in the name of father: le scuse di blair a Conlon e Maguire
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
LONDRA – Il primo ministro britannico Tony Blair ha oggi pubblicamente chiesto scusa alle famiglie Conlon e Maguire che furono ingiustamente imprigionate per attentati commessi dall’Ira nel 1974 a Guildford e Woolwich. “Sono molto spiacente che abbiano patito tanta sofferenza ed ingiustizia. E per questo oggi chiedo loro scusa. Meritano di essere completamente e pubblicamente scagionati”, ha detto il premier in una dichiarazione televisiva.
Complessivamente per quegli attentati furono condannate dieci persone delle famiglie Conlon e Maguire. La loro storia è raccontata nel film “Nel nome del Padre”.
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Uno scandalo giudiziario travolge il Governatore della Lombardia Roberto Formigoni alla vigilia delle elezioni Regionali e, questa volta, il forzista non potrà nemmeno dare la colpa alla “magistratura comunista” e alle sue “inchieste ad orologeria”.
Non sono infatti i Giudici italiani ad indagare sul suo conto, bensì la commissione speciale dell’Onu incaricata di far luce sulle truffe relative al programma delle Nazioni Unite “Oil for food”. Si tratta di quel sistema attraverso il quale il Palazzo di Vetro, nonostante l’embargo, permetteva all’Iraq di Saddam Hussein di vendere parte del suo petrolio in cambio di generi di prima necessità per la popolazione. Sfruttando le falle di questo programma, parecchia gente si è arricchita, un’inchiesta che ha coinvolto esponenti politici di primo piano di mezzo mondo, incluso il segretario generale dell’Onu Kofi Annan.
Secondo il quotidiano britannico Financial Times e quello italiano Il Sole 24 ore, anche il Governatore della Lombardia è nel mirino della Commissione. Formigoni sarebbe addirittura il maggiore beneficiario, tra tutti gli uomini politici occidentali, delle assegnazioni petrolifere clandestine da parte del regime di Baghdad.
“Ho sempre cercato di promuovere gli interessi delle aziende lombarde nel rispetto delle linee dell’Onu e del governo del mio Paese – ha commentato il presidente della Regione – nulla mi viene contestato, perchè nulla mi può essere contestato. Le dichiarazioni di oggi sono la solita minestra riscaldata”.
Di tutt’altro tono la dichiarazione rilasciata dal diessino Luciano Pizzetti: “Sono garantista, ma voglio la verità – ha affermato l’esponente delle Quercia – la vicenda Oil for food evidenzia responsabilità che, se confermate, sono estremamente gravi”.
L’Onu indaga Formigoni: affari sporchi con il regime di Saddam Leggi l'articolo »
Viene spontaneo domandarsi se “Qualcuno” si sia preso la briga di pagare diritti d’autore al povero Gelli
guerrilla radio
…………………………………
“Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti)
l’impiego degli strumenti finanziari non può, in questa
fase, essere previso nominatim. Occorrerà redigere un
elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano
o periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro.
L’azione dovrà essere condotta a macchia d’olio, o,
meglio, a catena da non più di tre o quattro elementi
che conoscono l’ambiente. Ai giornalisti aquisiti
dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare”
per gli esponenti politici come sopra prescelti […]
In un secondo tempo occorrerà:
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale
attraverso un’agenzia centralizzata;
c) coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la Rai-tv in nome della libertà di antenna. “
dal Piano di Rinascita Democratica
Licio Gelli 1976
propaganda 2, regime berlusconi su copia progetto p2 di gelli Leggi l'articolo »
Cara Giuliana, scusa se ti scriviamo una lettera che non potrai leggere subito ma solo tra un po’, quando – come ogni mattina – ci telefonerai per dirci quale pezzo d’Iraq raccontare ai nostri lettori, come stavi per fare ieri. Scusa se ti mettiamo in prima pagina, ma oggi la notizia sei tu e il nostro mestiere – nel suo lato migliore – è proprio questo, parlare di ciò che succede, raccontando le linee d’ombra, ciò che non è “ufficiale”, ciò che accade alle persone in carne e ossa. Dovrebbe essere un mestiere di confine e proprio per questo “uno dei pochi che valga la pena di fare”, diceva uno scrittore messicano; a volte è ridotto a piccola cosa, ma dipende da noi renderlo vero. Per questo tu ora sei lì, in Iraq, dove sei stata già tante volte, un paese che ami – non in senso astratto – ma perchè ami la sua gente martoriata da troppi anni di guerre, dittatura, embarghi, terrorismo. Per questo hai voluto correre il rischio che sempre c’è a non restarsene in albergo, limitandosi a rilanciare i dispacci ufficiali, scendendo invece in strada a cercare la verità, le sue difficili ambiguità. Stiamo “dalla parte del torto”, è vero ed è un bene.
Cara Giuliana, a ogni vigilia di un tuo viaggio – come alla vigilia dei viaggi che ognuno di noi stava per fare in “zone difficili” – ci incontravamo non solo per stilare il programma di lavoro, ma anche per chiederci il senso di quella “missione”, per dirci se ne valesse la pena. Ma la risposta è sempre stata – e sarà – la stessa: “Vale la pena, serve a noi per capire e far capire, serve alla nostra parte, gente che per non essere prigioniera di questo mondo, deve essere in questo mondo”. E poi è anche bello, accidenti se è bello, poter guardare e descrivere la vita in libertà, che è la storia di questo giornale, pagata con un’esistenza un po’ precaria o, peggio, rischiando brutti incontri. E’ un privilegio che ci teniamo stretti, perchè rinunciarci sarebbe magari comodo ma terribilmente triste, una violenza contro noi stessi.
