2004

misteri e segreti che la scienza non svela, sindone bis original

La Sindone bis di Manoppello

Secondo il quotidiano tedesco “Die Welt” l’immagine del
“Sacro Volto” di Gesu’ rappresentata su un tessuto
conservato da oltre 400 anni nella chiesa dei Cappuccini di
Manoppello (Pescara) sarebbe “autentica” e non dipinta o
copiata da quella della Sacra Sindone di Torino, con la
quale ha impressionanti rassomiglianze. Paul Badde,
autore dell’inchiesta, ha fatto arrivare a Roma dalla
Sardegna Chiara Vigo, una delle ultime donne al mondo
che sull’isola di Sant’Antioco ancora tesse l’antichissimo
tessuto di bisso (ritrovato nelle tombe dei faraoni e citato
anche dalla Bibbia) sul quale e’ impressa l’immagine di
Cristo. L’esperta tessitrice, davanti alla reliquia di 17×24
cm, custodita da Padre Germano, guardiano della chiesa
dei Cappuccini, e’ rimasta meravigliata: “Mio Dio, e’
davvero bisso, e’ impossibile! Il bisso non si lascia
dipingere.”

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notte freak per piazza grande

17 ottobre Favolosi per una notte “ArciLesbica, Arcigay, Notte Freak e Tavola delle Donne insieme per Piazza Grande”

Musica, attrazioni e divertimento. L’incasso sarà devoluto interamente a Piazza Grande.
Vi invitiamo a partecipare ad una serata particolare promossa e organizzata insieme da Arcigay, ArciLesbica, Il tavolo delle donne e Notte Freak in solidarietà per Piazza Grande.
Oltre alla musica e varie piacevoli attrazioni ci sarà la possibilità di stare insieme giocando con gli abiti della “sartoria di PiazzaGrande” . SI terrà un’asta dei vestiti insieme ai modelli e modelle, i “Favolosi per una notte” che a sorpresa sfileranno in passerella ( si dice che alcuni modelle/i sono gente famosa.!!!???…)
“Freak” Antoni “cucirà gli abiti addosso alle persone che li indosseranno”.
Giovedì 30 settembre alle ore 22 al Cassero via Don Minzoni 18, ingresso € 3. L ‘incasso della serata andrà a sostegno dell’Associazione Amici di Piazza Grande Onlus.

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cat stevens: sono ancora stordito

Dopo la brutta avventura americana (vedi news) Cat Stevens è ritornato a Londra.

 

Immediatamente intervistato dai media britannici, Yusuf Islam si è detto shockato del trattamento riservatogli dagli ufficiali di dogana americani.
“Sono ancora stordito” ha spiegato il cantante “Una parte di me voleva ridere, l’altra reagire.
L’intera cosa è stata estremamente ridicola.
Tutti sanno chi sono, di certo la mia figura non è un segreto.
Ho lottato molto per la pace e per opere benefiche; ci dovranno essere molte spiegazioni”.

Arrivato all’aeroporto di Heathrow, Islam non è stato interrogato dalla polizia inglese, si è solamente consultato con i suoi avvocati per capire il motivo della presenza del suon nome all’interno della lista di probabili terroristi: “Le persone fanno errori” ha concluso Stevens “Spero solo che ne abbiano fatto uno grossissimo.
Vedremo”.

L’accaduto ha coinvolto anche l’ambiente politico tanto da convincere il Ministro degli Esteri inglese Jack Straw a lamentarsi direttamente con il Segretario di Stato americano Colin Powell: “Questa cosa non sarebbe dovuta succedere”.
La posizione presa da Straw ha in parte spiazzato i colleghi inglesi che soltanto 24 ore fa si erano ‘nascosti’ dietro una posizione di neutralità: “Il motivo della sua detenzione e del ritorno sono evidentemente un problema degli americani e non nostro”.

In un’altra notizia si apprende che Cat Stevens farà il suo ritorno sulle scene dopo 30 anni di esilio musicale (l’ultimo singolo “Another Saturday Night” era del 1974); Islam duetterà con Ronan Keating per una nuova versione di “Father And Son”, brano che potrebbe aggiudicarsi la tanto desiderata 1° posizione nella classifica natalizia dei singoli inglesi.
Yusuf e Ronan dovranno battere i DarknessGirls Aloud e Will Young.

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«L’Iraq è con noi, cacceremo gli invasori americani»

L’ALTRA FACCIA DELL’IRAQ

“Se per assurdo un giorno il Cielo si abbattesse sulla Terra, allora forse potremmo avere rapporti con Al Qaeda”
Un giornalista della Stampa ha intervistato un sedicente leader della resistenza irachena.

 


«L’Iraq è con noi, cacceremo gli invasori americani» La Stampa, 20/9/04

BAGHDAD. La «resistenza» irachena esce allo scoperto, e lo fa con un’intervista all’inviato della Stampa in Iraq. L’incontro, dopo mesi di contatti e rinvii, avviene in una villetta semicentrale di Baghdad. L’uomo, che si fa chiamare con il nome di battaglia Abu Moussa, non è armato: dicono avesse ricoperto alti incarichi nell’esercito di Saddam, forse comanda la guerriglia a Baghdad o forse ne è autorevole portavoce. Verificarlo è impossibile, però le cose che l’uomo senza nome rivela sono di estremo interesse. «Il nucleo della resistenza irachena – dice – è attivo dal 1998. Fu allora che il presidente Saddam, ritenendo ormai inevitabile una guerra,…

… decise di creare una struttura segreta selezionando 15 mila uomini, i migliori elementi del “Baath” e la crema di esercito e corpi speciali ». Distingue la guerriglia dai terroristi: «Noi uccidiamo solo chi collabora con gli invasori. Quanti siamo? Ora un milione, forse di più: batteremo gli americani e li cacceremo dall’Iraq»

«Noi siamo la resistenza, non quelli che sequestrano e sgozzano»: l’iracheno, che si fa chiamare con il nome di battaglia di Abu Moussa e lancia questo messaggio, è un uomo di mezz’età che ci sta parlando con tono tranquillo rivelando vicende straordinarie. Contatti trascinati per mesi d’un tratto sfociano nell’ incontro, in questo momento colui che appare come il leader della guerriglia a Baghdad ha accettato l’intervista con tanta facilità da far pensare all’inizio di una campagna mediatica.

