Novembre 2004

il progetto Star Wars x rintracciare fonti d’acqua nel deserto

Coincidenze stellari
Nei primi anni Ottanta, Ronald Reagan fece sviluppare
la tecnologia satellitare che avrebbe dovuto proteggere
gli Stati Uniti dai missili sovietici: il progetto Star Wars.
Le Guerre Stellari sembravano (ed erano) un’inutile
follia. Oggi, pero’, il francese Alan Gachet, esperto di
tecnologie radar, ha rispolverato il sistema adattandolo a
un altro scopo: rintracciare fonti d’acqua nel deserto. Il
suo istituto e’ stato contattato per un’impresa
apparentemente impossibile: trovare acqua in Ciad, uno
dei dieci Paesi piu’ poveri del pianeta, su cui si stanno
riversando i profughi del Darfur, in modo da stabilire in
anticipo dove organizzare campi di accoglienza.
A quanto pare, funziona. Grazie ai satelliti americani, e’
possibile rintracciare acqua fino a 15 metri sotto terra.
(Fonte: Il Venerdi’)

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sondaggi

Presidenziali Usa. Secondo i sondaggi Kerry vince con il 50 per cento dei voti


John Kerry

Washington, 3 novembre 2004

John Kerry potrebbe vincere le elezioni con il 50 per cento dei voti, distanziando il Presidente uscente George Bush di un solo punto percentuale. E’ questo il risultato di uno dei sondaggi “segreti” commissionati dai media americani e condotti nelle ultime ore.
Il candidato democratico sarebbe riuscito a conquistare chiave come la Florida (dove avrebbe ottenuto il 50 per cento dei voti, contro il 49 di Bush), l’Ohio (con il 51 per cento, contro il 49 del Presidente uscente), il Michigan, con il 51 per cento, e il Wisconsin, con il 51 per cento. In Pennsylvania Kerry riuscirebbe a vincere con il 53 per cento dei voti, contro il 46 per cento del Presidente uscente. Il candidato democratico avrebbe perso il Minnesota, dove avrebbe ottenuto solamente il 45 per cento dei voti, contro il 54 del candidato repubblicano e il Missouri, con il 47 per cento, contro il 52 per cento di Bush.

 

L’ultimo sondaggio elettorale elaborato da Zogby International prevede che il senatore democratico John Kerry vincerà le elezioni presidenziali con 311 voti elettorali, contro i 213 di Bush.
Il sondaggio è stato diffuso alle 17.00 ora di New York (le 23 italiane). Bush avrebbe invece 213 voti elettorali. Stando al sondaggio, Kerry vincerà in tutti gli stati più importanti, inclusa la Florida, l’Ohio e la Pennsylvania. Tuttavia, il sondaggio Zogby assegna a Bush una percentuale del 49,4% (contro il 49,1% di Kerry) nel voto popolare.

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Buone notizie per Arafat

Diffuso il primo bollettino ufficiale: valori anomali del sangue
I medici francesi: «Arafat non ha la leucemia»
Migliorano le condizioni del leader palestinese ricoverato
da venerdì nell’ospedale militare di Percy, vicino Parigi
PARIGI
www.corriere.it

– Sta meglio il paziente Yasser Arafat. Dalla Francia si esclude infatti che il rais abbia la leucemia, come riferito da alcuni voci citate nei giorni scorsi dalla Cnn. Secondo il primo bollettino ufficiale diffuso dall’ospedale militare di Percy, nel sobborgo parigino di Clamart, dove l’anziano leader palestinese è ricoverato da venerdì dopo aver lasciato Ramallah, le sue condizioni di salute sono in via di miglioramento.

IL BOLLETTINO – «Un esame clinico e i test iniziali condotti hanno confermato il conteggio anomalo del sangue, l’alto numero di globuli bianchi e il basso numero di piastrine e hanno escluso una diagnosi di leucemia», ha detto l’inviata palestinese a Parigi Leila Shahid nel primo comunicato congiunto con l’ospedale militare che ha in cura Arafat.

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Bush e Kerry cugini

Bush e Kerry, in realtà, sono cugini
VANITY FAIR, 30 settembre 2004

 

Sorpresa. George Walker Bush e John Forbes Kerry sono cugini. Parenti alla lontana, lontanissima, eppure con un antenato comune in Edmund Reade, nato a Wickford, Essex, Inghilterra. L’avo visse tra il 1563 e il 1623, ricorda il New York Times. L’albero genealogico della famiglia Bush e della famiglia Forbes, nome della mamma di Kerry, è stato compilato dallo storico Gary Boyd Roberts, il quale nota che queste relazioni sono tipiche di chi nel New England vanta antenati risalenti all’epoca coloniale. I due contendenti la Casa Bianca sono cugini di nono grado. Edmund Reade ebbe due figlie, Elizabeth e Margaret. La prima diede inizio alla stirpe dello sfidante democratico. Il nipote di Elizabeth, e antenato diretto di Kerry, era John Winthrop, lo storico primo governatore del Massachusetts noto per la sua fede e per aver spiegato come fosse volontà divina cristianizzare l’America e “costruire una città sulla collina” in quella che poi diventò Boston. Frase che, curiosamente, negli anni Ottanta divenne il manifesto ottimista di Ronald Reagan, il presidente repubblicano che in uno dei suoi più famosi discorsi disse proprio che l’America sarà sempre quella “città luminosa sulla collina” di cui parlava l’avo di Kerry, un modello virtuoso che orienta il cammino di chiunque è alla ricerca della libertà.
Il ramo dei Bush, partito da Margaret Reade, è cresciuto più velocemente di quello del suo sfidante, rimasto due generazioni indietro. Quindi, in realtà, Kerry è cugino di nono grado del nonno di Bush, di Prescott Bush. I due sfidanti hanno una radice comune e non solo ancestrale, nonostante Bush appaia come un cowboy e Kerry come un gentiluomo patrizio. Bush passa per texano ma in realtà è un rampollo del New England, della “nobiltà” americana. Esattamente come John Kerry.
Bush è nato in Connecticut e ha frequentato la stessa prestigiosa università di Kerry, Yale. Entrambi erano membri della più antica, segreta ed esclusiva associazione universitaria d’America, la Phi Beta Kappa. La differenza tra i due cuginetti è questa: alla prima occasione Bush non ha avuto dubbi a scegliere la vita più ruvida del Texas, dove suo padre si era trasferito per lavoro. Kerry, al contrario, si trova a suo agio solo tra le eleganti raffinatezze del New England.
Christian Rocca
www.ilfoglio.it

