Una campagna di Amnesty International CONTRO LA TORTURA

NON SOPPORTIAMO LA TORTURA

Una campagna di Amnesty International

“Per tortura si intende ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalmente a una persona dolore o sofferenza gravi, sia fisici che mentali, allo scopo di ottenere da essa o da un ’altra persona informazioni o una confessione,di punirla per un atto che essa o un ’altra persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, per intimidirla o sottoporla a coercizione o intimidire o sottoporre a coercizione un ’altra persona o per qualunque ragione che sia basata su una discriminazione di qualsiasi tipo, a condizione che il dolore o la sofferenza siano inflitti da o su istigazione o con il consenso o l ’acquiescenza di un pubblico ufficiale o altra persona che svolga una funzione ufficiale. Non comprende il dolore o la sofferenza che risultino esclusivamente da, o siano inerenti o incidentali rispetto a sanzioni lecite.”
(Art.1.1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura del 1984

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le torture a abu ghraib non è una eccezione

Abu Ghraib, stessi militari già responsabili di abusi in Afghanistan

L’unità dell’intelligence militare americana responsabile degli interrogatori ad Abu Ghraib aveva presieduto prima il centro di detenzione afghano di Bagram, dove la morte di due detenuti nel dicembre del 2002, al centro di due delle nove inchieste aperte dalle autorità USA, era stata denunciata dal medico legale americano che compilò i certificati di morte come ” omicidio ”. 

La sagoma della tortura israeliana.
 Stupri e cappucci imbevuti di urina e feci

Con la prova sempre più evidente della presenza di un piccolo gruppo di ex militari ed agenti dello Shin Bet israeliani in grado di parlare e comprendere l’arabo ai brutali interrogatori dei prigionieri iracheni ad Abu Ghraib – gli israeliani erano stati assunti con una sorta di sotto-contratto dal Pentagono, e la loro presenza era strettamente segreta – c’è solo da esaminare il record di abusi dei prigionieri palestinesi e libanesi per mano di Israele per capire ciò che Donald Rumsfeld intendeva, quando parlò di “foto e video ancora segreti, ma che, se resi pubblici, peggioreranno sensibilmente le cose”.

 

Abu Ghraib, almeno un caso di abuso sessuale contro detenuta

Una detenuta nel carcere di Abu Ghraib ha detto con mille difficoltà al suo avvocato (una donna) di essere stata violentata dai soldati americani e poi è svenuta

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L’orrore delle torture israeliane sui prigionieri palestinesi

L’orrore delle torture israeliane sui prigionieri palestinesi

di Alessandra Garusi 

“Bisogna porre subito fine alle torture di prigionieri palestinesi nel carcere Sharon”. Lo ha chiesto all’Alta Corte d’Israele l’organizzazione Physicians for Human Rights-Israel

 

“La maggioranza degli oltre 7mila palestinesi, ancor oggi detenuti nelle prigioni israeliane, hanno subito torture”. Lo afferma Maher Talhami, un avvocato arabo israeliano che lavora per Physicians for Human Rights-Israel. Questa organizzazione non profit e apartitica, che dal 1988 si batte per la tutela del diritto alla salute, lo scorso 8 giugno ha presentato una petizione all’Alta Corte contro il Sistema carcerario israeliano (Ips) chiedendo che si ponga immediatamente fine agli abusi sistematici commessi ai danni dei prigionieri nel carcere “Sharon”.
“Si trova nel centro del Paese, a circa mezz’ora di macchina da Tel Aviv”, spiega Ella Yedaya, coordinatrice del progetto. “È un vecchio istituto detentivo, aperto nel 1953. Oggi l’ala femminile è stata spostata; mentre quella maschile è sempre più grande, tanto che sono stati costruiti anche nuovi locali. Gli abusi da noi denunciati avvengono comunque, in prevalenza, nella parte vecchia”.
Privazione del sonno, prolungate attese in piedi al freddo o sotto il sole cocente, incappucciamenti con stracci imbevuti di vomito o di urina, rumori assordanti, sono purtroppo considerati routine. E poi c’è la cosiddetta “posizione banana”, che consiste nel lasciare un prigioniero sulla pancia con le mani legate alle caviglie. “Provate a chiedere ai palestinesi che cos’è lo ‘shabah’. Quasi tutti tristemente hanno sperimentato questa posizione seduta su uno sgabellino basso con ceppi alle mani e talvolta anche ai piedi”, prosegue l’avvocato Talhami. Ma quel che è peggio, è che i detenuti non ricevono alcun tipo di assistenza medica. Un problema grave, viste le percosse, le ferite e le contusioni riportate durante gli interrogatori.
Di tutto ciò, purtroppo, non esistono immagini. È questa la fondamentale differenza rispetto al caso Iraq. “Le foto delle torture commesse da soldati americani ad Abu Ghraib sono ‘compatibili’ con molte carceri israeliane”, sono pronti a giurare gli avvocati di Physicians for Human Rights-Israel.
Una conferma arriva dall’ultimo rapporto del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele (Pcati) – un’organizzazione di diritti umani indipendente fondata nel 1990 dall’attivista Hannah Friedman e dal giurista Stanley Cohen. Esso copre il periodo settembre 2001-aprile 2003 e si basa su 80 deposizioni scritte e giurate, e altrettanti casi giudiziari. Una tale quantità di prove che porta a concludere: “La tortura in Israele è di nuovo una routine, portata a termine in modo metodico e istituzionalizzato”. Malgrado tutto questo, “nemmeno un investigatore dello Shabak o Shin Bet è stato processato”.

