mariah carrie obbliga una bambina africana a ringraziarla
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
di Gianni Lucini
«Un giorno Dio voleva trovare una soluzione al problema della carestia in Africa e, probabilmente per sbaglio, ha bussato alla porta di Bob Geldof. Quando questo irlandese trasandato ha aperto la porta, dopo qualche perplessità deve aver pensato: Oh, al diavolo, andrà bene anche lui!». Così nel 1985 la rivista “Life” esprimeva il proprio ammirato stupore nei confronti del successo economico e d’immagine del “Live Aid”, il più grande concerto benefico della storia della musica rock.
A vent’anni dall’evento il buon Bob ci riprova il prossimo 2 luglio moltiplicando palchi e artisti. Se nel 1985 erano due, uno a Londra e l’altro a Filadelfia, questa volta sono otto: Londra, Filadelfia, Roma, Parigi, Berlino, Johannesburg, Toronto e Tokio. La kermesse romana sarà al Circo Massimo. L’obiettivo dichiarato è quello di sensibilizzare le coscienze «perché i popoli obblighino i signori del G8 che si terrà il 6 luglio in Scozia, a cancellare il debito dei paesi poveri, per opporsi al distacco più inaccettabile del mondo, quello fra chi ha tutto e chi non ha niente». Fin qui le dichiarazioni, condite da un lungo elenco di personaggi ed eventi nell’evento, dalla riunificazione dei Pink Floyd all’esibizione di Paul McCartney insieme agli U2. Anche sul palco italiano saliranno tanti artisti. Tutto bene, dunque? No, perché i giornali in questi giorni hanno parlato dei primi dubbi e delle prime defezioni. I Rolling Stones hanno già fatto sapere che non ci saranno, senza aggiunte, mentre Damon Albarn dei Blur si è spinto un po’ più in là. Commentando l’installazione a Londra di un’area vip davanti al palco, cui si potrà accedere soltanto pagando 600 euro per un pacchetto che comprende concerto e pernottamento in alberghi esclusivi ha sbottato: «Non voglio prendere parte a un concerto così esclusivo. E’ davvero il modo di aiutare l’Africa?». In più si è scoperto che i soldi incassati dalla vendita dei biglietti londinesi serviranno per le spese d’allestimento del palco e per la diretta televisiva, mica per altro. Il numero di sponsor interessati a partecipare all’evento mondiale è altissimo e comprende aziende di tutti i tipi tanto da far scrivere al “Times” che il giro d’affari è tale da sfuggire al controllo degli organizzatori. Qui da noi Vasco Rossi ha già fatto sapere che non ci sarà, così come Mina, Celentano, Ramazzotti e la Mannoia, tutti interpellati e dati in qualche modo per presenti hanno declinato l’invito con tanti auguri. L’elenco dei perplessi si sta allungando con Jovanotti, De Gregori, Subsonica e altri che chiedono qualche spiegazione in più mentre dopo qualche titubanza Ligabue ha annunciato la sua adesione, così come Baglioni.
Quel che accade in Italia sta avvenendo anche in altre parti del mondo, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Se in qualche caso si tratta di semplice disinteresse, non può essere casuale che in varie parti del pianeta un numero consistente di gruppi e artisti attivi nel movimento contro la guerra eviti l’evento. Sui palchi in mondovisione ci saranno quasi tutti i divi dello show business, ma la componente più antagonista si terrà fuori.
Che cosa sta succedendo? Succede che Bob Geldof ha smesso da tempo di essere “santo”. E’ stato tiepido sulla guerra in Irak e, insieme al suo amico Bono, si è dimostrato ambiguo su Bush nella recente competizione elettorale americana. Mentre nelle piazze centinaia d’artisti erano impegnati nei tour “Rock Against Bush” e “Vote For Change” entrambi hanno esaltato l’impegno preso dal Presidente per la riduzione del debito. Oggi negli ambienti più impegnati del rock e del pop viene percepito e disegnato più come una sorta di dama di carità che come un combattente impegnato a cambiare lo stato di cose presenti. Non son mancate neppure le critiche nel merito del programma alle quali il nostro ha risposto peggiorando la situazione. A chi gli domandava perché sui palchi dell’evento ci fossero così pochi artisti africani l’ingenuo Bob ha risposto «Ho girato quattordici paesi africani e dovunque amano la stessa musica. In Africa ho ascoltato Eminem e Will Smith…». Come dire che la colonizzazione culturale è un problema secondario e, nel nome della concretezza degli aiuti, si può anche far finta di non vedere che l’evento rischia di essere una straordinaria operazione mediatica delle major globali.
