2010

Un porto che aspettava solo di essere ingravidato di speranza

Prima che il mare diventasse cremisi e i nostri volti notte, il mio pezzo per Il Manifesto di lunedi’ raccontava la vigilia dello sbarco.

Porto deriva dal greco porthmion, valico, ed è così detto perché si addentra nella terra e offre ricovero ai bastimenti.

Una miriade di bastimenti da tutto il mediterraneo hanno trovato rifugio qui a Gaza, sin dai tempi dei cananei, gli antichi abitanti della Palestina e nel corso dei secoli in un crocevia di popoli e di culture, di scambi commerciali e traffici di spezie preziose, che si realizzavano in questo anello di congiunzione fra Africa Asia ed Europa.

Bombardato e semidistrutto durante la seconda intifada, parzialmente ricostruito e rimbombardato durante il massacro israeliano nel gennaio 2009,  sigillato dall’assedio negli ultimi anni  il porto di Gaza è stato una finestra nel vuoto collimante col baratro delle speranze per il futuro dei palestinesi.

Qualcosa cambia oggi, con i preparativi per la cerimonia di benvenuto per la Freedom Flotilla. Grazie ai fondi investiti dall’ong turca HHI e lavorando sodo 24 ore su 24, si è riusciti a liberare il porto dalle sue macerie e a pavimentare le banchine. Il fondale è stato reso più profondo per ospitare la “Rachel Corrie SS” e le altro 4 navi cargo cariche di 10 mila tonnellate di cemento, ferro, attrezzature mediche e aiuti umanitari.

Pavimentato il porto, pavimentate le speranze: migliaia di palestinesi sono pronti a salpare con un centinaio di rudimentali imbarcazioni, tutta la flotta dei pescherecci della Striscia incontro alla Flottila, ridando senso all’esistenza di un porto da troppi anni ormai ridotto a simulacro di oppressione. Su una di questa barche ci saranno gli scout locali e una banda musicale, ed è previsto il lancio al cielo di 400 palloncini neri in ricordo dei bambini massacrati dalle bombe lo scorso anno. Striscioni e banner disposti un pò ovunque lungo il molo sono pronti ad accogliere i 700 “eroi” stranieri. Molti gli slogan dedicati ad Erdogan, il presidente turco che ha osato sfidare la prepotenza dell’oppressore israeliano.

Mani italiane e palestinesi imbrattate di pittura hanno dipinto un enorme “break the siege” sulla facciata di uno dei edifici più alti a ridosso del porto dove è ha sede la cooperazione italiana. Un messaggio chiaramente visibile anche alle navi da guerra quando si appresteranno ad assaltare le navi della Flotilla.

Per ragioni di sicurezza Hamas ha predisposto delle barricate attorno alla zona dello sbarco, ben consci che sarà impossibile frenare l’esplosione di entusiasmo della folla  festante verso i coraggiosi navigatori.

La stessa euforia ha contagiato i vertici del governo di Gaza, Ismail Haniyeh si è così espresso: “Israele che minaccia di impedire alla Freedom Flotilla di sbarcare a Gaza è un pirata sionista che viola le leggi internazionali. Siamo testimoni degli ultimi istanti di vita dell’assedio israeliano”

Anche le maggiori organizzazioni per i diritti umani presenti lungo la Striscia  attendono con trepidazioni l’arrivo della navi. Amnesty International coglie l’occasione per sottolineare la “punizione collettiva contro la popolazione civile” e OXFAM richiede la revoca immediata dell’assedio. Anche John Ging, nelle sue vesti da direttore delll’UNRWA ha chiesto a gran voce alla comunità internazionale di  “concentrarsi sugli aiuti alla striscia di Gaza così come la flotta, inviando aiuti via mare, piuttosto che limitarsi a pubblicare dichiarazioni scritte su ciò che sarebbe necessario “.

Portavoci del governo di Tel Aviv hanno messo in dubbio l’esistenza di una emergenza umanitaria nella Striscia mostrando video nei quali appaiono ristoranti con tavole imbandite e negozi straripanti di prodotti.

Premesso che secondo dati dell’ONU a Gaza l’88% della popolazione sopravvive sotto la soglia di povertà e la disoccupazione riguarda più del 70% della forza lavoro,  e che quindi i beni di lusso se esistono sono destinati ad una ristretta elite, queste merci non filtrano certamente dai confini israeliani ed egiziani sigillati ma dai tunnel di Rafah. Gli stessi tunnel che collassando ieri hanno causato la morte di 6 minatori palestinesi.

Yousef, uno di questi uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine con l’Egitto per permettersi gli studi universitari, l’ho incontrato pochi giorni fa curiosare al porto:

“Sbarchino o non sbarchino abbiamo comunque vinto. E’ chiaro a tutti che il mondo intero sta dietro le vele della  Flotilla e che  Israele è sempre più isolato e solo, arroccato nel suo regime razzista”.

Prima di questo:

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Lacrime e sangue

A Gaza i volti che incrocio sono rigati da un misto di lacrime e sangue,
rabbia per i massacri passati, presenti e futuri.

Vorrei che foste tutti qui,
insieme a centinaia di uomini e donne che autonomamente, spinti da ogni dove dalla Striscia marciano dal porto di Gaza alle porte della sede dell’ONU,
…per gridare forte: “FERMATE ISRAELE!!!”.

