Manifestanti con i simboli della pace fermati dalla polizia
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
“Signora, di qui non può uscire con quella bandiera sulle spalle”.
“Con quell’abbigliamento da manifestazione non potete passare di qui, dovete fare il giro della piazza”
“Con quelle magliette non ci si può fermare davanti a Palazzo Madama”.
“Con questo abbigliamento da manifestazione, voi dovete passare sul marciapiede opposto”.
Dopo la manifestazione di Roma del due aprile contro la guerra, organizzata fra gli altri da Emergency, molti partecipanti sono stati fermati per le vie della capitale, in prossimità di luoghi ‘istituzionali’ e obbligati dalle forze di polizia a cambiare percorso per via della maglietta che indossavano.
E’ chiaro che i poliziotti hanno eseguito precise istruzioni.
Prossimamente non stupiamoci se il ministro Maroni con il beneplacido di Napolitano introdurrà il reato di atti osceni per chiunque esponga in pubblico i simboli della pace, mentre le vere oscenità le stanno compiendo i nostri soldati in Libia.
Stay Human
Vik da Gaza city
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Vi auguro lo slancio per resistere; per lottare per la giustizia sociale ed economica; per conquistare la vostra vera libertà e uguali diritti.
Vi auguro la volontà e la capacità di evadere dalle vostre mura di prigione ben nascoste. Vedete, nella nostra parte del mondo, mura di prigione e spesse porte inviolabili sono anche troppo evidenti, ovvie, insopportabili, soffocanti; ecco perché restiamo indocili, ribelli, irati, e sempre attivi nel preparare il nostro giorno di libertà, di luce, quando metteremo insieme una massa critica di potere popolare sufficiente ad attraversare tutte le linee rosse categoriche. Allora potremo sbriciolare le vecchie, brutte, fredde, pesanti catene arrugginite che ci hanno imprigionato mente e corpo per tutta la nostra vita come il lezzo incontenibile di un cadavere putrescente nella nostra claustrofobica cella carceraria.
Le vostre celle sono invece del tutto diverse. I muri sono ben nascosti per non provocarvi la volontà di resistere. E non hanno porte: potete aggirarvi “liberamente” intorno, senza mai riconoscere la prigione più vasta nella quale siete pur sempre confinati.
Vi auguro un Egitto, di modo che possiate decolonizzare la vostra mente, perché solo allora riuscirete a visualizzare la vera libertà, la vera giustizia, la vera uguaglianza, e la vera dignità.
Vi auguro un Egitto, per poter stracciare il foglio con la domanda a scelta multipla “che cosa vuoi?”, giacché tutte le risposte che vi sono date sono sbagliate in pieno. La vostra unica scelta sembra fra un male e un male minore.
Vi auguro un Egitto, perché possiate gridare come i tunisini, gli egiziani, i libici, i bahrainiti, gli yemeniti, e certamente i palestinesi, “No! Non vogliamo scegliere la risposta meno sbagliata. Vogliamo una scelta del tutto altra, che non è nel vostro dannato elenco”. Data la scelta fra schiavitù e morte, noi univocamente optiamo per la libertà e una vita dignitosa — niente schiavitù e niente morte.
Vi auguro un Egitto, perché sappiate ricostruire collettivamente, democraticamente, e responsabil-mente le vostre società; ristabilire regole che servano alla gente, non al capitale selvaggio e al suo braccio bancario; porre fine al razzismo e a ogni sorta di discriminazione; guardare più avanti e vivere in armonia con l’ambiente; eliminare guerre e crimini di guerra, anziché posti di lavoro, sussidi e servizi pubblici; investire nell’istruzione e nella sanità, non in combustibili fossili e ricerca sugli armamenti; rovesciare la tirannia repressiva delle multinazionali; e sparire dall’Afghanistan, dall’Iraq, e da tutti gli altri luoghi dove sotto la cappa della “esportazione della democrazia” le vostre ipocrite crociate hanno diffuso disintegrazione sociale e culturale, povertà estrema e disperazione senza fondo.
Vi auguro un Egitto, di modo che possiate adempiere agli obblighi legali e morali dei vostri paesi per aiutare a ricostruire le economie e le società violentate, de-sviluppate delle vostre ex- o attuali – colonie, di modo che i loro giovani possano trovare la propria patria di nuovo vitale, vivibile e amabile, anziché rischiare la morte — o peggio — in alto mare per raggiungere i vostri litorali avvolti nel miraggio, abbandonando i loro cari e luoghi che hanno chiamato casa. Vedete, loro sono “qui” perché voi foste là… e sappiamo tutti che cosa avete fatto là!
Vi auguro un Egitto, perché possiate ravvivare lo spirito della lotta anti-apartheid sud-africana, rendendo Israele responsabile di fronte al diritto internazionale e ai principi universali dei diritti umani, adottando il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, invocati da una schiacciante maggioranza della società civile palestinese. Non c’è modo più efficace, nonviolento per por fine all’occupazione, alla discriminazione razziale e al rifiuto pluridecennale da parte d’Israele del diritto sancito dall’ONU al ritorno dei profughi palestinesi. La nostra oppressione e la vostra sono intimamente interrelate e intrecciate — non è mai una partita a somma zero! La nostra lotta per i diritti e le libertà universali non è un nostro mero slogan auto-gratificante; è piuttosto una lotta per una vera emancipazione e auto-determinazione, un’idea il cui tempo è rumorosamente arrivato. Dopo l’Egitto, è la nostra volta. È la volta della libertà palestinese e della giustizia. È la volta di tutta la gente di questo mondo, particolarmente la più sfruttata e calpestata, per riaffermare la nostra comune umanità e reclamare il controllo sul nostro comune destino. Vi auguro un Egitto!
* Omar Barghouti è un attivista palestinese per i diritti umani, ex-residente in Egitto, e autore di Divestment and Sanctions (BDS): The Global Struggle for Palestinian Rights (Haymarket Books, 2011) (Boicotaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS): la lotta globale per i diritti palestinesi).
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis (www.serenoregis.org)
Vi auguro un Egitto. Di Omar Barghouti Leggi l'articolo »
“La nave e’ ormai in preda al cuoco di bordo e cio’ che trasmette al microfono del comandante non e’ piu’ la rotta, ma cio’ che mangeremo domani”.
(Kierkegaard)
Una mela.
L’Italia berlusconiana sa di figa e sa di culo. Leggi l'articolo »
Un nuovo sondaggio dopo quello che nel 2003 indicava come il 60% degli europei considerano Israele la più grande minaccia contro la pace nel mondo, ci dice oggi che il 65% della popolazione d’Europa è certa che in Israele i gruppi religiosi non sono trattati in maniera equa e democratica.
Risultato notevole se pensiamo al gran lavorio delle lobby israeliane.
Uno stesso sondaggio negli USA vedrebbi esiti certamente diversi.
Stay Human
Vik da Gaza city
Il 65% degli europei condannano Israele. Leggi l'articolo »
Fra Manduria e Oria va in onda il Far West d’Italia. Vergogna vergogna vergogna!
V.
Fra Manduria e Oria il Far West d’Italia Leggi l'articolo »
Quello che faceva alla Palestina lo ripeteva anche sulle donne che frequentava..
L’ex presidente israeliano Moshe Katzav è stato condannato a sette anni di carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di stupro e molestie sessuali compiute durante la sua presidenza (2000-2007).
