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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Come può Bush rimanere in silenzio davanti alla potenza nucleare di Israele, quando non solo ha invaso illegalmente un paese arabo con l’accusa infondata di possedere armi nucleari e condannato l’Iran per avere le stesse ambizioni, ma ha anche elogiato (insieme al governo di Tony Blair) il colonnello Gheddafi per aver abbandonato i propri progetti in quel campo!? Se agli stati arabi vengono “tolti gli artigli” – sempre che ne avessero mai avuti veramente – perché a Israele non dovrebbe essere “tolto il nucleare”? Perché gli USA non applicano ad Israele gli stessi principi che applicano agli Arabi? Oppure, perché Israele non applica a se stessa gli stessi principi che applica ai nemici arabi?
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L’uomo che sapeva troppo
E’ stato narcotizzato, rapito ed imprigionato per 18 anni dopo che aveva rivelato i segreti nucleari di Israele al mondo intero. Il prossimo mese Mordechai Vanunu dovrebbe finalmente essere liberato, ma quanta libertà gli sarà concessa?
Robert FiskFonte: The Independent – 23 marzo 2004
Un qualsiasi israeliano che avesse comprato il quotidiano Yedoth Ahronoth il 16 febbraio, avrebbe senz’altro creduto che dal carcere di Ashkelon fossero in procinto di rilasciare una persona decisamente malvagia.
Ogni volta che un kamikaze si faceva esplodere, il detenuto esultava. Ancor peggio, diceva il giornale, quest’ uomo – a cui, un tempo, erano stati affidati i segreti nucleari di Israele – una volta rilasciato, avrebbe messo ancora più in pericolo il proprio paese. Vengono citate le parole di un ex detenuto “Mi ha detto che lui ha ancora altro materiale e che rivelerà altri segreti?”
Dovrebbe sorprendere, quindi, il fatto che lo stesso detenuto, che si dice festeggi il massacro di innocenti mentre si prepara a tradire di nuovo il proprio paese, abbia ricevuto una bella sfilza di premi e riconoscimenti dai gruppi pacifisti europei, il premio per la pace Sean McBride e la laurea ad honorem dall’Università di Tromso. Nel 2000, la Chiesa dell’Umanesimo si è così rivolta a lui: “Sei un uomo onesto, coraggioso, dagli alti principi morali e possa il grande sacrificio che hai fatto servire a proteggere non solo quelli che vivono in Israele, ma tutti i popoli del Medio oriente e, forse, del mondo intero”. Lo stesso uomo è stato anche candidato al premio Nobel per la pace.
Mordechai Vanunu, o si ama o si odia. Pare. Non è possibile rimanere indifferenti nei confronti dell’ex-tecnico nucleare israeliano, perché lui è l’uomo che, nel 1986, raccontò al Sunday Times tutta la storia sull’ impianto segreto israeliano di armi nucleari a Dimona, nel deserto del Negev. completa di dati relativi al numero di bombe a fissione nucleare – allora 200 – e, fatto ancor più disturbante, di prove fotografiche.
Raccontò che Israele aveva lavorato ad un progetto termonucleare e sembrava che avesse già a disposizione un bel numero di bombe termonucleari pronte all’uso. Da Londra fu poi attirato a Roma da una ragazza e poi rapito, narcotizzato e rispedito in Israele da agenti dei servizi segreti israeliani. Fra sole sei settimane, però, dopo 18 anni di carcere, 12 dei quali trascorsi in isolamento, il più famoso informatore del mondo, dovrebbe essere rilasciato. Israele , per non parlare del mondo intero, è con il fiato sospeso.
Rivelerà altri segreti su Dimona, sempre che ne abbia ancora da raccontare dopo 18 anni di prigionia, o maledirà il paese di cui è cittadino, per quanto cittadino che si è convertito al Cristianesimo prima dell’arresto e che vuole emigrare negli Stati Uniti? Sarà diventato un uomo piegato, ansioso di porgere le scuse per il terribile tradimento del proprio paese? Oppure, come sperano i suoi amici, i suoi sostenitori ed i suoi genitori adottivi americani, diventerà un apostolo della pace, uno dei più grandi detenuti politici della sua generazione, l’uomo che ha cercato di liberare il mondo dalla minaccia della distruzione nucleare?
Il governo israeliano è ancora incerto su come affrontare il rilascio di Vanunu il 21 aprile.
Adesso stanno considerando, e forse hanno già deciso in proposito, “certi strumenti di supervisione” e “misure appropriate” per far tacere Vanunu. Nella seconda metà di gennaio, il primo ministro Ariel Sharon ha incontrato Menachem Mazuz, procuratore di stato di Israele, ed il ministro della difesa Shaul Mofaz, per discutere sull’opportunità di rifiutare il passaporto a Vanunu. Vanunu sarebbe quindi libero di andare ad abbronzarsi sulle spiagge di Tel Aviv ma non potrebbe andarsene in giro per il mondo a fare pubblicità alla potenza nucleare di Israele. Un segno di come il governo israeliano sia spaventato all’idea del rilascio di quest’uomo è rappresentato dal fatto che Sharon abbia invitato a questa riunione anche Yehiel Horev e la sua cosìddetta “Unità di sicurezza del Ministero della Difesa”, i servizi segreti interni ed esterni del paese (Shin Beth e l’egualmente sopravvalutato Mossad), ed un rappresentante del Comitato Israeliano per l’Energia Atomica.