Lo Stato di Israele e la tortura
È una vecchia storia, quella che lega lo Stato di Israele alla pratica della tortura. Dal 1967, ovvero dall’inizio dell’occupazione, è sempre stata praticata, sebbene Tel Aviv abbia sempre negato l’evidenza.
Fu nel 1987 che, dopo un lungo dibattito in sede legale e della sicurezza, il Comitato ministeriale Landau stabilì alcune linee guida segrete da seguire durante gli interrogatori. Disse che poteva essere usata “una pressione fisica e psicologica moderata” nei confronti dei detenuti. Si calcola che, da allora, almeno 850 palestinesi siano stati torturati ogni anno.
Proprio nell’87 era scoppiata la prima Intifada e, agli occhi dell’opinione pubblica israeliana, qualsiasi mezzo pareva lecito per far fronte agli attacchi dei palestinesi. Un sondaggio commissionato dall’associazione per i diritti umani B’tselem, nel 1996, confermava che il 73 per cento degli israeliani appoggiava l’uso della forza.
Il dibattito si riapre cinque anni fa. Nel settembre 1999, in seguito a una petizione del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, l’Alta Corte mise fuori legge questo genere di abusi definendoli delle “pratiche inaccettabili”. Gli agenti dello Shin Bet dissero allora di essere stati privati degli strumenti per combattere il terrorismo. A quel punto, un parlamentare dell’opposizione fece passare un emendamento, che consentiva agli inquirenti di utilizzare la forza nei casi di “bombe ad orologeria”, minorenni compresi. Così molte vie di fuga diventavano di nuovo possibili.
Dopo lo scoppio della seconda Intifada – seguito alla “passeggiata” di Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee il 28 settembre 2000 – e soprattutto dopo una serie di attentati suicidi sugli autobus, nei caffè e nelle discoteche israeliane, lo Shabak è tornato alla coercizione fisica come pratica standard. Ne sono assolutamente convinti gli avvocati dei diritti umani, sia da parte palestinese che israeliana.

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tortura usa e israel

Le molte “Abu Ghraib” israeliane

 

“Mi legarono e mi picchiarono durante il tragitto per Fara’a (la prigione israeliana a Nablus). Una volta arrivati, mi portarono da un “dottore” per un “check-up”. Scoprii in seguito che questo “check-up” serviva a scoprire qualche debolezz”Mi legarono e mi picchiarono durante il tragitto per Fara’a (la prigione israeliana a Nablus). Una volta arrivati, mi portarono da un “dottore” per un “check-up”. Scoprii in seguito che questo “check-up” serviva a scoprire qualche debolezza fisica su cui concentrarsi durante le torture. Fecero particolare attenzione alla mia gamba, che era ancora sensibile a causa di una ferita. Prima di iniziare l’interrogatorio, mi chiesero se ero pronto a confessare. Poi mi appesero per i polsi, completamente nudo, all’esterno, e mi gettavano addosso acqua fredda e calda, alternamente. Mi misero in testa un cappuccio cosparso di letame”. Detenuto palestinese 15enne [1]

L’orrore per gli abusi, le torture e le esecuzioni di prigionieri iracheni da parte dei militari d’occupazione anglo-americani non sono “pochi incidenti isolati” perpetrati da “mele marce”. Sono la punta di un iceberg di violazioni dei diritti umani e torture di cittadini iracheni, inclusi donne e bambini, sistematiche e diffuse.

Secondo la testimonianza di Rumsfeld, “il peggio deve ancora arrivare”. “Ci sono altre foto che illustrano incidenti di violenza fisica verso i prigionieri, atti che possono essere definiti come vistosamente sadici, crudeli e disumani”, ha detto. “… Temo che avremo momenti anche peggiori di questo”. Rumsfeld e’ il guru morale del Pentagono. Basta dare un’occhiata ai media britannici per avere una panoramica delle atrocità commesse dai militari britannici nel sud dell’Iraq. I soldati agiscono in base al loro addestramento ed al comportamento dei loro superiori. Le credenziali morali della “missione” dei signori Bush e Blair sono morte in Iraq ed oltre.

La tortura e’ stata praticata sistematicamente nelle prigioni d’ Israele contro i detenuti palestinesi fin dall’occupazione della Palestina del 1967. La Corte Suprema, con la piena consapevolezza ed approvazione delle amministrazioni americana e britannica, autorizzò la cosiddetta “tortura moderata” e quella con l’elettroshock nel 1987. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati incarcerati e torturati da Israele nei centri di detenzione dal 1967. Molti di questi centri sono ben noti in occidente per essere stati visitati dalla Croce Rossa.


Le prigioni israeliane sono modellate sul tipo delle carceri del Gulag, come ad esempio la “segreta” Facility 1391, la famigerata Moskobiyya di Gerusalemme, Gush Etzion ed Ashkelon, dove i giovani palestinesi ed i membri della resistenza sono stati torturati dal Servizio di Sicurezza e dallo Shin Bet. Durante gli interrogatori, condotti spesso da immigrati russi, noti per la loro brutalità, molti palestinesi innocenti sono stati assassinati. La maggior parte delle vittime sono adolescenti palestinesi, arrestati a caso “ai checkpoints, per strada o nelle loro abitazioni da soldati pesantemente armati. Essi vengono portati nei campi di detenzione nelle colonie o nei centri militari. Gli interrogatori prevedono sempre alcune forme di tortura, come la privazione del sonno o del cibo, le minacce verbali, le percosse con bastoni di ferro, pugni e calci, la costrizione in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo”. [2]


Sono state dimostrate notevoli somiglianze tra i metodi d’interrogatorio usati dai SS israeliani e le forze USA in Iraq. Essi includono privazione del sonno, percosse violente, abusi sessuali, scosse elettriche e costrizioni in posture dolorose. Un membro della Knesset israeliana ha detto ad al-Jazeera: “Ci sono molti esperti di tortura israeliani, in Iraq, che stanno trasferendo agli americani la loro spaventosa esperienza, accumulata in 37 anni di torture e maltrattamenti dei palestinesi” [3]. Simili accuse sono state rivolte anche dal quotidiano libanese The Daily Star.

Nessuno ha criticato la propaganda occidentale nel predicare i diritti umani più del professor Noam Chomsky, il quale ha dichiarato: “Se non crediamo nella giustizia per coloro che disprezziamo, non ci crediamo per niente”. Gli USA, la Gran Bretagna ed Israele hanno commesso le più gravi violazioni dei diritti umani contro le vittime delle loro brutali ed illegali occupazioni di paesi sovrani.