Cara Giuliana, ora tu sei tra persone sconosciute e che si pensano ostili. Non vale nenche la pena dirti che è come se fossimo lì con te e, con noi, tante altre persone, che ti conoscono o ti leggono, che ieri hanno chiamato o sono venuti a trovarci. Quasi non serve ricordartelo, tu lo sai già. Come saprai dire anche a chi ti ha sequestrata l’insensatezza di quel gesto, lo stesso modo con cui hai saputo spiegare a noi e tutti la follia della guerra, di una “democrazia” imposta con le armi, del terrorismo. Proprio con le medesime parole che hai usato in questi anni sul giornale. In questo momento, anche se siamo preoccupati – insieme ai tuoi cari e ai tuoi amici – noi non lanciamo appelli, non facciamo abiure, non pietiamo nulla e nessuno. Vorremmo solo che la grande solidarietà che in queste ore è stata pronunciata nei tuoi confronti si traducesse in qualcosa di concreto. Chi ha scatenato la follia che è ricaduta su di te ha il dovere di muoversi per farti tornare in libertà al più presto. Chi ti ha sequestrata deve ascoltarti e convincersi che non sei nemica di nessuno.
Cara Giuliana, qualcuno sta già dicendo che il tuo sequesto è una nemesi, che a essere colpiti siamo noi – pacifisti, giornalisti di sinistra – e ci chiedono un pentimento. Siamo sicuri che tu non ti stia pentendo di una sola virgola di quello che hai scritto e non saremo certo noi a tradirti. Preferiamo condividere con te – per quanto possiamo, da qui – la paura di questo momento e di farlo insieme. E’ la sola “arma” che abbiamo e che vorremmo esistesse nel mondo. E’ il tuo e il nostro modo di d’essere.
Cara Giuliana, oggi ci ritroveremo in una piazza romana per vincere assieme la paura, nello stesso modo in cui siamo scesi per strada cercando di fermare la guerra o per dire che la barbarie che l’ha accompagnata e seguita non ci appartiene. Sarà come se tu fossi con noi, esattamente come – anche se fisicamente non è proprio così – noi siamo lì con te. Aspettiamo tue notizie. Per ora, un forte abbraccio da tutti noi e a presto.
– i colleghi del Manifesto –
giuliana sgrena: una di noi Leggi l'articolo »
(AGI) – Roma, 7 feb. – Mikhail Gorbaciov ha sollevato forti dubbi sulle elezioni irachene, che a suo avviso “e’ offesa alla democrazia e cosa priva di senso comune” considerare “valide”.
In un articolo per “la Stampa”, l’ex presidente sovietico ha suggerito per l’Iraq un percorso simile a quello auspicato dal centrosinistra italiano, con il coinvolgimento dell’Onu.
“Non conosco elezioni valide che si siano tenute in condizioni di guerra o di occupazione”, e’ la premessa di Gorbaciov, tanto piu’ che “osservatori esterni imparziali non erano presenti in nessuna delle zone del Paese”. Di qui le perplessita’ del padre della perestrojka per un voto che e’ stato boicottato dalla maggioranza dei sunniti e che, se “Washington, Londra e Roma” sentono giustamente come “una loro vittoria”, secondo Gorby “non lo e’ necessariamente per il popolo iracheno”.
Gorbaciov propone che il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunisca per costruire “un’ipotesi di transizione” che preveda “date certe per il ritiro dei contingenti militari dei Paesi aggressori” e la loro sostituzione con una forza “sotto egida Onu”.
IRAQ: GORBACIOV, ELEZIONI NON VALIDE, ORA IN CAMPO L’ONU Leggi l'articolo »
Sette militari britannici alla corte marziale per l’omicidio di un civile iracheno
Sette militari britannici alla corte marziale per aver ucciso a botte un civile iracheno. Il procuratore generale britannico ha confermato la notizia già apparsa sulla stampa di oggi. Si tratta di militari del Terzo Battaglione- Reggimento Paracadutisti. L’incriminazione è assassinio e violazione dell’ordine pubblico. I fatti risalgono al maggio 2003, quando fu ucciso in strada un uomo, Nadhem Abdullah, ad Al U’Zayra, nei pressi di Bassora. un omicidio efferato, compiuto a colpi di calcio di fucile, dopo un inseguimento in auto.
Per adesso sono noti soltanto tre nomi degli accusati: caporale Scott Evans, soldato semplice William Nerney e Daniel Harding, nel frattempo tornato alla vita civile.
Fonti militari hanno commentato che “non ci sono precedenti in tempi moderni” di militari britannici accusati di aver commesso un omicidio durante operazioni militari.
Nadhem Abdullah, giustizia contro sette paracadutisti inglesi Leggi l'articolo »
Nel nome del padre
L’ultimo dinosauro della politica africana si è spento lo scorso sabato mattina, lasciando il suo Paese in un caos politico-istituzionale che negli ultimi giorni ha riempito le pagine dei giornali africani. A 69 anni, più della metà dei quali spesi a governare il Togo sotto il suo pugno di ferro, Gnassibe Eyadema è morto su un volo diretto in Francia, dove lo stavano trasportando per sottoporlo ad alcune cure mediche d’emergenza.
