Muammar Gheddafi l’enigmista
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Muammar Gheddafi in esclusiva mondiale sul Journal du Dimanche, sempre piu’ malato mentale:
“Dopo ciò che è successo in Egitto e Tunisia, Al Qaida ha detto alle sue cellule dormienti in Libia di fare altrettanto. Sono state date delle pillole allucinogene ai nostri ragazzi, che adesso ci hanno preso gusto e pensano che le armi siano come dei fuochi d’artificio”.
In pratica per il dittatore le rivolte in Libia sono una sorta di mega rave…
stay human
Vik da Gaza city.
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HAMAS: Condanna “i massacri” commessi da Gheddafi contro i manifestanti anti-regime. A Gaza Hamas ha organizzato una grande manifestazione contro il dittatore libico.
JIHAD ISLAMICA: “I crimini di Muammar Gheddafi contro la sua gente non sono meno di quello che Israele sta facendo ai Palestinesi e gli USA fanno in Iraq e Afghanistan. Dov’erano gli aerei di Gheddafi quando una guerra era stata scatenata contro la Striscia di Gaza? Chiunque minaccia di combattere la sua gente fino a stendere l’ultimo uomo e l’ultima donna in piedi e’ un criminale.”
PFLP: “Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina chiede la fine immediata dei bombardamenti e dei massacri contro l’eroica popolazione libica, e condanna l’uccisione dei dimostranti ad opera del regime di Gheddafi.”
FATAH: “Le rivolte in Libia sono un loro affare interno”. Cosi’ recita un comunicato dell’Autorita’ Nazionale Palestinese (di cui Fatah e’ l’anima), per giustificare l’irruzione da parte della polizia in una manifestazione contro Gheddafi in West Bank.
La Libia vista dalla Palestina Leggi l'articolo »
Hassan Hatem Abu Mustafa, vent’anni, originario di Khan Younis, studente di ingegneria al secondo anno presso l’universita’ di Misurata, nel Nord Ovest della Libia, e’ la prima vittima palestinese dell’insurrezione libica.
Secondo la testimonianza fornita dalla sorella, Abu Mustafa e’ stato ammazzato a sangue freddo il 25 febbraio dinnanzi alla sua casa di Tripoli da un gruppo di mercenari africani fedeli al regime di Gheddafi.
Abu Mustafa era impegnato nella disperata ricerca della zio, Omar, sparito quattro giorni prima, probabilmente rapito dalle milizie del dittatore libico.
Mentre Gheddafi dichiara di essere pronto a spalancare gli arsenali e a distribuire le armi a tutti i volentorsi che s’inventino partigiani per spazzare via dal paese “i ratti, i drogati e i malati mentali finanziati da Bin Laden”, i palestinesi della Striscia che hanno parenti in Libia sono sempre piu’ preoccupati dalle notizie che trapelano e che raccontano di migliaia di vittime.
Ashraf, ex guardia presidenziale di Arafat, ha vissuto sei anni in Libia e e cerca ogni giorno il contatto telefonico coi suoi cugini a Tripoli. Quando ieri l’ ho incontrato, mi ha spiegato come anche nella capitale libica, secondo quando raccontano i suoi parenti, sono avvenuti bombardamenti aerei.
I 2000 libici di Gaza, discendenti di quei eroici guerrieri che vennero a combattere al fianco dei palestinesi negli anni 40, attendono speranzosi la caduta di Gheddafi per poter rientrare in patria dopo decenni: il dittatore ha sempre impedito loro il rimpatrio.
Intanto anche sotto il cielo della Striscia non c’e’ da star particolarmente tranquilli: sabato notte insonne per gli abitanti della Striscia. I caccia f16 che mi hanno fatto sobbalzare dal letto planando sopra il porto circa alle 4 e 20, hanno bombardato due campi di addestramento della Jihad Islamica, a Khan Younis e Deir al-Balah. Fortunatamente nessun ferito, ma giustificato panico nella popolazione civile.
Nel pomeriggio di domenica la Striscia di Gaza ancora sotto attacco israeliano: bombardato di nuovo il campo di addestramento della Jihad Islamica a Khan Younis, una casa abbandonata nei pressi del campo profughi Burej, e la zona nei pressi di un pozzo a Rafah. Secondi fonti mediche, 4 palestinesi sono rimasti feriti durante i raid aerei su obbiettivi civili. Fra questi, a Est di Rafah una giovane madre di 18 anni con la figlia di appena un anno e mezzo, ferita (fortunatamente non gravemente) da schegge alla testa.
Quasi contemporaneamente a questi attacchi, a Beit Laya, un lavoratore palestinese che stava recuperando materiale di riciclo nei pressi del confine, e’ stato colpito alle gambe dai cecchini israeliani.
Ieri ferito un civile da un carro armato a est di Rafah, e nel Nord della striscia un lavoratore impegnato nella raccolta di materiale di riciclo e’ stato ucciso da un cecchino.
I negozi di Gaza già espongono le bandiere della rivoluzione libica, come auspicio per questo vento di libertà che venga a spazzare via i cancelli di questa prigione.
E si arresti la mattanza.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza
Primo palestinese ucciso da Gheddafi e ultimo ucciso da Israele. Leggi l'articolo »
Dedicato agli altolocati sponsor e ai rinomati promotori della “democrazia” d’Israele, Marco Travaglio e Roberto Saviano in testa.
Dall’autore del video:
“Questo video e’ stato girato martedì mattina dopo che le autorità israeliane hanno effettuato un altro raid contro civili. Appena l’esercito e la polizia si sono allontanati, un furgone si e’ fermato nella zona e due agenti di polizia di frontiera sono saltati fuori. Kareem Tamimi, 11 anni, ha iniziato a fuggire, correndo verso la madre. La donna con la telecamera si sente gridare “Bambino! Bambino!” in ebraico per dissuadere gli agenti di polizia di frontiera alla cattura del piccolo, senza alcun risultato. Quando gli agenti di polizia di frontiera catturano il bambino, lo trattano (e maltrattano) come se fosse una persona adulta. In pochi secondi è caricato sul furgone della polizia e sulla strada fuori dal paese verso una località sconosciuta. Sua madre che piange mentre sbatte le mani contro le finestre del furgone della polizia e’ ignorata dalla polizia di frontiera.
L’arresto di Kareem faceva parte di una strategia per mettere sotto pressione suo fratello Islam, di 14 anni, che è stato arrestato il giorno precedente in un raid notturno, in modo da convincere Islam a firmare tutte le (finte) confessioni prodotte dagli investigatori. La strategia ha funzionato, e Kareem è stato rilasciato più tardi la sera stessa.
Dopo questo arresto, il portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato ai media e su Twitter che “un altro ricercato sospetto è stata catturato e condotto in un luogo di sicurezza per un interrogatorio”. Il portavoce ha dimenticato di precisare che il “ricercato sospetto” è solo un bambino di 11 anni.
Questi video, che raramente passano sui media di massa, dimostrano la vita palestinese sotto l’occupazione israeliana. Questo è il prezzo che pagano quei palestinesi che se si rifiutano di stare in silenzio sotto l’occupazione”.
L’UNICEF venerdi’ ha pubblicato un rapporto nel quale vengono illustrati gli abusi d’Israele contro i bambini palestinesi nel 2010:
11 bambini palestinesi sono stati uccisi.
360 bambini palestinesi sono rimasti feriti.
213 bambini palestinesi sono stati stati tenuti sotto detenzione militare.
14 bambini palestinesi sono stati stuprati nelle prigioni israeliane.
75 bambini palestinesi sono stati torturati nelle prigioni israeliane.
62 bambini palestinesi sono stati picchiati,
4 bambini palestinesi hanno subito l’elettroshock per estorcere loro confessioni.
Durante il 2010 le forze armate d’Israele hanno danneggiato 24 scuole palestinesi.
Restiamo Umani
Vittorio Arrigoni da Gaza city
Video shock e nuovo rapporto UNICEF: Israele Erode Leggi l'articolo »
Quel pazzo da legare di Gheddafi da il meglio di se’ in questa intervista rilasciata ad Al Jazeera, nella quale spiega come il termine “democrazia” non deriva dal “greco “δῆμος (démos)”=”popolo” e “κράτος (cràtos)”=”potere”, ma bensi dall’arabo ” deemo”=”stare”,e “karasee”=”sedia”, piu’ precisamente trono, in riferimento al potere illimitato dei sovrani.