L’ex presidente del Sudafrica, Nelson Mandela, lui stesso vittima di abusi e torture a causa della sua resistenza contro l’apartheid, ha biasimato coloro che predicano la “democrazia” ed i diritti umani, “quei paesi potenti, le cosiddette democrazie, che manipolano i corpi multilaterali con grande svantaggio e sofferenza delle più povere nazioni in via di sviluppo. Tale genere di ipocrisia e’ propaganda malata e dovrebbe essere rifiutata e condannata dai paesi davvero democratici”.

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Wislawa Szimborska

Torture

Wislawa Szimborska
da Gente sul ponte, 1986


“Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.”

by S3

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Aigle (Svizzera

Controllori incontrollati Aigle (Svizzera): perde il treno e per raggiungerlo si getta
all’inseguimento con un taxi. Nulla di eccezionale se non
fosse che l’inseguitrice era il controllore addetto al treno.
Perche’, in Svizzera, se il treno deve partire, parte…
(Fonte: www.Tgcom.it

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sorridere fa bene alla salute

10 minuti al vogatore equivalgono all’esercizio aerobico di
un minuto di risata, perche’ ridere accelera il ricambio
d’aria nei polmoni.
200 e’ il numero di risate che un bambino fa in un giorno;
poi da adulti il numero si riduce a 20… meditate gente
meditate. Le donne, in media ridono di piu’ dei maschi,
pare il 127%.
Sembra che il centro della comicita’ si trovi nel lobo
frontale destro, appena sotto l’occhio.
(Fonte: www.Focus.it

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BlackSpot Sneaker dal portogallo

BlackSpot Sneaker
E’ il nome delle scarpe da ginnastica “no logo” prodotte in
Portogallo da Kalle Lasn con lo scopo di non limitarsi al
boicottaggio e alle denunce contro le multinazionali quali
la Nike ma scendendo direttamente in campo. La scarpa e’
prodotta totalmente in materiale naturale, e’ biodegradabile
al 70 per cento, la suola e’ rinforzata perche’ duri nel
tempo e la produzione non richiede l’uso di agenti chimici.
Gli operai lavorano in una fabbrica modello: la qualita’
dell’aria e’ buona, il suono delle macchine e’ attutito, i
livelli di sicurezza ottimi. La pausa pranzo e’ di un’ora e
mezzo. E se in Portogallo il salario medio e’ di 365 euro al
mese, quello dei lavoratori della fabbrica di scarpe e’ tra i
420 e i 700.
Ora sono gia’ circa 200 i punti vendita pronti a mettere sui
loro scaffali la scarpa equa e solidale.

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il kenia lotta contro le mine

Kenya Grazie al suo impegno nella lotta contro le mine
antipersona e contro le armi leggere, il Kenya ha ospitato
il vertice internazionale sulle mine che si e’ svolto presso
la sede delle Nazioni Unite a Nairobi. Al Summit per un
mondo senza mine hanno partecipato i rappresentanti di
oltre 140 paesi, che hanno organizzato i prossimi passi per
arrivare all’eliminazione di questo tipo di armi che causa
una vittima ogni 22 minuti. Tra i partecipanti anche il
segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan e il
premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. Il Kenya ha
distrutto tutte le sue mine nell’agosto del 2003.
(Fonte: worldpress)

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emergency a falluja

EMERGENCY A FALLUJA

I primi soccorsi
Per la prima volta consegnati alla popolazione civile di Falluja aiuti umanitari

Un convoglio di Emergency porta 160 tonnellate di cibo, indumenti e medicine ai profughi di Falluja. “In città la situazione è catastrofica. Manca tutto. Acqua, cibo, coperte, luce. La gente sta morendo non solo perché viene uccisa dalle armi, ma anche di fame e di sete e di malattie banalissime”

www.emergency.it

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Warren Anderson per Bin Laden

Altro che Bin Laden.
C’è un solo uomo su questa terra che può vantarsi di aver sterminato migliaia di persone e girare ancora a piede libero.
Warren Anderson,
che a differenza di  Laden non è costretto a fare cucù al mondo nascondosi fra le montagne del Pakistan.
Anzi, il nostro Warren si gode i miliardi della sua pensione giocando a golf nei migliori clubs di Vero Beach, stato di Florida,
e  scommetterei pure che gli è capitato di  incrociare le mazze col caro george bush.
 
Ora,
 il pakistan confina con l’India,
semmai bin laden sconfinasse per errore e fosse acciuffato dalle guardie indiane,
spero che il governo di new Delhy si senta autorizzato a proporre uno scambio
bin laden per warren anderson,
alla pari, come al calcio mercato,
anche se il valore dei due è sproporzionato,
Infatti mentre per l’arabo saudita è tutto da dimostrare che sia implicato direttamente nell’attentato alle torri gemelle,
warren è già stato condannato per le decine di migliaia di vittime causato dal disastro di bhopal,
morti che a tuttoggi richiedono giustizia quanto i feti mostruosi che continuano a sviluparsi nel ventre delle donne  su quel suolo contaminato.


guerrilla radio

 

Warren Anderson, tutt’ora ricercato.

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Bhoplal: tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, Campaign for Justice

Vent’anni fa la strage nella città indiana. Un impianto chimico americano provocò migliaia di morti, ma chi ha pagato ?
  