Netanyahu ha cercato di aggirare lo scandalo dichiarando che questa sentenza dimostra come “nessuna persona in Israele è al di sopra della legge.”
Si accettano scommesse su quanti dei 7 anni sentenziati effettivamente il presidente stupratore si farà al fresco.
Inquietante il rabbino Rabbi Elyakim Levanon, secondo il quale nella condanna di c’è la mano della collera di Dio.
Il rabbino ha infatti scritto un articolo sul settimanale “Komemiyut”, distribuito nelle sinagoghe, spiegando come la sentenza non è altro che una punizione divina per il presidente Katzav che ha appoggiato il dislocamento delle colonie via da Gaza.
Un pò come le dieci piaghe che un libro di favole racconta colpirono il Faraone e l’Egitto in risposta all’oppressione del popolo ebraico.
Stay human
Vik da Gaza city
Moshe Katzav: il presidente stupratore Leggi l'articolo »
Un giorno senza un sorriso è un giorno perso, diceva Charlie Chaplin.
In questo video smascherata tutta la codardia dei soldatini israeliani. In pattugliamento per le strade di Gerusalemme Est, nei pressi di Al-Aqsa, basta che uno per scherzo si affacci alla finestra e gli urli dietro ed ecco che se la fanno sotto e se la danno a gambe.
Del resto, la terra che stanno occupando, scotta sempre più sotto i loro piedi.
(notare l’ilarità che gli eroi di Tsahal suscitano nei passanti alla fine alla fine del filmato)
Stay Human
Vittorio da Gaza city
Funny video: Israeli soldiers are coward!!! Leggi l'articolo »
di Ilan Pappe*
Molti di noi vecchi compagni di lotta per la pace e la giustizia in Palestina ci siamo sentiti a volte particolarmente frustrati per non essere riusciti a promuovere nelle istituzioni politiche e nei mezzi di comunicazione occidentali il necessario sostegno contro la brutale occupazione della Cisgiordania e lo strangolamento di Gaza.
Credevamo che la chiara evidenza dell’oppressione e delle ben visibili politiche criminali esplose dopo il 1967 avrebbe dovuto suscitare una reazione internazionale perlomeno analoga a quella che si è ora messa in moto contro la Libia, se non maggiore.
Conosciamo tutti, però, perché questo non è accaduto, né accadrà.
Probabilmente, abbiamo trascurato una ragione particolare, di fatto una manovra felice del campo della pace israeliano, che sembra aver fatto abortire l’embrione di qualunque tentativo di questo genere. I sionisti liberali sono fermamente convinti che esistano due distinte entità – una in Israele e un’altra dall’altra parte della linea verde del 1967 – che hanno ben poco in comune. L’accettazione di questa linea come una cruda realtà è la principale giustificazione dell’Occidente per la passività nei confronti di Israele (sostenuta anche da alcuni dei migliori amici della Palestina e, naturalmente, dall’Autorità palestinese). La linea non costituisce soltanto un confine politico ma, soprattutto, un confine morale. Tutto quel che sta succedendo nel mondo occupato è diametralmente opposto alla vita democratica di Israele e, perciò, l’argomento è che considerando Israele uno Stato paria si pregiudicherebbe la “parte buona”, lo Stato precedente il 1967. Questa è anche la base per il sostegno dato alla soluzione dei due Stati, che fonda la pace sulla capacità morale di Israele di reinventarsi entro i confini precedenti il 1967.
Spero che questa distinzione scompaia quanto meno dal lessico e dal dizionario del movimento occidentale di solidarietà con la Palestina (in cui si può ancora sentir parlare di lealtà verso il campo della pace israeliano, verso l’Autorità palestinese e il signore invisibile della realpolitik): Che si tratti di una falsa distinzione si è dimostrato ancora una volta questa settimana (il 20 marzo 2011), con l’approvazione di un’altra legge dell’apartheid in Israele. Questa legge permette agli insediamenti ebraici costruiti su terre statali all’interno di Israele di non ammettere cittadini palestinesi di Israele come residenti, e legalizza la volontà dei nuovi coloni di non vendere terreni ai cittadini palestinesi dell’interno dello Stato. È una delle tante leggi approvate di recente (la legge di giuramento di lealtà – che trasforma i cittadini palestinesi di Israele in cittadini di seconda classe per legge – e l’altra legge – che non consente loro di vivere con i loro coniugi palestinesi dei territori occupati – sono due delle più note leggi dell’apartheid approvate di recente). La nuova legge, come le precedenti, istituzionalizza lo Stato dell’apartheid di Israele o, in sigla, Asol [Apartheid State of Israel, in inglese].
Lo Stato dell’apartheid di Israele è attualmente uno dei peggiori regimi di apartheid del mondo. Controlla quasi per intero la Palestina (a parte Gaza, ermeticamente imprigionata dal 2005). Contiene, in termini assoluti, il maggior numero di prigionieri politici (le informazioni disponibili ne indicano meno di mille per la Cina, poche migliaia per l’Iran). Israele ne ha circa diecimila. Ha il maggior numero di leggi e regolamenti di apartheid di qualsiasi altro paese del mondo e, a parte i paesi arabi che stanno ora collassando e Stati paria come la Birmania e la Corea del Nord, conosce l’imposizione del maggior numero di leggi e regolamenti d’emergenza grazie ai quali si sottrae ai cittadini la maggior parte dei diritti umani e civili fondamentali. La sua politica contro la discriminata popolazione nativa, che attualmente rappresenta quasi la metà della popolazione dell’Asol, include atrocità come limitare per le persone l’uso delle fonti d’acqua, la coltivazione dei loro campi, la costruzione di altre case, l’accesso al lavoro, alla scuola e all’università, e i divieti di commemorazione della loro storia, in particolare della Nakba del 1948.
Lo Stato dell’apartheid di Israele è protetto da filosofi della sinistra, in maggioranza ebrei, anche se non solo ebrei, negli Stati Uniti e in Occidente, come pure nei nuovi Stati membri dell’Unione europea, la cui deplorevole vicenda durante l’olocausto può spiegarne l’appoggio incondizionato all’Asol. Conta sull’appoggio incondizionato di molte comunità ebraiche nel mondo, dei cristiani sionisti e delle società che beneficiano della tendenza dell’élite militare dell’Asol a impiegare a volontà armi letali, come pure del sistema bancario progressista e della sua elevata tecnologia della conoscenza.
L’Asol potrebbe trasformarsi nella Libera repubblica di Israele e Palestina (Fry Republic of Israel and Palestine – Frisp), o qualcosa di simile, in cui la gente potrebbe godere degli stessi diritti per i quali si sta battendo tutto il mondo arabo e che l’Occidente sostiene di volere estendere e proteggere da tutte le parti. Se l’Asol non si trasformerà in Frisp, ogni azione del tipo di quella adottata dall’Occidente in Libia si riterrà a giusto titolo sospetta, cinica e disonesta.
L’unità ha perso attrattiva perché Saddam Hussein l’ha usata male nel 1991. Ora, però, è il momento di riviverla. È ora di rendersi conto che non vi sarà un nuovo Vicino Oriente – di fatto, non vi sarà pace nel mondo – se l’Asol continua a godere dell’impunità e non gli si pone un freno e lo si ferma, e se – si spera, un giorno – non lo si sostituisce con un Frisp democratico.
