Afghanistan e Nassiryaa: proiettili italiani vaganti.
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Pare che ci sia un problema di calibraggio,
nelle armi in dotazione ai soldati italiani di stanza in Iraq e Afghanistan.
Perchè a quanto appare i nostri eroici pacificatori,
fanno centro ovunque tranne che sul nemico.
Mentre procede una inchiesta della Procura militare nei confronti dei militari italiani a Nassirya per la violazione di quella norma del codice penale militare di guerra (art. 191) che vieta di sparare contro le ambulanze, ora ci si spara pure da sè, nelle camerate.
Come è morto il caporal maggiore capo Michele Sanfilippo ???
Dubito che ci sarà mia dato di saperlo,
Portiamoli subito a casa,
impediamo che continuino a rappresentare un pericolo per sè e per i civili che li circondano.
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guerrilla radio
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ascolta Crozza che canta zapatero zapatera
vai da giugioni
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Il Pakistan chiede aiuto:
«Abbiamo bisogno in modo impellente di medicinali, tende ed elicotteri per raggiungere persone in regioni lontane e tagliate fuori dal mondo», Ha pronunciato il suo presidente-dittatore Musharraf,
e a noi fa pensare,
quanti miliardi di dollari il Pakistan investe nella corsa agli armamenti.
Soldi che potrebbero essere confluiti nella sanità, servizio quasi inesistente in un paese del terzo mondo che possiede però l’atomica.
Niente ambulanze, ma centinaia di carri armati.
La calamità naturale che ha colpito il kasmir non è sorprendente, la regione è nel centro di una zona ad alta attività sismica.
Allora possibile che si pensi innanzittutto a riempire i magazzini di armi piuttosto che di tende da campo, medicinali, provviste di emergenza???
Il pakistan chiede aiuto,
speriamo che questo aiuto arrivi da più parti e presto ma,
speriamo che successivamente ci siano pressioni internazionali affinchè questo paese si occupi più della sua povera gente,
piuttosto che asservire gli interessi di pochi generali tanto amici dei nemici della pace.
ps.
Dove sono i nostri valorosi soldati che anche Prodi vorrebbe mantenere di stanza in Afghanistan?
Sono giusto a due passi, non li si potrebbe mandare a mollare i mitra e rimboccarsi le maniche?
sarebbe ancora forse l’ultima opportunità per le nostre truppe di riscattarsi.
guerrilla radio
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Da agnello ad agnello,
è la cocaina che regna, che segna lo stile della famiglia industriale piemontese.
allora chissennefrega.
Vergogna, vergogna
a tutti i telegiornali che stasera hanno aperto con come prima notizia Lapo intossicato dalla polvere bianca, snobbando le decina di migliaia di corpi di innocenti,
che lentamente, disperatamente, vengono estratti dalle macerie del kashmir per destinarli a più degna sepoltura.
E senza tregua, di seguito speciali su speciali, porta a porta,
ma chi se ne importa.
I capricci e i giochini pericolosi di questi miseri miliardari,
continuamente rimbalzano in primo piano su ogni teleschermo, quasi fossere anch’essi un reality,
mentre la notizia,
dell’ennesimo operaio suicidato perchè non riusciva più a tirare la fine del mese,
o della continua strage quotidiana,
una riga nelle ultime pagine di un qualche giornale locale
un riga a pagamento, nello spazio destinato ai necrologi.
Quanto è costata la riga coca che si è pippato ieri sera Sir lapo?
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guerrilla radio
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If you want to hang out,
You’ve got to take her out COCAINE
If you want to get down
Down on the ground COCAINE
She don’t lie,
She don’t lie,
She don’t lie
cocaine.
If you got bad news,
You want to kick them blues
cocaine
When your day is done,
And you want to run,
cocaine,
She don’t lie,
She don’t lie,
She don’t lie
cocaine.
-Eric Clapton
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Quanto è costata la riga di coca che si è pippato ieri Sir lapo Leggi l'articolo »
10.10.2005
di Domenico Gallo È ritornato il fantasma dell’ambulanza di Nassiriya. Nell’agosto del 2004, mentre gli americani cercavano di avere ragione dei miliziani di Moqtada Al Sadr, asserragliati nella città santa di Najaf, anche a Nassiriya si sono verificati degli scontri che hanno visto coinvolti i militari italiani del reggimento Lagunari Serenissima, schierati in difesa dei tre ponti sull’Eufrate.
Nel corso di tali scontri, avvenuti nella notte fra il 5 ed il 6 agosto, secondo la versione ufficiale, i militari italiani che presidiavano il Ponte Charlie, avrebbero bloccato un’autobomba diretta contro di loro, facendola esplodere.
Tuttavia nei giorni immediatamente successivi è stato trasmesso dal Tg3 delle 19 e poi dal Tg2 delle 20 un filmato girato dal giornalista americano Micah Garen, che in quel periodo si trovava a Nassiriya ospite del contingente italiano, in cui veniva intervistato il conducente di un’ambulanza (e mostrato il veicolo semidistrutto), il quale sosteneva che i militari italiani avevano sparato contro l’ambulanza che trasportava una donna partoriente all’Ospedale di Nassiriya, provocando la morte della donna e di altre persone.
Sulla vicenda è calato un silenzio tombale in quanto le notizie divulgate da Garen sono state totalmente ignorate dalla stampa ed il fatto è stata cancellato come se non fosse mai accaduto.
Soltanto l’Unità ha informato i suoi lettori ed ha ripreso le fonti ospedaliere di Nassiriya, che confermavano che un’ambulanza, con sette persone a bordo, era stata colpita dal fuoco italiano, che aveva provocato la morte di più persone, ed ha cercato di ottenere riscontri dagli ambienti militari italiani, trovandosi di fronte allo stesso muro di gomma che abbiamo conosciuto nella vicenda di Ustica.
Il 27 agosto del 2004 vi è stata una seduta delle Commissioni Riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato per ascoltare le comunicazioni del Governo in ordine agli eventi iracheni ed in particolare in ordine alla drammatica vicenda del rapimento e dell’uccisone del giornalista italiano Enzo Baldoni. Nel corso della seduta i deputati Cento (Verdi) e Deiana (Prc) hanno chiesto chiarimenti sull’episodio dell’ambulanza.
Nell’occasione il Ministro degli esteri Frattini ha respinto, con indignazione, ogni addebito, dichiarando che la notizia era completamente falsa. Testualmente: «È sbagliato ed ingiusto asserire che i nostri militari hanno sparato contro un’ambulanza con una donna incinta a bordo. Semplicemente non è vero».
Secondo Frattini la falsità della notizia sarebbe stata dimostrata dagli atti e dalle smentite. Gli atti sarebbero una inchiesta del reggimento lagunari Serenissima (cioè quel reggimento che – in ipotesi – avrebbe colpito l’ambulanza) che avrebbe smascherato la falsità del filmato che Garen ha inviato alla Rai, scoprendo che la persona indicata come autista dell’ambulanza non era altri che l’interprete dello stesso Garen.
Le smentite sarebbero venute dagli stessi giornalisti della Rai che «hanno smentito questa notizia falsa, che offende ingiustamente i nostri militari». Quindi Frattini ha aggiunto che il «giorno successivo il giornalista veniva contattato dagli addetti stampa del nostro contingente per chiarire i termini della smentita che il giornalista ha accettato».
In sostanza Frattini, guardandosi bene dal fornire una ricostruzione dei fatti, ha negato che l’evento si sarebbe verificato, appoggiando questa sua «verità» su tre argomenti: una presunta inchiesta dei lagunari, la smentita della Rai ed un presunto riconoscimento dell’errore da parte dello stesso Garen. In realtà si trattava di argomentazioni del tutto inconsistenti, a cominciare da quello principale della Rai. Una approfondita ricostruzione pubblicata sul sito dell’Associazione articolo21, ha chiarito che nessuna smentita è stata mai fatta dal Tg2 e dal Tg3 in merito alla notizia in sé. È stato precisato che il giornalista Rai in servizio a Nassiriya (Agostino Mauriello) ha riversato al Tg2 e al Tg3 le immagini girate da Garen con l’intervista all’autista dell’ambulanza, il commento del generale Dalzini e il testo del servizio. Il riversamento è iniziato attorno alle 18.40-18.45 ed è finito oltre le 19.00, quando il Tg3 era ormai in onda.
Il Tg3 ha avuto quindi tempi strettissimi per montare. Nella concitazione, al posto dell’autista che dava la sua testimonianza è stato messa l’immagine dell’interprete. Questo errore è stato subito segnalato da Mauriello ed il Tg3 si affrettato a mettere sull’avviso il Tg2, che stava montando il servizio per l’edizione delle 20.30. Il Tg2 ha quindi mandato le immagini corrette: a parlare era l’autista dell’ambulanza.
La Rai, pertanto, non solo non ha smentito, ma ha raccolto nuova documentazione poiché il Tg3, nei giorni successivi alla trasmissione, ha mandato in onda un altro servizio, sempre da Nassiriya, in cui a parlare era un medico iracheno in servizio all’ospedale italiano, che confermava la versione dell’autista dell’ambulanza.
Infine, per quanto riguarda Garen, costui non ha smentito un bel niente, anzi dalle e-mail che lo stesso giornalista americano ha inviato ai suoi interlocutori (pubblicate dall’Unità del 18 agosto 2004) risulta esattamente il contrario, in quanto Garen insiste nella sua tesi.
L’inconsistenza delle argomentazioni di Frattini non ha fatto da velo alla boria con cui è stato smentito un fatto realmente accaduto. Evidentemente il Ministro degli Esteri, ed il suo sodale Ministro della Difesa, si sono fidati troppo della loro autorità, confidando che il potere consenta anche di forgiare la verità a proprio piacimento. Non dicevano forse gli antichi: Auctoritas facit veritatem? Ma hanno commesso un errore, si sono dimenticati dei giudici.
Dalla interrogazione presentata oggi da alcuni deputati dell’opposizione emerge che la Procura militare ha aperto un’inchiesta nei confronti di militari italiani per la violazione di quella norma del codice penale militare di guerra (art. 191) che vieta di sparare contro le ambulanze.
