima che commettesse i reati. La Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite ha ripetutamente chiesto la fine dell’uso della pena di morte nei confronti di persone con problemi mentali.

La Corte suprema federale ha annullato la condanna a morte di Delma Banks, detenuto nel braccio della morte del Texas da 19 anni. Dopo una lunghissima battaglia legale, il massimo organo di giustizia degli Usa ha stabilito che la pubblica accusa omise deliberatamente di informare la giuria su alcune circostanze che avrebbero reso meno probabile la condanna a morte.

VIRGINIA

Dennis Orbe di 39 anni, è stato ucciso in Virginia il 31 marzo 2004. Era stato condannato a morte ad ottobre del 1988 per l’omicidio, avvenuto durante una rapina, di Richard Burnett, un uomo di 39 anni. L’ultimo appello alle Corti sulla base dell’incostituzionalità dell’iniezione letale non ha avuto successo.
Dennis Orbe è il 22esimo prigioniero ad essere ucciso negli USA quest’anno e il 907th da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1977. 
In Virginia ci sono state 91 di queste esecuzioni, lo stato è secondo solo al Texas.


RATIFICHE TRATTATI SULLA PENA DI MORTE

Secondo Protocollo Opzionale del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici

Il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici avente lo scopo di promuovere l’abolizione della pena di morte, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989, è un trattato che riguarda tutti i paesi. Il Protocollo richiede l’abolizione totale della pena di morte da parte degli stati aderenti pur permettendo di mantenerla in tempo di guerra agli stati che hanno posto una riserva specifica al momento della ratifica. Al 1 gennaio 2004 sono 51 gli stati parte e 8 gli stati che hanno firmato ma non ancora ratificato il trattato (Andorra, Cile, Guinea-Bissau, Honduras, Nicaragua, Polonia, San Marino, Sao Tomé e Principe).

Protocollo N.6 alla Convenzione Europea sui Diritti Umani

Il Protocollo n° 6 alla Convenzione di salvaguardia dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali sull’abolizione delle pena di morte, adottato dal Consiglio d’Europa nel 1982, richieda l’abolizione della pena di morte in tempo di pace; gli stati parte possono mantenere la pena di morte per reati commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra. Il Protocollo è entrato in vigore il 1 marzo 1985. Al 31 marzo 2004 sono 44 gli stati parte e 1 lo stato che ha firmato ma non ancora ratificato (Federazione Russa).

Protocollo N.13 alla Convenzione Europea sui Diritti Umani

Il Protocollo n° 13 alla Convenzione di salvaguardia dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali sull’abolizione delle pena di morte in ogni circostanza, adottato dal Consiglio d’Europa nel 2002, richieda l’abolizione della pena di morte in ogni circostanza, incluso in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra. Il Protocollo è entrato in vigore il 1 luglio 2003. Al 31 marzo 2004 sono 24 gli stati parte e 18 gli stati che hanno firmato ma non ancora ratificato (Albania, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Macedonia, Moldavia, Norvegia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacchia, Spagna, Turchia).

Protocollo alla Convenzione Americana sui Diritti Umani

Il Protocollo alla Convenzione Americana sui Diritti Umani per l’abolizione della pena di morte adottato dall’Assemblea Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani nel 1990, prevede l’abolizione totale della pena di morte ma permette agli stati parte di mantenerla in tempo di guerra se hanno posto una riserva specifica al momento della ratifica o dell’adesione al protocollo. Il Protocollo è entrato in vigore l’8 giugno 1990. Al 31 marzo 2004 sono 8 gli stati parte e 1 lo stato che ha firmato ma non ancora ratificato (Cile).


MEETING INTERNAZIONALI

Meeting dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO)

Durante il meeting di Islamabad del 29 e 30 gennaio scorso, Amnesty International ha chiesto ai rappresentati ministeriali dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica (Economic Cooperation Organization – ECO) di mettere i diritti umani al centro delle attività dell’ECO. Amnesty International riconosce e accoglie con favore il fatto che sia l’ Azerbaijan che il Turkmenistan hanno abolito la pena di morte, rispettivamente nel 1998 e nel 1999; che il Kazakistan ha dichiarato una moratoria sulle esecuzioni nel dicembre 2003 e che, il 2 gennaio 2004, il Kyrgyzstan ha esteso la moratoria sulle esecuzioni, iniziata nel 1998, per un altro anno. Ora Amnesty International chiede alle autorità in Kyrgyzstan e Kazakistan di abolire completamente la pena capitale.
Inoltre, Amnesty International ha espresso la sua speranza che la Turchia ratifichi rapidamente il Protocollo 13 della Convenzione Europea, riguardo l’uso della pena capitale in tempo di guerra. In questo modo, la Turchia, che ha firmato il Protocollo il 9 gennaio, entrerebbe a fare parte del crescente numero di paesi abolizionisti. Tuttavia, Amnesty International, ha ripetutamente sollevato preoccupazione sulle continue esecuzioni e sull’uso della pena di morte in Afghanistan, Iran, Pakistan, Tajikistan e Uzbekistan.
L’Organizzazione per la Cooperazione Economica comprende dieci stati: Afghanistan, Azerbaijan, Iran, Kazakihstan, Kyrgyzstan, Pakistan, Tajikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan.

5to Meeting UE-Uzbekistan del Comitato di Cooperazione Parlamentare

In occasione del Meeting, svoltosi il 10 e l’11 marzo 2004, Amnesty International ha emesso il briefing ‘Uzbekistan: Amnesty International’s concerns’ (AI index EUR 62/004/2004) destinato ai parlamentari dell’UE e dell’Uzbekistan, membri del Comitato di Cooperazione Parlamentare. Nel briefing sono contenute le preoccupazioni di Amnesty International riguardo l’applicazione della pena di morte in Uzbekistan ed altre informazioni, compresi i casi di quattro ragazzi attualmente richiusi nel braccio della morte e di altri quattro che sono stati messi a morte in segreto e i cui corpi non sono mai stati restituiti alle famiglie.


LE CAMPAGNE DI AMNESTY ITALIA SULLA PENA DI MORTE

Non uccidete il futuro! Stop alle esecuzioni di minorenni.

Per compiere un passo verso la totale abolizione della pena di morte nel mondo, Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni, ha lanciato, alla fine di gennaio, questa campagna che ha lo scopo di mettere fine all’applicazione della pena capitale nei confronti dei minorenni. Negli ultimi 15 anni più di 30 persone nel mondo sono state messe a morte per reati che avevano commesso quando erano minorenni. L’imposizione della pena di morte su imputati minorenni, cioè su persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, è proibita dal diritto internazionale, eppure alcuni stati continuano a condannare a morte minorenni.
Tra il 1990 e il mese di gennaio 2004 Amnesty International ha documentato 35 esecuzioni di minorenni in otto nazioni: Cina, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Stati Uniti e Yemen. Gli Stati Uniti hanno eseguito 19 condanne a morte, più del resto del mondo messo insieme. 
Nello stesso periodo, alcuni stati hanno elevato a 18 anni l’età minima per l’applicazione della pena di morte, in conformità con il diritto internazionale. Lo Yemen e lo Zimbabwe hanno elevato l’età minima a 18 anni nel 1994, così come hanno fatto la Cina nel 1997 e il Pakistan, in quasi tutto il paese, nel 2000. In Iran, un disegno di legge per elevare a 18 anni l’età minima è stato presentato in parlamento alla fine del 2003.
La campagna durerà fino alla fine del 2005. Gli obiettivi sono: porre fine alle esecuzioni di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato; la commutazione di tutte le condanne a morte emesse nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato; l’introduzione di leggi, laddove non esistono già, che vietino l’applicazione della pena di morte nei confronti di imputati che avevano meno di 18 anni al momento del reato; maggiori garanzie sulle procedure di accertamento dell’età degli imputati al momento del processo, compresa l’adozione di sistemi che prevedono l’emissione di certificati di nascita laddove non esistono.

La prima fase della campagna si è conclusa il 31 marzo e ha interessato, con l’invio di lettere, cartoline e petizioni i seguenti paesi:

Iran

L’organizzazione ha espresso sgomento alla notizia dell’esecuzione, avvenuta il 25 gennaio scorso ad Ilam, nell’Iran occidentale, di Mohammad Mohammadzadeh, di 21 anni, accusato di aver ucciso una persona quattro anni fa, quando aveva meno di 18 anni all’epoca del reato. Quella di Mohammad Mohammadzadeh sarebbe l’ottava esecuzione di un minorenne in Iran dal 1990.
Amnesty International è preoccupata che la condanna sia stata eseguita subito dopo l’approvazione, da parte del parlamento nel dicembre 2003, di una proposta di legge riguardante l’istituzione di corti speciali per i minori, che rendeva le leggi dell’Iran conformi alle norme internazionali attraverso l’eliminazione degli articoli riguardanti l’esecuzione dei minorenni e elevando l’età minima per essere condannati a morte a 18 anni. Attualmente la proposta di legge è in attesa della ratifica da parte del Consiglio dei Guardiani.
In Iran la pena di morte è applicata per diversi reati tra cui omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, blasfemia e apostasia.

Pakistan

Nel luglio 2000 il Pakistan ha promulgato un’Ordinanza del Sistema di Giustizia Minorile per adempiere agli obblighi previsti dalla convenzione sui diritti del bambino delle Nazioni Unite. Tra le altre cose l’ordinanza proibisce la pena di morte per i minori di 18 anni al momento del reato. 
Amnesty International ha registrato negli anni 90 due esecuzioni di minorenni in Pakistan, una nel 1992 ed una nel 1997.
L’Ordinanza del Sistema di Giustizia Minorile del 2000, che abolisce la pena di morte per le persone con meno di 18 anni all’epoca del reato nella maggior parte del paese, è entrata in vigore il 1 luglio 2000. L’Ordinanza, però, non era estesa alle Aree Tribali del nord-ovest, amministrate dalle province e dallo stato. Un ragazzo, Sher Ali, è stato messo a morte nel novembre del 2001 in un’area tribale amministrata dalla provincia, per un omicidio commesso nel 1993 quando aveva 13 anni.
Sebbene la maggior parte delle condanne a morte pendenti inflitte a minorenni prima del luglio 2000 sia stata commutata, un numero imprecisato di sentenze è ancora sospeso fino a quando le corti non determineranno l’età dei prigionieri accusati. Infatti i minorenni continuano ad essere condannati a morte, principalmente perché la loro età non viene stabilita. La questione dell’età non viene generalmente sollevata dai legali della famiglia fino a quando il ragazzo non viene condannato a morte.
Nel 2001 il Presidente Musharraff ha commutato le condanne a morte di 125 minori al momento del reato. Nonostante questo diversi condannati minorenni restano nel braccio della morte in quanto l’età è stata contestata dall’accusa. Nella provincia del Punjab, nel 2002 almeno 350 condannati minorenni si trovavano nel braccio della morte.

Usa

Gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo insieme alla Somalia che non ha ancora ratificato la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e sono l’unico paese che reclama per sé il diritto a condannare a morte minorenni al tempo del reato.
Dal 1990 Amnesty International ha registrato più di 30 esecuzioni di imputati minorenni al momento del reato, 19 delle quali negli Stati Uniti d’America. Anche negli stessi USA, però, queste esecuzioni non avvengono in tutto il paese: 16 dei 38 stati le cui leggi prevedono l’applicazione della pena di morte, ne escludono l’uso nei confronti dei minori, così come pure il governo federale. Soltanto tre stati, Oklahoma, Texas e Virginia, hanno messo a morte minorenni dal 2000.

Usa – Corte Suprema

La Corte Suprema ha deciso di rivedere la decisione presa nel 1989, riguardante il caso Stanford v. Kentucky, dove venne stabilito che l’uso della pena di morte nei confronti di imputati di 16 o di 17 anni non era in contrasto con la Costituzione Americana.
Uno dei motivi che spinse la Corte ad assumere questa decisione consisteva nella mancanza di prove sufficienti, nelle legislazioni interne dei vari stati, che indicassero un “consenso nazionale” contro l’uso della pena di morte nei confronti di imputati al di sotto dei 18 anni.
Con una decisione più recente del 2002, riguardante un’altra questione nell’ambito del caso Atkins v. Virginia, la Corte Suprema ha ritenuto che l’esecuzione di prigionieri con ritardi mentali sia incostituzionale. In quell’occasione la maggioranza della corte ritenne che il “consenso nazionale” contro queste esecuzioni fosse ormai sviluppato. Amnesty International ritiene che lo stesso ragionamento dovrebbe adesso spingere la Corte Suprema a dichiarare incostituzionale l’uso della pena di morte contro i minorenni.

Usa – Sud Dakota e Wyoming

Abolita la pena di morte per minorenni in due stati dell’Unione, il Sud Dakota e il Wyoming. La nuova legge, votata in entrambi gli stati da maggioranze trasversali ai partiti, vieta l’esecuzione di condanne a morte per i detenuti minori di 18 anni.

La pena di morte in Uzbekistan

In Uzbekistan, un certo numero di persone, in seguito a processi iniqui, sono giustiziate ogni anno. Molte di loro vengono torturate. Le “confessioni” estorte sotto tortura sono usate come prove valide in tribunale. Le indagini e i processi, a tutti i livelli, sono minati dalla corruzione.
Le esecuzioni avvengono in luoghi che rimangono segreti, e a familiari ed amici non è consentito dire addio al proprio congiunto. In molti casi e, spesso per mesi, i familiari dei condannati a morte rimangono all’oscuro dell’avvenuta esecuzione. Ai familiari non viene detto dove avviene la sepoltura, vengono privati persino dell’avere un posto dove piangere i loro cari. A loro volta, i parenti degli accusati sono vittime delle forze di polizia. Vengono presi in ostaggio per assicurare l’arresto dell’accusato, vengono torturati, picchiati, le donne vengono minacciate di stupro. Il sistema della corruzione ha portato alcuni di loro alla perdita del lavoro e delle proprietà. Amnesty International non è a conoscenza dell’esatto numero di condanne a morte e di esecuzioni in quanto non vengono pubblicate cifre ufficiali.

