Giornata dell’amnesia

Si consiglia a chi è di debole di memoria una cura al fosforo,
ma soffrono più di amnesia circa l’olocausto a Gaza o dalle parti di Tel Aviv?

La cura di fosforo bianco israeliano somministrato ai civili di Gaza due anni fa:

A differenza dei soldati qui sopra

 

Restiamo Umani

Vik

Ps. Come attivisti per i diritti umani dell’ISM Gaza ci autofinanziamo con il sostegno di chi ritiene utile la nostra presenza in queste lande oppresse, se potete, sostenete.

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il degrado della civiltà italiana

“Morire di carcere”: dossier 2010
Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose 
Elenco del casi raccolti nel 2010 (in ordine cronologico)

vedi tutti i nominativi su Ristretti.it

Voltaire diceva che il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue prigioni: 182 detenuti morti nelle carceri italiane dall’inizio del 2010.

Stay Human

Vik da Gaza city

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Stéphane Hessel, ebreo scampato all’Olocausto boicotta Israele

Una delle migliori menti della generazione dei nostri nonni, Stéphane Hessel, 93 anni, ebreo scampato all’Olocausto, invita al boicottaggio dello stato criminale d’Israele.


Fate lo stesso.

www.boicottaisraele.it

www.bdsmovement.net

Da Corriere della Sera 18 gennaio 2011

Protesta degli ebrei.
E Parigi cancella l’incontro con Hessel
Zittito lo scrittore oggi più venduto in Francia
«Invita al boicottaggio di Israele, è illegale»
di Stefano Montefiori

PARIGI— «Mio padre era ebreo, sono scampato a Buchenwald, le accuse di antisemitismo non mi sfiorano» , dice sereno Stéphane Hessel, 93 anni, protagonista del caso editoriale dell’anno in Francia con il suo piccolo libro «Indignez vous» . Oggi avrebbe dovuto essere il protagonista di un dibattito alla École normale supérieure di Parigi, ma la direzione del prestigioso istituto ha cancellato l’appuntamento su richiesta del Crif (Consiglio rappresentativo delle associazioni ebraiche di Francia): il tema dell’incontro era la campagna «Bds» (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) contro Israele, alla quale Hessel aderisce tra mille polemiche. «Un incitamento a tenere comportamenti discriminatori nei confronti di un Paese, peraltro proibiti dalla legge» , secondo Richard Prasquier, presidente del Crif, che ringrazia la direttrice Monique Canto Sperber per avere avuto il coraggio di annullare il dibattito «senza chiudere gli occhi in omaggio al politicamente corretto» . Prasquier rende omaggio anche all’intervento «senza ambiguità» del ministro dell’Università, Valérie Pécresse. Non è facile rifiutare una sala già prenotata da settimane a uno degli uomini oggi più amati di Francia, che ha già venduto oltre 650 mila copie del suo — toccante per alcuni, banale per altri— invito alla ribellione contro le ingiustizie. La piccola casa «Indigène Editions» di Montpellier è già all’undicesima ristampa, ed è certa di oltrepassare il milione di copie. Hessel, sulle copertine di tutti i giornali e conteso da radio e tv, è ormai un fenomeno di società, anche in virtù di una storia personale unica: nato a Berlino dalla coppia che ispirò a Henri-Pierre Roché e poi a François Truffaut «Jules e Jim», arrivato a Parigi all’età di sette anni, nella Seconda guerra mondiale scelse il campo della resistenza francese. Arrestato e torturato dai nazisti, Hessel riuscì a salvarsi dal campo di concentramento nazista nonostante una condanna a morte già pronunciata; dopo la guerra partecipò alla nascita delle Nazioni Unite e fu tra i 18 redattori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Poi la carriera nella diplomazia francese, gli incarichi a Saigon, Ginevra e nell’Algeria della decolonizzazione, e negli ultimi decenni l’impegno in difesa dei sans papiers e dei palestinesi di Gaza. Il successo delle sue 24 pagine vendute a tre euro— da oltre due mesi in testa alla classifica della saggistica — è innanzitutto il tributo di tanti francesi a una vita straordinaria. Ma Hessel non fa l’unanimità: nei mesi scorsi già lo studioso Pierre-André Taguieff, a nome del campo pro Israele, lo aveva attaccato per il suo impegno filo-palestinese. Oggi, Hessel non parlerà alla Normale. Nel pomeriggio parteciperà alla manifestazione che i suoi compagni di lotta anti-israeliana e una parte degli studenti terranno al Pantheon, per protestare contro «l’offesa alla libertà di espressione» . «Quando nacque lo Stato di Israele ne fui felice — ha più volte ripetuto Hessel —, oggi però ho il diritto di indignarmi e oppormi alle azioni di un governo israeliano che può essere criticato come tutti gli altri» . Il Crif invece sostiene che Hessel è affetto da «fissazioni anti-israeliane» , che la campagna di boicottaggio è illegale in base alla legge francese e contesta anche il modo in cui alcuni normalisti «convertiti al terrorismo intellettuale» avevano organizzato «un dibattito a senso unico» : accanto a Hessel avrebbero dovuto prendere la parola il magistrato Benoist Hurel («per lui i dirigenti di Hamas sono dei moderati e i razzi su Israele dei giocattoli» , sostiene Prasquier), la deputata arabo-israeliana Haneen Zoabi, Leïla Shahid (rappresentante dell’Autorità nazionale palestinese all’Unione Europea), oltre a Elisabeth Guigou, esponente socialista ex ministro della Giustizia. In ottobre Alima Boumediene-Thiery (senatrice dei Verdi) e Omar Slaouti (capolista alle europee del partito di sinistra radicale Npa), che partecipano alla campagna di boicottaggio, sono stati assolti dal tribunale di Pontoise dall’accusa di «incitamento alla provocazione» , ma all’incirca altre 80 persone — tra le quali Hessel — potrebbero essere processate nei prossimi mesi. Il difficile confine tra antisemitismo, antisionismo e libertà di espressione continua a tormentare le coscienze.

 

Dal Corriere del 22 novembre 2010:

Accanto alla difesa degli immigrati, negli ultimi anni la battaglia di Hessel è a favore dei palestinesi di Gaza, con le inevitabili polemiche. Quest’estate il «Bureau National de Vigilance Contre l’Antisémitisme» ha denunciato Hessel per la sua partecipazione alle campagne di boicottaggio economico di Israele; lo studioso Pierre-André Taguieff si è spinto a insultare Hessel durante una trasmissione radio. In difesa dell’ambasciatore si sono schierati oltre 100 intellettuali e politici di ogni partito, tra i quali Daniel Cohn-Bendit, l’ex ministro degli Esteri Hubert Vedrine, Jean Baubérot, Etienne Balibar, Danielle Mitterrand, Catherine Tasca. «Sono ebreo per parte di padre e ho combattuto i nazisti, non sono particolarmente sensibile all’accusa di antisemitismo – dice Hessel -. Rivendico il diritto di indignarmi per le azioni di uno Stato, che sia Israele o qualsiasi altro. Questo non significa essere antisionisti o antisemiti, è una sciocchezza. Due Stati, uno ebraico e l’altro palestinese, devono convivere. Lo spero con tutte le mie forze.

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Quando il quarto esercito del mondo bombarda dei bambini

Il mio articolo per Peacereporter di giovedì:

Un carretto al centro della desolazione, a lato un cavallo abbattuto, come il seguito mai dipinto di una Guernica palestinese.

Sul luogo dell’ultimo massacro, a Tal Abu Safiya, Est di Beit Hanoun, nel Nord della Striscia di Gaza, in un’aerea agricola una volta florida di frutteti e ora nient’altro che terreno triturato dai cingoli dei carri armati, a circa duecento metri dal confine, è rimasto il mezzo e il quadrupede in putrefazione di Amjad Sami Al Zaaneen, ragazzo di 18 anni ucciso martedì dall’esercito israeliano.

Sin dalla mattina presto Amjad, con alcuni amici si era recato nella zona per raccogliere materiale di riciclo come ferro e cemento. In una Gaza dove da 4 anni per via del blocco israeliano non entrano i materiali per ricostruzione, questi riciclatori, oltre a sfamare le loro poverissimi famiglie, svolgono una funzione sociale fondamentale.

Quando verso le 8 e 30, sette carri armati e tre bulldozer israeliani hanno invaso il confine iniziando a devastare terreni coltivabili, i giovani palestinesi hanno mollato in fretta e furia il carretto e l’animale per darsi alla fuga.

Verso le 14, a incursione finita, i ragazzi sono tornati indietro, inconsapevoli della presenza di un carro armato piazzato poco distante dal confine che li stava prendendo di mira. 7 colpi sono stati sparati in loro direzione.

Amjad, 18 anni, centrato all’addome, è morto dopo pochi minuti sul posto.

Cosi’i feriti ricoverati all’ospedale di Beit Hanoun hanno  accontato l’attacco agli attivisti dell’International Solidarity Movement.

Sharaf Raafat Shada, 19 anni: “Quando siamo tornati per riprenderci l’animale e il carretto carico di pietre, il tank israeliano ha iniziato a spararci addosso. Sono rimasto ferito dalle schegge del primo missile, nonostante questo, ho continuato correre. I missili cadevano in ogni direzione. Quando ho raggiunto la strada principale, mi sono accasciato al suolo, poi mi hanno trasportato in ospedale.”

Ismael Abd Elqader Al Zaaneen, 16 anni: “Dovunque fuggissimo, qualunque direzione prendessimo, ci sparavano proiettili dinnanzi. Ci hanno sparato contro una decina di missili, io ho schegge su tutta la schiena e sulle gambe”.

Lo zio di Sharaf:  “crimini come questo odierno sono ormai  quotidiani. Israele impedisce a tutti i civili della zona di raggiungere la loro terra. La nostra vita è divenuta incredibilmente dura, specie nell’ultimo periodo assistiamo inermi ad una spaventosa escalation di brutalità israeliana contro contadini e pastori. Ci vogliono concime per i nostri campi”.

Tal Abu Safiya, dinnanzi al confine è un ampio spiazzo di terra senza edifici, arbusti o altri ostacoli alla visibilità delle numerose telecamere israeliane che la monitorano palmo a palmo. C’è perfino un dirigibile che col suo occhio ciclopico spia maestoso ogni movimento dal cielo.

Prima di azionare il cannone, I soldati aveva chiaramente dinnanzi agli occhi l’identità delle loro vittime: civili disarmati, poco più che bambini.

Oday Abdel Qader Al Zaanen, 11 anni: “Quando Sharaf è rimasto ferito dal primo proiettile, Ajmad, mio cugino, si è mosso per  soccorrerlo. Non ha fatto in tempo a fare due passi che un missile lo ha centrato direttamente nello stomaco, sventrandolo. Io sono stato fortunato a rimanere ferito solo di striscio al viso. Non so perché Israele ci ha fatto tutto questo”.

Quando il quarto esercito del mondo bombarda dei bambini per la colpa di esser nati dal lato sbagliato del confine, bambini costretti già dall’infanzia a  lavori pesanti nei campi per aiutare le famiglie a sopravvivere, bambini che nella loro breve esistenza non hanno mai avuto altra esperienza che non  la miseria e la morte dei loro familiari e dei compagni di gioco, ebbene, quella che si autodefinisce “l’unica democrazia del medi oriente” dovrebbe fermarsi e riflettere in quali abissi di immoralità sta sprofondando, e così dovrebbero fare i suoi alleati.