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Wangari Maathai, premio Nobel per la pace 2004.

 L’ALBERO DI WANGARI

 

A novembre Nigrizia dedica l’editoriale alla figura di Wangari Maathai, viceministro all’ambiente in Kenya, premio Nobel per la pace 2004. Un premio assegnato non solo per la prima volta ad una donna africana, ma alla tenacia di una donna che da sempre combatte per lo sviluppo sostenibile e la pace.”politically correct”.

Non è mai stata un tipo E nemmeno una che si è accontentata di eseguire per bene il “compitino” che la nascita e rapporti di forza sociali le avrebbero assegnato. È stata ed è – questo sì – una donna tenace, volitiva, forse visionaria, ma capace di tenere i piedi ben per terra come quasi sempre le donne sanno fare.

Una in grado di interpretare il suo tempo, identificando con chiarezza priorità (la salvaguardia dell’ambiente innanzitutto) e problemi, non ultimo quello di essere una donna in contesti – prima quello dell’università, poi quello delle lotte nella società civile e infine quello della politica nei partiti e nelle istituzioni – che certo non premiano le donne.

Eppure, ad Wangari Maathai, viceministro all’ambiente del governo del Kenya, è stato attribuito il più alto dei premi, il Nobel per la pace 2004. La motivazione dice che è un esempio per tutti coloro che in Africa stanno operando per uno sviluppo sostenibile, per la democrazia e per la pace.

A chi ha storto il naso, non cogliendo il nesso ambiente/pace, Wangari ha ricordato: “Tutte le guerre si sono combattute e si combattono per accaparrarsi le risorse naturali – risorse che stanno diventando sempre più scarse in tutto il globo. Se veramente ci impegnassimo a gestire queste risorse in modo sostenibile, il numero dei conflitti armati diminuirebbe di certo. Preoccuparsi per la protezione dell’ambiente e lottare per l’armonia ecologica sono modi diretti di salvaguardare la pace”.

Nel 1992, quando Nigrizia la incontrò per la prima volta, aveva spiegato con parole semplici e inequivocabili il senso del suo impegno in seno alla società civile keniana: “Quando pianto un albero, io getto un seme di pace e di speranza, e assicuro il futuro dei miei figli”. Un gesto che ha ripetuto la mattina dell’8 ottobre, quando ha saputo del Nobel: “Ho scelto un albero della pace, sacro al gruppo etnico nandi. Il suo nome è “pianta della fiamma”. L’ho piantato ai piedi del Monte Kenya, la montagna dello splendore, la dimora di Dio tra noi. Questa montagna (come altre montagne sacre) e questo albero della pace (come tantissimi altri alberi della pace conosciuti da tutti i gruppi etnici dell’Africa) sono stati la mia fonte d’ispirazione, come lo sono sempre stati per generazioni e generazioni prima di me”.

E ancora: “I 30 milioni di alberi piantati in tre decenni in Kenya, per lo più da donne, sono una testimonianza dell’abilità che le persone hanno di cambiare il corso della storia ambientale. Lavorando assieme, abbiamo dato prova che uno sviluppo sostenibile è possibile, che è possibile rimboscare aree degradate, e, soprattutto, che è possibile uno stile di governo esemplare se i cittadini sono dovutamente informati, sensibilizzati, mobilitati e coinvolti nelle decisioni che concernono la salvaguardia dell’ambiente”.

In queste parole si sente ancora tutto l’entusiasmo della militante ambientalista. Ma oggi ha una responsabilità non da poco, che potrebbe essere in conflitto con i principi ambientalisti. Il suo ministero deve contribuire ad un’equilibrata politica di sfruttamento delle risorse minerarie. Deve decidere, per esempio, se concedere la licenza a una impresa canadese per lo sfruttamento delle miniere di titanio lungo la costa keniana.

Deve decidere anche se portare o meno in tribunale tutti coloro che, durante i precedenti regimi, hanno letteralmente sfigurato il paese, vendendo a privati ampi tratti di foresta, che sono stati disboscati senza misura. Si sono forse creati posti di lavoro, però solo 20 anni fa, chi andava da Nakuru a Eldoret, a nord di Nairobi, percorreva quasi 200 km tra due fitte pareti di alberi. Oggi non più.