Amnesty International, oltre a sollevare preoccupazione sull’applicazione della pena di morte nel paese, si sta occupando dei casi di quattro ragazzi condannati per omicidio e attualmente rinchiusi nel braccio della morte: Evgeny Gugnin, Abror Isayev, Nodirbek Karimov e Iskandar Khudoberganov. A causa delle denuncie di maltrattamenti subiti, i casi sono in esame presso la Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, la stessa Commissione ha sollecitato più volte le autorità a non eseguire le condanne a morte ma, in passato, le autorità hanno ignorato le raccomandazioni della Commissione.
Un’altra parte dell’azione si rivolge alle autorità chiedendo loro di rivelare dove sono sepolti Dmitry Chikunov, Refat Tulyaganov, Azamat Uteev e Muzaffar Mirzaev, messi a morte in segreto dal 2000 al 2003. Le famiglie di questi quattro ragazzi hanno chiesto espressamente ad Amnesty International di aiutarle a trovare i luoghi di sepoltura.

Primi risultati della pressione internazionale

A dicembre 2003 il Parlamento uzbeko ha ridotto, da quattro a due, il numero di reati per i quali è prevista la pena capitale. Il disegno di legge, attualmente in attesa della firma del Presidente, mantiene la pena di morte per i reati di ‘terrorismo’ e ‘omicidio premeditato e aggravato’ mentre sono stati eliminati dal Codice Criminale i reati di ‘genocidio’ e ‘aggressione’.
Questo passo è indicativo di come le autorità del paese, riguardo la loro politica sulla pena capitale, siano oggetto, in questo momento, di una forte pressione internazionale e dimostra che hanno bisogno di reagire in qualche modo. Tuttavia, negli ultimi cinque anni, nessuno è stato condannato a morte per i reati di ’genocidio’ e ‘aggressione’ ed è abbastanza verosimile che ciò non accada dal 1991, cioè da quando l’Uzbekistan è diventato uno stato indipendente.

Azione sui paesi dell’ECOWAS

Negli ultimi dieci anni, tra i membri dell’ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e la Mauritania, il numero di paesi, che hanno abolito la pena capitale per legge o di fatto, è salito da uno a dieci. In altre parole, due terzi dei 15 paesi dell’ECOWAS hanno intrapreso passi decisivi verso il riconoscimento del diritto alla vita. Solo quattro paesi (Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone) hanno eseguito condanne a morte negli ultimi dieci anni. La tendenza internazionale verso l’abolizione della pena di morte è visibile nella regione. E’ ora che questa entità sub-regionale prenda una posizione comune sul più inviolabile diritto di tutti, il diritto alla vita, ciò costituirebbe un passo avanti essenziale verso l’implementazione di un sistema giudiziario comune nel rispetto degli standard universali adottati dalla comunità internazionale.

Nigeria

Nel paese è stato istituito un gruppo di lavoro sulla pena di morte (The National Study Group on the Death Penalty), incaricato di organizzare dibattiti nelle diverse regioni del paese e di fornire delle raccomandazioni al Governo Federale nigeriano entro i sei mesi. Il gruppo è composto da 12 membri, inclusi professori di diritto, rappresentanti di ONG per i diritti umani e per le donne, rappresentanti del Servizio Nazionale Carcerario, delle Forze di Polizia Nazionali, del Ministero della Giustizia e del Consiglio Nazionale per la Diffusione e la Difesa della Sharia. Il gruppo di lavoro ha invitato Amnesty International a contribuire al dibattito, chiedendo documentazione sulla pena di morte. Un aggiornamento dello stato dei lavori del gruppo ha indicato il mese di giugno 2004 come data nella quale, probabilmente, verrà sottoposto il rapporto con le raccomandazioni al Presidente Obasanjo.

Senegal

Il 3 dicembre 2003 a Dakar, una delegazione del Segretariato Internazionale ha incontrato il Ministro per i Diritti Umani del Senegal, Me Mame Bassine Niang. Durante l’incontro è stato discusso l’argomento della pena di morte e, in seguito, secondo quanto riportato in un’intervista al giornale nazionale Le Soleil, il Ministro ha dichiarato che nel Senegal ”è in atto una graduale ma irreversibile abolizione (della pena capitale) entro il contesto di una moratoria universale”. 

Le azioni intraprese dalle sezioni e dai gruppi hanno cominciato a produrre dei risultati. Un esempio è rappresentato dalla risposta del Ministro della Giustizia ad una lettera scritta dalla Sezione di Amnesty del Togo, nella quale il Ministro ha dichiarato che “senza dubbio, la questione (dell’abolizione della pena di morte) potrebbe essere messa in discussione nell’agenda della commissione incaricata per la revisione dei codici di procedura criminale”.

 

ATTIVITA’ DEL COORDINAMENTO

Il 31 gennaio e 1 febbraio 2004 il Coordinamento pena di morte ha incontrato a Milano numerosi membri dei gruppi della rete pena di morte in Lombardia, rappresentanti della Circoscrizione e altri gruppi della regione. Gli incontri fanno parte di un programma del Coordinamento che prevede l’organizzazione di vari intergruppi sulla pena di morte in alcune città d’Italia. I temi trattati sono stati il lavoro del Coordinamento, una presentazione del Theme Research Team dell’IS, la questione della moratoria, i risultati della giornata del 10 ottobre 2003 organizzata dalla World Coalition Against Death Penalty e la presentazione delle nuove campagne.

 

 

Questo numero è stato chiuso il 31 marzo 2004

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seti

Ma gli stessi direttore del progetto gettano acqua sul fuoco

Captato segnale spaziale, forse di origine aliena


Per la prima volta un’emissione percepita dal radiotelescopio
di Arecibo sembra essere inviata da una civiltà intelligente


ARECIBO (Portorico) – È il primo segnale dal cosmo che fa pensare all’invio da parte di una civiltà aliena. Anche se da parte di scienziati e astronomi restano forti ancora i dubbi che in realtà si possa trattare di un’emissione naturale da parte di qualche tipo di oggetto stellare ancora sconosciuto.
LA SCOPERTA – In ogni caso, come riporta lo New Scientist magazine, è il primo tipo di segnale che viene analizzato con attenzione di quelli presi in considerazione dal Seti, il progetto di ricerca portato avanti su iniziativa dell’astronomo americana Carl Sagan, che coinvolge i maggiori radiotelescopi del pianeta come pure migliaia di astronomi dilettanti.
L’emissione, denominata SHGb02+14a e captata sulla frequenza di 1420 megahertz, analizzata per la prima volta nel febbraio del 2003 dal radiotelescopio di Arecibo a Portorico e successivamente captata altre due volte, viene da un punto imprecisato situato tra la costellazione dei Pesci e quella dell’Ariete. L’interesse mostrato dagli scienziati per il segnale deriva soprattutto dal fatto che la banda su cui viene emesso è una delle principali frequenze in cui l’idrogeno, l’elemento più diffuso nell’universo, assorbe ed emette energia e per questo motivo una delle più analizzate dagli astronomi del progetto Seti, in base all’assunto che un’altra specie intelligente utilizzerebbe proprio tale spettro di emissioni per comunicare con noi. Inoltre l’emissione avverrebbe secondo la modalità tipiche di un segnale emesso da un corpo in movimento, forse un pianeta, ma in tal caso il pianeta girerebbe circa 40 volte più veloce della Terra. Potrebbe quindi trattarsi di un altro tipo di oggetto anche artificiale (a esempio una stazione spaziale).
I DUBBI – Tuttavia secondo David Anderson, direttore del progetto Seti, molte altre verifiche devono essere fatte prima che si possa affermare con certezza che si tratta di un segnale extraterrestre. In primo luogo sarebbe necessario che il segnale venisse captato altre volte e poi che ne venisse esclusa la sua origine naturale. Sullo studio di questo segnale si focalizzerà quindi la ricerca Seti nei prossimi mesi. «Si tratta soltanto di rumore di fondo», ha detto Dan Wertheimer, direttore del programma Setiathome. «Non c’è nulla di insolito. La rezione degli organi d’informazione è spropositata».

MARGHERITA HACK: «NON SONO GLI UFO» – Per l’astronoma Margherita Hack si tratta di suoni naturali e non di messaggi alieni. «Conosco il progetto Seti home, ma la probabilità che sia effettivamente un segnale alieno è bassa, è molto più probabile che sia un fenomeno più naturale o strumentale».
2 settembre 2004 –

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tam tam dallo spazio

CAPTATO DALLO SPAZIO UN SEGNALE FORSE DI ORIGINE ALIENA

 

LONDRA – Proviene da un punto imprecisato trala costellazione dei Pesci e quella dell’Ariete a 1.000 anniluce dalla Terra e c’e’ il dubbio che possa essere generato dafonti non naturali: tra tutti i segnali radio intercettati dagliastronomi, SHGb02+14a e’ quello che piu’ fa pensare all’invio daparte di una civilta’ aliena.

L’enigmatico segnale e’ stato captato per tre volte a partiredal febbraio dello scorso anno dal radiotelescopio Arecibo aPortorico. SHGb02+14a e’ la scoperta piu’ interessante mai fattadai ricercatori del progetto SETI@home, un programma scientificoil cui obbiettivo e’ di analizzare lo sciame di segnali radioprovenienti dall’emisfero celeste alla ricerca di impulsiartificiali, ovvero prodotti da creature intelligenti. Secondo i ricercatori che ne hanno studiato la frequenza,SHGb02+14a non sarebbe il prodotto di alcun fenomeno astronomicoconosciuto ne’ sembra essere il risultato di un’interferenzanaturale. Anche se restano ancora molti dubbi, gli scienziati diSETI@home hanno dichiarato che il segnale e’ quanto di piu’simile a un possibile messaggio da parte degli alieni traquanto e’ stato captato negli ultimi sei anni, da quando cioe’la loro ricerca ha avuto inizio.

”Non stiamo facendo salti di gioia, ma continuiamo adosservarlo”, ha detto alla rivista scientifica britannica NewScientist, Dan Wertheimer, l’astronomo dell’universita’ dellaCalifornia a capo del progetto SETI. L’interesse degli scienziati deriva dal fatto che il segnaleviaggia su una frequenza di 1420 megahertz, la stessa in cuil’idrogeno, l’elemento piu’ diffuso nell’universo, assorbe edemette energia. Tale frequenza e’ una delle piu’ analizzatedagli astronomi del progetto SETI in quanto si crede cheun’altra specie intelligente utilizzerebbe proprio questospettro di emissioni per comunicare con altre civilta’. SHGb02+14a verrebbe inoltre emesso secondo le modalita’tipiche di un segnale proveniente da un corpo in movimento. Lasua sorgente infatti ruota con una frequenza tra gli 8 ed i 37hertz al secondo, come se il suo ‘trasmettitore’ fosse piantatosu qualcosa che gira molto velocemente.

Questo e’ il punto che maggiormente divide le opinioni degliastronomi. Alcuni scienziati pensano infatti che una forma di vita intelligente in grado di trasmettere il segnale potrebbeanche correggerne la ‘deriva’ di frequenza allineando gliimpulsi con la frequenza di rotazione del pianeta. La rapida deriva di frequenza solleva altre ipotesi. Pergenerare una tale variazione di frequenza ogni secondo, il corpo in movimento da cui viene emesso il segnale dovrebbe ruotareintorno al suo asse 40 volte piu’ velocemente della Terra. L’oggetto da cui parte l’onda elettromagnetica potrebbe quindi non essere un pianeta e trattarsi di un altro corpo celeste, anche artificiale, come ad esempio una stazione spaziale.

Secondo i piu’ scettici invece, l’onda elettromagneticapotrebbe essere frutto di un fenomeno astronomico sconosciuto. Un episodio simile si era infatti verificato nel 1967 quandol’astronomo Jocelyn Bell Burnell aveva intercettato un segnalepulsante che all’inizio si era associato ad una comunicazione’aliena’, prima di capire che dietro a quell’onda radio vi erala scoperta scientifica di una stella pulsar. Eric Korpela, un astronomo di Berkeley che ha analizzatoSHGb02+14a, ha inoltre ipotizzato che il segnale potrebbe nonessere altro che un singolare fenomeno di riflessione di un’ondache proviene dalla Terra e che va ad incidere sulla tracciadella parabola del radiotelescopio quando questo si posizionasulle coordinate del punto in cui e’ stato individuato ilsegnale. Finora SHGb02+14a e’ stato intercettato soltanto tre volte,accumulando una registrazione della durata complessiva di unminuto, troppo poco per studiarlo a fondo e identificare concertezza la sua sorgente. ”E’ difficile che si tratti davverodi una comunicazione aliena. Ma di certo lo osserveremonuovamente”, ha detto David Anderson, direttore di SETI@home.
02/09/2004 19:20

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USA dicono no! alla libertà di informazione in Iraq.

05.09.2004
Allawi fa sigillare la redazione di Al Jazeera a Baghdad. Ucciso un ostaggio egiziano

da unità 

 

Libertà di stampa e nuovo governo iracheno. L’altro giorno era arrivato il divieto temporaneo per la tv satellitare qatariota, Al Jazeera di lavorare. Stanotte, ma lo si è saputo solo stamane, le forze di sicurezza irachene, quella a disposizione del premier Allawi, hanno fatto irruzione negli uffici del network a Baghdad. Ora la redazione è stata “sigillata”.

 

Immediata e durissima, la reazione di Al Jazeera. La tv araba sostiene che questa decisione rivela come il governo di Baghdad non intenda «tenere fede al suo impegno di proteggere la libertà di stampa e d’espressione». L’emittente ha promesso di continuare la sua copertura informativa sull’Iraq «in conformità con la sua politica editoriale e i suoi valori professionali».

Cos’è successo? In due parole questo: l’esecutivo guidato da Allawi l’altro giorno ha ribadito il divieto a trasmettere per Al jazeera. Sostenendo che la direzione della Tv satellitare del Qatar non aveva risposto di un precedente bando provvisorio. Insomma, il governo di Baghdad aveva emesso un ordine temporaneo di chiusura degli uffici dell’emittente a Baghdad lo scorso 5 agosto e ora si è irritato per la mancata reazione dell’emittente di Doha. «Durante questo periodo, il governo dell’Iraq si aspettava che la direzione di Al-Jazeera fornisse una risposta alle accuse(che sono quelle di ispirare le rivolte, ndr)», oppure ci chiedesse maggiori dettagli. «Ma non è accaduta nè l’una nè l’altra cosa», si legge in una nota ufficiale del governo. Così, davanti a questo silenzio, «il governo ha deciso di estendere il divieto: al-Jazeera non potrà operare in Iraq fin quando i dirigenti non avranno inviato una risposta ufficiale sulla loro politica e le loro motivazioni».