Restiamo Umani

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Gaza aspettando la Freedom Flotilla

Il mio pezzo per Peacereporter:

In riva al mare, mentre le navi della solidarietà provano a salpare verso la Striscia

La notte del 15 febbraio 1988 un’imbarcazione esplodeva nel porto cipriota di Limassol. Si trattava dell’Al Awda (“il ritorno”) ed era carica di aiuti umanitari destinati ai profughi in Palestina. Il Mossad che collocava una bomba sul quello scafo qualche ora prima aveva ucciso i tre membri dell’OLP incaricati della missione.

Ispirati da quel primo tentavo tragicamente fallito di rompere l’occupazione via mare, il 23 agosto 2008 una quarantina di attivisti provenienti da ogni angolo del pianeta navigando su due fragili pescherecci riuscirono nell’impresa di sbarcare a Gaza, infrangendo un assedio che durava dal 1967. In seguito a quell’epica missione, di cui ebbi l’onere e l’onore di far parte, altre 4 volte gli attivisti del Free Gaza Movement riuscirono a condurre barche cariche di aiuti e attivisti all’interno della Striscia. Durante e dopo il massacro israeliano del gennaio 2009, tre ulteriori sbarchi furono violentemente impediti dalla marina israeliana: i pacifisti attaccati in acque internazionali come da pirati fuoriusciti dalla più fantasiosa delle pagine di un moderno Salgari.
Nient’affatto arresi, quegli attivisti ci riprovano in questi giorni uniti in una coalizione internazionale denominata Freedom Flottila: 9 navi, tonnellate di aiuti umanitari necessari per una popolazione ridotta allo stremo, circa 800 passeggeri. Una rappresentanza della società civile mondiale stanca dell’immobilismo omertoso dei governi dinnanzi alla lenta ma costante pulizia etnica dei palestinesi.

Amnesty International e le maggiori ong per i diritti umani hanno dato il loro benvenuto alla spedizione, cosi’ come recentemente ha fatto John Ging, capo dell’agenzia per i profughi dell’ONU. Al varo dei vascelli sono stati scelti dei nomi evocativi: come “Libertà” e “Gaza libera”. “8000”, la nave passeggeri dell’ European Campaign To End The Siege ricorda le migliaia di prigionieri politici seppelliti vivi nelle carceri israeliane. La nave cargo del Free Gaza Mov. battente bandiera irlandese è stata battezzata Rachel Corrie, in onore dell’attivista dell’ISM schiacciata a Rafah nel 2003 da un bulldozer dell’esercito Tsahal.
Sebbene cariche di 10mila tonnellate di aiuti risulta evidente che lo scopo principale della missione non è umanitario, ma politico, i passeggeri in rotta verso Gaza hanno le idee chiare a tal proposito:

“I nostri governanti non compiono le mosse necessarie per fermare i crimini d’Israele, così spetta a noi, cittadini normali ma con coscienza, fare qualcosa per lenire le sofferenze degli abitanti di Gaza. Puntiamo dritto verso questo assedio ingiusto per romperlo”

Inge, attivista belga

“Il ricordo dello sbarco a bordo della Free Gaza nell’agosto 2008 è ancora qualcosa di incredibilmente vivo in me. I miei ultimi due ultimi tentativi non sono riusciti. Sono quindi felice di avere un’altra chance per tornare a riabbracciare gli amici della Striscia con la flottiglia della Libertà.”

Mary, nonna statunitense.

“Questa è una missione stimolante, e serve come esempio di ciò che la gente normale può realizzare quando si organizza guidata da senso di giustizia e solidarietà.”

Ewa, attivista polacca.

“Percipisco l’urgenza umana di portare una testimonianza fisica alla gente di Gaza schiacciata dall’assedio, la percezione costante che solo condividendo le sofferenze dei più deboli possiamo migliorare questo schifo di pianeta.”

Manolo, filmmaker italiano

“Il mio desiderio è quello di documentare dal vivo un evento importante, qualunque sarà il suo esito finale, e di rivedere quel luogo pieno di dignità e forza, nonostante l’assedio e la sofferenza.”

Angela, giornalista italiana.

“Vengo da Barcellona, una città nel 1936 fu invasa da migliaia di volontari da tutto il mondo che si sono uniti ai miei connazionali nella lotta contro il fascismo. Come spagnolo, ho sempre ritenuto doveroso ripagare questo debito al mondo. Unirsi al movimento Free Gaza e all’ ISM ed a agli altri amanti della libertà è per me come partecipare ad una causa simile a quella lotta, nel1936. Contro il fascismo, contro il sionismo. Contro l’esistenza di stati etnicamente puri nel secolo XXI. Documentero’ l’assedio di Gaza affinchè un giorno, quando le porte sarrano aperte, un giorno, nessuno possa dire “Io non sapevo cosa stava succedendo”.

Alberto, filmmaker spagnolo.

“Sbarazzarsi dell’ assedio e assicurarsi che le 44 tonnellate di attrezzature mediche a bordo della Rachel Corrie raggiungano la popolazione di Gaza. Palestina libera!”.

Hasan, medico e profugo palestinese.