Nella stessa zona, a Nord della Striscia di Gaza, e  il 23 dicembre i soldati israeliani avevano ucciso sangue freddo il pastore beduino Salama Abu Hashish e il 10 gennaio Mohammed Shaban Shaker Karmoot, anziano contadino al lavoro su sui campi.

I cingoli dei carri armati dissodano e arano, i cannoni concimano, ma questo lembo di terra non rinuncia a chiedere di rifiorire.

 

Restiamo Umani

 

Vittorio Arrigoni da Gaza city.

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La rabbia di Gaza contro Michele Alliot-Marie, ministro degli esteri francese

Michele Alliot-Marie, ministro degli Esteri francese, ieri in Israele durante una conferenza stampa ha espresso la sua solidarietà al soldato Gilad Shalit, unico prigioniero israeliano in mano ai palestinesi.

Nonostante il ministro francese sappia benissimo che Shalit è stato fatto prigioniero durante un attacco israeliano al confine di Gaza (e quindi è un prigioniero di guerra), a quanto pare ieri con di fianco i genitori del soldato ha parlato di “crimine di guerra” imputabile ai palestinesi della Striscia. Tacendo sui palesi e reali  crimini israeliani ogni giorno a Gaza.


In virtù di queste sue dichiarazioni e al suo silenzio dinnanzi al dramma della Palestina occupata, oggi passando il valico di Erez ed entrando nella Striscia, Michele Alliot-Marie ha trovato la meritata accoglienza da parte dei parenti delle migliaia di prigionieri politici palestinesi ( molte le donne e i bambini) rinchiusi illegalmente e torturati ogni giorno nelle carceri israeliane.

Stay Human and angry!

Vik da Gaza city

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Buone notizie antisioniste: la Norvegia riconosce lo stato Palestinese

Jonas Gahr Stoere, Ministro degli Esteri norvegese, ha dichiarato mercoledì in una conferenza stampa tenutasi a Ramallah che la Norvegia sarà il primo paese d’Europa a riconoscere lo stato Palestinese.

La decisione del paese scandivano segue quelle negli ultimi mesi dei più grandi paesi sudamericani come Cile, Ecuador, Bolivia, Brasile, Argentina, e Uruguay.

Per il settembre 2011 i palestinesi si aspettano che la maggior parte dei Paesi del mondo riconoscano la Palestina come stato, e questo dovrebbe comportare un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale contro l’occupazione e la cannibalizzazione di sempre più terra da parte d’Israele.


Mi chiedo quando Germania e Inghilterra compieranno lo stesso passo, se prima di pronunciarsi attendono di sapere il parere di S Marino e del Principato di Sealand.

Sull’Italia non ho dubbi, riconoscerà la Palestina, solo dopo Israele.                    

 

Stay Human

Vik da Gaza city

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Il testamento di Shaban

Il testamento di Shaban per Peacereporter di ieri


Nella foto, Mohammed Shaban Shaker Karmoot, il 10 gennaio alle ore 14

Un anziano contadino palestinese al lavoro nei campi.
Una giovane cooperante italiana che si reca a intervistarlo.

 

-Non hai paura degli israeliani che sparano?
No, non m’importa degli spari. Se succede qualcosa di brutto noi esseri umani moriamo una volta sola, e solo Dio sa quando arriverà la mia ora per morire. Io dormo qui alcune volte e non m’ importa di morire, sento sempre i carri armati e bulldozer invadere la mia terra e non mi importa più quello che fanno.


 

5 minuti dopo aver pronunciato queste frasi dinnanzi ad un registratore acceso, i 2 cordialmente si congedano.

Poi uno sparo, e la morte rioccupa la scena.

Shaban Karmout, contadino di  65 anni e’ l’ultima vittima civile dell’escalation di violenza innescata dall’esercito israeliano da due mesi a questa parte, dopo gli omicidi del pastore beduino Salama Abu Hashish il 23 dicembre a Beit Lahiya e del giovane Mohammed Qedeh 5 giorni dopo a est di Khan Younis.

Shaban aveva costruito la sua casa dinnanzi al confine all’inizio degli anni ’70,  e presto nel terreno adiacente aveva fatto fiorire alberi da frutta come limoni, aranci e clementine.

I frutti della terra erano generosi e nonostante l’occupazione Shaban conduceva una vita serena, almeno fino ad una notte del 2003, quando in pieno Ramadan, bulldozer e carri armati israeliani hanno invaso i suoi campi distruggendo tutte le sue colture e sradicando i suoi preziosi alberi: il frutto di 30 anni di duro lavoro raso al suolo in meno di 3 ore.

Al termine dell’offensiva israeliana Piombo Fuso,  l’anziano contadino non se la sentiva più di dormire tutte le notti nella casa al confine per via delle frequenti incursioni israeliane. Aveva preso allora in affitto un minuscolo bugigattolo nel campo profughi di Jabalia nel quale viveva stipato con la sua numerosa famiglia, una decina di persone.

 

D’abitudine Shaban iniziava il lavoro nei campi da poco dopo il sorgere l’alba fino a poco prima del tramonto. Ogni giorno per quarant’anni, fino a lunedi’ scorso. Erano circa le 2 pm quando salutati i visitatori forestieri il contadino si è recato sulla sua terra per riprendere l’asino legato ad un arbusto, e un cecchino israeliano piazzato su una torretta di osservazione a 300 metri gli ha sparato contro tre colpi: il primo lo ha centrato al collo, gli altri due al torace.

 

 

Esalando l’ultimo respiro Shabab ha fatto appena in tempo a nominare il nome di suo figlio, Khaled. Quando Khaled è accorso nei campi suo padre era già stato disteso esamine di fianco al quadrupede.

 

“Non c’erano combattimenti nella zona, non c’erano guerriglieri palestinesi nè noi rappresentiamo una minaccia, viviamo in quella casa da decenni, i soldati ci conoscono benissimo. Ci hanno osservato per anni lavorare e vivere tramite le loro telecamere, i droni, perfino i dirigibili spia. E’ questo il vero terrorismo, ditelo ai media occidentali”. Cosi’ Khaled si è rivolto agli attivisti dell’International Solidarity Movement durante la veglia funebre in onore di suo padre, e non è possibile dargli torto. E’ risaputo infatti che i contadini al confine sono tutti schedati e la terra nella quale lavorano  è monitorata minuziosamente centimetro quadrato per centimetro quadrato. Inoltre i cecchini israeliani a differenza dei lanciatori di razzi qassam non sparano a casaccio nel deserto; come tutti i cecchini inquadrano l’obbiettivo, prendono la mira. Il sistema più veloce per pulire etnicamente la Palestina.

Come avveniva durante Piombo Fuso, Israele continua a impedire alle ambulanze di raggiungere i luoghi degli attacchi, minacciando di sparare a medici e infermieri.

Cosi’, non essendoci altri mezzi disponibili  Khaled ha potuto trasportare via il cadavere del padre caricandolo sul braccio di una ruspa. Come si fa con gli alberi sradicati.


Daniela, cooperante dell’ong GVC, a conclusione della riabilitazione di un pozzo nell’area di Beit Hanoun, fra l’altro finanziato coi fondi del governo italiano, si era recata al confine con i suoi collaboratori per intervistare gli agricoltori beneficiari del progetto idrico.

Shaban era stato l’ultimo dei contadini intervistati, cinque minuti prima che venisse ucciso.


Il figlio della vittima, Khaled, ha parlato di terrorismo; per Saber, un amico presente durante l’intervista quest’ultimo assassinio è una sorta di avvertimento mafioso per quanti solidarizzano con i lavoratori palestinesi che resistono, gli ultimi veri uomini in questi tempi anonimi.


Daniela non riesce a tenere in mano le foto scattate poco prima di salutare l’anziano contadino: “non posso guardarle ancora, sembra un sogno, un incubo. Da qui all’obitorio nel giro un’ora.”

 

Ho trascritto la registrazione audio dell’ultima intervista a Shaban, il testamento di una vita dedicata all’amore per la sua terra, un amore che alla fine se l’è inghiottito dentro.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza


Nella foto, Mohammed Shaban Shaker Karmoot, il 10 gennaio alle ore 15

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Il Manifesto GYBO dei giovani di Gaza

Si ripercuote e si propaga alla velocità di 4 Megabit al secondo nell’unico spazio di Gaza non ancora assediato, nel web, il cyber-urlo di rabbia di una generazione di giovani palestinesi oppressa da un nemico esterno e soffocata dentro.

Il manifesto GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento) messo online su Facebook da un gruppo anonimo di studenti della Striscia sta suscitando clamore per l’intensa prosa polemica e insieme poetica, per la spontaneità con cui si esprimono vite accerchiate senza l’ingessatura della retorica politica e umanitaria.

Scendere in piazza è troppo pericoloso a Gaza, se non piombano bombe dal cielo, piovono manganelli da terra. Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Qualcuno mi ha chiesto dall’Italia se conosco le identità degli autori de Il Manifesto. Certo che li conosco. Sono la stragrande maggioranza degli under 25 che a Gaza incontri nei caffe’, al di fuori dell’università, per strada con le mani nelle saccocce vuote di soldi, di impieghi, di prospettive per l’avvenire ma gonfie di lutto e rabbia sottaciuta. Che adesso hanno manifestato.

Si chiamano Ahmed, Mahmoud, Mustafa, Yara , ma potrebbero essere i nostri Giovanni, Paolo, Antonio, Elisabetta che in queste settimane hanno combattuto pacificamente nelle piazze italiane con le armi della consapevolezza quella lotta persa dai padri per resa.