Anche questo è l’Iraq di oggi. Un paese segnato da una guerra infinita. Con vittime uccise non solo nei campi di battaglia. E’ sempre di stamane la notizia che la polizia irachena ha ritrovato il corpo di un ostaggio egiziano sequestrato al’inizio di agosto. Nasser Salam, così si chiamava la vittima, è stato rinvenuto a lato di una strada nella regione di Assiniya, 15 chilometri a ovest di Baiji (200 chilometri a nord di Baghdad). «È stato ritrovato con i piedi e i polsi legati, con un proiettile nella testa e strangolato da una kefiah», ha spiegato un funzionario di polizia. Il cadavere è stato trasportato in un ospedale di Tikrit dove un medico ha detto che sul corpo è stato trovato un documento di identità egiziano. C’è da dire comunque che l’ambasciata egiziana a Baghdad ha fatto sapere che non risulta alcun cittadino egiziano disperso Iraq che risponda al nome di Nasser Salem.

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coca cola: e sai cosa bevi

Crimine globale
The Coca Cola Crimes
Coca Cola e paramilitarismo ovverossia come la transnazionale delle bollicine regola i conflitti sindacali in Colombia. Assassinii, sequestri e sparizioni eseguiti dagli squadroni della morte a danno dei lavoratori delle societá d’imbottigliamento della soft drink che ha conquistato il mondo.

 

Antonio Mazzeo  Medellin, agosto 2001

“La nostra organizzazione sindacale é stata dimezzata dalla intimidazione, dal sequestro, dalla detenzione, dalla tortura e dall’omicidio di numerosi leader da parte delle forze paramilitari che hanno agito nell’interesse delle grandi imprese che operano in Colombia, come la Coca Cola e la ‘Panamerican Beverages-Panamco’”. Si apre cosí la denuncia presentata negli Stati Uniti dal sindacato colombiano ‘Sinaltrainal’, contro il colosso mondiale delle soft drinks e la loro maggiore societá imbottigliatrice in America Latina. “I manager degli impianti di imbottigliamento della Coca Cola in Colombia hanno contrattato gruppi paramilitari per reprimere l’attivitá dei leader sindacali. Non ci sono dubbi che la transnazionale di Atlanta ha tratto vantaggio dalla repressione sistematica dei diritti sindacali e che non ha protetto debitamente i lavoratori colombiani dagli atti di persecuzione”, prosegue il testo della denuncia depositata lo scorso 20 luglio dai legali della ‘Sinaltrainal’ e dalla centrale sindacale Usa ‘United Steelworkers of America’ presso la Corte Distrettuale della Florida. 

 

‘Sinaltrainal’, struttura a cui aderiscono oltre 4.000 dipendenti dei maggiori complessi industriali del settore alimentare, punta il dito oltre che sulla Coca Cola e la Panamco, anche su altre importanti multinazionali, come la ‘Nestlé’ e la ‘Cicolac’. Nelle aziende di proprietá di questi gruppi si é verificata nell’ultimo decennio un’impressionante sequela di omicidi selettivi, sequestri e sparizioni di sindacalisti e operai, eseguiti dagli squadroni della morte di estrema destra, crimini rimasti del tutto impuniti grazie alle coperture e alla collaborazione di ampi settori delle forze di sicurezza statali.

 

Undici i dirigenti e gli attivisti assassinati (5 quelli dipendenti dalle societá imbottigliatrici della Coca Cola), 6 quelli miracolosamente sopravvissuti ad attentati dinamitardi, 5 i leader sindacali che a seguito delle gravi minacce subite dai paramilitari sono stati costretti a dimettersi dalla ‘Panamco’ e a rifugiarsi all’estero.

 

Numerosi i dipendenti colombiani della Coca Cola vittima di persecuzioni da parte di organi giudiziari e di polizia dello Stato colombiano, ingiustamente accusati di legami con il terrorismo o con le organizzazioni della guerriglia;  tra essi 12 leader sindacali sono stati detenuti illegalmente per periodi piú o meno lunghi a partire dal 1984. A seguito delle campagne di repressione eseguite dalle forze armate nella regione settentrionale dell’Urabá (dipartimento di Antioquia), nel 1985, 17 operai dell’impianto di imbottigliamento della Coca Cola del municipio di Carepa, hanno dovuto abbandonare il lavoro per sfollare insieme ai propri familiari verso altre cittadine  della regione. Nel 1996, un gruppo paramilitare ha fatto irruzione nello stesso impianto di Carepa, costringendo 70 operai a rassegnare le porprie dimissioni dal sindacato. Successivamente due lavoratori sono stati assassinati, altri due dipendenti sono stati vittime di attentati e l’ufficio locale di ‘Sinaltrainal’ é stato devastato e incendiato durante un blitz paramilitare.

 

A Bucaramanga (capoluogo del dipartimento di Santander), sempre nel 1996, la sede della cooperativa dei lavoratori della Coca Cola ‘Cooincoproco’, é stata oggetto di due raid da parte dei corpi speciali della polizia, alla ricerca – inutile – di armi ed esplosivi. Nel 1997 la ‘Cooincoproco’ e l’abitazione del leader sindacale e dipendente della Coca Cola, Alfredo Porras, sono stati devastati da un nuovo raid degli uomini della 5^ brigata dell’esercito colombiano. ‘Sinaltrainal’ ha denunciato altresí come i propri attivisti siano costantemente oggetto di pedinamenti e intercettazioni telefoniche illegali, e come le imprese imbottigliatrici della Coca Cola abbiano ripetutamente violato accordi collettivi e diritti sindacali, chiudendo arbitrariamente i propri impianti e licenziando i lavoratori senza giusta causa.

 

“Le imprese transnazionali come la Coca Cola e la ‘Nestlé’, impediscono in Colombia il libero esercizio sindacale” aggiunge ‘Sinaltrainal’. “All’interno delle fabbriche gli operai vivono in un clima di repressione, controllati a vista da videocamere e personale armato. E’ sufficiente partecipare a una riunione sindacale per ricevere la notifica di licenziamento e, se il lavoratore la impugna, é costretto a fare i conti direttamente con le minacce dei capi della sicurezza, pagati dall’impresa”. Il gravissimo clima d’intimidazione vissuto nelle fabbriche ha avuto come effetto l’indebolimento della centrale sindacale, che ha visto negli ultimi due anni il dimezzamento dei propri iscritti, in un paese, dove appena il 3% dei lavoratori esercita il proprio diritto di affiliazione sindacale e dove negli ultimi 15 anni sono stati assassinati oltre 3.800 tra dirigenti e iscritti della CUT, la Centrale Unitaria dei Lavoratori della Colombia.

 

 

 

La Panamco di Colombia alla conquista della Coppa America

“Neghiamo ogni tipo di vincolo con  qualsiasi violazione dei diritti umani” ha inmediatamente commentato l’Ufficio degli Affari Internazionali della Coca Cola da Atlanta, respingendo  le accuse delle centrali sindacali colombo-statunitense. “Le imbottigliatrici in Colombia sono compagnie del tutto indipendenti dalla Coca Cola e per tanto la  Compagnia non ha a che vedere con i suoi dipendenti o sindacati”. Una smentita che tuttavia non trova riscontri oggettivi nell’organigramma aziendale, in quanto la transnazionale concede dal 1951 il monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei propri prodotti alla ‘Panamco Indega Colombia’, filiale della ‘Panamerican Beverages –Panamco’ di Miami (Florida), di cui proprio la Coca Cola Company possiede il 24% del capitale azionario e conta su due rappresentanti nel consiglio di amministrazione. L’88% del fatturato della Panamco é generato appunto dalla produzione e dalla commercializzazione in tutta l’America Latina dei prodotti del marchio Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione sul mercato sudamericano delle note birre euopee ‘Kaiser’ ed ‘Heineken’.

 

Per ció che riguarda la ‘Panamco Indega’, essa risulta proprietaria in Colombia di 20 impianti di produzione, 71 centri di distribuzione e oltre 1.500 camion da trasporto. Diecimila i dipendenti della controllata colombiana, a cui la Coca Cola Company, fornisce il supersegreto concentrato-base della bevanda e il completo appoggio nell’implementazione delle strategie di mercato. A capo della ‘Panamco Indega’ una potente cordata di imprenditori del dipartimento di Antioquia (gli industriali Daniel Peláez, Alberto Mejía, José Gutiérrez ed Hernando Duque – gruppo Fontibon), con articolati interessi nel settore alimentare, finanziario e dei mezzi di comunicazione di massa. Presidente della ‘Panamco Colombia’ é Roberto Ortiz, vicepresidente del consiglio di amministrazione della ‘Panamco’-madre di Miami.

 

Prova di quanto stiano a cuore alla transnazionale di Atlanta le sorti economiche e politiche del paese sudamericano é il decisivo ruolo di pressione esercitato sulla Confederazione calcio dell’America Latina per realizzare in Colombia la Coppa America 2001, la cui organizzazione era stata sospesa  proprio alla vigilia della data fissata per l’evento sportivo, a seguito della recrudescenza del conflitto interno. La Coca Cola insieme alla ‘Master Card’, entrambi patrocinatori della Coppa, hanno manifestato il loro ultimatum alla societá ‘Traffic’, proprietaria dei diritti di commercializzazione e trasmissione televisiva del torneo internazionale, perché rispettasse la data e la sede prevista; in caso contrario le due transanazionali avrebbero ritirato il loro patrocinio con perdite per la ‘Traffic’ e la Confederazione calcistica sudamericana per 80 milioni di dollari.

 

Nonostante le oggettive difficoltá di tipo organizzativo e la diserzione di importanti Paesi (vedi Argentina e Canada), a soli tre giorni dalla data prevista per l’inizio della competizione, la Confederazione ha deciso di disputare l’appuntamento in Colombia. Non si sarebbe potuto fare diversamente: la Coca Cola patrocinia dal 1974 i Campionati Mondiali di calcio e i principali eventi internazionali giovanili della Fifa, mentre dal 1993 la compagnia ha concesso il proprio marchio per la pubblicizzazione della Coppa America.

 

 

 

Lavoro minorile, razzismi e monopoli illegali

Proprio a causa del calcio, la Coca Cola ha subito recentemente un’altra grave caduta d’immagine. Alla vigilia del campionato mondiale Francia ’98, gli attivisti di ‘Transfair’, l’organismo internazionale che certifica l’origine etica dei prodotti del commercio equo e solidale, hanno documentato lo sfruttamento intensivo di minori nella fabbrica di palloni con marchio Coca Cola a Sialkot (Pakistan). Le foto di alcune bambine di 11 anni che incollavano e cucivano i palloni hanno fatto il giro per il mondo, riprodotte in decine di quotidiani e riviste di rilevanza internazionale.

 

Negli ultimi due anni la Coca Cola é finita ancora altre volte sotto accusa per violazioni dei diritti sindacali e fatti relativi a gravi discriminazioni razziali. Nel novembre del 1999, un lungo sciopero violentemente represso dalle forze dell’ordine, ha bloccato le attivitá dell’impianto d’imbottigliamento della ‘Panamco Brasil’ di Jundiai (Brasile), per protestare contro l’ingiustificato licenziamento di 67 lavoratori.

 

Nella primavera dell’anno successivo, otto dipendenti hanno denunciato a New York il management della Coca Cola Company affermando di essere stati gravemente discriminati sul lavoro, perché neri. Cosí l’organizzazione statunitense dei lavoratori neri della Coca Cola sono interventuti in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti, minacciando di dare il via ad un boicottaggio su scala mondiale della bevanda se non fossero state adottate misure contro la discriminazione razziale esistente negli impianti. Qualche mese fa (aprile 2001), a Cuernavaca (Messico), le truppe antisommossa sono intervenute per reprimere la protesta dei lavoratori della ‘Cooperativa Pascual’, produttrice di bevande gassate, duramente colpita dalla politica monopolistica della Coca Cola, che impone a distributori e piccoli commercianti contratti di esclusivitá, consentendo l’accesso ai propri prodotti e alla pubblicitá solo in caso di assenza di altri marchi.

 

Per sbarazzarsi di eventuali competitori – come nel caso della ‘Cooperativa Pacual’, produttrice della popolare bevanda messicana ‘Boing’ – la Coca Cola regala ai rivenditori casse di prodotti, frigoriferi e assicura la formazione in contabilitá e gestione impresariale a coloro che si impegnano a vendere esclusivamente le bevande della compagnia di Atlanta. I dipendenti della ‘Cooperativa Pascual’ hanno altresí denunciato che la Coca Cola “é arrivata a distribuire anche denaro per ottenere l’esclusiva”, riferendosi in particolare alla giunta che amministra la cittá di Cuernavaca, e che avrebbe ricevuto contributi per oltre 600.000 pesos messicani, in cambio della decisione di vietare la presenza di altri produttori di bevande all’interno degli stand dell’importante ‘Fiera annuale di primavera’. Un caso analogo si é registrato all’interno dell’Universitá dello Stato di Morelos, in cui é stato firmato un contratto di vendita esclusiva dei prodotti del marchio Coca Cola con una societá in mano a Lino Korrodi, il cervello finanziario della campagna presidenziale di Vicente Fox, quest’ultimo con un passato da manager della transnazionale per l’intero mercato latinoamericano.

 

E mentre i fatturati e i guadagni del colosso di Atlanta si preannunciano da record per il 2001, la dirigenza della compagnia ha recentemente annunciato il taglio di 6.000 posti di lavoro a livello mondiale, metá dei quali negli Stati Uniti, nell’ambito della ristrutturazione del sistema produttivo decisa dal nuovo presidente Douglas Daft.

