corn flakes pericolosi
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
In Danimarca, il Ministero per l’Alimentazione ha messo
fuorilegge i corn flakes arricchiti della Kellogg’s,
perche’ giudicati potenzialmente pericolosi per la salute.
Sarebbero stati trovati contenuti eccessivi di ferro, calcio
e vitamina B6.
(Fonte: Il Salvagente)
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Si e’ tenuta in Finlandia a fine agosto la quinta edizione
del Campionato mondiale di lancio del telefonino.
All’appuntamento hanno partecipato 117 atleti dei quali
57 hanno gareggiato individualmente, 42 nelle categorie
a squadre e 18 nella categoria giovani.
Vincitore Ville Piippo di Helsinki, con una distanza di
82.55 metri.
Il regolamento della manifestazione impone agli atleti di
lanciare cellulari funzionanti e originali.
sport salutari Leggi l'articolo »
Guerrilla radio al festival della letteratura di Mantova.
(vieni al festival)
Ad assorbire profonde consocienze,
a contribuire alla scelta del dialogo, della comprensione, della cultura che domina sulla barbara violenza.
guerrilla a Mantova Leggi l'articolo »
Israele torna a minacciare l’espulsione di Arafat
Tel Aviv, 9 settembre – Il ministro degli Esteri israeliano Silvan Shalom e’ tomato ieri sera a minacciare l’allontanamento con la violenza dalla Palestina del presidente Yasser Arafat in una riunione di estremisti del Likud. “La sua espulsione e’ piu’ vicina che mai”, ha detto Shalom, definendo Arafat semplicemente “un terrorista”.
Intanto, soldati delle truppe di occupazione hanno assassinato ieri un palestinese a Gerico, in Cisgiordania, e quattro questa mattina nel campo profughi di Jabaliya, nella striscia di Gaza, dove razzi sono stati lanciati contro un gruppo di palestinesi. Tra i quattro uccisi, anche un bambino
Shalom vuole dire pace, Arafat morto che cammina Leggi l'articolo »
«Mi hanno addestrato a rispettare le persone. Io sono andato in Iraq per fare il mio dovere e il mio dovere non è arrestare ragazzini e mettere le manette ai polsi a vecchi signori che somigliano a mio nonno».
E’ arrabbiato il caporale della brigata Garibaldi che vuole rimanere anonimo per paura di ritorsioni, quasi gli salgono le lacrime agli occhi. «Ogni mattina ci dicevano di andare a sud e pattugliare. Col tempo e con i rimproveri e le punizioni abbiamo capito che se non tornavamo con un sostanzioso gruppo di fermati per noi non sarebbe stata vita facile in Iraq».
Come venivano scelte le persone da arrestare?. «Entravamo in case dove non bisogna neanche sfondare la porta, basta spingerla con un dito per farla cadere. Non esisteva un criterio. Prendi quelli che ti capitano, se giovani uomini meglio, ma anche donne sole». Perché donne sole? «Se mogli, sorelle, madri di guerriglieri possono dare qualche informazione».
«Io capisco l’arresto – dice N.F. bersagliere pugliese – perché i terroristi sicuramente sono gente normale, anche anziani magari, ma quello che non capisco sono i modi con cui li dobbiamo ammanettare, mettere il cappuccio contro i morsi, perquisire anche le donne che non nascondono nulla ed appena ti avvicini iniziano a piangere».
Il bersagliere si ferma e si allontana, non vuol raccontare di più. Continua il caporale: «Quando li portiamo al comando questi non dicono nulla. l’interprete inventa tutto lui e questo lo posso assicurare perché sia uomini che donne che ragazzini davanti all’autorità militare rimangono pietrificati, zitti. Terrorizzati non dicono niente di niente, a stento il loro nome».
Torture, violenze? «Mai. Né schiaffi, né pugni, niente. Non ho mai visto niente di tutto questo. Nessuna tortura, del resto si vede in faccia che questi non sanno niente. Li si arresta, li si fa stare inginocchiati per tutta la mattina con le mani legate dietro la schiena. Senza motivo. Gli ufficiali dicono che è la prassi. Io alla Garibaldi non ho avuto questo insegnamento». «Bisogna capire – ricorda il caporale – che non è di nostra competenza arrestare e fermare gente. Ma serve. Serve agli alti ufficiali, serve a mostrare che teniamo sotto controllo il territorio, serve ai nostri superiori, ai tenenti che se ne stanno dietro il computer, serve per dimostrare che conosciamo i terroristi dell’intera provincia di Dhi Qar.
Non è vero nulla. Qui il 90% della gente non ha neanche la forza di fare il terrorista, da qui passano i guerriglieri e le armi ma appena c’è un po’ di movimento noi veniamo tolti di mezzo».
I ragazzi descrivono una situazione in cui appena c’è la possibilità di interrompere una reale operazione di guerriglia i superiori decidono di battere in ritirata. Un atteggiamento che piuttosto esser definito come sana scelta di prudenza sembra frutto di una precisa strategia politica decisa ad annullare il rischio perdite.
«Io personalmente – dice C.L. caporal maggiore – avevo segnalato tempo fa sulla strada che porta a nord di Nassiryia dei camion sospetti, perché non avevano né il segno della mezzaluna né della croce rossa, e in più erano piccoli rispetto ai camion usati per gli aiuti. Ma ci fu impedito di intervenire». «Preferiscono farci stare tranquilli, però così ci esponiamo di più al terrorismo. Se stiamo fermi, se lasciamo agire prima o poi ci colpiranno, come hanno già fatto. Ma se non abbiamo la forza di contrastare la guerriglia non ci dovevano proprio far venire».