DeemoKarasee secondo Gheddafi significa praticamentene il suo diritto a stare seduto sul trono della Libia fin quando gli pare.
E in infatti ci e’ seduto sopra dal 1969, ancora per qualche giorno.
Stay Human
Vik da Gaza city
La democrazia secondo Gheddafi Leggi l'articolo »
Il mio pezzo di mercoledi’ per Peacereporter:
Mentre Barack Obama condanna “con forza” le violenze in corso in Libia, definendole “oltraggiose ed inaccettabili”, e il segretario di Stato Hillary Clinton si precipita a Ginevra per denunciare il Gheddafi al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, nessuno pare indispettirsi per i bombardamenti israeliani che mietono vittime civili a Gaza.
D’altronde, durante l’offensiva Piombo Fuso del 2009, quando l’esercito israeliano sterminava tranquillamente più di 320 bambini palestinesi, Obama si trovava alleHawaii a giocare a golf, e la Hillary probabilmente avrebbe fatto carte false per godere dello scenario di una Gaza arsa dal fosforo bianco dalla vista panoramica delle colline di Sderot.
Il recente veto degli USA alla risoluzione ONU che condannava l’estensione delle colonie illegali in Palestina, in realtà è un visto per Israele a continuare la sua pulizia etnica.
L’escalation di queste ultime ore è cominciata mercoledi’ mattina poco dopo le 8, con una incursione di 4 carri armati e 4 bulldozers israeliani all’interno del territorio palestinese a Juhor Ad Dik , nel centro-Est della Striscia. Queste invasioni di bulldozers con l’appoggio dei tank sono pressoché quotidiane a Gaza e hanno lo scopo di distruggere ettari di campi coltivabili all’interno del confine palestinese (esempio: http://www.youtube.com/watch?v=DYIGysIr7_8 ). Quando qualche ora dopo i blindati si sono poi spostati verso il quartiere di Al Zaytuon, a est di Gaza city, un gruppo di guerriglieri delle brigate Al-Quds, il braccio armato della Jihad islamica, ha cercato di respingerli. Verso le 12:50 i carri armati israeliani hanno iniziato a bombardare. Risultato, secondo fonti mediche: 11 feriti, 4 guerriglieri e 7 civili, 3 dei quali sono bambini. Adel Jeniyeh, uno dei miliziani delle brigate Al-Quds è deceduto all’ospedale Shifa per le ferite subite.
Nella serata, per vendicare questo omicidio, mentre il Fronte Popolare sparava alcuni colpi di mortaio oltre il confine la Jihad Islamica riusciva a lanciare 2 missili Grad contro Israele colpendo, per la prima volta dal gennaio 2009, la città di Be’er Sheva. Solo danni materiali e nessuna vittima.
A questo seguivano nella notte ripetute incursioni delle forze aree israeliane e una decina di bombardamentilungo tutta la Striscia. Caccia F16 ed elicotteri Apache hanno colpito ad Est di Gaza city, e ripetutamente Khan Younis. Nel quartier Zayton di Gaza city, nei pressi della moschea Rantisi, sono rimasti feriti dai missili due guerriglieri delle Brigate Al Quds. Complessivamente, contando 2 contadini feriti dal fuoco dei cecchini nel pomeriggio a Beit Lahia, nelle ultime 24 ore il fuoco delle forze di occupazione israeliane ha provocato 14 feriti e un ucciso fra i palestinesi.
Nessun ferito israeliano dai razzi palestinesi. Dal gennaio 2010, secondo dati dell’ONU, 65 palestinesi sono stati uccisi dai soldati di Tel Aviv. Zero le vittime civile israeliane per mano dei guerriglieri di Gaza.
Nonostante Hamas stia da tempo cercando di convincere le altre fazioni a sospendere la resistenza per timori degli attacchi israeliani, la Jihad Islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina non vogliono desistere dal cercare di difendere i confini della Striscia di Gaza.
Cosi’ si sono espresse ieri in un comunicato le Brigate Ali Mustafa, braccio armato del Fronte: “confermiamo la nostra volontà ad aderire alla resistenza e continueremo a combattere il nemico sionista per rispondere ai crimini degli occupanti”.
Anche ieri mattina tutte le centrali di polizia e i palazzi governativi rimanevano evacuati, mentre sul cielo di Gaza continuava la tirannia di caccia f16 a volo radente.
Nella notte, un missile sparato da un elicottero Apache ha centrato un’automobile che transitava dalle parti di Khan Younis. I due uomini a bordo hanno fatto appena in tempo a gettarsi fuori dall’abitacolo prima dell’esplosione: sono feriti ma vivi. Secondo testimoni gli uomini, a bordo di un’automobile di proprieta’ del governo di Hamas, stavano trasferendo un grosso quantitativo di denaro, ora ridotto in cenere.
Gli occhi del mondo su Gheddafi, i missili israeliani su Gaza Leggi l'articolo »
Il mio pezzo di mercoledi’ per Peacereporter:
Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein, Algeria, Libia, con tutto il loro impetuoso scorrere di sangue e di speranza non hanno lasciato certo intaccati gli argini degli animi dei giovani palestinesi di Gaza. Il fermento è in piena e traboccherà a breve: il 25 gennaio palestinese sarà il 15 marzo.
In vista di questa data infatti, decine di gruppi giovanili stanno lavorando alacremente per scendere in migliaia nelle piazze di Ramallah e di Gaza, in una giornata che è stata battezzata non della collera, ma bensi’ della riconciliazione.
La lezione impartita in particolare dalla rivoluzione egiziana dove forze laiche, musulmane, cristiane e di diverse classi sociali compatte sono riuscite a scacciare un potente dittatore che pareva inchiodato al trono, ha ritemprato l’orgoglio dei giovani gazawi pronti a esplodere in una forte e sensata richiesta di “End of division”, la fine della divisione fra Fatah e Hamas.
“Abbiamo scelto il 15 marzo perché per noi palestinesi è una data priva di significati politici o di particolari commemorazioni. La base della nostra iniziativa popolare è assolutamente apolitica, indipendente da tutte le fazioni politiche. Non accettiamo gruppi che si identificano anche lontanamente con qualche partito”, mi fa Assad 22 anni.
Quando incontro Assad Saftawy , Mohammed Shamallakh , e Mohammed Al Sheikh al caffè Gallery, nel centro di Gaza city, la tensione si taglia con un coltello.
Poco prima della mio arrivo, al caffè i ragazzi hanno ricevuto una spiacevole visita, quella della polizia in borghese di Hamas, che ha sequestrato loro computer e telefoni cellulari.
“Perché Hamas ha cosi’ tanto timore di voi?” domando loro.
“Nonostante siamo stati chiari fin dal primo istante che i nostri intenti sono esclusivamente per un invito a ricomporre la frattura fra Ramallahe Gaza, che così tante sofferenze comporta, evidentemente sospettano che fra noi ci sia qualcuno collegato alla “The Revolution of Honor”, la giornata della collera indetta qualche settimana fa da Fatah e disertata in massa. Oltre a questo orami tutti leader arabi temono le manifestazione spontanee dei giovani. Il buffo è che alti esponenti del governo di qui, come il deputato di Hamas Ahmed Yousef, si erano dichiarati pubblicamente a favore della nostra iniziativa”, afferma Mohammed Al Sheikh, 22 anni.
La politica delle parole veste i doppiopetti, quella dei fatti le divise scure del mukabarat, e l’irruzione di oggi in un caffè affollato delle forze di sicurezza di Hamas sono una minaccia esplicita per chiunque desideri aggregarsi all’iniziativa del movimento 15 marzo.
“Pensate che anche a Ramallah abbiano gli stessi problemi?”, continuo l’intervista.
