Settembre 2004

altra vergogna made in usa, dirottato volo per Cat Stevens

il razzismo ormai esercitato dal governo statunitense non conosce ormai confini.

 

Cat Stevens sospetto terrorista, negato il visto per gli Usa

L’ex cantante, convertitosi da decenni all’Islam, ha visto dirottare il suo aereo dalle autorità e sarà constretto a lasciare il Paese

Le autorita’ statunitensi hanno vietato il visto di ingresso nel Paese all’ex cantante Cat Stevens e dirottato il volo sul quale viaggiava, facendolo atterrare nello Stato del Maine.

Cat Stavens, che da quando si e’ convertito all’Islam si fa chiamare Yussuf Islam, viaggiava su un volo della United Airlines da Londra a Washington, quando il suo nome e’ stato individuato nella watch list, la lista nera dei sospetti terroristi. Al suo arrivo all’aeroporto internazionale del Maine, l’aereo e’ stato ricevuto dagli agenti federali che hanno interrogato l’ex cantante e gli hanno negato il visto d’ingresso.

Islam, il cui vero nome e’ Stephen Georgiou, era stato uno dei cantanti di maggior successo tra gli anni ’60 e ’70, autore di motivi di richiamo come ‘Morning has broken’, ‘Wild world’, ‘Moonshadow’ e ‘Lisa, Lisa’. Convertitosi all’Islam all’inizio degli anni ’70, ha lasciato il mondo artistico e fondato una scuola di diffusione dell’Islam a Londra. Nel 2003, Cat Stevens, che vive nella capitale londinese da piu’ di dieci anni, ha registrato una nuova versione del suo successo ‘Peace train’, per manifestare la sua contrarieta’ alla guerra in Iraq. Ora probabilmente dovrà fare ritorno in Gran Bretagna.

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Mario Delgado Aparaìn (Montevideo 2000) -by strega-

In questi giorni di strazio e dolore e rabbia, in cui i miei occhi non
riescono più a trovare pace e le mie orecchie sono ferite continuamente da orrore e ancora orrore e ancora ingiustizia e ancora barbarie, in questi giorni non so smettere di comunicare.
Ho bisogno di sapere che quest’umanità è anche altro; e a tutti coloro che credo siano quell’altra umanità, quella che amo e a cui penso di
appartenere, regalo oggi queste parole di un saggio poeta.

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i talebani: liberate gli ostaggi!!!

I talebani: “Liberatele!”

 

14/09 storie e reportage, AFGHANISTAN: I prigionieri talebani appena liberati dal carcere di Kabul lanciano un appello per la liberazione delle due volontarie italiane e dei due iracheni sequestrati in Iraq

13 settembre 2004 – “Liberate gli ostaggi”. E’ la scritta – in italiano, in inglese e in arabo – che si leggeva su uno striscione che questa mattina reggevano alcuni talebani appena scarcerati dalla prigione di Kabul.

Il personale di Emergency, l’ong italiana che per motivi umanitari e legali ha fatto pressione per la loro liberazione e che ne ha gestito la fase logistica, aveva raccontato ai prigionieri talebani del sequestro avvenuto in Iraq (vedi ultimi aggiornamenti) delle due volontarie italiane e di tanti altri ostaggi civili.

Loro, i detenuti talebani, sono molto sensibili all’idea che due donne impegnate nell’aiuto umanitario si trovino in questa condizione. Una sensibilità derivante dal rapporto intenso che essi hanno avuto in questi anni con le volontarie e i volontari di Emergency.

Prima di salire sui pullman con i quali sarebbero stati riaccompagnati ai loro luoghi d’origine, gli ex prigionieri talebani hanno voluto rivolgere un appello per la liberazione degli ostaggi, fiduciosi che le loro sofferenze di tre anni rendesse la loro voce meritevole di ascolto.

Questa mattina si è conclusa la liberazione di 743 prigionieri di guerra talebani dal carcere di Pol-i-Charki, a Kabul.

Oggi, gli ultimi 380 detenuti di origine afgana sono stati liberati e, a bordo di autobus forniti da Emergency, accompagnati fino a Kandahar, nel sud dell’Afghanistan. Da lì raggiungerranno poi autonomamente i propri villaggi di origine.