Per ragioni ancora non del tutto chiare la resistenza irachena deve aver deciso di uscire allo scoperto: lo fa per distinguersi dalle bande di macellai che sommergono il Paese, ma anche perchè probabilmente si sente abbastanza forte e vuole ribadire una “leadership” che è già nei fatti. L’uomo che ci sta parlando in una villetta semicentrale di Baghdad non è armato, anche se le camice a quadri o i “disdasha” dei suoi mostrano chiari rigonfiamenti ascellari.

Domanda iniziale: voi siete “la resistenza”, poi ci sono i terroristi islamici poi le bande di Al Qaeda poi i semplici banditi. Come si fa a distinguervi?

«Mi piacerebbe risponderle che ad un occidentale sarebbe più utile capire anzitutto cosa ci unisce. Pochi giorni dopo l’ingresso delle truppe americani a Baghdad mi trovavo in auto fermo ad un “check point”. E dinanzi alla mia era l’automobile di un commerciante molto noto, proprietario di una catena di pasticcerie che accompagnava il figlio e la sua fidanzata a fare acquisti in vista del matrimonio, un matrimonio rimandato a quando la guerra fosse finita. In un cassetto dell’ auto aveva 15mila dollari, soldati volevano prenderli, i figlio tentò di protestare e per questo venne picchiato col calcio dei fucili, gettato sul marcia piede, legato con le mani dietro la schiena e maltrattato a pugni e calci sotto gli occhi de padre e della donna». Questo era il primo episodio cui assistevo direttamente ma nell’anno e mezzo successivo migliaia di iracheni hanno visto genitori figli maltrattati o uccisi, carri armati che distruggevano le case, la loro dignità calpestata ed i propri beni depredati: la rabbia per tutto questo è l’elemento che unisce tutti coloro che in questo Paese combattono l’occupazione».

Assieme con gli attentati, rapimenti, le autobombe, le decapitazioni?

«Noi finora abbiamo rapito soltanto camionisti turchi, siriani o giordani che rifornivano le basi americane, abbiamo bruciato i loro mezzi e poi li abbiamo rilasciati dopo avergli fatto giurare sul Corano che mai più avrebbero rifornito l’invasore».

Nessuno di essi è stato ucciso?

«Neanche uno, e non è mai accaduto che un elemento della resistenza decapitasse o sgozzasse prigionieri, se fosse successo costui sarebbe stato eliminato immediatamente. Quanto alle autobomba, quelle piazzate da noi rappresentano forse il dieci per cento del totale e si dirigono sempre verso basi americane o sedi di uffici che collaborano con l’occupante».

Anche caserme di polizia?

«Anche però caserme dove si sono svolte attività particolarmente riprovevoli e mai quelle in cui è il corso il reclutamento o dinanzi alle quali sostano giovani iracheni. Non abbiamo alcun interesse a colpire la popolazione perchè la popolazione è sempre più dalla nostra parte e d’altronde cinque anni di preparazione non trascorrono invano…»

Cinque anni? Il dopoguerra è cominciato 18 mesi fa.

«Però il nucleo della resistenza irachena è attivo dal 1998. Fu allora che il presidente Saddam, ritenendo ormai inevitabile una guerra, decise di creare una struttura segreta selezionando i migliori elementi del “Baath” e la crema di esercito e corpi speciali”. Saddam Hussein era ben conscio che l’attacco americano era inevitabile e avrebbe potuto opporvi soltanto carri armati fermi dal ’92, dunque decise la creazione di quest’ala segreta del “Baath” sconosciuta anche al resto del partito, che avrebbe dovuto organizzarsi in nuclei di resistenza quando l’Iraq fosse stato invaso».

Quanti eravate in questa struttura?

«In totale circa quindicimila, divisi in nuclei a comunicazione orizzontale e dunque piuttosto compartimentati, le dotazioni consistevano essenzialmente in armi leggere e depositi di esplosivo però molte altre armi ci sono arrivate dai magazzini dell’esercito quando i reparti si stavano sfaldando».

Aveva un nome, questa armata segreta?

«Una denominazione ufficiale no, però si usava riferirsi al “Baath” parallelo parlando di “Al Taljali”, che più o meno significa “l’élite».

Qualcosa a che fare col corpo dei “fedayn” che il figlio di Saddam, Uday, creò poco prima della guerra?

«No, quella era poco più di un’armata personale, noi avevamo invece il compito dì difendere ogni angolo dell’Iraq riaffermando la dignità nazionale con l’unica forma di azione possibile, ovvero la guerriglia».

Cominciaste subito?

«Quasi: la rivolta spontanea di Falluja contro le prevaricazioni di militari ubriachi anticipò anche le nostre azioni che comunque hanno una data d’inizio precisa: 10 aprile del 2003, con l’attacco contro tre carri armati americani ed il loro incendio nel quartiere di Nafaqua Al Shurza, a Baghdad».

Quali sono fino ad oggi le azioni che considerate di maggiore successo?

«Quelle di Falluja hanno assunto carattere permanente, né gli americani né il governo Allawi possono più controllare la città, a Falluja combattono sunniti della zona, sciiti di Nassiriya ed anche curdi, come avveniva per il “Baath” la resistenza non dà alcun valore all’elemento religioso o etnico ma punta sullo spirito nazionale e sull’orgoglio arabo. Come singola azione, forse quella di Al Haswa fu la più efficace…».

Lei dice che la resistenza attacca solo basi nemiche e collaborazionisti iracheni, l’altro giorno due donne che lavoravano come interpreti nella “Green Zone” sono state uccise a colpi di pistola su Saddoun Street e abbandonate sull’asfalto con il “pass” americano bene in vista sul petto. Siete stati voi?

«E’ molto probabile, un nucleo autonomo di resistenza deve aver accertato le loro responsabilità».

La responsabilità di lavorare per vivere?

«Quando viene segnalato il caso di un iracheno che lavora per le truppe straniere o fa la spia prima la resistenza indaga per sapere se l’accusa è vera, e se è vera decide l’esecuzione. Anche di donne, se le colpe sono gravi, il mio nucleo ha eliminato una che procurava ragazze ai soldati americani».

E chi pronuncia la condanna, avete magari un tribunale clandestino?

«No, la responsabilità spetta al comandante di ciascun nucleo, ma se non è sicuro delle accuse questi può convocare il sospettato facendogli giungere una lettera a casa…».

Un gruppo clandestino che spedisce lettere?