Wangari è chiamata a cogliere il giusto mezzo tra sviluppo e preservazione dell’ambiente. Lo farà tenendo conto delle osservazioni della società civile. Una società civile che però deve saper esprimere idee e proposte realizzabili. Anche questo è lavorare per la pace.

www.nigrizia.it

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Poche ore all’apertura delle urne,
cosa
quale evento potrebbe rivelarsi deciso per una vittoria finale di Bush?
Semplicemente nulla,
Bush vincerà le elezioni perchè rappresenta l’americano medio che va a votare.
Però
è possibile
(probabile?)
che una sorpresa dell’ulitma ora sgombri ogni incertezza
sull’esito delle elezioni.
 
sorpresa
esplosiva
o più semplicemente
la cattura all’ultimo istante del grande cattivo antiusa?

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Kerry, il falco (dalla padella alla brace)

Kerry, il falco”Kerry e’ l’ultimo neo-con”, dice Bill Safire – ed ognuno riconosce il suo simile.
di Justin Raimondo  

L’idea che John Kerry sia una sorta di peacenik, che ci farà uscire dall’Iraq e getterà i neo-cons fuori del Tempio della Democrazia, e’ un mito che morirà di morte violenta. Capisco che molti dei miei lettori abbiano investito i loro sogni e le loro speranze in quell’uomo, ma, se volete un consiglio di esperti, lasciate perdere i miei e seguite quelli di uno che se ne intende: Bill Safire. L’ultra-falco editorialista del New York Times, banderuola sempre affidabile per vedere in quale direzione spiri il vento neo-con, ha cominciato a gongolare subito dopo lo show televisivo Kerry-Bush della scorsa settimana:

“Mentre l’Allegra Brigata dei democratici ha salutato la vittoria tecnica del senatore Kerry durante il dibattito, nessuno ha notato il cambiamento della sua politica estera. Sia dal punto di vista tattico-militare  che strategico, l’ultimo neo-con ha annunciato dottrine più aggressive del presidente Bush.
Primo, per ciò che riguarda la guerra in Iraq: gli ultra-falchi hanno criticato la decisione di Bush di on inviare, questa primavera, più truppe USA per schiacciare la resistenza sunnita nella roccaforte ba’athista di Falluja. Le forze americane volevano combattere per vincere, ma le colombe di Washington si sono preoccupate dell’effetto di ingenti perdite civili sui cuori e sulle menti degli iracheni, e delle perdite di truppe USA per gli americani.
La settimana scorsa, durante il dibattito, John Kerry – fino a poco fa il candidato anti-guerra fin troppo preoccupato di galvanizzare le colombe democratiche – ha improvvisamente cambiato registro ed e’ passato dalla parte dei falchi ultramilitaristi. “Ciò che voglio fare e’ cambiare le dinamiche sul terreno”, ha spontaneamente dichiarato il nuovo arruolato. “E bisogna farlo dall’inizio così da non seguire l’esempio di Falluja ed inviare il messaggio sbagliato ai terroristi. Bisogna dimostrare di essere seri”. Giusto, John”. 

Non mi sono offeso alla dichiarazione di Safire secondo cui “nessuno si e’ accorto” della conversione di Kerry alla causa dei falchi ma, ancora una volta, la risposta di Safire alla mia domanda: “Cosa sono io, un fegato triturato?”, sarebbe un esplicito e rimbombante sì.

Vorrei solo far notare che, qualche giorno prima, le forze USA lanciarono un massiccio attacco su Falluja, uccidendo principalmente donne e bambini. Mi chiedo se ciò sia “serio” abbastanza, per Kerry.
Safire, naturalmente, ha assolutamente ragione riguardo alla sincerità da falco del candidato democratico, e, se ci fosse  bisogno di ulteriori prove, il campo di Kerry ha prontamente fornito una disgustosa serie di nuovi spot pubblicitari in cui il nome di Bush e’ collegato ai dannati ay-rabi.

Come riporta il New York Times, gli annunci non solo collegano la Casa Bianca alla famiglia reale saudita, ma stigmatizzano anche un’intera nazione di essere in qualche modo complice dell’11 settembre. Messi in circolazione dal “Media Fund”, un gruppo importante del partito democratico, all’esorbitante prezzo di 6,5 milioni di $, uno degli annunci sottolinea:

“Anche se 15 dei 19 dirottatori erano sauditi, l’azienda legale del massimo consigliere di Bush, James Baker, sta difendendo l’Arabia Saudita contro le famiglie delle vittime”. Lo spot include immagini del presidente Bush che stringe la mano al principe ereditario Abdallah insieme a immagini dei dirottatori sovrapposte  a quelle delle rovine lasciate dagli attacchi”.

Il processo messo su con false accuse da sedicenti “vittime” avide  di denaro mira ad estorcere denaro al governo saudita, cercando di addossare a Riyadh – e all’intera popolazione saudita – la responsabilità di atti commessi da individui di numero molto contenuto. Quando due nazionalisti portoricani cercarono di assassinare il presidente Truman, forse qualcuno pensò di punire l’intera comunità portoricana? Quanti membri della mafia erano italiani – ed abbiamo forse preso Roma in ostaggio a causa di qualche malavitoso siciliano? La sola idea sarebbe stata liquidata come folle, eppure i democratici sono elettrizzati dal successo che il pestare gli arabi ha presumibilmente  portato loro. Come riporta il Times:

“Il Media Fund ha deciso di investire 6,5 milioni di $ negli spot perché sembra che a St. Louis abbiano avuto una grossa influenza. Un sondaggio interno nel Media Fund ha mostrato che, a St. Louis, Kerry era in svantaggio di un punto percentuale rispetto a Bush prima che fossero mandati in onda gli annunci ed e’ saltato, in seguito, a sette punti di vantaggio”.