Interviene l’anonimo caporale: «Io sparo per primo. Se vedo uno con un fucile non urlo di buttarlo a terra, io sparo. Noi diciamo sempre `meglio un cattivo processo che un buon funerale’. Ma qui ho imparato a stare attento, quelli che il comando dice essere terroristi e che quindi vai ad arrestare con il fuoco in pancia risultano essere dei poveracci, magari ex poliziotti o ex militari. Gente innocua».
«Quando è venuto Berlusconi a Nassiriya – continua l’anonimo caporale – ogni soldato aveva l’ordine di pattugliare, ma di non intervenire mai. Non arrestare, non rompere le palle a nessuno. Se tu non tocchi la guerriglia la guerriglia non tocca te. In quei giorni avemmo notizia anche di un passaggio di armi verso Tallil, rischiosissimo perché strategicamente è un nostro punto di forza, ma non intervenimmo, non bisognava infastidirli. I terroristi non avrebbero dato fastidio all’arrivo di Berlusconi se noi non davamo fastidio alle loro operazioni. E così è stato».
I ragazzi sono rimasti sconvolti dall’attentato di Nassiriya. «Non dimenticherò mai», dice C.L. «Ho la foto di tutti i morti nel portafoglio», aggiunge il caporale. «Ma è ovvio – dice C.L. – che se continuiamo a stare fermi diventeremo bersaglio sempre più facile».
“iL MANIFESTO”
CONFESSIONI ATROCI Leggi l'articolo »
Furiosa battaglia, 15 iracheni uccisi e 35 feriti fra cui donne e bambini
Gli italiani sparano strage a Nassiriya
Giancarlo Lannutti
Liberazione 7 aprile 2004
La ipocrita finzione sulla «missione di pace» in cui sarebbero impegnati i militari italiani in Iraq è stata clamorosamente e tragicamente smentita da quello che è accaduto ieri a Nassiriya: cinque ore di battaglia in città, con quindici iracheni uccisi (compresi due bambini e una donna) e alcune decine feriti (molti dei quali civili), in quella che le stesse fonti ufficiali del contingente hanno definito una azione offensiva «su vasta scala» e che ha provocato il ferimento di dodici bersaglieri. I fatti sono più eloquenti di tutte le elucubrazioni verbali: l’Italia è in guerra agli ordini di Bush in flagrante violazione dell’art. 11 della Costituzione repubblicana, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale soldati italiani si sono resi responsabili di una strage, e per di più al di fuori di qualsiasi mandato o copertura delle Nazioni Unite; a differenza di quanto avvenne nel 1993 in Somalia, dove si operava sotto le bandiere dell’Onu e dove nel tragico episodio del check-point Pasta furono i miliziani somali ad attaccare. Qui il quadro è completamente diverso: nessun sofisma e nessuna menzogna può nascondere il fatto che la Joint Task Force italiana a Nassiriya è una forza di occupazione agli ordini del comando anglo-americano; ed anche la sanguinosa battaglia di ieri è la conseguenza di una operazione voluta e ordinata dagli americani….
lA situazione a Nassiriya è precipitata poco prima dell’alba di ieri mattina. Nel pomeriggio precedente la «governatrice» della regione Barbara Contini (italiana ma nominata dagli americani e direttamente dipendente dall’Autorità provvisoria della coalizione) aveva preso l’iniziativa di negoziare con uno di leader sciiti locali lo sgombero dei tre ponti sul fiume Eufrate, che divide in due la città, presidiati da miliziani e manifestanti. Sembrava che si fosse raggiunto un accordo di massima o comunque che si potesse arrivare ad una soluzione non traumatica. E invece intorno alle 04 locali è scattato l’attacco, con l’impiego di almeno 500 soldati. Il portavoce della Task Force maggiore Simone Schiavone lo ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo lanciato una operazione su vasta scala per restaurare l’ordine. La città era divisa in due con i ponti sotto il loro controllo (cioè degli sciiti, ndr) e dovevamo venirne fuori prima che la situazione degenerasse». Avvicinandosi al primo ponte, sempre secondo le fonti ufficiali, i soldati sono stati fatti segno a colpi di arma da fuoco, che a detta della portavoce del governatore Paola della Casa venivano dalla ex-palazzina comando dei carabinieri, devastata dall’attentato del 12 novembre scorso; e a questo punto l’attacco si è fatto più pesante e la battaglia è divampata dovunque. Il comandante della Task Force gen. Chiarini ha parlato di «almeno cinque ore di combattimenti»; il volume di fuoco impiegato dagli italiani – nonostante i tentativi delle fonti di minimizzarlo – è dimostrato dai risultati della battaglia: come si è detto, quindici morti e più di 35 feriti fra gli iracheni, inclusi molti civili, e dodici feriti leggeri tra i bersaglieri attaccanti, otto dei quali addirittura hanno riportato solo lievi escoriazioni e uno è stato colpito da «stress da combattimento» (!). I militari hanno ripreso uno dopo l’altro tutti e tre i ponti e hanno poi presidiato i punti strategici della città.
In mattinata uno dei leader della rivolta, Sayed Riyad, ha dichiarato che su richiesta di Muqtada Sadr è stato intimato al comando italiano un ultimatum di due ore per ritirarsi dalla città; due operatori civili sudcoreani sarebbero stati sequestrati per rafforzare l’ultimatum ma sarebbero poi stati rilasciati, circostanze entrambe che non hanno avuto nessuna conferma. Il comando del contingente ha smentito la circostanza dell’ultimatum; ma sta di fatto che dopo le 18, 30 locali (le 16, 30 in Italia), ora di scadenza, il corrispondente locale della France Presse ha parlato di ripresa di sparatorie intermittenti. Un portavoce militare ha detto per contro che una delegazione di sciiti «moderati» avrebbe chiesto 48 ore di tempo per far allontanare dalla città i miliziani di Sadr, notizia che non ha trovato per ora conferme da parte irachena. E il calare della notte ha fatto nuovamente pesare su Nassiriya una cappa di tensione e di paura.