* Ilan Pappe è docente di Scienze sociali e Studi internazionali all’Università di Exeter (Gran Bretagna); dirige il Centro europeo dell’Università di Studi palestinesi ed è condirettore del Centro Exeter di Studi etnologici; è, inoltre, militante politico. Traduzione a cura di Antonio Moscato.
Il mio racconto di ieri per Peacereporter:
L’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra parla chiaro, quando afferma che “nessuna persona può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate”.
In una Gaza strangolata da un feroce assedio medioevale, le punizione collettive promosse da Israele a più un milione e mezzo di persone si accavallano e sovrappongono. Questa notte, la Striscia veniva bombardata in seguito alla bomba esplosa nella stazione dei autobus di Gerusalemme Ovest che ha provocato 30 feriti e il decesso di una donna, sebbene nessuna prova al momento faccia intendere il coinvolgimento di un solo palestinese di Gaza con l’attentato.
La giornata era iniziata nel peggiore dei modi: Mouhamed Talal Al-Helu, 6 anni, con il corpo ricoperto da schegge di esplosivo, in fil di vita per le ferite rimediate il giorno prima, riusciva ad ottenere un coordinamento per essere ricoverato in un ospedale israeliano solo dopo molte ore di burocratica attesa. A detta dei dottori palestinesi a questo punto le speranze che si possa salvare sono remote.
Nel cimitero, 4 nuove lapidi si affiancano a quelle dei 2 bambini uccisi sabato sera, sono: Muhammad Jihad Al-Helo, 11 anni, Yasser Ahed Al-Helo, 16 anni, Muhammad Saber Harara, 20 anni eYasser Hamer Al-Helo di 50 anni.
Martedì pomeriggio stavano allegramente giocando a calcio dalla parti di Shejaeya, a Est di Gaza city, quando un carro armato posto a 2 chilometri di distanza da loro ha iniziato a cannoneggiare. Risultato del bombardamento: 5 morti, 11 feriti, compresi 8 bambini, tutti civili, da quello che il portavoce dell’esercito israeliano ha ammesso essere stato un increscioso errore di puntamento. Quando mi sono recato per scattare delle foto all’obitorio dell’ospedale Al Shifa, quei corpi nei frigoriferi spalancati conservavano ben poco delle sembianze umane, a causa di “un errore” per il quale nessuno pagherà mai.
Il Segretario alla Difesa statunitense Robert Gates ieri ha colto una nuova occasione per mettere a nudo l’ipocrisia USA, denunciandol’attacco a Gerusalemme Ovest come orrifico e non spendendo alcuna parola per le numerose vittime civili di Gaza. Il belligerante premio Nobel per la Pace Obama è andato ancora oltre dichiarando che i “razzi” artigianali lanciati dai Palestinesi nel deserto del Negev sono inaccettabili senza fare cenno ai bombardamenti israeliani, come se i missili da una tonnellata sparati dai Caccia f16 su centri densamente abitati invece fossero dei cotillon.
Razzi palestinesi, per lo più artigianali, che nel 2011 hanno provocato zero vittime fra gli israeliani, come zero vittime ne avevano provocate in tutto il 2010. Missili israeliani, made in USA, che nel giro di pochi giorni hanno fatto a pezzi 10 palestinesi, 5 dei quali bambini, e 40 feriti.
Cifre qui citate per vanificare il ventilato diritto alla difesa israeliano, che in realtà è un diritto all’offesa e alla pulizia etnica.
Ieri, verso le 2 e mezza di notte, dopo che per tutto il giorno drone israeliani avevano sorvolato a bassa quota i cieli di Gaza, elicotteri Apache e caccia f16 facevano la loro entrata in scena bombardato il centro della Striscia, i tunnel al confine di Rafah, e una centrale di energia elettrica a Gaza city, gettando buona parte della città nella completa oscurità, creando il panico mentre i missili continuavano a colpire.
Nessuna vittima fortunatamente, ma per alcuni lunghissimi minuti, l’atmosfera di terrore avvertibile nella Striscia era la stessa del 27 dicembre 2008, l’inizio della devastante operazione militare Piombo Fuso che si concluse col massacro di più di mille civili, 320 dei quali bambini.
Questa mattina Gaza si risveglia con le borse sotto gli occhi e l’animo in disordine. L’entusiasmo dettato dalle manifestazioni dei giovani per la fine delle divisioni sembra lontano, cosi come si allontana l’annunciata visita nella Striscia di Abu Mazen. Chi ha lanciato i colpi di mortaio nel deserto settimana scorsa e chi massacra i civili oggi stanno vincendo: Hamas e Fatah che erano sul punto di tornare a parlarsi si richiudono progressivamente nelle loro inconciliabili posizioni, e in mezzo milioni di incolpevoli subiscono ogni giorno l’unico articolo presente nelle convenzioni non scritte d’Israele: punizione collettiva contro una popolazione inerme.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city.
Il mio racconto di ieri per Peacereporter:
In Libia bombardamenti umanitari targati ONU, in Yemen gas nervino e cecchini contro i manifestanti, in Bahrein carri armati sauditi con licenza di strage suscitano il biasimo generale, mentre in Palestina l’ennesimo bagno di sangue perpetrato dalla cosiddetta unica democrazia del medio oriente scivola ordinariamente in secondo piano.
Ieri notte massicci bombardamenti lungo la Striscia a Gaza city, Rafah e Khan Younis, hanno causato secondo fonti mediche 18 feriti, 7 dei quali bambini e 2 donne.
Questa mattina carri armati israeliani hanno invaso est di Gaza city aprendo il fuoco: un ferito. Nello stesso momento un drone (UCAV) bombardava a est di Shuajaiyeh ferendo gravemente alcuni guerriglieri della resistenza.
Queste ultime vittime si sommano ai 5 feriti di sabato mattina, fra i quali un infante di 3 anni colpito alla testa da schegge di esplosivo a Rafah, sud della Striscia e soprattutto si aggiungono all’uccisione di 2 bambini sabato sera.
Attacchi indiscriminati contro la popolazione civile di Gaza in seguito al lancio nel deserto del Negev, in territorio israeliano, sempre nella giornata di sabato, di una cinquantina di colpi di mortaio da parte delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, lancio che aveva provocato 2 feriti lievi.
Hamas che non sparava più un colpo contro obbiettivi israeliani da mesi, che in pratica aveva disarmato la sua resistenza e continuamente tramite il premier Ismail Hanye invitava le altre fazioni a fare altrettanto, decideva questo nuovo attacco mentre a Gaza city la sua polizia reprimeva nel sangue le manifestazione pacifiche dei giovani di Gaza per la fine delle divisioni, assalendo brutalmente anche i giornalisti di testate straniere come Reuters, France Television e Associated Press (secondo quanto denunciato dall’autorevole PCHR), e soprattutto, contemporaneamente ai primi contatti fra rappresentanti del governo di Gaza e Fatah col preciso intento di avvicinare le parti verso l’unità nazionale.
Evidentemente, questi eventi concatenati dimostrano come vi è una forte frangia all’interno di Hamas che lavora assiduamente affinché le divisioni interpalestinesi restino così come sono. Oggi che l’oppressione israeliana a Gaza si sta mostrando con tutta la sua spietatezza, ecco che Hamas è tornato a chiedere responsabilmente a viva voce, un coprifuoco.