Niente paura, comunque, chi c’è c’è e chi non c’è s’arrangi. Tanto il 2 luglio, quando si accenderanno i riflettori milioni di spettatori nelle loro tranquille case d’Occidente assisteranno ai concerti sentendosi finalmente più buoni. Sono questi i miracoli di Santo Bob.
bob Geldof ha smesso da tempo di essere santo Leggi l'articolo »
In occasione della presentazione del suo nuovo album, “In the heart of the moon”, Ali Farka Touré ha parlato del Live 8 e della sua partecipazione all’evento (vedi News). “Quello che sto per dire ‘n’engage que moi’, parlo per me: ci sono africani che non rappresentano l’Africa. Youssou N’Dour non può parlare dell’Africa perché non fa musica africana. E’ la cultura europea, non la storia della musica africana quello che può raccontarvi”. Ha spiegato Touré. “Il Live 8 serve agli africani invitati. Il Womad sì che serve, una volta ci ho suonato anch’io e c’erano musicisti da tutta l’Africa. Quella è una vera organizzazione che ha iniziato qualcosa da noi. Ma quando si organizza qualcosa per un interesse personale a che serve?”. Fonte: La Repubblica
Una delle voci più critiche della predominanza anglosassone nel line up del concerto principale del Live 8 è stata quella dell’ex leader dei Blur Damon Albarn. «Se fai una festa per qualcuno, poi non gli chiudi la porta in faccia», ha detto Albarn in un’intervista alla Bbc in cui ha annunciato che la sua nuova band – i Gorillaz – non avrebbe partecipato all’evento.
Anche Black information link, un’organizzazione indipendente delle comunità nere del Regno unito, ha definito come «odiosa» l’assenza di artisti neri dalla scena londinese. «Bob Geldof ha scelto quasi solo musicisti bianchi per partecipare ad un evento che vuole evidenziare la piaga della povertà in Africa», dice un portavoce dell’associazione.
Live 8: cori di voci critiche Leggi l'articolo »
Impression:
I coloni ebrei sono di quanto più inumano, fanatico e pericoloso abbia mia incontrato.
guerrilla radio
Israeliani contro Israeliani, rischio di guerra civile??? Leggi l'articolo »
Mancano pochi giorni al disimpegno da Gaza e in Israele sale la tensione
Si chiama Avi Biebier, ha 19 anni. E’ il primo refusenick non vicino al movimento degli israeliani che si oppongono all’occupazione. Lui è il simbolo di un disagio nuovo che attraversa l’esercito israeliano: quello di coloro che si oppongono allo sgombero dei coloni dalla Striscia di Gaza.
Biebier è il primo che pagherà per essersi rifiutato, domenica scorsa, di partecipare alla demolizione delle prime case dei coloni e di disperdere i manifestanti. E’ trattenuto in una base militare in stato di fermo e soprattutto in attesa di giudizio. Il caso Bibier rischia di diventare molto frequente nei prossimi mesi, fino a creare un reale problema nelle forze armate israeliane. Almeno così dice un libro.
Un libro pericoloso. Provate a immaginare: lo stato di Israele, nato nel 1948 dopo tante sofferenze, che vive un guerra civile devastante con la scissione dei coloni.
La nascita di una seconda repubblica ebraica sulle ceneri causate da un conflitto. Coloni asserragliati nelle loro abitazioni che fanno esplodere bombole di gas, erigono barricate nelle strade e si chiudono nelle sinagoghe per impedire lo sgombero delle colonie della Striscia di Gaza ordinato dal governo di Tel Aviv.
Potrebbe sembrare il sogno realizzato dei gruppi terroristici che non vogliono la convivenza con Israele, ma anzi non hanno mai del tutto rinunciato alla sua distruzione. Israele diviso e debole.
Invece è lo scenario che disegna un libro che in questi giorni va a ruba in attesa dello sgombero in più fasi degli insediamenti nella Striscia di Gaza. Ventuno insediamenti abitati da circa 8mila persone saranno smantellati a partire dal 17 agosto prossimo.
Il libro ha un titolo esplicito: Questa estate ci sarà la guerra civile. Lo ha scritto Yossi Blum Halevy, storico militare vicino ideologicamente alla destra oltranzista israeliana. Il tomo, di circa 200 pagine, è ordinabile via internet sul sito Katif.net, quello dei coloni dell’insediamento di Gush Katif, nella Striscia di Gaza.
Il libro non è niente più di una provocazione, anche se il numero elevato di ordini ne hanno fatto quasi un caso letterario. Pare difficile che tante persone credano che vada a finire così, ma sicuramente il clima in Israele diventa sempre più arroventato.