I granelli di sabbia della notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 stavano per precipitare nella clessidra della storia: Bhopal era ancora soltanto una città a Sud di Delhi, circondata da giungle rigogliose, conosciuta per le acque argentine del suo lago e per il Taj-ul-Masjid, una delle più grandi moschee dell’India. In quella terra sprofondata nel passato e nella miseria sibilava un mostro di 290 metri quadrati venuto per annunciare il futuro: «la scienza aiuta a costruire una nuova India», diceva allora la pubblicità della Union Carbide, la multinazionale americana che aveva impiantato lo stabilimento per la produzione di pesticidi. Poco dopo la mezzanotte la poderosa corsa del progresso inciampò nel serbatoio E610 dove si conservava a temperatura costante il micidiale gas metil-isocianato. L’indicatore della pressione sul pannello di controllo prese a schizzare in alto fino a superare il rosso del limite massimo. Un sabotaggio, disse poi senza poterlo dimostrare l’Union Carbide, una maldestra operazione di pulitura degli impianti dissero altri. La reazione esotermica dovuta al contatto fra gas e acqua squassò la cisterna che fu sbalzata fuori dal suo letto di terra. Gli apparati di sicurezza erano guasti oppure disattivati, neppure la sirena di allarme funzionò mentre decine di tonnellate di gas (da venti a quaranta, nelle varie ricostruzioni dei fatti) si sparsero sulla città sotto forma di una coltre di nubi lattiginosa.
Un alito velenoso intrappolò in poco tempo un’area di venti chilometri quadrati prima che la gente potesse accorgersi di quanto stava succedendo e cercare di fuggire. Quelli presi nel primo abbraccio tossico morirono per lo più nel sonno, molti ancora sotto le coperte. Fotografie color seppia mostrano bambini uccisi, ciascuno con un foglio di cartone sul petto a catalogare con un nome e pochi numeri una vita svanita: le bocche spalancate, un doloroso stupore in volto. I dati sui morti e sui fatti di quella notte sono discordanti, sembra che il gas opalescente si sia posato sull’intera vicenda come un potere maligno volto a corrodere la verità. Le cifre comunque variano da 8 a 10 mila vittime, quest’ultima forse più realistica.
Racconta il giornalista e scrittore indiano Indra Sinha, uno degli animatori della «Campaign for Justice in Bhopal»: «Quando scattò l’allarme, tutti cominciarono a scappare portandosi dietro vecchi, bambini nelle culle, ammalati, vacche e cani. Si riversarono in strada, gli stretti budelli della città vecchia subito si intasarono. Ci furono scene di panico, gente calpestata, bambini smarriti. Intorno ai lampioni non ronzava alcun insetto, una cosa irreale». Per quelli nei fatidici venti chilometri quadrati fu una morte orribile. Continua Sinha: «La gente moriva mentre gli escrementi colavano loro dalle gambe, il gas lacerava le pupille, ulcerava i polmoni. Per terra corpi aggrovigliati si contorcevano presi da convulsioni». Il giorno dopo cominciava ufficialmente il calvario di Bhopal con i sopravvissuti negli ospedali che sputavano i polmoni, relitti ciechi che esprimevano soltanto dolore.

Sono passati vent’anni da allora e secondo le stime di Greenpeace per le conseguenze del disastro continua a morire una media di venti persone al giorno. Qualche settimana fa Paul Vickers della Bbc è andato a Bhopal con una provetta per fare analizzare l’acqua dei pozzi: «Presenta livelli di contaminazione 500 volte maggiori del limite massimo raccomandato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità», ha detto. Fa sorridere che sul sito web della Bbc il paragrafo dove si illustrano i dati dell’analisi abbia un titolo comicamente prudente: «Risultati controversi». Infatti nel 1998, l’anno in cui cedette lo stabilimento, la Union Carbide sostenne «di non aver trovato tracce di contaminazione nelle falde acquifere», anche se un altro studio commissionato dalla multinazionale americana espresse qualche dubbio.

Bhopal è una saga della tenacia del male, ma il bene? I «nostri» non arrivano mai? Bhopal è anche una saga dell’amarezza e del disincanto. Oggi, così com’era, la Union Carbide non esiste più, è stata assorbita dalla Dow Chemical Co (Ricordate il suo «Agent Orange», uno dei più famigerati defolianti usati in Vietnam?) che rifiuta ogni coinvolgimento nella vicenda. Nel 1989 La Union Carbide fece un accordo extragiudiziario con l’Alta corte indiana e versò un’una tantum di 470 milioni di dollari da destinare alla vittime. Finora, vent’anni dopo, i circa 500 mila che hanno dimostrato di aver diritto al risarcimento hanno ricevuto circa 345 dollari, sebbene recentemente un tribunale indiano abbia intimato di distribuire 345 milioni di dollari dell’accordo che ancora giacciono nelle casse dello Stato a maturare interessi. La Union Carbide si è sempre difesa dicendo di avere aiutato le vittime e di aver anche costruito nel 1996 un ospedale da 90 milioni di dollari a Bhopal. Dice Satinath Sarangi, uno dei leader della protesta: «l’ospedale è un centro a pagamento dove i poveri non potranno mai entrare. Oltrettutto la specialità principale è la cardiologia». Una delle prime e principali richieste del movimento che si è creato nella città martoriata del Madhya Pradesh è che l’allora direttore generale della Union Carbide, l’americano Warren Anderson, finisca davanti a un tribunale insieme ad altri dirigenti, tra cui alcuni indiani. Ha scritto Sundana Deshpande, attrice teatrale e regista indiana: «A Bhopal ci sono state molte, molte più vittime che nell’11 settembre. Per quel crimine, sul suolo degli Stati Uniti, migliaia di innocenti hanno dovuto pagare nel lontano Afghanistan. I colpevoli di Bhopal sono invece tutti liberi sul suolo degli Stati Uniti. I sopravvissuti di Bhopal non dimenticano questa ingiustizia. Per questo nelle manifestazioni che commemorano il disastro ci sono cartelli che dicono: volete Osama, dateci Anderson». Lo scorso anno New Delhi chiese l’estradizione di Anderson, ora ottantenne e in pensione, per processarlo a Bhopal con l’accusa di omicidio. Come in un brutto giallo dove fin dall’inizio si capisce come andrà a finire, le autorità americane hanno alla fine respinto la richiesta (legittima perché tra i due paesi esiste un trattato di estradizione) per «motivi tecnici».