Se l’isteria guerrafondaia funziona, i democratici allora sono più che desiderosi di provarci: tutto pur di arrivare alla Casa Bianca. E credete pure che dietro questo sfoggio di retorica anti-saudita vi e’ un’implicita minaccia di guerra. Un altro aspetto di questi spot e’ la lagna tipicamente americana sugli “alti prezzi del petrolio”, che, si presume, e’ colpa dei sauditi. Cos’altro può significare questa lagnanza, fatta dal più grande bullo esistente al mondo, oggi nuova potenza coloniale in Medio Oriente, se non un implicito uso della forza? 

Safire non scherzava quando ha definito Kerry “il più recente neo-con d’America”, e lui ha certamente le carte per saperlo.  Il portavoce repubblicano Steve Schmidt ha descritto gli annunci come “propaganda alla Michael Moore”, ma, in realtà, si tratta della stessa propaganda di Laurent Murawiec. Murawiec e’ colui che raccomandava di bombardare La Mecca e Medina e di lanciare un’invasione della penisola arabica per mettere “al sicuro” i giacimenti petroliferi – uno dei temi preferiti dai neo-cons. Come riferì Jack Shafer: 
“L’ultimo scivolone dal ponte, intitolato “Grande strategia per il Medio Oriente”, abbandona l’oltraggioso per l’incomprensibile”. Esso recita:
“L’Iraq e’ il cardine tattico
L’Arabia Saudita quello strategico
L’Egitto il premio”.

Eppure, l’idea di invadere ed occupare le porzioni dell’Arabia Saudita più ricche di petrolio non e’ così incomprensibile nel contesto del jihad anti-saudita di Kerry: “La famiglia reale saudita ottiene favori speciali, mentre i nostri prezzi del gas raggiungono le stelle”, intona un annuncio del Media Fund.

Ah, sì? Quali sarebbero questi “favori speciali”? A sentire il contingente del movimento “Tutti tranne Bush”, un aereo “segreto” pieno di  sauditi decollò dal paese nel momento in cui tutto il traffico aereo era chiuso nei giorni successivi all’11 settembre, inclusi alcuni parenti di bin Laden. Ammesso che fosse vero, qual e’ il punto? La famiglia bin Laden consta di oltre 500 individui: sono tutti colpevoli? Dobbiamo forse arrestare e punire intere famiglie,  come fa  Israele  in Cisgiordania e a Gaza, a causa delle azioni di un singolo?

L’insofferenza sugli alti prezzi del gas e’ particolarmente falsa in persone che predicano in tutto il mondo le virtù del capitalismo – e che sciupano gas come se non esistesse futuro. Quante volte abbiamo sentito che il Medio Oriente deve modernizzarsi, economicamente e socialmente, e deve farlo adottando il capitalismo ed il libero mercato per risollevarsi utilizzando le proprie forze, senza accusare l’occidente ed Israele per i problemi della regione? Il capitalismo e l’efficienza del libero mercato sono buoni e belli – ma, in qualche modo, quando si arriva al petrolio, gli americani hanno il diritto di fissare il prezzo (che e’, naturalmente, il solo prezzo “giusto”).

Ecco cosa accade quando gli arabi imparano a memoria questa lezione di economia e all’improvviso cominciano a fissare il più alto prezzo possibile per l’unico bene che possono vendere: gli viene dato un calcio in bocca da gente come Kerry, e vengono  implicitamente minacciati. Nel libro Arroganza Imperiale: Perché l’occidente sta perdendo la guerra contro il terrorismo, l’autore ed attuale analista della CIA Michael Scheuer sottolinea che questo e’ il punto focale economico della propaganda di bin Laden. Questi dice ai popoli del Medio Oriente che i regimi apostati dell’Arabia Saudita, Giordania, Iraq etc, sono servi dell’infedele occidente che mantengono i prezzi del petrolio artificialmente bassi. Kerry, rendendo esplicita questa relazione, non fa che soffiare sul fuoco dell’odio anti-americano, dal Marocco alla Malesia.

“Voglio un’America che faccia assegnamento sulla sua ingenuità ed innovazione”, proclama la voce fuori campo negli annunci di Kerry, ” e non sulla famiglia reale saudita”. Bene, allora, cosa aspettiamo a mettere da parte quelle teste di pezza e prendere ciò che vogliamo, come ogni comune saccheggiatore? La guerra, dopo tutto, implica una certa quantità di “ingenuità”, specie quando si tratti di inventare bugie per turlupinare il popolo americano. E di certo l’ “innovazione” e’ un fattore importante in qualsiasi sforzo militare di successo – ecco perché le nostre forze armate si stanno impegnando in una super-pubblicizzata trasformazione che ci costerà l’incalcolabile cifra di trilioni di dollari di tasse.

Secondo Kerry, dobbiamo schiacciare Falluja ed ogni altra città irachena che osi sfidarci. Dobbiamo pensare a come “vincere” più che contemplare la possibilità di dichiarare vittoria e ritirarci. Dobbiamo prendere i sauditi per la gola e non lasciarli andare fino a che non obbediscano ai nostri ordini. E, se Barack Obama, la stella nascente del partito democratico, e’ la tendenza del futuro dei democratici, non sorprendiamoci di assistere ad una prossima azione militare USA contro l’Iran. Anche il Pakistan e’ nel mirino di Obama, nonostante abbia dimenticato di menzionarlo nel suo fondamentale discorso alla convention nazionale democratica.