Subito dopo la sua morte il figlio, Faure Gnassibe, ha lasciato il ministero delle Comunicazioni di cui era a capo per diventare nuovo presidente della repubblica togolese. Lo hanno appoggiato alcuni quadri alti dell’esercito.
Una mossa non prevista dalla costituzione del piccolo Paese dell’Africa occidentale, secondo la quale la presidenza sarebbe spettata all’attuale capo del Parlamento, Natchaba Ouattara, che nei giorni scorsi era dato per assente.
Il gesto ha fatto infuriare i membri dell’opposizione e della comunità africana e internazionale, che hanno gridato al colpo di stato.
Un affare di famiglia. Ciò nonostante, il parlamento ha votato il trentanovenne Faure alla presidenza fino al 2008.
Il dittatore più longevo d’Africa ha dunque lasciato il posto al presidente più giovane del continente, consegnandogli un Paese che a questo punto assomiglia di più a un feudo a conduzione familiare.
Poco conosciuto internazionalmente, il Togo è stato in mano a Eyadema dal 1967, anno in cui il militare nato in una famiglia rurale conquistò il potere con un colpo di stato. Dopo quella brusca salita al potere, Eyadema ci ha messo ben 24 anni a legalizzare i partiti politici e alti tre per indire le elezioni, che ha sempre vinto. Comprese quelle del 1998, quando un’indagine rivelò che gli abusi, i brogli e le violazioni dei diritti umani erano stati molto frequenti prima e durante le elezioni. Ora il defunto padre-padrone del Togo ha abbandonato il club dei presidenti-dittatori più longevi del continente nero, di cui Robert Mugabe (Zimbabwe) Ould Sid Ahmed Taya (Mauritania), Denis Sasso-Nguesso (Congo), Lansana Contè (Guinea Conakry) e Mswati III (Swaziland) sono ancora membri.
La denuncia. Il colpo di mano di Faure, avvenuto in un Paese sotto shock per la morte di quello che molti consideravano il padre della patria, è stato denunciato dall’Unione Africana, che per voce del suo segretario, il maliano Alpha Oumar Konare, ha parlato di golpe.
Insieme a lui anche la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) e l’Unione Europea hanno intimato il giovane rampollo della dinastia Gnassigbe di non rendersi protagonista dell’ennesimo putsch, pena forti sanzioni.
Opposizione ed esuli in fermento. Faure e l’esercito per tutta risposta hanno chiuso le frontiere e fatto orecchie da mercante. Secondo alcune testimonianze raccolte dall’agenzia Agence France Presse, il nuovo governo avrebbe proibito qualsiasi tipo di manifestazione nella capitale Lomé per i prossimi due mesi per lutto nazionale.
L’opposizione togolese non ha aspettato a mobilitarsi per condannare la violazione della costituzione da parte di Faure Gnassibe. A Parigi, lunedì 7 febbraio, alle ore 18, alcuni esuli del Comite Togolais de Resistance (Ctr) hanno indetto una manifestazione davanti all’ambasciata del Togo in segno di protesta al grido di Ablode Gbadza!!! (“La lotta continua”, in lingua Anivè).
“Saremo circa 250 persone provenienti da tutte le città della Francia”, ha detto poco fa al telefono da Parigi Isidor Latzoo, esule e presidente del Ctr. Isidor racconta di essere fuggito dal Togo negli anni Settanta, poco tempo dopo la salita al potere di Eyadema, che ne aveva ordinato la carcerazione e la tortura. “Sono una vittima di quel regime, come molti altri, qui in Europa e nella diaspora togolese – ha continuato Latzoo – alcuni tra noi sono stati condannati a morte e costretti a fuggire. Ora vogliamo denunciare quello che è accaduto nei giorni scorsi. Si tratta di un vero e proprio colpo di stato. La comunità internazionale non può stare a guardare”.
“Questa mattina la polizia ha fatto sgombrare il campus universitario dove gli studenti si erano riuniti a protestare”, testimonia Jean, un dissidente raggiunto telefonicamente a Lomé. “Conosciamo bene la ferocia di Eyadema, ma sappiamo poco o nulla del figlio, per cui non possiamo ancora giudicarlo. Tuttavia quello che ha fatto è anti-costituzionale. Come membri dell’opposizione continueremo la nostra battaglia per uno stato di diritto. Ma lo faremo in modo discreto. Qui le carceri sono piene di dissidenti ed è meglio non alzare troppo la voce, se non si vuole finire male”.
Togo: Gnassibe Eyadema è morto, golpe del figlio Leggi l'articolo »
Su “Le Monde” duro atto d’accusa dell’ex leader di Mano Negra “Contro di me polizia, allarmismo e diffamazione, dopo il G8 in Italia, contro di me, tutti i colpi sono permessi”. Manu Chao, l’ ex leader di Mano Negra, figura di spicco del movimento no global, si racconta in una intervista a Le Monde . E confessa di sentirsi nel mirino quando deve suonare nel nostro Paese. “In Italia – dice il musicista – bisogna sorvegliare i camion, evitare di ritrovarsi con un chilo di cocaina nascosta nel materiale, non rispondere ai poliziotti camuffati da giornalisti nelle conferenze stampa”.