Le prime operazioni di sgombero, che peraltro riguardavano solo alcuni edifici abbandonati da tempo, hanno causato nei giorni scorsi degli scontri a Shirat Hayam, a sud della Striscia di Gaza. Su scala ridotta si sono viste tutte le possibili tonalità del disimpegno: coloni che opponevano resistenza civile allo sgombero, militari israeliani divisi di fronte all’idea di dover usare la forza contro altri israeliani.
L’unico ad averci rimesso è stato un cronista di Yedioth Ahronot che nella calca si è fratturato una gamba. Ma il disimpegno deve andare avanti.
Il disimpegno. La rinuncia per i coloni alla terra che ormai consideravano casa loro è un passaggio traumatico, ma la scelta del Governo Sharon pare irrevocabile.
Sul disimpegno il premier israeliano ha messo in giuoco la sua stessa maggioranza e adesso non può tornare indietro. Le incognite restano tante, anche perché un settore notevole delle forze armate, riunitosi sotto la sigla Difensive Shield, ha annunciato che molti militari si opporranno allo sgombero dei coloni.
Per le strade di Gerusalemme sono migliaia le macchine con la bandierina arancione che svolazza, scelta come simbolo da tutti quelli che considerano una concessione inaccettabile la rinuncia a terre che, come la Striscia di Gaza, loro considerano un diritto sancito dalle sacre scritture.
Un segno positivo in questo senso è il fatto che i coloni dell’insediamento di Gush Katif, il più grande con i suoi cinquemila coloni, abbia deciso di accettare l’offerta del governo di trasferirsi a Netzarim in cambio di un indennizzo economico.
Ma contemporaneamente continuano le manifestazioni contro il disimpegno. Lunedì, sulle principale strade d’Israele, è andata in scena l’operazione ‘Fermati e Rifletti’. La manifestazione, organizzata dallo Yesha Council, un’associazione di coloni, chiedeva a tutti i sostenitori della causa dei coloni di parcheggiare le auto sulle strade principali e di fermarsi a riflettere su quello che sta accadendo. La manifestazione è riuscita e, stando ai calcoli della polizia, c’era molta più gente di quei mille coloni irriducibili che secondo Sharon non rappresentano la maggioranza della popolazione israeliana.
I sondaggi peraltro sembrano dargli ragione e la maggioranza degli israeliani è favorevole al disimpegno da Gaza. Ha’aretz, uno dei quotidiani israeliani più importanti, ha sulla home page del suo sito un timer che tiene il conto alla rovescia dei giorni che mancano al disimpegno.
La situazione non sarà apocalittica come la descrive Halevy nel suo libro, ma la società israeliana è molto più divisa di quanto dica Sharon nei sui discorsi
pochi giorni dal ritiro da Gaza e lo spettro della guerra civile Leggi l'articolo »
NEO-CONSERVATORI IRANIANI CONTRO NEO-CONSERVATORI AMERICANI
DOPO L’ELEZIONE DI Mahmoud Ahmadinejad Leggi l'articolo »
Giustizia sembra compiersi
entro i territori che dell’ingiustizia fan la clausula di convivenza con il popolo oppresso confinante.
A quanto pare il soldato israeliano che uccise Tom
verrà condannato,
e rischia una pena di venti anni.