 

 

 

 

 

 

 

LA LUNGA LISTA DELLE VIOLAZIONI DENUNCIATE DAL SINDACATO COLOMBIANO SININTRAL CONTRO I LAVORATORI DELLA COCA COLA E DI ALTRI IMPORTANTI TRANSNAZIONALI DEL SETTORE ALIMENTARE

 

Lavoratori assassinati

1986  Héctor Daniel Useche Beron  (Nesté of Colombia)

1989  Luis Alfonso Vélez (Nestlé of Colombia)

1993  Harry Laguna Triana (Cicolac Ltda)

1994  José Eleaser Manco David (Coca Cola)

1994  Luis Enrique Giraldo Arango (Coca Cola)

1995          Luis Enrique Gomez Granada (Coca Cola)

1996          José Manuel Becerra (Cicolac Ltda)

1996  Toribio de la Hoz Escorcia (Cicolac Ltda)

1996  Alejandro Hernandez V. (Cicolac Ltda)

1996  Isidro Segundo Gil Gil (Coca Cola)

1996  José Libardo Herrera Osorio (Coca Cola)

 

Lavoratori sopravvissuti ad attentati e costretti a rifugiarsi all’estero

1990  Antonio Rico Morales (Nestlé of Colombia)

1995  Víctor Eloy Mieles Ospino (Cicolac Ltda)

 

1996  Gonzalo Gómez Cervantes (Cicolac Ltda)

1996  Adolfo Cardona Usma (Coca Cola)

1996  Gonazlo Quijano Mendoza (Beta Ltda)

1998  Rafael Carvajal (Coca Cola)

 

Lavoratori gravemente minacciati e costretti a lasciare il posto di lavoro

1995  Luis Eduardo García (Coca Cola)

1995  Rafael Almenteros (Coca Cola)

1995  Alfonso Mutis (Coca Cola)

1995  Sessanta operai dell’impresa ‘Granja La Catorce’ nella Sierra     Nevada di Santa Marta (Magdalena), di proprietá della societá Indunal S.A., del Senatore Fuad Char Abdala.

1996  Oscar Tascón Abadía (Cicolac Ltda)

1996  Tomás Enrique Galindo (Cicolac Ltda)

1996  Alfonso Daza Alfaro (Cicolac Ltda)

1996  Gabriel Serge (Cicolac Ltda)

1996  Martín Emilio Gil Gil (Coca Cola)

1996  Gonzalo Quijano (Beta Ltda)

1998  Luis Javier Correa Súarez (Coca Cola)

 

Lavoratori arrestati con l’accusa di terrorismo e sovversione, torturati e successivamente liberati perché innocenti

1984  Jaime Gómez Díaz (Coca Cola)

1984  Efraín Surmay (Coca Cola)

1984  Rafael Almenteros (Coca Cola)

1984  Heriberto Gutiérrez (Coca Cola)

1984  Julio Alberto Arango (Coca Cola)

1984          Humberto Cortés (Coca Cola)

1995  Luis Javier Correa Súarez (Coca Cola)

1995  Gonzalo Quijano (Beta Ltda)

1996  Luis Eduardo García (Coca Cola)

1996  José Domingo Flórez (Coca Cola)

1996  Sergio A. López (Coca Cola)

1996  Alvaro González (Coca Cola)

1996  Luis Javier Correa (Coca Cola)

1996  Edgar A. Páez (Sinaltrainal)

1996  Gonzalo Quijano (Beta Ltda)

1996  Eduardo Ortega (Beta Ltda)

1996  Alvaro Villafañe (Nestlé of Colombia)

1996  Rafael Moreno (Sinaltrainal)

1996  Alfonso Barón (Cicolac Ltda)

1996  Hernando Seirra (Cicolac Ltda)

 

Sindacalisti dell’impianto Coca Cola di Carepa (Urabá-Antioquia) costretti a fuggire in altri dipartimenti della Colombia

1985  Elías Muñoz

      Bernardo Alcaraz

      Jannio Barrios

      Jaime Cano

      Consuelo Montoya

      Robert Harold López

      Wilson Montoya

      Rodrigo Rueda

      Rubiel Goez

      Jesús Emilio Giraldo

      Humberto Ramirez

1996  Dolahome Tuberquia

      Giovanny Gómez

      Hernán Manco

      Oscar Darío Puerta

      Oscar Alberto Giraldo

      Luis Adolfo Cardona

 

Ingerenze arbitrarie ed illegali nella vita dei lavoratori e delle rispettive organizzazioni

1995   Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga.

1996  Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga e Cúcuta.

1996  Raid nell’abitazione di Beatriz Ardila Reyes, Segretaria del Sindacato di Bucamaranga.

1996  I lavoratori della Coca Cola di Cúcuta, Alfredo Porras e Jimmy Helberto Fontecha vengono fermati, identificati ed interrogati da appartenenti alla polizia e ad un gruppo paramilitare

1996  Gruppi paramilitari costringono 70 lavoratori della fabbrica della  Coca Cola di Carepa (Urabá Antioqueño) ad abbandonare il sindacato a cui sono iscritti.

1997 Raid contro Cooincoproco e nell’abitazione di Alfredo Porras (Coca Cola), da parte della 5^ Brigata dell’Esercito.

 

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bere l’alternativa: mecca cola

Mondo: boycott Coca Cola, ma con l’alternativa

CTM-Altromercato | Volontari per lo Sviluppo | Inter Press Service (IPS)
mercoledì, 21 luglio, 2004

 

Il prossimo 22 luglio si terrà la giornata internazionale di boicottaggio della Coca Cola. In varie città italiane tra cui Roma, Torino, Bologna, Modena e Cecina si terranno iniziative di informazione e di invito al boicottaggio verso la multinazionale con sede ad Atlanta che è colpevole di politiche repressive nei confronti dei lavoratori sindacalizzati in Colombia. Il sindacato colombiano Sinaltrainal ha subito negli anni di rapporto con Coca Cola 9 omicidi di sindacalisti, attentati, minacce, sequestri ai danni di familiari, quadri sindacali costretti all’esilio oppure costretti ad abbandonare le proprie comunità, licenziamenti forzati. Per questi motivi la Coca Cola sta subendo un processo negli Stati Uniti. A metà giugno una carovana internazionale rappresentativa di 10 paesi (57 persone) si è recata in Colombia per constatare di persona la grave situazione in cui si trovano i sindacati colombiani e tutte le organizzazioni sociali, contadine e di difesa dei diritti umani.

Il suo comportamento lesivo dei diritti di milioni di persone trova conferma negli scandali che nell’ultimo anno la hanno coivolta in altri paesi, tra questi l’India. La popolazione circostante la zona industriale di Kaladera, nella periferia di Jaipur, capitale del Rajastan, chiede la chiusura della fabbrica di Coca Cola e delle sue potenti pompe d’estrazione dell’acqua, considerate responsabili dell’esaurimento delle falde freatiche nel sottosuolo. Secondo una ricerca preliminare realizzata dalla “Giunta centrale di acqua sott erranea” le attività della Coca Cola a Kaladera hanno contribuito a ridurre il livello delle falde fino a 38,1 metri nella scorsa decade. La Corte Suprema di Kerala ha ordinato lo scorso dicembre alla Coca Cola di fermare l’estrazione dell’acqua dei suoi impianti d’imbottigliamento in quanto la proprietà del terreno su cui era installato l’impianto non conferiva automaticamente all’impresa il diritto di estrarre l’acqua, che è stata considerata bene pubblico. “La maggior parte dei 90 impianti d’imbottigliamento che possiedono in India la Coca Cola e la sua rivale Pepsi sarebbero in difficoltà se le leggi sull’acqua si implementassero” ha dichiarato Afsar Jafri, della Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ambiente.

In alternativa a queste due multinazionali si è creato un mercato di offerte che vede tra le più importanti la Mecca-Cola, azienda fondata dal franco-tunisino Tawfik Mathlouthi, spigliato uomo d’affari 47enne che dopo la strage di palestinesi a Jenin voleva non sostenere più la multinazionale di Atlanta. La scelta dell’azienda di devolvere il 10% dei profitti ad associazioni palestinesi per l’infanzia e un altro 10% ad associazioni caritatevoli ha portato a un boom di vendite non solo nei paesi arabi ma anche in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Spagna, Svezia e Danimarca. L’ultima neonata è la più dolce, l’Arab Cola, “la cola del mondo arabo” meno gasata e più caramellosa che vuole rispondere a quella fetta di mercato “orfana” della Cola americana e che non vuole essere “impegnata”. Tra le altre marche alternative ci sono la Muslim Up che è presente in oltre 13 paesi e in alcuni punti vendita a Genova e a Napoli.

Intanto dal mondo del commercio equo dopo il Guaranito, bevanda a base di guaranà offerta ora da Ctm anche in lattina, nasce la nuova bevanda che si chiama Beuk cola promossa da una cooperativa bretone di nome “Kar ar Bed” che si è rivolta alla rete del commercio equo belga Oxfam. Dalla collaborazione è nata la nuova cola equa, che oggi è distribuita nei 2000 bar e nei 70 festival riforniti da Kar ar Bed e da poco tempo è entrata sul mercato italiano grazie alla mediazione di Commercio Alternativo che ha tra le sue bevande anche la Fair Cola Guaranà.

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Colombia: inchiesta sui sindacalisti uccisi

International Confederation of Free Trade Unions
mercoledì, 18 agosto, 2004

 

 

Lo scorso 5 agosto ad Arauca in Colombia sono stati uccisi tre sindacalisti per mano del Gruppo di cavalleria meccanizzato e altri due sono detenuti. L’impegno dei sindacalisti era volto a rivendicare i diritti delle comunità con azioni di rivendicazione davanti agli enti locali, dipartimentali e nazionali. In seguito i sindacalisti sono stati perseguitati con false e tendenziose imputazioni in un processo penale che ha visto come conseguenza l’abbandono dell’attività pubblica e il rifugio nelle comunità con la continuazione della attività organizzativa all’interno di quelle. Un coordinamento di organizzazioni sindacali di Arauca rifiuta le dichiarazioni fatte dai comandi militari, nel tentativo di giustificare l’atroce massacro, con le quali affermano che i dirigenti sociali assassinati erano terroristi e che sono stati abbattuti in combattimento. Le organizzazioni sindacali chiedono un’inchiesta che persegua i responsabili di questi fatti e hanno lanciato un appello internazionale per aumentare la pressione via email sulle autorità competenti.

Richiesta rinforzata anche dalla Confederazione Internazionale dei sindacati (Icftu) che in una lettera mandata al presidente colombiano Alvaro Uribe, ha espresso forti dubbi rispetto alla versione fornita dal governo sui fatti del 5 agosto e ha richiesto un coinvolgimento nell’inchiesta delle organizzazioni indipendenti per i diritti umani colombiane. Da segnalare negli ultimi anni i numerosi attacci di calunnia da parte del governo colombiano verso organizzazioni locali e internazionali tra cui la Comunidad de Paz de San José de Apartado, il Collectivo de Abogados José Alvear Restrepo, le Peace Brigades International (PBI) e Amnesty International. Questo ultimo episodio fa salire a 30 i sindacalisti uccisi in Colombia nei primi otto mesi del 2004. Secondo i dati forniti dall’Icftu all’Organizzazione Mondiale del Lavoro, dal 2002 sono circa 700 i campesinos che sono stati uccisi dopo la forte militarizzazione dell’area. Tra i settori più colpiti ci sono quelli dei servizi, dell’agricoltura, dell’industria alimentare, servizi telefonici, minerario e dell’insegnamento professionale.

In Colombia è sotto i riflettori il caso della Coca Cola su cui incombe un processo internazionale e una campagna di boicottaggio che vuole denunciare la politica repressiva della multinazionale responsabile di otto omicidi. Accuse confermate anche da un rapporto della delegazione di New York City che lo scorso gennaio si è recata in Colombia per indagare sulle accuse dei lavoratori della Coca-Cola. La delegazione ha incontrato funzionari e lavoratori della Coca-Cola, come pure diverse rappresentanze governative, dei diritti umani e religiose.
La delegazione ha chiesto alla compagnia di porre immediatamente rimedio alla situazione e fa appello alla coscienza di tutte le persone perché partecipino alla pressione nei confronti dell’azienda per ottenere questo risultato. L’appaltatore per l’imbottigliamento della Coca-Cola, la messicana FEMSA ha rifiutato di trovare un nuovo impiego per i 91 lavoratori, ex lavoratori della Panamaco, che sono stati licenziati dopo che lo scorso anno la produzione è stata fermata in 11 dei 16 impianti di imbottigliamento colombiani. Il ministero della Protezione Sociale ha recentemente autorizzato i licenziamenti, nonostante il contratto collettivo stipulato tra Coca-Cola e il sindacato Sinaltrainal prevedesse che FEMSA dovesse ricollocare i lavoratori rimossi in nuovi impieghi. Più della metà dei lavoratori disoccupati sono leader sindacali. Il conflitto lavorativo arriva nel momento in cui l’azienda sta macinando profitti record. I suoi affari a livello mondiale fatturano 1,3 miliardi di dollari nel primo quadrimestre del 2004, ed è la prima volta che i guadagni quadrimestrali superano il miliardo di dollari. Queste entrate rappresentano un incremento del 35% rispetto allo scorso anno. [AT]

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coca-cola crimines

RAPPORTO DELLA COMMISSIONE INDIPENDENTE D’INCHIESTA DI NEW YORK CITY SULLA COCA-COLA IN COLOMBIA


Il rapporto della Commissione di New York City che ha svolto un’inchiesta in Colombia dall’8 al 18 Gennaio 2004

Autore: Commissione indipendente d’inchiesta di New York City sulla Coca-Cola in Colombia
Data: 2 aprile 2004
Lingua originale: inglese
Traduzione in italiano: COCS – COmitato Cambia lo Sponsor
Numero pagine: 12
Indice: 1. sommario esecutivo – 2. la storia della delegazione, i partecipanti, il mandato – 3. contesto nazionale e internazionale – 4. fonti e acquisizione dati – 5. accertamenti (pratiche di impiego – violenza extra-legale – inazione e complicità della coca-cola – rappresaglie legali) – 6. conclusioni e raccomandazioni

 

I. SOMMARIO ESECUTIVO

Nel Gennaio del 2004, il Consigliere Comunale di New York City Hiram Monserrate e una delegazione di attivisti dei sindacati, degli studenti e della società civile, si sono recati in Colombia per indagare sulle accuse dei lavoratori della Coca-Cola secondo cui l’azienda è complice delle violazioni dei diritti umani che i lavoratori stessi hanno sofferto.

La delegazione ha incontrato funzionari e lavoratori della Coca-Cola, come pure diverse rappresentanze governative, dei diritti umani e religiose.

Le conclusioni della Delegazione d’inchiesta di New York City sulla Coca-Cola in Colombia confermano le denunce dei lavoratori secondo cui l’azienda è responsabile della crisi relativa ai diritti umani che ha colpito la sua forza-lavoro.

Ad oggi, ci sono state un totale di 179 gravi violazioni dei diritti umani dei lavoratori della Coca-Cola, compresi nove omicidi. I familiari degli attivisti sindacali sono stati rapiti e torturati. I sindacalisti sono stati licenziati per aver partecipato a riunioni sindacali. L’azienda ha fatto pressione sui lavoratori perché rinunciassero a far parte del sindacato e ai loro diritti contrattuali e ha licenziato quelli che si sono rifiutati.