SOLDATI ITALIANI UCCIDONO DONNE E BAMBINI Leggi l'articolo »
Una strana coincidenza: a Nassirya un giacimento di petrolio sfruttato dall’Eni
Da Radio Capital del 14 Aprile 2004
Una strana coincidenza. A Nassiriya un giacimento di petrolio sfruttato dall’Eni.
La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.
«Quella dell’Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario».
E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo…… poi già che c’è invia altri 3000 militari a Nassiriya.
Ecco le cifre: l’ospedale a Bagdad costa…21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa…232 milioni e 451 mila euro.
La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c’è lì di così tanto umanitario?
Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya.
Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso.
«Abbiamo incontrato l’ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda».
Interessi in gioco!
«Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all’altezza dell’impegno militare»
Benefici in cambio dell’impegno militare!
Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di…benefici. Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un’ex dirigente dell’Eni. «Il governo iracheno accordò all’Eni lo
sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l’Iraq voleva avviare a produzione.
Nel suo territorio c’è una grande raffineria ed un grande oleodotto».
Guarda un po’, l’Eni aveva contratti petroliferi con l’Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni. «I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare. E’ un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni».
Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi!
In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto – Di Pietro, ha presentato un’interrogazione proprio su questa vicenda.
«Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all’Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto. Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso. Dico “era” perché quel contratto è in forse, nel senso che l’occupazione dell’Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate.
Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro».
E noi ci siamo procurati la risposta del governo all’interrogazione della parlamentare.
«La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario». Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario. «La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell’Eni»
Ah, no?
«Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante». E intanto il governo ammette gli accordi. Il 23 febbraio 2003, un mese prima
dell’invasione, l’agenzia Ansa dà notizia dell’esistenza di un dossier circa gli affari italiani in Iraq.
«L’Italia, che e’ già presente con le iniziative dell’Eni ad Halfaya e Nassiriya, può giocare anch’essa un ruolo».
Ecco cosa dice l’amministratore delegato dell’Eni, un mese dopo la caduta di Saddam.
«L’amministratore delegato dell’Eni Vittorio Mincato ricorda agli azionisti come già nel passato il gruppo aveva messo gli occhi sull’area irachena di Nassiriya»
Nassiriya!
Il nostro dubbio a questo punto è il seguente: è un caso che i nostri soldati siano finiti a Nassiriya?
Ecco il sottosegretario alla difesa Filippo Berselli.
– Non posso essere d’aiuto, né confermando, né smentendo una notizia che non so.
– Allora posso chiederle quest’altra cosa, più in generale: perché siamo andati proprio a Nassiriya?
– Beh, a Nassiriya perché a Bagdad c’erano gli americani, c’erano delle aree d’influenza ed è stata scelta Nassiriya, sarà una coincidenza. Per quanto mi riguarda è assolutamente una coincidenza. –
Ah, una coincidenza. – Sì.
Ecco qua! Per il governo si tratta di una coincidenza.
E noi aggiungiamo: è una coincidenza umanitaria!
Se volete ascoltare via radio la puntata:
http://www.capital.it
giacimenti eni a nasseriya Leggi l'articolo »
” interessante questa foto con la bandiera fascista “camerati italiani” fra le macerie della caserma dei carabinieri a nassirya.
è sempre un piacere vedere come la repubblica democratica italiana permetta l’esposizione di simboli vietati dalla sua stessa costituzione…..
credevo che con faccetta nera cantata a genova dalle cosiddette forze dell’ordine, fosse stato il fondo….invece si continua a scavare” INDYMEDIA.
NASSIRIYA: DUE SENATORI DS DENUNCIANO, “SU UN TRICOLORE UN FASCIO LITTORIO NEL QUARTIERE GENERALE DEI CARABINIERI”
“Considerato che:
sul numero 48, del 26 novembre 2003, del settimanale “CHI”, editore Mondatori, vi è un ampio servizio dal titolo “Gli Eroi di Nassiriya” riguardante il barbaro eccidio dei 19 italiani in Iraq ad opera dei terroristi;
a pagina 17 del suddetto settimanale vi è un servizio fotografico: “Nassiriya (Iraq). Ciò che rimane del quartier generale dei Carabinieri dopo l’attentato del 12 Novembre. In alto il tricolore rimasto appeso in una delle stanze distrutte.”;
al centro del tricolore vi è un gagliardetto nero con un’aquila che stringe tra gli artigli un fascio littorio e la dicitura “CAMERATI ITALIANI”;
si chiede di sapere:
CAMERATI A NASSIRIYA Leggi l'articolo »
CORANO: UN DOCUMENTO RELIGIOSO, STORICO E SOCIALE
L’Islam non è solo una religione, ma anche un modo di vivere, un insieme di comportamenti, un ideale politico e sociale. L’ordine sul quale viene incentrata la vita di un musulmano è il Corano, testo sacro, simbolo supremo della rivelazione. E’ stato dettato dall’arcangelo Gabriele al profeta Mohammed nel periodo che va dal 609-610 al 632, a brani, chiamate sure, rispecchiando un disegno divino. La sua ispirazione è nettamente letterale: è una vera dettatura dell’angelo. E’ stato rivelato in lingua araba, la quale è rigorosamente inseparabile da esso, diventando così la lingua sacra per l’Islam.