Come tutte le rivoluzioni cibernetiche, potrebbe essere neve che si scioglie al primo sole. A Gaza si è però convinti che questo è un primo solco per far dare voce a chi finora ha subito in silenzio. Qui sotto il testo del manifesto GYBO dalla loro pagina Facebook.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

Manifesto GYBO

“Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà. Ci siamo rotti i coglioni di rimanere imbrigliati in questa guerra politica; ci siamo rotti i coglioni delle notti nere come il carbone con gli aerei che sorvolano le nostre case; siamo stomacati dall’uccisione di contadini innocenti nella buffer zone, colpevoli solo di stare lavorando le loro terre; ci siamo rotti i coglioni degli uomini barbuti che se ne vanno in giro con le loro armi abusando del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani colpevoli solo di manifestare per ciò in cui credono; ci siamo rotti i coglioni del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro Paese tenendoci ingabbiati in un pezzo di terra grande quanto un francobollo; e ci siamo rotti i coglioni di chi ci dipinge come terroristi, fanatici fatti in casa con le bombe in tasca e il maligno negli occhi; abbiamo le palle piene dell’indifferenza da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti in esprimere sconcerto e stilare risoluzioni, ma codardi nel mettere in pratica qualsiasi cosa su cui si trovino d’accordo; ci siamo rotti i coglioni di vivere una vita di merda, imprigionati dagli israeliani, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo. C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un’immensa insoddisfazione e frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo per canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e ridarci la speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso facendo tremare i nostri cuori per la frustrazione e la disperazione è stata quando il 30 Novembre gli uomini di Hamas sono intervenuti allo Sharek Youth Forum, un’organizzazione di giovani molto seguita con fucili, menzogne e violenza, buttando tutti i volontari fuori incarcerandoni alcuni, e proibendo allo Sharek di continuare a lavorare. Alcuni giorni dopo, alcuni dimostranti davanti alla sede dello Sharek sono stati picchiati, altri incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo dentro un incubo. E’ difficile trovare le parole per descrivere le pressioni a cui siamo sottoposti. Siamo sopravvissuti a malapena all’Operazione Piombo Fuso, in cui Israele ci ha bombardati di brutto con molta efficacia, distruggendo migliaia di case e ancora più persone e sogni. Non si sono sbarazzati di Hamas, come speravano, ma ci hanno spaventati a morte per sempre, facendoci tutti ammalare di sindromi post-traumatiche visto che non avevamo nessuno posto dove rifugiarci. Siamo giovani dai cuori pesanti. Ci portiamo dentro una pesantezza così immensa che rende difficile anche solo godersi un tramonto. Come possiamo godere di un tramonto quando le nuvole dipingono l’orizzonte di nero e orribili ricordi del passato riaffiorano alla mente ogni volta che chiudiamo gli occhi? Sorridiamo per nascondere il dolore. Ridiamo per dimenticare la guerra. Teniamo alta la speranza per evitare di suicidarci qui e adesso. Durante la guerra abbiamo avuto la netta sensazione che Israele voglia cancellarci dalla faccia della Terra. Negli ultimi anni Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Siamo una generazione di giovani abituati ad affrontare i missili, a portare a termine la missione impossibile di vivere una vita normale e sana, a malapena tollerata da una enorme organizzazione che ha diffuso nella nostra società un cancro maligno, causando la distruzione e la morte di ogni cellula vivente, di ogni pensiero e sogno che si trovasse sulla sua strada, oltre che la paralisi della gente a causa del suo regime di terrore. Per non parlare della prigione in cui viviamo, una prigione giustificata e sostenuta da un paese cosiddetto democratico. La storia si ripete nel modo più crudele e non frega niente a nessuno. Abbiamo paura. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia! Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace. E’ chiedere troppo? Siamo un movimento per la pace fatto dai giovani di Gaza e da chiunque altro li voglia sostenere e non si darà pace finché la verità su Gaza non venga fuori e tutti ne siano a conoscenza, in modo tale che il silenzio-assenso e l’indifferenza urlata non siano più accettabili. Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento! Inizieremo con la distruzione dell’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questo carcere mentale per riguadagnarci la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Andremo avanti a testa alta anche quando ci opporranno resistenza. Lavoreremo giorno e notte per cambiare le miserabili condizioni di vita in cui viviamo. Costruiremo sogni dove incontreremo muri. Speriamo solo che tu – sì, proprio tu che adesso stai leggendo questo manifesto!- ci supporterai. Per sapere come, per favore lasciate un messaggio o contattaci direttamente a freegazayouth@hotmail.com. Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace. LIBERTA’ PER I GIOVANI DI GAZA! “

(Traduzione di Chiara Baldini )

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Fine 2010: continua l’escalation di attacchi israeliani ai civili di Gaza.

Il mio pezzo di ieri per Peacereporter.net

Quasi a voler sfruttare il periodo delle feste di fine anno e il letargo dei media verso questo lembo di terra martoriato, continua l’escalation di attacchi israeliani ai civili di Gaza.

Lunedì notte navi da guerra israeliane hanno assaltato un peschereccio palestinese, mentre questo si trovava a navigare dinnanzi a Beit Lahya, a nord della Striscia, in acque legalmente riconosciute essere di Gaza. Sequestrata l’imbarcazione e rapito l’intero l’equipaggio di 6 pescatori. I pescatori sono stati rilasciati il giorno stesso, mentre il peschereccio, di proprietà del pescatore Abd Al Salam Al Hessi, rimane confiscato dalla marina militare israeliana, con immenso danno dei lavoratori palestinesi che non hanno più di che sostenere le loro famiglie.

Martedì pomeriggio, soldati israeliani durante una incursione in territorio palestinese hanno sparato alcuni colpi verso alcuni lavoratori impegnati a recuperare materiale edile di riciclo da delle maceri a Est di Gaza city. Colpito da una scheggia di proiettile e fortunatamente ferito solo in modo lieve, Mahmoud Mousa Mohammed di 19 anni.

Quando i miei compagni dell’ISM lo hanno visitato verteva ancora in visibilmente sotto shock.  

L’episodio piu’ efferato di attacchi israeliani martedì verso sera a Est di Khan Younis, dove un colpo di carro armato ha ucciso Hassan Mohammed Qedeh, di 19 anni.

Nonostante le prime informazioni identificassero la vittima come un guerrigliero della resistenza, testimoni nella zona hanno confermato la tesi dei parenti che trattasi di vittima civile.

Prima del tramonto Hassan si era recato nella zona di Khoza  a circa 700 metri dal confine dove due giorni prima due suoi familiari, Issa Abu Rok e Muhammad An-Najjar,  membri della resistenza, erano stati fatti a pezzi da un attacco israeliano compiuto con elicotteri Apache e carri armati. Hassan era andato a esaminare la zona per accertarsi che brandelli di cadavere dei suoi parenti non giacessero ancora al suolo. Secondo il racconto di Ahmed, il fratello della vittima, un cecchino appostato su di una jeep lungo il confine ha fatto fuoco colpendo il ragazzo ad una gamba.

“Lo hanno lasciato sanguinare per 2 ore impedendo ai mezzi di soccorso di raggiungere l’aerea,  tanto per farlo soffrire quanto più possibile, poi l’hanno finito con un colpo partito da un carro armato che lo ha centrato alla testa decapitandolo”. Mi ha raccontato Ahmed, che ha aggiunto: “la zona dove hanno ucciso mio fratello è pianeggiante, priva di ostacoli che ostruiscono la vista. I soldati prima di sparare hanno visto chiaramente che Hassan era un civile, privo di armi o di intenti bellicosi”.

Non riuscendo le ambulanze della mezza luna rossa a raggiungere l’aerea senza il rischio di venire a loro volta attaccate, 5 parenti di Hassan hanno cercato di soccorrerlo, ma i soldati dalla jeep  hanno sparato contro di loro in modo da tenerli distanti, prima proiettili poi una sorta di bombe a gas che li hanno intossicati, provocando svenimenti.

Allontanandomi dall’ennesima veglia funebre alla quale ho partecipato con i compagni dell’International Solidarity Movement, un vicino di casa della vittima si è avvicinato dicendomi: “sparano ai civili come fosse uno sport, una forma di divertimento, come andare a caccia”.

In effetti i numeri parlano da soli, secondo dati dell’ONU, l’anno che si va concludendo è stato di caccia grossa a Gaza per i soldati d’Israele, con 59 palestinesi uccisi, 24 dei quali civili e più di 220 feriti.

Nel 2010 nessuno civile israeliano è rimasto ucciso dai razzi sparati dalla Striscia.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

Fine 2010: continua l’escalation di attacchi israeliani ai civili di Gaza. Leggi l'articolo »

Christmas in Gaza

Il mio articolo di ieri per Peacereporter.net:

“Noi i pastori li mettiamo nel presepe, gli israeliani li mettono sotto l’albero. Quattro metri sotto.” Così ha sardonicamente commentato su Facebook il mio amico Otaku, la notizia dell’ultimo civile palestinese ammazzato dai soldati israeliani.

E in effetti durante il periodo natalizio sia in West Bank che a Gaza si è registrata una escalation di attacchi contro i pastori palestinesi, oltre che contro i contadini e raccoglitori di materiale di riciclo ormai drammaticamente obbiettivi abituali dei tiratori scelti di Tel Aviv.

Il 15 dicembre il Palestinian Center for Human Rightsha denunciato come  Ibrahim Hassan,  28 anni, è stato assalito da un gruppo di coloni israeliani mentre pascolava il suo bestiame a sud di Nablous.  Hassan è riuscito a liberarsi e darsi alla fuga mentre 2 delle sue pecore veniva uccise dai coloni.

Sempre nei pressi di Nablous,  3 giorni dopo, il 18 dicembre,  un gruppo di israeliani armati provenienti dalle colonie di “Eitamar” hanno attaccato Sameer Mohammed Bani Fadel, mentre stava pascolando le sue pecore a est del villaggio di Aqraba. Il pastore è scappato sotto le minacce degli estremisti israeliani che dopo aver raggruppato le sue pecore vicino a dei cespugli secchi gli hanno dato fuoco.  Risultato: 12 pecore arse vive e altre 7 gravemente  ustioniate, un atto abominevole e un grave danno economico per il pastore palestinese.

Probabilmente il mio amico commenterebbe che i coloni si sono dovuti difendere, visto mai ci fosse stata una pecora kamikaze.

Qui a Gaza i pastori non hanno trascorso un Natale migliore.

Il 19 dicembre Ejmaian Fareed Abu Hwaishel di 19 anni, stava pascolando le sue bestie a Beit Lahiya, Nord della Striscia, quando cecchini israeliani piazzati sulle torri di osservazione hanno sparato verso di lui ferendolo al piede destro.

L’episodio più grave in questo periodo è certamente l’omicidio a sangue freddo di un altro pastore, avvenuto il 23 dicembre: Salama Abu Hashish.

Salama, giovane beduino di vent’anni, che  sin da bambino per tirare a campare faceva pascolare le sue pecore dalle parti di Beit Lahiya, a Nord della Striscia, è stato colpito alle spalle da un cecchino israeliano mentre a detta del padre, si trovava a più di 300 metri dalla linea di confine.

Il  proiettile gli  perforato uno dei reni. Trasportato via prima a spalla, poi sopra un carretto trainato da un asino ed infine sopra ad un ambulanza, è stato operato d’urgenza all’ospedale di Kamal Adwan di Beit Lahiya , ma è morto subito dopo l’uscita dalla sala operatoria.

E cosi’ il mio Natale si è tramutato in un funerale: la veglia funebre all’ultima vittima dell’oppressione israeliana su Gaza,  la tredicesima dall’inizio di novembre.

“Tutto questo è a causa dell’occupazione e della povertà che ha generato a Gaza! Salama  rischiava molto andando nei pressi della buffer zone ma non aveva altre possibilità per dare da mangiare ai suoi animali”. Ha riferito ad un compagno dell’International Solidarity Movement lo zio del ragazzo ucciso mentre il padre Khalil domandava a me a quando la fine di questo onda di omicidi impuniti contro i civili di Gaza.

Nel piano superiore dell’abitazione, sopra il al tendone nel quale i parenti si alternavano con gli occhi lucidi scambiandosi dignitosissime condoglianze, impercettibile l’urlo soffocato di disgrazia della moglie di Salama con in braccio Ghassan, il figlio appena nato. Il cecchino israeliano con un solo proiettile ha ucciso un uomo, reso vedeva una giovane donna di 18 anni e orfano il suo primogenito, venuto al mondo appena poche ore prima dell’omicidio del marito.

Salama non ha avuto neanche il tempo di dare il nome a suo figlio.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni  da Gaza city

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Electronic Intifada: Il massacro di Gaza e la lotta per la giustizia (di Ali Abunimah )

Nel video soldati israeliani celebrano a modo loro la distruzione di Gaza

 

Il massacro di Gaza, a cui Israele diede il via due anni fa esatti, non si è concluso il 18 gennaio 2009, ma continua tuttora. E’ stato un massacro non solo di vite umane, ma anche di verità e giustizia. E solo le nostre azioni potranno contribuire a mettervi fine.