Fino all’ultimo ho avuto il dubbio se scaricare le foto delle ultime vittime dell’occupazione e inviarle a Peacereporter.
Sono ciò che rimane di Mohammed Issa Faraj Allah 16 anni e Qasem Salah Abu Uteiwi, 15 anni, uccisi sabato sera mentre stavano giocando a Est del villaggio di Juhr Addik, circa a 300 metri dal confine nel centro della Striscia di Gaza.
Un carro armato israeliano ha sparato contro di loro più di venti missili.
Mi sono recato ieri a portare le condoglianze alle famiglie dei 2 bambini nel campo profughi di Nuseirat.
“Non sono tornati a casa la sera, eravamo tutti in pena, specie dopo che abbiamo udito i bombardamenti. Quando la mattina seguente ci è arrivata la notizia che all’ospedale al Shifa avevano portato 2 corpi di civili, sono corso immediatamente e nel frigorifero dell’obitorio ho riconosciuto Qasem. O quello che restava di lui, senza più un braccio, senza più un dente in bocca.”
Così Khaled, un cugino della vittima.
I Faraj Allah sono una famiglia poverissima, e a Khaled durante Piombo Fuso l’esercito israeliano ha distrutto la casa e circa 3 dunum di terra. Sua sorella, Ayat, è stata colpita al torace da un cecchino agli inizi di gennaio 2009.
Sotto il tendone che raccoglie parenti e amici in una veglia funebre, il padre di Mohmmed si è rivolto verso di me: “Non hanno coscienza, non hanno leggi, possono fare di noi quello che vogliono. L’Onu che ha prontamente approvato una risoluzione per attaccare la Libia, ha messo il veto contro la condanna a Israele per il crimine delle sue colonie in Palestina, e questo ha esacerbato gli animi. La chiamano guerra al terrorismo, ma dovrebbero rinominarla guerra al terrorismo arabo, perché il terrorismo israeliano non si tocca.” Continua il padre del bambino ucciso:
“Ho lavorato 12 anni in Israele, e questa è la gratifica. I fratelli di Mohammed hanno visto le foto del suo cadavere in quello stato, e chiedono vendetta. Sono queste le ragioni del conflitto”.
Mentre uno dei ragazzini che mi circondano aziona il suo bluetooth per passarmi sul cellulare quelle terribili foto, leggo nei suoi occhi e in tutti gli occhi dei bambini che mi scrutano quello che il padre della vittima mi ha appena spiegato, quel fuoco che un domani potrebbe ardere Israele se a questa gente non viene restituita libertà e giustizia.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city
L’esercito di occupazione israeliana uccide altri 2 bambini palestinesi a Gaza Leggi l'articolo »
Dinnanzi a me qualche ora fa nell’obitorio dell’ospedale Al Shifa , ancora una volta il vero volto dell’occupazione israeliana, e il risultato di decenni di sostegno politico ed economico di ONU, USA e UE all'”unica democrazia del medio oriente”.
Questo pomeriggio carri armati israeliani hanno bombardato nei pressi di una casa ad est di Gaza city: 5 civili uccisi, 10 feriti. 3 bambini ammazzati. Stavano giocando a calcio.
I loro nomi sono:
Muhammad Jihad Al-Hilu, 11
Yasser Ahed Al-Hilu, 16
Muhammad Saber Harara, 20
Yasser Hamer Al-Hilu, 50
e un quinto cadavere di un adolescente non ancora identificato.
Sabato sera, l’uccisione di Mohammed Issa Faraj Allah 16 anni e Qasem Salah Abu Uteiwi, 15 anni, uccisi mentre stavano giocando a Est del villaggio di Juhr Addik, circa a 300 metri dal confine nel centro della Striscia di Gaza.
Un carro armato ha sparato contro di loro più di venti missili:
Il vero volto dell’occupazione Israeliana (ATTENZIONE IMMAGINI CRUENTE) Leggi l'articolo »
Il mio racconto dell’attacco ai giovani del movimento 15 marzo per Peacereporter:
Ieri la Striscia di Gaza si era svegliata sotto un sole splendente, segnale di una nuova stagione alle porte. Stagione politica, più che meteorologica. Quando la sera è andata a dormire si è contata le ossa rotte.
A Gaza city, un ghetto martoriato da bombardamenti israeliani un giorno sì e uno no, sovrappopolato come pochi luoghi sul pianeta, è difficile fare una stima di quante migliaia di persone si sono riversate nelle strade della città ballando, urlando e cantando una sola univoca richiesta: la fine delle divisioni fra Fatah e Hamas. I media locali hanno azzardato la cifra di 300 mila persone, proporzionatamente come se in Italia, in piazza, ne fossero scese dodici milioni.
I problemi non hanno tardato a verificarsi.
Nonostante l’accordo sottoscritto da tutte le fazioni politiche di presentarsi all’appuntamento senza alcuna altra bandiera se non quella palestinese, i ragazzi del movimento 15 marzo che lunedì si sono coricati nelle tende in piazza del monumento al Milite Ignoto, in Jundi, nel centro di Gaza city, al risveglio ieri mattina si sono trovati attorniati da migliaia di militanti con bandiere di Hamas inneggianti al governo della Striscia.
Le provocazioni sono continuate per alcune ore, con alcuni scontri, finché il coordinamento del movimento dei giovani palestinesi ha deciso di lasciare la principale piazza di Gaza city ad Hamas per convogliare in massa a Katiba, dinnanzi all’università Al Azhar.
Migliaia di ragazzi si sono recati ordinatamente nel grosso spiazzo di terra battuta adiacente l’università con l’intenzione di accamparsi per la notte, a oltranza, in attesa dell’impegno di Gaza e Ramallah per soddisfare queste loro richieste:
1 – rilascio di tutti i detenuti politici nelle prigioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas
2 – fine delle campagne mediatiche contro le altre fazioni
3 – dimissioni dei governi di Haniyeh e Fayyad per dare vita ad un governo palestinese di unità nazionale che sia l’espressione di ogni fazione politica e rappresenti il popolo palestinese tutto
4 – ristrutturazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) in modo da renderla inclusiva di tutti i partiti affinché torni a battersi per lo scopo originario: la liberazione della Palestina
5 –congelamento dei negoziati finché non si raggiunga un accordo tra le varie fazioni su un programma politico comune
6 – la fine di ogni forma di collaborazione con il nemico sionista
7 – l’organizzazione in contemporanea di elezioni presidenziali e parlamentari nei tempi concordati da tutte le fazioni
Per tutta la giornata di festa, dai giovani del 15 marzo non ho udito altre parole se non un forte richiamo all’unità nazionale, e l’ormai famoso inno “il popolo chiede la fine delle divisioni”.
Se l’icona della rivoluzione tunisina è stato Mohamed Bouaziz, giovane disoccupato che si è dato fuoco davanti al palazzo del suo comune, e il simbolo della rivoluzione egiziana è Khaled Said, ucciso dalle forze di polizia di Mubarak, la foto emblema dell’anima del movimento 15 marzo palestinese è quella che ritrae Yasser Arafat, leader e martire di Fatah, che versa del te’ per Ahmed Yassin, il rais paraplegico e martire di Hamas.