Safire nota inoltre qualcosa che io ho trascurato di sottolineare nel mio precedente articolo sul dibattito della scorsa settimana – non che io non l’abbia notata a mia volta, ma lavoravo sotto una scadenza davvero troppo stretta – e cioè lo stupefacente supporto di Kerry alla politica preventiva di Bush. Non solo egli e’ d’accordo con Bush sul fatto che gli USA abbiano il diritto di attaccare chiunque, dovunque, in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione – anche se ci riferissimo ad una potenziale minaccia – ma e’ anche convinto che questa sia sempre stata la nostra “grande dottrina” fino a che e’ durata la guerra fredda.

Ecco il motivo per cui mi piace ricevere lettere da coloro che hanno bevuto troppo profondamente dal calice di Kerry, rimproverandomi di non essere saltato a bordo del vagone democratico: in che altro modo, mi chiedono, pensi che potremo liberarci di quei malvagi neo-cons? Prima che diano il loro voto, tuttavia, e’ utile che ponderino le parole di Safire a lungo e seriamente:

“I suoi irriducibili supporters anti-guerra celebrano la struttura della personalità di Kerry. Chiudono gli occhi di fronte all’epifania della politica pre-elettorale estremista di destra ed unilaterale di Kerry”.

Ecco dove conduce la “logica” del movimento “tutti tranne Bush” – dritti nelle braccia accoglienti dell’ “ultimo neo-con”. Dalla padella – dritti nella brace.

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operazione colomba: terra rubata

La questione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi rappresenta uno dei piu’ grossi ostacoli al processo di pace in Medio Oriente.

 

“Land Grab: Israel’s Settlement Policy in the West Bank” è il titolo del report redatto da B’TSELEM, l’organizzazione israeliana per i diritti umani nei Territori Occupati, che illustra la politica adottata dai governi israeliani dalla nascita dello stato ebraico per favorire la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi.
Il nostro Gruppo di Traduzione ha curato la versione italiana del report.

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La lunga notte

I giornali di dieci paesi hanno fatto un sondaggio: preferite Bush o Kerry? Bush sarebbe eletto in Russia e in Israele. Kerry vincerebbe in Canada, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Messico, Australia, Giappone, Corea del Sud. In giro si sente ripetere che il presidente del paese più potente del pianeta dev’essere eletto dai cittadini di tutto il mondo. Potrebbe non essere una buona idea. Ne sanno qualcosa al Guardian di Londra, dove hanno pensato bene di dare ai lettori gli indirizzi degli abitanti di Clark County, nell’Ohio, per convincerli a votare Kerry. Risultato: rivolta dei cittadini di Clark County, giustamente inviperiti (chi vorrebbe ricevere a casa la lettera di un tizio dell’Ohio che ti dice di votare Prodi o Berlusconi?). Lasciamo agli americani il diritto di votare in pace. Mentre a noi, come a Joe Sacco, non resta che prepararci per una lunga notte di novembre da passare davanti alla tv, con una buona scorta di gin (o di vino rosso). Per brindare, o per dimenticare. – Giovanni De Mauro

www.internazionale.it

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“Quando pianto un albero, io getto un seme di pace e di speranza, e assicuro il futuro dei miei figli”

Wangari Maathari, premio Nobel per la pace 2004.

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I lavoratori della Parmalat in Nicaragua hanno vinto

I lavoratori della Parmalat in Nicaragua hanno vinto.
Il ministero del Lavoro ha ufficialmente riconosciuto la rappresentanza sindacale, da mesi perseguitata e screditata (2 rappresentanti sono addirittura stati licenziati).
Le prime richieste del sindacato saranno un aumento salariale, il reinserimento dei due rappresentanti licenziati e la stesura di un contratto collettivo che garantisca stabilita’ lavorativa.

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Le tette rifatte sono fredde!”

La chirurgia plastica non fa la felicita’.
E’ il monito lanciato dall’Associazione chirurghi plastici britannici, in risposta a tutti quei programmi televisivi che esaltano le prestazioni della chirurgia estetica.
Verra’ lanciata una campagna di sensibilizzazione dal titolo “Le tette rifatte sono fredde!”
(Fonte: www.Lifegate.it

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NAEM KASSEM: LA RESISTENZA DI HEZBOLLAH NON HA MAI SUPERATO I LIMITI DELL’OCCUPAZIONE ED E’ UN MODELLO ACCETTABILE PER L’EUROPA

Beirut, ottobre – La risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza, tra le altre cose, sollecita provvedimenti da parte del governo libanese contro il movimento di resistenza di Hezbollah, definita milizia. Sembra che gli autori del testo abbiano dimenticato che Hezbollah è un partito politico che siede in Parlamento con dei deputati democraticamente eletti. Arabmonitor ha incontrato il numero due di Hezbollah, Sheikh Naem Kassem, vice segretario generale del movimento. 

Hezbollah dovrebbe essere disarmato in base alla risoluzione 1559. 

“Che la risoluzione costituisca una clamorosa interferenza negli affari libanesi è anche superfluo dire. Definirci una milizia, è una vecchia fissazione americana. Non hanno mai voluto riconoscerci come movimento di resistenza, nemmeno quando il Paese era occupato. Del resto, chi altro può decidere chi è la resistenza, se non il popolo. Il popolo libanese è con la resistenza. Lo Stato libanese non ci ha mai considerati una milizia e noi lavoriamo coordinandoci con le autorità. C’è un preciso progetto politico di mettere mano al Libano per influenzarne le scelte”.

Come interpreta il ruolo della Francia nella risoluzione approvata dall’Onu ?