Vale la pena qui ricordare il commento dei genitori poco dopo aver udito la sentenza di colpevolezza,
l’omicidio di Tom ha ricevuto giustizia in quanto lui era un occidentale,
ma ciò che a lui è accaduto succede ogni giorni in Palestina
per mano armata dei soldati israeliani,
addestrati dai loro superiori a fare fuoco contro esseri umani disarmati
e tutte le donne barbaramente ammazzate
tutti i bimbi mutilati e uccisi
tutti gli omicidi di civili uccisi dall’esercito di tel aviv
non riceveranno mai alcuna giustizia…
guerrilla radio
Fu ferito nella striscia di Gaza da un militare israeliano mentre aiutava dei cittadini palestinesi a mettersi al riparo durante uno scontro a fuoco. Morì, dopo nove mesi di agonia, nel gennaio del 2004, in un ospedale di Londra. L’assassino del pacifista britannico Tom Hurndall (attivista del Movimento di Solidarietà Internazionale) è stato oggi condannato da un Tribunale militare dello Stato ebraico. La corte lo ha giudicato colpevole di “omicidio involontario”. La pena del soldato Taysir Hayb sarà decisa nei prossimi giorni
giustizia per Tom Hurdall??? Leggi l'articolo »
da L’Unità
LA GUERRA GIUDIZIARIA con gli Usa è ormai dichiarata per la vicenda del rapimento dell’Imam della moschea milanese di via Quaranta, Abu Omar. Il gip Chiara Nobili, nell’ordinanza in cui dispone l’arresto di 13 agenti della Cia responsabili del sequestro scrive
chiaramente che è stato il responsabile dell’ufficio Cia di Milano Robert Seldon Lady ad «avere coordinato l’azione, garantendo altresì collegamenti ed assistenza agli altri concorrenti nel reato, anche per effetto della sua pregressa presenza ed attività lavorativa a Milano». Il gip sottolinea la gravità dell’episodio «al di là del puro e semplice reato di sequestro di persona. In primo luogo, il fatto che si trattasse di un rifugiato politico «costituisce un gravissimo attacco all’autorità dello Stato Italiano e ai trattati internazionali in materia». In secondo luogo «il fatto che la condotta appare essere stata posta in essere da cittadini stranieri e finalizzata ad ottenere la detenzione in uno Stato estero, senza che nessuna autorità Italiana sia stata avvisata della vicenda o della presenza di un titolo custodiale o abbia minimamente autorizzato la limitazione di libertà». In terzo luogo, il fatto che si trattasse di persona sottoposta ad indagini da parte delle autorità italiane, con la conseguenza che la sottrazione di un siffatto soggetto ha costituito un oggettivo ostacolo all’effettivo accertamento dei fatti da parte dell’Autorità Giudiziaria».
Erano inizialmente 19 le richieste di arresto per il reato di sequestro di persona formulate dai procuratori aggiunti Armano Spataro e Ferdinando Pomarici. Gli altri restano indagati.
E vediamo la storia, che emerge dalla relazione del gip. Nasr Osama Mostafa Hassan, alias Abu Omar, egiziano, aveva ottenuto asilo politico nel 2001 ma fu poi indagato per reati di terrorismo internazionale. C’è una testimone, una donna egiziana che aveva assistito alla scena del rapimento: uomini con abiti occidentali che caricavano a forza su un furgone Abu Omar, vestito con la sua bianca jalabiyya, che urlando aveva richiamato la sua attenzione. Chiedeva aiuto in arabo. Per oltre un anno dopo il sequestro, non vi era stato alcun significativo progresso nelle indagini. L’imam riappare in conversazioni telefoniche intercettate dalla procura milanese. Parlando con la moglie diceva di trovarsi in Egitto, di essere stato sequestrato, portato in una base americana e quindi, in aereo, trasferito in Egitto, dove era stato detenuto fino a quel momento, sottoposto a gravi torture e rilasciato per gravi problemi di salute. La moglie dichiara a verbale: «mi ha detto di essere stato sempre detenuto e di essere stato sottoposto in carcere a ogni tipo di tortura, perché gli egiziani volevano da lui informazioni che egli non era in grado di dare e che al termine delle torture lo avevano obbligato a firmare una dichiarazione con cui affermava di avere volontariamente scelto di consegnarsi alle autorità egiziane».
Altra testimonianza concordante è quella di Abu Imad, l’imam della moschea di viale Jenner che riuscì a mettersi in contatto con lui e a raccogliere un suo dettagliato racconto. Conferma il sequestro, il trasferimento ad Aviano: durante il tragitto, durato 5 ore gli fu tappata la bocca col nastro adesivo, fu minacciato di morte se avesse urlato. Nella base Usa «mi disse di essere stato picchiato, torturato, interrogato». All’alba venne caricato su un aereo militare e trasferito al Cairo. Qui, secondo il testimone, incontrò il ministro dell’interno egiziano Habib Al Adly che «in sostanza gli disse che se voleva lavorare come infiltrato dei servizi segreti egiziani sarebbe stato fatto ritornare in Italia entro 48 ore, altrimenti si sarebbe assunto la responsabilità del rifiuto». Abu Omar rifiutò e fu incarcerato fino alla sua liberazione del 20 aprile 2004. Abu Imad conferma il racconto di tremende torture, chiuso in una stanza dove venivano diffusi suoni ad altissimo volume che gli hanno lesionato l’udito. Poi passaggi da «una specie di sauna ad altissima temperatura e subito dopo in una cella frigorifera, producendo dolori fortissimi alle ossa, come se si stessero spaccando». E ancora appeso a testa in giù, con elettrodi applicati nelle parti delicate e sensibili del corpo compreso l’apparato genitale. Ha subito danni alla deambulazione ed all’apparato urinario ed era diventato incontinente». Ottenne la scarcerazione promettendo di tacere su tutta la vicenda ma una volta liberò violò gli accordi e venne riarrestato. La moglie dice di averlo visto un’ultima volta il 21 febbraio del 2005 nel carcere vicino ad Alessandria. Da allora nessuno ha più avuto sue notizie.