«Si, solo a Baghdad ne abbiamo recapitate a migliaia avvertendo ogni volta le singole persone che sul loro conto circolavano queste accuse e potevano presentarsi per tentare una discolpa».

Presentarsi dove, da chi?

«Ogni quartiere ha i suoi referenti, non tema, a Bahghdad ci conoscono tutti…poi è accaduto diverse volte che i sospettati ci abbiano convinti della loro innocenza e siano tornati a casa, anch’essi dopo aver giurato sul Corano».

Chi vi finanzia?

«Noi stessi, fondi accantonati prima della guerra, alcuni iracheni più ricchi di altri ma anche moltissima gente comune che si quota per piccole somme».

Riscatti dei sequestri di persona?

«E’ accaduto, però pochissime volte poichè il sequestro non appartiene ai nostri sistemi e da parte nostra può riguardare solo ricchi stranieri o rappresentanti di società che tentano di arricchirsi sulla pelle degli iracheni. Fra l’altro, l’industria dei sequestri è partita immediatamente dopo l’occupazione americana ed ha avuto ben altri organizzatori».

Quali?

«Per esempio Waheb El Shibli, uno sciita luogotenente di Ahmed Chalabi. Mesi fa la polizia irachena l’arrestò accusandolo di almeno dieci sequestri di persona, gli americani lo fecero tornare libero pochi giorni dopo. In questo povero Paese la spoliazione s’è iniziata a guerra appena conclusa e con qualsiasi mezzo, sono calati gruppi di ogni tipo spesso manovrati dall’esterno e di recente perfino il governo di Allawi con i suoi vecchi arnesi del “Mukhabarat” ha cercato di combatterci organizzando nuclei sulla falsariga dei nostri, gruppi misteriosi che conducono misteriose missioni cercando di farle ricadere sudi noi o sulle spalle di altri».

Ecco, gli altri: quali rapporti avete con Al Qaeda?

«Se per assurdo un giorno il Cielo si abbattesse sulla Terra, allora forse potremmo avere rapporti con Al Qaeda. Le risulta che l’Iraq di Saddam fosse luogo i terroristi o avesse rapporti con integralisti islamici? Noi siamo l’espressione di quali’ Iraq, laico, socialista, panarabo, Saddam è in carcere, il “Baath” non esiste però resta l’orgoglio nazionale che continua a cementarci».

Non avete contatti neanche col famoso Zarqawi?

«Al Zarqawi è uno specchietto per le allodole o forse uno spaventapasseri: appare dovunque, interviene su qualsiasi cosa, parla o fa parlare attraverso Internet o via radio, io dico che spesso quando viene citato non c’è e quando c’è fa dell’altro».

In città come Falluja o Mahmouya avrete pure qualche contatto con i combattenti islamici.

«Non contatti veri e propri ma una sorta di coordinamento».

Quanta gente oggi appartiene alla resistenza?

«Potrei risponderle un milione di persone ma la stima è impossibile, posso dirle che gli iracheni ci sostengono ed anche nella nuova polizia contiamo più simpatizzanti che avversari. Le ricordo che nel Duemila fra gli iscritti al “Baath” c’erano 2 milioni e 700 mila iracheni sotto i 35 anni di età e quasi tutti avevano moglie, figli, genitori a carico: un anno e mezzo fa una massa di dieci milioni di persone si è trovata alla fame semplicemente a causa della decisione americana di licenziare dai posti pubblici tutti i “baathisti”. Oramai le tribù di appoggiano e nelle città anche i ragazzini lanciano pietre contro gli americani, si approssima il momento di una “intifada” irachena».

Secondo voi chi ha rapito i due giornalisti francesi e le ragazze italiane?

«Quanto ai francesi penserei alla banda di Wahab Al Amri perché si trovavano nel suo territorio, le ragazze italiane ci paiono vittime di un’organizzazione di altro genere, quella più “misterioso” a cui accennavo prima, che in apparenza non si rendono conto dei danni provocati alla causa irachena. Anche noi vorremmo sapere di chi si tratta, non crediamo alle voci che vogliono le italiane “trasferite” da Abu Ghrejb a Falluja, anzi possiamo escluderne del tutto la fondatezza».

Lo dicono esponenti del Consiglio degli imam.

«Se avessero informazioni credibili saprebbero anche come intervenire, in realtà gli “imam” non hanno alcun contatto coi gruppi minori e possono comunicare con noi solo per via indiretta. Per quanto ci riguarda, non li contattiamo perché non abbiamo alcuna stima del loro Consiglio supremo».

Nelle mani di chi si trovano, dunque, le italiane?

«Le stiamo cercando anche noi».


Stampa 22/9/04

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luogo comune: regia cia dietro le decapitazioni???

NICK BERG, PAUL JOHNSON, OLIN ARMSTRONG. TRE DECAPITAZIONI, UNA SOLA REGIA.

 

All’interno il video completo con le foto, che sono posizionate a distanza dalla fine dell’articolo, per chi non vuole vederle.

Il video della decapitazione dell’americano Olin Armstrong, diffuso nei giorni scorsi, presenta moltissimi punti in comune con quello di Nicolas Berg. La procedura stessa dell’esecuzione, inoltre, è simile anche a quella usata per il terzo americano, Paul Johnson, e diventa quindi difficile pensare che mani diverse abbiano portato a termine le tre operazioni. Ed in fondo è la CIA stessa a confermarlo, nel momento in cui ha attribuito al fantomatico Abu Al-Zarqawi, la nuova primula rossa di AlQueda trapiantata in Iraq – la responsabilità di questo ultimo omicidio, come già aveva fatto con quello di Nick Berg. Tra i due c’è Paul Johnson, episodio meno ricco di dettagli, ma perfettamente il linea con gli altri due. Resterebbe solo da stabilire, a questo punto, chi sia e per chi lavori davvero questo Al-Zarquawi. Se lo prenderemo entro un mese al massimo, sotto elezioni americane, avremo la conferma definitiva di quello che già sospettiamo da tempo.

Ma le somiglianze fra i due video, più che aiutare a capire chi si nasconda sotto il capuccio nero del tagliagole, sembrano indicare una stessa “regia” …


a monte dei due episodi, una “filosofia”, riflessa nella continuità nel prodotto, che non necessariamenmte denuncia una cultura islamica alle spalle del tutto.Anzi.