Risponde Mohammed Shamallakh 24 anni :“Certamente. E come noi anche loro sono disposti a finire in prigione. Non ci nascondiamo, scrivi pure i nostri veri nomi. Davanti alle telecamere i politici si spendono in mille buoni propositi circa una possibile riconciliazione, ma sappiamo bene che in realtà molti di essi godono di privilegi in questa situazione di stallo. I giovani sono stanchi di stare alla finestra a osservare la vita passargli davanti. Io per via della faida fra Hamas e Fatah ho perso 3 borse di studio, la possibilità di viaggiare e di lavorare, di farmi una famiglia. Ogni giorno che passa è come un anno, e non voglio incominciare a vivere a 40 anni, o a 50. Se i nostri leader sonocosi’ poco lungimiranti da non avere il polso sulla situazione, sui bisogni della gente, il 15 marzo mostreremo loro che è ora di mettere da parte i dissidi interni e lavorare tutti assieme per la fine dell’assedio e dell’occupazione”.
Non solo nel centro di Gaza city e nella piazza Manara di Ramallah si prevede una grossa mobilitazione di ragazzi, ma anche i palestinesi in Israele e in diverse città europee e del mondo sono pronti a scendere nelle strade.
“Abbiamo bisogno di tutto il supporto internazione possibile affinchè un evento importante come quello che desideriamo attuare per il bene di tutta la Palestina, non venga represso nella violenza dalla polizia della Striscia o in West Bank “, riprende la parola e continua Mohammed Al Sheikh “a differenza dei nostri fratelli tunisini ed egiziani, non vogliamo rompere il sistema, bensi’ ricomporlo. Poi potranno essere indette nuove elezioni, sarà possibile ricostruire l’OLP anche con la presenza di Hamas e allora arriveranno certamente migliori salari e migliori condizioni di vita, diminuirà la disoccupazione, e riotterremo quella libertà di espressione e quei diritti civili che adesso sono soffocati sia da Fatah che da Hamas.”
Faccio presente a Mohammed il problema delle ingerenze esterne nelle scelte delle leadership palestinesi, e gli ultimi scandali dei cables pubblicati da Al Jazeera che evidenziano quanto sia stretto il collaborazionismo della dirigenza dell’OLP con Israele.
“Se saremmo cosi’ in gamba da muoverci come i ragazzi di Tahrir square ci hanno insegnato, chi ci governa non avrà scelta. Ed è questo il nostro intento, inchiodare Hamas e Fatah in un angolo, e in quell’angolo costringerli a dialogare, a lavorare per la gente e contro l’occupazione israeliana. Lo implorano anche i 6 milioni di profughi fuori dalla Palestina”.
Chiedo loro cosa ricordano di quel sanguinoso 14 giugno 2007 quando a Gaza palestinesi contro palestinesi si scannarono senza pietà.
I volti entusiasti si fanno cupi, nonostante tutti e tre i ragazzi hanno perso amici e parenti nel corso degli anni per mano dell’esercito israeliano, tutti e tre concordano nel dire che quella giornata di guerra civile è stata la pagina più drammatica della storia recente palestinese.
“C’erano cecchini ovunque e raffiche di mitra per tutta la Striscia. Era impossibile distinguere chi stesse ammazzando chi. Da allora è certamente morto il nostro futuro”, spiega con angoscia Assad Saftawy.
Prima di offrire loro una shisha, chiedo come hanno presa l’iniziativa i genitori:
Mohammed Shamallakh: “Mio padre mi ha consigliato di desistere dall’idea. Devi sapere che soffro di una condizione particolare: aRamallah sono convinti che io sia un militante di Hamas, qui a Gaza che appartengo a Fatah. Ma io non parteggio ne per l’uno ne per l’altro, così come l’iniziativa del 15 marzo non si fa strumentalizzare da nessuno. Chiediamo solo a gran voce la fine delle divisioni.”
Assad: “Mio padre lo sto convincendo, mentre i miei fratelli e le mie sorelle le ho già portate dalla mia parte.”
Mohammed Al Sheikh: “Mio padre è già dei nostri e mi ha promesso che parteciperà alla manifestazione. E non da solo, verrà anche mia madre. Il problema è che sospetto vogliano partecipare solo per difendermi!”
Mentre una coltre fumo si leva dagli arghile sulle nostre teste meditabonde, ho la quasi certezza matematica che i genitori di Mohammed non hanno torto.
Vittorio Arrigoni da Gaza city
15 march in Palestine: End Of Division Leggi l'articolo »
Completamente fuori di testa, con l’ombrellino aperto mentre fa piovere bombe sulla popolazione civile libica, a bordo di un ridicolo tok tok, così si è appena mostrato sulla tv libica Gheddafi: “grazie al cielo piove”.
stay human
Vik da Gaza city
Genocidio in Libia e l’ombrello di Gheddafi Leggi l'articolo »
Almeno 84 morti in Libia secondo Human Rights Watch.
In attesa che Gheddafi fugga dal suo paese in fiamme per rifugiarsi in Italia, dove Berlusconi e La Russa sono pronti ad accoglierlo stendendosi sul tappeto rosso, con parate di carabinieri a cavallo, le frecce tricolori, 200 “hostess” e una tenda beduina permanente a Villa Pamphilj a Roma, con relativi servizi annessi e connessi di bunga bunga, vorrei sapere cosa pensa di questa strage in corso Giovanni Lubrano, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Universita’ di Sassari, che non molto tempo fa aveva deciso di conferire una laurea honoris causa al dittatore libico.
Rigor mortis causa sarebbe più appropriato.
Stay human.
Vik da Gaza city
…
SASSARI: PRESIDE GIURISPRUDENZA, LAUREA A GHEDDAFI OPPURTUNITA’ SVILUPPO DIALOGO
Sassari, 11 maggio. (Adnkronos) – “Il conferiremento della laurea honoris causa al presidente Gheddafi da parte di una facolta’ che si pone certamente in un contesto diverso da quelle islamico contribuisce a un processo gia’ in corso di dialogo e di conoscenza reciproca fra sistemi giuidici diversi ma convergenti nel Mediterraneo”. E’ questo uno dei motivi fondamentali che hanno spinto il Consiglio della facolta’ di Giurisprudenza dell’Universita’ di Sassari, ad approvare la proposta formale del preside, Giovanni Lobrano, di conferire la laurea honoris causa al leader libico, Muammar Gheddafi.
“Anche se ho proposto io la cosa e ho votato a favore – precisa pero’ il preside con l’ADNKRONOS – e’ mia abitudine scientifica non attribuirmi meriti che non ho. Non posso definirla come una mia iniziativa ma sicuramente la proposta in facolta’ l’ho fatta io. Prima ne ho parlato con alcuni colleghi anziani e poi con il Magnifico rettore, Alessandro Maida. In particolare, ci siamo fatti carico di renderci conto se ci poteva essere una disponibilita’, una attenzione politico diplomatica per l’iniziativa. Poi veramente di piu’ non posso dire perche’ non si tratta di questioni personali di cui posso disporre. Su alcune cose sono veramente impegnato alla riservatezza”.
Ci vergogna per loro: Giovanni Lobrano Leggi l'articolo »
Dopo la caduta in Tunisia del regime di Ben Ali e in Egitto di Mubarak, il prossimo dittatore arabo destinato ad essere abbattuto dalla sua gente è Gheddafi.
Per domani 17 febbraio infatti in tutta la Libia è stata lanciata la “Giornata della collera”, in concomitanza con l’anniversario delle violenze di 5 anni fa scaturite dopo che il ministro della Lega Nord Roberto Calderoli aveva mostrato in diretta televisiva al tg1 una maglietta con le vignette contro Maometto.
Nella speranza che i libici si liberino presto del loro sanguinario satrapro, e che crollando Gheddafi si porti dietro pure il suo baciatore di mani preferito:
ps: la demenza senile non di casa è solo ad Arcore. Secondo media arabi Gheddafi ha deciso di partecipare alle proteste di domani. Sì, insieme agli anti-Gheddafi…
L’esercito israeliano bombarda un magazzino di medicinali a Gaza: catastrofe sanitaria
Sotto l’effetto dell’ipnosi collettiva dell’intifada egiziana che Al Jazeera instancabilmente proietta da giorni in tutti i caffè della Striscia assediata, ho sognato ad occhi aperti 6 milioni di arabi nella Palestina storica, marciare all’unisono compatti e pacifici verso una Gerusalemme liberata, per riprendersi i diritti umani violati da un Mubarak che parla ebraico.