Israele che ha gettato di nuovo la maschera sulla sua natura di oppressore e criminale, ha già minacciato l’assalto alla flotta carica di attivisti e aiuti umanitari in acque internazionali, in palese trasgressione di tutti i trattati internazionali.
Ci auguriamo che i governi europei vigilino affinchè l’incolumità dei passeggeri sia tutelate, e che gli la spedizione possa giungere alla sua meta designata.
Sin dai tempi dei cananei, gli antenati dei palestinesi e nel corso dei secoli il porto di Gaza è stato crocevia di popoli e di culture, di scambi commerciali e traffici di spezie preziose, anello di congiunzione fra Africa Asia ed Europa. Ora sigillato dall’assedio è una finestra nel vuoto che collima col baratro delle speranze di libertà e pace per il futuro dei palestinesi. Salperemo con un centinaio di rudimentali imbarcazioni, tutte la flotta dei pescherecci della Striscia incontro alla Freedom Flottila, per ridare senso all’esistenza di un porto da troppi anni ormai ridotto a simulacro di oppressione.

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni

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freedom flotilla updates

Com-passione.

Porto di Gaza, prove di benvenuto alla Freedom Flotilla:

quello al centro con la bandiera è Habib, figlio di Mafuz, nelle ultime esercitazioni di oggi.

Mafuz, uno dei miei più grandi amici qui a Gaza e grande supporter del Free Gaza Movement è al timone sull’”ammiriglia” della flotta palestinese.

A destra e dinnanzi e dietro è

la temibilissima marina militare di hamas…..

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La Repubblica dei miei stivali e i suoi feticisti (Diario dall’assedio di Gaza # 3)

Loro sono Pazzi, addirittura Feticisti per La Repubblica.

Noi un po’ meno.

Renzo, caro amico di Ferrara visceralmente appassionato alla causa palestinese, gestisce una pagina web nella quale spulcia articolo per articolo, tutte le inesattezze e le verità fuorvianti che il Corriere della Sera dedica a questo spicchio di mondo insanguinato.

E’ un lavoro amatoriale ammirevole, che dovrebbe coinvolgere più persone e allargarsi alla totalità dei media italiani, come è noto afflitta quasi in toto da “scogliosi devozionale” verso Israele.

MartinV ha commentato sul mio blog a proposito della perniciosa abitudine di Repubblica nel considerare l’esistenza della Striscia di Gaza solo ed esclusivamente tramite episodi di colore:

“i suoi lettori devono sapere di Gaza sono solo cose belle… del paradiso terreste in cui vive Vik, dopo le foto dei bambini felici nella Aqualand locale qualche settimana fa, ecco che si parla di un campionato del mondo di calcio amatoriale…il lettore de La Repubblica si deve dire che a Gaza si divertono da matti..”.

E in effetti che a Gaza persista da più di tre anni un assedio, con tutte le sofferenze che questo comporta ad una popolazione civile di più di un milione e mezzo di persone, i lettori dei maggiori quotidiani nazionali devono conoscerlo attraverso altri canali mediatici. Del fatto che nella Striscia i magazzini degli ospedali si svuotano di medicinali, e i cimiteri si riempiono di tombe di malati non curabili, del fatto che se mi affaccio alla finestra proprio in questo istante, e l’ho appena fatto, a occhio nudo è possibile scorgere una nave da guerra israeliana che assale degli sparuti pescherecci palestinesi di un miglio al largo pacificamente a caccia di sardine, o dell’invasione di carri armati che questa mattina hanno spianato ulteriori ettari di terreni coltivati a est di Khan Younis, poco importa ai caporedattori dei nostri maggiori giornali.

Fin quando la rete sarà in grado di respirare in libertà, vale a dire per poco tempo grazie al bavaglio del DDL Alfano, saremo ancora in grado di sopperire questa voluta lacuna di informazione.

Ragion per cui sono qui a raccontare della fine di Fuad Ahmad Matar, un anziano contadino di 78 anni, che venerdì scorso aveva lasciato la casa al mattino e non vi ha piu’ fatto ritorno. I familiari hanno ritrovato il suo corpo freddato da un cecchino israeliano, a circa 500 metri dal confine a est di Jabalia, a due passi da un cimitero. Si era recato a pregare sulla tomba del padre, ora sono i figli che rischiano di morire sotto il fuoco dei soldati ogni giorno andando ad onorare la sua lapide.

Oggi nuova incursione ad Al Faraheein, Est di Khan Younis dicevo, quando i carri armati si sono ritirati hanno lasciato sul suolo due adolescenti palestinesi sanguinanti, ammazzati.

Della loro morte come del vecchio pastore non troverete traccia domani ne su Repubblica ne sul Corriere, la loro unica colpa è stata quella di essere nati vissuti e morti arabi.

Intanto si avvicina la data della partenza da Cipro della flottiglia di 9 navi cariche di centinaia di attivisti, giornalisti e politici e di migliaia di tonnellate di aiuti destinate a Gaza. Israele continua a minacciare un attacco di pirateria per fermare la spedizione umanitaria. Il mio amico Ahmed, sarcastico, mi ha detto “il giorno della partenza delle navi e’ l’occasione giusta dell’Iran per attaccare Israele, o degli Hezbollah per andare a poggiare la loro bandiera a Gerusalemme…”

In effetti a quanto pare, nella più delle idiote e surreali contrapposizioni possibili, buona parte della marina e dell’aviazione israeliana sarà mobilitata fra pochi giorni per fermare alcune barchette tinteggiate di rosa cariche di attivisti, sacchi di cemento e container di giocattoli.