Il video dura in tutto 8 minuti e mezzo, dei quali solo l’ultimo minuto è riservato alla decapitazione vera e propria, mentre il resto è nuovamente occupato dall’interminabile proclama letto dal killer in posizione centrale. La prima cosa che si nota nel nuovo filmato, però, è la  impressionante sezione dei titoli di testa, che – se comparata al resto del filmato – equivale in tutto e per tutto alla presentazione di un candidato all’Oscar di una major di Hollywood. Animazioni multiple dei logo, croma-key, canzone “giusta”  in sottofondo, dissolvenze incrociate, sottotolo (del nome di Armstrong) rigorosamente in Courier Typewriter – il carattere d’obbligo nel circuito “art” dei film stranieri in America – e addirittura una scritta ondeggiante che non rinuncia a pennellare il cielo coi suoi raggi di dorato successo. Ci si aspetta quasi, a quel punto, di vedere Rita Hayworth che discende lo scalone di Sunset Boulevard. E invece lo stacco con la prima inquadratura ci riporta alla brutale realtà a cui stiamo per assistere. mentre l’operatore corregge all’ultimo momento lo zoom dell’inquadratura, vediamo il prigioniero in ginocchio davanti ai soliti 5 incappucciati, ed alle loro spalle, sul muro, un telone con delle scritte (si presume) propagandistiche. Il tutto è particolarmente nero – il nero subliminale dei cattivi di Hollywood: nero il telone con le scritte, neri gli abiti dei 5, nero il cappuccio che nasconde il loro volto. Manca completamente il verde dell’Islam, mentre ritroviamo la classica tuta arancione sul prigioniero, che da sola basterebbe come “firma” congiunta dei tre omicidi, e che sembra ormai essere diventata un must per ogni esecuzione che si rispetti: o quelle le vendono tre dozzine alla volta al mercato di Baghdad, o qualcuno se ne è rubate un bel pò da un carcere americano, oppure è scappato direttamente, con un paio di amici almeno, da quello di Guantanamo. Oppure…

Anche la parete – il solito giallino smunto – comincia a far sospettare che in Iraq gli imbianchini abbiano tutti in dotazione lo stesso stock di vernice dozzinale. A differenza però del video di Berg, qui notiamo due cose diverse: sulla destra dell’inquadratura, intuiamo una tenda che ondeggia in continuazione, mossa dal vento, che ogni tanto fa anche capolino, col bordo inferiore, nell’inquadratura. La seconda, è che il condannato si muove decisamenmte di più del rigidissimo Berg: mentre per lui avevamo la certezza quasi assoluta che fosse già morto, Armstrong in effetti fa continuamente dei movimenti col corpo, ondeggia il capo, ed in un paio di occasioni (minuto 2.25, e subito dopo ) fa anche un secco movimento con la testa, sulla sinistra, come per allontanare una mosca che gli ronza intorno.

Suggeriamo però di rivedere il video una seconda volta, immaginando sin dall”inizio che quello che vedete sia il cadavere di Armstrong – ucciso da poco – al quale sono stati attaccati in qualche modo dei fili trasparenti (alla spalle, sotto la mascella, dietro la nuca) che permettano di muoverlo “a mò di pupo”. (E’ lo stesso “trucco” che io ho già sospettato per il caso Berg). Per quanto difficile da sostenere, questa ipotesi ti permette di percepire comunque tutti i movimenti di Armstrong come se fossero naturali, anche se lui fosse già morto. Noterete infatti che stranamente, ogni volta che ondeggia il corpo, ondeggia anche la testa, e viceversa – come se la testa non avesse una propria autonomia, ma si trattasse in effetti di un peso morto. E quando fa quei movimenti improvvisi sulla sinistra, sono proprio dei movimernti che sembrano risultare da uno strattone più “creativo” degli altri, da parte di chi tirerebbe i fili.

Ripeto, è un’ipotesi bizzarra e senza elementi di supporto, e quindi non farò sforzi particolari per convincere nessuno. Ho voluto solo indicare la sensazione che ho avuto, dopo la terza o quarta volta che guardavo il filmato.

Quello che invece dovrebbero notare tutti, è come – esattamente come con Berg – il corpo di Armstrong cada sul fianco, una volta tiratovi dal tagliagole, senza fare nessun movimento proprio. Nello stesso modo, anche le braccia restano assolutamemte immobili durante l’operazione di sgozzamento vera e propria. Credo che anche se uno lo volesse,  non riuscirebbe a non dimenarsi come un forsennato, in quelle condizioni di dolore e di terrore.

Di sangue ne esce decisamente di più di quello che abbiamo visto con Berg – ma comunque non a fiotti come pare accada tagliando il collo di qualcuno ancora in vita.

Le urla del condannato, infine, sono particolarmente strane: si sentono tre urli soffocati, isolati, e distanziati in maniera del tutto innaturale, seguiti da un quarto che sembra essere quasi un rantolo, o  l’esalazione dell’ultimo respiro: a quel punto infatti  il coltello ha già reciso il collo in maniera sostanziale, e dalla trachea, che è stata incisa per prima,  non dovrebbe transitare aria già da un bel pò. Nonostante questo, dopo pochi secondi gli urli riprendono, solo per diventare ancora più potenti e rabbiosi verso la fine.

Notiamo infine che fra il momento in cui Armstrong viene buttato a terra, ed il momento in cui il coltello inizia a recidergli la carotide, c’è di nuovo di mezzo il famigerato “stacco in asse” già usato nel video di Berg. Ovvero, una giunta, che potete vedere fra i fotogrammi 7.44.0  (minutaggio) e 7:44.1, fra gli estremi della quale potrebbe essere passata anche mezza giornata.

In conclusione quindi, indipendentemente dal fatto che Armstrong fosse o meno vivo durante i 7 minuti di lettura del proclama, la parte che segue – per quanto eseguita molto meglio di quella di Berg – sembra contenere con relativa certezza la decapitazione di un cadavere, non di una persona viva.

Anche perchè ci vorrebbe un corso particolare al CEPU iracheno, per scegliere di decapitare uno dal vivo proprio accanto ad una finestra aperta.