Mentre condivido questa visione con alcuni amici, Hussein giochicchia a lungo con l’accendino fra le dita prima di accendersi la paglia fra le labbra, come a farla durare di piu: dopo 2 settimane di blocco del mercato nero dei tunnel se i distributori di benzina sono a secco, il prezzo delle sigarette e’ gia’ lievitato di un quarto.
“Hai visto che strage di vittime ha mietuto Mubarak? E pensa che ha dovuto limitarsi perché e’ la sua gente. Israele stenderebbe migliaia palestinesi in un solo giorno, se solo innescassimo una rivolta del genere”. Hussein così razionalizza il mio auspicio di una rivoluzione palestinese sull’onda di quella non ancora doma in Egitto.
Mahmoud, studente universitario come Hussein, incalzato da me, continua: “Già ci sono ribellioni non violente contro i nostri dittatori, a Nil’in e Bil’in, e anche qui a Gaza. E ogni volta finisco stroncate nel sangue con assoluta nonchalance. Con la scusa della lotta al terrorismo, del diritto alla difesa, guarda in che macerie hanno ridotto Gaza, e ancora ci strangolano.” Jamal e’ il piu’ maturo seduto al nostro tavolo in un caffè del centro e condivide la tesi dei compagni di studio: “Netanyahu, a differenza di Mubarak, è riuscito a vendere a buona parte delle cancellerie internazionali e a rendere ineludibile ai grossi media la nostra oppressione, l’occupazione della Palestina e la pulizia etnica, come un male necessario per la sicurezza dello Stato d’Israele. Obama che adesso chiede le dimissioni di Mubarak, non muoverebbe un dito dinnanzi allo sfociare di fiumi di sangue innocente palestinese, puoi scommetterci”.
Quando in tv trasmettono il discorso dell’attivista Wael Ghoneim in piazza Tahrir ribattezzata piazza Liberazione , contagiato dall’entusiasmo contesto il pessimismo dei tre amici palestinesi, ma da li a poche ore saranno degli spaventosi boati sopra la città a confermare la loro tesi a scapito della mia ingenuità.
Qualche minuto dopo la mezzanotte di martedì cacciabombardieri f 16 israeliani hanno colpito 3 aeree della Striscia: i tunnel di Rafah al confine dell’Egitto, un campo d’addestramento delle Brigate al Quds, braccio armato della Jihad Islamica, a Khan Younis, causando due feriti, e il quartiere Tuffah, nel Nord della Striscia, alle porte del campo profughi di Jabalia, esplosione che a causato il ferimento di dieci civili, fra i quali due donne e un bambino.
Nel bombardamento di Tuffah, e’ rimasta seriamente danneggiata una fabbrica tessile, una scuola e soprattutto è stato ridotto in cenere un magazzino di medicinali del Ministero della Sanità. Il magazzino, costruito su di una superficie di 700 metri quadrati, conteneva grandi quantitativi di medicinali e forniture mediche, molte della quali sopraggiunte all’interno della striscia di Gaza grazie alle donazioni delle delegazioni internazionali come Viva Palestina e Road to Hope.
Munir al-Barsh, direttore generale del dipartimento di farmacologia presso il ministero il Ministero della Sanita’ ha spiegato come la distruzione del magazzino e’ destinata ad aggravare di molto il deficit del sistema sanitario della Striscia, già provato dalla carenza di 183 varieta’di medicinali e 190 articoli di forniture mediche.
I pompieri hanno cercato invano di domare le fiamme fino a tarda mattinata. La scuola adiacente al magazzino incenerito, frequentata da 625 studenti, ha dovuto chiudere per i danni subiti all’edificio.
Nonostante le continue denuncie delle organizzazioni per i diritti umani Israele continua impunemente a violare il diritto internazionale in chiave di punizione collettive ad una popolazione civile, e con l’assedio imposto su Gaza a negare il diritto alla sanita’ sancito dell’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra. In comunicato del Ministero della Sanita’ si legge: “I paziente continuano a morire per via dell’assedio: Hasan Hussein Bris, 52 anni, e’ l’ultimo malato di cancro deceduto perche‘ Israele gli ha impedito ingiustificatamente di lasciare la Striscia per andare a curarsi in ospedali piu attrezzati.”
Il malato curabile n. 379, deceduto perché incurabile nell’assedio criminale che chiude come in una bara la Striscia di Gaza. La comunità internazionale che i primi giorni ha balbettato e ora si mobilita dinnanzi agli efferati crimini compiuti dalla polizia di Mubarak, appare sempre impegnata in una sorta di congiura del silenzio quando si tratta di marcare i crimini di guerra e contro l’umanità’ dell’esercito israeliano.
Ora che per via della rivoluzione in corso in Egitto il valico di Rafah e’sigillato indefinitamente (ogni mese circa 500 pazienti palestinesi uscivano per farsi ricoverare negli ospedali egiziani) e che una scorta vitale di medicinali è stata distrutta dalle bombe, una catastrofe sanitaria nella Striscia e’ prevedibile.
Lunedì scorso il migliore amico israeliano di Roberto Saviano, il presidente Shimon Peres, si e’ complimentato pubblicamente con il comandante in capo dell’esercito Gabi Ashkenazi . Peres ha definito Ahsknazi, responsabile del massacro di Gaza “Piombo Fuso”, dell’assalto alla Freedom Flotilla e di innumerevoli altri crimini di guerra come il bombardamento di martedì notte: “Il migliore Capo di Stato Maggiore della storia d’Israele.”
Il premio Nobel per la Pace assegnato al presidente israeliano non e’ Gomorra, e’ Sodoma.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city
E’ ANDATO ALLA MONTAGNA!
Ore 01:33 egiziane e di Gaza.
A quanto pare l’attaccatutto sulle chiappe del vecchio dittatore non vuole saperne di mollare la presa.
Il discorso di Mubarak nel quale dichiara al mondo l’intenzione di rimanere incollato alla poltrona almeno fino alle prossime elezioni, è stato accolto in tutto le piazze d’Egitto con una levata di scarpe al cielo che neanche Bush a Baghdad nei suoi giorni peggiori:
Chissà se fra qualche mese sapremo che è successo questo pomeriggio, fra un golpe “dolce” annunciato dall’esercito e le notizie diramate dalle emittenti arabe che davano la mummia del faranone già in fuga verso l’aereoporto di Sharm el Sheikh.
Chissà se con gli ultimi stravolgimenti dell’evoluzione della rivoluzione egiziana c’entrano qualcosa quelle navi da guerra USA in rotta verso il Suez, e il sempre più consistente dispiegamento di truppe israeliane al confine sud.
Comunque, se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.
Ed ecco che le prime centinaia di manifestanti questa notte si spostano da piazza Tahrir verso la sede della tv di stato simbolo del potere del dittatore e i palazzi presidenziali.
In uno di questi, stanotte Mubarak farà fatica a prendere sonno, domani 20 milioni di egiziani sono pronti a erigersi montagna e per scaraventarlo via dal suo regno di sangue e terrore.
Stay Human
Vik da Gaza city.
Se Mubarak non va alla montagna, la montagna va da Mubarak Leggi l'articolo »
Il mio racconto per Peacereporter di ieri:
Mentre i riflettori del mondo illuminano l’evoluzione della rivoluzione egiziana, Gaza è avvolta dalle tenebre, pervasa da sentimenti contrapposti e distanti.
L’entusiasmo scaturito dinnanzi ai televisori che mostrano una piazza Tahrir gremita e matura per deporre l’odiato despota, per i molti palestinesi passati sotto i ferri roventi dei torturatori di Mubarak, è placato dell’angoscia per l’esito incognito che questa rivolta popolare comporterà per la vita degli abitanti della Striscia.
Contemporaneamente a questi giorni storici che permettono un balzo in avanti a tutto il Medio Oriente, Gaza pare ripiombare a due anni addietro, a quando Israele sigillando ermeticamente i confini e riducendo alla fame circa 2 milioni di persone preparava il massacro Piombo Fuso.
