Beirut, ottobre – La risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza, tra le altre cose, sollecita provvedimenti da parte del governo libanese contro il movimento di resistenza di Hezbollah, definita milizia. Sembra che gli autori del testo abbiano dimenticato che Hezbollah è un partito politico che siede in Parlamento con dei deputati democraticamente eletti. Arabmonitor ha incontrato il numero due di Hezbollah, Sheikh Naem Kassem, vice segretario generale del movimento.
Hezbollah dovrebbe essere disarmato in base alla risoluzione 1559.
“Che la risoluzione costituisca una clamorosa interferenza negli affari libanesi è anche superfluo dire. Definirci una milizia, è una vecchia fissazione americana. Non hanno mai voluto riconoscerci come movimento di resistenza, nemmeno quando il Paese era occupato. Del resto, chi altro può decidere chi è la resistenza, se non il popolo. Il popolo libanese è con la resistenza. Lo Stato libanese non ci ha mai considerati una milizia e noi lavoriamo coordinandoci con le autorità. C’è un preciso progetto politico di mettere mano al Libano per influenzarne le scelte”.
Come interpreta il ruolo della Francia nella risoluzione approvata dall’Onu ?
“E’ un problema storico. Il Libano è stato sotto il mandato francese dal 1929 sino all’indipendenza. La Francia ha formato il nuovo Libano. L’evolversi della situazione internazionale ha costretto la Francia a uscire di scena. Ma la voglia di rientrare c’è sempre stata. Adesso, Parigi ha trovato la porta giusta per farlo. Ha accettato di allearsi con gli Stati Uniti. Ma per la Francia, la questione non è Hezbollah, bensì il desiderio di avere un ruolo per influenzare le decisioni di Beirut. Ma la Francia è comunque perdente, perché gli americani hanno più strumenti e se l’operazione contro il Libano avesse successo, sarebbero loro a prevalere. Parigi ha commesso l’errore di non voler distinguersi dagli americani come aveva fatto in Iraq”.
La porta a cui allude sarebbe la volontà di riconfermare il presidente Emile Lahoud alla guida del Libano.
“La risoluzione chiede tre cose: l’uscita delle forze siriane dal Libano, l’invito a Paesi stranieri a non influenzare la scelta del presidente della Repubblica e il disarmo delle milizie. Si tratta di richieste maturate già da tempo. Come Hezbollah, siamo favorevoli al rinnovo del mandato del presidente in carica. Il tutto è avvenuto rispettando la Costituzione. In Parlamento, 96 deputati si sono espressi a favore e 23 contro”.
Vede all’orizzonte delle sanzioni nei confronti del Libano ?
“Nessun provvedimento verrà intrapreso al momento, ma si tratta di una minaccia, di una spada che incombe per strappare delle decisioni relative all’Iraq e alla Palestina. Si vuole impedire che la Siria intervenga in Iraq e si vuole consentire a Israele di tirare il fiato sotto la pressione dei palestinesi. Il nostro movimento vuole, invece, che la Siria rimanga in Libano. Senza la presenza siriana, il terrorismo s’insedierà in questo Paese. Le autorità libanesi non hanno gli strumenti e la forza per garantire la sicurezza del Paese”.
Non teme una guerra civile in Libano ?
“Finché sono presenti le forze siriane, è impossibile che avvenga”.
Chi può aver commesso l’attentato ai danni dell’ex ministro dell’Economia Hamadeh ?
“Non ho informazioni precise, ma i beneficiari sono sicuramente gli americani e gli israeliani. Possono dire: guardate cosa succede in Libano, quelli che si oppongono alla Siria, vengono assassinati. Mi sembra evidente”.
Qualche mese un membro di Hezbollah è rimasto ucciso in un attentato. A che punto sono le indagini ?
“Abbiamo la certezza che sono stati gli israeliani a organizzarlo. Lo abbiamo capito dal tipo di esplosivo e dal congegno tecnico usati. Non abbiamo però individuato le persone che hanno commesso materialmente l’attentato”.
Questi attentati contro vostri rappresentanti sono relativamente frequenti. Chi sono abitualmente coloro che li commettono ?
“Ci sono tre tipi di persone. Le spie libanesi, gli agenti palestinesi e gli israeliani con doppia cittadinanza. Due mesi fa abbiamo scoperto una rete di agenti che lavorava per Israele formata da palestinesi e libanesi. C’è un giornalista israeliano che si vanta di essere arrivato molto vicino ai vertici di Hezbollah grazie alla doppia cittadinanza americana. In preparazione degli attentati, di solito gli ordigni vengono trasportati da collaboratori locali. Abbiamo notato poi che gli attentati avvengono abitualmente in presenza di aerei che sorvolano la zona dell’attacco”.
Cosa pensa del recente attentato a Damasco ai danni di un funzionario di Hamas ?
“E’ un’operazione israeliana e non sarà l’ultima. Penso che sia stato più faticoso prendere la decisione politica di ricorrere all’attentato che non quello di attuarlo. La persona colpita era priva di protezione”.
Fonti stampa occidentali hanno riferito che la dirigenza dei movimenti di resistenza islamici palestinesi è ormai sotto la vostra protezione per ragioni di sicurezza ?
“Non è assolutamente vero. Lo posso smentire. Le organizzazioni palestinesi hanno i propri sistemi di sicurezza”.
Un giornale arabo ha denunciato che il servizio segreto di un Paese arabo avrebbe fornito informazioni a Israele sulla leadership di Hamas in esilio. Quale Paese potrebbe essere stato ?
“Uno dei Paesi che ha firmato la pace con Israele e ha una cooperazione in materia di sicurezza con Israele”.
Come giudica la scelta di Moqtada al Sadr di disarmare a Sadr City ?
“La situazione attuale lo ha forzato a prendere questa decisione per evitare i continui attacchi americani”.
Cosa si attende dalle prossime elezioni in Iraq ?
“Sicuramente l’occupazione del Paese influenzerà il voto. Le condizioni in cui si svolgeranno le elezioni ci diranno se il Parlamento che ne uscirà potrà essere considerato legittimo o meno”.
Chi vede favorito alle prossime elezioni americane ?
“Colui che si dimostrerà più bravo come attore”.
C’è il rischio che Hezbollah finisca sulla lista nera dell’Europa ?
“Non credo che l’Europa abbia interesse nel farsi nemico il nostro movimento. Il modello di resistenza offerto da Hezbollah è accettabile per l’Europa rispetto ad altri, perché non ha mai superato i limiti dell’occupazione. Ritengo che abbiamo interessi reciproci con l’Europa”.
Al Qaeda la vede come una minaccia esistente o un rischio gonfiato ad arte ?
“E’ un’organizzazione esistente. Certo, il mondo occidentale ne ha amplificato molto la forza e l’influenza. E’ altrettanto vero che se continua l’attuale politica occidentale, questa organizzazione si rafforzerà ulteriormente”.
Il fenomeno al Zarqawi è quindi una conseguenza della politica occidentale ?
“E’ un personaggio scappato al controllo occidentale. E’ già capitato in passato anche ai mujaheddin in Afghanistan. Erano gli alleati dell’America, poi le loro strade si sono divise”.