Se c’è un’azione disonorevole al massimo, anche secondo l’etica militare, è quella di sparare contro le ambulanze. Ma è più vile (per un soldato) sparare su un’ambulanza o (per un uomo politico) trincerarsi dietro la propria autorità per negare di aver sparato sull’ambulanza, mentendo spudoratamente al Parlamento ed al popolo italiano?
Ai lettori l’ardua sentenza.
soldati sparano ad un ambulanza a Nassiriya (Micah Garen) Leggi l'articolo »
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(l’ultima intervista di Pier Paolo Pasolini)
D – Pasolini, tu hai dato, nei tuoi scritti e nei tuoi articoli, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò “la situazione” e tu sai che con ciò intendo parlare della scena in cui, in generale, ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La “situazione”, con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito ed il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della “situazione”. Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi…
P – Si ho capito, ma io non solo lo tento quel pensiero, ma anche ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radiali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare ad un loro congresso). In grande un esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un fatto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una gran quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno, alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e l’acqua per i deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, la “situazione” e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. Ed in che modo.
D – Ecco, descrivi allora la “situazione”. Tu sai benissimo che i tuoi interventi ed il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella, ma si può anche vedere o capire poco.
P – Grazie per l’immagine del sole ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso o di dieci anni prima, e poi diciamo: ma strano che questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito, o è un criminale isolato, o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o uno per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione “Parigi brucia” tutti sono lì con le lacrime agli occhi ed una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita, (un frutto del tempo è che lava le cose come le facciate delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per scegliere. Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e collabora (mettiamo alla televisione)
Sia per campare, sia perché non è mica un delitto. L’altro, o gli altri, i gruppi, ti vengono incontro o addosso con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi, e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e slogan, ma che cosa li separa dal “potere”?
D – Che cos’è il potere per te, dov’è, dove sta, come lo sani?
P – Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione e una manovra di borsa, uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso la spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.
D – Ti hanno accusato di non distinguere politicamente ed ideologicamente, di aver perso il senso della differenza profonda che deve pur esserci tra fascisti e non fascisti, soprattutto tra i giovani.
P – Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dall’altra? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco dl genere. Ecco io vedo così le truppe di intellettuali, sociologi, esperti, giornalisti dalla intenzioni più nobili. Le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è più il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anche io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia. Con la vita che faccio ho già pagato un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno, se torno, ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.
D – E qual è la verità?
P – Mi dispiace aver usato questo termine. Volevo dire “evidenza”. Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: un’educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti nell’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In quest’arena siamo spinti come una strana e cupa armata con cannoni e spranghe. Allora una prima divisione, classica, è “stare con i più deboli”. Ma io dico che in un certo senso tutti sono deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.
D – Allora, fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, ed hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema ed hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (in fatti hai in genere molto successo popolare, sei “consumato” avidamente dal tuo pubblico), ma anche di una macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
P – A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, il mondo diventa nostro, e non dobbiamo usare né la borsa né i consigli di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano c’era il padrone turpe con il cilindro ed i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che con i suoi pargoli chiedeva giustizia. Il bel mondo di Brecht, insomma.
D – Come dire che hai nostalgia di quel mondo.
P – No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanto predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere di che segno sei. Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse, se ha qualche soffio di vita, a quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, poi lui o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la “situazione” È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, un’acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un gran fiume. Però per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del “cantando sotto la pioggia”. Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico non perdiamo tutto il tempo a mettere un’etichetta qui ed una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta acqua prima che restiamo tutti annegati.
D – E per questo tu vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici?
P – Detta così sarebbe una stupidaggine: ma la cosiddetta scuola dell’obbligo forma per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di sé stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà ispirarmi una delle prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e bandiere diverse. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione. Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato la “vita violenta”.
Non vi illudete. E voi siete con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di quest’ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere sul delitto la vostra bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano queste cose si trova la pace fabbricando scaffali.
D – Ma abolire vuol dire per forza creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine faranno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata nella sua visione di un mondo diverso non può essere più primitiva e se non vogliamo usare l’espressione più avanzata…
P – Che mi fa rabbrividire..
D – Se non vogliamo usare frasi fatte un’indicazione ci deve pur essere. Per esempio: nella fantascienza, come nel nazismo si bruciavano libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiuse le televisioni, come anima il suo presepe?
P – Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere nel mio linguaggio vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico, disperato, quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata, intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire. Signori questo è un cancro, non un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido o un disgraziato? Prima del cancro, dico. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici, e divento pazzo. Non sanno di che paese stanno parlando, sono lontani come la luna. E i letterati, i sociologi, gli esperti di ogni genere.
D – Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
P – Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri ed i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.
D – Pasolini, se tu vedi la vita così non so se accetti questa domanda: come pensi di evitare il pericolo ed il rischio?
È diventato tardi, Pasolini non accende la luce ed è difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. “Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare, lascio le note che aggiungo per domattina”.
Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di P. P. Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.
(fonte: sagarana.net – Intervista tratta da Tuttolibri, settimanale d’informazione edito da La Stampa, pubblicata l’8 novembre del 1975, a pagg. 3- 4. L’intervista è stata fatta da Furio Colombo.)
Siamo tutti in pericolo. (l’ultima intervista di Pier Paolo Paso Leggi l'articolo »
Tratto da “il Giornale”, n. 247 del 18-10-2005 pagina 15
MILANO, 18 ottobre 2005 – Un’accusa pesante, quella di aver procurato spinelli a un paziente gravemente malato nel tentativo di alleviarne le condizioni. Un’accusa che rischia adesso di bloccare l’attività di una casa di cura per disabili, dove sono ospitate 28 persone per lo più tetraplegiche, ma anche alcune in stato di coma. I Carabinieri dei Nas hanno infatti denunciato la direttrice del centro residenziale per assistenza ai disabili «Ca’ Luigi» di Arluno, in provincia di Milano, dopo aver trovato in un armadio alcune sigarette all’hashish, sette per un totale di 1.25 grammi, miscelate con tabacco.
Spinelli di cui, sotto controllo, faceva uso un giovane di 36 anni malato terminale, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, una terribile malattia neurologica degenerativa. Il controllo nella struttura residenziale è avvenuto a seguito di una segnalazione anonima. «Alessandro è arrivato da noi nel 2000 come persona che doveva essere accompagnata precocemente alla morte – racconta la direttrice, Daniela S. – ; era un etilista e faceva anche uso di droghe leggere. Ne abbiamo prolungato la vita, anche se abbiamo cercato in tutti i modi di alleviarne il calvario quotidiano. Così quando si è posto il problema di consentirgli quell’unica gratificazione dello spinello, ci siamo accordati perché ciò avvenisse sotto controllo del personale».
Una sigaretta al mattino e una alla sera accesagli da un assistente, visto che il paziente non è neppure in grado di far uso delle mani.
«Da quando sono intervenuti i Nas il giovane si rifiuta di vivere. Non si alza più dal letto, non mangia, non vuole vedere nessuno». A procurargli le piccole quantità di droga leggera ci pensava Antonio, paraplegico di 43 anni, che frequenta la struttura durante il giorno. «Cercavo di aiutarlo in questa maniera – racconta -, la compravo e gliela lasciavo in un armadio per quando ne aveva bisogno. In ogni caso per chi soffre della sua e della mia malattia, uno spinello costituisce proprio l’ultimo dei problemi».
Evidentemente nella Ca’ Luigi questa abitudine non era bene accetta a tutti, anche se praticata a fin di bene. Così è partita la denuncia. «Mi auguro che le indagini vengano svolte col massimo rigore e impegno – ha dichiarato l’avvocato Luciano Lampugnani -: non c’è solo in ballo l’onorabilità di chi dirige la struttura. Qui ci sono 28 disabili che rischiano di trovarsi sulla strada da un giorno all’altro».
E questa mattina il Centro residenziale di Arluno dove lavorano 70 persone, che non è della Asl ma è struttura accreditata e gestita da una Onlus, sarà al vaglio dei funzionari della sanità.
«La Direzione generale Asl Provincia di Milano 1 – spiega un nota – venuta a conoscenza dell’accaduto ha disposto per oggi un’ispezione immediata al fine di verificare la qualità dell’assistenza garantita agli ospiti».
Michele Perla
L’Italia ha detto no alla marijuana-terapia
– di Enza Cusmai –
Fallito un tentativo all’ospedale di Arenzano. Cannabis legale in Usa e Canada
Enza Cusmai
da Milano
Gerolamo Bianchi, primario dell’unità di reumatologia all’ospedale La Colletta di Arenzano, non ce l’ha fatta. Quattro anni fa aveva annunciato con grande enfasi, l’inizio della sperimentazione della marijuana nel suo ospedale. Il professore sosteneva che la cannabis fosse una panacea soprattutto per i malati di sclerosi multipla e si era dedicato anima e corpo a questa iniziativa. Bloccata prima ancora che dal ministero della Sanità (c’era Sirchia) dalla stessa azienda produttrice del prodotto.
«La casa farmaceutica aveva chiesto un finanziamento europeo per iniziare la sperimentazione – spiega Bianchi – ma non l’ha ottenuta così non se n’è fatto più nulla. So soltanto che in Inghilterra non si sono fermati ed è stato prodotto un spray. Purtroppo in Italia siamo molto indietro in questo settore, ma il limite è soprattutto politico».
E in effetti all’estero le cose non stanno così. In Gran Bretagna, proprio la camera dei Lord aveva autorizzato una sperimentazione su 600 malati di sclerosi multipla per verificare gli effetti lenitivi della cannabis sulla spasticità muscolare.
E un sondaggio tra i medici aveva rivelato che il 74% avrebbe voluto la cannabis a uso terapeutico.
In Canada, invece, la legalizzazione del suo uso per i malati terminali e per un impiego curativo è stato ammesso anche in nove Stati americani. In Europa è invece la Danimarca ad essere all’avanguardia sulla sperimentazione. Dopo aver somministrato dronabinolo (cannabis sintetica) a un gruppo di pazienti affetto da sclerosi multipla, è emerso che l’intensità media del dolore è diminuita. In sostanza quel farmaco sembra abbia un effetto analgesico modesto ma clinicamente rilevante sul dolore centrale nei pazienti con sclerosi multipla.