Al di là delle vite distrutte o spezzate (diceva il santo tabaccaio di Bombay che con noi muore il mondo intero), la strage di Bhopal rappresenta la cattiva coscienza della globalizzazione. Nel trasferimento di tecnologia da Occidente al Terzo Mondo, il tarlo del profitto a tutti i costi divorò la qualità dei macchinari, la solidità dei progetti. Lo stabilimento di Bhopal non avrebbe mai potuto eistere in Occidente. L’abbassamento dei parametri di sicurezza era finalizzato al taglio dei costi: era uno dei motivi principali, oltre al mercato emergente, per fare uno stabilimento laggiù. Già alla fine dell’800 si disse che in India le ferrovie fatte costruire dagli inglesi avrebbero evitato le carestie ma poi, in piena carestia, si scoprì che i treni servivano a portare il grano destinato all’Inghilterra, come ha raccontato Mike Davis. E la giustizia? Vent’anni dopo per Bhopal nessuno ha ancora pagato di persona ed è facile prevedere che nessuno pagherà mai. 

Bhoplal: tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, Campaign for Justice
04/12/2004
 

Vent’anni fa la strage nella città indiana. Un impianto chimico americano provocò migliaia di morti, ma chi ha pagato ?
 
 
 
I granelli di sabbia della notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 stavano per precipitare nella clessidra della storia: Bhopal era ancora soltanto una città a Sud di Delhi, circondata da giungle rigogliose, conosciuta per le acque argentine del suo lago e per il Taj-ul-Masjid, una delle più grandi moschee dell’India. In quella terra sprofondata nel passato e nella miseria sibilava un mostro di 290 metri quadrati venuto per annunciare il futuro: «la scienza aiuta a costruire una nuova India», diceva allora la pubblicità della Union Carbide, la multinazionale americana che aveva impiantato lo stabilimento per la produzione di pesticidi. Poco dopo la mezzanotte la poderosa corsa del progresso inciampò nel serbatoio E610 dove si conservava a temperatura costante il micidiale gas metil-isocianato. L’indicatore della pressione sul pannello di controllo prese a schizzare in alto fino a superare il rosso del limite massimo. Un sabotaggio, disse poi senza poterlo dimostrare l’Union Carbide, una maldestra operazione di pulitura degli impianti dissero altri. La reazione esotermica dovuta al contatto fra gas e acqua squassò la cisterna che fu sbalzata fuori dal suo letto di terra. Gli apparati di sicurezza erano guasti oppure disattivati, neppure la sirena di allarme funzionò mentre decine di tonnellate di gas (da venti a quaranta, nelle varie ricostruzioni dei fatti) si sparsero sulla città sotto forma di una coltre di nubi lattiginosa.
Un alito velenoso intrappolò in poco tempo un’area di venti chilometri quadrati prima che la gente potesse accorgersi di quanto stava succedendo e cercare di fuggire. Quelli presi nel primo abbraccio tossico morirono per lo più nel sonno, molti ancora sotto le coperte. Fotografie color seppia mostrano bambini uccisi, ciascuno con un foglio di cartone sul petto a catalogare con un nome e pochi numeri una vita svanita: le bocche spalancate, un doloroso stupore in volto. I dati sui morti e sui fatti di quella notte sono discordanti, sembra che il gas opalescente si sia posato sull’intera vicenda come un potere maligno volto a corrodere la verità. Le cifre comunque variano da 8 a 10 mila vittime, quest’ultima forse più realistica.
Racconta il giornalista e scrittore indiano Indra Sinha, uno degli animatori della «Campaign for Justice in Bhopal»: «Quando scattò l’allarme, tutti cominciarono a scappare portandosi dietro vecchi, bambini nelle culle, ammalati, vacche e cani. Si riversarono in strada, gli stretti budelli della città vecchia subito si intasarono. Ci furono scene di panico, gente calpestata, bambini smarriti. Intorno ai lampioni non ronzava alcun insetto, una cosa irreale». Per quelli nei fatidici venti chilometri quadrati fu una morte orribile. Continua Sinha: «La gente moriva mentre gli escrementi colavano loro dalle gambe, il gas lacerava le pupille, ulcerava i polmoni. Per terra corpi aggrovigliati si contorcevano presi da convulsioni». Il giorno dopo cominciava ufficialmente il calvario di Bhopal con i sopravvissuti negli ospedali che sputavano i polmoni, relitti ciechi che esprimevano soltanto dolore.

Sono passati vent’anni da allora e secondo le stime di Greenpeace per le conseguenze del disastro continua a morire una media di venti persone al giorno. Qualche settimana fa Paul Vickers della Bbc è andato a Bhopal con una provetta per fare analizzare l’acqua dei pozzi: «Presenta livelli di contaminazione 500 volte maggiori del limite massimo raccomandato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità», ha detto. Fa sorridere che sul sito web della Bbc il paragrafo dove si illustrano i dati dell’analisi abbia un titolo comicamente prudente: «Risultati controversi». Infatti nel 1998, l’anno in cui cedette lo stabilimento, la Union Carbide sostenne «di non aver trovato tracce di contaminazione nelle falde acquifere», anche se un altro studio commissionato dalla multinazionale americana espresse qualche dubbio.