Ma la liberazione era iniziata ieri mattina, quando 363 detenuti di origine pachistana erano stati presi in consegna dalle autorità del Pakistan, che, sempre a bordo di autobus, li hanno portati fino a Peshawar.

Molti di essi sono stati subito messi in libertà su garanzia dei loro familiari. Altri rimarranno invece in stato di detenzione per accertamenti da parte della magistratura pachistana, per un periodo di massimo tre mesi.

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Enrico Piovesana

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Darfur: la soluzione è un embargo alle armi

DARFUR: «URGENTE L’EMBARGO SULLE ARMI»
a cura di Michela Trevisan

«La crisi umanitaria in Darfur ha origini strettamente politiche e l’unica soluzione è una soluzione politica». Così Stefano Squarcina, consigliere per l’Africa al Parlamento europeo, membro di una delegazione dell’Ue rientrata di recente dal Sudan: la sua analisi anticipa gli approfondimenti contenuti nel numero di ottobre di Nigrizia.

 


Embargo sulla vendita di armi e mantenimento della pressione politica sul governo di Khartoum. Per Stefano Squarcina – consigliere per l’Africa al Parlamento europeo, membro di una delegazione dell’Ue da poco rientrata dal Sudan – sono queste le priorità per spingere il governo sudanese ad una soluzione politica della crisi in Darfur.

 

Prima di tutto quali zone siete riusciti a visitare e com’è la situazione?Per ulteriori approfondimenti vedi gli editoriali di Nigrizia di giugno e di settembre 2004, e la sezione “Campagna Sudan”  

Abbiamo cominciato da Khartoum, per fare il massimo di pressioni sul governo sudanese. In fondo gli scontri in atto nella regione del Darfur sono dovuti in massima parte a collaborazioni tra l’esercito sudanese e le milizie locali, i janjaweed.

Poi siamo andati nel Darfur, atterrando ad El Fasher, principale città di uno dei tre stati della regione, e da lì ci siamo mossi per vedere quattro campi profughi, nei quali abbiamo trovato una situazione umanitaria veramente disastrosa. Per fortuna sono presenti alcune ong, intervenute per portare assistenza immediata alle popolazioni locali.

Poi, con un volo militare speciale, ci siamo mossi in Ciad, nella regione di Abéché, dove ci sono altri 200.000 sudanesi. Anche lì c’è bisogno non solo di aiuto umanitario, ma di qualsiasi tipo di aiuto. Nella zona c’è una forte presenza di militari francesi che pattugliano la frontiera per impedire infiltrazioni di janjaweed dal Sudan verso le popolazioni rifugiate in Ciad.

 

Qual’è la vostra posizione nei confronti delle diverse parti in conflitto?

Prima di tutto occorre affermare che siamo di fronte ad una crisi umanitaria, cioè che bisogna portare aiuti a 1.200.000 persone, ma che questa crisi ha una ragione profondamente politica. In fondo è scoppiata quando i janjaweed e l’esercito regolare sudanese si sono messi in testa di reprimere il movimento avviato da due principali gruppi cosiddetti di guerriglia, Sla/m e Jem (Esercito/movimento di liberazione del Sudan e Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, ndr), che chiedevano solo l’apertura di un tavolo di confronto per la ripartizione dei poteri e delle ricchezze.

È importante sottolineare che i due movimenti non avanzano nessuna rivendicazione separatista, ma hanno una piattaforma politica di richiesta d’apertura di negoziati con il governo del Sudan. È chiaro che la situazione è andata fuori controllo. Adesso il governo sudanese da una parte cerca di rispondere alla forte pressione internazionale, dall’altra fa “orecchie da mercante”; questo è un governo abilissimo nel prendere in giro la comunità internazionale. Ecco perché ci dev’essere il massimo della pressione sull’esecutivo.

Bisogna però anche riconoscere che alcuni passi sono stati fatti: il più importante è l’avvio di negoziati politici ad Abuja, in Nigeria, tra governo e rappresentanti dello Sla/m e del Jem. Ma non è abbastanza, perché in realtà il tavolo più importante, quello politico, è ancora bloccato. Questo soprattutto a causa dell’intransigenza del governo di Khartoum che non ne vuole sapere di condividere il proprio potere con le popolazioni locali.