Il Corano non è solo rivolto agli arabi, anche se le sue formule da pronunciare nei riti devono essere in lingua araba. Il Corano è il conservatore della lingua araba. Grazie ad esso la lingua araba è diventato l’idioma comune dei musulmani. Le rivelazioni coraniche non si riferiscono soltanto alla religione e alle questioni della vita futura, ma riguardano anche la quotidianità e le sue leggi e, soprattutto, la costituzione e l’organizzazione della comunità da parte di Mohammed.
Alcuni esempi interessanti sono: i cibi e le bevande illecite, il matrimonio, la figura della donna, l’uso del velo e la poligamia. E’ proibito cibarsi di carne di maiale, considerata “sporca” di sangue, e di animali in genere non macellati ritualmente. La macellazione rituale islamica, simile a quella ebraica, consiste nel far uscire il sangue il più possibile, tagliando di netto la gola e pronunciare, nel frattempo, la formula. Nonostante il Corano proibisca solo il vino vero e proprio, la gran parte dei musulmani, per analogia, allarga il divieto a tutte le bevande alcoliche. Solo gradualmente il Corano proibì l’uso del vino, dapprima ritenuta una buona bevanda, per evitare sconci abusi come presentarsi ebbri alla preghiera canonica. Il motivo per cui nell’Islam è vietato bere esplicitamente soltanto il vino, rimanda al periodo del profeta, in quanto a quell’epoca esisteva solo il vino.
Il matrimonio, non considerato sacramento, è un rito semplicissimo, giuridicamente un contratto tra lo sposo e il rappresentante legale della sposa, del quale è obbligatorio, per legge, il consenso al matrimonio. Nella pratica, il contratto avviene davanti a un giudice o una persona da lui delegata e due testimoni. Nel contratto lo sposo si impegna a versare alla sposa una dote. Tutto questo non significa ovviamente che il matrimonio non si debba fondare sull’amore. Il ruolo della donna nella società corrisponde alla sua natura femminile. Le donne non sono uguali agli uomini per il fatto che entrambi hanno nature diverse.
All’interno della società islamica non sono antagonisti, bensì complementari: hanno determinate funzioni, determinati compiti e doveri in rapporto alla loro specifica costituzione. All’uomo spetta la responsabilità economica ed è suo dovere mantenere la famiglia, anche se la moglie è ricca. Alla donna, considerata regina della propria casa, spettano determinati compiti nell’ambito della casa e della famiglia. Davanti a Dio uomini e donne sono uguali. Certo è che la donna, in alcuni casi, ha meno privilegi dell’uomo: come, per esempio, in materia di eredità. Tutto viene spiegato dal contesto storico-sociale dell’Islam. Il figlio eredita la parte di due figlie. La ragione è che l’uomo, sposandosi, si impegna a mantenere la donna con una famiglia.
Con il passare del tempo, e per ragioni dovute a tradizioni sociali e pregiudizi estranei alla legge islamica, la condizione della donna è divenuta peggiore nei Paesi islamici di quanto il Corano e la legge indicassero. L’uso del velo è il tipico esempio di questo antifemminismo. Il hijab, la copertura, è un obbligo divino verso le proprie fedeli, oltre che una forma di protezione dalle possibili conseguenze dell’eccitazione maschile nel vedere le forme di una donna. Inoltre, si tratta di un gesto di rispetto nei confronti del proprio marito o i propri genitori e fratelli, gli unici autorizzati a vedere la “nudità” della donna. Il hijab, perciò, rappresenta il rispetto e la protezione della donna, costituisce una barriera al desiderio dell’uomo e allontana i rapporti sessuali illeciti.
Un uomo, infatti, deve desiderare una donna per il suo carattere religioso, per la sua personalità, per il suo intelletto e solo dopo per il suo corpo. La donna, perciò, oltre a celare i capelli, considerati simbolo di femminilità, deve anche coprirsi dai polsi alle caviglie, lungo tutto il corpo, dal seno fino al collo, lasciando scoperti mani, viso e piedi. E’ necessario ricordare come anche nell’ambito cristiano si parli del velo delle donne. L’obbligo del velo nelle chiese cattoliche è stato abbandonato non tanto tempo fa. Sino a qualche anno addietro le donne si coprivano il capo nell’accostarsi ai sacramenti e nelle occasioni solenni quali la cresima, la prima comunione e soprattutto il matrimonio.
Noi occidentali consideriamo l’utilizzo del velo come un segno di sottomissione della donna. Bisogna dire che la donna non può essere costretta dall’uomo a indossare il velo e quindi a coprirsi, in quanto Dio non accetta le costrizioni. Molte ragazze indossano il velo, cambiando ogni giorno il colore e le fantasie, accoppiandolo allo stile dell’abito e alla moda da loro stesse inventate. Ha senso, allora, sostenere che si tratta di sottomissione? Non sono gli indumenti o i segni esteriori che possano indicare uno stato di emancipazione o di dominazione, ma i discorsi entro cui questi oggetti e segni assumono valore.
Esistono vari tipi di copricapi. Il hijab, chador in persiano, è originalmente soltanto un velo che copre i capelli delle donne. Il rosari, letteralmente copritesta, è il nome originario dell’abbigliamento comunemente definito chador in Iran. Si tratta di un’unica veste, per lo più di color nero, che avvolge il volto e ricopre tutto il corpo della donna. Il niqab, diffuso prevalentemente nei Paesi musulmani sunniti, è un velo integrale nero che non lascia trasparire nulla del corpo della donna ad eccezione degli occhi che si intravedono da due fori. Il burqa, abbigliamento tradizionale delle donne afghane, è un indumento che ricopre tutto il corpo e ha una sorta di grata all’altezza degli occhi che consente di vedere: i Talebani obbligavano tutte le donne a indossarlo.