Noi saremo con loro, salperemo dal porto di Gaza con tutte i pescherecci disponibili per andare loro incontro, e ci auguriamo che il mondo ci venga dietro.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni per INFOPAL.IT

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La ricetta sionista di Fiamma Nirenstein: in caso di incremento nel mondo del supporto alla Palestina rompere il vetro e gridare “anti-semitismo”

Vile reiterato attacco di Rainews 24 ai danni di Infopal anche ieri.

Guardando la maschera della Nirenstein interpretare il ruolo di perenne vittima di rigurgiti anti-semiti mi è immediatamente venuta alla mente questa vignetta di Latuff:

(traduzione: in caso di incremento nel mondo del supporto alla Palestina rompere il vetro e gridare “anti-semitismo”)

Per quanto mi riguarda non ho dubbi: se c’è uno stato al mondo anti-semita è Israele. Basta vedere quante stragi di palestinesi (e quindi semiti) compie ogni anno.

Restiamo Umani

Vik da Gaza city

ps. la risposta di Infopal a Rainews 24:

Stimati colleghi di Rainews24, perché continuate ad attaccare la nostra redazione e non vi occupate invece della Freedom Flotilla, la flotta umanitaria internazionale diretta a Gaza?

Il vostro servizio, ultimo, in ordine di tempo,  mescola sapientemente anti-sionismo e anti-semitismo. Due cose ben diverse. Lo sapete? Noi NON attacchiamo gli Ebrei, ma raccontiamo FATTI sulla situazione in Palestina.

Sì, noi parliamo di PULIZIA ETNICA dei palestinesi e dei crimini di guerra commessi nei loro confronti da Israele. Ma siamo in ben più nota e onorata compagnia: quella dello storico, ebreo (!), israeliano Ilan Pappe (leggetevi la “Pulizia etnica della Palestina”, ed. Fazi), e del giudice ebreo sudafricano Richard Goldstone, autore del noto e omonimo Rapporto.

Anche loro sono ANTISEMITI?

Ma sapete che il termine “semita” è una definizione linguistica? E’ usato per definire lingue imparentate tra loro all’interno di una stessa grande famiglia linguistica: Arabo, ebraico, siriaco, aramaico, ecc. Tutte lingue che noi Orientalisti-Arabisti abbiamo studiato all’Università. Tutte insieme.

Niente a che vedere con ideologia, politica, razzismo o altro. Solo gli ebrei sono semiti? No. Anche gli Arabi tutti, Palestinesi compresi.

Informatevi bene, prima di prendere per valida qualsiasi fonte. Noi non siamo ANTISEMITI, ma neanche anti-ebraici, semplicemente compiamo il nostro dovere di giornalisti specializzati e raccontiamo FATTI non balle.

L’accusa che ci muove il servizio di Rainews24, attraverso la collega e i suoi ospiti, infatti, non regge. Quando lei, ad un certo punto, chiede a Gatti di parlare di Infopal, questi risponde che nel sito “non c’è un utilizzo di stereotipi anti-ebraici classici, ma attraverso la demonizzazione dello stato ebraico, si trasforma Israele in una sorta di ebreo delle nazioni”.

Che bell’equilibrismo dialettico! Complimenti. Dal niente nasce niente. Vogliamo far notare alla redazione di Rainews24 che per rispetto della deontologia professionale, prima di mandare in onda attacchi screditanti nei nostri confronti, i colleghi avrebbero dovuto telefonarci e rivolgerci qualche domanda. Ci sembra evidente una violazione della Continenza formale, laddove, con sottinteso sapiente, si accosta in modo suggestionante Infopal a siti, immagini, dichiarazioni realmente razziste.

Possiamo capire che ormai la verità giornalistica è un’utopia, una chimera, e che non essere embedded con la Israel Lobby (leggete pure “The Israel Lobby”, di due noti antisemiti, John Mearsheimer e Stephen Walt) è difficile quanto nei secoli bui dell’Inquisizione lo era dissociarsi dai Tribunali e dai Roghi, ma un modesto, timido tentativo di rispetto di quelle regole di deontologia che noi tutti conosciamo, be’, almeno questo ce lo saremmo aspettato.

La Redazione di Infopal.it

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Diario dall’assedio di Gaza # 2

Uno dei motivi che mi hanno indotto a proporre a Infopal una rubrica settimanale dalla prigione di Gaza è stato l’ignobile attacco subito dall’agenzia da parte della Commissione sull’antisemitismo presieduta da Fiamma Nirenstein, e da certa carta stampata.

Quando la verità è soggetta a questo sistematico killeraggio è da corresponsabili non prendere posizione. Alla Fiamma italica più dispotica dopo quella di Rauti ha già risposto sagacemente la redazione, per i giornalisti che si adoperano a cassa di risonanza di questi vili attacchi sionisti, varrebbe la pena spendere qualche parola in più.