Più preoccupanti per la delegazione sono state le persistenti accuse secondo cui la violenza paramilitare contro i lavoratori è stata portata avanti con la consapevolezza e probabilmente sotto la direzione dei dirigenti aziendali.

L’accesso fisico che i paramilitari hanno avuto negli impianti di imbottigliamento della Coca-Cola è impossibile senza la consapevolezza e/o la tacita approvazione dell’azienda. In modo sconvolgente, i dirigenti dell’azienda hanno dichiarato alla delegazione di non aver mai indagato i rapporti tra i dirigenti degli impianti e i paramilitari. L’inazione dell’azienda ed il suo continuo rifiuto di assumersi alcuna responsabilità per la crisi dei diritti subita dalla sua forza lavoro in Colombia dimostra – nella migliore delle ipotesi – disprezzo per la vita dei suoi dipendenti.

La complicità della Coca-Cola nella situazione è aggravata dal suo reiterato schema di comportamento, nell’accusare di crimini gli attivisti sindacali che avevano denunciato la collusione dell’azienda con i paramilitari. Queste denunce sono state rigettate in quanto prive di fondamento in diverse occasioni.

La conclusione che Coca-Cola è responsabile per la campagna di terrore mirata contro i suoi lavoratori è inevitabile. La delegazione chiede alla compagnia di porre immediatamente rimedio alla situazione e fa appello alla coscienza di tutte le persone perché partecipino alla pressione nei confronti dell’azienda per ottenere questo risultato.


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II. LA STORIA DELLA DELEGAZIONE, I PARTECIPANTI E IL MANDATO

Il Consigliere Comunale di New York City Hiram Monserrate e cinque attivisti dei sindacati e della società civile si sono recati in Colombia dall’8 al 18 gennaio per indagare sulle accuse rivolte dai lavoratori colombiani impiegati presso gli impianti di imbottigliamento della Coca-Cola, secondo cui la Coca-Cola è complice nella campagna di violenze contro i leader e i membri del sindacato. Questo viaggio è stato il risultato di un processo investigativo e di un dialogo con la compagnia iniziato almeno un anno fa (v. Allegato A).

Monserrate, rappresentando la vasta e crescente comunità colombiana presso Jackson Heights ed Elmhurst, distretto di Queens, ha organizzato la delegazione di inchiesta di New York City sulla Coca-Cola in Colombia – una coalizione di studenti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti statunitensi e membri della comunità colombiana immigrata e residente a New York – per assicurarsi che uno dei maggiori mercati della Coca-Cola, New York City, non stia sostenendo abusi sul lavoro al di fuori dei nostri confini.

Su richiesta di Monserrate, egli stesso e altri rappresentanti della delegazione hanno incontrato i massimi dirigenti della Coca-Cola nel mese di Luglio del 2003 per discutere la crisi dei diritti umani a danno dei lavoratori della Coca-Cola in Colombia. Durante quell’incontro, i dirigenti dell’azienda hanno dichiarato  che le accuse, secondo cui l’azienda è collegata alle violenze, minacce e intimidazioni dei paramilitari, sono false.

La delegazione ha chiesto alla Coca-Cola di sponsorizzare una commissione d’inchiesta indipendente per indagare e valutare le accuse dei lavoratori circa un coinvolgimento dell’azienda nelle violenze illegali contro di loro (v. Allegato B). In seguito all’incontro del Luglio 2003, Coca-Cola ha risposto per iscritto che “l’azienda non intende supportare in alcun modo alcun tipo di Commissione d’inchiesta indipendente in Colombia” (v. Allegato C) e che le accuse dovrebbero essere esaminate solo localmente. Ritenendo fermamente che la faccenda richiedesse un’indagine, Monserrate e gli altri membri della delegazione hanno allora iniziato ad organizzare il viaggio che ha avuto luogo nel Gennaio del 2004.

I partecipanti alla delegazione in quel viaggio sono stati: Monserrate, rappresentante nel Consiglo Comunale di New York City per il 21mo distretto di Queens; Dorothee Benz, rappresentante del CWA – Communications Workers of America Local 1180; Lenore Palladino, direttore nazionale dell’associazione United Students against Sweatshop (USAS); Segundo Pantoja, rappresentante del  Professional Staff Congress-City University of New York (PSC-CUNY); José Schiffino, rappresentante del Civil Service Empolyees Association (CSEA); e Luis Castro, assistente e addetto stampa del Consigliere Monserrate.

Il mandato della delegazione d’inchiesta sulla Coca-Cola in Colombia per il viaggio del Gennaio 2004 era indagare sulle violenze contro i lavoratori della Coca-Cola, parlare in prima persona con i dirigenti e i lavoratori dell’azienda e valutare le accuse di complicità dell’azienda rispetto alle violenze.

La delegazione ha fatto ritorno il 18 Gennaio e ha realizzato un rapporto preliminare il 29 Gennaio. E’ anche iniziata una corrispondenza di sollecito all’azienda (v. Allegato E). Dopo la realizzazione del rapporto preliminare, i membri della delegazione hanno revisionato la voluminosa documentazione reperita sul caso, e ha sollecitato la documentazione aggiuntiva che alla delegazione era stata promessa dall’azienda.

Il presente rapporto rappresenta una revisione complessiva del materiale a disposizione al momento di questa stesura. La delegazione considera esaustivo il materiale, tuttavia si adopera per trovare documentazione aggiuntiva che possa fare ulteriormente luce sulla situazione.


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III. CONTESTO NAZIONALE E INTERNAZIONALE

La Colombia è uno dei paesi più pericolosi del mondo per un sindacalista. Sono più i sindacalisti assassinati ogni anno in Colombia che nel resto del mondo: 169 nel 2001, 184 nel 2002, 92 nel 2003. In tutto, più di 4000 sindacalisti sono stati assassinati dal 1986, e ad oggi nessuno è stato arrestato, giudicato e condannato per uno solo di questi assassini. In aggiunta agli assassini, i sindacalisti hanno subito altre forme di violenza e terrore, incluso il sequestro di persona, le percosse, le minacce di morte ed altre intimidazioni.

La maggior parte delle violenze sono state commesse dai membri delle unità paramilitari, anche conosciute come “squadre della morte”, ed in primo luogo le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). La collusione tra l’esercito e i paramilitari è un dato assodato in Colombia, e l’impunità totale di coloro che terrorizzano i sindacalisti si limita a sottolineare ulteriormente la connessione tra soggetti legali ed illegali che cercano di sopprimere l’attività sindacale.

La persecuzione nei confronti dei difensori della giustizia sociale sotto  la parvenza di lotta al terrorismo ha anche fornito al governo colombiano una scusa per limitare i diritti e le libertà dei sindacati. I sindacati sono sempre più oggetto di attacchi legali, così come di omicidi illegali e di minacce. Le modifiche nella legge colombiana risalenti al 1990 hanno fornito la cornice legale per eliminare il lavoro a tempo indeterminato e sostituirlo con il lavoro precario, aumentando l’insicurezza sul lavoro e inibendo fortemente la capacità dei sindacati di organizzare i lavoratori temporanei, che ora costituiscono la grande maggioranza della forza lavoro colombiana. Contemporaneamente, una serie di leggi approvate nel Dicembre del 2003, hanno ridotto gli ammortizzatori sociali e hanno limitato i diritti sindacali e le libertà civili. La violazione dei diritti è stata fatta passare come Legge Anti-Terrorismo, con argomentazioni ormai familiari per noi dopo l’11 settembre. I tagli allo stato sociale sono stati in linea con le richieste di austerità derivanti dai Piani di Aggiustamento Strutturale del Fondo Monetario Internazionale, così come i massici sforzi per incrementare le privatizzazioni. Circa 30.000 lavoratori pubblici sono stati licenziati; nei progetti del governo altri 40.000 perderanno il posto di lavoro.

Il risultato di queste tendenze è una disoccupazione ufficiale che si attesta al 20% mentre quella reale è molto più alta, come anche la sottoccupazione. L’adesione al sindacato dal 12% di dieci anni fa è crollata al 3,2%.

Sia la repressione legale che quella illegale dei sindacati in Colombia è largamente percepita come al servizio degli interessi delle multinazionali. Infatti la delegazione ha ascoltato numerosi racconti, durante la sua permanenza in Colombia, sulla collusione tra aziende e paramilitari – storie di campagne di terrore dove in migliaia sono stati uccisi o cacciati dalle loro terre dai paramilitari subito prima dell’ingresso di una multinazionale in una determinata area. Pertanto, le accuse contro Coca-Cola circa il suo ruolo rispetto alle violenze contro i suoi lavoratori, costituiscono un dato normale, piuttosto che eccezionale.

Il Sindacato Nazionale dei Lavoratori delle Industrie alimentari (SINALTRAINAL) è il sindacato nazionale del settore alimentare, che rappresenta i lavoratori colombiani della Coca-Cola. Nel Luglio del 2001 il SINALTRAINAL, in collaborazione con il UNITED STEELWORKERS OF AMERICA (USWA) e con l’INTERNATIONAL LABOR RIGHTS FUND (ILRF) ha intrapreso un procedimento presso la Corte del Distretto Sud-Est degli Stati Uniti in Florida contro la Coca-Cola Company e le sue controllate colombiane.

La denuncia legale, un’azione civile basata sull’ ALIEN CLAIMS TORT ACT (ACTA) registrata presso la Corte Distrettuale Federale del Distretto Sud della Florida con il No 01-03208-CIV in data 21 Luglio 2001, asserisce che le controllate della Coca-Cola in Colombia siano coinvolte in una campagna di terrore e omicidi nei confronti della loro forza-lavoro sindacalizzata attraverso l’utilizzo di truppe paramilitari delle AUC. Poco dopo, la Coca-Cola ha presentato denunce presso una corte colombiana contro coloro che l’hanno querelata negli USA per calunnia e diffamazione, chiedendo 500 milioni di pesos di risarcimento.


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IV. FONTI E ACQUISIZIONE DATI


Durante la permanenza in Colombia, la delegazione ha visitato Bogotà, Barranquilla, Barrancabermeja, Cali e Bugalagrande. Si è incontrata con i lavoratori Coca-Cola che sono stati vittima di violenza, intimidazione, rappresaglia e minacce, e con lavoratori e altre persone che sono stati testimoni di queste azioni. La delegazione si è incontrata anche con organizzazioni e attivisti impegnati per i diritti umani, altri sindacati, organizzazioni sociali e diversi rappresentanti del Governo. Questi incontri ulteriori hanno fornito un quadro generale e in alcuni casi la verifica indipendente delle accuse del sindacato contro l’azienda. La delegazione ha filmato tutte le testimonianze ricevute dai lavoratori della Coca-Cola, e, al suo ritorno negli Stati Uniti, ha visionato l’intera documentazione videoregistrata per la redazione di questo rapporto.

I lavoratori della Coca-Cola e i loro familiari più stretti che sono stati intervistati comprendono:
Anonimo 1, Barranquilla, 11 Gennaio
Limberto Carranza, Barranquilla, 11 Gennaio
Anonimo 2, Barranquilla, 11 Gennaio
Anonimo 3, Barranquilla, 11 Gennaio
Anonimo 4, Barranquilla, 11 Gennaio
Oscar Giraldo, Bogotà. 12 Gennaio
Hernan Manco, Bogotà, 12 Gennaio
William Mendoza, Barrancabermeja, 14 Gennaio
Jose Domingo Flores, Barrancabermeja, 14 Gennaio

Inoltre, la delegazione si è incontrata con i dirigenti nazionali del SINALTRAINAL, in particolare Javier Correa, presidente del sindacato, ed Edgar Paez, segretario per gli Affari Internazionali. In data 12 Gennaio ha ricevuto una presentazione in Power Point intitolata “Accumulazione di capitale e violazione dei diritti umani” che analizza la struttura aziendale di Coca-Cola, le strategie economiche, le pratiche di impiego della forza lavoro e i profitti, ed è stata consegnata una copia per le sue registrazioni documentali. Inoltre, abbiamo acquisito un libro con una storia dettagliata della Coca-Cola in Colombia, “Una delirante ambizione imperiale”, Edizioni Universo Latino, Bogotà, 2003.

Il 13 Gennaio, la delegazione ha incontrato due rappresentanti della Coca-Cola/FEMSA a Bogotà, Juan Manuel Alvarez, direttore dell’Ufficio Risorse Umane, e Juan Carlos Dominguez, manager dell’Ufficio Affari Legali. I membri della delegazione hanno cercato, mentre erano ancora a New York, di organizzare delle visite all’interno degli impianti di imbottigliamento Coca-Cola. Questa richiesta è stata reiterata nel corso dell’incontro del 13 Gennaio (v. Allegato D), e la delegazione a questo punto ha chiesto specificatamente che gli fosse consentito l’accesso all’impianto di Barrancabermeja. I dirigenti dell’azienda hanno rifiutato nettamente. Nel corso dell’incontro con Alvarez e Dominguez, questi hanno promesso che avrebbero inviato l’ampia documentazione a cui hanno fatto riferimento. Ad oggi, nulla di questo materiale è stato ricevuto all’infuori di una lettera dal Quartier generale di Atlanta che conferma che questi materiali saranno forniti (v. Allegato H).

La delegazione ha ricevuto informazioni sulla pratiche di impiego della Coca-Cola e sulla violenza contro i suoi lavoratori da diversi altri soggetti, al fine di inquadrare in maniera più ampia il contesto sociale, economico e politico. A Barrancabermeja, la delegazione ha incontrato in data 14 Gennaio il CREDHOS, una organizzazione locale attiva sul fronte dei diritti umani, e la Organizacion Femenina Popular, un’organizzazione di donne, il 15 Gennaio. A Cali, il 17 Gennaio, c’è stato un colloquio con Diego Escobar Cuellar, rappresentante di ASONAL JUDICIAL, l’associazione di lavoratori del settore giudiziario. Escobar ha fornito un quadro agghiacciante del problema dell’impunità, descrivendo in dettaglio la corruzione interna al sistema giudiziario e la sua crescente alleanza con i paramilitari. “Giustizia colombiana è un ossimoro”, ha dichiarato ai membri della delegazione.