Verso le 14 15 e poi verso le 15 locali, di nuovo militanti pro governativi hanno cercato di infiltrarsi fra la folla pacifica di giovani, armati di bastoni e lanciando sassi.
Ne è nato per alcuni minuti un furibondo parapiglia che ha visto alcuni feriti, finché i ragazzi sono riusciti a ricacciare indietro i facinorosi di Hamas dalla manifestazione.
Alle 19 circa, quando ho lasciato Katiba square, la nuova Tahrir palestinese, la situazione era tranquilla: manifestanti e paramedici della mezza luna rossa avevano montato le tende e si preparavano per la notte.
Molte famiglie con bimbi al seguito si susseguivano in visita l’accampamento dei giovani portando cibo, bevande calde e coperte.
Meno di un’ora dopo Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici,dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo.
Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso.
Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita.
Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno.
Restiamo Umani
Vittorio Arrigoni da Gaza city
I giovani della Striscia di Gaza e le loro speranza violentate Leggi l'articolo »
Questa sera A Tel Al Hawa, con amici palestinesi e amici attivisti dell’ISM abbiamo celebrato il ricordo di Rachel. Che il sacrificio di un angelo volato radente al suolo su questa terra dannata dai demoni sionisti possa essere per tutti noi faro ed espiazione. Commemorando il suo estremo sacrificio, abbiamo ricordato tutte le vittime innocenti stroncate da più di sessant’anni di oppressione e occupazione israeliana.
Restiamo Umani,
Vik da Gaza city.
Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana. Rachel tentava di evitare che la ruspa demolisse l’abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza.
Nelle sue ultime lettere racconta ai familiari la Palestina che ha conosciuto partecipando alle azioni dell’International Solidarity Movement.
7 febbraio 2003
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome – Alì – o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri.
I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi “Kaif Sharon?” “Kaif Bush?” e ridono quando dico, “Bush Majnoon”, “Sharon Majnoon” nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.). Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l’inglese mi correggono: “Bush mish Majnoon” … Bush è un uomo d’affari. Oggi ho tentato di imparare a dire “Bush è uno strumento” (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall’altro lato del confine. “Vai! Vai!” mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto “come ti chiami?”. C’è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un’escalation nella guerra contro l’Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della “rioccupazione di Gaza”. Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell’intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.
Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia.
Rachel
20 febbraio 2003
Mamma,
adesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all’università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall’altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.
La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e forse il paventato “trasferimento di popolazione”. Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell’eventualità di un’incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autodeterminazione palestinese.
Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma – vuole essere sicura che ti chiami.
Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti.
Rachel
27 febbraio 2003
(alla madre)
Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l’adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po’ della realtà della situazione.
Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione.
Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l’aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l’Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l’accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall’inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine.
Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l’Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po’ violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch’io.
Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l’esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all’importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche.
Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un’eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.
Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l’esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch’io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile.
Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli.
Rachel
28 febbraio 2003
(alla madre)
Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene.
Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia – padre, madre e tre bambini-dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po’ il figlio maschio con i compiti d’inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po’ lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni della domenica mattina.
Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B’razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l’altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè.
L’inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi “sorella”. Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire “Hello. How are you?” in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce – e potrebbe alla fine schiacciarli – in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità – le risate, la generosità, il tempo per la famiglia – contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio.
In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo.
Rachel
Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila
(Traduttori per la Pace)
LE ULTIME LETTERE DI RACHEL CORRIE AI GENITORI Leggi l'articolo »
La rivoluzione dei giovani palestinesi in diretta su Facebook.
15 march live from Gaza: End of Division Leggi l'articolo »
Urgente! Qualcuno inserisca al più presto in pacco anonimo mezzo chilo di kriptonite (non kosher) e spedisca il tutto a:
Vittorio Arrigoni, Striscia di Gaza, Gaza city Al Mina, Palestina Occupata.
(!!!)
Captain Israel- Un disgustoso magazine di hasbara per i giovani ebrei della diaspora
di Gilad Atzmon
Date un’occhiata a questo nuovo fumetto Ebraico.
E’ ormai evidente che gli Israeliani e i Sionisti non tentano più di nascondere il loro stato patologico. Il sionismo è chiaramente una minaccia per l’umanità e l’umanismo.
Aeroplani e carri armati, decorati con simboli Ebraici, vengono mandati per spargere morte e distruzione nel nome del popolo Ebraico.
Captain Israel, un supereroe kosher, tiene in mano una Menorah (candelabro ebraico). E’ qui per gettare nelle fiamme l’intera regione.
Captain Israel che dissemina i falsi miti dell’Esilio Ebraico e del ritorno.
Un altro pò di bugie (giusto per essere sicuri):
[Traduzione del fumetto: “Dotato della forza di Sansone e della saggezza di Salomon, lo spirito e la determinazione di Captain Israel combattono contro l’anti-semitismo e l’anti-sionismo, proteggendo lo stile di vita degli ebrei, di Israele e dei suoi alleati in tutto il mondo!”]
Dotato della ‘forza di Sansone’ e della ’saggezza di Salomone’, Captain Israel è un eroe genocida che incarna benissimo il disastroso stato in cui si trovano gli attuali affari nazionali Ebraici.
Gli Israeliani e i Sionisti sono fieri delle loro intenzioni patologiche, assassine. E rappresentano una minaccia non solo per i loro vicini, ma anche per l’umanismo e l’umanità in generale.
Al contrario dell’ingenuo, idealista e umanista Superman, che interviene per attaccare e terrorizzare quelli che picchiano la moglie, gli speculatori, delle bande di delinquenti e gangsters, il Superman kosher è ben lontano da una simile ingenuità. Lui è uno che fa pulizia etnica, un assassino politicamente indottrinato. E fa il suo lavoro unicamente per salvare un solo popolo, cioè quello della ‘tribù eletta’.
Ecco cosa ci dice il sito SupperJews sui loro personaggi kosher:
“Guidati dal coraggioso Captain Israel e dal feroce Beth El, il Team SuperEbrei è un gruppo di persone comuni che si buttano nell’azione quando c’è bisogno di aiuto. Ognuno con un talento unico, ma comunque collettivamente forti, il Team SuperEbrei si riunisce ogni volta che una nuova minaccia mette in pericolo la comunità Ebraica.”
Secondo il sito SupperJews queste organizzazioni Ebraiche sono affiliate con il progetto:
Voglio davvero sapere una cosa, una volta per tutte: dov’è che termina il Sionismo e inizia invece l’Ebraismo ?
Captain Israel il supereroe sionista per i giovani ebrei della diaspora Leggi l'articolo »
Il terrificante terremoto di magnitudo 8.9 e il conseguente tsunami che hanno colpito il Giappone stanno mietendo in queste ore centinaia di vittime. Forse migliaia.
Una catastrofe naturale contro la quale l’uomo può fare ben poco.
Una seconda catastrofe, questa volta innaturale, e causata dalla scelleratezza di politici e affaristi è annunciata come imminente: un’esplosione si è verificata nella centrale nucleare Fukushima, è cresciuto di mille volte oltre la soglia normale il livello di radioattività registrato nella centrale, e il governo giapponese che censura le notizie sulla reale gravità della situazione ha iniziato a evacuare la popolazione nel raggio di 20 km.