Quella raccontata dal cantante francese è una realta che vede “poliziotti davanti ad ogni sala dove suono”, città “in stato d’ assedio”, commercianti “che chiudono i loro negozi”. “La stampa di destra spiega che i vandali, i drogati e i terroristi sono pronti a sbarcare. I manifesti dell’ estrema destra proclamano: ‘Arriva il peggio della cultura’. Il condizionamento è ben orchestrato – dice il cantante – . Questo sfiora il ridicolo. In venti anni di carriera, i miei concerti non hanno provocato alcun incidente e non sono stati che feste”.
Nell’ intervista Manu Chao nega di essere un leader del movimento no global, e sorride quando lo si definisce “Il Jose Bovè della musica” (“anche se è preferibile a “Il George Bush della musica), la ragione è tattica: “Il movimento sarà forte fino a quando non avrà leader e resterà orizzontale”. “Sono spesso i politici – afferma Manu Chao – che ti costringono ad occupare questo ruolo di leader coinvolgendoti in cose alle quali devi rispondere. Quando al vertice del G8, il ministero dell’ interno spiega su tutti i media che vuole negoziare la sicurezza di Genova con Manu Chao, sono costretto a rispondergli e ad entrare in un ballo che non mi diverte. Ho detto ciò che pensavo di questo comportamento, e da allora in Italia è la guerra”.
Ma le conseguenze della militanza no global, accusa Manu Chao, non si limitano all’Italia. “Questa campagna avveniva anche in Spagna, alla fine del governo di Aznar. Ero stato accusato di apologia del terrorismo e di sostegno all’ Eta. Tutto evidentemente falso”. E ora con Zapatero? “E’ un politico come gli altri, ma l’ aria è più respirabile”.
Manu Chao: “Dopo il G8 in Italia mi perseguitano” Leggi l'articolo »
Addis Abeba, capitale dell’Etiopia e terra promessa dei rastafariani, il movimento religioso di cui era seguace e profeta Bob Marley, ha ospitato un imponente concerto gratuito in sua memoria, in occasione di quello che sarebbe stato il 60° compleanno del leggendario re del reggae, morto nel 1981.
C’erano non meno di 250 mila persone di ogni continente sull’immensa piazza dove un tempo si tenevano le parate di regime. E nella capitale dell’Africa, come Addis Abeba è considerata, in onore di Bob Marley sono arrivati musicisti da ogni angolo del globo.
Presentati da Harry Belafonte, hanno cantato e suonato molti artisti del continente, tra cui Angelique Kidjo, Yvonne Shaka Shaka e Teddy Afro, l’idolo di casa. Rappresentata anche l’Italia, con Carmen Consoli: la cantautrice siciliana è stata invitata a partecipare all’evento grazie alla collaborazione tra il promoter Nicola Zaccardi e la famiglia Marley.
Ed era stata proprio la famiglia di Marley a scegliere Addis Abeba per i festeggiamenti del sessantesimo anniversario della nascita, perchè la città è la capitale spirituale della fede rasta e Hailè Selassiè, l’ultimo imperatore di Etiopia, era il loro messia. Rita Marley aveva manifestato l’intenzione di traslare proprio qui la salma del marito ma di fronte alle polemiche e alle proteste che si sono scatenate ha dovuto fare marcia indietro, almeno per ora.
Il concerto, evento clou di una serie di manifestazioni comprendenti anche seminari sulla religione rastafariana, è iniziato alle 12 in punto con una esibizione della banda dei Tamburi reali del Burundi.
Poi dal palco sono piovuti saluti, ricordi, slogan per la libertà dell’Africa e moniti contro il flagello dell’Aids. Ma la protagonista assoluta è stata la musica, e il variopinto pubblico di ‘rasta’ e di semplici fan non si è fatto pregare due volte ed ha risposto alla grande senza fermarsi mai un minuto: sono state ore indimenticabili di puro ritmo, in un ondeggiare continuo, inarrestabile, ubriacante.
Uno dei momenti più commeventi è stato quando sul palco è salita Rita Marley, la vedova del cantante, che con tre dei cinque figli della coppia e altri coristi ha cantato alcuni dei pezzi forti del repertorio di Bob: No Woman No Cry, Jammin’, Africa Unite.
Di quest’ultimo pezzo, che ha prestato il titolo allo storico evento, riporto la traduzione del testo.