A Stefania Cosenti, per esempio, che sul quotidiano online del sole 24 ore addita Infopal come teorizzatore di chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, solo perché ci ricorda ogni atto di terrorismo di stato compiuto da Israele, vorrei ricordare che la pulizia etnica della Palestina non se l’è inventata Infopal. E non è una teoria, ma una pratica ideata da Theodor Herzl nel 1897 coi futuri fondatori d’Israele, i quali consideravano i palestinesi nientemeno che “una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo” ( come egregiamente illustrato da Paolo Barnard nel suo “Perché ci Odiano”).

Una lunga sequela di massacri ha gettato le fondamenta di quello che è oggi lo stato d’Israele in un continuo stermino di civili arabi da più di sessant’anni fino ai giorni nostri. Dalla strage del King David Hotel il 22 luglio 1946, portata a termine dalle bande terroristiche paramiliari ebraiche Irgun e Stern, fino al massacro di Gaza un anno e mezzo fa ad opera dell’IDF, l’esercito israeliano degno erede di quelle organizzazioni terroriste (una lista completa dei massacri più efferati qui: http://www.arabcomint.com/imassacr.htm ).

Negare che vi è stata ed è tutt’ora in corso una pulizia etnica in Palestina, con la continua colonizzazione della West Bank (ormai ridotta in bantustan nella peggiore prassi dell’apartheid razzista sudafricana) e tramite l’occupazione e l’oppressione di Gaza è negare la storia; un po’come affermare che gli attuali Stati Uniti non sono stati fondati sul sangue del genocidio dei nativi nordamericani.

Intellettuali di rango come Noam Chomsky, Norman Finkelstein, Tanya Reinhart, Gideon Levy, Uri Davis, Uri Avnery, Ilan Pappe e Aharon Shabtai che hanno dedicato la loro vita alla narrazione della pulizia etnica in Palestina agli occhi di giornalisti del calibro di Stefania Cosenti devono apparire tutti come pericolosi antisemiti. Peccato che questi nomi che ho citato sono tutti ebrei, gli ultimi 6 pure cittadini israeliani.

Pulizia etnica in corso, e virtualmente già terminata con la totale cancellazione della Palestina e della sua popolazione indigena.

Non mi credete?

Fate una prova.

Cliccate sul sito del Ministero del Turismo Israeliano:

http://www.goisrael.com/Tourism_Ita/Tourist+Information/Discover+Israel/Map+of+Israel.htm

Ora cliccate sulla mappa interattiva:

http://www.eyeonisrael.com/Israel-touring-map.html

Judea e Samaria: la pulizia etnica è terminata, la Palestina è stata cancellata. La Nirenstein può brindare e la sua commissione essere sciolta, non ha più ragione d’essere.

Il progetto a cui sta alacremente lavorando Netanyahu e tutti i primi ministri israeliani che lo hanno preceduto dal 1948 ad oggi è stato già virtualmente realizzato da Stas Misezhnikov, ministro del turismo.

Scrivo alla vigilia dell’anniversario della Nakba, la catastrofe palestinese. Dalle finestre della mia casa sul porto ho dinnanzi una Gaza ridotta all’oscurità dalla mancanza di elettricità, e poco oltre l’orizzonte le luci fatiscenti d’Israele, come a irridere la nostra miseria.

E’ la città di Ashkelon.

Ashkelon e Sderot sono i due avamposti di colonizzazione sionista più prossimi a noi incarcerati nella Striscia.

Ashkelon e Sderot non esistono sulle bocche degli anziani di Gaza, perchè vengono ricordate dai profughi con i loro reali nomi: Al-Jura e Najd.

Era metà maggio del 1948, quando in seguito a saccheggi, stupri, omicidi e attacchi terroristici questi profughi furono scacciati dalle loro terre, e da allora, fissano come me questa sera l’orizzonte.

Da qualche parte fra quelle luci c’erano le loro case, le loro vite depredate.

Secondo la risoluzione Onu 194 e anche secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, articolo 13, gli abitanti di Najd e Al-Jura hanno il diritto di ritornare ad abitare nelle loro personali proprietà e nel loro villaggio nativo. Loro e circa il milione di palestinesi (compresi i discendenti) scacciati dai più di 500 villaggi distrutti 62 anni fa.

Villaggi ai quali Israele ha depredato anche il nome, ma non la memoria.

Gli israeliani soffrono di grave e pervasiva amnesia, una sindrome che colpisce anche molti giornalisti italiani quando scrivono di Palestina.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni per INFOPAL.IT

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Noam Chomsky espulso dai confini d’Israele

Noam Chomsky, massimo linguista contemporaneo, e uno degli intellettuali più ascoltati nel mondo, ieri si è visto negare il permesso di entrare in Israele.

Chomsky che era atteso per una lettura all’università Bir Zeit nei pressi Ramallah, è stato respinto all’Allenby Bridge, il valico di frontiera fra la Giordania e Israele, dove e come successe anche a me nell’aprile del 2003, e accade ogni anno a centinaia di attivisti e liberi pensatori che per entrare nella Palestina occupata sono obbligati a mettere piede in Israele.

2 anni fa era successo lo stesso al professore universitario Norman Finkelstein, e subito dopo a Richard Falk, a capo della commissione per i diritti umani dell’Onu.

