Assedio di Gaza: istruzioni per l’uso

Rispondendo ad un’azione legale per la libertà d’informazione, la settimana scorsa lo Stato di Israele ha finalmente ammesso l’esistenza di una ben specifica lista di prodotti per i quali è consentita l’importazione nella Striscia di Gaza.

di Amira Hass

Il Ministero della Difesa si rifiuta – adducendo motivi di sicurezza – di rivelare perché Israele vieti l’importazione nella Striscia di Gaza di beni come il coriandolo, la salvia, la marmellata, la cioccolata, le patatine fritte, la frutta secca, tessuti, notebook, vasi vuoti e giocattoli, pur consentendo invece l’ingresso di cannella, secchi di plastica e pettini. Ma la scorsa settimana, rispondendo ad una denuncia per la libertà d’informazione, lo Stato di Israele ha ammesso, per la prima volta, che esiste effettivamente una specifica lista di prodotti ritenuti ammissibili per l’importazione nella Striscia di Gaza. La denuncia, presentata presso il tribunale amministrativo di Tel Aviv da Gisha – Legal Center for Freedom of Movement – ha cercato di chiarire i criteri e le procedure che le autorità israeliane utilizzano per determinare quali prodotti possano o non possano entrare a Gaza. Questa azione legale è stata avviata dopo che gli abitanti di Gaza hanno iniziato ad affermare con forza che a guidare la scelta dei prodotti consentiti per l’importazione c’erano gli interessi commerciali israeliani e il loro enorme potere di fare pressione. Nella sua risposta, lo Stato di Israele si è ufficialmente “scusato con la corte e con la parte lesa per le inesattezze emerse durante alcuni dibattiti [in gennaio] nate da certi malintesi”. In particolare, l’inesattezza a cui si riferiva era il suo aver negato l’esistenza di direttive scritte. La risposta, in particolare, comprendeva due documenti che Israele ha dichiarato essere ancora in bozza, ma che nella pratica vengono già utilizzati – uno dal titolo “Procedure per Consentire l’Ingresso di Merci a Gaza” e l’altro intitolato “Procedura per la Tracciabilità e la Stima delle Scorte di Magazzino a Gaza”. Quest’ultimo, in teoria, dovrebbe servire a mettere in evidenza esistenti o potenziali carenze di merci nella Striscia . Lo Stato ha presentato anche un terzo documento, un “Elenco dei Beni Umanitari Critici per la Popolazione”, la cui esistenza era stata precedentemente negata. Questo elenco, a quanto è stato dichiarato, viene aggiornato periodicamente. Di un quarto documento, denominato “Consumo di Prodotti Alimentari a Gaza – Linee Rosse” lo Stato ha dichiarato che si tratta di una bozza per uso interno “e che non è mai servito come base per il processo decisionale.” I giornalisti di Haaretz Uri Blau e Yotam Feldman avevano rivelato l’esistenza di questo documento in una relazione investigativa di Giugno 2009. In esso vengono determinate le esigenze minime nutrizionali della popolazione di Gaza, sulla base degli apporti calorici e dei grammi di cibo, analizzati in base all’età e al sesso. Lo Stato di Israele ha cercato di opporsi alla denuncia di Gisha con la motivazione che se l’esistenza dei primi tre documenti fosse stata rivelata, si sarebbe potuto creare “un grave danno per la sicurezza nazionale e forse anche per le relazioni diplomatiche”. E dal momento che il quarto documento non rappresenta una base per le scelte politiche, non c’era alcun bisogno di rivelarne l’esistenza. Ieri Gisha ha presentato la sua risposta al giudice, in cui si ribadisce la richiesta di poter visionare e rendere pubblici tutti i documenti che regolano il processo di trasferimento dei beni. “E ‘difficile immaginare come la pubblicazione di un elenco di prodotti, come farmaci, prodotti alimentari e prodotti per l’igiene, o delle procedure che determinano questa lista, potrebbe danneggiare la sicurezza dello Stato”, ha scritto l’avvocato Tamar Feldman.

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