Il rapporto Goldstone, commissionato dalle Nazioni Unite, ha documentato crimini di guerra e contro l’umanità commessi in un attacco mirato alle “fondamenta della vita civile di Gaza” – scuole, infrastrutture industriali, acqua, servizi igienici, mulini, moschee, università, stazioni di polizia, ministeri, attività agricole e migliaia di case. Eppure, come tante altre indagini che hanno accertato i crimini israeliani, il rapporto Goldstone è destinato ad essere accantonato e a raccogliere polvere visto che gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Autorità Palestinese e alcuni governi arabi sono tutti concordi affinché a questo non seguano provvedimenti concreti.

Israele sferrò il suo attacco, dopo la rottura del cessate il fuoco che aveva negoziato con Hamas in giugno, con il capzioso pretesto di controllare in questo modo il lancio dei razzi da Gaza.

Durante quelle settimane terribili, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, il feroce bombardamento israeliano uccise 1.417 persone ( dati del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza).

Erano bambini come Farah Ammar al-Helu, di un anno, uccisa ad al-Zaytoun. Erano studentesse o scolari, come Islam Khalil Abu Amsha, di 12 anni, di Shajaiyeh e Mahmoud Khaled al-Mashharawi, 13 anni, di al-Daraj. Erano anziani come Kamla Ali al-Attar, 82, di Beit Lahiya e Madallah Ahmed Abu Rukba, 81, di Jabaliya, erano padri e mariti come il dottor Jasir Ehab al-Shaer. Erano agenti di polizia, come Younis Muhammad al-Ghandour, 24 anni. Autisti d’ ambulanza e lavoratori della protezione civile. Erano casalinghe, insegnanti, agricoltori, operatori ecologici e muratori. E sì, alcuni di loro erano combattenti, hanno combattuto come qualsiasi altro popolo farebbe per difendere le proprie comunità e hanno fronteggiato con armi leggere e rudimentali l’attacco di un Israele munito delle armi più sofisticate che Stati Uniti e Unione Europea sono in grado di offrire.

Mentre i nomi di questi morti arrivano a riempire 100 pagine, nulla può colmare il vuoto che hanno lasciato nelle loro famiglie e nelle comunità (“The Dead in the course of the Israeli recent military offensive on the Gaza strip between 27 December 2008 and 18 January 2009,” [PDF] Palestinian Centre for Human Rights, 18 Marzo 2009”).

Questi non sono stati i primi a morire a causa delle carneficine israeliane e non sono stati neppure gli ultimi. Decine di persone sono state uccise dal termine dell’ “Operazione Piombo Fuso”; l’ultimo è Salameh Abu Hashish, un pastore di 20 anni, ucciso la scorsa settimana dalle forze di occupazione israeliane mentre pascolava i suoi animali a nord di Gaza.

Ma la tragedia non si estingue assieme a chi è stato assassinato. Insieme a migliaia di invalidi permanenti, vi è l’incalcolabile danno psicologico per i bambini che crescono senza genitori e per i genitori che seppelliscono i loro figli, il trauma mentale che l’offensiva israeliana e l’assedio in corso hanno procurato a quasi tutti gli abitanti di Gaza. Inoltre non si conoscono ancora le conseguenze dell’aver costretto, per anni ed anni, i 700.000 bambini di Gaza alla fornitura di acqua tossica.

L’assedio priva 1.500.000 persone non solo di beni di prima necessità, di materiale da ricostruzione (praticamente nulla è stato ricostruito a Gaza) e dell’accesso alle cure mediche, ma dei loro diritti fondamentali, la libertà di viaggiare, di studiare, praticamente di essere parte del mondo. Nega ai giovani le proprie ambizioni e i propri futuri. Impedisce al mondo intero di partecipare a ciò che essi potrebbero essere in grado di creare e offrire. Con la chiusura di Gaza al resto del mondo esterno, Israele spera di far dimenticare che lì dentro ci sono delle persone.

Due anni dopo quel crimine, Gaza resta una grande prigione per una popolazione la cui colpa imperdonabile agli occhi di Israele e dei suoi alleati è quella di essere profughi di quelle terre di cui Israele si è appropriata attraverso la pulizia etnica.

La violenza di Israele contro Gaza, così come la sua violenza contro i palestinesi ovunque, è il logico risultato di un razzismo che rappresenta il nucleo inestirpabile dell’ideologia e della pratica sionista: i palestinesi rappresentano solo un fastidio, da spazzare via così come si bonificano i terreni dalle erbacce e dalle rocce, d’intralcio all’implacabile conquista sionista. Questo è ciò contro cui tutti i palestinesi stanno lottando, come oggi ci ricordano decine di organizzazioni della società civile a Gaza in una lettera aperta :

“Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà per avere la possibilità di incontrare amici o parenti palestinesi di Tulkarem, Gerusalemme o Nazareth; vogliamo il diritto di potere viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un’altra campagna di bombardamenti che possa lasciare centinaia di nostri bambini morti, molti altri feriti o con tumori da contaminazione per il fosforo bianco israeliano e per la guerra chimica. Vogliamo vivere senza umiliazioni ai posti di blocco israeliani e senza l’umiliazione di non poter provvedere ai bisogni delle nostre famiglie a causa della disoccupazione generata dal controllo economico e dall’assedio illegale. Chiediamo di porre fine al razzismo che è alla base di questa oppressione “.

Chi come noi vive fuori da Gaza può prendere ad esempio questa gente e far tesoro di ispirazione e forza; nonostante tanta deliberata crudeltà, non si è mai arresa. Ma non possiamo aspettarci che possa sopportare questo peso da sola o ignorare il carico terribile che l’ implacabile persecuzione di Israele ha sulle menti e sui corpi delle persone o sulla stessa collettività di Gaza. Dobbiamo prestare attenzione al loro invito ad agire.

Un anno fa, ho partecipato con più di mille persone provenienti da decine di paesi alla Gaza Freedom March nel tentativo di raggiungere Gaza per commemorare il primo anniversario del massacro. Abbiamo trovato la strada bloccata dal governo egiziano che rimane complice, con il sostegno degli Stati Uniti, dell’assedio israeliano. E anche se non abbiamo raggiunto Gaza, altri convogli, prima e dopo ce l’hanno fatta, come Viva Palestina, che è riuscita ad entrare solo dopo il pesante ostruzionismo e i limiti imposti da parte dell’Egitto.

Ieri, la Mavi Marmara è rientrata ad Istanbul, dove ad attenderla, al porto, c’erano migliaia di persone. Nel mese di maggio la nave era con la Gaza Freedom Flotilla che si proponeva di rompere l’assedio per mare e che è stata attaccata e dirottata in acque internazionali da un commando israeliano che ha ucciso nove persone e ne ha ferite decine. Anche quel massacro non ha scoraggiato i tentativi di rompere l’assedio. L’Asian Convoy to Gaza è in viaggio, e molte altre iniziative sono in programma.

 

Potremmo pensare che, nonostante gli enormi costi – anche in vite umane -, l’assedio resta intatto, e i governi del mondo – la cosiddetta “comunità internazionale” – continua a garantire l’impunità di Israele. Due anni dopo, Gaza è ancora in macerie e Israele mantiene deliberatamente la popolazione sempre sull’orlo di una catastrofe umanitaria, consentendo solo le forniture sufficienti a chetare l’opinione pubblica internazionale.

Potrebbe esser facile scoraggiarsi.

Tuttavia, dobbiamo ricordare che il popolo palestinese a Gaza non è vittima di una causa umanitaria isolata, ma è parte della lotta per la giustizia e la libertà dell’intera Palestina. Rompere l’assedio di Gaza sarebbe una pietra miliare di quel percorso.

Haneen Zoabi, membro palestinese del parlamento israeliano e passeggero della Mavi Marmara, in un’intervista dello scorso ottobre con The Electronic Intifada, ha spiegato che la società israeliana e il governo non considerano affatto che il loro conflitto con i palestinesi si possa risolvere garantendo giustizia e uguaglianza alle vittime, ma che si tratti solo di un problema di “sicurezza”. Zoabi ha constatato che la grande maggioranza degli israeliani ritiene che Israele ha in buona parte “risolto” il problema della sicurezza: in Cisgiordania, con il muro dell’apartheid e col “coordinamento di sicurezza” tra le forze di occupazione israeliana e la collaborazionista Autorità Palestinese a Ramallah, e nella Striscia di Gaza con l’assedio.

La società israeliana, ha concuso la Zoabi, “non ha bisogno di pace. Israele non percepisce l’occupazione come un problema. Non percepisce l’assedio come un problema. Non percepisce l’oppressione dei palestinesi come un problema, e quindi non paga il prezzo dell’occupazione o dell’assedio [di Gaza] “.

Per questo i convogli e le flottiglie rappresentano una parte essenziale del più complesso sforzo che è quello di far capire ad Israele che ha un problema e non può assolutamente essere trattata come uno Stato normale finché non rinuncia all’occupazione e all’oppressione dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e fino a quando non deciderà di rispettare in pieno i diritti dei cittadini palestinesi di Israele così come dei profughi palestinesi. E anche se i governi continueranno a stare a guardare e a non intervenire, c’è la società civile globale che sta indicando la strada attraverso i diversi tentativi per rompere l’assedio, assieme alla sempre più diffusa campagna palestinese di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Tra tanta sofferenza, i palestinesi non hanno raccolto molti successi nei due anni dal massacro di Gaza. Ma ci sono segnali che le cose si stanno muovendo nella giusta direzione. Israele prega per i “negoziati di pace” voluti dagli Stati Uniti, proprio perché sa che, mentre il “processo di pace” gli fornisce la giusta copertura per i propri crimini in corso, non sarà mai tenuto a rinunciare a nulla o a garantire diritti per i palestinesi in questo “processo”.

Israele inoltre sta mobilitando tutte le sue risorse per combattere il movimento globale per la giustizia, soprattutto verso la campagna BDS, che ha avuto un forte impulso dal massacro di Gaza. Non poteva esserci migliore conferma che il movimento ha la giustizia dalla sua. Il nostro monumento a tutte le vittime non deve essere solo una commemorazione annuale, ma il lavoro che facciamo ogni giorno per accrescere le fila di questo movimento.

 

 

 

 

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).


Link:electronic intifada,

traduzione a cura di Rough

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Gaza: per non dimenticare l’orrore impunito

Soldato israeliano imbratta di graffiti il muro di una casa di Gaza durante Piombo Fuso, scrivendo: “torneremo presto”

Questa mattina manifestazione non violenta  dinnanzi al valico di Erez ricordando le vittime di Piombo Fuso, le vittime dell’assedio e di più di sessant’anni di occupazione e pulizia etnica della Palestina. Particolarmente toccante la partecipazione dei parenti di 4 bambini orrendamente massacrati da un carro armato israeliano il 28 dicembre 2008 nei pressi di Beit Hanoun. Abbiamo piantato le nostre bandiere su un terreno fradicio di sangue innocente chiedendo a gran voce quella giustizia che ancora latita.