imam Abu Omar, rapito dalla cia e torturato in Italia Leggi l'articolo »
di red
Il ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld ha confermato ufficialmente quanto riferito dal settimanale britannico The Sunday Times, secondo cui colloqui tra emissari americani e rappresentanti della guerriglia sarebbero effettivamente avvenuti in Iraq. In televisione Rumsfeld ha riconosciuto infatti che incontri tra le parti vi sono già stati, e che per conto di Washington vi hanno preso parte inviati dello stesso Pentagono.
L’articolo del Sunday Times racconta con molti particolari gli incontri che si sarebbero tenuti a partire dal 3 giugno scorso in una villa sulle colline attorno a Balda, una quarantina di chilometri a nord di Baghdad. Mediatore degli incontri sarebbe il ministro dell’elettricità Ayham al-Samurai, un sunnita vissuto per vent’anni negli Stati Uniti durante il regime di Saddam Hussein.
Secondo il settimanale i «colloqui sembrano rappresentare il primo serio sforzo da parte degli americani e degli insorti iracheni per trovare un terreno di intesa comune da quando le violenze si sono intensificate nella scorsa primavera»
Da parte americana agli incontri avrebbero partecipato alcuni ufficiali, un funzionario del Congresso e un rappresentante dell’ambasciata Usa a Baghdad. Tra gli insorti c’erano i rappresentanti di numerosi gruppi guerriglieri, tra i quali Ansar al-Sunna, a cui sono attribuiti numerosi attacchi suicidi, tra i quali quello che uccise 22 soldati americani in base a Mosul alla vigilia di Natale.
donald rumsfeld: a colloquio coi guerriglieri Leggi l'articolo »
Gesù Cristo,
che era nero e di certo non cogli occhi azzurri
potrà gioire di lassù
nel non vedere più quelle orrendi croci ardere nella notte.
Ma magari la lega nord sta per proporre un decreto
per issarne di nuove
dinnanzi ai disperati che sbarcano in sicilia in cerca di accoglienza.
guerrilla radio
Israele potrebbe riconsegnare altre due città palestinesi, Betlemme e Kalkilya, al controllo della sicurezza Anp nelle prossime due settimane: lo ha indicato questa sera la radio pubblica israeliana dopo il vertice tenuto nel pomeriggio a Gerusalemme fra il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen. Due città della Cisgiordania, Gerico e Tulkarem, sono già state consegnate nelle scorse settimane al controllo palestinese. Il passaggio all’Anp di cinque città della Cisgiordania, compresa anche Ramallah, era stato concordato fra Sharon e Abu Mazen già al precedente vertice di Sharm el Sheikh l’8 febbraio scorso.
Il vertice di oggi, durato due ore, si è tenuto nella residenza del premier israeliano tra imponenti misure di sicurezza. Ariel Sharon e Mahmoud Abbas non sembrano aver fatto grandi progressi sui punti cruciali di un più agevole ritiro di Israele da Gaza e sul processo di pace. “Abbiamo ancora vittime”, ha detto Sharon lamentandosi con Abbas.
“E’ andata abbastanza male”, ha dichiarato invece un funzionario palestinese chiedendo di non essere identificato, perché le due parti non hanno diffuso dettagli sull’incontro. “E’ stato un incontro difficile, non all’altezza delle nostre aspettative”: così il premier palestinese Abu Ala, in una conferenza stampa a Ramallah, ha definito il summit. Ha aggiunto che non c’e’ stata alcuna risposta positiva alle richieste avanzate dalla delegazione palestinese.
Scettico sulla possibilità che il vertice modifichi la realtà è la l’avviso del movimento di resistenza islamico Hamas. ”Nulla verrà compiuto dal punto di vista del rilascio dei prigionieri, del ritiro dalle città della Cisgiordania e della fine dell’aggressione militare ai danni del nostro popolo”, si legge in una dichiarazione, nella quale si esprime stupore per il fatto che Abbas abbia acconsentito ad incontrare Sharon a Gerusalemme, dando così a Israele – si conclude – il pretesto di ribadire ancora una volta che Gerusalemme è capitale dello stato ebraico
vertice sharon-Mahmoud Abbas Leggi l'articolo »
il pasto nudo
una lecita domanda: the nation Leggi l'articolo »
«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere».
.