Massimo Mazzucco

da www.luogocomune.net

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Gino strada: non andremo mai via

Roma, 18:49
Italiane rapite, Gino Strada di Emergency: non andremo via

Il fondatore di Emergency, Gino Strada, nonostante moltissime organizzazioni non governative stiano ritirando o abbiano intenzione di ritirare il proprio personale dopo il sequestro delle due volontarie dell’associazione umanitaria ‘Un ponte per…’, non pensa assolutamente di lasciare l’Iraq. “Non andremo mai via dall’Iraq – sottolinea Strada – abbiamo due ospedali nel nord dell’Iraq e presto ne apriremo un terzo a Kerbala, 25 posti di pronto soccorso e accordi con un centinaio di cooperative per handicappati. Andare via sarebbe un disastro e una tragedia”. “Forse qualcuno tra le forze occupanti sarebbe felicissimo di continuare la barbarie indisturbato, continua Gino Strada. Noi però rimarremo – conclude – perchè gli iracheni hanno bisogno di noi”.

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aggiornamenti da un ponte per…

La notte non è ancora finita
12.45
Una seconda rivendicazione, di un altro gruppo che annuncerebbe un video dell’uccisione delle nostre Simone, è stata comunicata tramite un sito web. Il Consiglio dei Ministri e la Farnesina continuano a ritenere poco attendibili le rivendicazioni. Parlano di “terrorismo mediatico”. Anche i media arabi sono scettici sulla veridicità delle rivendicazioni. Aspettiamo continuando a cercare di capire.
pubblicato 23 09 2004

 

 

Una lunga notte
3.15
Da un po’ non arrivano più notizie. Rimane l’ipotesi di un messaggio poco attendibile. Speriamo. Ci vorrà tempo per verificare. Ritorniamo al silenzio e al lavoro. Finché non avremo certezze non avremo pace. Per tutti e per tutte, le nostre margherite.

 

01.51
Poco attendibile, lo dicono Palazzo Chigi, al Jazeera e tutte le fonti consultate. Aspettiamo e continuiamo a cercare notizie.

 

01.00
Su un sito internet ad accesso pubblico è stata annunciata l’uccisione delle nostre sorelle e amiche Simona e Simona. Nessuna notizia di Ra’ad e Manhaz. Stiamo cercando di verificarne l’attendibilità.
Il sito è stato usato in passato per messaggi risultati inattendibili. Nel comunicato si parla di una vendetta per il mancato ritiro delle truppe.
Il tutto suscita (dolore e orrore a parte) grandi dubbi.
Aspettiamo. La notte sarà lunga.
Vi preghiamo di non telefonare, qualsiasi comunicazione sarà prontamente data sul sito, abbiamo bisogno di tutte le nostre (e vostre) forze.
pubblicato 23 09 2004

 

 

La nostra speranza
Da 16 giorni si scrivono ipotesi e ricostruzioni sul sequestro di Ra’ad, Manhaz, Simona e Simona. Oggi ne abbiamo lette di nuove. Tutte le notizie e letture possono avere elementi di verità, ogni tentativo di chiarire è il benvenuto. Ma la somma rimane zero. È ancora tutto possibile, ogni scenario è aperto. Continuiamo a non credere a nulla. Solo il sorriso di tutti e quattro davanti ai nostri occhi ci potrà rasserenare. Intanto a Baghdad morti e feriti civili per un autobomba e combattimenti attorno a Haifa Street.
La nostra speranza, di ieri e di oggi, deriva dalla solidarietà che ci avete regalato, dalle iniziative con cui avete quotidianamente scandito queste due settimane, dagli appelli promossi di continuo dalle più diverse realtà sociali e religiose in Iraq e nel mondo arabo e mussulmano. Alcuni ci arrivano, altri li leggiamo dai media, tra questi segnaliamo il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e la società civile, gli ulema e personalità importanti delle comunità di Falluja che ancora sotto le bombe sono riusciti a trovare l’unità, il dialogo e la solidarietà per noi. Questa è la nostra speranza.
pubblicato 22 09 2004

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aggiornamenti da un ponte per…

La notte non è ancora finita
12.45
Una seconda rivendicazione, di un altro gruppo che annuncerebbe un video dell’uccisione delle nostre Simone, è stata comunicata tramite un sito web. Il Consiglio dei Ministri e la Farnesina continuano a ritenere poco attendibili le rivendicazioni. Parlano di “terrorismo mediatico”. Anche i media arabi sono scettici sulla veridicità delle rivendicazioni. Aspettiamo continuando a cercare di capire.
pubblicato 23 09 2004

 

 

Una lunga notte
3.15
Da un po’ non arrivano più notizie. Rimane l’ipotesi di un messaggio poco attendibile. Speriamo. Ci vorrà tempo per verificare. Ritorniamo al silenzio e al lavoro. Finché non avremo certezze non avremo pace. Per tutti e per tutte, le nostre margherite.

 

01.51
Poco attendibile, lo dicono Palazzo Chigi, al Jazeera e tutte le fonti consultate. Aspettiamo e continuiamo a cercare notizie.

 

01.00
Su un sito internet ad accesso pubblico è stata annunciata l’uccisione delle nostre sorelle e amiche Simona e Simona. Nessuna notizia di Ra’ad e Manhaz. Stiamo cercando di verificarne l’attendibilità.
Il sito è stato usato in passato per messaggi risultati inattendibili. Nel comunicato si parla di una vendetta per il mancato ritiro delle truppe.
Il tutto suscita (dolore e orrore a parte) grandi dubbi.
Aspettiamo. La notte sarà lunga.
Vi preghiamo di non telefonare, qualsiasi comunicazione sarà prontamente data sul sito, abbiamo bisogno di tutte le nostre (e vostre) forze.
pubblicato 23 09 2004

 

 

La nostra speranza
Da 16 giorni si scrivono ipotesi e ricostruzioni sul sequestro di Ra’ad, Manhaz, Simona e Simona. Oggi ne abbiamo lette di nuove. Tutte le notizie e letture possono avere elementi di verità, ogni tentativo di chiarire è il benvenuto. Ma la somma rimane zero. È ancora tutto possibile, ogni scenario è aperto. Continuiamo a non credere a nulla. Solo il sorriso di tutti e quattro davanti ai nostri occhi ci potrà rasserenare. Intanto a Baghdad morti e feriti civili per un autobomba e combattimenti attorno a Haifa Street.
La nostra speranza, di ieri e di oggi, deriva dalla solidarietà che ci avete regalato, dalle iniziative con cui avete quotidianamente scandito queste due settimane, dagli appelli promossi di continuo dalle più diverse realtà sociali e religiose in Iraq e nel mondo arabo e mussulmano. Alcuni ci arrivano, altri li leggiamo dai media, tra questi segnaliamo il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e la società civile, gli ulema e personalità importanti delle comunità di Falluja che ancora sotto le bombe sono riusciti a trovare l’unità, il dialogo e la solidarietà per noi. Questa è la nostra speranza.
pubblicato 22 09 2004