«Ca’ Luigi» di Arluno: Marijuna-terapeutica Leggi l'articolo »
il pasto nudo
si chiama Moja e si è ferito alla zampa destra dopo aver calpestato una mina.
Adesso è ricoverato in un ospedale per animali
Lampang , Thailandia: elefante ferito da una mina Leggi l'articolo »
Lode all’alleato di controscrittura informativa nuralema,
il merito di aver degnamente messo in evidenza,
il dramma degli immigrati subsahariani che cercano di oltrepassare il confine di filo spinato che si trova all’enclave spagnola di Melilla, sul territorio del Marocco, per entrare in territorio spagnolo. Fra decine di morti e centinaia di feriti settimanali.
E contemporaneamente il reportage di Fabrizio Gatti alias Bilal Ibrahim el Habib, infiltrato per una settimana come immigrato clandestino nel Cpa di Lampedusa, che denuncia maltrattamenti e sevizie,
in pratica tutte le condizioni inumane di una guantanamo all’italiana.
il post di nuralema è degno di nota e merita ampia diffusione.
Trovare la morte in cerca di Vita (by nuralema) Leggi l'articolo »
All’ospedale San Raffaele di Milano
settimo piano, reparto otorinolaringoiatra, alla stanza n.720.
Sono andato a trovare il martirio della Palestina.
Avrei voluto portare in dono
visitando Khaled, dei fiori rossi, uno dei colori della sua bandiera
ma non ho potuto.
Allora ho pensato ad un libro che narrasse nella nostra lingua della sua bella terra,
ma mi è stato impedito.
Infine, ho optato per della musica cantautorale nostrana (de andre non dista troppo da ahmed kaabour)
ma non mi è stato possibile.
Non ho potuto portare dei fiori,
a Khaled,
perchè Khaled ha perso il naso,
quel maledetto giorno a Tulkarem, strappato da un proiettile israeliano,
e senza naso come avrebbe potuto annusare il profumo delle mie rose?
Niente più libri per Khaled, cui piaceva leggere,
e pregare leggendo il suo corano.
Un occhio è ridotto male,
quell’altro è proprio andato,
dovranno mettergli una biglia al suo posto,
come si fa con le bambole rotte.
De Andrè rimarrà muto all’udito di Khaled,
perchè l’orecchio destro è stato spento dall’esplosione,
quel maledetto giorno a Tulkarem.
(Sono attonito,
Khaled pare più preoccupato
così ridotto,
di non poter trovar più moglie,
che delle sue ancora precarie condizioni.)
Quello stramaledetto giorno,
a Tulkarem, Khaled 21 anni,
guidava la sua macchina verso il centro città
di fianco sedeva Rami, 19 anni , dietro stava Ahmed.
Tutti ignari che in quel momento era scattato il coprifuoco,
vale a dire, truppe di israeliani erano entrati in città.
Avevano occupato edifici e case palestinesi in posizioni strategiche
e posizionati dei tiratori scelti
pronti a fare cecchinaggio a chiunque si trovasse a tiro dei loro fucili.
Quando la loro macchina ha iniziato a riempirsi di piombo,
Ahmed, seduto dietro, è stato il più lesto di tutti.
Aperta la portiera, e si è gettato fuori con l’auto ancora in movimento.
E’ riuscito a mettersi in salvo.
Rami invece è stato preso in pieno petto, più volte
è deceduto all’istante.
Khaled no, nonostante il proiettile esplosivo l’ha preso in pieno volto,
il suo cuore batteva ancora,
di speranza, di persistente orgoglio.
Proiettile esplosivo
che in quanto esplosivo
ha fatto il suo dovere, dilaniando il suo viso
non così il cecchino israeliano
che in quanto assassino
e non avendo ucciso
ma solo ferito
non avrà ottenuto la promozione
(sharon scuote il suo obeso corpo in segno di dissenso)
Alcune schegge
si sono fermate a pochi millimetri dal cervello di Kahled,
e lì rimmaranno
come minacce permanenti,
come ricordi di orrori irremovibili.
Entro qualche giorno Khaled
sprovvisto di visto
sarà costretto a lasciare milano e
così com’è
tutto bendato e sopra una carrozella
tentare
di tornare in palestina
procedendo verso quel valico,
dalla giordania,
che a me è stato violentemente ostruito,
a lui che ha come unica colpa
l’aver avuto amici simpatizzanti di un gruppo di resistenza
cosa riserverà l’ accoglienza democratica di Israele???
settimo piano, reparto otorinolaringoiatra, alla stanza n.720.
Andate a trovare il martirio della Palestina.
Per tutti quelli come lui
per quelli vivi,
per i martiri morti.
questa è la sua storia:
(Vik Nasser)
Vengo dal campo rifugiati di Tulkarem
nella Cisgiordania della Palestina e sono cresciuto sotto l’occupazione illegale
israeliana. Sono nato il dieci agosto 1984. Ho frequentato la scuola elementare sotto
l’amministrazione militare di Israele. Hanno ostruito la mia educazione
e questo ha contribuito al fatto che io abbia lasciato la scuola presto, anche
per aiutare mio padre a supportare la nostra famiglia in Palestina che stava
affrontando serie difficoltà. In quegli anni lavoravo con mio padre in una fattoria di proprietà di altri.
Noi abbiamo perso la nostra terra nel 1948 durante la creazione dello Stato di Israele.
Quello che guadagnavamo lavorando la terra dei nostri vicini era appena
sufficiente alla nostra sopravvivenza. In quel periodo ho aperto gli occhi sul conflitto fra
Israele e Palestina.
L’occupazione interferiva con ogni aspetto della nostra vita. La vita legata
alla Intifada era molto provante, lavoravo giorno e notte per sostenere la mia famiglia.
Mi ricordo che i soldati israeliani durante l’ultima
Intifada picchiavano persone e sparavano per le strade.
Le nostre case erano molto povere: la mia non aveva tetto. C’erano due stanze
senza tetto che la nostra famiglia ha poi ricoperto con lamiere di zinco e
conteneva nove membri della famiglia. Come risultato della caduta degli
accordi di pace e dell’ascesa di Sharon ci fu una seconda Intifada nel 2000,
quando io avevo 17 anni. Ho visto quello che succedeva e mi feriva vedere così
tanto sangue e umiliazione. Ho perso molti vicini di casa e altre persone della zona. Ricordo di avere visto cadaveri e donne
che piangevano. Esprimevo la mia rabbia e cercavo di capire cosa stava
succedendo e perchè. Mia nonna mi disse che la stessa cosa succedeva da molto tempo.
Cercare di sopravvivere ed aiutare mio padre era difficile: ho cercato a lungo
lavoro. Avevo bisogno di soldi per pagare il mio affitto alla terra della
fattoria. Non fu facile trovare le risorse. Nel 2002 la situazione è peggiorata e i soldati israeliani hanno cominciato a
entrare nelle città e deliberatamente anche nelle case distruggendo ogni
cosa nelle abitazioni del campo rifugiati con l’intento di danneggiarle in
maniera permanente. Nel 2003 sono stato obbligato ad andarmene (senza
scarpe nè vestiti) dal campo in cui ero stato imprigionato tutta la mia vita.
Ho visto i soldati insultare mio padre e mia madre. Loro, quando avevano 14 anni, erano stati obbligati a lasciare le loro case
per riunirsi nell’area della scuola delle Nazioni Unite (la mia ex scuola)
che venne poi distrutta. Ci hanno obbligato a pulire le strade ed altre
umiliazioni del genere. Coloro a cui avevano sparato sono stati obbligati a restare
sotto il sole tutto il giorno con le ferite aperte e sono stati poi
picchiati. La polizia palestinese ha cercato di resistere all’invasione israeliana e il
risultato fu un massacro da parte degli israeliani. Quel giorno sotto
l’invasione 18 persone furono uccise inclusi due autisti di ambulanze. Ho visto la
brutalità dei soldati e la loro capacità di uccidere senza pensare. La morte di diciotto persone di un
solo piccolo posto ha significato un cambiamento
drammatico ed ha causato una devastazione emotiva specialmente per i parenti
stretti di coloro che erano stati uccisi, come nel caso di Tariq Abo Jamoz.
28 giugno 2003
Mio cugino Hani Krawish stava mangiando con altre
quattro persone. Io sono testimone oculare come le forze speciali israeliane
hanno sparato a morte su di loro. A questo ha fatto seguito un aereo che ha
bombardato il gruppo. Mi venne dette che c’era una persona ricercata fra di
loro, in quella casa. Due di loro furono fatti saltare in pezzi e due restarono
seriamente feriti. Mio cugino Hani era uno dei due che vennero uccisi. Le
mani di mio cugino e dell’altra persona furono lasciate come messaggio di
avvertimento, e da quel giorno noi non sappiamo che fine abbiano fatto i loro
corpi. Rimasi profondamente arrabbiato e disturbato. Mi sentii
incapace di fare qualunque cosa, tutta la famiglia piangeva. Cinque mesi più
tardi stavo parlando con il fratello di Hani, Hisham ed in quel momento gli
spararono in testa. L’ho visto cadere, ho visto la sua testa aperta, sanguinante. Mi ricordo lo sparo. Ma non
potevo muovermi e soccorrerlo perchè c’era un cecchino di fronte a me, era
troppo pericoloso cercare di aiutarlo, non ricordo nient’altro. A parte
piangere non capivo cosa stava succedendo ma potevo
ancora sentire gli spari dei fucili tutto intorno. Non posso descrivere questo
sentimento. I miei cugini, gli amici e tutta la famiglia divennero
persone ricercate. Se uno della famiglia viene ferito o arrestato significa
che tutta la famiglia diventa sospetta, da tenere sott’occhio, e riceve
angherie. Occasionalmente quando ci incontravamo con i miei famigliari i soldati
israeliani ingiuriavano il nome della famiglia e i nostri nomi e facevano ci
accusavano di falsità. Ero in una macchina durante un coprifuoco con altri
amici ( i coprifuoco possono a volte durare per settimane e più).