Uno scenario che ricorda molto da vicino il disastro di Chernobyl.
Qualcuno potrebbe tirare il fiato perché l’Italia questa volta non è coinvolta dalle fuga di radiazioni, ma a ben guardare non è così.
Gli scellerati del governo Berlusconi infatti fra un bunga bunga e l’altro hanno emanato una norma per la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Il 12 giugno saremo responsabilmente chiamati ad abrogare questa norma con un referendum.
In vista della tragedia in corso in Giappone, mi unisco all’appello di coloro che richiamano all’attenzione verso questo referendum, in modo da non far venir meno il quorum, come si augurano quelli che Nucleare sì, ma lontano da Arcore.
Vittorio Arrigoni da Gaza city
Referendum il 12 giugno contro il nucleare Leggi l'articolo »
Sul Campo Antimperialista recentemente crescono solo sole, pascolano mandrie di bufale in calore.
Difficile che sia solo ignoranza, mi rifiuto di credere sia tutta disonesta’.
Tre articoli nel giro di un mese per calunniarmi e denigrare il movimento dei giovani palestinese che nella Striscia si sono alzati in piedi per invocare un cambiamento.
Veniamo al primo articolo a firma della redazione del Campo: datato 2 febbraio, dal titolo eloquente “Vaffanculo a chi?”..
Nel pezzo ci si chiede chi rappresenta il manifesto “di una presunta strisciante protesta dei giovani di Gaza contro HAMAS”. mentre ad una lettura non distratta del documento GYBO, e’ chiaro non di attacco esclusivo e diretto ad Hamas si tratta.
Successivamente il Campo accusa i GYBO di mettere “sullo stesso piano l’assediante israeliano e le autorità che in una situazione tremenda, unica al mondo, amministrano Gaza.” Ora, non è necessaria un’indagine investigativa da premio Pulitzer, alla redazione del Campo sarebbe bastato digitare sulla tastiera l’indirizzo web del sito dei Gybo e leggersi il loro secondo messaggio, pubblicato ben 2 mesi fa, nel quale con forza risulta chiaro che le critiche ai governi palestinesi non distolgono l’attenzione dal primo e unico nemico: l’occupazione israeliana (ho riportato il secondo messaggio qui).
La terza bufala nell’arco di poche righe sta nell’assoluta certezza che la voce dei GYBO sia solo una sparuta minoranza. Scrive la redazione: “Se questo cosiddetto manifesto rappresenta i giovani di Gaza c’è da mettersi le mani sui capelli. Per fortuna non è così.”
A vedere cosa sono riusciti a metter su in poche settimane questi ragazzi, e’ probabile per il 15 marzo una epidemia di alopecie psicogene fra i redattori del Campo.
Infine la perla di questo pezzo quando si mette in dubbio l’autenticità’ del manifesto:“ “a noi sono sorti fortissimi dubbi sull’autenticità di questo Manifesto, che sembra uscito, non da Gaza, ma da qualche smandrappata riunione no-global italiana. Al di là del contenuto, ripetiamo, inaccettabile, colpisce lo stile occidentalissimo, anzi italianissimo del testo. La scrittura infarcita di così tante parolacce e improperie che chi conosce solo un po’ lo stile linguistico arabo e gli standard comunicativi arabi, stenta a credere che sia farina del sacco di giovani palestinesi.”
In questo paragrafo ancora una volta la redazione del Campo dimostra di non sapere assolutamente di cosa scrive, infatti il testo dei GYBO e’ notoriamente stato redatto in inglese e non in arabo, perché’ destinato a circolare fuori dalla Palestina. Poi dall’inglese e’ stato tradotto nelle varie lingue, fra le quali l’italiano.
(Mi rifiuto di credere che si pensi a Gaza i ragazzi non studino e parlino correttamente l’idioma di Albione).
Se nel primo pezzo non ne avevano azzeccata una, nel secondo intitolato La Cantonata (appunto), quelli del Campo superano loro stessi.
C’è ancora un attacco verso di me, dipinto come il perfetto idiota reo di “aver preso una classica cantonata”, e vale a dire non aver compreso che il movimento GYBO (a detta loro) “si tratti di uomini di al-Fatah”.
Come arrivano a questa fallace conclusione?
Prendendo un articolo de La Stampa (faziosissimo nel titolo e nei contenuti) , per travisarlo completamente nel significato, vuoi per malafede, vuoi idiozia loro.
Le cosa si fa seria.
Leggiamo assieme cosa scrive la corrispondente della Stampa:
“Tutti aspettano di vedere cosa accadrà domani, se si svolgerà o meno la manifestazione indetta su Facebook al grido di Revolution dal gruppo Karama. Impossibile leggere oltre la sigla per capire chi siano gli organizzatori, ma qui molti sospettano si tratti di uomini di al-Fatah”.
Ora, per uno che appena appena sa leggere l’italiano, non e’ difficile intuire che il “molti sospettano si tratti di uomini di Al Fatah” citato nell’articolo NON e’ riferito al movimento GYBO, ma bensi’ al gruppo Karama.
Che il famigerato gruppo Karama siano Fatah, lo sanno anche i sassi.
Karama (tenendo presente che in arabo “Dignity Revolution” si dice “Thauret al-Karama”)
e’ precisamente il gruppo facebook creato dalla chiamata di “Tawfiq at-Tirawi, direttore dei servizi segreti dell’ANP (il responsabile della dura repressione contro ogni opposizione al regime di Abu Mazen)” in occasione del giorno di rivolta dell’ L’11 febbraio, manifestazione poi disertata in massa secondo le previsioni.
Cosa c’entrano i Karama coi GYBO?
Assolutamente niente, salvo che per quelli del Campo sono la stessa cosa.
Asinaggine o malafede?
Di sicuro c’è che affibbiare così dissennatamente ai giovani GYBO l’etichetta dei collaborazionisti d’Israele, non e’ uno scherzo, ma un pericolo serio per l’incolumità a Gaza di quei ragazzi mossi da intenti lodevoli sebbene ancora acerbi.
(Per darvi una idea del clima ricordo che Hamas ha già arrestato una dozzina di giovani in 3 giorni, giovani che semplicemente esibivano cartelli innegganti all’unita’ nazionale).
Ma l’apoteosi delle bufale, quelli del Campo Antimperialsta l’hanno estratta dal cilindro nell’articolo di ieri.
Nell’editoriale se da una parte sottovoce riconoscono la precedente cantonata essere stata la loro, non di certo la mia, poi ne prendono un’altra di dimensioni astronomiche.
Buoni ultimi, anche loro alla fine si sono resi conto del fermento fra i giovani anche in Palestina, che rilanciato dall’euforia delle rivoluzioni vincenti in Tunisia ed Egitto, ha portato all’organizzazione per il 15 marzo di una giornata della riconciliazione.
Meglio tardi che mai diremmo, il problema è che sebbene sono sempre gli stessi giovani di cui vado scrivendo da 2 mesi, esattamente le stesse facce, per il Campo antimperialista è tutt’altra storia!
Difatti si dilettano ancora a inventare e a scrivere a vanvera:
“Dell’inqualificabile appello “Vaffanculo tutti” non se ne parla più, anzitutto a Gaza”
“Un manifesto di alto profilo politico, lontano anni luce da quello del “Vaffanculo tutti”. “Un Manifesto da cui traspare l’imprinting del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, che infatti è il movimento che più di tutti appoggia e sponsorizza la manifestazione del 15 marzo”
TOC! TOC!, c’è qualcuno in casa?