Nonostante più di 1400 vittime, la stragrande maggioranza civili, nonostante 340 bambini fatti a pezzi dall’esercito “più morale del mondo” e la condanna unanime delle più importanti organizzazioni per i diritti umani e non ultima l’ONU con il Rapporto Goldstone, i mandanti e gli esecutori di quell’orrenda strage sono ancora impuniti e a piede libero.

Quanto meno, grazie alle informazioni raccolte su facebook e attraverso altri social network oggi i massacratori di Gaza non solo hanno un nome, ma persino un volto e un indirizzo di casa, dove speriamo al più presto venga spedito un mandato di comparizione dinnanzi alla corte dell’AJA per crimini di guerra.

Stay Human

Vittorio Arrigoni da Gaza city

Soldati israeliani a Gaza durante Piombo Fuso, souvenirs per gli amici:

Soldiers re-enact dramatic moment of Cast Lead as souvenir for family, friends

IDF squad poses for group photo while trampling on personal bedding of Gaza family

Fully-armed IDF soldier preens for camera while Gazan mother attempts to ignore the humiliation of having her kitchen invaded

IDF soldier invades the bed chamber of Gaza family and appropriates woman’s personal make-up brush, preening for camera

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Haidar Eid: Gaza, 2 anni dopo l’orrore

Questa settimana ricorre il secondo anniversario dal giorno in cui l’orrore si abbattè sulla popolazione della Striscia di Gaza, il 27 Dicembre 2008. E da allora non è cambiato nulla. Gaza è tornata al suo stato di assedio pre-invasione, di fronte alla solita indifferenza internazionale. Due anni dopo l’attacco israeliano, che durò 22 lunghi giorni e oscure notti, durante i quali la sua coraggiosa popolazione fu lasciata da sola ad affrontare uno dei più forti eserciti del mondo, Gaza non fa più notizia. La sua gente muore lentamente, i suoi bambini sono malnutriti, l’acqua è contaminata e, nonostante ciò, non si merita nemmeno una parola di compassione da parte del Presidente degli Stati Uniti e dei leader europei.


Il processo di disumanizzazione dei palestinesi di Gaza non accenna a fermarsi. Ma ora il problema più urgente è riuscire a porre Israele di fronte alle sue responsabilità sia nei confronti del diritto internazionale, che dei principi fondamentali dei diritti umani, e prevenire così un’ulteriore escalation.


Un modo per cominciare ad inchiodare Israele alle sue responsabilità è attraverso la testimonianza diretta e la solidarietà della società civile. Il 27 dicembre, ad esempio, un convoglio di aiuti asiatico, composto da politici e attivisti provenienti da 18 paesi, arriverà a Gaza nel tentativo di rompere l’assedio imposto da Israele da quattro anni e di ricordare al mondo quali siano le crudeli conseguenze dell’assedio e del massacro. E questo è uno tra i più notevoli impegni internazionali guidati da organizzazioni della società civile, che hanno deciso di agire direttamente di fronte al misero fallimento della comunità internazionale. Alcuni di questi attivisti hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significhi mostrare vera solidarietà con i palestinesi di Gaza, quando nove attivisti turchi sono stati brutalmente assassinati nella piena luce del giorno sulla nave Mavi Marmara.


Mentre saranno a Gaza, gli attivisti del convoglio avranno senza dubbio la possibilità di ascoltare storie da far gelare il sangue. Durante il massacro, un soldato israeliano commentò così: “Il bello di Gaza è questo: vedi una persona per la strada, la vedi camminare a piedi lungo un sentiero. E non è necessario che abbia un’arma con sé, né è necessario fare accertamenti sulla sua identità, puoi spararle e basta”.

 

Israele non avrebbe potuto compiere la sua brutale aggressione, preceduta e seguita da un assedio punitivo, senza il “via libera” da parte di tutte le potenze mondiali. Quando Israele attaccò Gaza a febbraio/marzo 2008, Matan Vilnai, l’allora vice ministro della difesa (un termine decisamente improprio per un rappresentante di una potenza aggressiva e occupante), minacciò che sarebbe stato compiuto un massacro ancora peggiore della Shoa (Olocausto). E 102 palestinesi, tra cui 21 bambini, furono uccisi.


E quale fu la reazione della comunità internazionale? Assolutamente nulla di sostanziale. Al contrario, l’UE decise di premiare l’aggressore con il rinnovo dei suoi accordi commerciali con Israele. Questo rinnovo siglato ai primi di dicembre 2008 diede il via libera ad un massacro ancora peggiore nel 2009 durante il quale a Gaza vennero uccisi oltre 1.400 palestinesi, la maggior parte dei quali civili. E ora, nonostante i conclamati crimini di guerra israeliani, sia gli Stati Uniti che l’UE continueranno a rafforzare i loro legami con Israele.


 

La similitudine tra la violenta campagna israeliana di dominio con quella del regime dell’apartheid sudafricano, è stata recentemente analizzata dal combattente anti-apartheid per la libertà ed ex ministro del governo sud-africano Ronnie Kasrils: “Non è difficile per chiunque conosca la storia coloniale riuscire a comprendere il modo in cui l’odio razziale deliberatamente coltivato riesca a creare una giustificazione anche per le azioni più atroci e disumane commesse contro civili inermi – compresi donne, bambini e anziani”.

 

Il regime di apartheid del Sud Africa fu tenuto sotto pressione attraverso le risoluzioni a cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo condannava ripetutamente per il trattamento disumano della popolazione nera. E questo fu di grande sollievo per tutti gli oppressi da quel regime, mentre noi palestinesi, oggi, siamo privati anche di questo piccolo conforto, perché gli Stati Uniti continuano a utilizzare il loro diritto di veto per garantire ad Israele l’impunità.


Oggi in Palestina sta crescendo sempre più un movimento di dissenso partecipato dalla società civile, esattamente come accadeva durante il regime di apartheid in Sud Africa. Ma un movimento di solidarietà internazionale più forte, con un programma comune, potrebbe aiutare la lotta palestinese e farla conoscere e risuonare in ogni paese del mondo. Il nostro obiettivo ora, come organizzazioni della società civile, è quello di riuscire ad eliminare l’assedio che strozza Gaza. E per riuscirci molti attivisti, palestinesi e internazionali, hanno lanciato una campagna di boicottaggio ispirata al modello della campagna anti-apartheid sud africana. Questa campagna è un movimento democratico basato sulla lotta per i diritti umani e l’attuazione del diritto internazionale. La nostra lotta non è religiosa, etnica, né razziale, ma piuttosto universalista, è una lotta che vuole garantire l’umanizzazione del nostro popolo di fronte alla terribile macchina guerra israeliana.


L’Arcivescovo del Sud Africa Desmond Tutu, un convinto sostenitore dei diritti dei palestinesi, ha detto: “Scegliere di essere neutrali di fronte a situazioni di ingiustizia, significa scegliere la parte dell’oppressore.” Mentre le forze armate israeliane bombardavano il mio quartiere, l’ONU, l’UE, la Lega Araba e la comunità internazionale rimanevano in silenzio di fronte alle atrocità. Nemmeno centinaia di cadaveri di donne e bambini riuscirono a convincerli ad intervenire.


Il massacro di Gaza del 2009, come quello di Sharpeville nel 1960, non può essere ignorato. Esige una risposta da tutti coloro che credono nell’esistenza di una comune umanità. Nelson Mandela ha indicato la strada per questa umanità condivisa quando anni fa ha affermato: “Ma noi sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi “.
 
Ora è il momento di boicottare lo stato di apartheid israeliano, disinvestire dalla sua economia e imporre sanzioni contro di esso. Questo è l’unico modo per garantire la creazione di uno stato laico, democratico nella Palestina storica per tutti i suoi abitanti, indipendentemente da razza, credo o etnia.

Di Haidar Eid

L’articolo in originale suhttp://www.intifada-palestine.com

(traduzione per http://guerrillaradio.iobloggo.com/ di Guerrilla-Nenna)

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Il massacro quotidiano dei lavoratori palestinesi

Il mio articolo di ieri per Peacereporter.net

E’ sorprendente constatare quanti giornalisti internazionali, anche fra i più quotati, una volta giunti a Gaza riportino come l’assedio si sia attenuato osservando i negozi strapieni di cianfrusaglia e il declino del mercato nero dei tunnel negli ultimi mesi.
 
Senza necessariamente subentrare nella Striscia basterebbe documentarsi con i rapporti delle maggiori organizzazioni per i diritti umani per comprendere la situazione reale.
Recentemente, 21 fra le maggiori ONG che operano a Gaza, fra le quali Amnesty International, Oxfam, Save the Children, Christian Aid and Medical Aid for Palestinians hanno denunciato come un milione e mezzo di abitanti della Striscia, (più della metà sono bambini) continuano a essere strangolati da un assedio illegale sotto ogni punto di vista.
 
Nel rapporto, nominato “Speranze svanite, la continuazione del blocco di Gaza” si fa luce sulle promesse disattese d’Israele di un allentamento dell’assedio all’indomani del massacro dello Freedm Flotilla.
Secondo l’ONU Israele ha permesso l’entrata a solo il 7% del materiale necessario per la ricostruzione degli ospedali e delle scuole danneggiate o distrutte durante l’offensiva Piombo Fuso, e ciò fra le altre cose quest’anno ha comportato l’impossibilità d’accesso all’istruzioni ad oltre 40 mila studenti. L’economia continua a essere al collasso per via del blocco delle importazioni e delle esportazioni, con il 93% delle industrie chiuse e oltre il 70% della forza lavoro disoccupata.
L’88% della popolazione continua a vivere di aiuti, sotto la soglia di povertà.
 
L’imposizione della “buffer zone”, quella porzione di terra  nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque si avvicini, secondo l’ONU riguarda terreni fertili dal confine fino a un chilometro e mezzo nell’entroterra palestinese, cioè il 35%  del totale dei terreni coltivabili a Gaza e che ora sono lasciati incolti.
E’ proprio avvicinandosi a queste zone di confine che si ha la misura di quanto l’assedio non si sia affatto attenuato, ma al contrario stretto attorno alle vite dei suoi abitanti, rendendo la vita impossibile ai contadini e ai molti raccoglitori di materiale edile di riciclo dai palazzi in macerie.
 
Dall’inizio di novembre ad oggi, il Palestinian Center for Human Rights  e l’International Solidarity Movement hanno documentato 31 attacchi compiuti dei soldati israeliani al confine direttamente contro civili palestinesi. 6 di queste vittime sono bambini.
 
15 dicembre
Circa  alle 9 50 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo alla gamba sinistra Waleed Nasser Marouf di 21 anni originario di Beit Lahia.
 
14 dicembre
Circa  alle 8:00 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo ad un piede e alla mano sinistra Mohammed Motei Shkhaidem, 23 anni di  Beit Lahia.
 
Circa tre ore più tardi, gli stessi cecchini hanno ferito alla gamba sinistra Jom’a Abu Warda, 29 anni, originario di Jabalya.
 
Verso le 13 pm, sempre nella stessa zona, i soldati israeliani hanno sparato ancora e gambizzato un altro civile:, Fadi Fareed Abu Hwaished di 18 anni.

12 dicembre
Circa  alle 8 00am cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza,nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo ad una gamba Aziz Aayesh al-Sous, 34 anni originario di Beit Lahia.
 
11 dicembre
Circa  verso le 11 55  am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo ad una gamba Suhaib Sami Mrouf, di 16 anni.
 