essequ
“Africa unite” di Bob Marley
Africa unisciti
Perché ce ne stiamo andando da Babilonia
E ci dirigiamo alla terra paterna
Come sarebbe bello e dolce
Davanti a Dio e all’uomo
Vedere l’unità di tutti gli africani
Come è sempre stato detto
Fate che avvenga ora
Noi siamo i figli del Rastaman
Noi siamo i figli dell’Altissimo
Quindi, Africa unisciti, Africa unisciti, sì
Africa unisciti
Perché ce ne stiamo andando da Babilonia
E siamo diretti alla terra paterna
Come sarebbe bello e dolce
Davanti a Dio e all’uomo
Vedere l’unità di tutti i Rastaman
Come è stato detto, fate che avvenga
Vi dirà chi siamo noi sotto il sole
Noi siamo i figli del Rastaman
Noi siamo i figli dell’Altissimo
Quindi, Africa unisciti, Africa unisciti, sì
Africa unisciti, perché i figli vogliono
Tornare a casa, Africa unisciti, Africa unisciti
E’ più tardi, più tardi di quanto si pensi
E’ più tardi, più tardi di quanto si pensi
Unisciti per il bene del tuo popolo
Unisciti per gli africani all’estero
Unisciti per gli africani a casa
addis abeba: buon compleanno bob marley Leggi l'articolo »
Il Gup di Milano Clementina Forleo, da numerosi giorni nell’occhio del ciclone a causa della sentenza con la quale ha assolto tre cittadini islamici accusati di aver reclutato dei kamikaze da inviare in Iraq, ha deciso di querelare coloro che hanno aggredito e strumentalizzato il suo lavoro.
Lo ha annunciato l’avvocato Giulia Bongiorno, che tutelerà gli interessi del Magistrato “in sede penale e civile”. Il legale ha in modo particolare fatto riferimento alle “strumentalizzazioni poste in essere da alte cariche istituzionali”.
“Mi è stato conferito questo incarico per reagire a tutte le aggressioni che vi sono state attraverso gli organi di stampa. Non abbiamo nessuna intenzione di assumere iniziative contro le critiche legittime – ha chiarito – quello che però è inaccettabile è che la maggior parte delle critiche sono sfociate in invettive che si fondavano sull’assoluta mancanza di conoscenza della realtà processuale”.
Gup Clementina Forleo: quando per difendersi bisogna attaccare Leggi l'articolo »
Mi sono proclamato morto e fatto zombie il 9 Gennaio 2006. L’ho fatto contro la politica di questo Paese, che sa il prezzo di tutto e il valore di niente. Lo considero un gesto assurdo e rivoluzionario, forse l’unico per prendere davvero le distanze dall’Italia di oggi. Lo Stato siamo noi? Allora non resta che zombizzarci in massa, per rinascere a sorpresa quando e dove meno se l’aspettano. A una vita solo virtuale bisogna saper rinunciare attraverso una morte altrettanto virtuale per poter rinascere come cittadini e come Stato. Perché di una cosa l’Italia ha fame come un tempo: di un radioso Rinascimento. Questo è Zombie: rinunciare al presente per opzionare un futuro felice. Morire vecchi per rinascere nuovi. Con tenerezza e rabbia. Forza Zombie! -Diego Cugia-
radio 24 dal lunedì al venerdì alle 14 e alle 22
Diego Cugia è tornato: Jack Folla, versione ZOMBIE su RADIO24 Leggi l'articolo »
IL PASTO NUDO
GIULIANA SGRENA, PRESTO DI NUOVO LIBERA Leggi l'articolo »
L’Iraq sarà il nuovo paradiso dei terroristi. La funesta previsione della Cia non ha indotto Bush a nuove riflessioni, ma nemmeno l’Italia che ieri ha rinnovato (con un decreto) fino al 30 giugno la propria missione in Iraq. (di Giuliana Sgrena)
L’Iraq ha già sostituito l’Afghanistan come campo di addestramento per la prossima generazione di terroristi «professionisti», secondo il rapporto sulle previsioni future («Mapping the global future») elaborato dal National intelligence council, il think tank della Cia. L’Iraq fornisce «un campo di addestramento, un terreno di reclutamento e l’opportunità per migliorare le capacità tecniche», ha spiegato David B. Low, esperto di minacce transnazionali del National intelligence council (Nic). «Vi è persino, nello scenario migliore, la possibilità che alcuni dei jihadisti, che non vengono uccisi, con il tempo faranno ritorno ai loro paesi d’origine, quindi disperdendosi in diversi altri paesi», ha detto l’esperto della Cia illustrando il rapporto ai giornalisti. La storia si ripete, proprio come dopo il jihad contro l’Unione sovietica in Afghanistan, quando gli «afghani» dei vari paesi arabo-islamici addestrati dagli uomini della Cia (Osama bin Laden) tornando a casa aveva creato gruppi di jihadisti (Egitto, Algeria, etc.) per continuare la loro guerra santa in casa. Non solo, i mostri creati dagli Stati uniti alla fine si erano rivoltati contro l’occidente (ancora bin Laden, per citare solo il più noto). Non è bastato, gli Usa hanno ricominciato il gioco con effetto boomerang.
Poco dopo aver archiviato il dossier armi di distruzioni di massa, non trovate in Iraq perché non c’erano ma intanto la guerra in loro nome era già stata consumata, si scopre che il terrorismo – altra causa invocata da Bush per fare la guerra – che non c’era ai tempi di Saddam in Iraq, ora c’è. Non solo, come ammette il rapporto della Cia, il conflitto ha aiutato i terroristi creando un paradiso per loro nel caos della guerra. Dopo la caduta di Saddam centinaia di terroristi sono arrivati in Iraq attraverso le frontiere incustodite. «Al momento, sostiene Robert L. Hutchings, presidente del Nic, l’Iraq «è una calamita per l’attività terroristica internazionale». Non c’è che dire un buon risultato! E l’ammissione fatta mentre la situazione irachena sta precipitando alla vigilia delle elezioni, che gli Usa si ostinano a voler mantenere per fine mese, non fa che aumentare le preoccupazioni persino degli americani che cominciano a chiedere, come ha fatto nei giorni scorsi il New York times, di rinviare la scadenza elettorale.