La notizia del giorno è il sabotaggio di un gasdotto nel Sinai che riforniva sia Israele che la Giordania, a circa 70 chilometri di distanza dal confine: le colonne di fuoco levatesi dall’esplosione sono rimaste a lungo visibili dal Sud della Striscia. Evidentemente qualche rivoluzionario egiziano si è ricordato dei fratelli palestinesi assediati ed ha aderito, a modo suo, alla campagna BDS, il boicottaggio a Israele. Un assaggio di cosa significa sopravvivere coi rifornimenti energetici tagliati o ridotti al lumicino come Gaza si trova a soffrire in questi istanti.
Nonostante la propaganda israeliana racconti che i tunnel di Rafah al confine con l’Egitto servano per rifornire la resistenza armata malearmata palestinese, in realtà da sottoterra si approvvigiona un intera popolazione civile di quei beni di prima necessità come alimenti e medicine altrimenti indisponibili, e del carburante necessario ad alimentare la centrale elettrica della Striscia.
Secondo Mahmoud Al Shava, presidente dell’associazione dei benzinai di Gaza, la Striscia necessita di 800 000 litri di gasolio (200 000 solo per la centrale elettrica) e 300 mila litri di benzina al giorno. Già prima della sommossa egiziana entrava a malapena là metà del quantitativo richiesto, ora le riserve di carburante stanno per esaurirsi e i pochi distributori ancora aperti presentano file interminabili di gente in attesa di riempire le taniche.
Con questa penuria di gasolio, beneficiamo solo di una decina di ore di elettricità al giorno, e vi assicuro, non trascorriamo certo serate romantiche a lume di candela pensando al panico che inizia a diffondersi negli ospedali, dove l’ erogazione continua di corrente elettrica è vitale per mantenere accesi i macchinari per la terapia intensiva e la rianimazione.
Al momento il Sinai è svuotato da forze di sicurezza fedeli al dittatore, solo al confine si è concentrato una massiccia presenza di militari: mentre Israele monitora la zona dal cielo coi i suoi droni ha concesso o piu’ realisticamente ordinato un nutrito dispiegamento di soldati egiziani come non accadeva dal 1979. Dalla parte palestinese, per scongiurare una possibile invasione israeliana del Nord Sinai allo scopo di occupare il confine con l’Egitto, Hamas è stata costretta a chiudere il valico di Rafah: troppo rischioso permettere infiltrazioni di guerriglieri in Egitto a supporto dei rivoltosi contro Mubarak.
Migliaia di palestinesi sono rimasti isolati fuori dalla Striscia, e altrettanti rinchiusi dentro, compresi i malati bisognosi di un ricovero urgente negli ospedali del Cairo e di Alessandria. Hamas concede l’accesso al valico solo ai lavoratori dei tunnel, operai presto disoccupati, visto che i rifornimenti dal Cairo ad Al Arish sono bloccati, e le scorte di Al Arish per il mercato nero di Gaza stanno terminando. Come denunciato incessantemente da John Ging, dimissionario direttore dell’UNRWA, la merce in entrata da Israele è un quantitativo irrisorio per soddisfare i bisogni primari della popolazione della Striscia: se i tunnel continuano a restare fermi Gaza rischia di precipitare in una catastrofe umanitaria nel giro di poche settimane.
Sotto il profilo della solidarietà espressa alla battaglia civile egiziana, la Palestina ha un gusto amaro come il suo olio di oliva.
A Ramallah mercoledì mattina un corteo contro Mubarak è stato sciolto a colpi di manganello dalla polizia dell’Autorità Palestinese, che ha anche arrestato dei giornalisti mentre poco dopo permetteva ad un gruppo di militanti di Fatah di sfilare indisturbato per la città intonando cori e innalzando striscioni a favore dei dittatore.
In West Bank la stessa cosa è successa giovedì e ieri: Human Rights Watch ha denunciato gli attacchi alla libertà di espressioni compiuti della polizia di Abu Mazen. Se il quisling leader di Fatah non può permettersi di inimicarsi il regime di Mubarak per via della comune sudditanza a Israele e per l’alleanza in chiave anti Fratelli Musulmani, anche nella Striscia mi deprime riportare come Hamas soffochi le spontanee dimostrazioni di appoggio all’intifada egiziana.
Durante un sit in nel centro di Gaza city dedicato alla situazione in Egitto, lunedi’ scorso 8 ragazzi e 6 ragazze sono stati arrestati e condotti in una stazione dove polizia, dove una delle ragazze, Asmaa Al-Ghoul, nota giornalista locale, è stata ripetutamente percossa.
Fra gli arrestati lunedi’ anche il traduttore dell’International Solidarity Movement: Mohammed AlZaeem. Mi sono recato personalmente a intercedere per la sua liberazione presso l’autorità locale, e l’ufficiale di polizia responsabile della sua detenzione ha confermato i miei sospetti sulle ragioni per cui le uniche manifestazione consentite qui sono quelle organizzate dal governo. Al centro agli interrogatori subiti dagli arrestati la richiesta incessante e opprimente di informazioni sull’identità del nuovo acerrimo nemico di tutti i governi arabi: Facebook.
Laddove serpeggia dello scontento, i moti prima tunisini e ora egiziani potrebbero rappresentare l’esempio per insurrezioni anche in Palestina, internet e i social network, la miccia per questa possibile deflagrazione.
Omar Barghouti, analista politico palestinese indipendente e uno dei fondatori del Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (PACBI), il boicottaggio accademico e culturale d’Israele, ha cosi’ dipinto il quadro fra Ramallah e Gaza: “Fatah e Hamas concordano in così poco, e quell’unico piccolo denominatore comune è la repressione del dissenso e la repressione della libertà”.
In un clima generale incandescente di insurrezione, c’è chi cerca di cavalcare l’onda e gettare ulteriore benzina sul fuoco, come il generale di Fatah Tawfiq At-Tirawi, direttore dell’Intelligence dell’Autorità Palestinese, che per venerdi’ 11 ha chiamato ufficialmente ad un giornata di rivolta a Gaza contro Hamas.
Illudendosi che la sua richiesta venga accolta trionfalmente nella Striscia, ben sapendo che i moti tunisini ed egiziani non sono stati innescati dai partiti politici ma bensi’ dalla rabbia di masse di ogni età e classe sociale stanche di oppressione, affamate di democrazia e libertà.
La stessa fame che dilania da tempo quella Palestina governata dai collaborazionisti d’Israele.
Restiamo Umani
Vittorio Arrigoni
La rivoluzione egiziana vissuta da Gaza Leggi l'articolo »
L’altra sera dinnanzi alle immagini teletrasmesse dell’intifada d’Egitto ho visto questo in sogno: 6 milioni di arabi nella Palestina storica marciare all’unisono compatti e pacifici verso Gerusalemme a riprendersi i loro diritti umani violati da un Mubarak che parla l’ebraico.
Vik da Gaza city
Siamo nel bel mezzo di un terremoto politico nel mondo arabo e la terra non ha ancora smesso di tremare. Azzardare previsioni quando gli eventi sono così mutevoli è rischioso, ma non c’è dubbio che la rivolta in Egitto – comunque si concluderà – avrà un impatto radicale in tutta la regione e nella stessa Palestina.
Se il regime di Mubarak cadrà, e a sostituirlo ce ne sarà uno meno legato a Israele e agli Stati Uniti, per Israele sarà un grande smacco. Come ha commentato Aluf Benn sul quotidiano israeliano Haaretz, “La perdita di potere del governo del presidente egiziano Hosni Mubarak lascia Israele in uno stato di panico strategico. Senza Mubarak, Israele resta quasi senza amici in Medio Oriente; lo scorso anno, Israele si è giocata l’ alleanza con la Turchia “ (” Without Egypt, Israel will be left with no friends in Mideast”, 29 Gennaio 2011).
Infatti, osserva Benn, “A Israele sono rimasti due soli alleati strategici nella regione. La Giordania e l’Autorità palestinese”. Ma ciò che Benn non dice è che entrambi questi due “alleati” non sono immuni (dal dissenso – n.d.t.).