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Cecenia: odio e menzogna

16 16/09 storie e reportage, RUSSIA: Dopo la strage di Beslan, in Ossezia esplode l’odio verso ingusceti e ceceni, che invece a Grozny stanno donando sangue, giocattoli e libri ai piccoli sopravvissuti della scuola. Mentre vacilla la pista cecena per gli attentati ai due aerei russi e in Cecenia scatta la prevedibile rappresaglia del Cremlino settembre 2004 – “Sono loro i terroristi della scuola di Beslan: ingusceti e ceceni! Noi siamo amici dei russi, non possiamo sopravvivere senza la Russia, e se loro ci abbandonano adesso, quelli là ci stermineranno”. A parlare è un anziano osseto, Artur Dzgoyev, 77 anni. Sono in molti in Ossezia del Nord a pensarla come lui dopo il massacro dei bambini della scuola. In questa repubblica russa soffia da giorni un preoccupante vento di odio nazionalista che sta facendo riaffiorare vecchi rancori mai sopiti tra la maggioranza osseta, cristiana ortodossa e filo-russa, e la minoranza caucasica degli ingusceti e dei ceceni, entrambi di stirpe veinakh e entrambi di religione islamica.

 

Il risentimento degli osseti verso i membri della comunità ingusceta e cecena esistente in Ossezia del Nord ha assunto toni feroci. La popolazione civile ha organizzato dei veri e propri pogrom contro i villaggi ingusceti del distretto di Prigorodny, dove dodici anni fa i combattimenti tra osseti e ingusceti causarono oltre ottocento morti. Nei giorni scorsi centinaia di giovani osseti armati di spranghe e bastoni hanno tentato di assaltare e dare alle fiamme le abitazioni inguscete. Solo l’intervento della polizia ha evitato il peggio. Incidenti ci sono stati lungo tutto il confine con l’Inguscezia e pure alla periferia della capitale Vladikavkaz, dove vivono molti ingusceti.

 

Ma ancor più preoccupante di queste violente reazioni popolari sono alcune decisioni prese dai locali amministratori pubblici. Gli studenti universitari di origine ingusceta e cecena che frequentano l’Università di Stato di Vladikavkaz, il giorno dopo la sanguinosa conclusione del sequestro di Beslan si sono visti impedire l’accesso alle aule universitarie da parte del preside, che ha chiesto loro di non frequentare più le lezioni. Un provvedimento, ha spiegato, preso per “tutelare la loro stessa incolumità”. Stessa spiegazione ufficiale dietro alla decisione delle autorità sanitarie ossete, che ieri hanno forzatamente dimesso dagli ospedali di tutto il territorio la totalità dei pazienti ingusceti e ceceni. “Per garantire la loro stessa sicurezza”, hanno detto.

 

Chissà se in Ossezia del Nord è circolata la notizia delle manifestazioni di solidarietà alle vittime di Beslan fatte negli ultimi giorni dalla popolazione di Grozny, in Cecenia. L’8 settembre centinaia di persone hanno manifestato in Piazza Neftyanika scandendo slogan e mostrando cartelli di condanna al terrorismo e di solidarietà ai parenti delle vittime all’intera popolazione osseta. Fin dal giorno del massacro, centinaia di residenti della capitale cecena, soprattutto giovani, hanno fatto la fila alla clinica universitaria di Grozny per donare il proprio sangue a favore dei bambini feriti di Beslan. E gli alunni delle scuole della città stanno raccogliendo giocattoli e libri da mandare ai loro coetanei osseti sopravvissuti al massacro.
No, queste cose non verranno mai dette dai giornali e dalle televisioni ossete, tutte controllate dal Cremlino, che sull’odio anti-ceceno basa il suo consenso popolare e che ora sull’odio anti-inguisceto fa leva per distrarre l’attenzione della furiosa popolazione locale dalle responsabilità russe nella tragedia della scuola.

 

Come non verrà mai detto ai russi che molto probabilmente non sono state due terroriste suicide cecene a far esplodere i due aerei di linea lo scorso 24 agosto sui cieli di Mosca. Una, Amanat Nagayeva, di cui era stato trovato il passaporto tra i rottami degli aerei, è in realtà viva e vegeta e vende giocattoli a Rostov, sul Don. Il passaporto rinvenuto era un falso. Fatto e messo lì da chi? L’altra, Satsita Dzhebirkhanova, sembra non sia mai salita su quel Tupolev perché era stata arrestata pochi giorni prima a un chek-point russo al confine tra la Cecenia e l’Azerbaijan e da allora non se ne è saputo più nulla. Sorgono a questo punto legittimi dubbi anche sull’autenticità del passaporto di una presunta kamikaze cecena, rinvenuto sul luogo dell’attentato a una stazione della metropolitana di Mosca una settimana dopo.

 

Proprio in questi giorni ricorre il quinto anniversario della serie di tragici attentati agli appartamenti di Buinaksk, Mosca e Volgodonsk che, tra il 4 e il 16 settembre 1999 causarono la morte di oltre trecento persone. Dalle successive indagini emerse il pesante coinvolgimento dei servizi segreti russi (Fsb) , che quantomeno fornirono l’esplosivo, l’hexogen: lo stesso utilizzato per far saltare in aria i due Tupolev il mese scorso.

 

Intanto in Cecenia, come prevedibile, è scattata la rappresaglia militare russa: una serie di massicce ‘operazioni speciali’ di rastrellamento condotte a tappeto in tutti i villaggi, distretto per distretto. Il primo preso di mira è quello di Shali, una ventina di chilometri a sud-est di Grozny, alle pendici del Caucaso. In questa zona, considerata una roccaforte della guerriglia indipendentista, da quattro giorni l’esercito russo e le milizie cecene ‘unioniste’, con la copertura aerea dei caccia e degli elicotteri russi, stanno passando al setaccio tutti i villaggi, con il solito seguito di violenze e terrore contro la popolazione civile. Sembra che l’obiettivo sia addirittura la cattura dei due leader indipendentisti, l’ex presidente Aslan Maskhadov e l’integralista Shamil Basayev.

thanx to mariposa

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paradossi, in israele non c’è il pane, ma fucili per tutti

milioni
e milioni
poi ancora milioni
su milioni di dollari
spesi dallo stato d’Israele in armamenti
mentre la sua popolazione vive in una situazione di grave miseria.
 
