Electronic Intifada: Il massacro di Gaza e la lotta per la giustizia (di Ali Abunimah )

Nel video soldati israeliani celebrano a modo loro la distruzione di Gaza

 

Il massacro di Gaza, a cui Israele diede il via due anni fa esatti, non si è concluso il 18 gennaio 2009, ma continua tuttora. E’ stato un massacro non solo di vite umane, ma anche di verità e giustizia. E solo le nostre azioni potranno contribuire a mettervi fine.

Il rapporto Goldstone, commissionato dalle Nazioni Unite, ha documentato crimini di guerra e contro l’umanità commessi in un attacco mirato alle “fondamenta della vita civile di Gaza” – scuole, infrastrutture industriali, acqua, servizi igienici, mulini, moschee, università, stazioni di polizia, ministeri, attività agricole e migliaia di case. Eppure, come tante altre indagini che hanno accertato i crimini israeliani, il rapporto Goldstone è destinato ad essere accantonato e a raccogliere polvere visto che gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Autorità Palestinese e alcuni governi arabi sono tutti concordi affinché a questo non seguano provvedimenti concreti.

Israele sferrò il suo attacco, dopo la rottura del cessate il fuoco che aveva negoziato con Hamas in giugno, con il capzioso pretesto di controllare in questo modo il lancio dei razzi da Gaza.

Durante quelle settimane terribili, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, il feroce bombardamento israeliano uccise 1.417 persone ( dati del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza).

Erano bambini come Farah Ammar al-Helu, di un anno, uccisa ad al-Zaytoun. Erano studentesse o scolari, come Islam Khalil Abu Amsha, di 12 anni, di Shajaiyeh e Mahmoud Khaled al-Mashharawi, 13 anni, di al-Daraj. Erano anziani come Kamla Ali al-Attar, 82, di Beit Lahiya e Madallah Ahmed Abu Rukba, 81, di Jabaliya, erano padri e mariti come il dottor Jasir Ehab al-Shaer. Erano agenti di polizia, come Younis Muhammad al-Ghandour, 24 anni. Autisti d’ ambulanza e lavoratori della protezione civile. Erano casalinghe, insegnanti, agricoltori, operatori ecologici e muratori. E sì, alcuni di loro erano combattenti, hanno combattuto come qualsiasi altro popolo farebbe per difendere le proprie comunità e hanno fronteggiato con armi leggere e rudimentali l’attacco di un Israele munito delle armi più sofisticate che Stati Uniti e Unione Europea sono in grado di offrire.

Mentre i nomi di questi morti arrivano a riempire 100 pagine, nulla può colmare il vuoto che hanno lasciato nelle loro famiglie e nelle comunità (“The Dead in the course of the Israeli recent military offensive on the Gaza strip between 27 December 2008 and 18 January 2009,” [PDF] Palestinian Centre for Human Rights, 18 Marzo 2009”).

Questi non sono stati i primi a morire a causa delle carneficine israeliane e non sono stati neppure gli ultimi. Decine di persone sono state uccise dal termine dell’ “Operazione Piombo Fuso”; l’ultimo è Salameh Abu Hashish, un pastore di 20 anni, ucciso la scorsa settimana dalle forze di occupazione israeliane mentre pascolava i suoi animali a nord di Gaza.

Ma la tragedia non si estingue assieme a chi è stato assassinato. Insieme a migliaia di invalidi permanenti, vi è l’incalcolabile danno psicologico per i bambini che crescono senza genitori e per i genitori che seppelliscono i loro figli, il trauma mentale che l’offensiva israeliana e l’assedio in corso hanno procurato a quasi tutti gli abitanti di Gaza. Inoltre non si conoscono ancora le conseguenze dell’aver costretto, per anni ed anni, i 700.000 bambini di Gaza alla fornitura di acqua tossica.

L’assedio priva 1.500.000 persone non solo di beni di prima necessità, di materiale da ricostruzione (praticamente nulla è stato ricostruito a Gaza) e dell’accesso alle cure mediche, ma dei loro diritti fondamentali, la libertà di viaggiare, di studiare, praticamente di essere parte del mondo. Nega ai giovani le proprie ambizioni e i propri futuri. Impedisce al mondo intero di partecipare a ciò che essi potrebbero essere in grado di creare e offrire. Con la chiusura di Gaza al resto del mondo esterno, Israele spera di far dimenticare che lì dentro ci sono delle persone.

Due anni dopo quel crimine, Gaza resta una grande prigione per una popolazione la cui colpa imperdonabile agli occhi di Israele e dei suoi alleati è quella di essere profughi di quelle terre di cui Israele si è appropriata attraverso la pulizia etnica.

La violenza di Israele contro Gaza, così come la sua violenza contro i palestinesi ovunque, è il logico risultato di un razzismo che rappresenta il nucleo inestirpabile dell’ideologia e della pratica sionista: i palestinesi rappresentano solo un fastidio, da spazzare via così come si bonificano i terreni dalle erbacce e dalle rocce, d’intralcio all’implacabile conquista sionista. Questo è ciò contro cui tutti i palestinesi stanno lottando, come oggi ci ricordano decine di organizzazioni della società civile a Gaza in una lettera aperta :

“Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà per avere la possibilità di incontrare amici o parenti palestinesi di Tulkarem, Gerusalemme o Nazareth; vogliamo il diritto di potere viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un’altra campagna di bombardamenti che possa lasciare centinaia di nostri bambini morti, molti altri feriti o con tumori da contaminazione per il fosforo bianco israeliano e per la guerra chimica. Vogliamo vivere senza umiliazioni ai posti di blocco israeliani e senza l’umiliazione di non poter provvedere ai bisogni delle nostre famiglie a causa della disoccupazione generata dal controllo economico e dall’assedio illegale. Chiediamo di porre fine al razzismo che è alla base di questa oppressione “.