Horev, adesso lo sappiamo, voleva dimostrare ancor più zelo di Sharon. Aveva proposto per Vanunu una detenzione amministrativa, la procedura di solito applicata da Israele ai Palestinesi che considerano “terroristi”, anche se il consiglio è arrivato chiaramente alla conclusione che questo sarebbe solo servito a far diventare Vanunu un martire della pace mondiale. C’è un altro modo, ovviamente, per far tacere Vanunu. Può essere pubblicamente liberato e poi, appena dovesse cominciare a parlare del suo lavoro come tecnico nucleare, potrebbe essere di nuovo processato e rinchiuso nel carcere di Ashkelon, o di Shikma, come lo chiamano gli Israeliani adesso.
Il vero motivo per cui Vanunu è un problema, comunque, è che servirà a ricordare al mondo, in un momento così critico per il Medio Oriente, che Israele è una potenza nucleare e che le sue testate sono già pronte all’uso, nel deserto del Negev. Ricorderà anche al mondo che gli Americani, dopo aver spianato l’Iraq per distruggere le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, continuano a dare il proprio sostegno politico, morale ed economico ad un paese che di armi di distruzione di massa ne ha segretamente accumulato un arsenale.
Come può Bush rimanere in silenzio davanti alla potenza nucleare di Israele, quando non solo ha invaso illegalmente un paese arabo con l’accusa infondata di possedere armi nucleari e condannato l’Iran per avere le stesse ambizioni, ma ha anche elogiato (insieme al governo di Tony Blair) il colonnello Gheddafi per aver abbandonato i propri progetti in quel campo!? Se agli stati arabi vengono “tolti gli artigli” – sempre che ne avessero mai avuti veramente – perché a Israele non dovrebbe essere “tolto il nucleare”? Perché gli USA non applicano ad Israele gli stessi principi che applicano agli Arabi? Oppure, perché Israele non applica a se stessa gli stessi principi che applica ai nemici arabi?
Questo è il dibattito che Israele e il governo americano vorrebbero far passare sottovoce. Negli Stati Uniti, dove ogni discussione sui rapporti Israele-USA che non sia “in positivo” viene di routine condannata come sovversiva o “anti-semita”, il potere nucleare di Israele e’ qualcosa di cui Washington non vuol sentir parlare nei talk-show.
Vanunu, e questo bisogna dirlo chiaramente, è consapevole di tutto ciò. Di quale sia la sua importanza, infinitamente più grande adesso di quando era un semplice tecnico a Dimona, e del ruolo che decine di migliaia di manifestanti contro il nucleare si aspettano che lui possa ora giocare nel mondo. Molte volte, tramite amici ed anche i propri fratelli, Vanunu ha fatto sapere di non avere piu’ segreti sul nucleare, ma solo il diritto di opporsi alle armi nucleari in Israele o in qualsiasi altro posto. “Io voglio solo andare in America, sposarmi e cominciare una nuova vita”, dice.
Nessuno dubita delle convinzioni di Vanunu. Nato nel 1954 in Marocco, da una famiglia ebrea, è emigrato in Israele all’eta’ di nove anni. Ha prestato il servizio militare verso la meta’ degli anni settanta ed ha cominciato a lavorare a Dimona nel novembre del 1976, mentre completava un corso di laurea in Filosofia e Geografia. Forse è stato durante i viaggi in Tailandia, Birmania, Nepal ed Australia, nei primi mesi del 1986, che ha deciso di avere il dovere morale di parlare delle armi nucleari di Israele. Lo stesso anno fu battezzato in una chiesa anglicana, a Sidney. Vanunu era chiaramente angosciato dalla crescente potenza nucleare di Israele quando decise di recarsi negli uffici di un giornale britannico nel settembre del 1986, con la speranza di raccontare al mondo di Dimona. Prima passò dal Daily Mirror di Robert Maxwell, consegnò le foto dell’impiante nucleare ed aspettò una risposta. Senza che Vanunu ne sapesse niente, Maxwell mandò le foto all’Ambasciata israeliana a Londra “perché dessero un’occhiata” per avere “conferma” se la storia fosse vera o no. Presumibilmente Maxwell aveva motivi diversi dall’integrità giornalistica per questo tradimento di Vanunu. Dopo la sua morte, avvenuta in mare nel 1991, Maxwell, che aveva rubato milioni in fondi pensione, ebbe un funerale di stato in Israele, durante il quale Shimon Peres elogiò il suo “servizio” reso allo Stato.
Il Daily Mirror di Maxwell pubblicò un vero e proprio “depistaggio”, il 28 settembre, un articolo nel quale sminuiva la testimonianza di Vanunu, dal titolo “Lo strano caso di Israele e del truffatore nucleare”. Il Sunday Times pubblicò l’intera storia, ma Vanunu era ormai scomparso. Irretito da un’agente segreto, femminile, del Mossad era stato attirato su un volo della British Airways per Roma ed immediatamente sequestrato. Sembra, anzi, che sia stato catturato proprio all’interno dell’aeroporto di Fiumicino. Nell’impossibilta’ di parlare con i giornalisti, scrisse scrupolosamente i dettagli dei suoi spostamenti sul palmo della mano e la premette sul finestrino del furgone mentre lo portavano in tribunale. “Roma ITL 30:09:86 2100 arrivato Roma con BA504” aveva scritto. Era stato rapito alle 21.00 del 30 settembre all’aeroporto Internazionale di Roma. Le autorità italiane furono coinvolte nel suo rapimento? Erano presenti alla sua cattura? Forse Vanunu potrà dircelo.