E’ uso comune dei soldati israeliani sparare dagli edifici che stanno
occupando, per imporre il coprifuoco, e per spaventare le persone che lo
infrangono sparano molte centinaia di pallottole. Non ricordo nient’altro, tranne quanto ho appreso
dopo: ci avevano sparato ed hanno ritardato l’ambulanza che arrivò per portare
all’ospedale chi di noi era ferito.Come risultato di questo ritardo il mio amico
Rami, che era seduto a fianco a me, morì. Hanno circondato l’ospedale e hanno
chiesto di vedere il mio corpo. I dottori si sono rifiutati.
Mi hanno sequestrato ugualmente e mi hanno portato in un centro militare dove
sono restato circa un mese. Hanno stilato un bollettino medico dove si
dichiarava che io ero “clinicamente morto” e si aspettavano che io morissi del
tutto in pochi. Mi hanno rinchiuso a Gerico per altri 15 giorni. Dopo ciò sono
stato spostato nell’ospedale di Nablus in Cisgiordania. Un mese dopo sono
uscito dal coma e ho cominciato a ricordare, a riconoscere le persone ma non
riuscivo a sentire niente. Non potevo parlare e non mi potevo muovere, non sapevo cosa stava succedendo e neppure che il mio
amico Rami era morto e che altre 17 persone in strada erano state colpite e
seriamente ferite. Dopo ciò ho cominciato a sentire dolore in tutto il corpo, non
sapevo perchè fossi stato preso come bersaglio, forse risultavo tra le
persone ricercate. E’ difficile vivere senza comunicare con la propria
comunità, al tempo non ero cosciente che mi stavano ancora cercando. I miei
parenti volevano venirmi a prendere e portarmi via velocemente dall’ospedale.
Successivamente ho realizzato che gli israeliani mi stavano cercando. La
mia famiglia aveva paura che fossi arrestato e che non potessi ricevere cure
mediche in prigione. Il mio corpo soffriva moltissimo e non sapevo perchè ero
completamente bendato.
Poi mia madre e altri parenti mi dissero cosa era successo. Ero molto triste
di aver perso metà della mia faccia, il mio naso e il mio occhio. Non potevo
camminare. Sentivo come coltelli in tutto il corpo. Mi sentivo vivo in un
corpo morto.
Stavo lentamente morendo.
Non riesco a descrivere la sofferenza di quei
sentimenti.
La mia vita è diventata lacrime, sofferenza e ricordi.
Mi resi conto che non potevo più muovermi ma decisi di
provare a rimettermi.
Cercai di espatriare per ottenere trattamenti medici,
dato che in Palestina era impossibile trovare strutture mediche adatte. Gli
israeliani mi rifiutarono il permesso di uscire.
Dopo cinque mesi, quando Yasser Arafat morì e Mahamoud
Abbas andò al potere decisero di rilasciare alcuni prigionieri e autorizzare circa 100 feriti a
lasciare il Paese per farsi curare. Io ero uno di quelli
Con l’aiuto dell’ISBO, un’organizzazione umanitaria italiana e con il supporto
del Kinisat organizzazione arabo-israeliana, ho ottenuto il permesso di
recarmi a Milano, in Italia, per la terapia e di sottopormi ad un intervento
di chirurgia plastica. Sono arrivato un mese fa. Per questo motivo mi trovo a Milano, ora. Mi hanno
ricostruito il naso e sto ora aspettando che le ferite guariscano da questa
recente operazione per poi potere applicare un occhio artificiale. A seguito di questo dovrò cominciare
un percorso a lungo termine di fisioterapia e massaggi necessari a riabilitare
il movimento delle mie mani e delle mie gambe.
Sono determinato ad affrontare tutto questo. Da quando sono qui mi hanno avvisato che i soldati
israeliani stanno chiedendo dove sono, che cosa sto facendo e quando tornerò.
Questo mi preoccupa moltissimo. Potrebbero essere ancora interessati a me.
Sono molto preoccupato che io possa essere ferito nuovamente o imprigionato o
che si vanifichi la possibilità di qualunque trattamento fisioterapico.
Considerando che c’è voluto molto tempo per avere il
permesso e l’autorizzazione a partire per curarmi, che hanno
fatto il mio nome ai mass media, che per lungo tempo non mi hanno autorizzato ad
ottenere trattamenti medici, tutto ciò potrebbe significare che hanno
intenzione di far ritardare la mia guarigione e questo significherebbe seri danni
al processo di riabilitazione.
Per questo motivo rimarco la mia preoccupazione in
merito al ritornare in Cisgiordania, poichè non c’è nessuna garanzia riguardo
al trattamento israeliano, dato anche dal fatto che il conflitto
continuo rende tutta la zona instabile.
Sono stato molto riservato nel parlare dell’interesse
degli israeliani nei miei confronti fino ad oggi, perchè temevo che questo
avesse potuto interferire con le mie cure e che l’argomento avesse
potuto mettere in pericolo la mia famiglia a casa.
Il primo gennaio del 2005 nella stessa parte del campo
dove fui colpito io, cinque giovani sono stati uccisi e la situazione ad
oggi è ancora altamente rischiosa.
L’esercito israeliano continua a pattugliare ed a
imporre il coprifuoco giorno
e notte, a parte per l’approvvigionamento quotidiano.
Infine, vorrei dichiare che la mia priorità ora è di
tornare il prima possibile ad una vita normale, nonostante mi manchi
metà del mio corpo. Non ho perso fiducia di poter condurre una vita normale
nonostante queste difficoltà e di poter migliorare la mia situazione.
Desidero creare una famiglia stabile a cui relazionarsi e che lo supporti,
come qualunque altro essere umano.
. thanx to ahmad and osama and jebreal and maryt. and vanessa
STORIA DI K. (come non potei portare fiori) Leggi l'articolo »
rai
bruno vespa: chi striscia non inciampa
rai:
di tette di più.
le tette di bruno vespa. la tv italiana di oggi. Leggi l'articolo »
Iraq – 11.10.2005
Intervista a Houzan Mahmud, irachena che si batte per i diritti delle donne
Houzan Mahmud è la responsabile della sezione britannica di The Organization of Women’s Freedom in Iraq. Da quanto è nata l’organizzazione, il suo compito è stato quello di far conoscere e raccontare al mondo i problemi e le esigenze della popolazione irachena, con particolare attenzione, ovviamente, alla condizione femminile. È iniziata così una serie di viaggi, conferenze, incontri e dibattiti, che hanno portato l’attivista irachena in diversi paesi del mondo: dove non è arrivata fisicamente, Houzan è arrivata con le parole, attraverso i numerosi articoli scritti per alcune importanti testate britanniche. A meno di una settimana dal Referendum sulla Costituzione in Iraq, vi proponiamo un nuovo capitolo di questo racconto.
D – Ci può spiegare di che cosa si occupa, quando e perché è nata la sua organizzazione?
R – L’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq è stata fondata il 22 giugno del 2003, a soli due mesi dall’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti. L’idea che sta dietro alla fondazione di un’organizzazione di donne, è quella di difendere i diritti delle irachene e di far conoscere le violazioni da esse subite sia per mano delle forze occupanti, sia ad opera dei gruppi islamici. Questi estremisti religiosi sono arrivati in Iraq dopo lo scoppio della guerra per terrorizzare le persone e in particolare le donne. Per ucciderle, impaurirle e per mettere loro il velo. I fondamentalisti vogliono imporre uno stile di vita islamico alle irachene: la nostra organizzazione lotta invece per la separazione tra Stato e religione, in primo luogo per quanto riguarda il sistema dell’istruzione. Noi vogliamo libertà e uguaglianza, vogliamo che le donne abbiano la possibilità di partecipare alla vita sociale a tutti i livelli, economico, politico e civile.
D – Com’era la vita delle donne sotto il regime di Saddam Hussein? Come potrebbe cambiare la condizione femminile nel suo paese se in occasione del Referendum del 15 ottobre fosse approvata la nuova Costituzione?
R – Sotto il regime di Saddam Hussein ovviamente non avevamo molta libertà: il Rais era il dittatore di uno stato totalitario e quindi c’erano moltissime violazioni dal punto di vista dei diritti. Ad esempio non c’era la possibilità di creare gruppi organizzati indipendenti dal controllo dello Stato: c’erano associazioni di donne o sindacati, ma erano completamente controllate dal partito Ba’ath e in realtà non avevano molto a che fare con i diritti delle donne e dei lavoratori. Va comunque sottolineato che l’Iraq ha una lunga storia di movimenti di lotta, portati avanti sia dalle donne che dai lavoratori. Le irachene nel corso della loro storia hanno fatto numerose battaglie e sono quindi riuscite a conquistare alcuni diritti fondamentali. Nemmeno il regime di Saddam è riuscito a togliere loro queste conquiste: il diritto all’istruzione e quello al lavoro, la facoltà di contrarre matrimoni civili e di chiedere il divorzio, la possibilità di ottenere la custodia dei propri figli. Le donne potevano diventare giudici, insegnanti, scienziati e andare ovunque. Saddam sotto il suo regime aveva mantenuto alcuni dei vecchi valori religiosi, l’approccio della dittatura alle questioni femminili era certamente antiquato e conservatore: anche se una donna ricopriva posizioni di rilievo sul piano della professione, quando tornava a casa era comunque costretta a sbrigare le faccende domestiche, a lavare, a pulire, ma non era poi così male. Con la nuova Costituzione, invece, la donna verrebbe ridotta in condizioni di schiavitù, come un essere miserabile. Vogliono introdurre la Sharia, e tutti sappiamo cosa prevede la legge islamica per le donne: lapidazione in pubblico per le adultere, dimezzamento dell’eredità, ingiustizie di ogni tipo. Vogliono riportare le donne indietro di 100 anni invece di farci fare un passo in avanti. Per questo motivo l’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq ha combattuto contro questo nuovo testo con un’intensa campagna. Noi vogliamo una costituzione equa, laica, socialista che garantisca l’uguaglianza per le donne.
D – Gli Stati Uniti sostengono che se la costituzione sarà bocciata, il paese piomberà nella guerra civile. Lei è d’accordo?