Possibile che nella redazione non si siano neanche degnati di leggere il manifesto originale?
Se l’avessero fatto, avrebbe visto quella firma in calce, sono sempre loro:
Gaza Youth Breaks Out.
I GYBO, incubo delle notti insonni della redazione del Campo Antimperialista che prima li considerava nessuno, poi li additava come dei prezzolati di Abu Mazen, e ora si sarebbero estinti, mentre sono loro i protagonisti della stagione di rinascita delle speranze dei giovani palestinesi.
Mi chiedo quanta malafede ci sia, e quanto pressapochismo nel divulgare tanta disinformazione su Gaza.
Certamente non si lavora in supporto ai destini della Striscia che resiste, tutt’altro.
Restiamo umani
Vittorio Arrigoni da Gaza city
Le bufale del Campo Antimperialista Leggi l'articolo »
Il mio pezzo di ieri per Peacereporter:
Dopo il vaffanculo ad Hamas, Israele, Fatah, ONU, UNWRA e il vaffanculo USA!, incipit del primo documento dei GYBO, i ragazzi di Gaza desiderano mandare a quel paese anche tutti quei media occidentali che in queste settimane hanno strumentalizzato il loro manifesto, il cyber-urlo di rabbia di una generazione di giovani palestinesi oppressa da un nemico esterno e soffocata all’interno da governi a corto di lungimiranza e poco rappresentativi.
Nel caffè degli artisti di Gaza city dove sono solito incontrarli, ho cercato di spiegare come molti giornalisti europei e americani sbarcano a Tel Aviv ed oltrepassano il valico di Erez con già il pezzo scritto in testa, e nella Striscia vanno a caccia di conferme contro il governo di Gaza. E in effetti, dal Guardian fino a recentemente La Stampa, il loro primo urlo di sfogo, magari ingenuo ma certamente genuino, e’ stato dipinto come un attacco diretto ad Hamas.
Questa mistificazione, e’ stata poi raccolta ancora piu’ ingenuamente e rilanciata da molti attivisti in Europa e nel mondo, specie da coloro che insistono a sostenere una fazione a scapito dell’altra ignorando che di fatto la rabbia della maggior parte dei ragazzi palestinesi non ha al momento alcuna rappresentanza politica. Addirittura alcuni da fuori dalla Striscia hanno accusati i GYBO di essere a libro paga di Abu Mazen e la sua cricca di collaborazionisti; intellettuali e attivisti seduti nei loro confortevoli salotti che non si sono mai sporcati mai le mani del sangue e della sofferenza di un popolo in perenne lotta contro l’occupazione,e che non si scomodano neanche di approfondire le questioni sui qui discettano con la protervia dell’onniscenza..
Dopo tutto, per sciogliere ogni dubbio sulla assoluta buona fede e autenticità’ del movimento GYBO non è necessaria un’indagine investigativa da premio Pulitzer, ma basta digitare sulla tastiera l’indirizzo del loro sito e leggersi il loro secondo messaggio, pubblicato ben 2 mesi fa, nel quale con forza rispedivano al mittente le strumentalizzazioni e le accuse di chi li ha additati di parteggiare per questa o quella fazione:
Non distorcete il nostro messaggio!
Molti attivisti rifiutano il nostro movimento e ci considerano come una macchina sionista perché nel manifesto, abbiamo denunciato Hamas – tra gli altri. E’sempre sorprendente vedere quanto le persone sono brave a condannare senza nemmeno provare a capire. Vorremmo ricordare a tutti il nostro obiettivo: sì siamo frustrati e stanchi di essere oppressi, uccisi, umiliati, ci è impedito persino di partire per studiare in altri paesi, sì, tutto ciò’ci spinge a denunciare i partiti politici che ci governano, perché non ci aiutano in niente, noi denunciamo tutti i capi, non SOLO HAMAS. Siamo stanchi di questo status quo, da tutti i lati. Tutti i partiti politici hanno avuto il tempo e la possibilità di PROPORRE il cambiamento, ma non abbiamo ancora visto nulla.
Non stiamo chiedendo un colpo di stato, cerchiamo di essere chiari su questo. Noi siamo giovani che vogliono lavorare per il popolo, noi denunciamo la miseria in cui viviamo, che ci spinge a denunciare la divisione delle fazioni, e di rifiutare la loro lotta, perché non ci stanno aiutando.Ma più di Fatah e Hamas, che sono palestinesi come noi, soprattutto, noi denunciamo l’occupante e il suo burattino , la comunità internazionale che non riesce, giorno dopo giorno,a compiere il suo dovere di imporre sanzioni a Israele.
I nostri sostenitori, i lettori, e quelli che non ci stanno sostenendo devono ricordare questo messaggio: abbiamo un unico nemico che è il sionista occupante. Speriamo che questo invito scuota i nostri leader politici, gli svegli e ricordi loro che sono responsabili di noi ! Spero che capiscano che ciò che vogliamo è l’unità e non piu’ la divisione, perché ciò’ rende peggiore l’impatto terroristico israeliano sulle nostre vite.
Il nostro appello è un appello alla solidarietà, un invito ad agire pacificamente; ci teniamo tutti per mano e vi aspettiamo per completare il legame. Aiutateci a lavorare per una soluzione migliore, AIUTACI a farlo!
E per favore notate che , il team GYBO è stato bannato da qualsiasi intervento nella pagina facebook, vogliamo che tu vada lì e inondare la pagina con il tuo amore per la Palestina in modo che coloro che interpretano male il nostro messaggio ci abbandonino.
Amore e rispetto da Gaza
– Abu Yazan
Oggi i GYBO sono colonna portante del movimento 15 marzo, che si propone di portare sulle piazze della Palestina e nel mondo migliaia di persone, in una giornata che è stata battezzata non della collera, ma bensì’ della riconciliazione, con una forte e sensata richiesta di “End of division”, la fine della divisione fra Fatah e Hamas.
“Gaza, Ramallah, Jenin , Nablous, ma anche in molte città’ della Palestina del ’48 come Haifa e Tel Aviv, ci saranno manifestazioni e sit in, oltre che in tutto il mondo arabo e in Brasile, in Italia, in Francia e in Italia” mi conferma Abu Yazan.
Gaza e’ in fermento, e mentre i ragazzi mi aggiornano sui preparativi, a Sud della Striscia, a Khan Younis e Rafah volantinaggi stanno informando la popolazione dell’evento.
“Buona parte delle famiglie beduini e’ dalla nostra parte, e in generale, non crediate si riverseranno in piazza solo giovani, ma bensì’ padri madri e nonni,” continua Abu Yazan, “abbiamo colloqui stretti con tutti i i leader delle varie fazioni e sono i benvenuti con noi il 15 marzo, a patto che non espongono alcuna bandiera se non quella palestinese, e non intonino altri slogan se non quello che richiamino all’unita’ nazionale”.
I ragazzi sono ancora piu’ motivati e certi della riuscita del loro evento, nonostante l’oppressione e l’intimidazione che a Gaza come a Ramallah inibisce la liberta’di espressione: nella striscia negli ultimi 2 giorni, la polizia di Hamas ha arrestato 12 giovani che distribuivano depliant e adesivi sull’evento.