 

Ci sono altri interessi del governo sul Darfur?

L’idea che mi sono fatto è che quella del Darfur sia una crisi politica in senso stretto. Nella regione non sembrano esistere, almeno per il momento, né grandi giacimenti petroliferi – perché questa è l’idea che viene fatta circolare -, né ricchezza di altro tipo. Credo quindi che ci troviamo di fronte ad un conflitto di ordine politico generale. Quella del Darfur è una popolazione marginalizzata dal governo centrale, estremamente povera e vittima del razzismo tra la popolazione araba e la cosiddetta popolazione africana che compone il Sudan.

Certamente il governo è aiutato anche da paesi stranieri – penso all’Eritrea e ad altri, che hanno sostenuto la guerra sudanese dello Splm/A (Sudan people’s liberation movement / Army, ndr) di John Garang nel Sud -. Ad un certo punto si è aperto un conflitto che, non dimentichiamo, non potrà avere nessuna soluzione militare, ma solo ed esclusivamente politica.

È per questo che l’Unione europea, gli Stati Uniti, la comunità internazionale e tutti quanti, devono far pressione su entrambe le parti affinché arrivino ad una soluzione politica, che è l’unica in grado di dare una risposta strutturale alla crisi umanitaria in atto nel Darfur.

 

Le sanzioni economiche minacciate dall’Onu, dirette in particolare a colpire il settore petrolifero, potrebbero rivelarsi efficaci come forma di pressione?

Credo si debba innanzitutto cominciare a parlare di embargo delle Nazioni Unite sulla vendita di armi al Sudan. Non dimentichiamo che questo è un governo che spende più del 50% del proprio bilancio in armi. Hanno appena acquistato altri tre elicotteri che, peraltro, abbiamo visto direttamente in azione sulla pista di El Fasher. Sono elicotteri utilizzati per terrorizzare le popolazioni locali; il solo fatto di sorvolare i villaggi provoca, infatti, un fuggi-fuggi generale della gente. Prima di tutto è indispensabile, quindi, imporre un embargo sulle armi.

Poi si tratta anche di minacciare le sanzioni: altre crisi hanno insegnato che spesso la minaccia di sanzioni è addirittura più efficace della loro applicazione.

Certo, bisogna mantenere alta la pressione politica sul governo sudanese, perché, ripeto, questo è un governo che ha degli amici – sto pensando alla Cina e alla Russia, con i quali fa grandi affari, ma anche ad alcune imprese europee e statunitensi -, e, quindi, cerca di fare “orecchie da mercante”. Di conseguenza il governo sudanese non va giudicato per quello che dice di voler fare, ma per quello che fa realmente sul campo.

 

A Khartoum la vostra delegazione ha incontrato i responsabili del governo sudanese. Qual è stato il loro atteggiamento?

Abbiamo incontrato il ministro degli Esteri Moustapha Osman Ismail, ma anche personalità più discusse, come il ministro degli Affari Umanitari, il quale ci ha spiegato che non c’è nessuna crisi umanitaria in Darfur, ma che anzi è tutta colpa dell’Europa perché sostiene la guerriglia.

Insomma, ci sono spazi all’interno del governo per far prevalere una politica piuttosto che un’altra, e questo è però anche responsabilità della comunità internazionale.

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alex zanotelli:chi sta con l’atomica non può stare con Dio

«Chi sta con l’atomica non sta con Dio»

Alex Zanotelli, missionario comboniano rientrato in Italia dopo 12 anni passati nelle baraccopoli alla periferia di Nairobi, ha ripercorso alcune tappe della Carovana

Alex Zanotelli invece ha aperto il suo intervento alla chiusura della Carovana della pace ricordando il dramma che vivono operai e familiari della Fincantieri di Monfalcone: «La lapide che li ricorda dice così: “Costruirono le stelle del mare, li trafisse la polvere, li uccise il profitto” – spiega Alex alle migliaia di persone di Pomigliano – Le stelle del mare sono le navi da crociera, la polvere è quella mortale dell’amianto. Il 5 ottobre le mogli delle vittime dell’amianto saranno in tribunale per il processo. Il loro scopo non è ottenere un risarcimento, ma giustizia per i loro mariti morti».