Lui è senz’altro un uomo che non si scoraggia facilmente. Una volta, durante i suoi 12 anni di isolamento, le autorità del carcere per errore lo fecero uscire, per fare un po’ di movimento, prima che i detenuti arabi fossero ritornati nelle loro celle. Vanunu si diresse subito verso di loro. Uno degli Arabi, un libanese in prigione per contrabbando di armi nei territori occupati, fu uno dei primi stranieri a raccontare al mondo esterno di quell’incontro: “Ci siamo imbattuti per caso in Vanunu , ci ha sorriso, e ce ne è voluto un po’ prima che ci rendessimo conto di chi fosse” raccontarono i libanesi, una volta liberati,al The Independent. “Disse che era contento di vederci ed abbiamo pensato che fosse un uomo coraggioso. Poi, le guardie si resero conto del loro errore e siamo stati allontanati e spintonati via, nelle nostre celle”.
Un giornalista israeliano in visita ad una altro detenuto, fu sorpreso di vedere Vanunu. “Per un attimo ho visto una scena bucolica” – scrisse – “come se si trattasse di una realta’ parallela: un uomo tranquillo che leggeva Nietzsche in inglese, seduto su una panchina del giardino. Mi sono avvicinato e gli ho teso la mano. ‘Piacere, Mi chiamo Ronen’ – ho detto . ‘Io sono Motti , il detenuto più segregato dello Stato di Israele’, rispose. Avevamo appena cominciato a parlare, quando arrivarono di corsa dei guardiani che urlando lo presero e lo portarono via”.
Un ex-detenuto, Yossi Harush, ci ha fornito un’altra immagine di Vanunu detenuto, negli anni seguenti alla fine del suo isolamento. “Di giorno” – ha detto Harush al Yedioth Ahronoth – ” durante le passeggiate, incontrava gente e parlava con loro. Ho parlato molto con Vanunu. Eravamo amici. Veniva nella mia cella?è in buone condizioni. E’ trattato bene in prigione?Non ha restrizioni per quanto riguarda l’uscire dalla sua cella, ma ne ha all’interno del carcere. Io stesso, in quanto detenuto- operaio, ho dipinto una linea rossa che lui non può oltrepassare. A me è stato ordinato di farlo, ma dopo quello i nostri rapporti si raffreddarono”.
Vanunu riceveva visite regolari da parte di un sacerdote anglicano, Dean Micahel Sellors. Fu proprio Sellors a fargli notare che la data del suo rilascio coincideva con il compleanno della regina. “Disse che allora avrebbe dovuto prendere il biglietto ed andare a fargli gli auguri di persona” Vanunu ha anche preso coraggio grazie alle iniziative dell'”Associazione per i Diritti Civili” in Israele, un’organizzazione di solito conservatrice, che ha dichiarato: “Qualsiasi sanzione contro Mordechai, dopo il suo rilascio, sarebbe illegale ed immorale”. In una chatline , sul sito del quotidiano Maariv, un buon numero di giovani israeliani dice di considerare Vanunu un eroe piuttosto che una minaccia. Mary Eoloff, un’insegnante americana in pensione, che, col marito, ha adottato Vanunu nella speranza che gli possa così essere garantita la cittadinanza USA e quindi rilasciato, fu la prima a rivelare che quando i membri della sicurezza israeliana gli offrirono di rilasciarlo un anno prima della scadenza dei 18 anni di prigionia, Vanunu rifiutò. “Lui crede nella libertà di parola”, ha detto Mary.
E’ da vedere però se Israele permetterà a Vanunu di metterla in pratica, la liberta’ di parola che ama. Horev, l’ufficiale incaricato della sicurezza del Ministero della Difesa, che aveva partecipato alla riunione con Sharon, ha dichiarato che il tecnico nucleare rappresenta una minaccia, più per la sua ambiguità che per veri e propri segreti di stato che potrebbe rivelare. Horev paragona questa ambiguità all’acqua in un bicchiere. “Il mio lavoro è quello di assicurarmi che l’acqua non vada fuori dal bicchiere” – ha detto di recente – “Prima dell’affare Vanunu, l’acqua era ad un livello molto basso. Quello che è successo dopo ha fatto aumentare il livello in modo significativo e Israele ne ha ricevuto un grande danno, ma l’acqua non è ancora uscita. Se lasceremo certa gente libera di agire in una certa direzione, l’acqua trabocchera’ “
Il giornalista israeliano Raanan Shaker si è dimostrato molto più cinico nell’affrontare questo argomento alla TV Israeliana Channel 10. “Qual è la più grande minaccia per Israele?” – ha chiesto – “Ma naturalmente Mordechai Vanunu! Lui è il grande pericolo! La democrazia israeliana non può assolutamente resistere all’impatto con questo uomo che dice quello che sanno anche i bambini: che abbiamo armi nucleari.”
Il 21 aprile, quando Vanunu verrà rilasciato, scopriremo se l’acqua traboccherà dal bicchiere e se Vanunu oltrepasserà quella linea rossa, così minacciosa, dipinta sul pavimento secondo gli ordini delle autorità.