NEGLIGENZA COLPEVOLE L’apocalisse di quella notte si vomitavano pure i polmoni  
Bhopal è una saga della tenacia del male, ma il bene? I «nostri» non arrivano mai? Bhopal è anche una saga dell’amarezza e del disincanto. Oggi, così com’era, la Union Carbide non esiste più, è stata assorbita dalla Dow Chemical Co (Ricordate il suo «Agent Orange», uno dei più famigerati defolianti usati in Vietnam?) che rifiuta ogni coinvolgimento nella vicenda. Nel 1989 La Union Carbide fece un accordo extragiudiziario con l’Alta corte indiana e versò un’una tantum di 470 milioni di dollari da destinare alla vittime. Finora, vent’anni dopo, i circa 500 mila che hanno dimostrato di aver diritto al risarcimento hanno ricevuto circa 345 dollari, sebbene recentemente un tribunale indiano abbia intimato di distribuire 345 milioni di dollari dell’accordo che ancora giacciono nelle casse dello Stato a maturare interessi. La Union Carbide si è sempre difesa dicendo di avere aiutato le vittime e di aver anche costruito nel 1996 un ospedale da 90 milioni di dollari a Bhopal. Dice Satinath Sarangi, uno dei leader della protesta: «l’ospedale è un centro a pagamento dove i poveri non potranno mai entrare. Oltrettutto la specialità principale è la cardiologia». Una delle prime e principali richieste del movimento che si è creato nella città martoriata del Madhya Pradesh è che l’allora direttore generale della Union Carbide, l’americano Warren Anderson, finisca davanti a un tribunale insieme ad altri dirigenti, tra cui alcuni indiani. Ha scritto Sundana Deshpande, attrice teatrale e regista indiana: «A Bhopal ci sono state molte, molte più vittime che nell’11 settembre. Per quel crimine, sul suolo degli Stati Uniti, migliaia di innocenti hanno dovuto pagare nel lontano Afghanistan. I colpevoli di Bhopal sono invece tutti liberi sul suolo degli Stati Uniti. I sopravvissuti di Bhopal non dimenticano questa ingiustizia. Per questo nelle manifestazioni che commemorano il disastro ci sono cartelli che dicono: volete Osama, dateci Anderson». Lo scorso anno New Delhi chiese l’estradizione di Anderson, ora ottantenne e in pensione, per processarlo a Bhopal con l’accusa di omicidio. Come in un brutto giallo dove fin dall’inizio si capisce come andrà a finire, le autorità americane hanno alla fine respinto la richiesta (legittima perché tra i due paesi esiste un trattato di estradizione) per «motivi tecnici».

Al di là delle vite distrutte o spezzate (diceva il santo tabaccaio di Bombay che con noi muore il mondo intero), la strage di Bhopal rappresenta la cattiva coscienza della globalizzazione. Nel trasferimento di tecnologia da Occidente al Terzo Mondo, il tarlo del profitto a tutti i costi divorò la qualità dei macchinari, la solidità dei progetti. Lo stabilimento di Bhopal non avrebbe mai potuto eistere in Occidente. L’abbassamento dei parametri di sicurezza era finalizzato al taglio dei costi: era uno dei motivi principali, oltre al mercato emergente, per fare uno stabilimento laggiù. Già alla fine dell’800 si disse che in India le ferrovie fatte costruire dagli inglesi avrebbero evitato le carestie ma poi, in piena carestia, si scoprì che i treni servivano a portare il grano destinato all’Inghilterra, come ha raccontato Mike Davis. E la giustizia? Vent’anni dopo per Bhopal nessuno ha ancora pagato di persona ed è facile prevedere che nessuno pagherà mai. 

 

Vedi anche:Ecologia: Una vittoria per le vittime di Bhopal
   Bhopal, la globalità del male  
    Claudio Gallo      Fonte: www.lastampa.it

 

Bhoplal: tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, Campaign for Justice Leggi l'articolo »

controcorente: aids la truffa del millenio

AIDS: La truffa del millenio

www.ilvirusinventato.it

Il nome di questo sito è un omaggio al Dott. PETER DUESBERG, direttore del laboratorio di Biologia Molecolare dell’Università di Berkeley in California, pioniere e principale protagonista della lotta alle falsa teoria virale dell’AIDS. Suo il principale libro scritto dai dissidenti: “Inventing the AIDS virus” edito in italiano da Baldini e Castoldi col titolo “AIDS – Il Virus Inventato”. La storia di Peter Duesberg, “probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto” (Il direttore del periodico medico The Lancet) è stata presentata da Massimiliano Bucchi nella sua relazione “Eresia e censura nella scienza: il caso AIDS” al convegno Scienza e Democrazia tenuto a Napoli il 20 Aprile 2001.

 

Rif: Conferenza internazionale AIDS (Durban, Sud Africa)

 

Lettera aperta : Sig. Bill Clinton, Presidente Usa

                           Sig. Gehard Schroder, Cancelliere tedesco

 

Con la presente chiediamo che siano fatte le rispettive scuse al Presidente THABO MBEKI per la sottoscrizione della “Dichiarazione di Durban” dei vostri rappresentanti dott.ssa Helene Gayle USA, e prof. Dr. Kurth (Germania).

Il 04.04.2000, tre mesi prima dell’inizio della Conferenza internazionale sull’AIDS a Durban il presidente Sud Africano Thabo Mbeki scrisse una lettera al Presidente USA Bill Clinton e al Cancelliere tedesco Schroder. Nella sua lettera il Presidente Sud Africano chiedeva una cooperazione in dibattiti reali al fine di chiarire ovvie discrepanze relative al fenomeno globale dell’AIDS.

Sotto la pressione del Pres. Clinton, la Dott.ssa Gayle del CDC (Centro controllo malattie), quale rappresentante degli Stati Uniti, era presente al meeting di esperti che il Presidente Mbeki aveva organizzato alcuni giorni prima della conferenza.

Sottoscrivendo la “dichiarazione di Durban” entrambi, la rappresentante usa dr. Gayle ed il rappresentante della Germania prof. Renairdt Kurt, partecipavano alla pubblica diffamazione del Presidente Mbeki. La dichiarazione venne pubblicata il 06.07.2000 su “Nature” ed i firmatari sostenevano che le affermazioni concernenti “hiv e AIDS”, ampliamente pubblicate, sono basate sui più alti standards scientifici, un chiaro tentativo di discreditare lo sforzo del Signor Mbeki di chiarire la questione.

La proposta della delegata degli USA dr. Gayle, di cooperazione tra le autorità sanitarie statunitensi e sudafrica in nuove ricerche per isolare “l’HIV”, per dimostrare la validità dei test dell’AIDS, conferma solamente la sua piena consapevolezza della non esistenza attuale di alcun dato scientifico di base che possa provare l’esistenza dell’HIV e, conseguentemente, la validità di qualsiasi test. Tuttavia nonostante la sua stessa conoscenza si contraddice, sottoscrivendo la “dichiarazione di Durban”.

Prof. Dr. Rita Sussmuth, precedente Presidente del Parlamento tedesco, come pure precedente Ministro della sanità con responsabilità diretta al problema ammise in una intervista del 23.06.1995 a Berlino, di sapere che l’affermazione in merito all’infezione AIDS mancava di ogni prova scientifica. Questa intervista venne ripetutamente emessa dal “Citizen’s  television” a Berlino.