La poligamia, tanto discussa e criticata, in realtà, non è stata istituita dall’Islam. Nel Vecchio Testamento, infatti, Dio attribuiva la possibilità agli uomini di avere più mogli e la maggior parte dei profeti ne fece ricorso. Nel periodo preislamico la poligamia era molto diffusa e senza limiti. Il Corano non impedisce la poligamia, ma stabilisce dei limiti, fissando in quattro il numero massimo delle mogli e indicando delle condizioni. La giustizia e l’imparzialità: l’uomo poligamo non deve favorire nessuna delle mogli, ma deve essere equo. In caso contrario, è proibito sposarne più di una. Gli uomini, per loro natura, sono imperfetti e inclini agli errori, dunque, per Dio è cosa saggia unirsi in matrimonio a una sola donna.
La moglie durante la stipula del contratto matrimoniale ha la facoltà di imporre al futuro sposo la condizione di non sposare altre donne. Diversamente, lui può risposarsi, ma solo in casi specifici: se la moglie è gravemente malata oppure è sterile, o non è in grado di tener fede all’impegno coniugale. La poligamia, quindi, non è un ordine, ma una facoltà. Oggi, la poligamia è ufficialmente vietata solo in Tunisia, ma è praticamente scomparsa nel mondo islamico. Il Corano è un importante “documento” religioso, storico e sociale, la cui lettura può essere un’esperienza interessante anche per un non islamico, fosse anche solo per scoprire ed entrare in contatto con una realtà diversa da quella a cui noi occidentali siamo stati abituati.
Fadia Al Beik
Il Corano, fondamento di valori Leggi l'articolo »
A ce jour, au moins 40 journalistes et collaborateurs des médias ont été tués en Irak depuis le déclenchement de la guerre en mars 2003. 25 d’entre eux ont trouvé la mort depuis le 1er janvier 2004 dans des circonstances directement liées à leur mission professionnelle.
Par ailleurs, 2 journalistes sont toujours portés disparus :
Frédéric Nérac
ITV News, depuis le 22 mars 2003
Isam Hadi Muhsin Al-Shumary
Cameraman, Suedostmedia, depuis le 15 août 2004.
25 Journalistes tués
26.08.2004 – Enzo Baldoni, Diario della settimana
15.08.2004 – Mahmoud Hamid Abbas, ZDF
15.08.2004 – Hossam Ali, indépendant
03.06.2004 – Sahar Saad Eddine Mouami, Al-Mizan, Al-Khaïma, Al-Hayat Al-Gadida
27.05.2004 – Shinsuke Hashida, Nikkan Gendai
27.05.2004 – Kotaro Ogawa, Nikkan Gendai
07.05.2004 – Mounir Bouamrane, TVP
07.05.2004 – Waldemar Milewicz, TVP
19.04.2004 – Assad Kadhim, Al-Iraqiya TV
26.03.2004 – Bourhan Mohammad al-Louhaybi, ABC News
18.03.2004 – Nadia Nasrat, Diyala Television
18.03.2004 – Ali Al-Khatib, Al-Arabiya
18.03.2004 – Ali Abdel Aziz, Al-Arabiya
28.10.2003 – Ahmed Shawkat, Bila Ittijah
17.08.2003 – Mazen Dana, Reuters
02.07.2003 – Ahmad Karim, Kurdistan Satellite TV
08.04.2003 – José Couso, Tele 5
08.04.2003 – Taras Protsyuk, Reuters
08.04.2003 – Tarek Ayoub, Al-Jazira
07.04.2003 – Christian Liebig, Focus
07.04.2003 – Julio Anguita Parrado, El Mundo
04.04.2003 – Michael Kelly, Washington Post
02.04.2003 – Kaveh Golestan, BBC
23.03.2003 – Terry Lloyd, ITV News
22.03.2003 – Paul Moran, Australian Broadcasting Corporation
15 Collaborateurs tués
25.08.2004 – Jamal Tawfiq Salmane, Gazeta Wyborcza
29.05.2004 – Mahmoud Ismail Daoud, garde du corps, Al-Sabah al-Jadid
29.05.2004 – Samia Abdeljabar, chauffeur, Al Sabah Al-Jadid
27.05.2004 – Nom inconnu, traducteur
25.05.2004 – Nom inconnu, traducteur
21.05.2004 – Rachid Hamid Wali, assistant cameraman, Al-Jazira
19.04.2004 – Hussein Saleh, chauffeur, Al-Iraquiya TV
26.03.2004 – Omar Hashim Kamal, traducteur, Time
18.03.2004 – Majid Rachid, technicien, Diyala Television
18.03.2004 – Mohamad Ahmad, agent de sécurité, Diyala Television
27.01.2004 – Duraid Isa Mohammed, producteur et interprète, CNN
27.01.2004 – Yasser Khatab, chauffeur, CNN
07.07.2003 – Jeremy Little, ingénieur du son, NBC
06.04.2003 – Kamaran Abdurazaq Muhamed, traducteur, BBC
22.03.2003 – Hussein Othman, interprète, ITV News
reporter senza frontiere: 40 giornalisti uccisi in Iraq, la list Leggi l'articolo »
venerdì 27 agosto 2004 (17h13) :
IRAQ-Reporter senza frontiere esprime tutto il suo orrore dopo l’esecuzione di Enzo Baldoni
IRAQ-Reporter senza frontiere esprime tutto il suo orrore dopo l’esecuzione del giornalista italiano Enzo Baldoni
Comunicato stampa – 27agosto 2004
LIBERTA’ DI STAMPA
IRAQ
Reporter senza frontiere esprime tutto il suo orrore dopo l’esecuzione del giornalista italiano Enzo Baldoni
Enzo Baldoni, 56 annni, giornalista freelance per il settimanale indipendente Diario della Settimana, è stato ucciso dai suoi rapitori nella notte tra il 26 e il 27 agosto, secondo quanto riferito dall’emittente televisiva Al-Jazira e dall’Ansa. Anche le autorità italiane hanno confermato e condannato la morte del giornalista.