Note:
Tradotto da Patrizia Messinese, il 25 marzo 2004. L’utilizzo di questa traduzione e’ liberamente consentito citandone la fonte (Associazione PeaceLink) e l’autore (Patrizia Messinese).
rapimenti, censure, segreti di stato, torture… Leggi l'articolo »
l’attimo congelato in cui ognuno vede cosa c’è sulla punta della forchetta
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AGI) ISRAELE: IODIO PER CHI VIVE VICINO SITI NUCLEARI
(AGI) – Gerusalemme, 8 ago. – Le autorita’ israeliane hanno iniziato oggi a distribuire pillole allo iodio anti-radiazioni a migliaia di residenti di un’aera su cui insiste il controverso reattore nucleare di Dimona. Nel programma di prevenzione, ha spiegato un portavoce dell’esercito, rientrano gli abitanti di Yeroham, Dimona e Aruar, cosi’ come quelli dei vicini villaggi e le comunita’ beduine che vivono nel deserto di Negev. In una fase successiva la distribuzione si estendera’ alla zona intorno alla cittadina di Yavne, a sud di Tel Aviv, non distante dalla centrale di Nahal Sorek, la seconda del Paese. Il governo annuncio’ questo programma in giugno precisando che si trattava di prevenzione e che non vi era alcun problema di sicurezza al reattore o di livelli di radiazione. Initizative analoghe, affermava il governo, erano state prese anche in altri Paesi. Scienziati e politici israeliani da tempo chiedono la chiusara dell’impianto di Dimona costruito quarant’anni fa e giudicato non piu’ sicuro. Lo Stato ebraico non ha mai ammesso pubblicamente di avere un arsenale nucleare, ma gli esperti internazionali ritengono che proprio questa centrale sia stata utilizzata per produrre dalle cento alle duecento testate nucleari. –
duecento olocausti ancora Leggi l'articolo »
07/08 23:48 – Bagdad, chiuso ufficio tv Al Jazeera
Il governo ad interim iracheno ha fatto chiudere, per la durata di un mese, la sede di Bagdad della tv satellitare araba Al Jazira, adducendo il motivo di “proteggere il popolo iracheno”. Al Jazira ha protestato duramente contro la chiusura definendola in un comunicato “contraria alle promesse di apertura” del governo ad interim iracheno. L’organizzazione Reporters sans frontieres ha chiesto di “spiegare al più presto i motivi” della chiusura,denunciando “i ricorrenti casi di censura osservati in Iraq.
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iraq: torna la censura Leggi l'articolo »
Prima di scatenare guerre per disarmare tutti quegli stati che George Bush ha definito canaglia, non sarebbe il caso, che il mondo, tutto quanto, per una volta unito,
cercasse di levare la bomba atomica dalle mani degli UNICI che l’hanno mai USAta???
hiroshima- nagasaki, the days after. Leggi l'articolo »
La fine del romanzo (estate 1945, quella delle atomiche su Hiroshima e
Nagasaki) è dedicata al racconto di un moto di protesta delle donne dei
territori yoruba contro l’introduzione delle tasse imposta dal Governatorato
inglese.
Il piccolo Wole coglie una straordinaria telefonata tra sua zia Beere, una
delle animatrici dei moti, con l’Ufficiale distrettuale del Governatorato:
“Perché non l’avete lanciata in Germania? (.) perché la Germania è una
razza bianca (.) i giapponesi sono solo uno sporco popolo giallo (.) conosco la
mentalità bianca: giapponesi, cinesi, africani, siamo tutti sottouomini.”
(Wole Soyinka)
Nel 59° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima il sindaco della città giapponese, nel Parco della Pace gremito di 40.000 persone, ha fatto un appello per l’eliminazione totale delle armi nucleari. Akiba ha attaccato “la visione mondiale egocentrica degli Usa” e la sempre più forte pressione in Giappone per la revisione della Costituzione pacifista, in vigore dal 1946. Il sindaco di Hiroshima ha aggiunto al lungo elenco delle vittime dell’atomica le persone morte in questi anni per gli effetti delle radiazioni: sono 237.000.
cicatrici indelebili Leggi l'articolo »
il pasto nudo Leggi l'articolo »
08/08 20:58 – Iraq, mandato di arresto per Chalabi
Un mandato di cattura è stato emesso da un magistrato iracheno nei confronti di Ahmed Chalabi, ex membro del governo provvisorio di Bagdad. E’ accusato di contraffazione di denaro. Un altro mandato è stato spiccato nei confronti del nipote di Chalabi, Salem, che presiede il Tribunale speciale incaricato di giudicare Saddam Hussein. L’accusa, per lui, è di omicidio. Entrambi non si troverebbero attualmente in Iraq.
assassini e ladri. Leggi l'articolo »
the best place in all Jerusalem,
(and one of the best in all Palestine),
like hostell,
but better, like hospital!!!!!!!
where it is difficult to rest,
bust simple to drink
impossible to have meditations
but party everynight!!!!!!!(it is depends how many bottles you have under the bed…)
the place it is very safe,
doctors in Palm Hopsital don’t sleep, never! and if they do…
they have a doubleface!
but please…
try to don’t be so….
BLOOOOOODY BASTARD!!!!!!!!
HERE, DOWN:
patients of the Palm Hospital (to the center, up, meritorious doc Knut, graduated in medicine to the prestigious university of Becks-Heineken)
Dear Knut,
Lieber Bruder, hoffe ich, daß Sie wohl sind und der herum zu Ihnen dort palästinensischer sind, wer Yankee oder schlechteres benziunaaaa. Ein meine geliebte Schwester kommt bald nah an Ihnen, wenn Sie sie treffen, mach’s gut zu ihr von der Teilgrube an. ich muß jetzt zuviel gehen, während ich meinen italienischen Rotwein trinke, etwas, das für Sie Bruder!! verfeinert wird! Sie sind vorsichtiges, Glück immer und nur intifada.