Chi come noi vive fuori da Gaza può prendere ad esempio questa gente e far tesoro di ispirazione e forza; nonostante tanta deliberata crudeltà, non si è mai arresa. Ma non possiamo aspettarci che possa sopportare questo peso da sola o ignorare il carico terribile che l’ implacabile persecuzione di Israele ha sulle menti e sui corpi delle persone o sulla stessa collettività di Gaza. Dobbiamo prestare attenzione al loro invito ad agire.

Un anno fa, ho partecipato con più di mille persone provenienti da decine di paesi alla Gaza Freedom March nel tentativo di raggiungere Gaza per commemorare il primo anniversario del massacro. Abbiamo trovato la strada bloccata dal governo egiziano che rimane complice, con il sostegno degli Stati Uniti, dell’assedio israeliano. E anche se non abbiamo raggiunto Gaza, altri convogli, prima e dopo ce l’hanno fatta, come Viva Palestina, che è riuscita ad entrare solo dopo il pesante ostruzionismo e i limiti imposti da parte dell’Egitto.

Ieri, la Mavi Marmara è rientrata ad Istanbul, dove ad attenderla, al porto, c’erano migliaia di persone. Nel mese di maggio la nave era con la Gaza Freedom Flotilla che si proponeva di rompere l’assedio per mare e che è stata attaccata e dirottata in acque internazionali da un commando israeliano che ha ucciso nove persone e ne ha ferite decine. Anche quel massacro non ha scoraggiato i tentativi di rompere l’assedio. L’Asian Convoy to Gaza è in viaggio, e molte altre iniziative sono in programma.

 

Potremmo pensare che, nonostante gli enormi costi – anche in vite umane -, l’assedio resta intatto, e i governi del mondo – la cosiddetta “comunità internazionale” – continua a garantire l’impunità di Israele. Due anni dopo, Gaza è ancora in macerie e Israele mantiene deliberatamente la popolazione sempre sull’orlo di una catastrofe umanitaria, consentendo solo le forniture sufficienti a chetare l’opinione pubblica internazionale.

Potrebbe esser facile scoraggiarsi.

Tuttavia, dobbiamo ricordare che il popolo palestinese a Gaza non è vittima di una causa umanitaria isolata, ma è parte della lotta per la giustizia e la libertà dell’intera Palestina. Rompere l’assedio di Gaza sarebbe una pietra miliare di quel percorso.

Haneen Zoabi, membro palestinese del parlamento israeliano e passeggero della Mavi Marmara, in un’intervista dello scorso ottobre con The Electronic Intifada, ha spiegato che la società israeliana e il governo non considerano affatto che il loro conflitto con i palestinesi si possa risolvere garantendo giustizia e uguaglianza alle vittime, ma che si tratti solo di un problema di “sicurezza”. Zoabi ha constatato che la grande maggioranza degli israeliani ritiene che Israele ha in buona parte “risolto” il problema della sicurezza: in Cisgiordania, con il muro dell’apartheid e col “coordinamento di sicurezza” tra le forze di occupazione israeliana e la collaborazionista Autorità Palestinese a Ramallah, e nella Striscia di Gaza con l’assedio.

La società israeliana, ha concuso la Zoabi, “non ha bisogno di pace. Israele non percepisce l’occupazione come un problema. Non percepisce l’assedio come un problema. Non percepisce l’oppressione dei palestinesi come un problema, e quindi non paga il prezzo dell’occupazione o dell’assedio [di Gaza] “.

Per questo i convogli e le flottiglie rappresentano una parte essenziale del più complesso sforzo che è quello di far capire ad Israele che ha un problema e non può assolutamente essere trattata come uno Stato normale finché non rinuncia all’occupazione e all’oppressione dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e fino a quando non deciderà di rispettare in pieno i diritti dei cittadini palestinesi di Israele così come dei profughi palestinesi. E anche se i governi continueranno a stare a guardare e a non intervenire, c’è la società civile globale che sta indicando la strada attraverso i diversi tentativi per rompere l’assedio, assieme alla sempre più diffusa campagna palestinese di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Tra tanta sofferenza, i palestinesi non hanno raccolto molti successi nei due anni dal massacro di Gaza. Ma ci sono segnali che le cose si stanno muovendo nella giusta direzione. Israele prega per i “negoziati di pace” voluti dagli Stati Uniti, proprio perché sa che, mentre il “processo di pace” gli fornisce la giusta copertura per i propri crimini in corso, non sarà mai tenuto a rinunciare a nulla o a garantire diritti per i palestinesi in questo “processo”.

Israele inoltre sta mobilitando tutte le sue risorse per combattere il movimento globale per la giustizia, soprattutto verso la campagna BDS, che ha avuto un forte impulso dal massacro di Gaza. Non poteva esserci migliore conferma che il movimento ha la giustizia dalla sua. Il nostro monumento a tutte le vittime non deve essere solo una commemorazione annuale, ma il lavoro che facciamo ogni giorno per accrescere le fila di questo movimento.

 

 

 

 

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).


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traduzione a cura di Rough

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