Reporter senza frontiere esprime tutto il suo dolore per questo barbaro gesto. “Siamo inorriditi per quello che è successo. Esprimiamo tutto il nostro sostegno alla famiglia e ai colleghi di Enzo Baldoni e ci impegniamo a fare il possibile affinché i responsabili di questa ignobile esecuzione siano identificati e assicurati alla giustizia”, ha dichiarato l’organizzazione internazionale per la difesa della libertà di stampa. “Ovviamente, questa esecuzione rinnova i nostri timori per la sorte dei due giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot di cui si sono perse le traccie dal 19 agosto scorso. Ma nel loro caso la situazione è completamente diversa. Non è stato rivendicato nessun rapimento e noi continuiamo a pensare che la loro nazionalità sia un atout”, ha aggiunto Reporter senza frontiere.
Di Enzo Baldoni si erano perse le traccie il 19 agosto e il suo rapimento è stato rivendicato il 24 agosto da un gruppo che si presentava come l’”Esercito islamico dell’Iraq”. I suoi rapitori avevano dato all’Italia 48 ore di tempo per il ritiro delle sue truppe dall’Iraq, aggiungendo che senza il rispetto di queste condizioni non avrebbero potuto garantire la sicurezza del giornalista.
In un messaggio televisivo trasmesso da Rai Uno il 25 agosto, la famiglia di Enzo Baldoni aveva diffuso un appello per chiedere la liberazione del giornalista. Il messaggio, trasmesso anche da Al-Jazira, parlava di un “uomo di pace” e insisteva sul carattere umanitario della presenza di Enzo Baldoni in Iraq. Il giornalista aveva infatti partecipato all’inoltro di medicinali verso Najaf in due convogli della Mezzaluna Rossa e della Croce Rossa italiana.
Il 26 agosto, Reporter senza frontiere aveva rivolto un appello al grande ayatollah Ali Sistani nel quale chiedeva al dignitario sciita di far ricorso alla sua autorità per mettere fine alla drammatica serie di rapimenti che da oltre due settimane accompagna i combattimenti in corso a Najaf e ricordava, ancora una volta, “che i giornalisti sono dei civili e non devono, in nessun caso, essere utilizzati come moneta di scambio o come strumento di pressione”.
Per ulteriori informazioni, consultare il sito www.rsf.org
” Non aspettare di essere privato della libertà di informazione per difenderla ! “
reporters sans frontieres: per Enzo Baldoni Leggi l'articolo »
07 settembre ’04 – Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari
Il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari è innanzitutto un crimine e rappresenta un motivo di angoscia per la condizione nella quale si trovano queste due persone.
Presso consistenti strati di iracheni che in forme diverse – anche criminali – si oppongono all’occupazione militare del loro paese, la responsabilità dei governi coincide con la responsabilità di tutti i cittadini dei paesi occupanti.
È venuta meno la distinzione tra i milioni di italiani che hanno osteggiato la guerra e chi l’ha voluta e la conduce.
Questa incapacità e questo rifiuto a distinguere sono stati favoriti dalla totale, esibita indifferenza del governo di fronte alla volontà di pace e alla richiesta di rispetto della Costituzione.
Chiedendo che cessi immediatamente la partecipazione dell’Italia all’occupazione militare dell’Iraq, chiediamo semplicemente il ripristino della legalità internazionale.
Ribadirlo con forza in questa circostanza non è «cedere a un ricatto criminale», come stoltamente troppi dicono, ma è «cedere» alla Costituzione, al diritto internazionale, all’umanità.
Tra l’angoscia per la sorte di due nostre concittadine e il rifiuto di una politica distruttiva e violenta non c’è una relazione strumentale, ma una sostanziale, assoluta coincidenza.
emergency: via le truppe italiane dall’iraq Leggi l'articolo »
L’India ha raggiunto un “record”. Oggi, grazie alle scuole e ai programmi educativi, il 65% della popolazione sa leggere e scrivere. E’ aumentata anche l’alfabetizzazione delle donne, con un incremento del 15% negli ultimi 10 anni.
Il Ministero per lo Sviluppo umano punta ora a raggiungere il 75% di alfabetizzazione entro il 2007.
(Fonte: misna.org)
India: alfebizzazione in crescita Leggi l'articolo »
Parla Antonio, 82 anni, il papà del reporter ucciso in Iraq
Baldoni,
il padre accusa il governo
«Per mio figlio hanno agito da dilettanti. Sbagliato il canale delle trattative, neppure una notizia del corpo»
…………….
Brutta storia, ma con bagliori di speranza, sembra.
«Brutta storia, brutta come lo è stata quella di mio figlio Enzo… Tuttavia, ecco, gestita meglio, tremendamente meglio. Almeno fino a questo punto».
Gestita meglio da chi, signor Baldoni?
«Ma lo hanno visto tutti gli italiani, io credo…».
Cosa, chi hanno visto?
«Il presidente francese Chirac. C’è andato lui, alla tivù. E’ andato a metterci la faccia e avete notato, che faccia? Che sguardo duro e dignitoso? E poi le parole che ha usato, nei confronti dei rapitori. E i toni. Per mio figlio, invece…».
Invece?
«Invece, per lui, niente, poco o niente. D’altra parte, cosa avrebbe potuto cambiare un signore con la bandana? Cosa avrebbero pensato, i terroristi? Avrebbero riso e basta».
papà baldoni accusa Leggi l'articolo »
Il parlamento del Togo ha depenalizzato i reati a mezzo stampa. La diffamazione sara’ punibile al massimo con una multa fino a 7.500 euro.