Salama to all the friends,
specially the young intifada-singer,
the boss of the hostell (pardon the hospital)
and our big big sadik MAMMUT!!!!!
mai salam!
Victor and Gabriel
PALM HOSPITAL Leggi l'articolo »
L’atleta Sanaa Abu Bkheet rappresenterà i palestinesi alle Olimpiadi di Atene della prossima estate. Come la sua nazione, priva di un territorio, la diciannovenne Abu Bkheet non ha una pista su cui correre. Non ce ne sono nella Gaza dilaniata dalla guerra, uno dei luoghi più affollati e poveri della terra.
Sanaa Abu Bkheet corre sulla spiaggia, lungo le acque del Mediterraneo isolate dalla marina israeliana. A tre anni dall’inizio della sua attività, Sanaa sta facendo del suo meglio per prepararsi per Atene, dove correrà gli 800 metri. “So di non poter vincere una medaglia in queste Olimpiadi” ha detto durante un’intervista rilasciata negli uffici della federazione, all’interno di un complesso di sicurezza palestinese gravemente danneggiato da un attacco aereo israeliano. “Spero di fare bene quel tanto da guadagnarmi la possibilità di allenarmi all’estero. E’ una grande responsabilità essere la prima donna palestinese che corre alle Olimpiadi e rappresentare la Palestina” ed ha aggiunto, respingendo il cenno alla non esistenza dello Stato palestinese, “Io ho una patria ma è sotto occupazione.”
Ogni volta, l’esigua squadra palestinese – vi fanno parte tre atleti quest’anno –ha partecipato alle Olimpiadi per motivi politici piuttosto che sportivi, per dimostrare che la Palestina è uno stato nascente e un membro della comunità internazionale. La sfida lanciata da Sanaa è forse più clamorosa degli ostacoli che hanno dovuto superare altri giovani speranzosi provenienti dal Terzo Mondo, tra cui il suo idolo, Maria Mutola, mozambicana, medaglia d’oro negli 800 metri. Stretta nella lotta per la sopravvivenza, la società palestinese ha poco spazio – sia fisico che mentale – per lo sport, e il governo, un’autorità autonoma sull’orlo del collasso, non ha soldi per sponsorizzarla. La situazione dell’atleta riflette i mali più grandi di una nazione che ancora non c’è ma che è già alle strette.
Sanaa può fare affidamento solo su se stessa e sull’appoggio della sua famiglia. La Federazione Atletica Palestinese ha chiesto alla Germania e al Comitato Olimpico Internazionale di sponsorizzare l’atleta per consentirle di allenarsi prima dell’appuntamento di Atene, secondo il Segretario Generale del comitato Khalil Abed. Intanto, a Gaza, Sanaa ha riportato la corsa alle sue origini, ai tempi in cui non era ancora diventata un grande business. Niente barrette energetiche, arance organiche o integratori energetici. Suo padre, un poliziotto dell’Autorità palestinese, guadagna 220 dollari al mese, molto di più di tanti altri a Gaza ma ancora troppo pochi per comprarle niente altro che una tuta. Sanaa inizia la giornata con un cucchiaio di olio di oliva e corre per 90 minuti prima dell’inizio della scuola. Alla fine delle lezioni, si allena sulla spiaggia. A causa della chiusura delle strade è dovuta mancare ad alcuni allenamenti e incontri sportivi. All’inizio, dice il suo allenatore Samir al-Nabihin, a Sanaa giungevano aspre critiche dai Musulmani per i quali era inappropriato che una ragazza corresse per le strade o sulla spiaggia.
L’umore dell’atleta, come lei stessa sostiene, è inoltre inasprito dalle lotte che, secondo le statistiche dell’Associated Press, sono costate la vita a più di 2600 palestinesi e a 900 israeliani. Passare attraverso i checkpoint con le pistole dei soldati puntate addosso è poco rassicurante. “Sono nervosa e triste” dice “Sarebbe un allenamento completamente diverso se fossi calma.” L’ultima volta che Sanaa ha corso su una pista è stato lo scorso aprile al Cairo, dove ha corso gli 800 metri in 2:28.11, contro il record olimpico di 1:42.58. Secondo il suo allenatore, anche nei migliori dei casi, pur se fosse invitata ad allenarsi all’estero, le ci vorrebbero anni di allenamento per avvicinarsi agli standard olimpici.
“Per quanto riguarda Atene, le ho detto di rilassarsi, di non preoccuparsi e di fare del suo meglio” ha dichiarato Nabahin. Ahmad Bukhari, giornalista sportivo del settimanale Jerusalem Times, ha detto “Se la situazione politica non migliora, gli atleti palestinesi non potranno raggiungere gli standard internazionali. Si stanno sprecando tanti talenti. E’ davvero una generazione persa”.
le olimpiadi dei palestinesi Leggi l'articolo »
La voce di un morto preoccupa George Bush. Nelle mani di Michael Moore, l’autore di un esplosivo documentario che il pubblico americano non può vedere, è spuntata un’intervista registrata da Nicholas Berg, l’ebreo sgozzato dai terroristi di Al Qaeda in Iraq.