“E’ un problema storico. Il Libano è stato sotto il mandato francese dal 1929 sino all’indipendenza. La Francia ha formato il nuovo Libano. L’evolversi della situazione internazionale ha costretto la Francia a uscire di scena. Ma la voglia di rientrare c’è sempre stata. Adesso, Parigi ha trovato la porta giusta per farlo. Ha accettato di allearsi con gli Stati Uniti. Ma per la Francia, la questione non è Hezbollah, bensì il desiderio di avere un ruolo per influenzare le decisioni di Beirut. Ma la Francia è comunque perdente, perché gli americani hanno più strumenti e se l’operazione contro il Libano avesse successo, sarebbero loro a prevalere. Parigi ha commesso l’errore di non voler distinguersi dagli americani come aveva fatto in Iraq”.

La porta a cui allude sarebbe la volontà di riconfermare il presidente Emile Lahoud alla guida del Libano.

“La risoluzione chiede tre cose: l’uscita delle forze siriane dal Libano, l’invito a Paesi stranieri a non influenzare la scelta del presidente della Repubblica e il disarmo delle milizie. Si tratta di richieste maturate già da tempo. Come Hezbollah, siamo favorevoli al rinnovo del mandato del presidente in carica. Il tutto è avvenuto rispettando la Costituzione. In Parlamento, 96 deputati si sono espressi a favore e 23 contro”.

Vede all’orizzonte delle sanzioni nei confronti del Libano ?

“Nessun provvedimento verrà intrapreso al momento, ma si tratta di una minaccia, di una spada che incombe per strappare delle decisioni relative all’Iraq e alla Palestina. Si vuole impedire che la Siria intervenga in Iraq e si vuole consentire a Israele di tirare il fiato sotto la pressione dei palestinesi. Il nostro movimento vuole, invece, che la Siria rimanga in Libano. Senza la presenza siriana, il terrorismo s’insedierà in questo Paese. Le autorità libanesi non hanno gli strumenti e la forza per garantire la sicurezza del Paese”.

Non teme una guerra civile in Libano ?

“Finché sono presenti le forze siriane, è impossibile che avvenga”.

Chi può aver commesso l’attentato ai danni dell’ex ministro dell’Economia Hamadeh ?

“Non ho informazioni precise, ma i beneficiari sono sicuramente gli americani e gli israeliani. Possono dire: guardate cosa succede in Libano, quelli che si oppongono alla Siria, vengono assassinati. Mi sembra evidente”.

Qualche mese un membro di Hezbollah è rimasto ucciso in un attentato. A che punto sono le indagini ?

“Abbiamo la certezza che sono stati gli israeliani a organizzarlo. Lo abbiamo capito dal tipo di esplosivo e dal congegno tecnico usati. Non abbiamo però individuato le persone che hanno commesso materialmente l’attentato”. 

Questi attentati contro vostri rappresentanti sono relativamente frequenti. Chi sono abitualmente coloro che li commettono ?

“Ci sono tre tipi di persone. Le spie libanesi, gli agenti palestinesi e gli israeliani con doppia cittadinanza. Due mesi fa abbiamo scoperto una rete di agenti che lavorava per Israele formata da palestinesi e libanesi. C’è un giornalista israeliano che si vanta di essere arrivato molto vicino ai vertici di Hezbollah grazie alla doppia cittadinanza americana. In preparazione degli attentati, di solito gli ordigni vengono trasportati da collaboratori locali. Abbiamo notato poi che gli attentati avvengono abitualmente in presenza di aerei che sorvolano la zona dell’attacco”.

Cosa pensa del recente attentato a Damasco ai danni di un funzionario di Hamas ?

“E’ un’operazione israeliana e non sarà l’ultima. Penso che sia stato più faticoso prendere la decisione politica di ricorrere all’attentato che non quello di attuarlo. La persona colpita era priva di protezione”.

Fonti stampa occidentali hanno riferito che la dirigenza dei movimenti di resistenza islamici palestinesi è ormai sotto la vostra protezione per ragioni di sicurezza ?

“Non è assolutamente vero. Lo posso smentire. Le organizzazioni palestinesi hanno i propri sistemi di sicurezza”.

Un giornale arabo ha denunciato che il servizio segreto di un Paese arabo avrebbe fornito informazioni a Israele sulla leadership di Hamas in esilio. Quale Paese potrebbe essere stato ?

“Uno dei Paesi che ha firmato la pace con Israele e ha una cooperazione in materia di sicurezza con Israele”.

Come giudica la scelta di Moqtada al Sadr di disarmare a Sadr City ?

“La situazione attuale lo ha forzato a prendere questa decisione per evitare i continui attacchi americani”.

Cosa si attende dalle prossime elezioni in Iraq ?

“Sicuramente l’occupazione del Paese influenzerà il voto. Le condizioni in cui si svolgeranno le elezioni ci diranno se il Parlamento che ne uscirà potrà essere considerato legittimo o meno”.

Chi vede favorito alle prossime elezioni americane ?

“Colui che si dimostrerà più bravo come attore”.

C’è il rischio che Hezbollah finisca sulla lista nera dell’Europa ?

“Non credo che l’Europa abbia interesse nel farsi nemico il nostro movimento. Il modello di resistenza offerto da Hezbollah è accettabile per l’Europa rispetto ad altri, perché non ha mai superato i limiti dell’occupazione. Ritengo che abbiamo interessi reciproci con l’Europa”.

Al Qaeda la vede come una minaccia esistente o un rischio gonfiato ad arte ?

“E’ un’organizzazione esistente. Certo, il mondo occidentale ne ha amplificato molto la forza e l’influenza. E’ altrettanto vero che se continua l’attuale politica occidentale, questa organizzazione si rafforzerà ulteriormente”.

Il fenomeno al Zarqawi è quindi una conseguenza della politica occidentale ?