A denunciare la grave situazione è anche la decisione di non inviare osservatori stranieri al voto e di chiedere ai giornalisti – lo ha fatto Chirac, ma anche la Farnesina – di non andare a Baghdad. Che elezioni saranno senza testimoni? A chiedere di inviare osservatori europei erano stati diversi eurodeputati – Chiesa, Gruber, Morgantini, Santoro, Di Pietro, Duff, Beer e De Keyser. Ma la risposta del presidente Borrel era stata negativa: «non sussistono i requisiti minimi di sicurezza per l’invio di osservatori internazionali». E in queste condizioni si potranno considerare valide le elezioni? «Quest’ammissione formale (di Borrel, ndr) – ha detto Chiesa – non fa che rendere ancora più valida da tesi della necessità di rinviare le elezioni in Iraq, in considerazione dell’impossibilità di esercitare un diritto democratico fondamentale in una situazione di occupazione militare».
Ieri la palla europea è rimbalzata in casa nostra. Gli europarlamentari hanno chiesto di attivare alla camera e al senato un’iniziativa parlamentare affinché il governo chieda il rinvio delle elezioni in Iraq, vista la mancanza di quelle condizioni politiche, di legalità e sicurezza, senza le quali il voto sarebbe svuotato di ogni legittimità e contribuirebbe ad aggravare la situazione». I deputati di Samarcanda hanno annunciato iniziative per chiedere un calendario per il ritiro delle truppe dall’Iraq, come richiesto dai leader sunniti. A cominciare dall’Italia che, ha sostenuto Achille Occhetto, «dovrà impegnarsi in tutte le sedi per dimostrare il suo impegno in tal senso». Ma sulle intenzioni del governo non ci sono dubbi. La risposta è stata immediata e senza mezzi termini, mentre altri contingenti si stanno ritirando, ieri con un decreto legge il governo ha deciso la prosecuzione fino al 30 giugno delle missioni «umanitarie» internazionali cui l’Italia partecipa con contingenti militari e civili, Iraq in testa.
Ieri, giornata di preghiera in Iraq, il tema delle elezioni è entrato nei sermoni degli imam. «Impossibile votare se una comunità viene ignorata», ha detto l’imam sunnita Mahmud al Soumaydai, chiedendo che la consultazione venga ridefinita per motivi di sicurezza. Al contrario, nella città santa sciita di Najaf, sheikh Sadreddin al Kubbanji ha chiesto che la data del voto venga mantenuta. Mentre il leader radicale sciita Muqtada al Sadr, nel sermone letto dal suo rappresentante Nasser al Saadi nella moschea al Mohsen di Sadr city, ha chiesto a Bush, ai paesi vicini e non vicini, che fanno parte delle forze di occupazione o altro, «a non interferire negli affari interni dell’Iraq e in particolare nelle elezioni».
Sul voto iracheno è intervenuto ieri anche il segretario generale dell’Onu Kofi Annan chiedendo alle autorità di fare di più per incoraggiare i sunniti a votare, anche se le elezioni «sono lungi dall’essere ideali». «Ho sempre sostenuto che le elezioni devono essere il più inclusive possibili , se come spero, devono contribuire positivamente alla transizione politica in Iraq».
(il manifesto, 15.1.05
GIULIANA SGRANA, ALTRO ARTICOLO Leggi l'articolo »
L’ultima volta che mi sono suicidato!
Jack in Tangeri, 1957
.
“Tutte le grandi affermazioni fatte
dimorano nella morte
Tutte le megnifiche e ingegnose
acquisizioni del lettrismo francese
Dimorano nella morte
Tutti gli Scultori Romani
di Eroi, tutti i Picasso
e i Micasso e
i Micayo
e i Machado
e i Kerouaco
perfino la Gloriosa Affermazione di Asvaghosha
e di Asanga e il sacro Sayada
e tutti i santi buoni e gentili
e gli esseri divini e inestricabili
i sacri e i perfetti
Tutti i Budda e i Dharma
Tutti i Gesù e le Gerusalemmi
E i Giordani e i Come Va
– Niente, nessuno, un sogno,
Una bolla scoppia, una briciola di schiuma
nelle immensità del mare
a mezzanotte nel buio
Un poeta é nato
Un poeta è morto
E tutto ciò che si trova in mezzo
siamo noi
e il mondo”
(Jack Kerouac-24refrein)
Io e jack kerouac Leggi l'articolo »
“Tengo ferma la mia decisione. Non mi pento di averla assunta. La ripresenterei cento volte”. Il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, dal palco del Consiglio nazionale di Forza Italia, difende la sua decisione di ordinare l’espulsione di Mohamed Daki, il marocchino imputato di terrorismo recentemente assolto dal Giudice di Milano Clementina Forleo. Espulsione bloccata dalla Procura di Milano, che ha ricordato come sia “tassativamente vietato dalla legge” allontanare dal Paese persone accusate di associazione con finalità di terrorismo (i due Pm hanno infatti presentato appello alla sentenza della Dottoressa Forleo).
Una presa di posizione, quella dei due Magistrati, che ha fatto andare su tutte le furie l’inquilino del Viminale, che ha oggi attaccato a testa bassa.