R – Non sono affatto d’accordo. Si tratta di una contraddizione bella e buona perché proprio questa costituzione farà piombare la società irachena nella guerra civile. Si tratta di un testo di impronta federalista che divide la popolazione tra sunniti, sciiti e curdi, creando attriti, istituzionalizzando l’odio nella società irachena e dividendola secondo queste linee. Per questo noi ci siamo opposti alla nuova Costituzione, perché è appunto federalista, perché vuole introdurre la legge islamica ed è misogina. Non penso che questo testo porterà gli iracheni da nessuna parte, se non sull’orlo della guerra civile. Questa costituzione e questo governo sono stati calati e imposti dall’alto: le persone dovrebbero essere coinvolte nel processo di sviluppo politico e istituzionale del paese, attraverso una corretta informazione e dando loro la possibilità di eleggere i rappresentanti che poi dovranno proporre un testo costituzionale. Questo non è accaduto in Iraq: adesso si pretende che tutti vadano a votare, ma molti iracheni non sono stati per nulla informati su quello che sta accadendo intorno a loro. Quindi, anche se il governo riuscirà a portare alle urne parte della popolazione (come i membri dei partiti al potere e i loro sostenitori), questo non significherà affatto che gli iracheni hanno votato né che quanto sta accadendo è quello che vogliono gli cittadini. La nostra storia, le nostre battaglie e la nostra vita quotidiana dimostrano infatti che vogliamo tutt’altro.
D – In che modo l’occupazione statunitense ha influito e sta influendo nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in corso nel suo paese?
R – Quella che vediamo all’opera oggi in Iraq è una tirannia religiosa imposta dall’alto. Gli Stati Uniti hanno dato potere a gruppi politici di stampo islamico che hanno così preso il controllo di questo ‘Parlamento’ attingendo anche dalla rete terroristica islamica. Da al-Qaeda alle fazioni riconducibili ad al Zarqawi e Moqtada al Sadr, nel paese ci sono diversi gruppi che si auto-definiscono ‘di resistenza’ ma che secondo noi non sono altro che terroristi a cui non interessa affatto combattere per la libertà degli iracheni. La vera resistenza è quella portata avanti dai movimenti civili: nella nostra lotta siamo affiancate anche da altre realtà come le associazioni sindacali, il partito comunista dei lavoratori e da tutte le organizzazioni che hanno contribuito a fondare il Congresso per la Libertà dell’Iraq. Questi movimenti civili si prodigano per la costituzione, nel nostro paese, di uno stato laico, progressista ed egualitario, l’esatto contrario di quello che stanno costruendo gli americani. Ma gli Stati Uniti non si sono limitati a mettere il loro “governo fantoccio” alla guida dell’Iraq: hanno fatto anche di peggio. I militari statunitensi, infatti, hanno incarcerato nella prigione di Abu Ghraib diverse donne con la giustificazione che si trattava delle mogli, delle figlie, delle sorelle dei gerarchi del Partito Ba’ath. In realtà ci sono molti esponenti dell’attuale governo, ministri e personaggi al vertice della politica irachena come Iyad Allawi (Premier iracheno durante il governo di transizione ndr), che facevano parte della vecchia élite Ba’ath al potere con Saddam Hussein. Perché non mettono loro in prigione invece delle donne? Perché le stanno violentando, torturando e maltrattando per avere informazioni? Anche se fossero veramente le mogli, le sorelle o le figlie dei vecchi gerarchi, nessuno dà il diritto ai militari Usa di togliere loro la dignità e di trattarle in modo disumano solo per avere informazioni. Quelli a cui ricorrono gli statunitensi sono gli stessi identici metodi adottati da Saddam Hussein per combattere i dissidenti politici.
D – Cosa significa essere una donna nell’Iraq di oggi, avere un figlio o un marito? Come vanno le cose per quanto riguarda ad esempio l’istruzione o il sistema sanitario?
R – La vita, per la maggior parte degli iracheni è un vero e proprio inferno. I servizi basilari non sono ancora stati ripristinati, nonostante siano ormai passati due anni e mezzo dall’invasione. Mancano i medicinali, le scuole sono ancora chiuse e non si riesce a garantire un livello minimo di sicurezza. Le necessità basilari per la sopravvivenza degli esseri umani non sono assolutamente soddisfatte. Quello della sicurezza, ad esempio, è un problema enorme: la vita quotidiana è, in pratica, una lotta per la sopravvivenza. Anche se non teniamo conto degli attacchi terroristici, degli scontri, degli orrori e degli spargimenti di sangue, lo scenario quotidiano dell’Iraq resta drammatico. Migliaia di persone sono senza lavoro, la povertà dilaga, moltissime irachene sono state costrette a prostituirsi e sta sorgendo una vera e propria tratta delle schiave con i paesi vicini. È veramente doloroso vedere quanto sta accadendo oggi nel mio paese.
D – Nelle scorse settimane il Sottosegretario di Stato Usa Karen Hughes è stato impegnato in un viaggio attraverso il Medio Oriente finalizzato alla promozione dell’immagine del suo paese nell’area. La Huges ha incontrato molte donne, cercando di convincerle dei vantaggi dello stile di vita occidentale, trovando però una netta opposizione. Secondo lei è possibile pensare a un movimento di donne mediorientali che porti avanti la lotta per i diritti con i “propri” mezzi, secondo la propria cultura e indipendentemente da quanto cerca di imporre l’occidente?
R – C’è sempre stato un enorme potenziale in Medio Oriente per la nascita di un movimento laico, socialista e progressista, e non solo di impronta femminista. Gli Stati Uniti e i governi occidentali hanno sempre fatto però di tutto per ostacolarli, sostenendo i movimenti religiosi estremisti, favorendo l’islamizzazione della politica e mettendo al potere i partiti musulmani. Questo è quanto è successo in Afghanistan con i Talebani, voluti dagli Stati Uniti per combattere i comunisti. Oppure in Iran dove, nel 1979 c’era un forte movimento di sinistra: la rivoluzione allora fu fatta per rovesciare lo Scià non certo per mettere al potere Khomeini e introdurre la sharia. Quel regime fu imposto alla popolazione contro la volontà di tutti quegli iraniani che chiedevano uno stato progressista e laico.
Lo stesso sta accadendo oggi in Iraq: non abbiamo mai avuto una storia di barbarie a sfondo religioso, nel nostro paese non è mai stata instaurata la sharia e nemmeno Saddam Hussein nonostante tutta la violenza del suo regime ha mai osato introdurla. Ora gli Stati Uniti lo stanno facendo, affermando per di più che sarebbe la gente a volerlo. Ma non è affatto così. È l’imperialismo statunitense che promuove da sempre i regimi religiosi e conservatori, in modo da tenere il Medio Oriente in uno stato di arretratezza. L’Iraq ha una storia recente che può vantare un alto livello di istruzione tra le donne. Per molti anni le donne hanno occupato posti di lavoro di prestigio e si sono rese indipendenti a livello economico proprio perché era garantito loro il diritto all’istruzione. Questo da solo però non è sufficiente: dobbiamo cambiare l’approccio generale sulle questioni legate alla condizione della donna e per farlo è necessario cambiare i governi e gli stati. In Medio Oriente, infatti, l’oppressione della donna non è parte di una tradizione, non appartiene agli usi e costumi locali ma viene imposta dall’alto, è promossa e supportata dai governi nazionali, insieme all’islamizzazione. Per questo dobbiamo combatterli.
D – Pensa che in occidente ci sia una corretta percezione della condizione della donna mediorientale?
R – Il ritratto che propongono i media occidentali non è affatto corretto. Si parla sempre di donne con il velo, ignoranti e senza cultura, di donne passive che subiscono tutto quello che gli uomini impongono loro, ma ciò non è assolutamente vero. Centinaia di donne vengono uccise perché combattono per i loro diritti: ad esempio la Sharia vieta alle donne di avere rapporti sessuali prima del matrimonio, ma molte donne lo fanno ugualmente e per questo vengono uccise. Questo atteggiamento è già di per sé un tipo di resistenza: con il loro comportamento queste donne impediscono che l’Islam detti le regole della loro vita personale e sociale. Ci sono dei movimenti decisamente progressisti portati avanti da donne che lottano per l’uguaglianza in Iraq, in Iran, Afghanistan e in altri stati. Proprio i governi di quelle nazioni, insieme con alcuni paesi occidentali, non vogliono che questa immagine progressista arrivi al resto del mondo. Quello che è importante ricordare è che non ci sono differenze tra le donne: indipendentemente dalla loro provenienza tutte hanno gli stessi diritti. Noi come movimento progressista universale per i diritti delle donne dobbiamo lottare a livello globale, senza auto-segregarci. Ad esempio il movimento delle donne irachene è forte e quindi riceve molta attenzione a livello internazionale: per questo possiamo essere fonte di ispirazione per molte donne nel mondo, proprio perché riusciamo a portare avanti la nostra battaglia nonostante tutte le difficoltà che sta vivendo il nostro paese, nonostante in questo momento la religione stia condizionando in modo pesante la nostra società. Le donne irachene non sono isolate ma sono parte di un movimento internazionale.
intervista a cura di
Cinzia Chiappini e Mario Baccigalupi di Contattoradio
Condannate la Costituzione della disumanizzazione delle donne
Un’epoca di atrocità post occupazione si è aperta con la rivelazione del capitolo finale degli abusi contro i diritti umani in Iraq: una Costituzione che legalizza la discriminazione delle donne.
La bozza di Costituzione, che da qualche giorno circola segretamente, elimina i diritti minimi che le donne avevano sotto la precedente “legge sullo statuto della persona”, datata 1959. Anche se questa legge era in parte basata sulla Sha’ria islamica, includeva numerose riforme che fissavano le norme minime dei diritti umani per le donne, come impedire il matrimonio delle bambine e rendere la poligamia più difficile per gli uomini – una pratica che è permessa sotto la Sha’ria, oltre al pestaggio, alla lapidazione, alla flagellazione e all’obbligo del velo.
La bozza di Costituzione menziona, nel suo articolo 14, l’abrogazione della legge attuale e si limita a riferirsi alle leggi sulla famiglia come complemento della Sha’ria islamica e delle altre religioni in Iraq. In altri termini, lascia le donne vulnerabili a ogni forma di ineguaglianza e di discriminazione sociale, e le indica come cittadine di seconda classe e solo per metà umane.