Stampandogli il timbro di “denied entry” sul passaporto, l’ufficiale israeliano di frontiera ha così motivato a Chomsky il dienigo all’entrata: “al governo d’Israele non piace quello che scrivi”.

“Ti invito a trovare un governo al mondo che ama quello scrivo”, ha risposto prontamente l’ottantunenne intellettuale ebreo.

Ma Israele non è un governo al mondo qualsiasi, e la prassi dell’oppressione alla libertà di pensiero è consolidata da tempo.

A nome del Free Gaza Movement, invito Chomsky sulle nostre barche, anche se ad Hamas non piace quello che scrive, certo non lo rispediranno indietro a nuoto.

Restiamo Umani.

Vik da Gaza city.

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Assedio di Gaza: istruzioni per l’uso

Rispondendo ad un’azione legale per la libertà d’informazione, la settimana scorsa lo Stato di Israele ha finalmente ammesso l’esistenza di una ben specifica lista di prodotti per i quali è consentita l’importazione nella Striscia di Gaza.

di Amira Hass

Il Ministero della Difesa si rifiuta – adducendo motivi di sicurezza – di rivelare perché Israele vieti l’importazione nella Striscia di Gaza di beni come il coriandolo, la salvia, la marmellata, la cioccolata, le patatine fritte, la frutta secca, tessuti, notebook, vasi vuoti e giocattoli, pur consentendo invece l’ingresso di cannella, secchi di plastica e pettini. Ma la scorsa settimana, rispondendo ad una denuncia per la libertà d’informazione, lo Stato di Israele ha ammesso, per la prima volta, che esiste effettivamente una specifica lista di prodotti ritenuti ammissibili per l’importazione nella Striscia di Gaza. La denuncia, presentata presso il tribunale amministrativo di Tel Aviv da Gisha – Legal Center for Freedom of Movement – ha cercato di chiarire i criteri e le procedure che le autorità israeliane utilizzano per determinare quali prodotti possano o non possano entrare a Gaza. Questa azione legale è stata avviata dopo che gli abitanti di Gaza hanno iniziato ad affermare con forza che a guidare la scelta dei prodotti consentiti per l’importazione c’erano gli interessi commerciali israeliani e il loro enorme potere di fare pressione. Nella sua risposta, lo Stato di Israele si è ufficialmente “scusato con la corte e con la parte lesa per le inesattezze emerse durante alcuni dibattiti [in gennaio] nate da certi malintesi”. In particolare, l’inesattezza a cui si riferiva era il suo aver negato l’esistenza di direttive scritte. La risposta, in particolare, comprendeva due documenti che Israele ha dichiarato essere ancora in bozza, ma che nella pratica vengono già utilizzati – uno dal titolo “Procedure per Consentire l’Ingresso di Merci a Gaza” e l’altro intitolato “Procedura per la Tracciabilità e la Stima delle Scorte di Magazzino a Gaza”. Quest’ultimo, in teoria, dovrebbe servire a mettere in evidenza esistenti o potenziali carenze di merci nella Striscia . Lo Stato ha presentato anche un terzo documento, un “Elenco dei Beni Umanitari Critici per la Popolazione”, la cui esistenza era stata precedentemente negata. Questo elenco, a quanto è stato dichiarato, viene aggiornato periodicamente. Di un quarto documento, denominato “Consumo di Prodotti Alimentari a Gaza – Linee Rosse” lo Stato ha dichiarato che si tratta di una bozza per uso interno “e che non è mai servito come base per il processo decisionale.” I giornalisti di Haaretz Uri Blau e Yotam Feldman avevano rivelato l’esistenza di questo documento in una relazione investigativa di Giugno 2009. In esso vengono determinate le esigenze minime nutrizionali della popolazione di Gaza, sulla base degli apporti calorici e dei grammi di cibo, analizzati in base all’età e al sesso. Lo Stato di Israele ha cercato di opporsi alla denuncia di Gisha con la motivazione che se l’esistenza dei primi tre documenti fosse stata rivelata, si sarebbe potuto creare “un grave danno per la sicurezza nazionale e forse anche per le relazioni diplomatiche”. E dal momento che il quarto documento non rappresenta una base per le scelte politiche, non c’era alcun bisogno di rivelarne l’esistenza. Ieri Gisha ha presentato la sua risposta al giudice, in cui si ribadisce la richiesta di poter visionare e rendere pubblici tutti i documenti che regolano il processo di trasferimento dei beni. “E ‘difficile immaginare come la pubblicazione di un elenco di prodotti, come farmaci, prodotti alimentari e prodotti per l’igiene, o delle procedure che determinano questa lista, potrebbe danneggiare la sicurezza dello Stato”, ha scritto l’avvocato Tamar Feldman.

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Padova: Carabinieri spogliano e abusano ragazzine ROM

In un Paese dove un sindaco come Letizia Moratti si permette di affermare che gli stranieri senza i documenti in regola sono criminali, le forze dell’ordine si adoperano con piacere alla linea dettata dal governo più razzista d’Europa.

L’Italia del 2010 mi pare ogni giorno di più quella del 1922:

Padova – Grave sopruso nei confronti di ragazze rom

Carabinieri denudano ragazze rom in mezzo alla gente
Venerdì pomeriggio 29 aprile 2005 è pervenuta alla redazione di Radio Sherwood una telefonata, da parte di una studentessa che ha voluto denunciare un abuso nei confronti di alcune ragazze rom a cui ha assistito di persona.