E’ sempre più fitto il mistero sulla morte di Berg, che prima di cadere nelle mani dei terroristi era stato arrestato dalla polizia irachena e interrogato a lungo in carcere dagli investigatori federali americani. Il presidente Bush cita spesso questo atroce assassinio come esempio della barbarie dei nemici dell’America, e cerca così di giustificare la guerra in Iraq. Ma il padre di Nicholas Berg è insorto contro questo sfruttamento del suo dramma. In una lettera aperta alla Casa Bianca, ha accusato Bush di essere il vero colpevole della morte del figlio. “L’assassinio di Nicholas – ha scritto – è una conseguenza delle torture dei prigionieri autorizzate o almeno tollerate dal governo di George Bush. Più degli assassini di mio figlio mi fanno orrore coloro che comodamente seduti al governo prendono decisioni che costano la vita ad alcuni e rovinano l’esistenza ai vivi”.
Al ritorno da Cannes dove ha ottenuto la Palma d’Oro, Michael Moore ha annunciato di avere intervistato Nicholas Berg per il documentario Farenheit 911. “Il video dell’intervista – ha spiegato – dura una ventina di minuti. Non lo abbiamo usato nel documentario. Per ora non intendiamo pubblicarlo e non ne riveleremo il contenuto. Stiamo trattando in privato con la famiglia”.
Che cosa ha spinto un geniale polemista come Moore a interessarsi a un giovane del tutto sconosciuto prima della tragica fine in Iraq? Nella storia di Nicholas Berg ci sono vari aspetti poco chiari. Dopo l’attacco dell’11 settembre Berg era stato interrogato dall’Fbi. Zacharias Moussaoui, il complice dei dirottatori ancora in attesa di giudizio, usava la password della sua posta elettronica. Gli investigatori erano giunti alla conclusione che si trattasse di una coincidenza. Tanto Berg quanto Moussaoui avevano frequentato l’università di San Diego e la password era stata rubata.
Nicholas Berg era andato in Iraq in cerca di affari. Aveva fondato una piccola impresa che piazzava antenne televisive e sperava di concludere qualche contratto per la ricostruzione. Non aveva avuto fortuna e aveva già prenotato il volo per il ritorno quando era stato arrestato dalla polizia irachena a un posto di blocco. Pare che i documenti non fossero in regola.
Dagli schedari dell’Fbi era emersa la disavventura con Moussaoui e ancora una volta gli investigatori americani si erano insospettiti. Berg era stato interrogato più volte in carcere e la sua casa in America era stata perquisita. Era appena tornato in libertà quando era stato rapito dai terroristi.
Il video della decapitazione non è stato mostrato da alcuna televisione americana ma è facilmente accessibile su Internet. Alcuni insegnanti sono stati sospesi per averlo mostrato agli allievi, in licei e università. All’università di San Diego una associazione di studenti aveva organizzato una proiezione pubblica per il 25 maggio, ma ha rinunciato di fronte alle proteste della maggioranza degli allievi. L’organizzatore, Ariel Mor, ha dichiarato: “Con le immagini della morte di Nicholas Berg volevo incoraggiare il pubblico a sostenere le truppe americane in Iraq, ma l’interesse di giornali e televisioni mi è sembrato sproporzionato”.
Mostrando le immagini macabre della morte di Berg, la destra americana ha cercato di distogliere l’attenzione dalle fotografie dei prigionieri iracheni torturati. Michael Berg, il padre di Nicholas, è insorto contro questa strumentalizzazione. “Mio figlio – ha scritto – era una persona straordinaria. Sono sicuro che perfino i suoi assassini hanno avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. Sono certo che hanno avuto qualche rimorso mentre lo uccidevano.
Ma George Bush è peggio di loro. Egli non deve subire le conseguenze dei propri atti, non può vedere nei cuori di Nicholas e del popolo americano, e le sue scelte in Iraq provocano la morte ogni giorno. Il ministro della difesa Donald Rumsfeld dice di assumersi la responsabilità per le torture dei prigionieri iracheni. Quale responsabilità, se non ha subito alcuna conseguenza? L’America dovrebbe imparare ad ascoltare i popoli che chiama nemici, smettere di dettare al resto del mondo regole da cui si considera esente. La guida inefficiente di Bush è un’arma di sterminio, e ha provocato una reazione a catena che è la vera causa della morte di mio figlio”.
Michael Moore e Nick Berg Leggi l'articolo »
Per pagarsi gli studi, una ventenne si spoglia completamente appena arrivata nella casa da riordinare: «Ma niente sesso»
TEL AVIV (Israele) – Esige un compenso quattro volte superiore alla media (l’equivalente di 15 euro all’ora), eppure G. – una studentessa universitaria di Tel Aviv, di vent’anni – ha sempre nuovi clienti che la supplicano, se ha un momento libero, di pulire e riordinare la loro casa. Il motivo, ha spiegato G. al settimanale «Tel Aviv», è molto semplice: appena arriva a destinazione, si spoglia ed esegue le incombenze totalmente nuda. Il suo arrivo è preceduto da una telefonata chiarificatrice al datore di lavoro in cui la giovane esclude in maniera tassativa che la pulizia dei pavimenti e i lavori di casa possano preludere a una piega romantica e terminare eventualmente nella stanza da letto. Al settimanale la giovane ha ammesso di essere compiaciuta delle forme del suo corpo, di provare piacere nell’esibizionismo e ha precisato che posa anche da modella. Ha invece escluso che il suo lavoro abbia alcunché di umiliante. «Sono arci-femminista – ha proclamato -. Proprio questo mi dà la forza di spogliarmi e di mettere in imbarazzo chi mi osserva mentre lavoro».