Il missionario comboniano, rientrato in Italia dopo 12 anni passati nelle baraccopoli alla periferia di Nairobi (che continua a sostenere anche dall’Italia), ha ripercorso alcune tappe della Carovana della pace: tre gruppi di giovani partiti rispettivamente da Nord-ovest, Nord-est e Puglia per incontrarsi nel napoletano nei giorni scorsi. «Abbiamo incontrato gente che lotta contro gli inceneritori anche ad Aragona, vicino Agrigento, e a Trento, la città della quale sono originario – ha detto dal palco – Farò per cinque giorni sciopero della fame a sostegno di queste comunità e di quella di Acerra».

Dopo gli inceneritori, le basi militari: «Dopo la fine della minaccia sovietica ci stanno “servendo” un nuovo nemico da combattere. Il Sud diventa sempre più massicciamente il nuovo fronte di militarizzazione contro i musulmani. E in Puglia come qui in Campania arrivano ogni giorno nuove armi, nuovi caccia e nuove basi. È ora che ognuno di noi dica da che parte sta: chi sta con l’atomica non può stare con Dio!».
20 settembre 2004
Raffaele Lupoli

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uno che ha sei figli o è un pazzo o è ottimista.

Giustizia in viaggio

Partita il 7 settembre l’iniziativa dei comboniani e di Giovani e missione si è conclusa a Pomigliano d’Arco, nel Napoletano, con gli interventi di Beppe Grillo, Luigi Ciotti e Alex Zanotelli. Ultima tappa di un incontro con la società civile «per raccogliere testimonianze e impegni concreti»

Ce n’era per tutti alla serata che ha celebrato l’arrivo a destinazione della Carovana della pace, ieri a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. Per le parole di Fini, che ha paragonato i pacifisti a Ponzio Pilato («Non si possono accettare frasi del genere da un vicepremier» ha detto Alex Zanotelli) e per le rassicurazioni del ministro dell’Interno  
 
 
sul comfort dei centri di permanenza temporanea («I Cpt sono dei lager, checché ne dica Pisanu», ancora Zanotelli). E poi, dai pericoli di casa nostra agli squilibri globali, il no al Ponte sullo Stretto e alla guerra infinita, alla militarizzazione del Mezzogiorno e alla pratica dell’infibulazione. Senza dimenticare di ribadire l’appello per la liberazione delle due Simone e degli altri uomini e donne rapiti in Iraq.
Sul palco, oltre a una trenina di giovani “carovanieri” che dal 7 settembre hanno attraversato lo Stivale durante il “pellegrinaggio” organizzato da missionari comboniani e Giovani e missione, Luigi Ciotti, Beppe Grillo, Alex Zanotelli e il sindaco di Pomigliano Michele Caiazzo.

Ha aperto il dibattito Beppe Grillo, con un intervento come sempre a metà fra lo show e lo sfogo. Attraversando il palco da una parte all’altra, curvo sul microfono, il comico genovese ha tirato fuori dalla sua barba ormai bianca parole pesanti per politici, industriali e affaristi, di casa nostra e non solo. E trovandosi nel bel mezzo di una Campania in preda all’emergenza rifiuti, a pochi chilometri da Acerra, non poteva non dedicare una parte del suo intervento alla «munnezza». «Dobbiamo stare attenti a pesare bene le parole: è così che ci fregano – ha Esordito Grillo – Mi spiegate perché un forno, un inceneritore che produce sì energia, ma anche ceneri, un concentrato di veleni, si dovrebbe chiamare  
 
 
termovalorizzatore?» E poi la questione energetica: «La legge che regola lo stanziamento di fondi per le energie rinnovabili, quando è stata partorita era una buona legge. Poi qualcuno ha aggiunto una parolina, destinando quei soldi alle fonti rinnovabili e a quelle “assimilabili”. Così hanno finito per stornare migliaia di miliardi utilizzandoli per le centrali a cogenerazione, per il petrolio!».