(Fonte: Internazionale)
TOGO (je t’aime) Leggi l'articolo »
(nella foto..bill gates!)
Blake Molnar, 15 anni, studente modello della Danbury High School di Lakeside, nell’Ohio, ha partecipato a una tombola organizzata dalla sua scuola per aiutare la ricerca sul cancro e ha vinto il primo premio: tirare una torta in faccia alla preside, Karen Abbott.
La donna si e’ lasciata centrare, ma subito dopo ha chiamato la polizia. Lo studente e’
stato sospeso per 80 giorni e rischia un’incriminazione per aggressione. “C’e’ stato un intento doloso”, ha detto il capo della polizia, “e un uso eccessivo della forza nel lancio”.
(Fonte: Internazionale)
torta in faccia Leggi l'articolo »
7 settembre 2004
Con la normativa vigente sulla fecondazione assistita quei gemellini sani non sarebbero mai nati e Luca sarebbe stato condannato alla morte. Il ministro della Salute Girolamo Sirchia, che ieri ha presentato con una conferenza stampa l’importante intervento di Pavia, ha taciuto questa circostanza, ingannando medici, malati e cittadini. Per queste ragioni i radicali hanno manifestato oggi a Montecitorio chiedendo le dimissioni immediate del ministro. Alle richieste formulate stamani da Daniele Capezzone si aggiungono in queste ore i commenti di alcuni esponenti politici ma soprattutto le critiche di molti esponenti del mondo scientifico.
La notizia è stata diffusa ieri. Le cellule staminali del sangue placentare di due fratelli gemelli, nati lo scorso aprile, hanno guarito da una grave forma di talassemia il fratellino di cinque anni. Si tratta del primo trapianto al mondo di questo tipo, eseguito con successo a Pavia nel reparto di oncologia pediatrica del Policlinico San Matteo. Luca, fino al 12 agosto scorso, è stato costretto ad una trasfusione di sangue ogni 15-20 giorni e ad indossare un apparecchio elettronico che per 12 ore di seguito gli iniettava sottocute un farmaco salvavita. Ora è «perfettamente normale, completamente guarito», dicono i medici. Le cellule staminali utilizzate sono state ottenute dai due fratelli gemelli, moltiplicate in laboratorio e trapiantate con successo.
L’evento è stato definito «storico» dal ministro della Salute, Girolamo Sirchia, al termine della conferenza stampa convocata nell’ospedale lombardo. «Non è per rinfocolare una polemica, – aveva detto Sirchia – ma per guardare in faccia ai fatti, fino ad oggi gli unici risultati clinici sono stati ottenuti utilizzando le cellule staminali adulte, ossia quelle che già ci sono nei tessuti degli organi dell’uomo e li stanno perché è loro compito riparare i tessuti, ma che per motivi strani che noi non conosciamo non riescono a ripararli».
Stamani, tuttavia, il Corriere della sera scrive che l’intervento è stato possibile soltanto grazie al precedente ricorso all’analisi preimpianto, una pratica fatta all’estero e vietata in Italia proprio dalla legge Sirchia, la legge 40 del 2004. E’ ad Istanbul e non a Pavia, nel laboratorio di genetica organizzato dal biologo molecolare italiano Francesco Fiorentino, in collaborazione con un ospedale locale, che ha origine la storia felice di Luca. Sulle rive del Bosforo i suoi genitori, origini turche, da anni residenti in Italia, si sono sottoposti ad un ciclo di fecondazione artificiale e alla successiva diagnosi preimpianto degli embrioni creati in provetta. Senza questo fondamentale preliminare il bambino non avrebbe potuto essere curato. Perché proprio e soltanto grazie a questa tecnica diagnostica, vietata nel nostro paese dalla recente legge sulla procreazione medicalmente assistita, e considerata alla stessa stregua di un atto «eugenetico», è stato possibile selezionare gli embrioni sani e compatibili, da destinare ad un eventuale impiego per il trapianto.
I radicali hanno chiesto subito le dimissioni di Sirchia. «Tra patetiche precisazioni, mezze ammissioni, mezze bugie e mezze verità – spiega Daniele Capezzone – si trascina una commedia degli equivoci e degli inganni ormai inostenibile. Non ci sono più scusanti. Le dimissioni di Sirchia, a questo punto, sono sempre più un atto dovuto, e non più solo un atto decoroso». A queste dichiarazioni nel corso della giornata si sono aggiunte quelle di Barbara Pollastrini e Lanfranco Turci dei Ds, ma anche quella di Alessandra Mussolini, che annuncia un esposto contro il ministro. E mentre Sirchia si difende spiegando di non essere stato informato del fatto che la gravidanza gemellare era stata generata da una pratica di fecondazione assistita con preselezione degli embrioni, nel merito interviene il commissario europeo alla Ricerca, Philippe Busquin, secondo il quale la notizia del bambino italiano curato grazie alle cellule staminali è una chiara dimostrazione che «occorre potenziare il più possibile la ricerca sulle cellule staminali embrionali». (Roberta Jannuzzi)
la vergogna di sirchia Leggi l'articolo »
Il senatore di FI Gentile: ”Con l’accordo sui consultori ritiro la proposta sul ticket”
Roma, 10 ago. (Adnkronos) –
E’ polemica sull’intervista rilasciata a ‘La Repubblica’ dal ministro della Salute, Girolamo Sirchia, che ha definito l’aborto ”un omicidio”. ”Le affermazioni di Sirchia mi convincono ancora di piu’ che oltre a chiedere scusa alle donne, deve andare a casa” afferma Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds.