Nel corso delle ultime settimane sono stato a Doha per approfondire i Palestinian Papers pervenuti ad Al Jazeera. Questi documenti sottolineano la misura in cui la scissione tra l’ Autorità palestinese a Ramallah, spalleggiata dagli Statui Uniti e guidata da Mahmoud Abbas e Fatah, da un lato, e Hamas nella Striscia di Gaza, dall’altro – rappresentino null’altro che il risultato della decisione politica delle potenze della regione: Stati Uniti, Egitto e Israele. In questa decisione rientra a piè pari il rigoroso mantenimento del blocco di Gaza da parte dell’Egitto.
Se cadrà il regime di Mubarak , gli Stati Uniti perderanno l’enorme influenza sulla situazione in Palestina, Abbas e l’Autorità Palestinese perderebbero quindi uno dei loro principali alleati contro Hamas.
Già screditata dalla propria posizione di collaborazione e di resa esposte dai Palestinian Papers, l’Autorità Palestinese ne uscirebbe indebolita ulteriormente. Senza un plausibile “processo di pace” che giustifichi il suo continuo “coordinamento per la sicurezza” con Israele, o addirittura la sua stessa esistenza, si potrebbe già iniziare a fare il conto alla rovescia per assistere all’implosione dell’AP . Anche il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea alla repressiva polizia dell’Autorità Palestinese dello “stato in permanente via di realizzazione” potrebbe non essere più politicamente sostenibile. Hamas potrebbe trarne beneficio in un primo momento, ma non necessariamente nel lungo termine. Per la prima volta da anni stiamo assistendo a movimenti di grandi masse che, nonostante includano gruppi islamisti, non sono necessariamente dominate o controllate da loro.
Bisogna anche considerare l’effetto dimostrativo che le proteste hanno per i palestinesi: la durata dei regimi tunisino ed egiziano ha giocato sulla percezione che questi non fossero sovvertibili, così come sulla loro capacità di terrorizzare parte delle loro popolazioni e di cooptarne altre. La relativa facilità con cui tunisini si sono liberati del proprio dittatore, e la velocità con cui l’Egitto, e forse lo Yemen, sembrano andare per la stessa direzione, possono anche fungere da messaggio ai palestinesi che né Israele né le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese sono indomabili come sembrano. In effetti, la “deterrenza” di Israele già ha preso un duro colpo dalla sua incapacità di sconfiggere Hezbollah in Libano nel 2006, e per aver rafforzato Hamas a Gaza con gli attacchi dell’inverno 2008-09.
Per quanto riguarda la AP di Abbas, mai sono stati spesi così tanti soldi ricevuti da donazioni internazionali per una forza di sicurezza e con risultati così scarsi. Il segreto di Pulcinella è che senza l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e l’assedio a Gaza (con l’aiuto del regime di Mubarak), Abbas e la sua guardia pretoriana sarebbero caduti già da tempo. E’ improbabile che questo castello di carte palestinese rimanga in piedi ancora a lungo, costruito sulle fondamenta di un processo di pace fraudolento, da USA, UE, Israele e con il sostegno dei decrepiti regimi arabi che ora sono sotto la minaccia della loro stessa gente.
Questa volta il messaggio dovrebbe esser che la risposta non è nella resistenza militare, ma piuttosto nel potere della gente e nella maggiore attenzione alle proteste popolari. Oggi, i palestinesi rappresentano almeno la metà della popolazione nella Palestina storica – Israele, Cisgiordania e la Striscia di Gaza assieme. Se si sollevano all’unisono per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli?Israele non ha mai smesso di dare dimostrazione di violenza brutale e forza letale nei villaggi della West Bank tra Bil’in e Beit Ommar.
Israele deve temere che, se rispondesse a qualsiasi sollevazione generale con brutalità, il suo già precario sostegno internazionale potrebbe iniziare ad evaporare più velocemente di quello di Mubarak. Il regime di Mubarak, a quanto pare, sta subendo una rapida “delegittimazione”. I leader israeliani hanno dimostrato che una tale implosione del sostegno internazionale li spaventa più di ogni minaccia militare esterna . Con lo slittare del potere verso la popolazione araba e lontano dai loro regimi, i governi arabi non possono permettersi di rimanere silenti e complici come hanno fatto per anni di fronte all’oppressione di Israele verso i palestinesi.
Come per la Giordania, il cambiamento è già in corso. Ho assistito a una protesta di migliaia di persone nel centro di Amman ieri. Queste proteste, ben organizzate e pacifiche, sollecitate da una coalizione di partiti islamici e dell’opposizione di sinistra, sono partite da settimane nelle città di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo del primo ministro Samir al-Rifai, lo scioglimento del parlamento eletto in quelle che sono state ampiamente riconosciute come elezioni fraudolente in novembre, nuove libere elezioni sulla base di leggi democratiche, giustizia economica, fine della corruzione e la cancellazione del trattato di pace con Israele. Ci sono state significative manifestazioni di solidarietà per il popolo egiziano.
Nessuno dei partiti che hanno aderito alla manifestazione auspica per la Giordania lo stesso tipo di sconvolgimenti di Tunisia e Egitto, e non c’è ragione di credere che tali sviluppi siano imminenti. Ma gli slogan che ho sentito durante le proteste sono senza precedenti per il loro coraggio e per la loro diretta sfida all’autorità. Qualsiasi governo sensibile ai desideri del popolo dovrà rivedere le sue relazioni con Israele e gli Stati Uniti.
Da oggi solo una cosa è certa: qualsiasi cosa succederà nella regione, la voce della gente non potrà più essere ignorata.
Link : Electronic Intifada
Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).
Traduzione a cura di Rough Moleskin
29 gennaio 2011
30 gennaio 2011
Ore 11:05 egiziane
Scacciata la polizia di frontiera, a Rafah dalla parte egiziana l’esercito presidia il confine, da quella palestinese Hamas previene il passaggio a chiunque, nel timore che guerriglieri palestinesi possano aggregarsi alla lotta di liberazione egiziana.
Solo ai lavoratori dei tunnel è concesso l’accesso all’area.
Se si fermassero i tunnel Gaza piomberebbe in una catastrofe umanitaria nel giro di pochi giorni.
Ore 11:48
L’ambasciata USA invita tutti i cittadini statunitensi a lasciare l’Egitto.
Ore 12:57
Al Jazeera annuncia: “Le autorità egiziane hanno deciso la chiusura dell’ufficio di Al Jazeera al Cairo e ritirano gli accrediti ai nostri corrispondenti”
La verità è la prima vittima di ogni guerra.
ore 17:18
Almeno 200 mila persone di ogni età e classe sociale si sono riversate in Taheer square nel centro del Cairo cosi’ come decine di migliaia stanno continuando a protestare nei centri di Alexandria, Suez, Ismailia, Mansoura, e nelle altre principali città egiziane.
Momenti di panico un’ora fa quando caccia bombardieri hanno iniziato a sorvolare a bassa quota il centro della capitale, facendo temere un massacro imminente.
Un colonnello sceso in piazza ha rassicurato la folla che l’esercito è mobilitato unicamente a difesa dei civili e la inquietante presenza di aerei da guerra è per scoraggiare i folti gruppi di criminali che stanno saccheggiando la città.
Cittadini comuni si sono organizzati in comitati per difendere i quartieri delle città più grandi. Molti dei vandali e dei ladri fermati sono membri della polizia segreta di Mubarak.
Il ministro delle Difesa, Mohammed Tantawi, è stato visto abbandonare il suo ministero per rifugiarsi nella sede della tv nazionale. Rumors dicono che Tantawi sia in entrato in aperta rottura con Mubarak per la volontà di utilizzare l’esercito per sedare le proteste.
Mohamed ElBaradei, indicato dalle forze politiche di opposizione come mediatore con il regime, sta raggiungendo Taheer square, dove probabilmente terrà un discorso.
Cecchini appostati sul tetto del ministero dell’Interno questa mattina hanno mietuto diverse vittime. Ora l’esercito ha sgombrato l’area per evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Il conto dei morti di questi 5 giorni di rivoluzione egiziana supera i 150, i feriti sono più di mille.
Mentre la televisione di stato trasmette immagini di repertorio che mostrano piazze e strade deserte, annunciando la fine delle proteste, Stati Uniti e Israele stanno digerendo a fatica il dato di fatto che il loro dittatore alleato è spacciato.
Non resta che preparare le bende e prendere le misure per il sarcofago.