“E’ un personaggio scappato al controllo occidentale. E’ già capitato in passato anche ai mujaheddin in Afghanistan. Erano gli alleati dell’America, poi le loro strade si sono divise”.

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Acrassicauda: Metallari a Baghdad

Rock
Metallari a Baghdad

Diciotto mesi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein”, scrive il mensile britannico Q, “una nuova generazione di band sta importando in Iraq la musica occidentale”.

Capofila di questo nuovo movimento musicale sono gli Acrassicauda, gruppo heavy metal che si ispira ai Metallica e il cui nome significa “scorpione nero”. Secondo il giovane bassista Firas Allatif le persone di una certa età continuano a non amare la loro musica perché sono convinti che sia una cosa diabolica, ma il giornalista Muhammed Haydar spiega che le loro canzoni sono uno specchio fedele della rabbia e del risentimento che provano i giovani iracheni.

Una rabbia che risale ai tempi in cui il regime baathista li obbligava a chiedere permessi speciali per esibirsi in pubblico e in cui i dischi statunitensi e britannici erano banditi. Se durante gli anni di Saddam alcuni di questi musicisti sono addirittura finiti in carcere, accusati di proporre valori antinazionali, non è che adesso ci siano troppi motivi di gioire: in questo periodo ascoltare musica non è la prima preoccupazione dei giovani iracheni. “Tuttavia, tutte queste giovani band hanno una cosa in comune: la determinazione”, conclude Haydar

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Annetta Flanigan, Shqipe Hebibi, Nayan,

Al Jazeera ha trasmesso un video con i tre dipendenti dell’Onu, due donne e un uomo, sequestrati giovedì a Kabul. I tre, l’irlandese Annetta Flanigan, la kosovara Shqipe Hebibi e il diplomatico filippino Angelito Nayan, sono stati mostrati accovacciati, coi volti stanchi e tesi, con un terrorista col volto coperto accanto. Gli autori del sequestro, appartenenti a Jaishul Muslimeen (L’esercito musulmano), un gruppo di Taliban, hanno fissato un ultimatum di 72 ore perché le forze straniere lascino l’Afghanistan; l’Onu cessi le sue attività nel Paese; il governo delle Filippine condanni l’operato delle Nazioni unite e “l’invasione dell’Afghanistan da parte di force straniere”; e gli americani rilascino i Taliban e i militanti di al Qaeda detenuti in patria e nella base americana di Guantanamo Bay, a Cuba. Il mullah Mohammad Ishaq, portavoce del gruppo, ha minacciato che se alla scadenza dell’ultimatum, le 12 di mercoledì (le 8.30 ora italiana), le condizioni non saranno state soddisfatte i governi dei Paesi da cui provengono i tre ostaggi “assisteranno” alla loro morte.

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Risarcimenti al contrario di Naomi Klein

Da quando Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti di guerra alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite. La maggior parte di questi pagamenti – il 78%– è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo “risarcimenti” dall’Iraq: Halliburton, Bechtel, Mobil, Shell, Nestle, Pepsi, Philip Morris, Sheraton, Kentucky Fried Chicken e Toys R Us. Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto le loro proprietà – ma solo di “aver perso profitti” o, come nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”.

La prossima settimana qualcosa smaschererà la moralità capovolta che c’è dietro l’invasione e l’occupazione dell’Iraq. Il 21 ottobre l’Iraq pagherà ad alcuni tra i paesi e alle multinazionali più ricche del mondo 200 milioni di dollari per risarcimenti di guerra.

Sembra essere un passo indietro, e in effetti lo è. Agli iracheni non sono mai stati concessi risarcimenti per nessuno dei crimini che hanno subito sotto Saddam, o per il regime di sanzioni brutali che hanno spazzato via le vite di almeno mezzo milione di persone, o per l’invasione, guidata dagli Stati Uniti, che il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha recentemente definito “ illegale”. Anzi, gli iracheni sono ancora obbligati a pagare risarcimenti per crimini commessi dal loro ex dittatore.

Indipendentemente dallo schiacciante debito nazionale di 125 miliardi di dollari, l’Iraq ha pagato 18,8 miliardi di dollari di risarcimenti a causa dell’invasione e dell’occupazione del Kuwait, nel 1990, da parte di Saddam Hussein. Ciò non è di per sè sorprendente: Saddam acconsentì a risarcire i danni provocati dall’invasione stessa come condizione per il cessate il fuoco che, nel 1991, mise fine alla guerra del Golfo. Più di cinquanta paesi ne hanno fatto richiesta, con la maggior parte del denaro assegnato al Kuwait. Ciò che è sorprendente è che i pagamenti da parte dell’Iraq siano continuati persino dopo la sconfitta di Saddam.

Da quando, in aprile, Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite (UNCC), lo pseudo-tribunale con sede a Ginevra che valuta le richieste ed eroga il denaro. Di questi, 37 milioni di dollari sono andati alla Gran Bretagna e 32,8 milioni agli Stati Uniti. Benissimo: negli ultimi 18 mesi gli invasori dell’Iraq hanno riscosso, dalla gente disperata di cui occupano il territorio, 69,8 milioni di dollari di risarcimenti. Ma c’è di peggio: la maggior parte di questi pagamenti – il 78 per cento – è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali.