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In Africa è il capo di una tribù Ashanti
Regina africana fa la colf nel Vicentino
Rosina Mawusi 47 anni, di origine ghanese, è a servizio di una famiglia di Schio per mantenere le sue due figlie
SCHIO (VICENZA) – Da regina a colf. Una trasformazione degna di un film, ma che è diventata realtà in un comune del vicentino. La storia è quella di Rosina Mawusi, che ha 47 anni e lavora come colf presso una famiglia di Schio. Ma con il nome di Nanà è, nel suo Paese di origine, il Ghana, la regina di una tribù Ashanti.
LA STORIA – La vicenda di Rosina Mawusi è stata raccontata dal «Corriere del Veneto». La regina Nanà, salita al trono 17 anni fa, si trova in Italia da 15 e ogni anno per due mesi torna alla sua cittadina, Besoro, dove porta un container carico di aiuti da parte della Caritas. In Italia la regina Mawusi è venuta, come riferisce lei stessa, per cercare di dare qualcosa al suo popolo, ma poi ha avuto bisogno di lavorare per mantenere le due figlie (la più grande ha 16 anni), che vivono con lei. Allora ha deciso di fare le pulizie, anche se questa non è la sua unica attività a Schio. Rosina Mawusi, infatti, incontra periodicamente i suoi connazionali immigrati nel vicentino, ai quali fornisce indicazioni e consigli.
la regina NANA’ Leggi l'articolo »
Medici senza frontiere (MSF) è estremamente preoccupata dai continui tentativi delle forze della Coalizione di usare e snaturare gli interventi umanitari rivolti a coloro che ne hanno bisogno in Afganistan.
Nel corso delle ultime settimane le forze della Coalizione hanno distribuito nel sud dell’Afganistan dei foglietti in cui si chiede alla popolazione di “fornire alle forze della Coalizione informazioni su Talebani, Al Qaeda e Gulbuddin” affermando che ciò è necessario “per poter continuare a offrire assistenza umanitaria”. I foglietti, che mostrano l’immagine di una ragazzina afgana con una sacca di frumento, rappresentano un evidente tentativo della coalizione di usare l’assistenza umanitaria per scopi militari e rappresentano perciò un’aggressione inaccettabile ai principi umanitari.
MSF rifiuta qualsiasi rapporto tra assistenza umanitaria e collaborazione con le forze della Coalizione. Nel rispetto dei principi umanitari, continueremo a fornire assistenza agli afgani indipendentemente dal loro credo politico o dalla loro collaborazione con qualsiasi gruppo militare o politico.
“Il collegare deliberatamente assistenza umanitaria e obiettivi militari distrugge il significato stesso di umanitarismo. Alla fine, gli afgani più bisognosi non riceveranno gli aiuti di cui hanno estrema necessità e coloro che forniscono aiuti si trasformeranno in obiettivi”, dice Nelke Manders, capo missione in Afganistan per MSF.
Confondere gli interventi di assistenza e gli obiettivi militari può solo peggiorare il clima di sospetto e violenza sia contro i civili più bisognosi sia contro gli operatori umanitari venuti in loro aiuto, un clima già fortemente compromesso nel Sud dell’Afganistan. Considerati i recenti attacchi ad operatori umanitari, Medici Senza Frontiere teme che questi foglietti peggiorino la situazione di pericolo per coloro che forniscono aiuti in Afganistan. Solo nel 2003 sono stati ben 14 gli operatori umanitari uccisi in Afganistan.
Gli attacchi contro operatori umanitari sono crimini, e devono essere denunciati con risolutezza. Trasformando l’assistenza umanitaria in una strategia di guerra, le forze della Coalizione compromettono la possibilità degli organismi umanitari indipendenti di fornire l’aiuto necessario in Afganistan.
“L’aiuto umanitario deve avere un solo obiettivo: alleviare le sofferenze. Se lo si assoggetta a obiettivi politici o militari, diventerà vittima della violenza che affligge l’Afganistan, non più soccorritore delle vittime “, afferma Manders.
Ufficiali della Coalizione e delle forze statunitensi hanno cercato di cooptare l’aiuto umanitario in Afganistan sin dall’inizio dell’Operazione ‘Enduring Freedom’, dislocando personale militare sotto l’etichetta di “aiuto umanitario” e descrivendo le Ong come “moltiplicatori di forza”. Con la distribuzione di questi foglietti hanno ulteriormente compromesso il carattere indipendente e neutrale dell’aiuto umanitario.
Quale organizzazione umanitaria indipendente, MSF è fedele al principio fondamentale dell’azione umanitaria: aiuto incondizionato a coloro che ne hanno bisogno, prescindendo dal loro credo politico o lealtà militare.
Tutte le parti in guerra devono impegnarsi per permettere l’arrivo degli aiuti umanitari e garantire agli operatori la sicurezza e l’accesso a coloro che hanno bisogno di aiuto e sono al di fuori del conflitto. Puntando l’attenzione verso gli operatori umanitari, impedendo loro l’accesso o cercando di manipolare gli aiuti per servire un particolare obiettivo politico o militare, le parti in guerra minano l’azione umanitaria e mostrano di disprezzare la dignità umana in tempo di guerra e di ignorare volontariamente la convenzione di Ginevra.