La ragazza ha raccontato quello a cui ha visto in stazione a Padova, assieme ad altre persone, tra cui una giornalista allontanata dai carabinieri.
I fatti, come raccontati alla radio, riguardano un fermo da parte dei carabinieri di alcuni rom sospettati di avere della cocaina. In particolare le ragazze fermate sarebbero state spogliate, denudate e “visitate” dalle mani dei militari per tutto il corpo…

A testimonianza delle sue parole, la studentessa ha spedito a Radio Sherwood delle foto, fatte con telefono cellulare, che alleghiamo sia alla notizia, sia alla testimonianza audio della studentessa.

 

ps.  La notizia, per un equivoco è stata data per recente, in realtà è datata 2005. Permane come riflesso di una società sempre piu’ multirazzista.

 

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Il nepotismo della Lega e la mignottocrazia del PDL

Mentre molte famiglie lombarde arrancano per fare quadrare i conti, Renzo “Trota” Bossi, 21 anni,  e Nicole Minetti 25 anni, eletti consiglieri regionali rispettivamente nelle file della Lega e del PDL, percepiranno uno stipendio di circa diecimila euri al mese.

I meriti della Trota leghista è noto vanno al suo ingombrante cognome (in un nepotismo che imbarazza anche molti padani), quelli della Minetti probabilmente ad una particolare “cura” orale verso il suo presidente.

L’ Italia berlusconiana vista da qui fa ancora più senso.

Vik

ps, dal blog Piovono Rane:

Tutti a riempirsi la bocca di meritocrazia, opportunità, liberalismo, società aperta, premiare i talenti.

Balle, balle, balle da far schifo.

Il messaggio che oggi arriva forte è chiaro è che puoi benissimo guadagnare novemila euro al mese prima dei 30 anni, in Italia, anche non hai studiato, non ti sei sbattuto, non hai lavorato, non hai talento e non sai fare niente: basta avere un papi molto potente e che ti vuole molto bene.

E forse, il declino italiano, alla fin fine è tutto qui.

Il nepotismo della Lega e la mignottocrazia del PDL Leggi l'articolo »

www.newweapons.org: la popolazione di Gaza a rischio di mutazioni genetiche

Insuccesso storico: Israele entra a far parte dell’OCSE.
Di fatto legittimando la possibilità di far soldi con l’occupazione di un altro stato.
E con il mercanteggio di armi illegali come queste:

Nuove armi sperimentate a Gaza: popolazione a rischio mutazioni genetiche

Biopsie delle vittime condotte in tre università: Roma, Chalmer (Svezia) e Beirut (Libano)

 Comunicato stampa

11 maggio 2010

Metalli tossici ma anche sostanze carcinogene, in grado cioè di provocare mutazioni genetiche. E’ quanto è stato individuato nei tessuti di alcune persone ferite a Gaza durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009.

L’indagine ha riguardato ferite provocate da armi che non hanno lasciato schegge o frammenti nel corpo delle persone colpite, una partcolarità segnalata più volte dai medici di Gaza, che indica l’impiego di armi sperimentali sconosciute, i cui effetti sono ancora da accertare completamente. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, attraverso analisi di spettrometria di massa effettuate in tre diverse università, La Sapienza di Roma, l’università di Chalmer (Svezia) e l’università di Beirut (Libano), è stata coordinata da New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali per investigare loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. La rilevante presenza di metalli tossici e carcinogeni indica rischi diretti per i sopravvissuti ma anche di contaminazione ambientale.

I tessuti sono stati prelevati da medici dell’ospedale Shifa di Gaza, che hanno collaborato a questa ricerca, e che hanno classificato il tipo di ferita delle vittime. L’analisi è stata realizzata su 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime. I campioni che fanno riferimento alle prime quattro persone risalgono al giugno 2006, periodo dell’operazione “Pioggia d’Estate”. Quelli che appartengono alle altre 9 sono state invece raccolti nella prima settimana del gennaio 2009, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”. Tutti i tessuti sono stati esaminati in ciascuna delle tre università.

Sono stati individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:

–     alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;

–     alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;

–     cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;

–     piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;

–     bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;

–     nichel solo nelle amputazioni.

Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.

La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”. “Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.

“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.

L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose.  La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza.

da INFOPAL.IT

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Il DDL Alfano sulle intercettazioni condanna a morte i blog italiani

Il partito delle libertà più liberticida del mondo ha deciso di mettere un bavaglio alla rete.

Il comma 28 del DDL Alfano in via di approvazione probabilmente ucciderà questo blog, certamente commetterà un genocidio nella blogosfera e condanna a morte la libertà di espressione.

 

Mentre il più flatulento dei megafoni berlusconiani continua indisturbato il suo ingiurire mafioso.

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Saber az-Za’arnin e “Local Initiative” di Beit Hanoun

Oggi su Infopal.it la cronaca di una giornata tipica di impegno e resistenza non violenza di alcuni nostri cari amici, Saber e i compagni di “Local Initiative” di Beit Hanoun:

Beyt Hanoun – Infopal. Alcuni attivisti palestinesi hanno aiutato degli agricoltori di Gaza nei lavori per il raccolto nelle zone di confine e sigillate dalla ‘Barriera di sicurezza’ eretta da Israele tra la Striscia di Gaza e le terre palestinesi occupate nel 1948.