Tuttavia l’11.08.98 davanti a Karl Kraffeld smentì sia l’intervista che i contenuti.

Il dirigente di stampa del prestigioso Robert Koch Institute (RKI; Berlino), ammise durante una conversazione telefonica del 07.09.94 che non ci sono prove scientifiche alla base delle affermazioni in merito all’infezione AIDS.

Questa telefonata venne confermata per iscritto dal dr. Marcus del robert Koch Institute il 20.09.94. il prof. Kurth è il Presidente RKI. Quando egli sottoscrisse la “dichiarazione di Durban” era pienamente consapevole di due esperimenti fortuiti nella ex repubblica tedesca DDR e in carceri tedesche che scartano totalmente l’ipotesi dell’infezione AIDS.

Nella DDR i chemioantibiotici non esistevano; gli omosessuali non usavano droghe inalate (Poppers). Subito dopo la caduta del muro di Berlino, non c’erano risultati positivi al test. Nella DDR l’AZT non veniva somministrato e non c’erano decessi da AIDS. In un documento del 10.02.99 il Prof. Kurth cita solamente 5 casi di uomini che erano stati infettati nelle carceri tedesche nell’arco degli ultimi 15 anni.

Solo questo dimostra ampliamente che quella che chiamano comunemente AIDS non può essere una malattia infettiva in Germania.

Questo rende praticamente impossibile, scientificamente, che l’AIDS sia una malattia infettiva in Africa o ovunque.

Alla cerimonia in onore del dr. Robert Gallo (dal 23.04.84 fino al 1994 considerato lo scopritore del virus AIDS) per conferirgli la più alta onoreficenza in medicina scientifica, il PAUL EHRLICH- PREIS del 14.03.99, né il professor Kurth, né il PAUL EHRLICH INSTITUTE, responsabili per la registrazione dei cosidetti test HIV, furono in grado di fornire nuove prove scientifiche per l’HIV né per la validità dei test. Il professor Kurth sa molto bene che l’HIV non è mai stato dimostrato “secondo i più alti standards scientifici”: Ciò nonostante egli sottoscrisse la “dichiarazoine di DURBAN”.

Nella sua lettera del 3.4.2000 al presidente CLINTON e al cancelliere SCHRODER (vedi www.virusmyth.com. Il signor Mbeki paragona il modo in cui vengono trattati i dissidenti nelle nazioni industrializzate alla vita sotto l’APARTHEID.

Il 17.05.2000 Karl Kraffeld, presidente dell’ associazione “Scienza Medicina e diritti umani” faceva riferimento alla lettera del Sig. Mbeki e offriva al Cancelliere tedesco dei fatti che confermavano le opinioni del Signor Mbeki.

 

 

Su richiesta del cancelliere il Ministro della sanità tedesco dr. Niemer lo raccomandava semplicemente, il 29.06.2000, di consultare circoli scientifici ed esperti.

Gli incontri di Karl Kraffeld con varie istituzioni scientifiche e singoli esperti fornirono allarmanti risposte come: “le richieste in merito all’HIV e AIDS sono indiscusse tra gli esperti e perciò non sono necessari riferimenti scientifici.”

Oppure quando Karl Kraffeld chiese di vedere una foto pubblicata dell’HIV, che lui non era stato in grado di trovare in nessun documento pubblicato dai dr. Luc Montagnier e dr. Gallo, il professor Kurt del RKI rispose: “queste fotografie sono da trovare nei documenti pubblicati

Da dr. Montagnier e dr. Gallo.”

Negli ultimi anni sono state aggiunte nuove falsità sul virus isolato HIV dal Parlamento tedesco, dalla polizia e da un giudice. Quest’ultimo il giudice Prause di Dortmund, venne citato per avere detto “e’ totalmente irrilevante se qualcuno ha mentito e non importa se sono stati fatti errori nella politica dell’AIDS”.

Da quando l’AIDS è apparsa sulla scena ci sono state numerevoli citazioni come quelle sopra e un’infinità di episodi in tutto il mondo che possono solo essere definiti aneddotici da chiunque si prende la pena di studiare l’AIDS con una mente aperta e obbiettiva.

Nel 1986 il WHO cambiò radicalmente la definizione di AIDS. Secondo il CDC il criterio per l’AIDS dal 1981 è stato: “patologia che c’è senza precedenti patologie immunosoppressive e/o terapie.” Questa definizione venne scartata . Dal 1986 gli effetti collaterali dell’AZT sono divenuti in sé malattie che definirono l’AIDS! Se il CDC accettò questa nuova definizione di AIDS. Fino al 1986 non un solo caso di AIDS conforme alla prima (1982) definizione del CDC era stata descritta e pubblicata scientificamente.

Negli ultimi anni ci sono state abbondanti prove che le varie autorità sanitarie in molti paesi sanno che le affermazioni in merito all’AIDS sono mere speculazioni, e che non solo in Germania e USA, ma anche in Austria, Grecia, Spagna, Svezia, Inghilterra, SudAfrica e molti altri.

Alla luce dell’assenza di qualsiasi prova scientifica per l’esistenza del virus HIV e, quindi, per la validità dei test, l’attacco contro il Presidente Mbeki da parte degli scienziati che firmarono “la dichiarazione di Durban” deve essere considerato come un approvazione della correttezza della “teoria di Mbeki”.

Dortmund & stuttgard, 13 luglio 2000

Karl Krafeld and Dr. Stefano Lanka.

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Alì Rashid minacciato di espulsione

Alì Rashid minacciato di espulsione. “Difendo la causa di un popolo martoriato da una colonizzazione selvaggia”

di Stefano Corradino
Ali Rashid, Primo segretario dell’Ambasciata Palestinese in Italia sarebbe un sostenitore del terrorismo. Questa è l’accusa che il vicepresidente del gruppo di Forza Italia alla Camera on. Isabella Bertolini rivolge al diplomatico in una interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri chiedendone l’espulsione dall’Italia. “La richiesta di espulsione di un uomo di pace? Un’intimidazione palese che non può essere tollerata in un paese civile – affermano in un appello numerosi deputati e senatori del centrosinistra – che ci auguriamo sia respinta al mittente”.