Senza alcuna critica da parte dei media, questa situazione sta andando avanti da anni. Naturalmente, molte delle richieste che sono state sottoposte al giudizio dell’UNCC sono per perdite legittime: alcuni risarcimenti sono stati assegnati a kuwaitiani che hanno perso familiari o proprietà o che sono stati mutilati a causa dell’esercito di Saddam. Ma erogazioni ben più cospicue sono andate a multinazionali– solo all’industria petrolifera sono andati, del totale che l’UNCC ha distribuito per i risarcimenti della guerra del Golfo, 21,5 miliardi di dollari. Jean-Claude Aimé, il diplomatico delle Nazioni Uniti che ha guidato l’UNCC fino al dicembre del 2000, ha pubblicamente contestato tale prassi:“Questa è, per quanto ne sappia, la prima volta che le Nazioni Unite sono impegnate a far recuperare alle multinazionali le perdite di beni e profitti”, ha dichiarato al Wall Street Journal nel 1997, e poi ha osservato: “Mi chiedo spesso se tutto questo sia giusto”.

Tuttavia, gli esborsi alle multinazionali da parte dell’UNCC si sono solo velocizzati. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo contributi di “risarcimento” dall’Iraq: Halliburton (18 milioni di dollari), Bechtel (7 milioni di dollari), Mobil (2,3 milioni di dollari), Shell (1,6 milioni di dollari), Nestle (2,6 milioni di dollari), Pepsi (3,8 milioni di dollari), Philip Morris (1,3 milioni di dollari), Sheraton (11 milioni di dollari), Kentucky Fried Chicken (321 migliaia di dollari) e Toys R Us (189.449 dollari). Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto loro proprietà in Kuwait – ma solo di “aver perso profitti” o, nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”, a causa dell’invasione e occupazione del Kuwait. La Texaco che, nel 1999 ha ricevuto 505 milioni di dollari, è stata una tra le maggiori trionfatrici. Secondo un portavoce dell’UNCC, solo il 12 per cento di questi indennizzi è stato pagato, il che significa che ancora centinaia di milioni devono uscire dalle casse dell’Iraq dopo Saddam.

Il fatto che gli iracheni debbano pagare risarcimenti ai loro occupanti è ancora più scioccante se inserito nel quadro di quanto poco questi paes abbiano effettivamente speso in aiuti all’Iraq. Il Washington Post stima che, nonostante i 18,4 miliardi di dollari di tasse degli Stati Uniti destinati alla ricostruzione dell’Iraq, ne siano stati usati, globalmente per acqua, fognature, sanità, strade, ponti e sicurezza pubblica solo 29 milioni. E a luglio (ultima cifra disponibile), il Dipartimento della Difesa stimava che, per compensare quegli iracheni che, come risultato diretto dell’occupazione, erano rimasti feriti o che avevano perso membri della famiglia o proprietà, erano stati spesi solo 4 milioni di dollari; una minima parte di quanto gli Stati Uniti hanno ricevuto come risarcimento dall’Iraq da quando ne è cominciata l’occupazione.

Per anni ci sono stati reclami a proposito di un possibile uso dell’UNCC come fondo nero per le multinazionali e gli emirati ricchi di petrolio – un sistema poco chiaro delle corporation per recuperare quei soldi che, a causa delle sanzioni contro l’Iraq, guadagnavano con più difficoltà. Questi argomenti hanno, per ovvie ragioni, ricevuto poca attenzione durante gli anni del regime di Saddam.

Ma ora Saddam non c’è più e il fondo nero sopravvive. E ogni dollaro mandato a Ginevra è un dollaro non speso per aiuti umanitari e per la ricostruzione dell’Iraq. Per di più se l’Iraq del dopo-Saddam non fosse obbligato a pagare questi risarcimenti, potrebbe essere evitato il prestito d’emergenza di 437 milioni di dollari che il Fondo Monetario Internazionale ha approvato lo scorso 29 settembre. Nonostante le mobilitazioni per il condono del debito iracheno, il paese viene, invece, ancora più affossato in quanto obbligato a prendere soldi in prestito dal FMI, e ad accettare tutte le condizioni e le restrizioni che ne conseguono. L’UNCC, nel frattempo, continua a valutare le richieste e a concedere nuovi indennizzi: soltanto il mese scorso sono stati concessi, a fronte di nuove richieste, 377 milioni di dollari.

Fortunatamente c’è un modo semplice per porre fine a questi grotteschi sussidi alle multinazionale. In ottemperanza alla risoluzione n.687 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha creato il programma dei risarcimenti, i pagamenti da parte dell’Iraq devono “tenere in conto le esigenze del popolo iracheno, la capacità di pagare dell’Iraq e le necessità dell’economia irachena”. Se uno solo di questi tre punti fosse preso veramente in considerazione, il Consiglio di Sicurezza voterebbe subito per mettere fine a questi ingenti esborsi.

E la richiesta del Jubilee Iraq, un’organizzazione di Londra per la cancellazione del debito, è questa. Il gruppo sostiene che i risarcimenti siano dovuti alle vittime di Saddam Hussein, tanto in Iraq quanto in Kuwait. Ma che non dovrebbero essere pagati dalla popolazione irachena, che è stata la vittima principale di Saddam. I risarcimenti dovrebbero essere invece a carico di quei governi che hanno prestato miliardi a Saddam, pur sapendo che il denaro sarebbe stato speso per acquistare armi per intraprendere una guerra contro i propri vicini e la propria gente. “Se negli affari internazionali prevalesse la giustizia, e non il potere, allora gli stessi creditori di Saddam risarcirebbero il Kuwait, e anche il popolo iracheno”, dice Justin Alexander, coordinatore di Jubilee Iraq.

Adesso sta succedendo esattamente l’opposto: i risarcimenti, invece di affluire in Iraq, stanno defluendo. È tempo che il flusso cambi direzione.
Traduzione di Antonella Acquisti per Nuovi Mondi Media

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