MSF chiede a tutte le parti in guerra di rispettare la dignità e i bisogni basilari dei civili intrappolati in questa crisi violenta, di rispettare la necessaria neutralità e imparzialità degli operatori umanitari, di garantire la loro sicurezza e permettere loro di raggiungere la popolazione bisognosa.
Kenny Gluck, Direttore delle operazioni di MSF
medici senza frontiere denuncia Leggi l'articolo »
Dopo 24 anni di assistenza indipendente alla popolazione MSF lascia l’Afganistan in seguito all’uccisione dei suoi 5 operatori e le continue minacce generate dalla confusione dei ruoli tra umanitari e militari
(28/07/2003)
Roma/Kabul, 28 luglio 2004 – Con un profondo sentimento di rabbia e tristezza, Medici Senza Frontiere annuncia oggi la chiusura di tutti i suoi programmi sanitari in Afganistan. MSF ha preso questa decisione in conseguenza dell’uccisione dei suoi 5 operatori, avvenuta nel corso dell’attacco del 2 giugno, quando un veicolo di MSF, chiaramente riconoscibile, ha subito un’imboscata nel nord-ovest della provincia di Badghis. Cinque dei nostri colleghi sono stati crudelmente colpiti a morte durante l’attacco. L’uccisione deliberata dei 5 operatori non ha precedenti nella storia di MSF, che negli ultimi 30 anni ha assicurato assistenza medica alle popolazioni all’interno di molti dei più violenti conflitti del mondo.
Anche se i funzionari del governo hanno presentato ad MSF prove credibili del fatto che a condurre l’attacco siano stati esponenti di milizie locali, non è stato ordinato né disposto pubblicamente il loro arresto. La mancanza di una risposta governativa alle uccisioni rappresenta un difetto di responsabilità e un inadeguato impegno per la sicurezza degli operatori umanitari che operano nel paese.
Inoltre, dopo l’attacco, un rappresentante dei Talebani, rivendicando gli omicidi, ha dichiarato che le organizzazioni come MSF, lavorando nell’interesse degli americani, sono nel mirino e potrebbero subire altri attacchi. Questa accusa è particolarmente ingiustificata nel caso di MSF che ha sempre considerato la separazione dell’aiuto umanitario dalla politica un suo principio fondante. Il solo obiettivo dell’organizzazione è di fornire assistenza alle popolazioni in pericolo nel nome dell’etica medica e basandosi esclusivamente sui reali bisogni della gente. Questa minaccia costituisce innegabilmente il rifiuto da parte dei Talebani di accettare un’azione umanitaria indipendente ed imparziale.
Negli ultimi 24 anni, MSF ha continuato a fornire cure mediche durante i difficili periodi della storia dell’Afganistan, indifferente nei riguardi dei partiti politici o dei gruppi militari al potere. “Dopo aver lavorato, a partire dal 1980 e senza interruzione, accanto alla popolazione vulnerabile dell’Afganistan, è con risentimento ed amarezza che abbiamo preso la decisione di abbandonare il paese. Ma noi non possiamo con leggerezza sacrificare la sicurezza degli operatori del nostro staff mentre le parti in guerra cercano di designarli come bersaglio ed ucciderli. Alla fine è l’ammalato ed il bisognoso che ne soffre”, dice Marine Buissonière, Segretario Generale di MSF.
La violenza diretta contro i nostri operatori è arrivata in contesti nei quali la coalizione, capeggiata dagli USA ha regolarmente utilizzato l’aiuto umanitario per raggiungere i prorpi obiettivi politici e militari. MSF denuncia i tentativi della coalizione di cooptare l’aiuto umanitario e di usarlo per “vincere i cuori e le menti”. Facendo questo, a lungo, l’aiuto umanitario non viene percepito come un atto imparziale e neutrale, mettendo in pericolo la vita dello staff e compromettendo l’aiuto alle popolazioni in stato di necessità. Solo recentemente, il 12 maggio 2004, MSF ha pubblicamente condannato la distribuzione, da parte delle forze di coalizione nel sud dell’Afganistan, di opuscoli che suggerivano alla popolazione di dare informazioni sui Talebani ed al Qaeda, come condizione necessaria perché la distribuzione dell’aiuto continuasse.
L’assistenza umanitaria è possibile solo quando i protagonisti armati di un conflitto rispettano la sicurezza degli attori umanitari, più di 30 dei quali sono stati uccisi in Afganistan a partire dell’inizio del 2003. L’uccisione dei nostri colleghi, la grave mancanza da parte del governo che non ha arrestato i colpevoli e le false asserzioni dei Talebani hanno reso purtroppo impossibile per MSF continuare a fornire assistenza al popolo afgano.
Fino al momento delle uccisioni, MSF ha provveduto alle cure mediche in 13 province con 80 volontari internazionali e 1.400 locali. I nostri progetti includevano le cura a livello basico e ospedaliero così come il trattamento per la tubercolosi ed i programmi per ridurre la mortalità infantile. La prossima settimana, MSF completerà la consegna dei suoi programmi al Ministero della Sanità e ad altre organizzazioni. Mentre MSF lascia l’Afganistan, noi ci addoloriamo per la perdita dei nostri 5 colleghi. Allo stesso tempo MSF prende questa decisione con grande dispiacere per la popolazione che non potremo più assistere
via dall’afghanistan Leggi l'articolo »