10 dicembre
Circa alle 08 20 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo ad una gamba Ibrahim Ghaben, 16 anni di from Beit Lahia, che si trovava a 150 metri dal confine.

Circa alle 9 am, soldati israeliani appostati sul confine Sud Est della Striscia di Gaza con Israele, nell’area di Khuza a est di Khan Younis, hanno sparato verso dei contadini palestinesi che lavoravano la terra a circa 800 metri. Nidal Hassan al-Najjar di soli 16 anni, e’ rimasto ferito al piede destro.
 

“Ogni giorno! Ogni giorno! Questa cose avvengono ogni giorno!”
Cosi’ lo zio di Nidal agli attivisti dell’ISM che sono andati a trovarlo all’ospedale.

9 dicembre
Circa alle 7 30am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo alle gambe Sultan Sad Izmail, 29 anni e Ahmed Sad Ghaben, 20 anni.

4 dicembre
Circa alle 9 00 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahiya, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile.
2 civili colpiti e feriti alle gambe dai proiettili israeliani: Mohammed Ata al-Hossoumi di 22 anni e Bilal Shaban al-Hossoumi di 17 anni.
Bilal da 5 mesi aveva dovuto sostituire al lavoro il fratello ventiseienne, anch’esso rimasto ferito dai soldati israeliani più o meno nella stessa zona. Mohammed Ata al-Hossoumi che prima dell’inizio dell’assedio della Striscia di Gaza lavorava presso una fattoria, ora non ha trovato altro impiego che recarsi al confine a raccattare materiale edile riciclabile, pietre e ferro. “Non m’importa se mi sparano ancora una volta uscito di qui, m’importa solo della mia famiglia, e di come riuscire a  sfamarla.” Ha dichiarato Mohammed ad un attivista dell’ISM all’ospedale Kamal Udwan.
 
Un’ora dopo i primi 2 ferimenti, nella stessa aerea soldati israeliani hanno sparato ancora e ferito un altro operaio palestinese, Marwan Mahmoud Ma’rouf, di Beit Lahia, colpito da un proiettile al piede destro.
 
Bilal Sha’ban al-Hossoumi e Mahmoud Ma’rouf hanno subito diverse fratture alle gambe, essendo stato colpiti da proiettili “dum dum”, proiettili che esplodono all’impatto, vietati dalle convenzioni internazionali.
 
2 dicembre
Circa alle 10:10 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione sul confine Nord della Striscia di Gaza, nei pressi di Beit Lahia, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero di materiale edile riciclabile a circa 400 metri dal confine.
Schegge di proiettile hanno ferito al piede ‘Alaa’ Nafez Barakat, di 21 anni, originario dal campo profughi Al Shati, a Overt di Gaza city.
 
30 novembre
Circa alle 07:20 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione poste sul confine a Nord Ovest di of Beit Lahia, a Nord della striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero da delle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo alla gamba Ismail Saed Ghaben, 31 anni, originario di Beit Lahia.


Non è la prima volta che Ismail viene ferito. Nel 2004, durante una incursione israeliana, i soldati delle forze di occupazione gli spararono ad un ginocchio. Nel 2008 fu ferito ancora da un proiettile ad una mano. Questa volta gli è andata peggio delle precedenti: i chirurghi dell’ospedale Kamal Udwan hanno dovuto amputargli 3 dita del piede. Anche 2 fratelli di Ismail in passato sono stati feriti mentre lavorano nei pressi del confine.
 
Un’ora dopo il primo ferimento nella stessa zona i soldati israeliani hanno sparato e colpito alle gambe altri tre lavoratori palestinesi: Ghassan Mas’oud Abu Riala di 21, anni, e Ameen Akram Abu Shawish, di 22 anni, entrambi originari di Zaytoun, a Nord a Gaza City. E Nader Mohammed al-Anqar, di 21 anni, proveniente da Beit Lahia.


 
“Non è un crimine questo?” e’ intervenuto il padre di Ameen durante la visita ai feriti degli attivisti dell’ISM, “gli hanno sparato un proiettile dum-dum!” Secondo le convenzioni di Ginevra che hanno messo al bando questo tipo di proiettile, si’ questo è un crimine.
 
Circa due ore dopo, alle 10 e 40, cecchini israeliani ancor in azione: colpito Bayan Farouq Tanboura, di 26, contadino di Beit Lahia che si stava recando ad acquistare delle patate su di un campo posto a circa 600 metri dal confine, ignorando che una incursione israeliana era in corso.

 

Anche 2 fratelli di Bayan in passato sono stati colpiti dai proiettili israeliani: Adham e Kaled.
 
28 novembre
Circa alle 08:15 am,
cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione vicine a Beit Hanoun (Erez), al confine Nord della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo ad una gamba Mukhles Jawad al-Masri di 15 anni, originario di Beit Hanoun che si trovava a circa 500 metri dal confine.


 
“Per via dell’assedio, non ci sono molte possibilità di sopravvivenza per la mia famiglia. Siamo in 17 a casa e io riesco a portare del cibo sulla tavola solo riciclando materiali di scarto. E’ un lavoro pericoloso che mi consente di guadagnare appena 30 shekels al giorno (circa 6 euri), ma è l’unica possibilità che ho per aiutare la mia famiglia.” Ha raccontato Mukhels agli attivisti dell’ISM. Il padre ha aggiunto al racconto: “tutti i giorni proviamo paura quando lo vediamo uscire di casa per andare al lavoro, ma è tutto quello che abbiamo. Tutte le volte temiamo che qualcuno corra ad avvisarci che Mukhels è stato arrestato o ferito dai soldati”.
 
Circa un’ora dopo, nella stessa zona, i soldati israeliani hanno ferito ad una gamba un altro giovane lavoratore palestinesi: Khalil al Zanin, 20, originario di Beit Hanoun, e poco più a ovest, sempre alla stessa ora, a finire gambizzato era Mamdouh ‘Aayesh al-Sous, di 28 anni, di Beit Lahya.

 

“Mi trovavo a circa 130 metri dal confine. Vicino a Israele, ma nella nostra terra. Abbiamo 100 giovani piante di ulivo che necessitano di cura, per cui andavo spesso in quella zona. Certamente i soldati israeliani mi conoscono, sono abituati a inquadrami con le loro telecamere. Non so perché mi hanno fatto questo.”
 
27 novembre
Circa alle 9:10 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione sul confine Nord fra la Striscia di Gaza e Israele, nei pressi di Beit Lahia, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile ferendo ad un gamba Shamekh Said al-Debes, 16 anni, originario di Jabalya . 3 ore dopo nella stessa zona, a essere colpito alle gambe è stato Ahmed Mahmoud Jarbou’, di anni 26, pescatore proveniente da campo profughi di al-Shati , Ovest di Gaza City , che stava pescando vicino alla riva.


“Per più di un anno sono andato a pescare nella stessa zona. I soldati israeliani mi osservavano ogni giorno: sanno che sono solo un pescatore! Non c’era nessuna ragione, non ho dato loro nessun motivo di sospetto, non stava facendo assolutamente nulla di anormale poco prima che mi sparassero. Eppure lo hanno fatto, senza neanche un colpo di avvertimento. Il solo colpo che ho sentito è quello che ha centrato la mia gamba.”
Ha raccontato Ahmed agli attivisti dell’ISM, aggiungendo: “Sono padre di due figli, e non abbiamo altro con cui sopravvivere se non il frutto della mia pesca”.
 
Alle 14 pm. circa, cecchini israeliani ancora all’attacco di civili palestinesi nei pressi del confine Nord della Striscia a Beit Hanoun (Erez). Colpito ad una gamba l’ennesimo operaio palestinese impegnato nel recupero di materiale edile riciclabile: Khalid Ashraf Abu Sitta, di 21 anni, originario di Beit Hanoun.

Il fratello della vittima si è rivolto cosi’ ad un attivista dell’ISM: “Khalid ha lavorato nella stessa area per piu’ di sette mesi. Sono sicuro che i soldati lo conoscono, eppure gli hanno sparato senza neanche un colpo di avvertimento”.
 
24 novembre
Circa alle 09:45 a.m., cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione vicine a Beit Hanoun (Erez), al confine Nord della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo al piede sinistro Rami ‘Aayesh al-Shandaghli, 28 anni, originario di Jabalya town, che si trovava a circa 400 metri da confine.
 
19 novembre
Circa alle 08:20 am cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione sul confine Nord fra la Striscia di Gaza e Israele, nei pressi di Beit Lahia, hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile ferendo ad al piede dstro Mohammed Isma’il al-Ghandour, 34 anni, orignario di Beit Lahia town, che stava lavorando a circa 70 metri dal confine.

13 novembre
Circa alle 09:00 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione vicine a Beit Hanoun (Erez), al confine Nord della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile, ferendo alla gamba destra Ammar Khalil Hamdan, 22 anni originario di Beit Hanoun, che stava lavorando a circa 400 metri dal confine.
 
12 novembre
Circa alle 08:15 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione vicine a Beit Hanoun (Erez), al confine Nord della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile ferendo alla gamba destra Bashir Sami ‘Aashour, 20 anni, originario di Beit Hanoun, mentre stava lavorando a circa 50 metri dal confine.
 
10 novembre
Circa alle 07:45 am, cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione vicine a Beit Hanoun (Erez), al confine Nord della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero di materiale edile riciclabile, ferendo alla gamba Ibrahim Yousef Ghaben, 28 anni originario di Beit Lahia.

 

Il fratello di Atif ha descritto agli attivisti dell’ISM la scena del ferimento:
“gli hanno sparato da un torre di osservazione alla gamba quando si trovava a 600 metri dal confine. Gli amici lo hanno caricato su un carretto trascinato da un somaro fino a dove è potuta arrivare l’ambulanza. I dottori dicono che il proietille era un “dum dum”, che esplode all’impatto, che gli ha frammentato l’osso in più parti”.
 
7 novembre
Circa alle 06:15 am. cecchini israeliani appostati su una delle torri di osservazione vicine a Beit Hanoun (Erez), al confine Nord della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi impegnanti nel recupero dalle macerie di materiale edile riciclabile ferendo alla gamba sinistra Karam Talal al-Adham, 19 anni, originario di Beit Lahia.
 
2 novembre
Circa alle 11:00 am, soldati israeliani appostati sul confine Nord Est del centro della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco verso un gruppo di lavoratori palestinesi che stava raccogliendo materiale di riciclo come ferro, plastica e alluminio a 300 metri dal confine.
Hussam ‘Abdul Hafez al-Khaldi di 34 anni, è stato colpito da un proiettile alla spalla destra.
 
5 ore dopo, alle  le 16:00, ambulanze palestinesi sono riuscite ad avvicinarsi al confine Est di Khan Yunis, per recuperare il corpo ferito di Mahmoud Mohammed Shirrir, 34 anni originario di Abbassan village. Shirirri, un disabile mentale, si era avvicinato al confine e i soldati israeliani non hanno esistato a sparargli addosso sebbene chiaramente non rappresentasse una minaccia. Il proiettile gli ha perforato l’anca sinistra.
 