La delegazione si è incontrata anche con numerosi esponenti del Governo e del mondo politico con cui ha discusso del caso Coca-Cola. Questi incontri si sono svolti con: i deputati Wilson Borja e Gustavo Pedro; Daniel Garcia Pena, assistente del sindaco di Bogotà Lucho Garzon; membri dell’Ufficio esecutivo del Frente Social y Politico, formazione politica di sinistra; il Sindaco di Cali Apolinar Salcedo Caicedo; e il Consiglio Comunale di Cali.

All’inizio del viaggio, la delegazione si è incontrata anche con due membri dello staff dell’ambasciata statunitense, Craig Conway e Stuart Tuttle, che all’epoca erano delegati ai Diritti Umani.


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V. ACCERTAMENTI

Le pratiche di impiego della Coca-Cola in Colombia, sia quelle legali che quelle illegali, hanno avuto l’effetto di abbassare notevolmente i salari, gli standard di lavoro e la sicurezza sul lavoro per i dipendenti della Coca-Cola, e simultaneamente di decimare il sindacato SINALTRAINAL. Entrambe queste tendenze sono state rafforzate dalle raccapriccianti violazioni dei diritti umani, che i lavoratori hanno sofferto per mano delle forze paramilitari.

L’azienda respinge ogni coinvolgimento nelle minacce, negli assassini, nei sequestri, e nelle altre tattiche di terrorismo, ma la sua incapacità di proteggere i suoi lavoratori anche all’interno delle proprietà della compagnia, il suo rifiuto di indagare le persistenti accuse di pagamenti ai paramilitari da parte dei capi degli impianti, e la sua riluttanza a condividere la documentazione che potrebbe portare a diverse conclusioni, conduce la delegazione alla conclusione che Coca-Cola è complice nelle violazioni dei diritti umani dei suoi lavoratori in Colombia.


Pratiche di impiego

Durante la scorsa decade, Coca-Cola ha proceduto alla centralizzazione della produzione presso i suoi impianti colombiani allo stesso tempo in cui ha decentralizzato la sua forza lavoro. Così facendo, ha chiuso o ridotto molti dei suoi impianti di imbottigliamento e ha fatto ricorso sempre più a lavoro in subappalto. Come denunciato dal sindacato, tali pratiche violano la legge vigente. Dal Settembre del 2003, Coca-Cola FEMSA ha chiuso le linee di produzione presso 11 dei suoi 16 impianti di imbottigliamento.

Inoltre, la ristrutturazione della forza lavoro ha abbattuto il numero di lavoratori della Coca-Cola. Dal 1992 al 2002 circa 6700 lavoratori della Coca-Cola in Colombia hanno perso il posto. L’88% dei lavoratori dell’azienda ora è costituito da lavoratori a tempo determinato e non sindacalizzati. Negli ultimi dieci anni i salari sono stati ridotti del 35% per questi lavoratori precari, ed essi guadagnano un quarto dei lavoratori sindacalizzati. I precari non hanno tutele sul lavoro, né assistenza sanitaria, né diritto di organizzarsi.

L’azienda ha fatto continuamente pressioni sui lavoratori perché rinunciassero alla loro appartenenza al sindacato e alle loro garanzie contrattuali. Dal Settembre del 2003, ha fatto pressione su 500 lavoratori perché rinunciassero ai loro contratti collettivi in cambio di un pagamento forfettario. A Barranquilla la delegazione ha ascoltato anche la testimonianza di tre lavoratori della Coca-Cola che hanno dichiarato di essere stati licenziati per aver partecipato agli incontri del sindacato. Due di loro hanno affermato che ora loro e le loro famiglie soffrono la fame e non hanno di che coprire le loro necessità vitali.

Molti dei leader sindacali della Coca-Cola hanno resistito a queste pressioni e hanno rifiutato di rassegnare le dimissioni. Da quando la delegazione è rientrata dalla Colombia, l’azienda ha aumentato la pressione su questi leader, richiedendo con successo al Ministero Colombiano per la Protezione Sociale l’autorizzazione per licenziare 91 lavoratori, il 70% dei quali sono dirigenti sindacali. Il SINALTRAINAL lo ha chiamato “lo sforzo finale di Coca-Cola per eliminare il sindacato”.

In risposta il SINALTRAINAL ha intrapreso uno sciopero della fame di 12 giorni il giorno 15 Marzo, in otto città colombiane, per protestare contro la chiusura di 11 fabbriche avvenuta lo scorso anno. Queste chiusure sono il risultato delle dimissioni forzate di 500 lavoratori, malgrado la legge colombiana e nonostante il contratto collettivo gli garantisse il diritto di essere trasferiti da un impianto all’altro. Due scioperanti sono stati ricoverati in ospedale prima che la FEMSA, una sussidiaria della Coca-Cola, accettasse di sedersi al tavolo negoziale con i dirigenti sindacali. L’inizio delle contrattazioni è programmato per lo stesso giorno in cui questo rapporto viene pubblicato, il 2 Aprile.


Violenza extra-legale

La distruzione del sindacato, e con essa la possibilità di abbattere i salari ed eliminare i benefici, è anche lo scopo della campagna di violenza e terrore diretta nei confronti dei membri del sindacato presso gli impianti Coca-Cola. Complessivamente ci sono stati un totale di 179 violazioni dei diritti umani di lavoratori Coca-Cola, compresi 9 omicidi. Sebbene la violenza sia praticata dai paramilitari piuttosto che da soggetti dell’azienda, il sindacato ha documentato la coincidenza temporale tra le trattative sindacali e i periodi di maggiore violenza contro i lavoratori.

La delegazione ha ascoltato testimonianze di dozzine di lavoratori Coca-Cola e loro familiari che sono stati vittime di violenze e terrore o che sono stati testimoni oculari dei fatti. La mole di queste testimonianze è schiacciante, e il quadro che ne emerge è inconfutabile: i lavoratori sindacalizzati e soprattutto i leader e gli attivisti sindacali sono stati ripetutamente bersaglio nello sforzo di ridurre al silenzio il sindacato e di annientare la sua capacità di negoziare condizioni migliori per i suoi membri.

A Barranquilla, la delegazione ha ascoltato il figlio di Adolfo Munera, un lavoratore della Coca-Cola che fu assassinato nell’Agosto del 2002. Egli ha dichiarato alla delegazione:
“Mio padre era una persona onesta e amichevole e un grande lavoratore. Iniziò a lavorare per la Coca-Cola nel 1993. Aderì al sindacato della Coca-Cola ed iniziò a lavorare per i diritti dei suoi colleghi. Proprio per questo, arrivò una denuncia dall’azienda. Loro [le forze di sicurezza del Governo] fecero irruzione in casa il 6 Marzo del 1997; arrivarono, entrarono con la forza e perquisirono dappertutto. Poi lanciarono false accuse contro mio padre. Con l’aiuto del sindacato, mio padre assunse un avvocato e preparò la sua difesa. Quella volta, l’azienda dichiarò mio padre assente dal lavoro. Durante quel periodo, mio padre dovette scappare in esilio e muoversi da un posto all’altro. Lo licenziarono per la sua assenza dal lavoro e a quel punto chiedemmo aiuto. Grazie al sindacato che ci diede quel supporto, approntammo la difesa. Sfortunatamente l’azienda gli fece consegnare una lettera di licenziamento e allora lui andò al confino per cinque anni. Nell’Agosto del 2002 fu assassinato sulla porta della casa di sua madre”.


Liberto Carranza, un lavoratore della Coca-Cola e attivista sindacale a Barranquilla, ci ha raccontato il rapimento del suo figlio di 15 anni, Jose David:
“Sto parlando alla Commissione Internazionale come padre. Mio figlio fu preso l’11 Settembre dello scorso anno [2003]. Un paio di uomini incappucciati lo presero mentre tornava a casa dalla scuola in bicicletta. Lo trattennero e lo portarono in giro per la città di Soledad, dove vivevamo all’epoca. Fu malmenato, cioè torturato. In seguito fu lasciato in un fosso tramortito ed in stato di semi-inconscienza. Chiesero a mio figlio di me. Dal momento in cui iniziarono a picchiarlo, gli chiesero dove fossi e in cosa fossi coinvolto. Poi gli dissero che in ogni caso avevano intenzione di uccidere suo padre. Mio figlio è stato picchiato…fino ad oggi…non si è ripreso, non può far finta di niente. Non riesce a superare lo shock psicologico.”

“Per quanto ci riguarda la cosa più importante è che il 9 iniziammo quella che può essere ritenuta la battaglia più dura con la dirigenza, quando l’azienda rese pubblica la sua intenzione di chiudere gli impianti di Cartagena, Monteria e Valledupar. Organizzammo la mobilitazione dei lavoratori affinché rifiutassero il piano proposto dall’azienda per il così detto “pre-pensionamento”. Loro iniziarono un gioco di intimidazione, portando i lavoratori in diversi hotel di queste città, per convincerli ad accettare il piano e ad abbandonare i diritti di tutela sul lavoro previsti nei loro contratti. Quale fu la risposta alla nostra mobilitazione? Il giorno successivo sequestrarono mio figlio”.

Non è stato questo l’unico caso di violenza nei confronti dei familiari di cui la Commissione ha avuto testimonianza. Si tratta forse della più orribile forma di terrore; si dice che il Cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII nel XVII secolo, abbia rimarcato: “un uomo con una famiglia può essere costretto a fare qualsiasi cosa”. Tra le altre storie di minacce contro le famiglie, c’è quella di William Mendoza, presidente della sezione locale del sindacato a Barrancabermeja. Ha raccontato come tre uomini cercarono di sequestrare sua figlia di quattro anni l’8 Giugno del 2002, ma il tentativo fu sventato dalla madre, che si aggrappò tenacemente alla figlia. Gli uomini allora iniziarono a picchiarla, ma le sue urla ripetute attirarono l’attenzione e i tentati sequestratori lasciarono perdere. Dopo questo fatto, Mendoza afferma che un comandante locale dei paramilitari lo chiamò:

Disse: “Ascolta, sei stato fortunato oggi, volevamo rapire tua figlia”. Continuò: “volevamo ucciderla, così avresti finito di raccontare stronzate sui paramilitari e sulla Coca-Cola”. Questo perché qui a Barranca noi abbiamo denunciato il paramilitarismo e le sue probabili connessioni con la Coca-Cola. Dicono che se ricomincio a parlare, se non mi sto zitto, qualcosa succederà ai miei familiari. Ho denunciato il fatto alla polizia e non ho visto nessuna persona arrestata, e l’ufficiale di polizia non mi ha detto a che punto sono le indagini….I miei figli vanno a scuola con l’auto blindata per proteggerli. E’ una situazione veramente difficile.

E non si tratta dell’ultima volta che un familiare di Mendoza è stato minacciato:
Il 17 Gennaio dello scorso anno [2003] ho ricevuto una chiamata a casa per mia figlia Paola. Gli chiesero se sua madre e suo padre fossero lì. Le dissero di avvertirli di stare molto attenti. Le chiesero dove studiava, lei rispose in una certa scuola e loro dissero che lei stava mentendo e che sapevano che lei andava in un’altra scuola, e anche che “proprio in questo momento tuo fratello sta facendo dei lavoretti in cortile”. Ed in quel momento mio figlio di dieci anni stava lì fuori a pulire la facciata della casa. Ovviamente stavano tenendo la nostra casa sotto sorveglianza.

La delegazione ha parlato con due sopravissuti della campagna dei paramilitari per distruggere il sindacato a Carepa, nella regione dell’Urabà, tra il 1995 e il 1996. E’ qui che il leader sindacale Isidro Segundo Gil fu colpito con sette colpi di arma da fuoco dai paramilitari all’interno l’impianto di imbottigliamento della Coca-Cola. Alcune ore dopo, la sede cittadina del sindacato fu data alle fiamme. E due giorni dopo, i paramilitari tornarono all’impianto, misero in fila tutti i lavoratori, diedero loro lettere prestampate di dimissioni dal sindacato e li fecero firmare sotto minaccia di morte. Le lettere furono scritte e stampate con i computer aziendali. Il risultato, non sorprendente, è che il sindacato lì fu annientato e i suoi leader, temendo per la propria vita, fuggirono.

L’assassinio di Gil fu uno dei cinque avvenuti presso l’impianto di Carepa, insieme a molte sparizioni e sequestri. Oscar Giraldo era a quel tempo il vice-presidente del sindacato locale. Prima che Gil venisse assassinato, la prima commissione esecutiva del sindacato era stata cacciata dalla città e lo stesso fratello di Giraldo, Vicente Enrique Giraldo, assassinato. Giraldo ha descritto la completa impunità di cui godettero gli assassini di Gil: “La polizia venne a prelevare il corpo e non fece nessuna indagine. La stessa cosa avvenne con mio fratello, vennero a prelevare il suo corpo e nessuno fece nessuna, nessunissima indagine”.

Ad ogni modo non era solo l’impunità da parte della Procura dello Stato che Giraldo testimoniava. Egli ha osservato anche legami tra l’azienda e i paramilitari. Egli ha dichiarato alla delegazione che “un supervisore mi disse che Mosquera [il direttore dell’impianto] aveva intenzione di stroncarci, e tre giorni dopo ci fu l’assassinio di Isidro Gil.” Ariosto Milan Mosquera ha lasciato la città poco prima dell’assassinio, giusto dopo che il sindacato aveva presentato la sua piattaforma contrattuale all’azienda. Giraldo ha ricordato:

I paramilitari potevano circolare all’interno dell’azienda senza problemi, arrivavano ed entravano senza ostacoli, e il direttore continuava a dire che doveva liberarsi del sindacato. Egli inoltre beveva con i paramilitari e si mostrava in pubblico con loro, tutti ce lo dicevano. E mi fu detto dal supervisore (…) che il piano era di sbarazzarsi del sindacato. Sono sicuro che ai paramilitari fu chiesto dall’azienda di distruggere il sindacato. C’era l’esercito, c’era la polizia in città, i paramilitari vivevano proprio lì, la polizia non ha mai fatto nessun tentativo per fermarli. Alcuni di loro erano nostri concittadini, altri forestieri. E Coca-Cola era un cliente dei paramilitari.

Attacchi e minacce sono continuati. Per esempio Luis Edoardo Garcia e Jose Domingo Flores, attivisti sindacali di Bucaramanga che la delegazione ha intervistato a Barrancabermeja, hanno raccontato alla delegazione di come furono vittime di aggressioni fisiche l’11 settembre 2003. Juan Carlos Galvis è sopravvissuto ad un tentativo di omicidio il 22 Agosto 2003.