Dopo l’inizio dell’occupazione, l’amministrazione Usa ha riconosciuto gli iracheni in funzione della loro identità etnica, nazionale o religiosa. Questa polarizzazione predeterminata della società attorno alle forze più reazionarie è stata accompagnata da un’arma ancora più mortale, la messa in atto di un governo di divisione e di ineguaglianza – una bomba a scoppio ritardato per una guerra civile che è già cominciata.
Inoltre, il solo ordine del giorno comune ai partiti al potere è quello dell’oppressione, del bigottismo e della misoginia, oltre al fatto di rappresentare gli interessi dell’occupante Usa.
I nemici della popolazione irachena che hanno lavorato sulla scrittura della Costituzione hanno deciso di dare vita alla risoluzione 137. Questa risoluzione isola le irachene dal mondo moderno e trasforma l’Iraq in un Afghanistan sotto il regime Talebano, dove l’oppressione e la discriminazione delle donne è istituzionalizzata attraverso la Sha’ria.
Noi abbiamo testimoniato della crescita e delle molteplici atrocità sotto questa occupazione. E’ venuto adesso il tempo per l’occupazione Usa di lasciare una impronta senza precedenti nel dileggio dei diritti umani, imponendo una costituzione che trasforma 13 milioni di donne in semi-umane.
Abbiamo bisogno del vostro aiuto per rigettare questa Costituzione che apre la via a decenni di massacri contro le donne.
Fate sapere ai difensori della libertà negli Usa quello che è fatto in loro nome e nel nome della democrazia.
Scrivete delle lettere aperte all’Amministrazione Usa, ai suoi alleati, e in modo particolare all’Onu. Ricordategli che i diritti della donne non possono essere venduti in cambio di una democrazia orribile, del razzismo, della divisione etnica, della religiosità, del settarismo e della misoginia.
Aiutateci a trovare una via d’uscita a questo attacco senza fine alle nostre libertà e alle nostre vite.
Yanar Mohammed
Responsabile dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (Organisation of Women’s Freedom in Iraq –OWFI)
23 luglio 2005
(Versione del testo pubblicato nella traduzione francese di Paola Mirenda)
iraq: Condannate la Costituzione della disumanizzazione delle do Leggi l'articolo »
Gesù Cristo entrò a Gerusalemme sul dorso di un mulo,
Il posteriore di Papa ratzinger necessitava di più confort,
ci pare allora più che giustificata la scelta di una mastodontica BMW x5 per il perfido porfido di S. Pietro.
g.r.
BMW “X5” – ACCOLTA DAL PAPA
(06/10/2005)
È vero che le Suv sono il male fatto automobile? Che sono il diavolo a quattro ruote? Molti pensano di sì, e hanno fatto della lotta a questi modelli la loro ragione di vita; alcuni Comuni, per esempio, hanno vietato alle Suv l’accesso ai centri urbani. Dati alla mano, è facile dimostrare che queste macchine, per quanto imponenti, non sono necessariamente più inquinanti di berline magari più pesanti o utilitarie prive di catalizzatore.
Dal punto di vista dell’immagine, serve altro. Serve un testimonial insospettabile, che dia alle Suv il suo benestare; meglio ancora: la sua benedizione. È forse a questo scopo, dunque, che Michael Ganal, membro del Consiglio d’amministrazione della Casa di Monaco, e Marco Saltalamacchia, presidente e amministratore delegato della filiale italiana, hanno consegnato al Papa una “X5” blindata (nella foto).
La vettura, comunica orgogliosamente il costruttore, si aggiunge a una flotta composta anche da una “525xi”, da una “740i” e da alcuni “C1”.
un papa sulla BMW . Leggi l'articolo »
di George Monbiot (Manifesto 07/11/2001) da Nexus
A Fort Benning, in Georgia, è aperta dal 1946 la “Scuola delle Americhe”. Lì gli Stati uniti hanno “laureato” terroristi, torturatori, dittatori latinoamericani: Salvador, Guatemala, Cile, Argentina, Perù, Colombia. Oggi cambia nome, azzerando così i delitti pregressi.
di George Monbiot* dal MANIFESTO del 7 novembre 2001
” Qualunque governo, se sponsorizza fuorilegge e assassini di innocenti – ha annunciato Bush il giorno in cui ha cominciato a bombardare l’Afghanistan – diventa esso stesso fuorilegge e assassino. E prende questa strada solitaria a suo rischio e pericolo”. Mi fa piacere che abbia detto “qualunque governo”, perché ce n’è uno che richiede urgentemente la sua attenzione, sebbene non sia stato ancora identificato come sponsor del terrorismo.
Da cinquantacinque anni a questa parte, esso gestisce un campo di addestramento terroristico le cui vittime superano di molto le vittime dell’attacco a New York, delle bombe alle ambasciate e delle altre atrocità attribuite, a ragione o a torto, a al-Qaeda. Il campo si chiama Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc). Si trova a Fort Benning, Georgia, ed è finanziato dal governo Bush.
Fino al gennaio di quest’anno, esso si chiamava “Scuola delle Americhe”, o Soa. Dal 1946 ha addestrato oltre 60.000 poliziotti e soldati dell’America Latina. Tra i suoi “laureati” vi sono molti dei torturatori, omicidi di massa, dittatori e terroristi di stato più famosi del continente. Come dimostrano centinaia di pagine di documentazione compilate dal gruppo di pressione Soa Watch, l’America Latina è stata fatta a pezzi dagli uomini che lo hanno frequentato.
Nel giugno di quest’anno il colonnello Byron Lima Estrada, che è stato addestrato in questa scuola, è stato condannato a Città del Guatemala per l’omicidio del vescovo Juan Gerardi avvenuto nel 1998. Gerardi fu ucciso perché aveva contribuito a redigere un rapporto sulle atrocità commesse dal D-2, l’agenzia di intelligence militare del Guatemala diretta da Lima Estrada con l’aiuto di altri due uomini usciti anche loro dal Soa. Il D-2 ha coordinato la campagna “anti-insurrezionale” che ha distrutto 448 villaggi Mayan Indian e ha assassinato decine di migliaia dei loro abitanti.
Alla Scuola delle Americhe ha studiato il 40% dei ministri che hanno preso parte ai regimi genocidi di Lucas Garcia, Rios Montt e Mejia Victores. Nel 1993 la commissione Onu per la verità sul Salvador ha dato un nome agli ufficiali dell’esercito che hanno commesso le peggiori atrocità della guerra civile. Due terzi di loro erano stati addestrati alla Scuola delle Americhe. Tra loro vi erano il capo degli squadroni della morte Roberto D’Aubuisson, gli uomini che hanno ucciso l’arcivescovo Oscar Romero, e 19 dei 26 soldati che uccisero i padri gesuiti nel 1989. In Cile, la polizia segreta di Augusto Pinochet e i suoi tre principali campi di concentramento erano diretti da uomini addestrati alla Scuola delle Americhe. Uno di essi ha partecipato all’uccisione di Orlando Letelier e Ronni Moffit a Washington nel 1976.
I dittatori argentini Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, i panamensi Manuel Noriega e Omar Torrijos, il peruviano Juan Velasco Alvarado e l’equadoregno Guillermo Rodriguez, si sono tutti avvalsi dell’addestramento ricevuto in questa scuola. Altrettanto hanno fatto il capo dello squadrone della morte “Grupo Colina” nel Perù di Fujimori, quattro dei cinque ufficiali che comandavano l’infame Battaglione 3-16 in Honduras (che negli anni ’80 controllava gli squadroni della morte in questo paese), e il comandante responsabile del massacro di Ocosigo avvenuto in Messico nel 1994.
Tutto questo, assicurano i difensori della scuola, è storia vecchia. Ma gli uomini addestrati alla Scuola delle Americhe sono coinvolti anche nella sporca guerra che si combatte attualmente in Colombia con il sostegno Usa.
Nel 1999 il rapporto del Dipartimento di stato americano sui diritti umani cita due uomini, addestrati in questa scuola, come gli assassini del commissario di pace Alex Lopera. L’anno scorso Human Rights Watch ha rivelato che sette uomini provenienti dalla stessa scuola comandano gruppi paramilitari in quel paese e hanno commissionato rapimenti, sparizioni, omicidi, massacri. Nel febbraio di quest’anno un altro uomo addestrato alla Scuola delle Americhe è stato condannato per complicità nella tortura e nell’uccisione di trenta contadini da parte dei paramilitari in Colombia. Nella scuola attualmente arrivano più studenti dalla Colombia che da qualunque altro paese.
L’Fbi definisce il terrorismo come “atti violenti… miranti a intimidire o a coartare la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo, o a interferire nella condotta di un governo”, una definizione che descrive precisamente le attività degli uomini Soa.
Ma come possiamo essere certi che il loro centro di addestramento abbia avuto una parte in tutto questo? Bene, nel 1996 il governo Usa è stato costretto a rendere pubblici sette dei manuali di addestramento della scuola. Tra gli altri consigli per i terroristi, essi raccomandavano il ricatto, la tortura, l’esecuzione e l’arresto dei parenti dei testimoni.
L’anno scorso, grazie anche alla campagna condotta da Soa Watch, molti membri del Congresso americano hanno cercato di far chiudere la scuola. Sono stati sconfitti per dieci voti. La Camera dei Rappresentanti ha votato invece per chiuderla e poi riaprirla immediatamente, sotto un altro nome.
Perciò, proprio mentre Windscale diventava Sellafield nella speranza di eludere la memoria pubblica, la Scuola delle Americhe si è lavata le mani del suo passato prendendo il nome di Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHISC). Come il colonnello della scuola Mark Morgan ha spiegato al Dipartimento della difesa, subito prima del voto del Congresso: “alcuni dei vostri capi ci hanno detto di non poter sostenere una cosa chiamata ‘Scuola delle Americhe’. La nostra proposta risponde a questa preoccupazione. Il nome è cambiato”.
Paul Coverdell, il senatore della Georgia che si era battuto per salvare la scuola, ha dichiarato ai giornali che i cambiamenti sarebbero stati “fondamentalmente cosmetici”.