Wake up Israel
l’origine della tua rovina e nella parte malata della società che devi estirpare,
iniziando a cacciare un leader (sharon kanziir!!!) che è il pericolo numero uno per la pace del mondo.
21 set 09:30   Medioriente: sciopero generale paralizza Israele

TEL AVIV – Da questa mattina Israele e’ paralizzato da uno sciopero generale ad oltranza che investe tutto il settore pubblico. Sono stati chiusi i porti e l’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv. Ferme le ferrovie, chiuse le banche, serrati tutti gli uffici governativi. La protesta e’ stata proclamata dalla centrale sindacale Histadrut per la politica del ministro delle Finanze Benyamin Netanyahu. La causa sarebbe il mancato pagamento degli stipendi di circa 20 mila dipendenti dei consigli municipali. (Agr)

www.corriere.it

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altra vergogna made in usa, dirottato volo per Cat Stevens

il razzismo ormai esercitato dal governo statunitense non conosce ormai confini.

 

Cat Stevens sospetto terrorista, negato il visto per gli Usa

L’ex cantante, convertitosi da decenni all’Islam, ha visto dirottare il suo aereo dalle autorità e sarà constretto a lasciare il Paese

Le autorita’ statunitensi hanno vietato il visto di ingresso nel Paese all’ex cantante Cat Stevens e dirottato il volo sul quale viaggiava, facendolo atterrare nello Stato del Maine.

Cat Stavens, che da quando si e’ convertito all’Islam si fa chiamare Yussuf Islam, viaggiava su un volo della United Airlines da Londra a Washington, quando il suo nome e’ stato individuato nella watch list, la lista nera dei sospetti terroristi. Al suo arrivo all’aeroporto internazionale del Maine, l’aereo e’ stato ricevuto dagli agenti federali che hanno interrogato l’ex cantante e gli hanno negato il visto d’ingresso.

Islam, il cui vero nome e’ Stephen Georgiou, era stato uno dei cantanti di maggior successo tra gli anni ’60 e ’70, autore di motivi di richiamo come ‘Morning has broken’, ‘Wild world’, ‘Moonshadow’ e ‘Lisa, Lisa’. Convertitosi all’Islam all’inizio degli anni ’70, ha lasciato il mondo artistico e fondato una scuola di diffusione dell’Islam a Londra. Nel 2003, Cat Stevens, che vive nella capitale londinese da piu’ di dieci anni, ha registrato una nuova versione del suo successo ‘Peace train’, per manifestare la sua contrarieta’ alla guerra in Iraq. Ora probabilmente dovrà fare ritorno in Gran Bretagna.

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Mario Delgado Aparaìn (Montevideo 2000) -by strega-

In questi giorni di strazio e dolore e rabbia, in cui i miei occhi non
riescono più a trovare pace e le mie orecchie sono ferite continuamente da orrore e ancora orrore e ancora ingiustizia e ancora barbarie, in questi giorni non so smettere di comunicare.
Ho bisogno di sapere che quest’umanità è anche altro; e a tutti coloro che credo siano quell’altra umanità, quella che amo e a cui penso di
appartenere, regalo oggi queste parole di un saggio poeta.

Mario Delgado Aparaìn (Montevideo 2000) -by strega- Leggi l'articolo »

i talebani: liberate gli ostaggi!!!

I talebani: “Liberatele!”

 

14/09 storie e reportage, AFGHANISTAN: I prigionieri talebani appena liberati dal carcere di Kabul lanciano un appello per la liberazione delle due volontarie italiane e dei due iracheni sequestrati in Iraq

13 settembre 2004 – “Liberate gli ostaggi”. E’ la scritta – in italiano, in inglese e in arabo – che si leggeva su uno striscione che questa mattina reggevano alcuni talebani appena scarcerati dalla prigione di Kabul.

Il personale di Emergency, l’ong italiana che per motivi umanitari e legali ha fatto pressione per la loro liberazione e che ne ha gestito la fase logistica, aveva raccontato ai prigionieri talebani del sequestro avvenuto in Iraq (vedi ultimi aggiornamenti) delle due volontarie italiane e di tanti altri ostaggi civili.

Loro, i detenuti talebani, sono molto sensibili all’idea che due donne impegnate nell’aiuto umanitario si trovino in questa condizione. Una sensibilità derivante dal rapporto intenso che essi hanno avuto in questi anni con le volontarie e i volontari di Emergency.

Prima di salire sui pullman con i quali sarebbero stati riaccompagnati ai loro luoghi d’origine, gli ex prigionieri talebani hanno voluto rivolgere un appello per la liberazione degli ostaggi, fiduciosi che le loro sofferenze di tre anni rendesse la loro voce meritevole di ascolto.

Questa mattina si è conclusa la liberazione di 743 prigionieri di guerra talebani dal carcere di Pol-i-Charki, a Kabul.

Oggi, gli ultimi 380 detenuti di origine afgana sono stati liberati e, a bordo di autobus forniti da Emergency, accompagnati fino a Kandahar, nel sud dell’Afghanistan. Da lì raggiungerranno poi autonomamente i propri villaggi di origine.

Ma la liberazione era iniziata ieri mattina, quando 363 detenuti di origine pachistana erano stati presi in consegna dalle autorità del Pakistan, che, sempre a bordo di autobus, li hanno portati fino a Peshawar.

Molti di essi sono stati subito messi in libertà su garanzia dei loro familiari. Altri rimarranno invece in stato di detenzione per accertamenti da parte della magistratura pachistana, per un periodo di massimo tre mesi.

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Enrico Piovesana

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Darfur: la soluzione è un embargo alle armi

DARFUR: «URGENTE L’EMBARGO SULLE ARMI»
a cura di Michela Trevisan

«La crisi umanitaria in Darfur ha origini strettamente politiche e l’unica soluzione è una soluzione politica». Così Stefano Squarcina, consigliere per l’Africa al Parlamento europeo, membro di una delegazione dell’Ue rientrata di recente dal Sudan: la sua analisi anticipa gli approfondimenti contenuti nel numero di ottobre di Nigrizia.