Salvatore Cuffaro, Governatore della Regione Sicilia, ai Magistrati che lo avevano convocato per rispondere ad alcune domande relative al procedimento “Talpe in Procura”, nel quale il presidente di Regione risulta imputato; 18 giugno 2005.
cuffaro: tale presidente tale governatore Leggi l'articolo »
Colombia – 16.6.2005
Intervista a Fernando Botero, autore di opere sulla tortura dalla Colombia a Abu Ghraib
Da giovedì 16 giugno, a Palazzo Venezia a Roma, Fernando Botero mette in mostra le sue ultime tele sulle tremende torture avvenute nel carcere di Abu Ghraib. Sono quindici anni che l’artista non espone i suoi quadri in una mostra personale nella città eterna. Indignazione e denuncia dipinte da un pennello e racchiuse in una cornice. Fino al 25 settembre.
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Maestro, che cosa l’ha spinta dipingere 65 tele sull’orrenda situazione delle torture di Abu Ghraib?
“Queste sono opere dettate dell’indignazione, che ho sentito io ma che ha sentito tutto il mondo quando abbiamo saputo che i soldati statunitensi torturavano i prigionieri iracheni a Abu Ghraib. Lo shock prodotto da questa notizia ha fatto in modo che iniziassi a buttare giù dei disegni, così ho iniziato a dipingere questa situazione”.
Qual è lo slittamento semantico che avviene nelle immagini di Abu Grahib una volta che vengono ridipinte? Cosa si aggiunge rispetto al linguaggio della fotografia fatto passare dai media?
“La fotografia è stata utile per me per vedere l’ambiente del carcere. Ma non ho preso le foto come punto di partenza per i miei quadri. Non avrebbe avuto senso. Ho visto le fotografie e ho letto gli articoli, mi sono fatto domande e solo così mi sono ispirato. Le foto sono lì da guardare. I miei quadri sono un’altra cosa”.
La scelta dei temi da lei trattati, quelli della guerra come in Colombia o della tortura come nel caso di Abu Ghraib, è una forma di polemica contro il disimpegno e l’individualismo dominanti nella scena dell’arte contemporanea?
“Si, soprattutto su Abu Ghraib, dove tutti gli articoli apparsi sui giornali americani, dal New York Time Magazine al Washington Post mi hanno ispirato. Dopo averli letti ho avuto una bella capacità creativa e voluto dare forma alle mie letture e a quello che avevo visto. Non ho inventato niente. Ho solo riprodotto l’immagine mentale che mi aveva dato la sola lettura di questi testi. Prima di fare le serie di quadri su Abu Ghraib, ho fatto una serie di opere che erano ispirate alla guerra violenta che devasta la Colombia, un’enorme tragedia per la nostra gente, per la nostra terra. Tutte queste opere adesso sono al museo nazionale della Colombia, le ho donate e sono lì da vedere. Ma non hanno nulla a che fare con questa serie di quadri ispirati ad Abu Ghraib”.
Gli artisti sono un mezzo per comunicare la violenza nella quale vive il mondo?
“L’artista non ha il potere per cambiare le cose, ma allo stesso tempo ha il “potere” di mettere insieme opere che servano come testimonianza permanente di quello che accade”.
La violenza della guerra è fonte ispiratrice per gli artisti?
“Quando ci sono situazioni di ingiustizia io mi sento in dovere a fare qualcosa. Ogni artista reagisce diversamente. Un uomo si indigna e come artista forma delle opere che siano testimonianze della situazione, che lascino il segno. Non si tratta di ispirazioni. Non si tratta di specializzarsi nel fare quadri su tutte le tragedie del mondo. Ci sono tante crudeltà al mondo in questo momento. Credo però che la gente non si aspettasse che il paese più ricco del mondo facesse queste torture come facevano 10 secoli fa con una perversione totale”.
Lei ha dichiarato che le opere che riguardano Abu Ghraib non saranno messe in vendita. Perchè?
“Vero, anzi verissimo. Fare soldi sul dolore umano, speculare sulla guerra, non fa parte della mia cultura. Tutte queste opere saranno senz’altro regalate ad un museo. Non so ancora a quale, magari a quello di Baghdad se sarà ancora in “piedi”. Di certo comunque le opere saranno donate”.
Quale prevede che sarà la reazione degli spettatori statunitensi quando andranno a vedere le sue opere su Abu Ghraib?
“Penso che più della metà della popolazione statunitense o comunque la stragrande maggioranza della gente sia contro questo tipo di pratica. Una cosa da ricordare è che è stata la stampa statunitense a rivelare queste immagini al mondo e anche oggi continua a condannare certi comportamenti. Spero e credo che se ci sarà una mostra dei miei quadri negli Stati Uniti, ci saranno delle persone che li apprezzeranno e altre persone che saranno disturbate dalla visione di quelle opere”.