Sulla stessa linea la senatrice dei Verdi Loredana De Petris, che invita Sirchia ad ”accogliere lo stesso consiglio che ha gia’ dato agli anziani: lasci il ministero e vada in un supermercato a prendere un po’ d’aria fresca” e accusa il ministro di ”essersi espresso contro le donne sulla fecondazione” e di ”non aver dato ai consultori i fondi adeguati”.
Oggi il senatore di Forza Italia Antonio Gentile si e’ detto pronto a ritirare la sua proposta di mettere un ticket sul secondo aborto se si arriva ad un accordo tra Stato e Regioni per il rilancio dei consultori. Il senatore azzurro lancia l’idea di sottoscrivere a settembre un accordo per il potenziamento delle strutture. ”Un piano -spiega Gentile- che preveda un’assistenza sociale per le ragazze madri, un sistema efficace di prevenzione che parta dalla scuole medie superiori (attraverso i crediti formativi) e che illustri il valore della sessualita’ e della contraccezione, un tema che abbraccia anche la profilassi di malattie infettive ancora incombenti: sono punti realizzabili per i quali chiedo un intervento del Governo e che, se realizzati, consentirebbero al nostro esecutivo di poter applicare compiutamente la legge 194, dopo oltre un ventennio di ipocrisia e di silenzi da parte della sinistra”.
Sirchia, un aborto mancato Leggi l'articolo »
«Bisognerà risarcire gli iracheni per quello che gli stiamo facendo». Era l’inverno del 1991 e le bombe americane (e italiane) cadevano senza sosta sulle città dell’Iraq. Padre Ernesto Balducci pronunciò queste frasi poco prima che il presidente Usa, George Bush, annunciasse – per la mattina del 28 febbraio – la fine dei bombardamenti. Dalle parole di Balducci nacque l’idea di costituire un’associazione di volontari per la ricostruzione di quel che rimaneva dell’Iraq. 1991: nasceva «Un ponte per…». Sono passati più di 13 anni e altre guerre. L’associazione è ancora là, a Baghdad, a cercare di portare a termine vari progetti di cooperazione con la popolazione irachena. Siamo nel 2004, la guerra in Iraq continua a fare morti e a provocare distruzione, alla Casa Bianca c’è il figlio del presidente d’allora. E la situazione irachena, se possibile, è ulteriormente peggiorata. Anche dopo il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta a Baghdad, il portavoce di «Un ponte per…», Lello Rienzi, ha ribadito la volontà dell’associazione di «non lasciare l’Iraq».
In quasi 14 anni di attività, le priorità di «Un ponte per…» si sono consolidate nelle loro azioni in Iraq, in Serbia, nel Kurdistan turco e in Libano. Quelle priorità che, leggendo lo statuto dell’associazione, mettono al primo posto «il contrasto della dominazione dei Paesi del nord sul sud del mondo e la prevenzione di nuovi conflitti, in particolare in Medio Oriente, attraverso campagne di sensibilizzazione, incremento degli scambi culturali, delle relazioni di amicizia e della cooperazione allo sviluppo». L’associazione ha circa 500 aderenti e comitati locali in diverse città italiane e le proprie attività si basano principalmente sul lavoro volontario dei soci ed è finanziata con campagne pubbliche di raccolta fondi e contributi di Enti locali.
«Un ponte per…» è presente in Iraq con un ufficio a Baghdad da cui Simona Pari e Simona Torretta – ma non solo loro – portano avanti progetti sia nella capitale che in altre città, come Bassora, colpite da due guerre e da un embargo decennale.
Ma l’associazione, da quell’inverno del 1991, si è attivata anche nella ex-Jugoslavia, con un ufficio ancora attivo a Belgrado, nel Libano devastato dalla guerra civile, con una base nel campo profughi palestinesi a Chatila, e nella zona del Kurdistan turco, con l’ufficio nella cittadina di Diyarbakir.
«”Un Ponte per…” – si legge nello statuto dell’associazione – considera indivisibili gli interventi di solidarietà concreta verso le popolazioni colpite, l’impegno “politico” per incidere sulle cause delle guerre e la costruzione di legami tra la società italiana e le società dei paesi in cui opera». Con questa idea di «solidarietà politica», l’associazione è presente in Iraq – con il nome di «Un ponte per Baghdad» – dove sta realizzando diversi progetti di aiuto nel campo sanitario, della depurazione delle acque e nel campo educativo in collaborazione con la Mezza luna rossa irachena (Ircs), con alcune agenzie dell’Onu e dell’Unione europea. Ma l’obiettivo di questa «solidarietà politica» si traduce anche in vari interventi umanitari per sostenere lo sviluppo della società civile irachena, come l’appoggio dato alla ricostruzione della Biblioteca di Baghdad, come il progetto sanitario dedicato alla salute dei bimbi iracheni (con particolare attenzione alle malattie infettive e alla cura dei denti) o come i vari progetti di inserimento scolare per migliaia di ragazzi di 50 scuole a Baghdad e provincia.
In Iraq, oltre a «Un ponte per…», sono presenti anche altre organizzazioni non governative (ong): l’Ics (il Consorzio italiano di solidarietà), Intersos, Coopi, Cesvi, Cosv (il Comitato di coordinamento delle organizzazioni per il servizio volontario), Gvc (Gruppo di volontariato civile), ed Emergency. I volontari italiani presenti in Iraq sono 20 e operano nella capitale, a Bassora e nel Kurdistan iracheno. «Ritenevamo – ha dichiarato Rienzi – che non ci fossero problemi di sicurezza per la nostra attività in Iraq. Ora attendiamo di vedere come si evolvono nelle prossime ore le cose e di capire qualcosa di più».
non abbandonare l’irak Leggi l'articolo »