Ore 18:00
Eroine, donne egiziane innamorate della Libertà:
Ore 23:27
Vergogna Palestinese: dopo la telefonata di solidarietà di ieri a Mubarak, oggi a Ramallah Abu Mazen ha scatenato i suoi sbirri contro le libere manifestazioni dinnanzi all’ambasciata d’Egitto in sostegno alla lotta di liberazione dei fratelli egiziani.
NO COMMENT!!!
Nella foto il presidente palestinese Mahmoud Abbas abu Mazen con il dittatore egiziano Hosni Mubarak. Notare come se ne stanno ben ancorati alle poltrone!
Ore 00:01
Altri prigionieri palestinesi sono riusciti a fuggire dalla prigione di Al Arish e sono tornati a casa. A Gaza.
Per martedi’ le forze di opposizione egiziane cercheranno di portare tutto l’Egitto in piazza, e che sia la definitiva spallata al dittatore migliore amico di USA e Israele.
La rivoluzione continua.
Restiamo Umani
Vik da Gaza city
29 gennaio 2011
Ore 15:29 egiziane.
Furibonda battaglia ieri nel nord del Sinai al confine di Rafah fra beduini e polizia. Poliziotti attaccati da lanciarazzi: 12 morti. Dato alle fiamme il quartier generale.
I beduini egiziani hanno anche aperto una breccia sul muro che assedia Gaza.
Al momento centinaia di soldati dispiegati.
Hamas impedisce a chiunque di dirigersi verso l’Egitto, l’assedio adesso è anche dall’altra parte.
Ieri l’intero personale dell’ambasciata israeliana ha preso il volo via da il Cairo in elicottero, come una Saigon liberata.
Ore 16:
Da questo istante i militari hanno il preciso ordine di far rispettare il coprifuoco.
Centinaia di migliaia di egiziani sono disposti a restare sulle piazze e sulle strade fin quando Mubarak non verrà scacciato, a costo della morte.
I militari spareranno sui civili che fino a qualche minuto fa abbracciavano e dai quali ricevevano rose?
I morti sono oltre 100 in 4 giorni, ieri contro manifestanti che gridavano” Pace Pace!” la polizia ha risposto con inaudita violenza sparando e uccidendo.
Testimoni oculari parlano di agenti in borghese scatenati che danno fuoco a edifici e automobili, uno triste scenario ricorrente anche negli anni più bui del nostro Paese e che si riassume in una parola: strategia della tensione.
Ore 16:30
“Franco Frattini è un imbecille, un ignorante o entrambe le cose!”:
Ore 18:50
Molte aree del Cairo sono preda di saccheggi, la polizia ieri cosi’ visibile e pronta a fare fuoco contro i manifestanti, oggi pare essersi dileguata in varie zone della capitale.
Tentativi di razzie e vandalismo nel Museo egizio del Cairo: forze di sicurezza armi in pugno all’interno, mentre all’esterno decine di civili sono rimaste ferite cercando di impedire a ladri e vandali di entrare per razziare il patrimonio artistico e culturale.
Mubarak gioca una delle sue ultime carte: nominato vicepresidente (e possibile successore?) Omar Suleiman, capo della sua intelligence.
Un pupazzo del dittatore, un insulto alle decine di vittime di questi giorni un motivo di maggiore collera per le centinaia di migliaia di manifestanti.
Questa nomina è un chiaro segnale di rassicurazione per i maggiori alleati di Mubarak: Omar Suleiman è un noto filostatunitense e filoisraeliano:
Ore 22:21
Beduini scatenati al confine di Gaza,dopo i combattimenti di ieri notte che sono costati la vita a 12 persone, ora hanno ricacciato via la polizia di frontiera.
Centine di poliziotti hanno trovato la fuga verso Rafah egiziana, ma alcune decine ce li abbiamo ospiti qui, sono scappati infatti dentro la Striscia di Gaza.
Il confine è sgombro.
Le forze di sicurezza di Hamas sorvegliano la zona per evitare che gruppi della resistenza palestinese si aggreghino alla lotta egiziana.
Droni israeliani monitorano l’area dal cielo.
Decisiva questa notte per l’esito della rivoluzione egiziana, se le proteste resistono nelle piazze e nelle strade trasgredendo il coprifuoco, non si da il tempo al regime di riorganizzarsi.
L’emittente televisiva Al Arabya ha appena mostrato un carro armato grafitato con la scritta: “ripulito da Mubarak”
Ore 20:45
Sinonimi del termine QUISLING: (Pol) collaborazionista; (fam) traditore.
Il presidente dell’Anp, Abu Mazen dalla parte della dittatura egiziana, d’Israele e degli USA, telefona a Mubarak per esprimergli solidarietà.
ore 22.34
Free Palestine!
Il “re” palestinese dei tunnel, soprannominato “il topo”, è riuscito a fuggire dalla prigione di Al Arish ed è tornato a casa. A Gaza.
Ore 22:55
Secondo fonti dell’ambasciata egiziana a Tel Aviv, dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di accoglierlo sul suo territorio, Mubarak potrebbe trovare accoglienza in Israele. Fra satrapi si parla la stessa lingua.
30 gennaio 2011
ore 10:42
Scacciata la polizia di frontiera, l’esercito da questa mattina controlla il confine sud di Gaza. Il valico di Rafah è chiuso a tempo indeterminato. Hamas conferma.
Restiamo Umani
Vittorio Arrigoni da Gaza city
Dopo aver sostenuto fino all’ultimo il dittatore tunisino Ben Ali, il ministro degli Esteri Franco Frattini sulla sua pagina Facebook conferma ancora pieno appoggio a Mubarak.
D’altronde, lo sanno anche in medioriente: “Franco Frattini è un imbecille, un ignorante o entrambe le cose!”
Stay human
Vik da Gaza city
(scritto da Khalid Amayreh tradotto da Saigon2k)
Durante la sua recente visita a Israele e alla Striscia di Gaza, il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha rivelato piuttosto palesemente le proprie limitate facoltà intellettive, la sua scandalosa mancanza di onestà morale e una ignoranza crassa e profonda della situazione locale; si é lasciato andare a dichiarazioni stridenti e roboanti che, inter alia, possono essere descritte come: frettolose, superficiali, inaccurate in certe parti e totalmente mendaci e infondate in altre.
Sostando nel borgo israeliano di Sderot, Frattini ha avuto l’impudenza di dire, davanti a una claque di ultranazionalisti e sionisti fondamentalisti: “Siete vittima di un’entità estremista che ha preso in ostaggio il proprio popolo per attaccarvi”.
Non solo tale visione é lontana dalla realtà, ne é il completo rovesciamento; la gente di Gaza é in ostaggio del lento ma continuo strangolamento imposto dall’assedio sionsta, motivato da politiche segregatorie, discriminatorie, al limite del genocida. Lo Stato sionista proclama di essersi ritirato da Gaza nel 2005, ma in realtà ha mantenuto assoluto e stringente controllo dei cieli e delle coste dell’enclave, decidendo nel 2007, quando i Palestinesi ebbero “il torto” di pensare di poter eleggere chi volevano, di infliggere loro una “punizione collettiva” con la trasformazione della Striscia in un ghetto ermeticamente isolato dall’esterno.
Amayreh certo non poteva sapere che il pagliaccio Frattini, durante il conflitto Osseto,orchestrato e istigato da Israele, non ritenne necessario nemmeno interrompere le ferie al mare per non “interferire” coi piani caucasici dei suoi amiconi sionisti!!
Israele afferma che l’assedio é stato “reso necessario” dal lancio di rudimentali proiettili verso le colonie ultranazionaliste che serrano da presso Gaza, ma la realtà é che tale politica é esclusiva responsabilità dei razzisti sionisti che si alternano in un futile e ridicolo balletto alle leve del potere israeliano: per i Palestinesi chi sieda sugli scranni a Tel Aviv significa solo diverse qualità di sofferenza, angherie e aggressione, mai il loro arresto o la loro pausa.