Qual è il messaggio dei suoi dipinti? Questi in particolare?
“Più che avere un messaggio sono una testimonianza. Per far ricordare alle generazioni future, per far vedere dal punto di vista artistico immagini che corrispondono a verità. Grazie all’arte, si aggiunge dal punto di vista artistico un qualcosa a questa forte denuncia sociale. L’arte per la sua dimensione, per l’estetica mescolata alla verità, per la sua importanza è uno strumento di comunicazione impressionante”.
Arte e pace possono compiere un cammino comune?
“La pace è il grande desiderio di tutti gli uomini che vogliono vivere una vita tranquilla. Nel periodo di pace l’arte gioca un ruolo importante e trova la sua massima espressione. In un momento di guerra, invece, l’arte non si può apprezzare perché in quell’attimo l’uomo ha come primario desiderio la ricerca della sopravvivenza. L’arte in periodo di pace è il massimo desiderio della sollevazione umana”.
L’impegno politico è sempre stato caratteristica degli artisti e degli scrittori, in generale degli uomini di cultura. Perché secondo lei?
“Il mio non è impegno politico. La mia è una posizione umana. Penso che esistano cose al mondo che non si possono fare. Non è possibile vedere le torture subite da un uomo come è successo per i detenuti di Abu Grahib”.
A Oalazzo Venezia, Fernando Botero dipinge abu ghraib Leggi l'articolo »
Di ALBERTO FLORES D’ARCAIS
Le “torture” fanno da sempre parte della storia peggiore dell’umanità; le tecniche usate dai riservisti americani nella prigione di Abu Ghraib per abusare dei prigionieri di guerra e renderli più “docili e disponibili” a parlare hanno però molte somiglianze con quelle insegnate e descritte in due manuali della Cia negli anni Sessanta e Ottanta.
Questi due documenti “top secret” sono stati ieri declassificati dagli archivi nazionali di Washington insieme a un report segreto sullo stesso argomento scritto nel 1992 dall’attuale vicepresidente Dick Cheney (allora segretario alla Difesa nella Casa Bianca di Bush padre).
Il primo manuale della Cia (“Kubark Counterintelligence Interrogation”), dove Kubark è un nome in codice per definire la stessa Cia, risale al luglio 1963 ed è di 127 pagine. Ha una dettagliata sezione che si intitola “Coercive Counterintelligence Interrogation of Resistant Sources” divisa a sua volta in tre capitoli che si chiamano Minacce e paura, Dolore e Debolezza. Dopo diverse pagine accademiche che riprendono studi universitari e dotte citazioni sulla tortura il manuale descrive nei dettagli il modo migliore per “ottenere informazioni da fonti resistenti”.
Due i metodi base: non-coercitivi e coercitivi. Con il primo si tenta di far parlare il prigioniero convincendolo che è per il “suo” bene, che nessuno vuole fargli del male e così via. Più importante ovviamente il secondo, quello usato per far parlare chi non vuole, dove coercizione finisce per diventare facilmente tortura. Alcuni dettagli sono sottolineati. Ad esempio si raccomanda che scegliendo il luogo dell’interrogatorio “si conosca in anticipo che tipo di corrente elettrica ci sia, così che il trasformatore o gli altri apparecchi modificati siano a portata di mano”.
Nella sezione 9 (pagine 82-104 del manuale) sotto il titolo “Minacce e paure” gli agenti Cia autori del documento scrivono che “la minaccia di coercizione normalmente indebolisce o distrugge la resistenza più di quanto possa la coercizione stessa”. La minaccia di infliggere una dolore può in molti casi “suscitare una paura più grande di quanto non possa l’immediata sensazione fisica del dolore stesso”. Anche la voce “dolore” viene ampiamente analizzata. Si discutono le diverse teorie del dolore sottolineando come spesso la resistenza del soggetto cede per un dolore che lui ha l’impressione di infliggersi da solo “piuttosto che con la tortura vera e propria”. Un esempio? Costringendo il detenuto a stare in piedi per un lungo periodo di tempo si fa in modo che crolli la sua autofiducia, la certezza della resistenza sua e del suo fisico.