Nella quasi totalita’dei casi esaminati, i cecchini israeliani hanno sparato contro i civili palestinesi senza alcun colpo di avvertimento.
Spesso i proiettili utilizzati sono “dum dum”, vietati dalle leggi internazionali.
Spesso i cecchini puntano alle ginocchia dei civili, in modo da provocare invalidità permanenti.
Secondo il PCHR,  gli attacchi ai lavoratori palestinesi nella buffer zone hanno raggiunto una escalation senza precedenti: 81 lavoratori feriti e 9 uccisi dall’inizio dell’anno.
Il massacro dei lavoratori palestinesi è destinato a continuare anche nel nuovo anno nell’impunita’ della comunità internazionale, e nel pressoché silenzio dei media di massa.
 
Restiamo Umani


Vittorio Arrigoni  da Gaza city

Il massacro quotidiano dei lavoratori palestinesi Leggi l'articolo »

Wikileaks e Israele, Wikileaks è Israele

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu  ha dichiarato che Israele ha giocato d’anticipo  per limitare i danni provocati dalle rivelazioni di Wikileaks, aggiungendo che “nessun documento segreto d’Israele è stato reso pubblico da Wikileaks”.
Da Haaretz

WIKILEAKS STIPULO’ UN ACCORDO CON ISRAELE

 RIGUARDO AI DISPACCI DIPLOMATICI

di LikiWeaks

dal sito Indybay

Traduzione di Gianluca Freda

Tutti noi vorremmo ovviamente sostenere Wikileaks e il suo fondatore e portavoce, Julian Assange, recentemente arrestato in Inghilterra in questa lurida guerra condotta dagli stati del globo contro la trasparenza e la libertà. Ma, tristemente, nel mondo della politica le cose non sono mai innocenti come sembrano. Secondo recenti rivelazioni, Assange avrebbe stretto un accordo con Israele prima del recente “cable gate” [il rilascio di documenti d’ambasciata di cui si parla da qualche tempo, NdT], il che spiegherebbe il motivo per cui le rivelazioni di Wikileaks “sono favorevoli ad Israele”, come ha dichiarato il Primo Ministro israeliano.

Diversi commentatori, soprattutto in Turchia e Russia, si sono domandati per quale motivo le centinaia di migliaia di documenti segreti americani rilasciati sul sito lo scorso mese non contengano nulla che possa mettere in imbarazzo il governo israeliano, quando gli stessi documenti contengono riferimenti a quasi ogni altro stato del mondo. La risposta sembra essere un accordo segreto stipulato tra l’uomo che è “il cuore e l’anima” di Wikileaks, come Assange una volta descrisse umilmente se stesso [1], ed alcuni funzionari israeliani, con cui ci si assicurava che tutti i documenti di questo tipo venissero “rimossi” prima che il resto fosse reso pubblico.

Secondo un sito arabo di giornalismo investigativo [2], Assange avrebbe ricevuto denaro da fonti israeliane semi-ufficiali e avrebbe loro promesso, in base “ad un accordo segreto e videoregistrato”, di non pubblicare alcun documento che potesse danneggiare la sicurezza di Israele o i suoi interessi diplomatici.

Le fonti del rapporto di Al-Haqiqa sarebbero ex volontari di Wikileaks che hanno abbandonato l’organizzazione negli ultimi mesi a causa della “leadership da autocrate” di Assange e della sua “mancanza di trasparenza”.

In una recente intervista al quotidiano tedesco Die Tageszeitung, l’ex portavoce di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg, ha detto che lui e altri dissidenti dell’organizzazione intendono lanciare la propria piattaforma di conroinformazione per portare a compimento l’obiettivo originario di Wikileaks, che era quello di una “condivisione senza limiti dei file”. [3]

Domscheit-Berg, che sta per pubblicare un libro sul periodo trascorso “all’interno di Wikileaks”, accusa Assange di comportarsi come un “sovrano” all’interno dell’organizzazione e di andare contro la volontà degli altri membri, “stringendo accordi” con i mezzi d’informazione allo scopo di creare un effetto esplosivo, tutte cose di cui gli altri membri di Wikileaks sanno poco o nulla. [4]

Inoltre, la brama di scoop con cui Assange mirava a conquistare le prime pagine dei giornali avrebbe impedito a Wikileaks di “ristrutturarsi” per far fronte alla crescita d’interesse verso la piattaforma, hanno aggiunto i testimoni. Ciò significa che le rivelazioni minori, che avrebbero potuto interessare la gente a livello locale, sono state lasciate in disparte per dare spazio alle storie più grosse. [5]

Secondo le fonti di Al-Haqiqa, Assange si sarebbe incontrato con i funzionari israeliani a Ginevra, all’inizio di quest’anno, e lì avrebbe stipulato l’accordo segreto. Il governo israeliano, a quanto sembra, aveva scoperto o sospettava che i documenti in fase di rilascio contenevano un gran numero di informazioni relative agli attacchi israeliani contro il Libano e contro Gaza, lanciati rispettivamente nel 2006 e nel 2008/9. Questi documenti, che si dice provenissero principalmente dalle ambasciate israeliane (statunitensi, non israeliane, ndr) di Tel Aviv e Beirut, sarebbero stati rimossi e forse distrutti dallo stesso Assange, il quale è l’unica persona a conoscere le password per aprire tali documenti, hanno aggiunto le fonti.

In effetti, i documenti pubblicati presentano un “gap” che si estende su tutto il periodo di luglio-settembre 2006, durante il quale ebbe luogo la guerra di 33 giorni contro il Libano. E’ davvero possibile che i diplomatici e i funzionari americani non avessero commenti o informazioni da scambiarsi riguardo a questo evento cruciale e perdessero invece il tempo a “spettegolare” su ogni altra insignificante questione mediorientale?

Dopo il rilascio dei documenti (e anche prima), il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato in una conferenza stampa che Israele aveva “giocato d’anticipo” per limitare i danni provocati dalle rivelazioni, aggiungendo che “nessun documento segreto d’Israele è stato reso pubblico da Wikileaks”. [6] In un’intervista alla rivista Time, rilasciata nello stesso periodo, Assange incensava Netanyahu come un eroe di trasparenza e liberalità! [7]

Secondo un altro rapporto [8], gli esponenti di un giornale libanese di sinistra si sarebbero incontrati due volte con Assange per negoziare un accordo, offrendogli una “grossa quantità di denaro” per ottenere alcuni documenti relativi alla guerra del Libano del 2006, in particolare le trascrizioni dell’incontro tenutosi nell’ambasciata americana a Beirut il 26 luglio 2006, che è considerato un “consiglio di guerra” tra gli americani, gli israeliani e quei partiti libanesi che giocarono un ruolo nella guerra contro Hezbollah e i suoi alleati. Tuttavia, i documenti che gli editori di Al-Akhbar ricevettero in seguito partivano dal 2008 e non contenevano “niente di rilevante”, affermano le fonti. Ciò non fa altro che supportare le accuse relative all’accordo stipulato da Assange.

Infine, vale la pena di rilevare che Assange potrebbe aver fatto davvero ciò di cui è accusato al solo scopo di proteggere se stesso e di garantire che i documenti filtrati ottenessero la pubblicazione, in modo da svelare l’ipocrisia americana, che si dice sia la sua ossessione, “a scapito di obiettivi più fondamentali”.

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Ghada Karmi: sposata ad un altro uomo

Israele-Palestina, uno Stato unico di Ghada Karmi (alfabeta2 n.4 novembre 2010)

Viviamo in un’epoca curiosa, come recita il detto cinese.

Come altro descrivereste il paradosso di un processo di pace israelo-palestinese che non porterà pace alcuna? I colloqui iniziati a Washington il 2 settembre sono l’ultimo capitolo di una lunga storia che va avanti da così tanto tempo che la maggior parte della gente ha dimenticato di cosa si tratta.

Il ‘processo di pace’ è diventato parte del paesaggio politico, un tratto familiare del conflitto israelopalestinese, perseguito come un fine in se stesso. Fino a quando le due parti «dialogavano», sebbene senza risultato, questo ha sollevato gli uomini politici dalla responsabilità di un’azione concreta. Un nuovo Presidente degli Usa, consapevole del fallimento di tutti i precedenti tentativi di raggiungere un accordo, sembra determinato a impegnarsi sulla questione. Il «processo di pace», come viene definito, ha avuto inizio nel 1991 con la conferenza di Madrid, che ha portato, nel 1993, agli accordi di Oslo tra Israele e i palestinesi. Si pensava che si sarebbero risolti in un accordo definitivo, cinque anni più tardi. Non è mai avvenuto, e da allora una serie di piani per la pace tra occidentali e arabi è ugualmente fallita.

Oggi siamo testimoni dell’ennesimo vano tentativo di affrontare questo vecchio problema. La ragione di tali fallimenti risiede in una scorretta interpretazione del conflitto e in una soluzione altrettanto scorretta. Gli attori sono gli stessi, anche se i loro nomi cambiano: una parte israeliana forte che può dettare le condizioni, una parte palestinese debole che non può farlo, e un arbitro statunitense legato a Israele.

Inoltre, e nonostante l’adesione formale accordata alla questione dei rifugiati, il conflitto è stato interpretato come se riguardasse soltanto la parte della Palestina post 1967. La risoluzione 242 dell’Onu, formulata dopo la guerra fra arabi e israeliani del 1967, ha gettato le basi per questa visione. Essa ha seppellito tutti i precedenti diritti dei palestinesi sulla loro terra originaria e ha condannato i rifugiati a quello definiva genericamente «un accordo equo». Da allora, il dibattito è stato incentrato sempre sul destino della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est. E la soluzione è stata mettere in piedi uno Stato palestinese in quei territori, di fianco a Israele. È questa la cosiddetta soluzione dei due Stati, che la comunità internazionale ha sposato. Come ha detto il segretario britannico per gli Affari esteri il 21 agosto, «Una soluzione a due stati è l’unica speranza per garantire una pace e una sicurezza durature». Il Presidente Obama non vede altra possibilità, e le potenze del Quartetto – Ue, Onu, Usa e Russia – lo appoggiano pienamente. Perché la pensano così dopo più di vent’anni di tentativi falliti nell’applicare quel modello?


È palesemente ingiusto, divide la terra in maniera iniqua con quello che, volendo essere ottimisti, è un 78% per Israele e un 22% per la Palestina. Nega alla maggior parte dei rifugiati palestinesi il diritto di ritornare, e legittima e perpetua un regime sionista razzista che costituisce la radice originaria del conflitto. Inoltre, non è neppure attuabile dal punto di vista logistico. Oggi le terre rivendicate dai coloni israeliani sono più del 50 percento della Cisgiordania. Soltanto il 13 percento di Gerusalemme Est è in mano ai palestinesi, mentre il resto sono colonie. Israele non rinuncerà alla Valle del Giordano, un terzo dell’area della Cisgiordania, e vuole Gerusalemme come propria, «indivisa» capitale. Manterrà in qualsiasi accordo i blocchi di insediamenti in Cisgiordania. Gaza è tagliata fuori e il suo futuro è un’incognita. In questi ridicoli scampoli di Palestina, dov’è lo spazio per uno stato? La soluzione dei due stati in questo contesto può realizzarsi solo a spese dei palestinesi.