“Chi ha vissuto gli anni di piombo e magari porta ancora qualche cicatrice, sa bene che la storia del terrorismo è spesso una storia di vacue teorizzazioni e tragiche sottovalutazioni – ha affermato – noi comunque continueremo a combattere il terrorismo con tutti i mezzi che la legge ci consente”.
Dichiarazioni rispedite al mittente dal Procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, per il quale “le accuse di sottovalutazione del terrorismo” devono essere “rivolte altrove, non a chi ha visto cadere al suo fianco colleghi e fratelli come Guido Galli ed Emilio Alessandrini, responsabili solo di strenua fedeltà alla legge”.
“Neppure negli Stati Uniti, che pure hanno vissuto il dramma dell’11 settembre – ha poi aggiunto – l’Amministrazione pensa di polemizzare con quei giudici che hanno affermato il primato dei diritti umani sulle esigenze di sicurezza”.
In difesa del Dottor Spataro è subito sceso in campo il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, che ha duramente bacchettato Pisanu per le sue esternazioni.
“Una cosa è non condividere e criticare una sentenza, altra cosa è accusare la magistratura di connivenza con il terrorismo – ha dichiarato – altra cosa ancora è se a farlo è il Ministro dell’Interno, non fosse altro che quest’ultimo ha il dovere di ricordare il sacrificio di vite umane che la magistratura e le forze dell’ordine hanno dato negli anni. È deplorevole, pertanto, il comportamento del ministro degli Interni, che dimentica il suo ruolo istituzionale solo per fare polemica politica”.
Nel frattempo il Consiglio Superiore della Magistratura ha aperto una pratica volta a tutelare il Giudice Forleo, finita nel mirino della Casa delle Libertà dopo l’assoluzione di alcuni cittadini stranieri (tra i quali lo stesso Daki) accusati di terrorismo
spataro furioso con pisanu Leggi l'articolo »
di giulietto chiesa
Nassirya – Gli sciiti avevano voglia di votare e hanno votato. L’occasione di conquistare una collocazione dominante nella futura politica irachena non se la sono lasciata scappare. Washington gliel’ha offerta, costasse quel che costasse, anche per togliere dal fuoco le proprie castagne, ormai roventi e bruciacchiate. E il Grande Ajatollah Al Sistani ha fatto la sua parte in questo primo tempo di una partita che si annuncia lunga e complicata…
Costasse quel che costasse significa che – come ha scritto efficacemente Thomas Friedman sul New York Times- alla luce di questo esito, potrebbe ora dilatarsi una nuova fase della guerra civile. Chi vivrà. Specie da queste parti, vedrà .
A Nassirya ho potuto vedere e toccare con mano che la gente è andata a votare in massa. Poi vedremo le percentuali finali, sulle quali molti giochi potranno essere fatti. Ma quello che ho visto dice che l’ordine di scuderia è stato rigorosamente rispettato. Non meno del 70-75% degli elettori della città sono effettivamente andati a votare. E l’impressione che ne ho ricavata è stata che la cosa più importante non era, per loro, quella di chi avrebbe vinto tra le 111 liste stampate su schede enormi, lenzuolesche, ma piuttosto quella di far risultare valido il voto, oltre il 50% degli aventi diritto.
Tutti fraternamente d’accordo: dalle diverse componenti sciite, ai capi tribali, ai comunisti, che praticamente sono nati in questa regione e ora riescono allo scoperto dopo avere mantenuto in clandestinità piccoli embrioni organizzativi, tutti decisi a farsi contare, nella speranza di contare in futuro. I dettagli sulla tecnica elettorale, sulla sua democraticità, sono inessenziali e nessuno potrà mai dimostrare che queste elezioni sono state free and fair (libere e corrette), oppure l’esatto contrario, perchè gli osservatori internazionali non c’erano. Non ce n’erano dell’Osce, né dell’Unione Europea, che aveva escluso di mandare i suoi per “l’inesistenza delle condizioni minime di sicurezza”, né delle nazioni Unite, che hanno tirato le stesse conclusioni.
Quindi, tecnicamente, usando i criteri europei e internazionali, queste elezioni erano invalide prima ancora di tenersi, sebbene l’Unione Europea abbia davvero sorprendentemente stanziato la bellezza di 30,5 milioni di euro per formare il personale che le doveva gestire. Anche per questo avevo deciso di venire a vedere di persona, usando la cortesia del governo britannico e quella della baronessa Emma Nicholson, anche lei deputata europea: perchè ero convinto (e lo rimango) che questa partita ha un’importanza cruciale anche per l’Europa. Meglio vedere che sentir raccontare.
L’Italia ha svolto un ruolo essenziale in questo esito. Non ci fosse stata l’imponente presenza militare italiana sul terreno, con oltre mille uomini a pattugliare tutto il territorio della regione, praticamente palmo a palmo, difficilmente gli elettori di Nassirya sarebbero usciti di casa con tanto slancio. A questo va aggiunta la sorveglianza dall’alto del “drone” senza pilota di cui ho visto le gesta dall’interno della sala operativa della Brigata Garibaldi. Su strade rese deserte dal divieto assoluto di movimento motorizzato, l’occhio del nuovo gioiello, che gli americani hanno sperimentato, guidandolo da Tampa, Florida, contro i taliban, è stato l’arma cruciale per bloccare ogni eventuale azione di sorpresa della guerriglia.