Ma da Pomigliano non sono arrivate solo voci di denuncia e di sfiducia nei confronti di una politica dalla quale, si è detto più volte, la maggioranza dei cittadini non si sente più rappresentata. «Dobbiamo costruire percorsi di giustizia se vogliamo raggiungere il traguardo della pace – ha detto don Luigi Ciotti – Bosogna che ognuno di noi accetti di sporcarsi le mani. La participazione crea la pratica dell’eguaglianza». «Dobbiamo dar vita a comunità fondate su un’economia di giustizia – gli ha fatto eco Zanotelli – Buttare le nostre vite per una causa giusta e riprenderci la politica strappandola di mano all’economia». Il bilancio e il commento sull’intensità della serata lo lasciamo a Beppe Grillo: «Che posso dire dopo che hanno parlato questi due mostri qui. Ti senti una nullità… Ti viene voglia di prendere un kalashnikov e sparare a tutti. Ma io ho sei figli. E uno che ha sei figli o è un pazzo o è ottimista. Io sono un inguaribile ottimista…».

20 settembre 2004
Raffaele Lupoli

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io sono gilbert

Gilbert, sindrome di


La sindrome di Gilbert è un ittero ereditario dell’adulto con bilirubina esclusivamente non coniugata, secondaria al deficit parziale di glucuronil trasferasi epatico. La malattia di Gilbert colpisce il 3 – 10% della popolazione. E’ caratterizzata da iperbilirubinemia, soprattutto non coniugata (>90% della bilirubina totale). I valori epatici, esclusa la bilirubina, sono normali, come l’esame clinico. La malattia è legata alla diminuzione dell’attività della glucoronil-trasferasi. L’attività enzimatica è pari al 20-30% rispetto alla norma. La mutazione è stata recentemente caratterizzata e colpisce il promotore del gene che produce l’enzima, mentre la struttura del gene (che codifica per la proteina) è normale. La trasmissione è autosomica recessiva: i pazienti sono omozigoti per la mutazione. Il 40% della popolazione ha una mutazione genica. La frequenza degli omozigoti è del 16%: la maggior parte di loro ha una bilirubinemia normale. E’ necessario un fattore supplementare per indurre iperbilirubinemia, come una iperemolisi (la vita media delle emazie è spesso ridotta), una diseritropoiesi o una diminuzione della captazione della bilirubinemia da parte del fegato. La malattia è benigna e non necessita di alcun trattamento. *Autore: Prof. S Erlinger (Settembre 2002)*.

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birra!

Ricercatori canadesi sostengono che la birra dovrebbe
essere enumerata tra le bevande macrobiotiche. Uno
studio condotto dall’universita’ Western Ontario rivela che
la birra fa bene alla salute per le sue proprieta’
antiossidanti che sono benefiche contro il cancro, il
diabete e le malattie cardiache. Ma ci vuole moderazione:
tre birre al giorno potrebbero ottenere l’effetto contrario.
Anche sei.

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usa: diminuisco le condanne a morte

Le condanne a morte negli Stati Uniti sono crollate del
50% negli ultimi cinque anni e nel 2003 hanno raggiunto
il minimo storico. L’America e’ impegnata in una profonda
riflessione sulle esecuzioni alla luce di un numero sempre
crescente di casi di innocenti finiti nel braccio della morte.
Secondo il rapporto del Death Penalty Information Center
(Dpic), 116 persone in 25 stati sono state scarcerate dai
bracci della morte, delle quali 16 solo negli ultimi 20
mesi.

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ibrahim libero

Il 2 settembre scorso e’ finita l’odissea di Anwar Ibrahim, ex
vice primo ministro della Malaysia. Venne ingiustamente
arrestato nel 1998 dopo aver accusato il primo ministro
Mahatir bin Mohamad di corruzione, nepotismo e pessima
gestione dei fondi statali. Inizialmente la condanna era di 6
mesi, poi portata a 9 anni con un’inesistente accusa di
sodomia (lanciata dal suo autista) e infine a 13 anni per abuso
di potere.
E’ stato liberato, dopo 6 anni, grazie a Amnesty International
e alla corte Federale della Malaysia.