Continua Abu Yazen: “la croce rossa ci ha fornito delle tende e l’idea e’ di quella di restare accampati dal 15 marzo giorno e notte senza sosta (a dormire in piazza rimarrebbero solo gli uomini per non scandalizzare i dettami del governo della Striscia) fin quando Gaza e Ramallah non si siedano ad un tavolo comune. Alcune famiglie benestanti ci hanno promesso forniture di cibo e bevande, agli arghile provvederemo noi”, continua,“ci stiamo accordando con la polizia di Hamas e abbiamo predisposto un nostro servizio di sicurezza interna affinchè’ ogni atto di violenza o il semplice inneggiare contro il senso della nostra giornata sia inibito. Chiunque creerà’ disordine verrà’ allontanato dalla piazza”.
La rivoluzione dei giovani egiziani brucia nei loro occhi, e contagia la loro convinzione che fra una settimana il centro di Gaza city possa tramutarsi una Tahrir Square gemella.
Che fanno sul serio non ci sono piu’ dubbi, questo il loro documento:
15 Marzo “End the Division” – Giornata della riconciliazione
In nome del popolo arabo palestinese, dei martiri, delle vedove, degli orfani e dei familiari di quanti sono morti, delle migliaia di prigionieri nelle carceri israeliane e di tutti i palestinesi della diaspora, chiediamo a tutte le fazioni politiche di unirsi sotto la bandiera della Palestina per una riforma del sistema politico palestinese che si basi sugli interessi e le aspirazioni del popolo palestinese tutto, sia quello che vive in terra di Palestina che i profughi.
Il grave momento attuale che vede le continue incursioni di coloni israeliani, la sottrazione continua di terra palestinese nella città sacra di Gerusalemme e il perdurare del feroce assedio di Gaza ci obbliga ad essere ancora più uniti contro la brutale occupazione israeliana.
Abbiamo sentito il popolo palestinese chiedere elezioni legislative e presidenziali per porre fine alle divisioni. Certo, noi tutti vogliamo la riconciliazione di tutte le forze politiche ma desideriamo anche una ricostruzione completa dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che comprenda tutte le fazioni, inclusa Hamas, e in questo nuovo assetto torni a lottare per la liberazione della Palestina, così come stabilito sin dalla sua fondazione.
Noi popolo palestinese (sia coloro che vivono in nella Palestina storica che i profughi) da sempre ascoltiamo ripetere che le azioni pacifiche basteranno a farci guadagnare la vittoria e a restituirci la terra, ma finora 20 anni di negoziati non sono serviti a farci ottenere la benché minima richiesta. La nostra gente vive sotto una occupazione brutale ed oppressiva, che sottrae la terra, viola i luoghi sacri, uccide i nostri figli. E tutto questo avviene mentre il mondo che ascolta e osserva continua a ripetere che la democrazia è al sicuro e i diritti umani sono rispettati! D’altro canto la resistenza non fa passi avanti, mentre più di un milione e mezzo di palestinesi vive sotto un un’occupazione così feroce che ai malati (compresi i figli dei leader della resistenza) sono precluse le cure mediche.
E’ necessario trovare un accordo: una riconciliazione è indispensabile per tutti i palestinesi di qui e per i sei milioni di profughi palestinesi che ancora sognano di tornare alle loro case sottratte loro dalla forza occupante, occupanti che comprendono soltanto il linguaggio della forza! Dobbiamo essere determinati, fare dell’unità il nostro punto di forza e concordare su una dirigenza indivisa che ci guidi sulla strada della liberazione, con orgoglio e dignità!
Ci appelliamo a coloro che governano in Cisgiordania e Gaza affinchè rispondano alle legittime richieste del popolo che sono:
1 – rilascio di tutti i detenuti politici nelle prigioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas
2 – fine delle campagne mediatiche contro le altre fazioni
3 – dimissioni dei governi di Haniyeh e Fayyad per dare vita ad un governo palestinese di unità nazionale che sia l’espressione di ogni fazione politica e rappresenti il popolo palestinese tutto
4 – ristrutturazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) in modo da renderla inclusiva di tutti i partiti affinchè torni a battersi per lo scopo originario: la liberazione della Palestina
5 – annuncio del congelamento dei negoziati finchè non si raggiungerà un accordo tra le varie fazioni su un programma politico comune
6 – fine di ogni forma di collaborazione con il nemico sionista per quanto riguarda la sicurezza
7 – organizzazione in contemporanea di elezioni presidenziali e parlamentari nei tempi stabiliti da tutte le fazioni insieme
Ci mobiliteremo a partire da martedì 15/03/2011 alle 11:30 e andremo avanti finchè non saranno accolte tutte le nostre richieste. Raduni previsti nei seguenti luoghi (possibili variazioni):
Gaza: Piazza del Milite Ignoto
Ramallah: Piazza Manara
Tulkarm: Piazzale Gamal Abdel Nasser
Jenin: complesso di garage vicino al vecchio Cinema Jenin
Hebron: davanti all’ufficio del Governatore (Al Khalil)
Bethlehem: Piazza della Natività
Nablus: Piazza dei Martiri
Giordania e Libano: da definire
Nel mondo: davanti alle sedi diplomatiche palestinesi, in coordinamento con le comunità palestinesi in esilio.
Il 15 marzo esplode la rivoluzione palestinese Leggi l'articolo »
Il Segretario della Difesa Robert Gates e il generale David Petraeus saranno pure dei veterani di guerre ma sono ancora dei pivellini dinnanzi alle telecamere se si fanno riprendere cosi’ mentre cinicamente scherzano fra loro su un possibile intervento militare USA in Libia.
Appena Gates sbarca dall’aereo, Petraeus lo saluta con questa battuta:
“Bentornato, Signore, vedo che ha volato su un aereo un pò più grande del normale…ha intenzione di lanciare alcuni attacchi contro la Libia o qualcosa del genere? “
Gates ride e risponde:” Sì, esattamente.”
Libia libera da Gheddafi e dagli USA,
stay human,
Vik da Gaza city
Iraq
L’ASSASSINIO DEL MARITO
Palestina
DISTRUZIONE DELLA CASA
Afghanistan
BOMBARDAMENTI NATO
STERMINATA LA FAMIGLIA, CACCIATE DALLA PROPRIA TERRA
Belgio
TENTATIVO DI SUICIDIO IN PROTESTA CONTRO IL RAZZISMO
Italia
CACCIA ALLE ROM
Mexico (chiapas)
LA LOTTA CHE CONTINUA
In molta Africa
FAME
ovunque in USA
FAMA
Bangladesh
SFIGURATE CON L’ACIDO
Ducato di Savoia
SFIGURATE COL BISTURI
Israele
MISSILI DESTINATI AI CIVILI DA AUTOGRAFARE
Gaza e Libano
MISSILI AUTOGRAFATI RICEVUTI
Cecenia
CAMPI PROFUGHI
Ancora PALESTINA
QUOTIDIANA TRAGEDIA
Ancora Italia
UNA “NOMINATION” AD UN REALITY…
Ancora USA
A VOI OGNI COMMENTO…
Vik da Gaza City
Festa della donna 2011: i regali dal mondo Leggi l'articolo »