Ma visitate il sito web del WHISC e vedrete che la Scuola delle Americhe è stata praticamente rimossa. Anche la pagina denominata “Storia” evita di nominarla. I corsi del WHISC, ci viene detto, “coprono un ampio spettro di aree rilevanti, come la pianificazione operativa per le operazioni di pace; i soccorsi in caso di disastri; le operazioni civili-militari; la pianificazione tattica e l’esecuzione di operazioni anti-droga”. Molte pagine descrivono le iniziative del centro a favore dei diritti umani. Ma, sebbene diano indicazioni su quasi l’intero programma di addestramento, non si parla di tecniche di combattimento e di commando, contro-insurrezione e
interrogatorio. Né si parla del fatto che le opzioni sulla “pace” e i “diritti umani” della scuola erano offerte anche dalla Scuola delle Americhe, per tenere a bada il Congresso e preservare il budget. Ma difficilmente gli studenti sceglievano di frequentare quei corsi.
Non possiamo aspettarci che questo campo di addestramento terrorista si auto-riformi: dopo tutto, esso rifiuta persino di riconoscere il proprio passato, per non parlare della possibilità di imparare da esso. Perciò – dato che le prove che collegano questa scuola alle atrocità che ancora avvengono in America Latina sono più schiaccianti delle prove che collegano i campi di addestramento di al-Qaeda all’attacco di New York – che cosa dobbiamo fare con i “cattivi” di Fort Benning, Georgia? Be’, possiamo chiedere ai nostri governi di esercitare la massima pressione diplomatica chiedendo l’estradizione dei comandanti della scuola, affinché siano processati per complicità in crimini contro l’umanità. In alternativa, potremmo domandare che i nostri governi attacchino gli Stati Uniti, bombardando le loro installazioni militari, le città e gli aeroporti. Il tutto nella speranza di rovesciare il suo governo non eletto e di sostituirlo con una nuova amministrazione sotto la supervisione dell’Onu.
Nel caso che questa proposta risulti impopolare presso il popolo americano, possiamo conquistare il loro consenso lanciando pane “naan” e curry essiccato in buste di plastica con sopra stampigliata la bandiera afghana.
Obietterete che questa proposta è ridicola, e io vi do ragione. Ma, per quanto ci provi, non riesco a vedere la differenza morale tra un simile comportamento e la guerra che si sta combattendo oggi in Afghanistan.
* Scrittore e giornalista, Monbiot è editorialista del Guardian e docente universitario a Keele, East London, Oxford, Bristol. Traduzione di Marina
A Fort Benning, in Georgia, Scuola delle Americhe, scuola di ter Leggi l'articolo »
Poniamo l’osservazione nelle nostre strade come diagnostica sullo stato del livello di civiltà della nazione.
Mi soffermerei in particolare sulla sempre più assidua frequenza in città di veicoli inutili, altamente inquinanti ed estremamente pericolosi per la circolazione come sono i SUV.
In Palestina ho assistito personalmente ai danni che gli Hummer possono compiere speronando normali autovettura (i soldati israeliani li conducevano proprio con questo scopo all’interno città palestinesi occupate)
Sono macchine da guerra in tutto e per tutto, dalla struttura portante al peso sin alla carrozzeria. Non capisco come molti sindaci di sinistra concedano il transito nelle città che amministrano a questi mortiferi automezzi.
Ai possessori di Suv la mia buona notte,
Vergognatevi,
siete corresponasabili della crisi energetica mondiale, dell’inquinamento delle nostre città che provoca tumori ed altre gravi malattie, delle stragi di innocenti sulle nostre strade.
guerrillaradio non guida i fuoristrada.
FUORISTRADA IN CITTÀ
ANATOMIA DI UN DELIRIO COLLETTIVO
“All my life I have searched for a car that feels a certain way… powerful like a gorilla,
yet soft and yielding like a Nerf Ball”
“ E’ una vita che cerco una macchina che mi dia quella certa sensazione… potente come
un gorilla, morbida come una palla antistress”
Homer Simpson
Si chiamano SUV, ovvero Sport Utility Vehicles. Rappresentano la categoria di autoveicoli che fa
registrare i più spettacolari tassi di crescita nei paesi ad industrializzazione avanzata. In Italia nel
1998 rappresentavano già il 2,6% delle nuove immatricolazioni. Nel febbraio 2004 sono arrivati al
5,47%. E’ il segmento di mercato su cui si stanno concentrando i maggiori investimenti di
marketing e comunicazione di molte case costruttrici. Negli USA al momento rappresentano circa il
20% del parco auto circolante e quasi il 50% delle vendite delle tre maggiori case automobilistiche
del continente, le cosiddette big three: Ford, GM e Chrysler. Ciò significa circa 3.5 milioni di nuovi
SUV all’anno. A questa crescita contribuiscono in massima parte gli abitanti di città, in USA come
in Italia. Con la differenza che l’Italia con sue strade tortuose e le sue croniche carenze di spazio
rappresenta un terreno ancora più inadatto ad ospitare queste gigantesche creature.
Il SUV è uno strano ibrido tra una fuoristrada, una maxiutilitaria
e una berlina, spesso inadatto sia
al trasporto urbano che al fuoristrada, con consumi spropositati. I possessori di SUV sono per lo più
abitanti di città che mai useranno l’auto per andare su percorsi accidentati. Prova ne è che solo una
minoranza dei SUV in vendita sono dotati di ridotte, le marce adatte alla guida su terreni
accidentati, in dotazione su soli 4 dei 10 modelli di SUV più venduti in Italia (vedi tabella 1).
Molti i motivi che fanno di queste psuedofuoristrada
urbane l’emblema della follia
dell’ipermotorizzazione contemporanea e l’idolo polemico di un vasto movimento di opinione in
tutto il mondo. Eccone alcune.
– Regresso tecnologico…………………………………………………………………… p. 2
– Un falso senso di sicurezza………………………………………………………….. p. 3
– L’effetto schiacciasassi………………………………………………………………… p. 7
– Storia di un ibrido…………………………………………………………………….. p. 7
– Il fattore marketing: immagini di natura incontaminata e altre fiabe…. p. 8
– Cresce il dissenso verso le fuoristrada da città…………………………………. p. 9
– Legambiente contro i SUV…………………………………………………………… p. 10
– SUV e dintorni: linkografia ragionata…………………………………………… p. 11
guerrilla radio contro i SUV Leggi l'articolo »
Polemiche anche a sinistra su utilità e danni della moda dei fuoristrada
Messi in fila, tutti i pro e soprattutto i contro di una scelta di libertà individuale (il veicolo fuoristrada) che può arrecare gravi danni all’ambiente, a chi ci sta intorno e anche a noi stessi. Le statistiche sugli incidenti e quelle sui consumi sono impressionanti; i problemi in città evidenti a tutti. E se per pochissimi il Suv può davvero essere necessario, o comunque utile, per i più è solo un’esibizione
Luca FazioFonte: www.ilmanifesto.it
Avranno anche ragione i fuoristradisti che ci scrivono perché offesi dal tono di un articolo sulle fuoristrada apparso su il manifesto del 27 giugno. E’ quasi sempre buona educazione non dare del coglione a nessuno, tantomeno riferendosi a un’intera categoria emergente di guidatori chic che a un primo sguardo si sarebbe tentati di ridurre allo stereotipo del nuovo ricco cafone di destra. Errore. Comunque, per non urtare la suscettibilità di qualche fuoristradista di sinistra, biasimiamo anche il sindaco di Londra, Ken Livingstone, quando dice che «è da veri idioti usarli in città». E non diamo troppo credito nemmeno a uno studio condotto negli Stati Uniti dalla Chrysler, secondo cui gli acquirenti di una 4×4 sono «soggetti orgogliosi, egocentrici e che hanno scarsa fiducia nel loro modo di guidare». Basta offese, dunque, per non irritare altri nostri lettori, che di destra certamente non sono. Curioso però, se la sono presa anche alcuni ascoltatori di Radio Popolare. Lettori e radioascoltatori (alcuni) si sono giustificati illustrando tutto il campionario di optionals indispensabili per sentirsi fuoristradisti politicamente corretti – e con la coda di paglia: chi porta il cane, chi carica la bici, chi abita dalle parti del Mulino Bianco, chi dà una mano alla protezione civile in caso di calamità, chi ha la nonna in carrozzella…
Fuoristradisti riformisti
I più sinceri sono i fuoristradisti «riformisti», quelli che hanno il coraggio di rivendicare la sacrosanta libertà di comprare quello che gli pare. Viene in mente la disputa filosofica sui pitbull: per un capriccio, è lecito girare in città rischiando di tritare il prossimo? Perché i Suv (Sport utility vehicles) oltre che fastidiosi sono pericolosi. Questo è un fatto.
E allora cerchiamo di capire perché in tutto il mondo sta montando la protesta contro le pseudo-fuoristrada urbane che stanno diventando il capro espiatorio di un sentire sempre più diffuso che individua nella follia ipermotorista il segno di un impazzimento collettivo non più sostenibile.
Negli Usa i Suv sono una mania. Rappresentano il 20% del parco auto circolante e quasi il 50% delle vendite di Ford, General Motors e Chrysler. In Italia, fino a cinque mesi fa, rappresentavano il 5,47% delle nuove immatricolazioni, il doppio rispetto al 1998. Presto sulle nostre strade sfreccerà anche l’Hummer H1, la mastodontica trappola dell’esercito Usa che per la modica cifra di 151.000 o 166.770 euro permette di scalare gradini alti 55 cm e superare guadi di 76 cm (la importerà la Cavauto North American Vehicle Division di Cantù; contro l’Hummer c’è un sito: www.onelesshummer.org). Altre sorprese le riserverà la 4×4 Fest, la quarta rassegna nazionale per patiti di fuoristrada che si terrà a Carrara il prossimo ottobre.