 


Embargo sulla vendita di armi e mantenimento della pressione politica sul governo di Khartoum. Per Stefano Squarcina – consigliere per l’Africa al Parlamento europeo, membro di una delegazione dell’Ue da poco rientrata dal Sudan – sono queste le priorità per spingere il governo sudanese ad una soluzione politica della crisi in Darfur.

 

Prima di tutto quali zone siete riusciti a visitare e com’è la situazione?Per ulteriori approfondimenti vedi gli editoriali di Nigrizia di giugno e di settembre 2004, e la sezione “Campagna Sudan”  

Abbiamo cominciato da Khartoum, per fare il massimo di pressioni sul governo sudanese. In fondo gli scontri in atto nella regione del Darfur sono dovuti in massima parte a collaborazioni tra l’esercito sudanese e le milizie locali, i janjaweed.

Poi siamo andati nel Darfur, atterrando ad El Fasher, principale città di uno dei tre stati della regione, e da lì ci siamo mossi per vedere quattro campi profughi, nei quali abbiamo trovato una situazione umanitaria veramente disastrosa. Per fortuna sono presenti alcune ong, intervenute per portare assistenza immediata alle popolazioni locali.

Poi, con un volo militare speciale, ci siamo mossi in Ciad, nella regione di Abéché, dove ci sono altri 200.000 sudanesi. Anche lì c’è bisogno non solo di aiuto umanitario, ma di qualsiasi tipo di aiuto. Nella zona c’è una forte presenza di militari francesi che pattugliano la frontiera per impedire infiltrazioni di janjaweed dal Sudan verso le popolazioni rifugiate in Ciad.

 

Qual’è la vostra posizione nei confronti delle diverse parti in conflitto?

Prima di tutto occorre affermare che siamo di fronte ad una crisi umanitaria, cioè che bisogna portare aiuti a 1.200.000 persone, ma che questa crisi ha una ragione profondamente politica. In fondo è scoppiata quando i janjaweed e l’esercito regolare sudanese si sono messi in testa di reprimere il movimento avviato da due principali gruppi cosiddetti di guerriglia, Sla/m e Jem (Esercito/movimento di liberazione del Sudan e Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, ndr), che chiedevano solo l’apertura di un tavolo di confronto per la ripartizione dei poteri e delle ricchezze.

È importante sottolineare che i due movimenti non avanzano nessuna rivendicazione separatista, ma hanno una piattaforma politica di richiesta d’apertura di negoziati con il governo del Sudan. È chiaro che la situazione è andata fuori controllo. Adesso il governo sudanese da una parte cerca di rispondere alla forte pressione internazionale, dall’altra fa “orecchie da mercante”; questo è un governo abilissimo nel prendere in giro la comunità internazionale. Ecco perché ci dev’essere il massimo della pressione sull’esecutivo.

Bisogna però anche riconoscere che alcuni passi sono stati fatti: il più importante è l’avvio di negoziati politici ad Abuja, in Nigeria, tra governo e rappresentanti dello Sla/m e del Jem. Ma non è abbastanza, perché in realtà il tavolo più importante, quello politico, è ancora bloccato. Questo soprattutto a causa dell’intransigenza del governo di Khartoum che non ne vuole sapere di condividere il proprio potere con le popolazioni locali.

 

Ci sono altri interessi del governo sul Darfur?

L’idea che mi sono fatto è che quella del Darfur sia una crisi politica in senso stretto. Nella regione non sembrano esistere, almeno per il momento, né grandi giacimenti petroliferi – perché questa è l’idea che viene fatta circolare -, né ricchezza di altro tipo. Credo quindi che ci troviamo di fronte ad un conflitto di ordine politico generale. Quella del Darfur è una popolazione marginalizzata dal governo centrale, estremamente povera e vittima del razzismo tra la popolazione araba e la cosiddetta popolazione africana che compone il Sudan.

Certamente il governo è aiutato anche da paesi stranieri – penso all’Eritrea e ad altri, che hanno sostenuto la guerra sudanese dello Splm/A (Sudan people’s liberation movement / Army, ndr) di John Garang nel Sud -. Ad un certo punto si è aperto un conflitto che, non dimentichiamo, non potrà avere nessuna soluzione militare, ma solo ed esclusivamente politica.

È per questo che l’Unione europea, gli Stati Uniti, la comunità internazionale e tutti quanti, devono far pressione su entrambe le parti affinché arrivino ad una soluzione politica, che è l’unica in grado di dare una risposta strutturale alla crisi umanitaria in atto nel Darfur.

 

Le sanzioni economiche minacciate dall’Onu, dirette in particolare a colpire il settore petrolifero, potrebbero rivelarsi efficaci come forma di pressione?

Credo si debba innanzitutto cominciare a parlare di embargo delle Nazioni Unite sulla vendita di armi al Sudan. Non dimentichiamo che questo è un governo che spende più del 50% del proprio bilancio in armi. Hanno appena acquistato altri tre elicotteri che, peraltro, abbiamo visto direttamente in azione sulla pista di El Fasher. Sono elicotteri utilizzati per terrorizzare le popolazioni locali; il solo fatto di sorvolare i villaggi provoca, infatti, un fuggi-fuggi generale della gente. Prima di tutto è indispensabile, quindi, imporre un embargo sulle armi.

Poi si tratta anche di minacciare le sanzioni: altre crisi hanno insegnato che spesso la minaccia di sanzioni è addirittura più efficace della loro applicazione.

Certo, bisogna mantenere alta la pressione politica sul governo sudanese, perché, ripeto, questo è un governo che ha degli amici – sto pensando alla Cina e alla Russia, con i quali fa grandi affari, ma anche ad alcune imprese europee e statunitensi -, e, quindi, cerca di fare “orecchie da mercante”. Di conseguenza il governo sudanese non va giudicato per quello che dice di voler fare, ma per quello che fa realmente sul campo.

 

A Khartoum la vostra delegazione ha incontrato i responsabili del governo sudanese. Qual è stato il loro atteggiamento?

Abbiamo incontrato il ministro degli Esteri Moustapha Osman Ismail, ma anche personalità più discusse, come il ministro degli Affari Umanitari, il quale ci ha spiegato che non c’è nessuna crisi umanitaria in Darfur, ma che anzi è tutta colpa dell’Europa perché sostiene la guerriglia.

Insomma, ci sono spazi all’interno del governo per far prevalere una politica piuttosto che un’altra, e questo è però anche responsabilità della comunità internazionale.

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