Inazione e complicità della Coca-Cola

Le prove circostanziali della complicità di Coca-Cola nella repressione della sua forza lavoro sindacalizzata abbondano. Ad esempio la coincidenza sospetta, riportata alla delegazione da molteplici fonti sindacali, di ondate di violenza anti-sindacale durante le vertenze contrattuali tra sindacato ed azienda. L’analisi del sindacato rivela anche che i picchi nei profitti dell’azienda si sono verificati nei periodi di repressione più intensa.

Oltre a queste correlazioni, ci sono preoccupanti testimonianze oculari secondo cui i paramilitari avrebbero libero accesso agli impianti Coca-Cola e intratterrebbero rapporti con i manager aziendali.

Quando la delegazione si è recata a Barrancabermeja, è stato condotto un test sull’accessibilità fisica degli impianti al fine di comprendere con maggiore precisione che cosa implichi l’accesso dei paramilitari nelle proprietà dell’azienda. L’impianto di Barrancabermeja è circondato da un recinto metallico alto dieci piedi. L’ingresso è controllato da un cancello presidiato, che rimane chiuso. E’ semplicemente impossibile guadagnare l’ingresso all’impianto senza la consapevolezza ed il permesso dell’azienda. E’ impossibile evitare la conclusione che i paramilitari fossero presenti all’interno degli impianti di imbottigliamento con la piena consapevolezza e/o la tacita approvazione dell’azienda.

La delegazione ha anche ascoltato testimonianze da diverse fonti secondo cui ci sarebbero stati pagamenti ai paramilitari da parte dei manager locali della Coca-Cola. Nel corso dell’incontro del 13 Gennaio tra la delegazione e i rappresentanti della Coca-Cola/FEMSA (v. Allegato F) Juan Manuel Alvarez e Juan Carlos Dominguez, queste accuse sono state respinte con vigore. Tuttavia, Alvarez e Dominguez erano a conoscenza del fatto che i funzionari della Coca-Cola non avessero mai disposto alcuna inchiesta interna o esterna rispetto a tali accuse, né rispetto ad alcuna delle centinaia di violazioni dei diritti umani sofferte dai lavoratori della compagnia.

I rappresentanti dell’impresa erano anche consapevoli della possibilità che persone assunte dalla azienda – anche se agendo senza autorizzazione – potessero aver lavorato o avuto contatti con paramilitari. Questa ammissione rende ancor più scioccante la mancanza di indagini sui collegamenti con i paramilitari. Alvarez e Dominguez hanno anche sostenuto che l’azienda assistesse i lavoratori nella presentazione delle denunce alle autorità governative rispetto alla continua persecuzione dei paramilitari contro l’attività sindacale e hanno promesso di mettere a disposizione la relativa documentazione; ad oggi, tuttavia, nessuna documentazione è stata ricevuta dalla delegazione, nonostante le lettere di sollecitazione.

Lo scambio del 13 Gennaio rispecchia l’esperienza della delegazione con Coca-Cola nel corso del suo dialogo con la compagnia. Diverse richieste di documentazione sono rimaste senza risposta o inevase. La Coca-Cola ha mostrato, nella migliore delle ipotesi, disprezzo per le vite dei suoi lavoratori, che sono stati minacciati, picchiati, sequestrati, esiliati e uccisi, mentre l’azienda non ha ritenuto opportuno svolgere indagini su questa grave turbativa che sta affliggendo la sua forza lavoro.


Rappresaglie legali

I sospetti che la risposta dell’azienda alla situazione dei suoi lavoratori oscilli dall’indifferenza all’intimidazione deliberata sono avvalorati dal ripetuto ricorso della Coca-Cola a denunce penali contro gli attivisti sindacali.

Nel 1996 sei membri del sindacato dell’impianto di Bucaramanga furono arrestati dopo che il responsabile della sicurezza della Coca-Cola li accusò di aver messo una bomba nell’impianto. Le denunce penali furono portate avanti nei confronti di tre di loro ed essi furono incarcerati per tre mesi finché le denunce vennero respinte  dalla pubblica accusa perché in quanto prive di fondamento. La delegazione ha ascoltato testimonianze da diversi di questi lavoratori, che hanno raccontato con dettagli raccapriccianti la sofferenza della loro ingiusta detenzione, a volte in condizioni disumane. I lavoratori e le loro famiglie non sono mai stati risarciti per le sofferenze patite e qualcuno riporta problemi e disturbi derivanti da stress post-traumatico a causa della sua esperienza in carcere. Coca-Cola ha omesso di condannare queste incarcerazioni dei lavoratori o le false denunce presentate contro di loro dalle sue stesse società affiliate.

Più recentemente, la compagnia ha presentato denunce penali nei confronti di alcuni di coloro che hanno presentato querela nel processo federale iniziato nel 2001 contro l’azienda presso la Corte Distrettuale Federale del Distretto Sud della Florida in base all’Alien Claims Tort Act (ACTA). Nel corso dell’incontro del 13 Gennaio a Bogotà, Dominguez ha definito queste denunce penali come una conseguenza del processo basato sull’ACTA, alla delegazione ciò è apparso come se l’azienda intendesse le denunce come una rappresaglia diretta. Poco dopo che la delegazione aveva fatto ritorno dalla Colombia, il 26 Gennaio 2004, il procuratore colombiano competente per la causa della Coca-Cola contro i lavoratori che avevano presentato denuncia nel processo negli Stati Uniti, ha respinto le accuse di calunnia e diffamazione perché prive di fondamento. E’ la seconda volta che le denunce della Coca-Cola contro i suoi impiegati sono state respinte dalle Corti Colombiane. Ciononostante la Coca-Cola persiste senza tregua nella sua strategia legale; la compagnia ha infatti presentato denunce simili contro gli impiegati a Valledupar.


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VI. CONCLUSIONI E RACCOMANDAZIONI

La delegazione ritiene sia la quantità che la qualità delle accuse dei lavoratori della Coca-Cola scioccanti e convincenti. Appare innegabile che i lavoratori della Coca-Cola sono stati sistematicamente perseguitati per la loro attività sindacale. Appare parimenti evidente che la compagnia ha permesso, se non orchestrato direttamente, le violazioni dei diritti umani dei suoi lavoratori, che hanno duramente compromesso il sindacato dei lavoratori ed il loro potere contrattuale.

Di fronte a questa evidenza, è davvero sconcertante la persistente tesi della Coca-Cola secondo cui non è configurabile una qualsiasi responsabilità a suo carico per la campagna di terrore contro i suoi lavoratori, come anche l’assenza assoluta di indagini sui collegamenti tra azienda e paramilitari. La delegazione ha intrapreso un dialogo approfondito con la compagnia su questi fatti ormai quasi da un anno, e deve ancora ricevere una qualsiasi documentazione che supporti le sue smentite rispetto alla complicità in questa situazione. La delegazione continuerà a fare pressione per ottenere gli specifici documenti che sono stati promessi e per esortare l’azienda a prendere urgentemente i provvedimenti necessari per dare soluzione alla crisi relativa ai diritti umani rappresentata dalla sua forza lavoro colombiana.

Nello specifico, la delegazione rinnova le sue richieste per:

(1)   Il ritiro di tutte le denunce criminali in rappresaglia contro i suoi impiegati. La delegazione è preoccupata per gli agghiaccianti effetti dovuti al fatto che una compagnia come la Coca-Cola usi denunce di rappresaglia contro i suoi lavoratori che hanno usato il sistema legale per esprimere il loro malcontento.

(2)   Una dichiarazione pubblica della Coca-Cola a favore del diritto internazionale del lavoro in Colombia, di denuncia della violenza anti-sindacale e di inizio di un’inchiesta, anche se in grave ritardo, sulle accuse dei lavoratori. La delegazione ritiene che l’evidente rifiuto della Coca-Cola di indagare denunce di natura piuttosto grave contro i suoi impiegati dia l’impressione di indebolire il suo supporto ai diritti umani e del lavoro. Almeno una dichiarazione e un’indagine servirebbero a far crescere la fiducia dei consumatori a livello internazionale nella condotta aziendale della compagnia.

(3)   Una commissione indipendente sui diritti umani. Una commissione indipendente sui diritti umani è necessaria per valutare tutte le accuse e  le condizioni degli impianti, per determinare la credibilità delle minacce e identificare i potenziali strumenti per proteggere i diritti dei lavoratori, per verificare la credibilità della Coca-Cola come buon cittadino globale. Al fine di mantenere credibilità e obiettività, la commissione potrebbe essere costituita in egual misura da membri della Coca-Cola, del SINALTRAINAL e da altri rappresentanti sindacali di livello ed esperti internazionalmente riconosciuti in diritti umani.

La delegazione continuerà a prodigarsi per persuadere la Coca-Cola a prendere questi urgenti e necessari provvedimenti e a dimostrare  che non vengono tollerati profitti sovvenzionati dal terrore.

La delegazione richiama inoltre tutte le persone di coscienza a partecipare a questi sforzi. Facciamo appello ai consumatori perché si mettano in contatto con la compagnia  e aggiungano la loro voce all’appello per la responsabilità d’impresa. Facciamo appello agli azionisti perché esercitino il loro potere di proprietà nella compagnia. Facciamo appello alle chiese, alle organizzazioni degli studenti, ai gruppi locali e alle associazioni civiche perché si sentano coinvolte. Inviamo un appello particolare ai sindacati perché dimostrino la loro solidarietà con i loro fratelli e sorelle della Colombia, perseguitati per l’esercizio dei diritti sindacali internazionalmente riconosciuti. E facciamo appello ai membri del governo e a tutti i rappresentanti di questi elettori, perché si battano per i diritti umani e per gli ideali della democrazia americana, che garantisce la libertà di associazione.

Insieme, in quanto stakeholder della Coca-Cola, ognuno di noi deve sfidare questa compagnia, simbolo in tutto il mondo dell’impresa americana, a mettere fine alla sua complicità nella repressione dei lavoratori colombiani

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crimine in India da parte della coca cola

INDIA:
La sete provocata dalla Coca-Cola

 

Ranjit Devraj

NEW DELHI, 14 luglio 2004 (IPS) – L’impresa della Coca Cola è allo scontro con gli scienziati del governo dell’India e con la popolazione dello Stato occidentale desertico del Rajastan, che la accusano di sfruttamento eccessivo delle acque sotterranee

 

Questo è solo uno dei problemi che la multinazionale deve affrontare in India, dove negli ultimi mesi è stata accusata di inquinare l’ambiente, dare ai contadini rifiuti tossici spacciandoli per fertilizzanti e vendere bibite contenenti residui di insetticida.

La popolazione circostante la zona industriale di Kaladera, nella periferia di Jaipur, capitale del Rajastan, chiede la chiusura della fabbrica di Coca Cola e delle sue potenti pompe d’estrazione dell’acqua, considerate responsabili dell’esaurimento delle falde freatiche nel sottosuolo.

I rappresentanti della popolazione locale ritengono che tale pratica impedisce loro l’accesso alla risorsa e sconvolge il delicato equilibrio ambientale dell’area.

Guidati da organismi come il “Forum di agitazione del popolo”, l’associazione spirituale “Arya Samaj” e l’organizzazione dei servizi sociali “Rajastan Samara Seva Sang”, alcuni residenti della zona hanno inasprito le loro proteste questo mese.

La Coca Cola ha installato a Kaladera un proprio impianto d’imbottigliamento per la presunta abbondanza di risorse acquifere dell’area. Ma la siccità degli ultimi tre anni ha costretto l’impresa a restringere i suoi obiettivi di produzione.

Gli agricoltori della zona colpiti dalla siccità sono molto contrariati, poiché ogni giorno vedono uscire dall’impresa moltissimi camion carichi di bibite fresche.

Ma la Coca Cola rifiuta le accuse secondo cui starebbe estraendo troppa acqua dal sottosuolo di Kaladera.

Tuttavia, residenti e organizzazioni di volontari chiedono che all’impresa vengano ricordate le sue responsabilità, e realizzano numerose proteste davanti alla fabbrica.

Sunil Gupta, vicepresidente di Coca Cola-India, ha dichiarato che l’impresa avrebbe lavorato con Rajendra Singh, il principale attivista per il diritto di accesso all’acqua del Rajastan, nella applicazione di progetti per immagazzinare le piogge e impedire così l’esaurimento delle falde freatiche.

Ma Singh, leader dell’organizzazione Tarun Bharat Sangh e vincitore del premio ambientalista Magsaysay, ha detto di sostenere tutti i progetti di immagazzinaggio dell’acqua ma di rifiutare le fabbriche che la imbottigliano.

Singh ha dichiarato all’IPS che in più di due anni ha raccolto circa quattro milioni di firme di cittadini che s’impegnavano a non comprare acqua in bottiglia, e “riaffermavano il proprio diritto naturale all’acqua, e a non comprarla come una merce che può essere accaparrata da avide multinazionali”.

I risultati di una ricerca preliminare realizzata dalla Giunta centrale di acqua sotterranea (CGWB, la sigla in inglese) indicano che le attività della Coca Cola a Kaladera hanno contribuito a ridurre il livello delle falde fino a 38,1 metri nella scorsa decade.

Per questa ragione, ha concluso la CGWB, la maggior parte dei pozzi d’acqua della zona si prosciugano.

Secondo stime ufficiali, la fabbrica ha estratto in media 20mila metri cubi d’acqua mensili, mediante potenti pompe, direttamente dalle falde acquifere.

“L’estrazione continuata porterà al deterioramento della qualità dell’acqua sotterranea per l’alterazione della concentrazione naturale di sali in diversi livelli delle falde”, ha segnalato un idrogeologo della CWGB al quotidiano The Hindu.

I capi della Coca Cola hanno preferito non commentare le accuse dello scienziato della CWGB. Hanno invece affermato che l’impresa si è “associata” a questo organismo, “dei governi locali e delle comunità, per aiutare a combattere la penuria d’acqua e l’esaurimento delle falde”.

La Corte Suprema di Kerala ha ordinato lo scorso dicembre alla Coca Cola di fermare l’estrazione dell’acqua dei suoi impianti d’imbottigliamento nella località di Plachimada, nel sud dello Stato. La giunta comunale di Plachimada aveva ritirato la licenza di attività della fabbrica, dopo il prosciugamento delle falde acquifere.

Il tribunale ha sentenziato che la proprietà del terreno su cui era installato l’impianto non conferiva automaticamente all’impresa il diritto di estrarre l’acqua, che è stata considerata bene pubblico.