Ovunque, sono i cittadini più facoltosi ad aver contribuito alla crescita del mercato delle fuoristrada. Senza peccare di massimalismo (negli Usa una campagna anti Suv dice che consumare più petrolio significa dare soldi ai paesi che aiutano i terroristi, e uno spot misticheggiante va dicendo che Gesù «non girerebbe con una 4×4») è comunque un fatto incontestabile che queste schiacciasassi urbane consumano più carburante. E inquinano. Secondo uno studio di Legambiente, su dati forniti dai costruttori, «i 10 Suv più venduti d’Italia hanno consumi urbani del 60-70% superiori rispetto a quelli delle 10 auto più vendute». Non è solo un problema di portafogli, peraltro piuttosto gonfi (la Bmw X3 parte da 42.700 euro, la Porsche Cayenne, un mostro da 270 km/h per 2,5 tonnellate, costa 105 mila euro): forse non è un caso se nel 1990 i consumi delle auto italiane erano i più contenuti in Europa, mentre a partire dal 2001, anche grazie all’aumento della stazza media, il parco macchine nostrano quanto a consumi ha superato Danimarca, Finlandia, Francia e Austria.
Bisonti in spazi ristretti
In più, e questo è l’aspetto più problematico nelle aree urbane, i Suv sono come bisonti che si fanno largo in spazi sempre più ristretti: la lunghezza media sta tra i 4,80 e i 5 metri, la larghezza attorno a 2 metri. La stazza è un problema per gli altri automobilisti – per non parlare di pedoni e ciclisti – ma anche per gli stessi guidatori, che continuano a millantare uno strafottente senso di sicurezza ai danni dei più piccoli, sicurezza che viene regolarmente smentita da numerosi studi condotti negli Usa, e in tutte le prove su strada.
La National Highway Traffic Safety Administration ha bocciato il 30% dei modelli testati nel 2002. Alle stesse conclusioni è arrivata anche la rivista Quattroruote: «In certe manovre di emergenza le fuoristrada risultano più impacciate, meno agili e disinvolte e quindi per costituzione più inclini all’incidente».
Effetto collaterale
La scarsa tenuta di strada durante la cosiddetta «prova dell’alce» (scartare un ostacolo improvviso) è allarmante sul bagnato. Scrive il collaudatore: «Quando piove sembra di essere in barca, e allora ci tocca remare, con lo sterzo naturalmente». L’instabilità, dovuta al baricentro alto e ai pneumatici, si traduce in un’alta probabilità di ribaltamento. Negli Usa muoiono per ribaltamento 10-12 conducenti di Suv su 100.000 all’anno; i ribaltamenti causano il 53% delle morti da incidenti stradali per i Suv, e il 19% per le auto normali. Sul rischio ribaltamento esiste un sito internet (suvrollovernews.com/index.html) che offre consulenze legali per portare in tribunale i costruttori. Il discorso sicurezza non cambia anche per quanto riguarda gli spazi di frenata, che in media sono più lunghi per il peso eccessivo (con punte fino a 10 metri di differenza sul bagnato). La pericolosità per gli altri è un effetto collaterale che non dovrebbe lasciare indifferenti quelli che «io compro quello che mi pare». Sempre secondo il mensile Quattroruote, che non nutre simpatie per le auto scassate dei no global (c’è chi crede che la campagna anti-Suv sia la solita battaglia pauperista della sinistra stracciona…), per un automobilista investito lateralmente da un Suv il rischio di morte è 30 volte superiore. Secondo l’Insurance Institute for Highway Safety (Usa), in caso di scontri laterali tra una fuoristrada e un’auto la possibilità di avere un morto è 5,6 volte superiore che negli scontri tra auto normali. Negli scontri frontali è anche peggio a causa dei paraurti sporgenti e rafforzati: nel 2001 una direttiva del Consiglio europeo ha proposto di vietare questi paraurti, solo la Danimarca l’ha recepita. Ma il problema maggiore, nel traffico, è la scarsa visibilità, dall’alto dell’abitacolo, di pedoni e soprattutto ciclisti, costretti a viaggiare tenendo la destra. A Milano, la città più pericolosa per le bici, con ben 30.000 passaggi registrati quotidianamente solo nel centro storico, nel quadriennio 1999-2002 sono stati uccisi 20 ciclisti, mentre i feriti sono stati 3.151 (100 i morti in tutta la provincia) – dati tratti dal volume di Lorenzo Giorgio In bicicletta nelle aree urbane (Clup Editore).
Sono gli stessi americani che dopo aver creato il mostro per primi stanno cercando di trovare l’antidoto. Il dibattito sui Suv è finito addirittura nell’agenda elettorale del candidato democratico, John Kerry, il quale ha proposto una legge che prevede entro il 2015 un limite massimo di consumi di 13 km/lt per le auto private, un limite che taglierebbe fuori le fuoristrada.
Un giro vicino a casa
Peccato che, gli è stato fatto notare dai repubblicani, lo sfidante di Bush possiede una Chevrolet Suburban: da buon fuoristradista riformista, ha complicato le cose dicendo che la usa solo per farsi un giro vicino a casa. Kerry a parte, ambientalisti, consumatori e diversi testimonials americani – compresi i Simpson – sono sul piede di guerra. L’associazione Americans for Fuel Efficient Cars (Afec) ha elaborato il progetto per l’eco-efficienza automobilistica (www.detroitproject.com/ads/default.htm).
In Europa qualcuno ha già innescato la prima. In Francia, il ministro dell’ambiente, conservatore, ha promesso una tassa di 3.500 euro sull’acquisto dei Suv, e per contro un bonus di 800 euro per chi acquista auto a basse emissioni. Mentre il consiglio comunale di Parigi, sindaco il socialista Bertrand Delanoe, il 5 giugno ha approvato una delibera contro i Suv che entrerà in vigore tra 18 mesi: niente accesso nel centro storico. Provvedimenti di natura protezionista, si maligna, presi per difendere le case automobilistiche francesi, che non puntano sui fuoristrada.
Poco male, visto che Fiat, non può certo fare concorrenza ai colossi stranieri. Legambiente ci crede, e per questo si fa portavoce delle richieste che pubblichiamo qui a fianco. Rimanessero sulla carta, la campagna anti-Suv potrebbe comunque marciare da sola, basterebbe buttarla sul ridere per sedare i maniaci delle fuoristrada. Altrimenti peggio per noi. Come ci ha scritto un inferocito «colpevole fuoristradista milanese», quando saremo piantati nella neve con una «innocente e normalissima autovettura», lui si guarderà bene dal darci una mano! Suvvia…
ilmanifesto
La campagna di Legambiente
La campagna di Legambiente contro i Suv, o meglio per uso più intelligente di queste auto almeno all’interno delle aree urbane, si articola in sei punti. Si accettano proposte e suggerimenti, da comunicare all’indirizzo di posta elettronica «stopsuv@legambiente.org». 1) Istituzione di una patente speciale per i Suv, con una prova supplementare per accertare che il conducente sappia affrontare i rischi che derivano dal baricentro alto, dalla trazione integrale e dai pneumatici con fianco alto.
2) Divieto di circolazione per i Suv nei centri storici e sosta a pagamento maggiorata.
3) Disincentivi fiscali, tassa di proprietà maggiorata.
4) Obbligo da parte dei costruttori e dei venditori di informare sui danni ambientali, come previsto dalla normativa europea, per ogni tipo di automobile. Obbligo di affissione all’interno dei veicoli, come avviene negli Stati uniti, di apposite segnalazioni sulla pericolosita delle fuoristrada: «Vehicle may roll over» (il veicolo può rovesciarsi).
5) Richiesta agli editori affinché rifiutino la pubblicità dei Suv.
6) Richiesta al governo italiano di recepire la direttiva del Consiglio europeo che vieta i paraurti sporgenti.
suv: utilità e danni della moda dei fuoristrada Leggi l'articolo »
Martedì, 04 ottobre 2005
“È una cosa che fa piacere…”: il comico Beppe Grillo, oggi mattatore del web, dice poche parole per esprimere soddisfazione dopo aver visto il suo nome, l’unico di un italiano, nella classifica degli eroi europei 2005 stilata dal Time, 37 personaggi che hanno condotto battaglie difficili e spesso in assoluta solitudine, riuscendo, secondo il giornale, a migliorare il mondo e a diventare un esempio per la collettività.
Un titolo conquistato a colpi di gag che gli sono costati una carriera televisiva: nel mirino del comico genovese argomenti scottanti come scandali finanziari e corruzione politica ma, scrive il Time, si può bandire Grillo dalle televisioni, ma non si può soffocare il suo umorismo politico davvero unico.
L’articolo ricorda il modo diretto e sferzante con cui Grillo affrontò, o meglio previde, il crack della Parlamat (“potrebbe tranquillamente fare il revisore dei conti invece del comico”), o indirizzò battute affilate e pesanti contro Craxi e i socialisti in tempi non sospetti, nel lontano 1987, proprio dagli schermi della tv pubblica.
Una scelta che lo mise fuori dal sistema Rai-Mediaset. Grillo é attualmente il ‘re del blog’: ha scelto infatti di comunicare con il pubblico senza alcuna forma di mediazione. “Del resto – sostiene – non mi sembra che di questi tempi il mondo dell’informazione goda di ottima salute, soprattutto in Italia.
Basti pensare ai giornali, agli editori, o alle televisioni in mano agli sponsor”. Meglio allora un'”informazione interpersonale” che attraversa la rete e coinvolge direttamente le persone. Ma, avverte, “la può sostenere solo chi ha una buona reputazione”.
Infatti, sottolinea Grillo, “nessun politico ha mai fatto blog, evidentemente non hanno le carte in regola”. Grillo, comunque, non sembra attualmente interessato a trovare uno spazio televisivo: “La Tv non mi attrae più come mezzo. Anche perché si ha l’impressione di essere informati per la pioggia di notizie che ci riversano addosso, ma è soltanto un’impressione”.
E cita l’esempio della censura: “Qualche paletto serve, guai se ci fosse la libertà totale. Non fa brillare…In Russia quando c’era Breznev si leggeva il Washington Post”. “In Italia però, ed è questo il vero problema, si fa finta che la censura non esista affatto”
Il blog di Grillo è al trentatreesimo posto fra quelli più frequentati del mondo: “Segno che la gente guarda, osserva, non ci ha perso di vista”. L’ultimo bersaglio è il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e, scrive il Time, “a volte quando il corpo politico è malato, una risata è la miglior medicina”. (ANSA).
TIME: beppe grillo persona europea dell’anno Leggi l'articolo »