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pet therapy

Parte all’ospedale pediatrico “G. Di Cristina” di Palermo un
progetto di pet-therapy, assistenza ai malati con gli animali. Il
servizio e’ gestito dalla cooperativa sociale “Fenice” e
finanziato dall’Assessorato comunale alla Salute.

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non votate mio padre

Il 19 settembre a Belgrado si terranno le elezioni. Uno dei
candidati e’ Dragomir Antonic, del Serbian Radical party. La
sua campagna elettorale andava a gonfie vele finche’ il figlio
26enne, Lazar Antonic, ha lanciato la contro-campagna “Non
votate per mio padre”.
Lazar contesta al padre e al partito di avere una politica
sbagliata, troppo radicale.
Manifesti con la scritta Don’t vote for my dad sono stati
attaccati per tutta la citta’.
Secco il commento di Dragomir Antonic all’iniziativa del
figlio: “Ma non poteva drogarsi come tutti gli altri.”

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India Bhairon Singh

Campeggi gandhiani
Ideati da Subba Rao, allievo del Mahatma Gandhi, per i
bambini che vogliono trascorrere le vacanze a contatto con
altre culture e religioni, i campeggi gandhiani hanno vinto il
National Communal Harmony Award. Attraverso giochi e
prove fisiche si insegna la tolleranza, la non violenza e la
cooperazione.
“Certe malattie sociali – ha detto consegnando il
riconoscimento il vicepresidente dell’India Bhairon Singh
Shekhwat – non si possono curare solo con la legge, ma
attraverso la volonta’ e l’impegno delle persone

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Polio-free

In Pakistan i casi di poliomielite sono passati dai 50 del 2003
ai 23 del 2004. Questo grazie alla Global Polio Eradication
Iniziative, una campagna di vaccinazione di massa
organizzata dall’OMS, Unicef e Rotary Club.
Per essere dichiarati “Polio-free” non bisogna registrare casi
per almeno tre anni consecutivi. Gli Stati Uniti sono polio-
free dal 1994, l’Europa dal 2002.
Nonostante le buone notizie, la poliomielite rimane una
malattia diffusa in molti paesi.
(Fonte: www.Peacereporter.net )

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il massacro di un popolo innocente

Cecenia
Silenzio assordante

Index on Censorship festeggia i trent’anni di vita e ripropone alcuni articoli che hanno fatto la sua storia, accanto a testimonianze d’attualità firmate Vaclav Havel, Amartya Sen e Anna Politkovskaia. Quest’ultima aggiorna i lettori sul conflitto che sta sconvolgendo la Cecenia. Tra le macerie dei villaggi devastati, la giornalista russa continua a interrogarsi sulle ragioni di un massacro che si nasconde dietro la bandiera della lotta al terrorismo.

La storia di Mahomed Idigov, 16 anni, sottoposto senza motivo a terribili torture (comprese le scariche elettriche che gli hanno danneggiato irreparabimente i reni e i polmoni) fa da macabro accompagnamento al resoconto di una guerra incomprensibile. “Pensate davvero che l’esercito russo stia combattendo per migliorare le cose?”, chiede la Politkovskaia. Mentre i suoi concittadini vengono rassicurati sui “brillanti successi” riportati dai russi, la “sterilizzazione” del popolo ceceno prosegue, svelando la terribile indifferenza del mondo occidentale.

“Stiamo sputando fuori, dal profondo delle nostre anime, quanto di più vile e disgustoso avremmo mai potuto immaginare. Assistiamo senza fiatare al massacro di un popolo innocente”.

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mettete dei fiori nei vostri cannoni

CannoneWilliam Hainline, del Kentucky, e’ in arresto: avrebbe
trasformato la sua casa in un gigantesco spinello. La tecnica
usata e’ relativamente semplice: in giardino, vicino a una
finestra di casa, si accende un barbecue, ci si mette su un
mazzetto di marijuana e poi si piazza un ventilatore che
spinga il fumo all’interno dell’appartamento.
William aveva organizzato il “party” per festeggiare il suo
52.mo compleanno.
(Fonte: www.Internazionale.it )

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