Ciò non può che significare uno stato composto da enclave in Cisgiordania collegate da ponti e tunnel per garantire la «contiguità», dipendenti da Israele e dalla Giordania per la sopravvivenza, mentre Gaza, che non è collegata, dipenderebbe dall’Egitto. Un’intesa per cedere ai palestinesi piccole porzioni di Gerusalemme è possibile, ma non ci sarà diritto di ritorno per i rifugiati, alcuni dei quali saranno probabilmente assorbiti con difficoltà nelle enclave in Cisgiordania. La negoziazione su questo inutile accordo è solo all’inizio e sarà interminabile. Si ricorrerà a piccole concessioni e minacce per spingere i due schieramenti a una soluzione entro questi schemi viziati, che non potrà mai realizzarsi.

Eppure la soluzione appropriata è sotto gli occhi di tutti. Uno stato unitario in Israele- Palestina non richiederebbe alcuna divisione della terra, alcuna ingiusta ripartizione delle risorse, alcuno sfratto di una delle due parti dalle proprie abitazioni, e consentirebbe un ritorno dei rifugiati e dei loro discendenti. Soprattutto, significherebbe mettere fine al sionismo, un’ideologia superata basata sull’esclusivismo suprematista che ha portato profonda instabilità nel Medio Oriente e non solo.

Uno Stato laico democratico nel territorio dell’antica Palestina è l’unica soluzione equa e umana a un conflitto aspro che ha avuto origine con l’espropriazione ai danni dei palestinesi indigeni. Porvi rimedio è il solo modo per mettere fine al conflitto. L’Occidente, che ha creato Israele, non riesce ad accettare che l’esperimento sia stato un errore e lo si debba concludere. Questo rifiuto è il motivo reale per cui gli Stati occidentali, a dispetto di ogni evidenza, continuano ad appoggiare la soluzione dei due stati.

G.K.

Ghada Karmi, palestinese, è medico, scrittrice e docente universitaria. Di Ghada Karmi DeriveApprodi ha pubblicato nel settembre 2010 Sposata a un altro uomo – Per uno stato laico e democratico nella Palestina storica.

 

Traduzione dall’inglese di Giulia Antioco.  Dal sito dell’ISM Italia

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Cecchini israeliani festeggiano la giornata internazionale di solidarietà

Il mio ultimo pezzo per INFOPAL.IT

Nel 1977 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì per il 29 novembre la Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, come simbolicamente a risarcire lo strappo alla giustizia e ai diritti umani decretato dalla risoluzione 181 emanata lo stesso giorno trent’anni prima. Il 29 novembre del 1947 infatti la risoluzione 181 sancì la spartizione della Palestina storica in termini di aberrante ingustizia: agli ebrei di allora, meno di un terzo della popolazione e proprietari di meno del 6% della terra, fu concesso più della metà di tutto il territorio, e questo rappresentò la base per la creazione dello Stato israeliano e per la Nakba, l’inizio della pulizia etnica della popolazione palestinese ad opera del terrorismo sionista prima, e dell’IDF successivamente fino ai giorni nostri.

In occasione di questa giornata, lunedì una quarantina fra attivisti dell’International Solidarity Movement, giornalisti e volotari palestinesi di Local Initiative si sono recati a Beit Hanoun a dipingere graffiti sulle rovine degli edifici bombardati durante l’offensiva israeliana “Piombo Fuso”,  per rilanciare al mondo il messaggio di solidarietà alla causa palestinese e ribadire la necessità di boicottare Israele colpevole di crimini di guerra e contro i diritti umani.

Saber Al Za’anin, coordinatore di Local Initiative, ha espresso la necessità di un intervento più massiccio della società civile nel mondo per operare pressioni su Israele affinchè cessi l’occupazione e l’assedio di Gaza: “ E’ di vitale importanza che sempre piu’ internazionali supportino i palestinesi nella loro lotta di resistenza non violenta contro l’oppressore israeliano. Abbiamo dipinto le bandiere di diversi paesi del mondo in rappresentanza degli attivisti internazionali oggi presenti con noi qui a manifestare a Beit Hanoun. E’ ora di incrementare le manifestazioni nel mondo, i festival, le campagne di boicottaggio affinchè l’occupazione israeliana cessi, e cessino gli attacchi quotidiani subiti dai civili di Gaza da parte dei soldati delle forze di occupazione”.

Successivamente attivisti e volontari si sono incamminati in manifestazione verso il valico di Erez, nella stessa aerea nella quale solo 2 giorni prima 6 contadini sono stati feriti dai cecchini israeliani.

Fra gli internazionali presenti anche il sopravvissuto al massacro della Mavi Marmara Ken O’Keefe, che ha piantato una bandiera palestinese vicino al confine e ha ricordato ai media gli attivisti turchi caduti per mano dei commandos israeliani, mentre nel Mediterraneo, in acque internazionali dimostravano al mondo cosa significa solidarizzare con un popolo oppresso.

Ken ha anche denunciato il crimine dell’imposizione della buffer zone, che secondo un recente rapporto dell’ONU impedisce ai contadini palestinesi l’accesso al 35% di tutti i terreni coltivabili all’interno della Striscia di Gaza, i fondi più fertili: “ quando civili vengono feriti e uccisi al confine mentre lavorano la loro terra o raccolgono materiali edili di recupero da edifici distrutti, giacché cemento e ferro sono banditi da Israele, ti rendi conto che il cosiddetto allentamento dell’assedio è pura propaganda di Tel Aviv.  L’assedio deve essere rimosso e gli unici che possono portare alla sua estinzione sono sempre più persone di coscienza disposta ad agire come noi oggi”.

Una volta giunti a circa 100 metri dal muro, cantando e sventolando bandiere, abbiamo udito grida minacciose di un soldato israeliano proveniente da una torretta militare poco distante. Nel momento in cui il gruppo si era già allontanando dal confine, a circa 500 metri, un cecchini a iniziato a spararci contro una ventina di colpi: i primi proiettili sono sfrecciati ad un paio di metri dalle nostre teste.

Vera Macht, compagna dell’ISM, è rimasta leggermente ferita ad un piede nella fuga dagli spari.

Il video: 

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Il rogo di Haifa ha messo in luce il vero nemico d’Israele: Israele stesso.

Il mio pezzo di ieri per Peacereporter.net:

La festa ebraica delle Luci, la Hanukkah, ha messo in luce il vero nemico d’Israele: Israele stesso.

E’ salito a 42 il numero dei morti nel terribile incendio che da ieri sta divorando i boschi del monte Carmelo, nei pressi della città di Haifa.

Mentre la stampa critica pesantemente le autorità e gli apparati di soccorso nazionali, il governo ammette di essere stato colto di sorpresa e di non riuscire a domare da solo l’inferno che in 24 ore ha ridotto in cenere quasi 4 mila ettari di terra e ha causato l’evacuazione di 20.000 persone.  

Si attendono in Israele gli arrivi di una ventina di mezzi di soccorso da Europa, Stati Uniti, Egitto, Giordania e perfino dalla Turchia, primo atto di distensione fra i 2 paesi voluto dal premier Erdoğan dopo la crisi politica conseguente  al massacro di civili turchi a bordo della nave Mavi Marmara da parte di commandos israeliani.

Un paese che spende ogni anno il 12,3% del suo patrimonio interno lordo per  la sicurezza, ( la maggioranza dei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico spendono l’1-2 % del loro PIL per la sicurezza), per la difesa contro i pericoli esterni, per lo più immaginari, certamente esagerati, non può fingere di essere sorpreso.

Solo all’inizio di ottobre alla firma del contratto di acquisto di 20 cacciabombardieri F-35A Lightning II dagli Stati Uniti, per un importo di 2,75 miliardi di dollari, il Primo Ministro Netanyahu defini’ la spesa come  “vitale” per la difesa della nazione. Ed eccoci ad oggi, ad una scintilla su un terreno arido nelle periferia di Haifa che in poche ore cause 42 morti, molte più vittime di quante ne possa provocare il terrorismo palestinese in dieci anni.

Forse era più intelligente e responsabile acquistare qualche cacciabombardiere in meno e qualche Canadair in più, invece di richiederne disperatamente il soccorso da Grecia e Cipro.

In un paese in cui l’opinione pubblica è stata addomesticata ad adottare la paura del nemico esterno, degli arabi, come il pilastro principale della politica e della cultura non risulta paradossale avere a disposizione un arsenale di centinaia di testate nucleari, e contemporaneamente un corpo di vigili del fuoco da realtà terzomondista. Tranne quando avviene una strage come questa a risvegliare dal torpore le coscienze.

Israele e’ questo, un paese dove l’establishment della difesa dedica quasi tutte le sue risorse per sviluppare tecnologie di difesa sempre più avveniristiche, e insieme, secondo quanto denuncia oggi l’associazione dei pompieri israeliani, mentre gli standard internazionali richiedono 1 vigile del fuoco ogni mille cittadini, un paese in cui questo rapporto è di solo 1 ogni 10 000.

Lo scandalo delle incompetenze dinnanzi alla più grande catastrofe naturale della storia d’Israele, sta facendo divampare le fiamme da Haifa sulle fondamenta della Knesset.

Il governo vacilla sotto il peso delle critiche e la prima testa destinata a cadere sembra essere quella del ministro degli interni Eli Yishai.

Leader del partito della destra religiosa Shas, noto razzista, Yishai è il responsabile dei progetti edilizi per i coloni israeliani in West Bank, ed è anche il principale  teorico dell’esistenza di una sorta di gene ebraico acquisibile per conversione, (a detta sua: “Un convertito, se si converte attraverso l’ortodossia, ha un gene ebraico. “): in pratica la teoria nazista della razza superiore in chiave mistica israeliana.

Ieri notte un prefisso israeliano è apparso sul display del mio telefonino:  un  caro e vecchio amico mi avvisava di una voce inquietante che gira per Israele.

“Il governo farà di tutto per restare in sella, e piuttosto che pagare il prezzo della sua imperizia, potrebbe costruire ad arte la matrice di questo inferno come un attentato. Magari su mandato di Gaza.”

Allora l’incendio che si sta inghiottendo i boschi di Haifa sarebbe uno scherzo rispetto alla coperta di lava magmatica che ricoprirebbe la Striscia.

 

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni  da Gaza city

Il rogo di Haifa ha messo in luce il vero nemico d’Israele: Israele stesso. Leggi l'articolo »

Marco Travaglio e Roberto Saviano e la distruzione della Palestina

Premesso che anche io ho firmato l’appello di ART.21 in difesa di Roberto Saviano contro il linciaggio di Feltri, dal blog di Luttazzi:

Saviano e Israele

Ho firmato, ma ho chiesto a Saviano di spiegare anche in tv la sua posizione sulle politiche di Israele. In troppi in Italia sono duri e puri sulle cose italiane ma appena mettono il naso fuori diventano magicamente più ambigui (vedi Travaglio)
riccardo manfredi

Ambigui? Marco è un ultra-sionista dichiarato. “La Palestina andrebbe rasa al suolo”, mi ha detto una volta. E’ un ottimo cronista di giudiziaria, ma pessimo agli esteri. 🙂 Non è buffo vedere lo smarrimento dei suoi fan di sinistra quando lo scoprono? In quel momento capiscono che di un pensiero non devi accettare tutto, e che occorre imparare a discriminare. Meglio tardi che mai, in questo Paese di apostoli.

Sulla Palestina la pensa come lui anche Flores D’Arcais, il direttore di Micromega. Non c’è verso di convincerli. Forse potrebbe essergli utile il post di Vittorio Arrigoni che ribatte a Saviano su Israele. Si trova qui.

(Daniele Luttazzi)

 

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Saviano visto da Vauro:

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