E gli oltre diecimila tra soldati e poliziotti iracheni che hanno presidiato letteralmente ogni incrocio cittadino non sarebbero stati nè dislocabili, nè utili, senza essere stati armati, addestrati, coordinati, guidati dal contingente italiano, comandato dal generale Borrini.
L’ordine era di tenere gli stranieri lontani dai seggi e di affidare agl’iracheni il controllo immediato delle operazioni di voto. Sui tetti decine di armati, divise nuove fiammanti, automobili della polizia (una sessantina solo negli ultimi giorni) nuove di zecca. Armi in quantità, luccicanti e bene oliate. Tutto è bene quel che finisce bene. Quando non ci sono morti e feriti – e qui non ci sono stati – è un successo comunque per l’umanità, anche nellla lontana provincia di Nassirya. Altrove il bilancio è stato comunque terribile: oltre 40 morti, quasi duecento feriti, decine di attentati, un aereo britannico caduto a nord di Baghdad. Esultare è fuori luogo.
Ma a Nassirya neanche un attentato in tutta la giornata, salvo due soldati iracheni feriti in un incidente d’auto. E un turnover elettorale più che rispettabile.
Così, tirando le somme, provvisoriamente, si può dire, in prima battuta, che Washington ha vinto e che gli sciiti hanno vinto. E si può dire che hanno vinto, al nord, anche i curdi. Così si può dire, con altrettanta precisione, che i sunniti hanno perduto. Due componenti di un paese hanno vinto contro la terza. E’ uno schema un pò crudo ma che descrive bene la situazione. Avrà ora, Al Sistani, quello che chiede, cioè le chiavi di Baghdad che gli sciiti non hanno mai avuto? Avranno i curdi ciò che chiedono, a loro volta? E , se non lo avranno, cercheranno un’autonomia forte che i turchi, a loro volta, non hanno alcuna intenzione di accettare? E cosa dare ai sunniti, che non accennano a cessare la loro pressione? Le conseguenze di più lunga durata, quelle che contano, sono ancora tutte da misurare.
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Durante lo spettacolo a Trieste, con gli oltre 6300 spettatori, abbiamo deciso di inviare una e-mail al Presidente della Repubblica in seguito alla dichiarazione del Presidente della Commissione degli Esteri della Camera Selva, riportate su Libero del 23/01/2005.
La dichiarazione diceva:
“Basta con l’ipocrisia dell’intervento umanitario (…)
Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria
perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera”.
Ecco il testo della e-mail inviata al quirinale (presidenza.repubblica@quirinale.it)
“Caro Presidente,
avendo letto della dichiarazione del Presidente della Commissione agli Esteri che questa è una guerra camuffata da missione di pace, io Beppe Grillo e 6300 paganti della città di Trieste Le chiediamo come Capo delle Forze Armate e tutore dell’art. 11 della Costituzione, che dice che l’Italia ripudia la guerra, di far tornare immediatamente i nostri “costruttori di pace” dall’Iraq e di mandare al loro posto questo governo di conta balle.
Beppe Grillo e Trieste”
beppe grillo a trieste Leggi l'articolo »
Non c’e’ piu’ religione…
Pare stia per arrivare in commercio lo yogurt di Padre Pio. Lo produrra’
una ditta di Bitonto (Bari) e sulle confezioni ci sara’ la foto del
frate. 15 i gusti proposti
in vendita lo yogurt di padre pio Leggi l'articolo »
Da Chesnot e Malbrunot la verita’ su Baldoni?
Trasferta in Francia degli inquirenti italiani per far luce sul sequestro e l’omicidio del giornalista italiano Enzo Baldoni, morto in Iraq nell’agosto del 2004. Un magistrato del pool antiterrorismo della Procura di Roma si è recato a Parigi, accompagnato da un funzionario della Digos e da un ufficiale dei Ros dei carabinieri. Scopo del viaggio: ascoltare – nella giornata di oggi – i reporter Christian Chesnot e Georges Malbrunot: il primo corrispondente di Radio France International, l’altro inviato di Figaro.
I due furono rapiti in Iraq il 20 agosto scorso sulla strada da Baghdad a Najaf insieme al loro autista siriano, Mohamed Al Joundi, liberato nel novembre scorso durante l’offensiva nordamericana su Falluja. Chesnot e Malbrunot invece sono stati liberati il 21 novembre scorso dai guerriglieri dell’Esercito islamico in Iraq, la stessa formazione che rapì e uccise Baldoni. Ed è proprio questo l’obiettivo della trasferta Oltralpe: far luce su eventuali connessioni tra il sequestro dei due reporter francesi e quello del giornalista italiano, il cui corpo ancora non è stato riconsegnato all’Italia. Stando a quanto dichiarato da Chesnot e Malbrunot all’indomani della loro liberazione, in una fattoria a sud di Bagdad, uno dei luoghi dove erano stati tenuti prigionieri, c’era anche Enzo Baldoni. Da qui la decisione degli inquirenti italiani di avviare una rogatoria per ascoltare i due reporter, in qualità di testimoni. A inoltrare la richiesta, nel dicembre scorso, il capo del pool antiterrorismo della Procura di Roma, Franco Ionta
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