Cominciamo dall’inizio. Ti si accusa di aver leso gravemente la deontologia professionale dei due giornalisti Nirenstein e Panella in una trasmissione radiofonica. Come rispondi a queste accuse?
Il compito di un giornalista è quello di rappresentare tutte le parti in causa, attenendosi a precisi codici deontologici. Perché è un mestiere che richiede una preparazione e professionalità non da poco. Il caso dei giornalisti in questione, per quanto riguarda specificamente la questione palestinese, mi sembra alquanto diverso, anzi, ne sono certo, dal momento che essi non hanno presentato la complessità che il conflitto israelo-palestinese presenta riducendolo soltanto come parte della grande guerra contro il terrorismo. Per motivi che possono essere legittimi ma mi sfuggono, ma che certo non sembra appartenere al rigore che questa professione richiede. Il rigore richiederebbe di vedere le ragioni di tutti e non di una sola parte, altrimenti si corre il rischio di trasformarsi in  “portavoce camuffati” contraddicendo il senso profondo della professione di giornalisti.

Una parlamentare di Forza Italia ha chiesto in un’interpellanza un provvedimento di espulsione per te addirittura mettendo in relazione le tue dichiarazioni al clima reso pericoloso dal revanscismo fondamentalista islamico che ha portato alla morte di Theo Van Gogh. Perchè questo atteggiamento?
L’on Bertolini se avesse sentito la trasmissione non avrebbe firmato quella interpellanza. E’ stato un gesto a dir poco “frettoloso”.

“Arafat più che la costruzione di uno Stato per i palestinesi ha avuto sempre come obiettivo la distruzione di Israele”. Sono le affermazioni di Fiamma Nirenstein. Qual è la tua opinione sulla figura di Arafat e sul suo ruolo legato al processo di pace nel Medioriente? Arafat, a tuo avviso, poteva agire diversamente?
Arafat ha guidato per molti anni la lotta del popolo palestinese in condizioni molto difficili. A lui ed alla tenace lotta del popolo palestinese va il merito di affermare: primo l’esistenza del popolo palestinese, semplicemente e reiteratamente negata da Israele ed osteggiata da una parte importante dei governi arabi; e secondo, il merito di sottoporre alla comunità internazionale la necessità di dare una soluzione politica alla questione palestinese in accordo con le risoluzioni delle Nazione Unite. Come si fa ad ignorare lo sforzo che il presidente Arafat ha compiuto in esilio per riportare il conflitto sul terreno della politica e non della retorica vuota ed inconcludente? Uno sforzo che ha prodotto fatti politici concreti come il programma dei 10 punti del 1974, che già stabiliva l’obiettivo del popolo palestinese di creare uno Stato sui territori liberati dalla occupazione israeliana del 1967. La stessa cosa non si può dire della politica dei vari governi israeliani, ad eccezione di quello del primo ministro Rabin che ha riconosciuto questo diritto. Certo, la stessa cosa non si può dire di Sharon che si è impegnato con il suo partito ad impedire la creazione di tale Stato e fa di tutto per rendere impossibile la vita dei palestinesi e costringerli a lasciare quello che resta della loro terra oppressa dalla colonizzazione selvaggia ancora in atto.

Sono in molti però a voler far coincidere la lotta palestinese con il terrorismo…
Rispondere al terrorismo con la guerra è diventato il modo più semplice per annientare fisicamente e politicamente chi non condivide la politica di Sharon e del presidente americano Bush ed i loro alleati. Non solo i palestinesi sono accusati di essere terroristi, ma chiunque non accetta questa linea. In tutta questa drammatica situazione la vittima principale, oltre naturalmente ai morti uccisi nella guerra permanente, è la cultura del diritto e della legalità, massima espressione dell’occidente democratico e della sua storia.

Stati Uniti e Israele vengono considerati da molti come le democrazie più avanzate nel mondo. Cosa ne pensi?
La questione relativa alla “democrazia” è aperta e densa di riflessioni, ricerche e dibattiti. Io non ritengo affatto che Usa e Israele siano la più grande democrazia del mondo. Anzi ci sono lacune da un punto di vista della democrazia sempre più gravi. In particolare da parte israeliana…

Cosa pensi succederà adesso nel Medioriente e come vedi il futuro per il popolo palestinese? E da diplomatico, come pensi dovrebbero agire i governi  per contribuire ad un vero processo di pace?
Il futuro del medio oriente dipende in larga parte da quello che intendono fare l’amministrazione americana e il governo israeliano. Per conto nostro siamo impegnati in un transizioni di potere che hanno bisogno di una legittimazione democratica attraverso il voto. Questo fatto cambia le priorità, nel senso che chiama tutta la comunità internazionale ad esercitare il suo ruolo. Israele deve consentire, con il suo ritiro dai territori occupati, lo svolgimento libero e trasparente di queste elezioni, primo passo verso riforme democratiche profonde delle istituzioni palestinesi non più rinviabili. Solo partendo da qui si può riprendere il cammino del processo di pace da dove è stato interrotto, e mettere in pratica il piano della road map. America ed Israele non hanno più il pretesto rappresentato dalla presenza di Arafat che loro consideravano ostacolo alla pace. Se il vero ostacolo era lui, cosa assolutamente non vera, non ci sono più motivi per perdere tempo… 

l’arci solidale

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rossella e il giornalista parente di dell’utri

Caos e odore di rivolta anche nella redazione del tg5.

Rossella (via col vanto) il nuovo direttore subentrato al compianto (a questo punto) Mentana
per illustrare davanti a milioni di telespettatori
la notizia del processo per mafia di Dell’Utri in attesa di sentenza in questi giorni
ha pensato bene di mandare come giornalista casualmente un parente dell’imputato.
no comment.
guerrilla radio

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