Decine di attivisti si sono presentati a Beyt Hanoun per il raccolto del grano e dell’orzo, poiché gli stessi proprietari dei campi non possono raggiungerli, visto che sono bersaglio del fuoco israeliano.

I ragazzi portavano bandiere palestinesi e striscioni, che confermano la natura della loro lotta pacifica per la liberazione delle terre palestinesi occupate.

Quest’iniziativa, tenutasi a Beyt Hanoun (120.000 abitanti), giunge al termine della campagna “Raccolto 2010”, promossa a partire dal 15 aprile dal movimento d’Iniziativa palestinese locale.

Quest’aiuto ai contadini palestinesi serve a ostacolare la politica dell’esercito israeliano mirata a desertificare le terre agricole palestinesi per poi farne una “zona cuscinetto”, sia a nord che a est della Striscia assediata da tre anni.

Attivisti stranieri partecipano a quest’iniziativa pacifica che rientra in quelle intraprese contro il Muro in Cisgiordania sin dal 2005.

Saber az-Za’arnin, uno degli attivisti palestinesi che dirige il gruppo dei “Volontari del servizio sociale e umanitario”, ha rilasciato il seguente commento: “La campagna ‘Raccolto 2010’ punta a sostenere gli agricoltori palestinesi nelle aree di confine, rafforzandone così la determinazione di fronte ai crimini degli occupanti israeliani perpetrati contro i loro diritti”.

“Malgrado non disponiamo di grandi possibilità, crediamo nel volontariato come uno dei metodi di resistenza all’occupazione, e riteniamo l’opera che svolgiamo sia una forma di resistenza che proseguirà malgrado tutti gli ostacoli”.

Si ricorda che alla fine di aprile, un palestinese è stato ammazzato dagli israeliani durante una manifestazione pacifica tenutasi a Gaza.

Organizzazioni giuridiche palestinesi affermano che la zona cuscinetto imposta da Israele al confine con la Striscia rappresenta un pericolo per tutti gli abitanti della Striscia stessa.

Dal settembre 2008 Israele impone una zona cuscinetto della profondità di 300-700 metri con il pretesto di garantirsi una “sicurezza”, ma dopo l’aggressione del 2008-2009 l’ha resa più larga.

Chiunque – agricoltori o operai – oltrepassi il limite fissato dall’esercito israeliano, viene preso di mira dall’esercito israeliano.

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Legalizzare la marijuana per risolvere la crisi economica

Hamas si mette a tassare le sigarette per venire incontro ai pesanti buchi nell’economia di un governo sotto embargo?

Hamas si mette a tassare le sigarette per venire incontro ai pesanti buchi nell’economia di un governo sotto embargo?

e l’Italia che fa?

con 1.800 miliardi di debito pubblico, più di trenta miliardi di euro accumulati solo nei primi mesi dell’anno, la Grecia è ogni giorno piu’ vicina.

Una soluzione per risanare il bilancio dello Stato io l’avrei trovata,

fare come Hamas…

LEGALIZZATELA!

Rasta Vik

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La Jihad israeliana

Dopo aver raso al suolo una quarantina di moschee durante il massacro del gennaio 2009,

Israele continua la sua personalissima “guerra santa” contro i luoghi e i simboli di culto dei musulmani palestinesi .

Mentre nelle prigioni il Corano viene fatto a pezzi dalle guardie carcerarie, ieri un gruppo di coloni israelieni ha dato fuoco alla  moschea del villaggio di al-Lubban ash-Sharqiyya, nella provincia di Nablus.

Tutto questo mentre in Italia i deliri della Fiamma sionista ci mettono in guardia sui rigurgiti dell’antisemitismo: “Come ai tempi del nazismo. Contro gli ebrei escalation di violenze”.

Mi domando se si nasce attori nati o ci si diventa con la pratica della menzogna.

Vik

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Bianca Zammit sta meglio

Bianca, colpita alla gamba da un cecchino israeliano durante una dimostrazione pacifica una decina di giorni fa,

affidata alle sapienti cure dei medici dell’Al Awda di Jabalia, lentamente si sta riprendendo.

Anche con un cratere sulla coscia non ha perduto il suo spassoso sense of humour, questo il suo sms di poco fa:

“Ciao  Vik salamtek e spero che guarisci presto.

Io oggi ho fatto un primo salto di dabka ma sono ancora esausta mentalmente”.

Restiamo Umani

Vik

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Terrorismo di Stato Israeliano

Ennesima incursione di carri armati e bulldozers israeliani questa mattina a Rafah, nei pressi dell’aeroporto Yasser Arafat (aeroporto internazionale distrutto dai bombardamenti nel 2001).

I mezzi corazzati dell’esercito di Tel Aviv hanno spianato molti ettari di terreni coltivati dai contadini palestinesi. Dando un’ulteriore dimostrazione di cosa significa “terrorismo di stato” israeliano.

Pochi giorni fa era successo ed avevo filmato a est di Khan Yunis:

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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