Si ripete un modello costante per l’estrazione abusiva di acqua a Plachimada, situata in un’area piovosa, e a Kaladera, ai confini del deserto di Rajastan Thar, ha osservato Afsar Jafri, della Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ambiente.

In entrambi gli impianti d’imbottigliamento si estraeva più acqua del necessario, al riparo dagli obblighi d’investimenti richiesti dai governi statali, secondo l’esperto.

La maggior parte dei 90 impianti d’imbottigliamento che possiedono in India la Coca Cola e la sua rivale Pepsi sarebbero in difficoltà se le leggi sull’acqua si implementassero, secondo Jafri.

“I tribunali e il parlamento – ha aggiunto – hanno riconosciuto che le multinazionali sfruttano eccessivamente un bene comune”.

L’anno scorso, laboratori ufficiali hanno accusato l’impresa della Coca Cola di Kerala di consegnare rifiuti tossici ai contadini come se si trattasse di “fertilizzanti”.

Paul Thachil, presidente della Giunta di controllo sull’inquinamento a Kerala, ha chiesto alla Coca Cola di smettere di distribuire “rifiuti nocivi”, dopo aver constatato che avrebbe inquinato con il cadmio l’acqua di una vasta area che circonda il villaggio di Plachimada, nel distretto di Palghat.

Anche l’anno scorso, il Centro per la scienza e l’ambiente (CSE) ha trovato sui campioni di 12 bibite vendute a Nuova Dehli e nei dintorni, tra cui Coca Cola e Pepsi, residui di quattro pesticidi e insetticidi altamente tossici.

Il livello registrato di chlorpyrifos di era 42 volte superiore a quello tollerato dalle norme europee, quello di malatione, 87 volte superiore, e quello del lindano – pesticida vietato negli Stati Uniti – 21 volte superiore, secondo gli scienziati. (FINE/2004)

 

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CHI DI CECENIA FERISCE, DI CECENIA PERISCE

NON E’ SOLO TERRORISMO CECENO
Postato il Thursday, 02 September @ 22:56:39 CEST di jormi

 

di Giulietto Chiesa
da La Stampa del 31 Agosto 2004

 

Non è solo terrorismo.
La impressionante successione di colpi che i ribelli ceceni stanno portando contro la Russia,
lascia ormai intravvedere un obiettivo politico che va oltre il problema ceceno e oltre i confini di quel martoriato paese. L’obiettivo è Vladimir Putin in persona e il suo destino politico.
Il Presidente russo ha ormai molti nemici non dichiarati, che abitano non a Groznij o a Gudermes, ma anche a Mosca.

Putin è padrone della Russia. Putin ha un vasto consenso popolare, forse non così grande come dicono i sondaggi, ma certo grande. Putin domina l’apparato dello stato, la polizia politica, tutti i ministeri della forza. Putin controlla i due rami del parlamento. Sia il Consiglio della Federazione, la Camera alta, sia la Duma, sono nelle sue mani pressochè interamente.
Le loro decisioni
fotocopiano semplicemente quelle dell’Amministrazione presidenziale.
Non ci sono partiti politici in grado di esercitare la benchè minima funzione di opposizione. In Cecenia i presidenti eletti con l’appoggio del Cremlino saltano in aria, uno dietro l’altro, ma Putin ne mette altri dei suoi al posto degli uccisi.
L’unico che ha tentato di rompere questo stato di cose, il banchiere e miliardario Khodorkovskij, è in galera da un anno e non ne uscirà.
Voleva organizzare un’alternativa per le prossime presidenziali e imprudentemente lo dichiarò. Si muoveva con l’appoggio esterno della Exxon-Mobil, che stava comprandosi a gran velocità il gigante petrolifero Jukos. E’ stato stoppato senza mezze misure.
“L’interesse della Russia si decide in Russia”, esclamò Putin. Fine della storia. Chi doveva capire venne avvisato, anche se stava seduto nei pressi di Wall Street.
Chi stava a Mosca,
nelle dacie lussuosissime nascoste nel verde dei dintorni, sentì il fiato caldo di un potere forte e antico che credeva di avere disarmato per sempre comprandosi Boris Eltsin.
E Putin, nonostante le pacche sulle spalle dei suoi amici occidentali, sta diventando sempre di più l’epifania di un potere nazionale russo, che non piace nemmeno a Washington.
Ma la Cecenia è sempre stata piena di sorprese. E non è una novità. Il primo a inaugurare l’”uso politico della Cecenia” fu il banchiere e miliardario Boris Berezovskij. Fu lui a finanziare e ispirare Shamil Bassaev perché attaccasse il Daghestan nel 1999. Così cominciò la seconda guerra cecena. E Vladimir Putin andò al potere. Gli oligarchi, o alcuni di loro, quella guerra la organizzarono per lui.
Adesso molte cose lasciano pensare che sia in corso una specie di legge del contrappasso: chi di Cecenia ferisce, di Cecenia potrebbe perire.
Berezovskij è in esilio a Londra, ma è vivo, vivissimo. I suoi legami di allora non sono mai stati tagliati. E a Mosca sono sicuramente non pochi coloro che – se Vladimir Putin continua la sua marcia – temono di fare la fine di esiliato di lusso. O quella, di gran lunga peggiore dell’imputato Mikhail Khodorkovskij. E che, quindi, vedrebbero di buon occhio o una caduta di Putin o almeno un suo drastico ridimensionamento. Da qui a ipotizzare che sia in atto un gioco tremendamente pericoloso per Putin, in cui i ceceni lavorano per se stessi, ma anche per qualcun altro; e questo “qualcun altro”, a sua volta, usa i ceceni per fare il proprio gioco, il passo è breve.
Gioco al massacro, naturalmente. Ma chi potrebbe stupirsene? Quando la democrazia è annullata e zittita, con la forza e con l’inganno, quando la giustizia è dei più forti, quando gli affari pubblici sono criminali, cosa ci si può aspettare di buono?
Così, alla lunga, Vladimir Putin potrebbe essere logorato.
Vincerlo non è possibile, al momento. Basta che si riesca a dimostrare che nemmeno lui può vincere. Forse è questo che sperano Shamil Bassaev e i suoi protettori, neanche troppo oscuri, che lasciano muovere i kamikaze per le strade di Mosca, che li lasciano occupare un teatro colmo di persone, che li lasciano salire su aerei civili carichi di innocenti,
che non li fermano quando entrano carichi di esplosivo nella metropolitana.
Contro un nemico così bene aiutato, che agisce in casa sua, Vladimir Putin non può vincere. E un presidente che non può vincere, alla lunga finisce per perdere.

CHI DI CECENIA FERISCE, DI CECENIA PERISCE Leggi l'articolo »

APPROFONDIMENTI RADICALI SULLA CECENIA

Il conflitto russo-ceceno, un oggetto misterioso. Saperne di più, mobilitarsi, sensibilizzare le cancellerie europee. Da sempre ci provano i radicali, e pochi importanti intellettuali, tra cui André Glucksmann e Adriano Sofri. E’ anche l’ambizione di questo approfondimento. Dalla deportazione dei ceceni voluta da Stalin nel ’44 alle guerre di Eltsin e Putin negli anni ’90, un percorso storico sul rapporto conflittuale tra Russia e ceceni. Ma in gioco in questo conflitto non ci sono solo l’imperialismo e il nazionalismo russo, o la voglia di indipendenza dei ceceni, né in modo determinante sembra agire il “fattore petrolio”. C’è il dramma del terrorismo, quello dei combattenti ceceni contro civili russi, o anche contro gli stessi ceceni filorussi, e quello dei massacri, delle “pulizie”, delle sistematiche violazioni dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra di cui si sono rese responsabili le forze armate russe.Un conflitto che grava quasi interamente sulle spalle delle popolazioni civili, senza che però la comunità internazionale sembri interessata, a differenza di quanto accade per tante altre crisi. Se in Cecenia non ci sono le tv, allora è come se non ci fosse neanche la guerra. Dopo alcune dure prese di posizione iniziali, l’Europa ha chiuso entrambi gli occhi sulla tragedia russo-cecena, preoccupata di privilegiare le sue nuove relazioni con la Russia di Putin, il presidente della scelta “occidentale” del suo Paese. Dopo l’11 settembre 2001, hanno chiuso un occhio anche gli Stati Uniti, sacrificando i ceceni sull’altare dell’alleanza contro il terrorismo, per la quale Putin ha promesso subito totale collaborazione. Così, il conflitto si è radicalizzato. La penetrazione dell’Islam radicale in Cecenia si è fatta più minacciosa. Putin ha scelto la soluzione militare e unilaterale, procedendo ad una “normalizzazione” di facciata. Il presidente indipendentista Maskhadov, eletto sotto la supervisione dell’Osce, ha perso autorità sia rispetto ai russi, perché costretto dal legame con i capi militari più estremisti e con gli islamici radicali, sia rispetto allo stesso fronte ceceno, a causa della sua via moderata e laica all’indipendenza fallita tra il ’96 e il ’99. Il fatto politico nuovo è costituito però dal piano di pace Akhmadov-Maskhadov, reso pubblico nel marzo 2003 e ignorato sia da Putin sia dall’Occidente. Eppure è in esso che sono riposte le maggiori speranze di pace. Propone l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia con il ritiro delle forze armate russe e il disarmo delle fazioni cecene. Il modello Kosovo.

Ma per la Cecenia – e ciò dovrebbe destare profonde preoccupazioni in Europa – passa anche la crisi della società russa. Dalla soluzione di questo conflitto dipendono le sorti del processo di democratizzazione della Russia, che oggi sembra vivere un pericoloso momento di stallo, proprio per l’ondata di nazionalismo, per le restrizioni delle libertà d’espressione, per l’assenza di mobilitazione della società civile e per la scarsa sensibilità per i diritti umani.

Da sempre in prima linea tra i politici europei nella battaglia per la pace in Cecenia, l’europarlamentare radicale Olivier Dupuis è da 35 giorni in sciopero della fame: uno strumento di lotta e di dialogo politico per chiedere all’Unione europea e agli Stati membri di occuparsi del massacro tuttora in atto nel Caucaso. Gli obiettivi. L’iniziativa, in particolare, chiede di prendere atto pubblicamente del Piano di pace proposto dal governo Maskhadov, che prevede l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia; di stilare, come consentito dal Trattato CE, una lista bianca delle personalità cecene incaricate di promuovere la ricerca di una risoluzione pacifica e politica della tragedia russo-cecena, consentendo a queste persone di risiedere e di viaggiare liberamente sul territorio dell’Unione; di garantire sicurezza e condizioni di vita dignitose alle centinaia di migliaia di ceceni che vivono nei campi profughi, senza neppure godere di questo status; di esigere dalle autorità russe che organizzazioni internazionali, ong e giornalisti possano tornare a lavorare e circolare liberamente in Cecenia.

Fino al 2 febbraio 145 eurodeputati avevano già sottoscritto il piano di pace, ai primi del mese l’europarlamentare ha ottenuto un incontro con la sottosegretaria agli Esteri Margherita Boniver, il 7 febbraio Dupuis ha pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tageszeitung una lettera aperta al ministro degli Esteri Joschka Fischer, il 17 è stato ricevuto da Romano Prodi Per la prossima settimana sono previste manifestazioni in oltre venti città europee e americane per ricordare la deportazione subita dai ceceni il 23 febbraio 1944 per volere di Stalin. In Europa: Albi, Saint Etienne, Bruxelles, Copenaghen, Ekaterinburg, Lione, Mosca, Parigi, Praga, Roma, San Pietroburgo, Strasburgo, Tolosa, Vienna, Vilnius, Varsavia. Due manifestazioni avranno luogo il giorno dopo a Bourges e Parigi. Domenica invece manifesterà Berlino. Negli Stati Uniti: Portland, Berkeley UC, Boston e New York.
Qualcosa comincia a muoversi, ha notato venerdì scorso Olivier Dupuis. I ministri degli esteri dell’Unione europea torneranno a discutere lunedì dell’importanza della “coerenza” nei rapporti con Mosca. «Abbiamo passato un periodo se non proprio contraddittorio, per lo meno confuso nei rapporti con Mosca – hanno spiegato fonti comunitarie – in cui non siamo riusciti a far capire bene alla Russia cosa vogliamo. Serve una posizione molto più ferma, coerente e realistica». Paolo Mieli faceva notare, qualche giorno fa nella sua rubrica, che «l’unico leader europeo che ha fatto un gesto concreto in favore di quel popolo in lotta è stato Tony Blair, che a fine novembre ha concesso asilo in Gran Bretagna ad Akhmed Zakaev – ex attore e regista teatrale, già rappresentante della resistenza cecena ai negoziati di Mosca, sostenuto in Inghilterra da Vanessa Redgrave – quel Zakaev che Mosca definisce un “terrorista” ma per Londra è un rifugiato politico. Blair, però, qui in Italia a causa delle sue posizioni sul conflitto in Iraq è considerato da gran parte della sinistra poco meno che un reietto e quando si è mosso per Zakaev nessuno (o quasi) ha riconosciuto il valore del suo gesto».Ma a muoversi sono anche i 200 – tra loro Adriano Sofri e il senatore Natale d’Amico – che hanno preannunciato la loro adesione allo sciopero della fame. In 17 mila, e centinaia di personalità e di parlamentari, hanno già firmato l’appello a sostegno del Piano di Pace del Governo ceceno, così come le centinaia di persone che prenderanno parte alle manifestazioni di lunedì per commemorare il 60mo anniversario della deportazione dei ceceni ad opera di Stalin, commemorazione non autorizzata in Russia dalla municipalità di Mosca, Un altro spunto per interrogarsi sulla situazione della democrazia e dei diritti in Russia. Per Dupuis, Putin sotto accusa: «Per chi riterrebbe di dover ancora approfondire la propria riflessione sull’evoluzione della Russia, questo nuovo attacco a un diritto fondamentale, quello di poter manifestare, potrà forse essere utile per prendere finalmente la misura dell’evoluzione dello Stato di Diritto e della democrazia in Russia dal 1999, data della conquista del potere da parte di Putin. In effetti, non c’è un settore della vita pubblica russa (senza parlare di quanto succede in Cecenia) – che si tratti di giustizia, di libertà di espressione, di libertà di stampa, di libertà di associazione o, come nel caso presente, di libertà di manifestazione – dove non si è assistito a un crescendo di violazioni patenti dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione russa e dalle principali Convenzioni internazionali e, conseguentemente, a un’erosione costante dello Stato di Diritto».

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