Israele domanda il “diritto” di continuare a sparare, bombardare, radere al suolo, incenerire, incendiare ogni bersaglio all’interno del territorio palestinese con totale libertà e impunità, senza reazione o resistenza da parte delle vittime, che devono anche “cooperare” coi loro carnefici. Varie affermazioni di rabbini ultraortodossi mostrano chiaramente quanto il razzismo e il disprezzo della vita umana siano radicati nella mentalità sionista, che considera ogni non-Ebreo una risorsa da sfruttare o un nemico da abbattere.
Amayreh si chiede cosa facesse Frattini quando era all’UE…ecco cosa! Lanciava “indagini” sul fatto che “I cinesi copiano le Ferrari italiane”, Well done, Frattini!!
Siamo tentati di chiedere a questo ignorante e disingenuo ministro italiano come ha potuto chiamare “vittime” i sionisti di Sderot, soddisfatti e pasciuti, quando i loro ‘colleghi’ dello Tsahal hanno sterminato oltre 1400 civili palestinesi circa due anni fa, e altre centinaia negli anni precedenti, a fronte di poche dozzine di vittime israeliane in operazioni di rappresaglia. Ma l’ignorante e disingenuo Frattini certo non può sapere che il suolo su cui poggiava i piedi mentre rigurgitava quel pastone di bugie a uso dei microfoni sionisti era una volta occupato dalla cittadina palestinese di Najd, svuotata dei suoi abitanti dalle milizie sioniste durante la Nakba di sessantadue anni fa.
Frattini pensa che le vite palestinesi siano tanto prive di valore? Oppure ci troviamo di fronte a un ‘cervello’ modellato nel classico stampo Fascista, anche se ‘laminato’ di una patina rilucente di neo-liberismo conservatore, atlantico, angloamericano? Frattini ha avuto il coraggio di dire che “Hamas vuole attaccare Israele”, quando persino alcuni osservatori israeliani onesti e decenti ammettono che, da quando ha dichiarato e rinnovato la sua tregua, Hamas ha addirittura bloccato e prevenuto attacchi e rappresaglie da parte di gruppi minoritari e/o scissionisti della Resistenza palestinese.
Frattini é stato informato che Hamas é risultato chiaramente e lealmente vincitore delle libere elezioni palestinesi del 2006, monitorate dall’ONU e anche dall’UE, organismo di cui, ci pare, sia stato Commissario a qualche titolo fino a pochi anni fa?
Una delle panzane più ridicole e marchiane di questo ‘ministro’ é stata: “Il governo israeliano ha sempre voluto la pace”. La pace risultante dallo sterminio? La pace che dà il nome a un deserto? Come può volere o anche solo essere interessato alla pace un Governo che dà carta bianca ai coloni Ebrei fondamentalisti di aggredire,massacrare, incendiare, vandalizzare, distruggere il popolo palestinese, le sue case, i suoi templi e i suoi assetti economici? Come può mirare alla pace un Governo che nella sua compagine include responsabili di odiose dichiarazioni razziste che paragonano i non-Ebrei (forse anche Frattini?) a somari e scimmie, a esseri non-umani??
Come “dulcis in fundo” Frattini ha regaliato i suoi ascoltatori sionisti con un sonoro e stridente raglio sul motivetto della “minaccia nucleare iraniana”; qualcuno avrebbe dovuto avvisarlo di stare parlando a cittadini dell’UNICA potenza nucleare acclarata del Medio Oriente, nonché dello Stato che, dal 1956 a oggi, ha aggredito paesi vicini e circonvicini per ben sei volte, e che minaccia di farlo ancora…magari con le bombe atomiche!
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Frattini che sostiene Mubarak è un imbecille, un ignorante o entrambe le cose! Leggi l'articolo »
00:46 egiziane.
Gioco di prestigio di Mubarak. Non e’ come precedentemente annunciato il capo del parlamento egiziano a presentarsi davanti alle telecamere ma il dittatore in persona (probabilmente video registrato), che annuncia per domani lo scioglimento del governo ma con lui ancora ben ancorato in sella alla guida del paese.
A Gaza il discorso di Mubarak è apparso molto simile a quello di Ben Ali 2 settimane fa: un diversivo giusto il tempo per riempire di lingotti d’oro le valige e decidere in quale emiro andarsene a svernare.
Mubarak è un morto che parla.
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Ore 23:58 egiziane. Il capo del parlamento egiziano si appresta a comunicare la fine della dittatura di Mubarak e l’entrato in vigore di un governo provvisorio.
Israele torna a occupare militarmente il confine israelo-egiziano.
la giornata era cominciata cosi’:
L’effetto domino della Tunisia rivoluzionaria: dal 25 gennaio proseguono le proteste in Egitto contro il dittatore Mubarak. Oggi nel “venerdì di collera”, più di un milione di egiziani si sono riversati nelle strade e nelle piazze dopo il rituale delle preghiera:
Da Sud a Nord, masse di uomini e donne chiedono giustizia, libertà di espressione, lotta contro la corruzione e la miseria. Ad Alessandria quasi tutte le centrali di polizia sono state attaccate e date alle fiamme ma in tutto il Paese è lo stesso. La gente chiede la fine del regime di Mubarak che da 30 anni impone torture, abusi e uccisioni tramite la sua terrificante polizia.
Donne alla guida di automobili hanno distribuito bevande e cibo ai manifestanti incitandoli ad andare avanti.
Nonostante il partito del dittatore abbia conquistato il 99% dei seggi in parlamento alle ultime elezioni…
tutti i suoi ritratti pubblici vengono ora distrutti dall’ira della popolazione.
La maledizione del Faraone.
Dopo la cacciata dalla Tunisia di Ben Ali, ore contate anche per il dittatore egiziano amico di USA e Israele?
Intanto in questi giorni panoramiche del Cairo riportavano a Tienanmen:
Intanto questa sera Mubarak ha annunciato il coprifuoco. Schierati i carri armati: almeno 20 morti solo oggi. Ucciso un bambino di 14 anni a Port Said . Migliaia tentano di assaltare la tv di Stato e Il ministero degli Esteri. Giornalisti picchiati e arrestati. Oscurata interner e bloccate le comunicazioni telefoniche. Report BBC: “Stanno prendendo di mira deliberatamente i giornalisti. Hanno preso la mia telecamera e dopo avermi fermato hanno cominciato a colpirmi con spranghe di ferro, come quelle usate qui per macellare gli animali. hanno usato manganelli elettrici per darmi la scossa”.
Fonti mediche riportano 900 persone ferite oggi solo al Cairo dalla violenta repressione della polizia sui manifestanti.
La speranza è che poliziotti e militari gettino manganelli e pistole e raccolgano gli striscioni.
Centinaia di migliaia di egiziani in queste ore stanno lottando in piazza per un futuro migliore anche per loro.
L’atteso discorso di Mubarak è stato improvvisamente cancellato. Cosa avrebbe potuto dire? Instaurare lo stato di emergenza della Nazione?
In Egitto lo stato di emergenza è in vigore da 1981…
Le proteste sono destinate ad andare avanti, tanta è la collera accumulata da milioni di persone in decenni di oppressione.
Ore 22 30 italiane: media arabi riportano che alti funzionari del governo stanno lasciando il paese. Il capo del parlamento potrebbe annunciare la fine del regime e l’inizio di un governo provvisorio.
E a Gaza?? Qui si fa un tifo sfegatato contro questi satrapi filoisraeliani e filostatunitensi, che un (simbolico) ben assestato calcio li rispedisca da dove sono venuti, a Washington o a Tel Aviv, di modo che le popolazioni arabe finalmente liberate possano liberamente esprimere la loro solidarietà alla Palestina. Restiamo Umani Vik da Gaza city.
EGYPT: Days of anger (28 Jan 2011 in pictures and comments) Leggi l'articolo »
“Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele.”
(Primo Levi)
“Di fronte alle sofferenze degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell’Olocausto”.
(Norman G. Finkelstein, Introduzione a “L’industria dell’Olocausto”)
«Mia nonna fu uccisa da un soldato tedesco mentre era a letto malata. Mia nonna non è morta per fornire ai soldati israeliani la scusa storica per ammazzare le nonne palestinesi a Gaza. L’attuale governo israeliano sfrutta cinicamente e senza limiti il senso di colpa dei gentili per l’olocausto onde giustificare i suoi omicidii in Palestina».
(Sir Gerald Kaufman, membro del Parlamento britannico)