Dettagliata anche la descrizione della cella dove “interrogare”: deve essere “insonorizzata”, ci si deve portare solo un “soggetto” per volta, si deve avere chiaro che quella cella “è il campo di battaglia dove l’interrogante e il soggetto si incontrano e dove l’interrogante ha il vantaggio di avere il controllo totale del soggetto e del contesto ambientale”. La cella deve essere massimo 3 metri per 4, senza finestre, possibilmente con le mura bianche; deve avere uno specchio “a due vie” in modo che il soggetto possa essere guardato e “fotografato” dall’esterno.
Il secondo manuale (“Human Resource Exploitation Training Manual”) è di venti anni dopo ma riprende quasi per intero il primo, saltando le pagine più accademiche e richiamando in diverse pagine anche un altro manuale (questa volta redatto dall’intelligence dell’esercito), il cosiddetto “Project X”, in uso durante i primi anni della guerra del Vietnam per addestrare il personale militare alla controguerriglia. Lo “Human Resource” riprende in pieno le tecniche degli interrogatori coercitivi incluse le minacce di uso della violenza e la capacità – da parte dell’interrogante – di “manipolare l’ambiente del soggetto per creare una spiacevole e intollerante situazione, per fargli perdere ogni conoscenza di tempo, spazio e percezione sensitiva”.
Quando il Congresso durante gli anni Ottanta inizia ad indagare sulle atrocità commesse in America Centrale e sulle eventuali responsabilità di Cia e “istruttori” americani nelle torture decine di pagine dello “Human” vengono corrette a mano, per cambiare i passaggi più imbarazzanti, soprattutto quelli che sembravano un vero e proprio invito ad “abusare” dei prigionieri. La Cia rifece da capo l’introduzione con una frase che non lascia adito a dubbi: “L’uso della forza, la tortura psichica, le minacce, gli insulti o l’esporre un prigioniero a un trattamento disumano di qualsiasi tipo come aiuto per un interrogatorio è proibito dalla legge, internazionale e nazionale, non può essere mai autorizzato e non sarà mai perdonato”.
Nonostante questi cambiamenti, il manuale nella sua versione originaria viene tradotto in spagnolo per sette edizioni diverse e distribuito – tra il 1987 e il 1991 – in migliaia di copie ai vari corpi militari e di intelligence delle allora dittature militari: in Salvador, in Guatemala, in Ecuador, in Honduras, in Perù e nella “School of the Americas”, dove vennero addestrati alcuni dei più feroci torturatori dell’epoca. Solo nel 1991 venne aperta un’inchiesta quando il Comando Sud dell’esercito americano decise di usare il manuale nei “programmi di aiuto militare” alla Colombia, dove il governo era in duplice guerra contro i “narcotraficantes” e la guerriglia di estrema sinistra.
L’indagine interna, durata nove mesi, produce un rapporto che finisce sul tavolo di Cheney al Pentagono. Analizzando le istruzioni su come picchiare i prigionieri, condurre interrogatori pesanti e fare false esecuzioni, gli ispettori dell’esercito risalgono al “Project X”, scoprendo che quel manuale ormai vietatissimo, è, di fatto, sia pure con un altro nome, ancora in pieno uso. Secondo gli ispettori tutto questo può creare gravi problemi alla “credibilità dell’esercito degli Stati Uniti e provocare gravi e significativi imbarazzi”.
Cheney aggiunge alcune raccomandazioni per una “azione correttiva” e chiede che ove è possibile i manuali vengano ritirati e distrutti. L’ultimo documento declassificato è quello in cui un maggiore del controspionaggio dell’esercito, responsabile dei manuali in lingua spagnola, dice nel corso di una telefonata che i manuali sono stati mandati al Pentagono e che sono tornati indietro “approvati senza alcun cambiamento”.
Human Resource Exploitation Training Manual e Kubark Counterinte Leggi l'articolo »
A Verona: sospeso prete paladino del SI’
Prete, frate cappuccino come il suo vescovo, insegnante di etica nel seminario scaligero, ma favorevole al SI ai primi tre referendum: una tesi che padre Rodolfo Zecchini ha spiegato a lezione tra le sacre mura e ribadito sui giornali. “La legge è restrittiva e parte da un presupposto discutibile. Che l’embrione sia persona”, aveva detto al “Corriere di Verona”. “Certo, è un embrione umano, ma non è un uomo. Come se mangiare un uovo fosse uccidere una gallina”. Monsignor Flavio Roberto Carraro l’aveva zittito subito promettendo provvedimenti. E da ieri, a urne chiuse, padre Zecchini è un ex professore dello Studio teologico San Zeno. “Sollevato dall’incarico” dal vescovo imbarazzato perché proprio a verona l’anno prossimo si terranno le assise della Chiesa italiana.
padre rodolfo zecchini sospeso Leggi l'articolo »